Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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18 giugno 2017

In libreria

Vittorio Meloni
Il crepuscolo dei media
Informazione, tecnologia e mercato

Laterza, Roma-Bari, 2017, pp. 144.

Descrizione
Trasformazioni rapide e radicali stanno rivoluzionando il mondo dei media. Nuovi protagonisti digitali assumono la leadership dell’informazione, della comunicazione, della pubblicità, influenzando profondamente le nostre scelte in fatto di consumi, valori, consenso. In un breve saggio, documentato e lucido, le tendenze in atto nel mercato dei media, lo stato di salute dell’editoria, il prevedibile futuro dell’industria dell’informazione.
Link all'Indice
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14 giugno 2017

Cronache di guerra





Trentadue fotografie in bianco e nero aprono il libro di Giovanni Porzio. Raccontano di guerre, di uomini disperati, di donne che pregano, di feriti e di morti. Immagini crude che catturano pezzi di realtà così come il giornalista l’ha vista. Le foto colpiscono, ma anche il racconto, quasi come in un diario, il racconto prosegue incalzante, non risparmiando nulla. L’autore si ritrova a fare reportage nei conflitti che hanno segnato la storia dell’uomo. Somalia, Ruanda, Zaire, Kosovo, Palestina, Afghanistan, Iraq. Guerre sanguinose e lontane dalla “nostra” Europa e che spesso sono state dimenticate dal resto del mondo. È una denuncia ai paesi Occidentali, che quando non sono direttamente coinvolti in un conflitto, non intervengono repentinamente ma si curano di nascondere i propri interessi economici, stando ben attenti alla loro immagine nei confronti dell’opinione pubblica. Il comportamento delle nazioni si riflette in quello dell’informazione. I reporter vengono mandati solo dopo lo scoppio dei conflitti e quando arrivano sul posto, fanno il conteggi di morti, feriti e armi, per poi andarsene. Il giornalista è così sballottato da una zona di guerra all’altra, strumentalizzato dalle forze politiche. Porzio cerca di scoprire e di andare oltre la facciata e le informazioni povere che gli arrivano dalle fonti istituzionalizzate. La sua è anche una denuncia al lavoro del giornalista che lo vede impegnato a fare conteggi di vittime e carnefici, spostandosi da una guerra all’altra. Quando Porzio arriva in Ruanda le stragi sono già finite. I massacri a colpi di machete si possono raccontare solo con i cadaveri nascosti nel bosco o nelle fosse comuni. A volte si riesce a trovare qualche testimone e i loro racconti non fanno che confermare la crudeltà delle morti di quel popolo dimenticato dal resto del mondo. Anche se le nazioni occidentali si fanno promotrici dei diritti umani e tutelartici delle libertà di ogni persona nel mondo, nei casi come i genocidi e i conflitti nei Paesi africani e del Medioriente (ma anche per casi molto vicini come il Kosovo), la popolazione viene dimenticata facilmente, riducendo il tutto a scontri tribali, brutali e privi di senso.
In questo libro si parla del lavoro di reporter e delle difficoltà che si trovano ad affrontare una volta arrivati sul posto. Per trovare informazioni e scoop bisogna sapersi destreggiare tra pratiche burocratiche molto severe e segreti militari che non ammettono il trapelamento di alcun tipo di notizia. Vi sono rigide regole a cui il giornalista deve attenersi se non vuole incorrere a gravi conseguenze o esporsi ai rischi che un’area di guerra può avere. A Baghdad, Porzio e alcuni suoi colleghi, sono stati catturati dai soldati di Saddam mentre tentavano di andare sul confine per raccogliere notizie di prima mano. Furono rilasciati tutti, ma i giorni di prigionia misero a dura prova il loro spirito di adattamento.
Con l’innovazione tecnologica ci sono stati grandi cambiamenti nel mestiere del reporter. Grazie al telefono satellitare, inaugurato dalla Cnn durante la guerra del Golfo, le informazioni possono essere inviate alla redazione in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. La guerra quindi si è trasformata in un evento in diretta sulle televisioni di tutto il mondo. Chi controlla le notizie provenienti dai conflitti “lontani” ha una grande responsabilità nei confronti dell’opinione pubblica.
La propaganda per fini politici e militari è da sempre stata usata, fin dai tempi di Carlo Magno e Giulio Cesare e ora con internet e smartphone alla portata di tutti, la gestione delle informazioni è diventata una questione delicata. Ognuno è sommerso da informazioni provenienti da tutto il mondo e la verifica delle fonti non è sempre accurata come dovrebbe essere. Spesso sono gli stessi governi che attuano un rigido controllo sulle informazioni che riguardano la guerra. Le fonti limitate e sempre più istituzionalizzate portano a notizie povere di contenuto e spessore, lasciando a chi detiene il potere il pieno utilizzo delle informazioni per controllare l’opinione pubblica. E per il reporter cercare di fornire un quadro più completo e approfondito del conflitto diventa un lavoro molto difficile. Porzio ci mette di fronte alla censura e alla controinformazione che gli stessi stati attuano sulle proprie testate. Un aspetto che tendiamo a dimenticare. In Italia, prima della guerra del Golfo, la Rai aveva proibito la messa in onda dell’intervista di Saddam ottenuta da Bruno Vespa.
Tra interessi economici, politici, operazioni militari, attacchi dei nemici e rapimenti, il reporter deve riuscire a raccogliere informazione per farne notizie da inviare alla redazione. Deve rispettare le rigide regole dello stato in cui si trova, altrimenti c’è l’espulsione.
Ad ogni capitolo si è proiettati in un nuovo paese, un nuovo conflitto senza preavviso e con un ritmo incalzante. Porzio ti catapulta in realtà passate, ti descrive ciò che ha vissuto, attraverso i suoi occhi e la sua mente. Non vengono risparmiate immagini crude o pensieri scomodi. Come un diario ci si addentra nel raccontare ciò che si è visto nei telegiornali, retroscena celati, testimonianze di uomini e donne che hanno visto la guerra e le sue atrocità, ma anche di attentatori suicidi e della loro storia ricostruita a ritroso.
Porzio ci lascia con un’immagine di un mondo indifferente. Ancora oggi ci sono conflitti, genocidi da 200.000 morti e centinaia di migliaia di rifugiati di cui nessuno parla. Guerre snobbate dai media perché non rientrano negli interessi economici e strategici dell’Occidente. Scontri etichettati come “lotte tribali” o “colpi di stato falliti” senza indagare su ciò che è accaduto davvero, sulle cause o sulle soluzioni. Un giornalismo questo, rivolto alla guerra, senza considerare la pace ma che insegue gli interessi di chi detiene il potere e le risorse economiche.
Alice Mangolini





