Festeggiano
tutti coloro che propongono la rete come strumento con cui affrontare le complesse
questioni internazionali. Lo
spazio cibernetico assurge al rango di fonte d’informazione, a tutti gli
effetti, tanto che il Congresso appronta una sezione di ricerca adibita alla
diplomazia digitale per studiare come cambiano i rapporti tra Stati attraverso
l’uso dei social media.
L’inaugurazione
della prima ambasciata solo su web risale al 2011 e batte bandiera americana.
Le
motivazioni di questa scelta affondano le radici anche da un caso
internazionale che aveva visti coinvolti, nel 1979, un gruppo di studenti
rivoluzionari iraniani e l’ambasciata USA a Teheran.
Il
4 novembre 1979 inizia il calvario di una cinquantina di funzionari americani
presi in ostaggio per più di un anno suscitando lo scandalo e il successivo
raffreddamento dei rapporti bilaterali tra i due Paesi.
Un
altro caso significativo riguarda la visita del Presidente Obama in Indonesia e
le reazioni raccolte su Facebook dell’Ambasciata americana (dati dicembre
2011): 1500 messaggi di benvenuto, più di 500 partecipanti ai quiz sugli Stati
americani, 470.000 fan.
Così
Deruda, in Diplomazia digitale. La
politica estera e i social media, ci presenta uno degli esempi più riusciti
di social network come strumento di politica estera.
A
colpire non sono solo i dati quantitativa ma il feedback della popolazione,
soprattutto giovanile, su temi d’intrattenimento e/o culturali come sport,
musica, cultura e istruzione.
Altri
fattori hanno concorso a giocare un esito positivo, si parla anche del “fattore
Obama”, ma la centralità dell’aspetto comunicativo dei diplomatici, oltre che
il procedere di dinamiche comunicative e l’evoluzione dei processi decisionali,
si compenetrano certamente con gli elementi di partecipazione e condivisione
tipici del web 2.0 aumentando il gap positivo registrato in termini di
successo.
Il
caso indonesiano è emblematico ed è preso ad esempio tra quanti pensano che il
futuro sviluppo della diplomazia digitale vada nel senso della valorizzazione
delle idee che, partendo dal basso, diventano materiale su cui le istituzioni organizzative
elaborano nuove strategie d’interesse pubblico.
L’Huffington
Post, il media online più influente USA, sempre nel 2011 pubblica un articolo
in cui canta le gesta portentose del Web applicato alla geopolitica non tanto
da parte del Presidente Obama, portato al potere si dice dall’onda gigantesca
che ha creato grazie ai social network, ma da Hillary Clinton che si converte a
questo straordinario canale comunicativo per presentare e adempiere alle
iniziative dell’agenda del Dipartimento di Stato.
Deruda
sembra certo che l’attuale alleanza strategica tra il potere politico,
rappresentato da Washington, con la capitale di internet e dei social media
stanziata a San Francisco sia una solida base su cui poggia la diplomazia
digitale americana per ora indiscussa.
Quali
saranno i possibili scenari risulta difficile da prevedere anche perché gli
altri Paesi stanno rapidamente cercando di scalzare l’influenza mediatica
americana.
Così
vecchi e nuovi protagonisti dello scacchiere internazionale puntano risorse ed
energie sulla comunicazione online e sull’interscambio coi cittadini attraverso
la partecipazione virtuale.
L’opinione
pubblica internazionale viene coinvolta per interessi diversificati che vanno
dai consumi agli orientamenti bellici alla creazione di identità nazionali
propri e di altri Paesi.
Un
altro esempio di Deruda riguarda i differenti messaggi che la Corea del Nord e
del Sud propongono rispettivamente ai “cugini”. La
comunicazione della Corea del Nord è più diretta alle questioni politiche e militari
mentre quella del Sud punta sullo sviluppo sostenibile e culturale:
l’innovazione, l’economia, il turismo.
L’imperativo
riguarda tutti gli Stati presenti nell’arena della competizione: convincere il
vasto pubblico e non più solo la platea consolidata degli esperti che si
occupano di affari internazionali.
Al
momento l’avvento di internet nelle dinamiche comunicative, seppur innovativa e
del tutto strabiliante, sembra riguardare soprattutto l’aspetto informativo
della comunicazione dall’alto verso il basso ma in molti c’è la speranza che
possa trasformarsi e migrare dall’attuale concetto di “soft power” a quello
di “cyber-utopismo”.
La
differenza non sfugge ai più smaliziati e spesso cinici operatori
dell’informazione.
Infatti
se circola indistinta una qualche generica aspirazione alla diffusione globale
dei diritti umani molti vedono in essa una retorica, come l’autore stesso,
piuttosto che l’identificazione di una forma filosofica contemporanea.
Discorso
ben diverso dalla rete di rapporti tra gli Stati e l’opinione pubblica
internazionale coinvolti in scenari sempre più ampi che valicano i confini
nazionali dell’informazione.
Il
“soft power” rappresenta infatti un ecosistema in cui la nuova figura di
diplomatico si inserisce per monitorare l’opinione pubblica e diversificare i
messaggi secondo differenti pubblici di riferimento.
L’intento
non è la democrazia ma la logica del mercato globalizzato del consenso.
Liana Pisanu
Antonio Deruda
Diplomazia
digitale. La politica estera e i social media
Milano, Apogeo, 2012, 240 pp.
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