Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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30 giugno 2015

Buonanotte, signor Lenin





“Il desolante funerale del comunismo in un racconto lieve ma stordente”



La cronaca di un decadimento di portata mondiale spesso nasce per caso. E ancora più spesso nasce dalla narrazione di un evento più effimero, impalpabile, dal racconto di un viaggio, e solo in seguito la grande cronaca si plasma, giusto il tempo di comprendere il fermento di cosa stia effettivamente accadendo e di mostrarlo in tutta la propria importanza.
Ed è proprio così che un pilastro del giornalismo italiano come Tiziano Terzani è arrivato a raccontare, in una coinvolgente modalità da “diario di bordo”, uno degli eventi più significativi e desolanti degli ultimi quarant'anni: il pesante e scuro sipario che è calato sopra le ceneri del comunismo.
Una spedizione che doveva durare due settimane, silenziosa e tranquilla come le acque del fiume Amur, confine naturale tra “i due grandi comunismi”, la Cina da una sponda e la Russia dall'altra, che si è trasformata in un viaggio di due mesi attraverso la Siberia, l'Asia Centrale e il Caucaso, attraversando terre e incontrando popoli così “lontani” a noi occidentali, come il Kazakhstan, la Kirghisia, la Turkmenia, il Tagikistan, l'Uzbekistan, l'Armenia, sino ad arrivare al cuore pulsante del “buon vecchio” comunismo: Mosca. E lì, nella Krasnaya Ploshad, si è detto finalmente “addio” al Padre della Rivoluzione, Lenin.
Terzani ha vissuto il golpe, o meglio il putsch, che destituiva Gorbaciëv -anche se solo per una manciata di giorni- e il giornalista aveva già annusato, nell'aria, l'odore acre di una morte lenta e dolorosa, che come un veleno parte dal cuore e, più vasto è il corpo, più lentamente arriva in tutti i capillari. Una morte e uno sgretolamento che lasciano, al loro passaggio, aria tesa e popoli in fermento. Dai neonazionalismi delle Repubbliche Sovietiche, con i propri popoli privati dalla loro lingua, religione, alfabeto e cultura dal comunismo, che nel '91 vogliono riappropriarsi di ciò che era loro, sino alla vibrante e fremente azione dell'Islam che, come un liquido che si espande in un contenitore fattosi all'improvviso più largo, cerca di acquistare spazio e potenza in una terra smarrita e senza più punti di riferimento.
Terzani racconta così una Russia fuori dal tempo e dallo spazio, partendo proprio da quegli arti più lontani e poco irrorati dal flusso, sanguigno e potente, di informazioni sul contraddittorio e vertiginoso cambio di rotta della superpotenza sovietica: da un socialismo decadente, grigio e dedito al sacrificio sino al capitalismo sfrenato, a colpi di scarpe da ginnastica made in china e materie prime vendute al miglior offerente estero.
Era il 1991 e i primi pc portatili facevano capolino tra i professionisti, ed è impressionante fare un paragone con l'immensa potenzialità di comunicazione di oggi, a nemmeno trent'anni di distanza, mentre si legge dei vari telex, delle attese infinite ai centralini per una chiamata internazionale, del mestiere di giornalista che ha subito trasformazioni brusche e radicali in un tempo, a mio parere, troppo stretto, che non gli ha permesso di adattarsi a dovere, di risistemarsi nello spazio-tempo di oggi. Uno spazio-tempo che, infatti, Terzani deciderà poi di non indossare, di non rincorrere, perché troppo lontano dalla sua idea di giornalismo come racconto profondo e aderente ai fatti di realtà lontane e complesse, con il tentativo di scoprirle e ri-scoprirle, renderle più maneggevoli e comprensibili a chi avrebbe poi letto i suoi pezzi sul giornale, a casa o al bar, dall'altra parte del mondo.
