Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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30 gennaio 2020

Evoluzione dell’analogico o rivoluzione del digitale?


La storia dell’evoluzione dell’uomo conserva ricordi di momenti storici di grande rilievo, come lotte di classe, guerre ed eventi che hanno segnato la cronaca mondiale. Oggi l’umanità è in una nuova fase di questo processo, ovvero quella del digitale.  In merito a questo contesto si può notare come l’individuo non riesca a fare a meno di porsi delle domande sulla questione, e per tale motivo viene definita come ossessione dello studioso.
I media, così come sono utilizzati ai giorni odierni, non sono nati da un netto passaggio da una fase all’altra della storia, ma da un processo di creazione lento in un alternarsi di progressi e regressi. Grazie alla linea temporale dei due autori del testo, Balbi e Magaudda, si ha una chiara visione di quale sia stata la storia di tutti i media digitali che ora appartengono all’intera popolazione mondiale. Inoltre, è interessante sapere come nascono quelli che oggi sono considerati non più solo degli aiutanti ma elementi indispensabili entrati nelle vite quotidiane di molte persone.
Questo volume, attraverso dei macro-excursus divisi per argomento, disegna una linea del tempo dei mezzi più utilizzati, presentando le menti più brillanti della storia come Joseph – Marie Jacquard, Bill Gates, Steve Jobs e Steve Wozniak, che sono a capo di quelle società che di volta in volta hanno idealizzato il processo di comunicazione degli ultimi anni.
Tra le righe di questo testo c’è una delle domande più frequenti e rilevanti che l’uomo si sia mai posto e che ancora manca di risposta: “Quella dell’epoca digitale è da considerare come una rivoluzione o una semplice continuità dell’era analogica?”.
Non è semplice rispondere ad un quesito di questo tipo, soprattutto, perché questo periodo di passaggio non è ancora terminato, basti pensare alle continue evoluzioni di sistemi tecnologici che sono sul mercato ogni anno, oppure alle questioni irrisolte di alcuni paesi. La Cina, ad esempio, rifiuta un passaggio della radiofonia da analogica a completamente digitale, mentre, altre nazioni utilizzano ancora molti canali televisivi analogici. Guardando indietro alla nascita dei tre pilastri dei media moderni, ovvero, alla storia del computer, di internet e della telefonia mobile, è possibile notare come non si possa parlare di una vera e propria rivoluzione. Il motivo è legato all’aspetto decisionale politico ed economico delle aziende nello scegliere non sempre la strada verso il successo, ma quella della conservazione, come il caso dell’Ibm. Un altro esempio è il ritorno di vecchie apparecchiature come il disco in vinile, il quale procede di pari passo con la musica on-line, senza mai scomparire del tutto. Tutti questi elementi allontanano l’idea della digitalizzazione come un processo che rappresenta un punto di svolta nella storia.
Ciononostante, anche se non è chiaro il risultato finale, molti studiosi e scienziati hanno dedicato – e dedicano – la loro vita, nel creare dei veri e propri contributi storici, si sono lanciati in dei salti nel vuoto.
Inoltre, riflettendo in maniera oggettiva, queste tecnologie dell’attuale millennio, probabilmente, non sarebbero potute nascere in tempi molto più brevi rispetto a quelli che sono stati in realtà. Questo perché pur subendo dei rallentamenti, i processi verso il digitale iniziati all’incirca dai primi decenni del Novecento, hanno avuto una grande svolta in meno di mezzo secolo per molti media, come il caso del telefono cellulare.
Pertanto, non si può parlare di una vera rivoluzione ma nemmeno di una semplice conseguenza dell’analogico.  Non è sufficiente ritrarre in un generico passo in avanti, ciò che è accaduto alla comunicazione in questi anni, ed è riduttivo, infatti, parlare di eventi a catena. Le innovazioni apportate, hanno creato un nuovo mondo e una popolazione diversa: partendo dalla nascita nel 1945 del primo computer Eniac, alla proposta di Apple di un apparecchio da utilizzare in casa, fino alla decisione della Microsoft di far valere i propri diritti di Software – importanti tanto quanto la componente Hardware –, sono parti di un processo che intende comunicare un cambiamento non soltanto nel percorso storico, ma nella mentalità umana.
Non è di certo la prima volta che l’uomo pensa in grande per cercare di raggiungere qualcosa che a prima vista sembra irraggiungibile. Difatti, basti notare che i primi strumenti digitali, ovvero, il computer e internet sono entrambi nati come strumenti prevalentemente militari: una delle maggiori fonti d’investimento per un Paese è la sicurezza della propria terra e del posto che esso presiede all’interno del sistema globale. Pertanto, è “naturale” che molti studiosi si siano spinti ad un immaginario dove vi fossero delle importanti tecnologie.
Tuttavia, qualcosa di rivoluzionario vi deve essere: gli autori, infatti, ritengono che i motivi per considerare quello del digitale, un percorso di rivoluzione, siano vari. A partire dal concetto di impatto globale, a quello di prosumer, parola coniata da A. Toffler nel 1980 per esprimere la nuova visione di informazione. Essa coinvolge attivamente i consumatori che, pertanto, iniziano anche ad essere fonte di messaggi e non solo ricettori. Inoltre, è possibile andare anche oltre la realtà odierna e immaginare una “grande utopia della convergenza”. Quest'ultima, inclusa nella macchina Überbox, racchiuderebbe insieme tutti gli strumenti sul mercato (Ipad, Ipod, mp3, computer e smartphone).
Pertanto, alla domanda posta in precedenza, ovvero, se il digitale sia una rivoluzione o un’evoluzione del digitale, la risposta potrebbe essere trovata attraverso due esempi: il primo riguarda Jacquard che nel 1801 decise di modificare la struttura del telaio, introducendo delle componenti hardware e software per creare un telaio automatico. In proposito, questo tipo di tecnologia non era stata inventata da lui, tuttavia, fu in grado di trovare per questi prodotti un altro utilizzo in un settore completamente diverso.
Il secondo esempio, che probabilmente sarà più chiarificante, è quello che ha dato origine alla casa di produzione Apple. Steve Jobs e Steve Wozniak non crearono il personal computer, anzi, si basarono sulle macchine già create e collaudate da altri prima di loro, ma ebbero l’idea rivoluzionaria, di allargare il consumo di tale apparecchio, e di estenderlo a tutti i consumatori. Questi due uomini, considerati hacker, si resero conto che la macchina (il computer) che era usata da pochi e limitata alle necessità burocratiche e aziendali, poteva essere “alla portata di tutti”, e fu così che nacquero i primi computer.
Naturalmente, una strategia pubblicitaria e capacità di marketing favorirono l’azienda Apple, che per tale ragione oggi è uno dei leader del settore. Tuttavia, questa parte della storia vuole mandare un messaggio chiaro opposto a quello che Clayton Christensen definì “dilemma dell’innovatore”. Ciò che è rivoluzionario nei media digitali, non sono gli strumenti e lo sviluppo delle macchine ma è la “lampadina che si accende” nella mente di qualcuno e nella forza di chi crede in se stesso, perché, in fondo, una delle caratteristiche della parola rivoluzione è anche il coraggio.
Sara Esposito

G. Balbi – P. Magaudda,



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