Spesso
si pensa che le caratteristiche del buon giornalismo siano meramente quelle
della chiarezza espressiva e della fruibilità del testo da parte di ogni tipo
di lettore. Troppo spesso, altresì,
passa in secondo piano l’importanza della scelta delle parole. Nel
momento in cui scegliamo determinate parole per descrivere un’azione o un
soggetto, non riportiamo semplicemente la realtà dei fatti ma creiamo realtà.
L’obbiettività del giornalista risiede anche nel chiedersi se quel determinato
termine, usato per descrivere una persona, è rispettoso della dignità di quest’ultima.
Negli ultimi anni è tornato centrale il tema del genere e di come quest’ultimo venga
attribuito, aprioristicamente, in base al nome proprio di persona; aprendo un
dibattito, soprattutto nei casi in cui si parla di persone transessuali o transgender.
Il
giornalista non è avulso dalla realtà sociale: il giornalista è un guardiano
della laicità e dei principi essenziali che sostengono la buona comunicazione e
la corretta informazione. Troppo spesso leggiamo articoli nei quali viene
indicata la sessualità di una persona nonostante sia irrilevante ai fini della
cronaca. La domanda da porsi è, non solo perché questo accada ma anche perché
nessuno- o meglio la stragrande maggioranza delle persone- si accorga e riconosca
questo abuso di potere. Un articolo
deve sì essere letto e reso appetibile al lettore, ma questa priorità non deve
scalfire l‘identità altrui. Il giornalista di oggi, ancor più rispetto al
giornalista di ieri, ha il dovere di essere il più possibile distaccato
emotivamente e idealmente dai fatti di cronaca di cui si occupa. Freddo come un
investigatore che vuole contribuire alla risoluzione di un caso; freddo ma non
per questo meno credibile. L’enfatizzazione di certi fatti, apparentemente
comuni, seppur tragici non deve spingere a rendere notizie quelle che non lo sono; notizie che non avrebbero la stessa
importanza e visibilità se non fossero state etichettate con un’ideologia omofoba
o xenofoba o misogina. D’altro canto, l’informazione giornalistica della carta stampata
come del web, tende a imitare il grande schermo, a renderci un continuum tra le
pagliette dello spettacolo e le pagliette immaginarie attribuite, dal sentire
comune, all’immagine del transessuale.
Senza
scomodare vecchi articoli de Il Borghese,
negli anni 50’, oggi, purtroppo, ci troviamo ancora a dover discutere dell’importanza
che hanno le testate giornalistiche nella lotta
alle discriminazioni. Creare un clima di opinione pubblica, senza
assecondare la maggioranza e senza ostentare le minoranze. Partendo dalla
conoscenza dei fatti e delle realtà: Se una persona è diventata donna o si
definisce tale dopo essere nata uomo, o viceversa, quella persona- che abbia
cambiato il sesso biologico o meno- non è un/una
transessuale ma una donna o un uomo. Le lotte femministe degli anni Settanta
dovrebbero riportarci alla memoria la grande fatica per attuare la laicità in
questo paese, se dicente laico. Dovremmo tornare a quello spirito fraterno non
religioso né fazioso, scandaloso ma non deplorevole; a quel clima in cui le
donne unite creavano la forza per cambiare la loro quotidiana e liberarsi da
quell’ Amica oppressiva e rendere più
vivibile la realtà alle donne di domani. Oggi la società è frammentata, le
femministe come altri gruppi per i diritti civili tendono a creare fronti di
opposizione e a non collaborare. Per questo il giornalista dovrebbe, per quanto possibile,
cercare di riavvicinare queste due realtà, farle comunicare, semplicemente mettendole
in uno stesso articolo- riuscendo così a farle convivere in una dimensione- chiamandole
in causa e facendole sentire parte della stessa missione. Può sembrare surreale
ma dal surreale che, sempre negli anni Settanta, abbiamo ottenuto il divorzio;
e che evento mediatico fu, quella campagna referendaria!
Dovremmo
tornare ad essere entusiasti, non di noi stessi e della nostra vetrina social; dovremmo
riempire le piazze, riunirci e non schierarci da una parte ma ascoltare tutte
le ragioni e rispettare tutte le sensibilità, perché queste ultime sono
esperienze di vita, pelle viva.
Di
recente, la presidente del Senato -prima donna in Italia a ricoprire questo
ruolo- Maria Alberti Casellati, ha chiesto ai giornalisti di non essere
chiamata “La Presidente” ma di usare nei suoi confronti, l’espressione, “Il Presidente”.
La rete si è schierata e i salotti televisivi, pur di rendere stuzzicante la scaletta quotidiana, ne hanno parlato e
straparlato. E’ una scelta ed è incredibile come una richiesta esplicita
sconvolga così tanto gli animi. E’ una scelta da rispettare, come da rispettare
è stata la scelta della ex presidente della Camera, Laura Boldrini, di essere chiamata
“La Presidente”. Non centra lo schieramento politico, perché a chiedere questo
non è il politico o la politica ma una persona, in questo caso una donna che ha
il diritto di chiedere il rispetto della sua identità; per meglio dire della
sua sensibilità culturale e personale.
Il giornalista non deve schierarsi con questa
o con l’altra fazione, deve – se vuole recuperare la sua credibilità sociale e
rendere vivo il giornalismo, distinguendolo dallo pseudo giornalismo- diventare difensore della laicità, amante
della critica e in primis curatore delle parole. Italo Calvino non a caso
sosteneva che le parole fanno più male delle pietre.
Federica Frasconi
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