 Il racconto di Terzani culla il lettore, in un viaggio a tappe, un perfetto esempio di quello che oggi chiameremmo “Slow Journalism”, in un volume che racchiude un corposo e denso reportage di tutta l'Unione Sovietica. L'autore, inoltre, ha quel modo di raccontare di chi è abituato alle “stamberie” dell'umanità, senza condannarle ma guardandole con la curiosità di un bambino, lo spirito critico di un uomo saggio e la leggerezza di chi nel mondo sa muoversi, senza turbare troppo gli equilibri se non strettamente necessario. È il classico “giornalismo di pace” di cui oggi si è nostalgici, ed è sempre più raro da trovare. Un giornalismo che si lascia andare a qualche critica, sì, ma sempre ponderata e supportata da dati e fatti oggettivi, una critica che sappia andare oltre al binomio noi/loro, buoni/cattivi, occidente/oriente, ma che sappia leggere bene tra le pieghe infinite dell'umanità per poterle spiegare al meglio.
Questo è ciò che più affascina e colpisce dell'autore e del libro: un'immagine nitida, chiara e senza filtri di una realtà, senza fronzoli né esagerazioni, oltre alla scrittura magistrale di Terzani.
Un libro come “Buonanotte, signor Lenin”, insegna la storia, sì, ma fa di più: insegna, con calma e dedizione, a comprenderla. E' sempre più facile, oggi, leggere qualche riga riguardo un avvenimento internazionale e avere subito il commento pronto, la critica facile, la presa di posizione netta. Tutto va così veloce che non esiste il tempo per fermarsi a riflettere ed effettivamente capire quali risvolti, sociali, politici e culturali, portino a determinati eventi, determinate reazioni. Non esiste il tempo e forse nemmeno la voglia. Leggere la storia, riassunta a colpi di tweet o di flash news in tempo reale, senza comprenderla, è quasi inutile e soprattutto incredibilmente pericoloso. La storia è uno dei cimeli più preziosi che giornalisti e scrittori (quando non oppressi totalmente dai vari regimi) ci hanno lasciato, per comprenderla e comprenderci. Eppure oggi è sempre più difficile non solo saperlo fare, ma anche provare a farlo.
In quest'ottica il viaggio dell'autore attraversa e prova a districare anche le radici profonde dell'Islam, proprio lì, nel cuore dell'Asia Centrale, in quelle terre dove le donne passano ancora davanti al Corano più antico del mondo per riuscire a essere fertili. Samarcanda, oltre ad essere un nome profondamente evocativo, è una delle culle di quell'islamismo asiatico che ha storia millenaria, e Terzani racconta la spinta espansionistica della cultura e della religione islamica nel momento in cui le salde braccia del comunismo hanno allentato la propria presa, in un momento di smarrimento totale: l'attimo giusto per proporsi come “rimpiazzo”. Nell'Asia Centrale la fine del regime sovietico non ha significato affatto l'inizio di un processo di democratizzazione, ma anzi l'islamizzazione della società. La riscoperta della religione va di pari passo con la riscoperta dell'identità nazionale, questa la tesi dell'autore, e si riferisce a tutta l'Asia Centrale che, lentamente, si sta risvegliando con un sentimento nazionale -e culturale- più forte. Ovunque, tutto si ricostruisce sulle ceneri, meste e deprimenti, di quello che una delle più potenti dittature del Novecento ha lasciato dietro di sé: statue di Lenin che vengono fatte sparire nella notte in ogni città, intere nazioni, che dipendevano totalmente dall'Unione Sovietica per la lavorazione delle materie prime, senza lampadine, sapone, benzina, una babele di popoli che si avviano verso l'uscita di un totalitarismo che ha regnato per ben settant'anni, con almeno un'intera generazione nata e cresciuta sotto il comunismo. Liberarsi di un'identità così ben radicata non sarà affatto facile.
Insomma, un vecchio e grinzoso impero che si sgretola le cui ceneri rischiano di rimanere schiacciate tra due superpotenze che già da tempo si guardano in cagnesco, agli “antipodi” del globo: il capitalismo da una parte e la deriva fondamentalista dell'Islam dall'altra.
Ancora oggi, a venticinque anni di distanza, la battaglia rimane più che aperta.
Alessandra Arpi


Tiziano Terzani
Buonanotta, Signor Lenin
 Longanesi, Milano, 1992 

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1 commento:

Anonimo ha detto...

Complimenti per questa recensione su Terzani. Il suo libro e' molto bello e ben scritto! Mahee Ferlini

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