Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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29 giugno 2012

Fornero: “Il lavoro non è un diritto”. Trema la Costituzione


Non è una novità che il cosiddetto “sistema della casta” nostrano abbia più volte dimostrato notevole povertà espressiva e comunicativa, scarso interesse verso efficaci e puntuali strategie di interazione pubbliche e frequente propensione a “strafalcioni”, gaffes, errori e ridicolaggini morfologico-lessicali. I politici italiani hanno peraltro dato prova di saper assommare a cotante ristrettezze linguistiche un altrettanto curriculum di ignoranza sui temi di cultura generale; celebri sono state difatti le famigerate inchieste delle Iene di pochi anni fa: appollaiati dietro i cespugli di Montecitorio e Palazzo Madama, gli “incravattati” di Italia 1 infastidivano, muniti di quesiti di storia e geografia, deputati e senatori incapaci di rispondere correttamente. Nel 2012 la storia si sta clamorosamente ripetendo, peggio di prima.
Elsa Fornero, attuale reggente del dicastero del Lavoro e delle Politiche Sociali sotto l’egida del governo Monti, è una delle figure del cosiddetto “esecutivo tecnico” più criticate e meno sopportate dall’opinione pubblica. A parte le discutibili deliberazioni e scelte adottate durante il suo mandato, l’ atteggiamento accademico austero e intransigente, la precaria capacità nel comunicare efficacemente con un popolo che non ha eletto né lei né i suoi colleghi di Palazzo Chigi, nonché l’utilizzo di certe espressioni linguistiche (la celeberrima “paccata”) e comportamentali (le lacrime versate appena prima di annunciare agli italiani nuovi ed estenuanti sacrifici) poco affini al suo impegno socio-istituzionale hanno reso il ministro una personalità non proprio simpatica e piacevole agli occhi della cittadinanza ormai dedita a parodie, sberleffi e insulti che sarebbero persino in grado di superare per rabbia e intensità gli analoghi rivolti ai membri dell’ex governo Berlusconi.
Nonostante l’avversione del popolo, Elsa sembra voler superare se stessa: in un’ intervista al "Wall Street Journal", il ministro ha osato affermare che “il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”. Tralasciando la valanga reazionaria degli utenti Facebook e Twitter, da sempre in guerra contro la vacua dialettica ministeriale e parlamentare, di fronte a siffatte parole alcune domande sorgono spontanee: com’è possibile che l’occupante di un dicastero statale, docente presso l’Università di Torino, soggetto che dovrebbe masticare pane e giurisprudenza ogni giorno a colazione, pranzo e cena pronunci certe insinuazioni? Perché colei che ha in mano il destino (poco felice) di un paese sull’orlo della rivoluzione popolare non è a (perfetta) conoscenza del fulcro della “sacra” Costituzione italiana?
Articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; Articolo 4: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”.
Due disposizioni che reggono, a mo’ del mitologico Atlante, l’intero dettato costituzionale, giammai sottoponibili ad un eventuale processo di revisione del Testo fondamentale, frutto del faticoso e sudato lavoro dei Padri Costituenti succeduti a vent’anni di terrore, di cui a cinque di morte, devastazione, dominazione straniera, Auschwitz e Marzabotto.
Consultando le stime tutt’altro che incoraggianti dell’occupazione giovanile (under 30 perlopiù senza impiego e ancora accasati dai genitori, laureati con 110 e lode in fuga verso mete più soddisfacenti e meglio remunerabili) e alla questione esodati e disoccupati, le parole del ministro Fornero rappresentano un nuovo, doloroso schiaffo alla dignità di cittadino italiano, cittadino vessato dall’onnipresente e onnipotente clientelismo, dal predominio delle grandi poltrone, dagli sberleffi di chi ha trovato una lucrosa e dignitosa sistemazione in un’altra era e non si rende conto che i giochi sono cambiati, e non a suo sfavore. Sarà inutile, pertanto, modificare quel benedetto articolo 18 di cui la signora Elsa va tanto discorrendo: è l’intera Costituzione a procedere verso il baratro dell’inutilità e dell’anacronismo, non il singolo disposto.
Paolo Giorcelli

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