Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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07 luglio 2018

Il giornalismo è un “fatto di amore”



Potrà sembrare inappropriato il modo in cui tratterò il tema del rapporto tra informazione, veridicità e affidabilità delle fonti. Vorrei farlo parlando di due figure della storia: Saffo e Henri Laborit.
Apparentemente distanti, sia nella professione che cronologicamente. Entrambe queste figure, nella loro vita, sono fuggite dalla realtà; chi per amore chi per analizzare in modo scientifico e biologico la realtà dell’amore. Entrambi, altresì, sono giunti alla considerazione che il loro amare, nonostante abbiano amato, era in realtà un’illusione destinata a rimanere pura immaginazione. Partendo dall’analisi di frammenti delle poesie di Saffo ed arrivando all’ Elogio della Fuga di Laborit, potremo dipanare questa intricata matassa e dimostrare come la libertà di informazione sia strettamente legata alla sincerità delle nostre affermazioni e certezze verso noi stessi e  verso l’atteggiamento di ricerca che operiamo, o per vederle convalidate o per metterle alla prova.
La prima qualità che accomuna le due figure è la conoscenza della società e dei suoi meccanismi gerarchici. Saffo nel suo mestiere di insegnante, arricchiva le parole e le materie con l’arte; non solo l’arte della musica ma anche l’arte di innamorare a se le ragazze della scuola- farle innamorare all’idea della scoperta, alla ricerca di se stesse e dell’essere donna. Era un’educazione aulica ma non per questo esente dalla componente fisica. La veridicità del rapporto passava dalla copresenza degli interlocutori e dalla messa in atto del desiderio di conoscenza. La fisicità si univa all’immaginazione e da lì ne scaturivano fatti; indipendentemente dalla sincerità motivazionale della parola “amore”. La gerarchia ‘passava’ attraverso la danza; erano tutte importanti le ragazze ma una di loro dominava sulle altre agli occhi della poetessa. Cos’è l’amore per la verità se non la ricerca e il dovere di approvazione sociale? l’amore del giornalista per il proprio mestiere, non ha con sé anche la volontà di essere ascoltato e ritenuto più credibile o, a seconda dei casi, più convincete di altri colleghi? Non a caso l’amore, sia nell’abbondanza che nella mancanza, porta con sé due prototipi di essere umano; colui che accetta la sottomissione perché non ha i giusti strumenti interni a sovvenire al carico di pressioni sociali e colui che rifiuta la sottomissione e che quindi, con un cuore più temprato o  meno sviluppato all’empatia, riesce a costruire un impero di odio o di sopraffazione.  Quindi, l’essere umano ha poi bisogno dell’amore? Probabilmente ha bisogno di illudersi di amare e di essere riconosciuto e apprezzato; è quando questo bisogno diventa eccessivo che si sviluppano realtà minacciose. Il possesso che nasce dall’illusione di detenere la verità e peggio ancora di detenere una persona come oggetto di benessere personale, dimenticando che quella persona non è un oggetto e che tantomeno si può pretendere di ridurre una persona ad un fatto descritto.
Ci hanno abituati a cercare la verità o a darcela preconfezionata attraverso religioni, che puntualmente si smentiscono agli occhi più attenti e meno taciturni. Se la verità è Dio, cristiano, buddista o islamico; se la verità è di Dio, perché vogliamo incarnare la verità? In realtà cerchiamo menzogne, quelle meno smascherabili da noi stessi e magari più accettate dalla moltitudine sociale.
Laborit  spiega in modo appassionato e commovente, come l’amore sia la ricerca dell’appagamento e della dominanza. Il biologo sostiene di essere d’accordo con chi pensa che appagamento sessuale e immaginazione amorosa siano due cose diverse e che non abbiamo nessuna ragione a priori di dipendere l’una dall’altra. Quindi non per forza il o la patner sessuale è la persona amata, nell’immaginario. Proviamo a tornare al concetto di realtà e verità. Se Dio è verità e realtà imperitura è altresì vero che non ci appartiene e che nulla ci da la certezza di essere, una volta morti, ripagati da questo buon uomo ‘anziano’ per aver rispettato la sua parola.