Giovanni Porzio
Cronache dalle terre di nessuno. Sedici anni da inviato sulla linea del fuoco. Guerre, informazione, propaganda
Milanostampa, Milano, 2007.
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10 giugno 2017

Rober Fisk, il tafano inglese

Robert Fisk è uno dei più autorevoli giornalisti in tema di Medioriente. Vive a Beirut, conosce perfettamente l'arabo e la società mussulmana, ma soprattutto ha passato gli ultimi trent'anni sui principali fronti dell'Asia Minore – prima per il Times e poi per l'Indipendent – ed è stato l'unico giornalista occidentale a intervistare Osama Bin Laden, per ben tre volte.
Nelle sue Cronache mediorientali l'autore regala uno spaccato obiettivo e completo della storia di questa regione negli ultimi cento anni almeno. Una storia nella quale l'Occidente ha avuto un peso consistente e dalla quale ne esce con un ritratto tutt'altro che lusinghiero. Egli, pugnace e approfittatore, pare una sorta di amante per il Medioriente, spirituale e orgogliosa: le promette più volte libertà e democrazia, ma sono vane speranze. Sì, perché lui ha ben altri fini, più materiali. Caso emblematico è la prima guerra del Golfo quando l'immensa coalizione occidentale andò in Iraq nel 1990 per difendere l'indipendenza del Kuwait e liberare il popolo iracheno dal suo dittatore. Peccato che non si era mai mosso un dito per il problema palestinese, risolto sulla carta già dal 1967 dalla risoluzione 242 dell'Onu, e che aveva privato centinaia di famiglie arabe della loro casa, del loro paese, della loro storia a vantaggio del sogno sionista. In realtà il vero obiettivo non era la tutela del diritto internazionale, ma quello di mantenere immutato il valore monetario del petrolio. E qual è stato il frutto di questo di questa campagna per il Bene e per la Pace? Ottocento tonnellate di esplosivo (più di quelle usate nella seconda guerra mondiale) utilizzate sulle città irachene, senza discriminazione tra obiettivi militari e civili. La distruzione delle infrastrutture del paese e quindi la sua messa in ginocchio. Ma la cosa peggiore è forse il mezzo milione di bambini morti di cancro negli anni seguenti per via dei bossoli e i brandelli di bombe occidentali all'uranio impoverito, con i quali hanno giocato attratti dalla loro lucentezza. Bambini che non hanno potuto neppure godere di una cura adeguata per via delle sanzioni e l'embargo dei farmaci varati dall'Onu su richiesta degli Stati Uniti.

Ma questa è solo una delle decine di cicatrici ancora sanguinanti che tingono qua e là il Medioriente. Fatti passati completamente in sordina o chiamati al massimo semplici fatalità, “effetti collaterali”, come fossero cataclismi naturali che non si potevano evitare. E Fisk è ben conscio del fatto che ancora fanno male all'Umma (la comunità mussulmana), che dovevano avere ineluttabili conseguenze drammatiche nei nostri paesi. Il motivo è presto detto: ci siamo fatti odiare.

