Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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22 ottobre 2011

CiclisticaMente

“Vienna e Monaco hanno più piste ciclabili di tutte quelle dei nostri Comuni messi insieme”. Questa frase, apparsa appena pochi giorni fa su un articolo di Stefano Rodi pubblicato dal Corriere della sera, dovrebbe farci riflettere. Ebbene si, in Italia, nonostante i 30 milioni di biciclette presenti, si “fa fatica” a pedalare. Nel nostro Paese, come emerso da uno studio di Ipr, si predilige il velocipede nel fine settimana, relegandolo al ruolo di “passatempo” piuttosto che di mezzo di trasporto. Altri dati, infatti, rilevano che “in base ad una ricerca di Legambiente, dal 2000 al 2010, nonostante l'incremento delle piste ciclabili in Italia, il numero degli spostamenti in bicicletta in città è rimasto identico, fermo al 3,8%”. Che cosa fa sì che l’italiano medio non riesca ad intendere la bicicletta come utile, economico ed ecologico mezzo di trasporto di cui poter far uso sempre più, e non sempre meno? Innanzitutto, ciò che l’Italia non ha in comune con paesi tipo Vienna e Monaco è l’ingente presenza di piste ciclabili, di cui questi paesi possono ormai ben vantarsi.
La Germania, infatti, per gli amanti della bicicletta, è una specie di paradiso: la rete di piste ciclabili (lunghezza complessiva fuori dai centri urbani: 40.000 km), ben tenuta ed efficacemente segnalata, soddisfa svariate esigenze, permettendo a tutti i cittadini di viaggiare in bicicletta comodi e sicuri, spesso e volentieri anche con carrozzine apposite per avere sempre i bambini al seguito. Meraviglioso è, anche, vedere bambini alle prime armi con il nuovo mezzo fermi al semaforo ed educati perfettamente al traffico ciclistico/stradale. In Germania la bici è diventata una sorta di status symbol, usato sia come mezzo di trasporto che come vera e propria attività sportiva, nonché ludica. Questo può succedere grazie ad una offerta infrastrutturale assai ampia e articolata.
L’Italia, purtroppo, a dispetto di molti altri paesi Europei, e nonostante l’incremento delle sue piste ciclabili, non può permettersi di “gareggiare”, da questo punto di vista, con nessuno. L’Emilia Romagna detiene il primato italiano in termini di lunghezze ciclabili percorribili: dai 405 km del 2000 si è passati ai 1.031 del 2008, ma questi dati non bastano per consentire al nostro Paese di rivaleggiare, e per poter dimostrare che anche l’Italia è entrata, sempre per rimanere in tema, in pista. In Italia solo otto città hanno piste ciclabili percorribili per oltre 100 km. Mancanza di piste ciclabili significa mancanza di sicurezza, ma non solo, significa anche mancanza di praticità. Ragion per cui anche un mezzo utile, economico e pratico, come potrebbe ben definirsi la bicicletta, perde in Italia ogni sua qualifica primaria. Viaggiare in bicicletta, in Italia, viene visto quasi sempre come un'impresa, un’ardua impresa.
Di conseguenza, la cultura della bicicletta, piuttosto diffusa nel contesto europeo a tal punto da caratterizzare l'immagine di alcuni Paesi, risulta ben lontana dal caratterizzare l’immagine del Bel Paese. Ed è proprio sul concetto di cultura che vorrei focalizzare l’attenzione. Indipendentemente dalle strutture ciclistiche, dai mezzi a disposizione che l’uomo ha, è proprio di cultura che dobbiamo parlare. Che cosa distingue il nostro paese dalla maggior parte dei Paesi Europei? La risposta è molto semplice: in Italia manca la cultura della bicicletta. Il cittadino italiano, a differenza di un cittadino tedesco, olandese o via dicendo, ha ceduto il posto alla modernità, alla tecnologia, alla super velocità e alla comodità priva di fatica, e ha così etichettato la bicicletta, il più delle volte, come mezzo scomodo, poco pratico e facilmente rimpiazzabile. Non sono quindi le strutture ad allontanarci dalla bicicletta, ma la nostra cultura anticiclistica a farci allontanare le strutture e di conseguenza ad allontanarci dalla bicicletta. Così, mentre in Germania ci si prepara all’assai innovativa “autostrada per biciclette”, noi italiani, clacson alla mano, ci immergiamo nel traffico, nervosi ma soddisfatti delle nostre comode auto.
Barbara Morello

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