La vita è una rincorsa continua alla ricerca di se stessi e della propria verità; c’è una frase che spesso sentiamo ripetere “non si finisce mai di imparare”. Ecco, toglierei  “imparare” e aggiungerei “conoscersi”. L’azione, seppur passiva, di imparare presuppone l’educazione e quest’ultima  è sempre attinente alla sfera socioculturale di appetenza. L’educazione è la prima trappola inibitoria dell’essere umano. L’esperienza, quindi, può essere ripetuta se risulta dall’azione appagate, ovvero se viene considerata ed appresa come miglior via di fuga dalla realtà. Il giornalista diventa un artista nel momento in cui scrive; sia per lo stile personale che lo contraddistingue sia perché, attraverso la sua visione soggettiva, riesce a riportare i fatti nudi e crudi pur viziandoli in quell’accattivante non detto. Il fatto c’è ed è scritto nero su bianco ma l’intento non c’è, è  solo percettibile; in sostanza un buon giornalista è come un buon corteggiatore sa farsi apprezzare anche dai suoi rivali.
L’amore è il  nostro nemico maggiore ed è proprio colui che ricerchiamo; è stato viziato nei secoli, da educazioni forvianti; è stato decostruito e riproposto agli occhi di noi bambini, nel blu e nel rosa.
Siamo come delle bestie da allevare secondo il Luogo di nascita; siamo destinate a non uscire dal gregge se non per ribellione e quindi per emarginazione sociale verso la conquista di un nuovo territorio in cui esistere, scoprirsi, realizzarsi a modo proprio. Siamo in costante fuga ; troppo in fuga da noi stessi e troppo poco dal mondo. Ritrovare quel senso di conservazione della struttura biologica e delle sue pulsioni naturali che non rispondo  al genere sociale di appartenenza ma al genere biologico di quella data femmina e di quel dato maschio; che non per forza ameranno o ricercheranno attenzione da persone del genere opposto. Così i giornali infarciti di dichiarazioni dei politici sull’amore per la patria o sull’amore per il sociale e le cause civili. E’ una maschera meno scomoda e forse, in certi casi, utili al fine di migliore le situazioni sociali. L’amore è l’arte suprema del politico e la chiave di violino del giornalista; saper parlare con amore, con tono aulico e patriottico o con tono di vendetta e di distacco. La ricerca di vivere per una passione esterna che materializzi i desideri interni; amare l’ambiente per evitare di amare l’umanità oppure amare l’umanità attraverso l’ambiente. Esistere ma celarsi corteggiando il sé al proprio istinto. Tutto questo è amore, se non cura; cattiva agli occhi di alcuni, utile e giusta agli occhi di altri. E siccome Dio non è sceso dalle nuvole o per vecchiaia o per stanchezza; nessuna delle due fazioni ha il coltello dalla parte del manico, oserei dire che nessuna delle due ha il coltello. Siamo noi che scegliamo a quale storia uniformarci a quale credere ed a quale credere di non uniformarci. La consapevolezza dell’infelicità non è altro che una spinta propulsiva a cercare di fare meglio, ogni giorno, il proprio mestiere. Siamo tutti artisti e quelli più in vista, come i giornalisti, essendo questi ultimi più vicini al potere, dovrebbero ricercare l’amore del vero, ribellandosi tra le righe di un articolo, sapendo che quello che scrivono resterà imperituro su quel foglio e reperibile sulla rete; e quel foglio stesso, più della rete, se resterà attuale nei secoli - non per contenuto ma per validità espressiva - sarà l’opera più utile e veritiera che abbiano creato. Leggendo Saffo, indipendentemente dalle proprie preferenze sessuali  o di cuore -ed è questo che la poetessa ha cercato di trasmettere- si prova un senso di sicurezza, forse dato dalla frammentarietà; quello stare bene e sentirsi comprese da una donna vissuta centinaia di anni fa; quelle frasi mozze parlano di  quell’amore che è umano e che nella menzogna è veritiero ed è carne; in quella sofferenza empatica e consapevole potremo prendere il suo cuore e portarlo lontano dove nessuno ci conosce, dove il tempo non esiste, dove potremmo incontrarci senza età e ricordi, senza passato. Infondo  Laborit ha dichiarato di aver ricevuto più cose dai suoi simili attraverso i libri che attraverso le stette di mano in quanto nei libri esiste il prolungamento delle persone. Informare è un po’ come tornare dei Narciso, confidenti nelle proprie qualità, volti alla sopravvivenza, senza odio né violenza verbale; accettando che umanamente non siamo padroni nemmeno di noi stessi e che tutto è in divenire; l’unica cosa che resterà alla fine e potrà fare a meno del tempo e dello spazio, anche in uno scritto giornalistico è quell’espressione che ci ritrae come un pittore che distrattamente, sulla tela, ha dimenticato di incidere le sue iniziali.
 Federica Frasconi
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