Il merito più grande dell'autore è forse quello di dire ai suoi lettori: “Aprite gli occhi! Non esistono nella realtà i buoni e i cattivi, come nelle favole”. Quando andiamo a fare la guerra per armi di distruzione di massa inesistenti, uccidendo migliaia di civili che non hanno una colpa al mondo, non siamo “buoni”. Quando ce ne infischiamo delle ruspe israeliane da noi finanziate che radono al suolo le case palestinesi, con all'interno bambini e paraplegici, non siamo “buoni”. Quando lasciamo che il dittatore di turno violi per decenni ogni minimo diritto umano nelle camere di tortura perché ci fa comodo, non siamo “buoni”. Anche i terroristi – termine fra l'altro capzioso, che tronca fin dal principio qualsiasi forma di dialogo ed esame critico perché tocca nel corde della paura – sono persone come tutti noi e non, come spesso sono dipinti, “bestie” composte di pura malvagità viscerale, semplicemente “cattivi”. Se fanno qualcosa, soprattutto un gesto estremo come quelli che ormai siamo abituati a vedere, esiste un motivo alla base, per quanto sia inaccettabile il risultato, un motivo che noi gli abbiamo servito su un piatto d'argento. Allora la regola aurea secondo Fisk, quella che ci permette di vedere al di là della coltre illusoria che governi e media ci ondeggiano davanti agli occhi tutti i giorni, è chiedersi perché. Solo così ci si può liberare dallo spauracchio del terrore che non ci fa pensare razionalmente. Ma questo ovviamente non lo possiamo fare. A ogni nuovo attentato si spendono ore di trasmissione e fiumi d'inchiostro per parlare di tanti elementi marginali, girando torno torno al “perché” senza mai arrivarci. Farlo significherebbe chiedersi come mai le nostre linde bandiere sono imbrattate da così tante macchie di sangue innocente, bisognerebbe vedere in faccia la realtà, cioè che noi abbiamo fatto di peggio.

Il lavoro che svolge Fisk è certosino. Non espone semplicemente i fatti nudi e crudi, ma li basa su prove. Porta al banco della giuria articoli, documenti, interviste, estratti di dibattiti politici, rapporti della Croce Rossa Internazionale o dell'Unicef. Una enorme massa di materiale che non lascia spazio a personali giudizi. Basta farle parlare perché dicano la verità. Il libro quindi è pesante (anche moralmente), ma pure addolcito dalla penna di Fisk. Alleggerisce la cronaca quasi romanzandola. Conduce per mano il lettore, come Virgilio fa con Dante, fra i soldati iraniani gassati da quelli iracheni nella prima (quella vera) guerra del Golfo, oppure sulla uterina carlinga dell'Apache statunitense dalla quale la guerra pare un campo del Risiko e ci si sente un dio, per poi passare dalle stelle alle stalle, cioè a terra direttamente sotto il fuoco “nemico”, dove davanti alla paura della morte niente funziona più come prima e tutto perde di senso.
Appare quindi scontata, se non addirittura un dovere morale, la lettura di questa opera, nonostante la fatica e il dolore e la vergogna che attanagliano il lettore di pagina in pagina. Questo per lo meno se si vuole riuscire a collocare le singole notizie con cui i notiziari ci bombardano nel loro reale contesto. Per giudicarle in modo obiettivo e non di pancia. Senza conoscere i passi che hanno portato a quel punto nella strada della Storia, non si può che dare giudizi scorretti e persino razzisti perché non li si può capire nella loro essenza. Se non sappiamo, le nostre parole si possono facilmente tramutare in ferri che sciolgo le carni di nuovo, corde che stringono i colli di nuovo, bombe che dilaniano i corpi di nuovo, gettando fango sugli innocenti.
Matteo Blasigh


Robert Fisk
Cronache mediorientali. Il grande inviato di guerra inglese
racconta cent'anni di invasioni, tragedie e tradimenti
Il Saggiatore, Milano, 2006, 1180 pp.
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09 giugno 2017

Inno alla cultura sportiva




Roma 1881. La creazione della Rivista degli sports nazionali sdogana e rende di uso comune la parola “sport”.
Sempre a Roma, centotrentacinque anni dopo, la disciplina e la stampa sportiva sono celebrate con la pubblicazione del libro di Mario Arceri Giornalismo e Comunicazione dello Sport.
In quest’opera, l’autore, giornalista che ha assistito a sette Olimpiadi, cinque Mondiali, diciannove Europei e quasi tutte le finali delle Coppe Europee, traccia la storia dell’attività atletica, ponendo particolare attenzione al suo valore sociale e alla sua influenza sulla carta stampata.
Come i poeti classici, cantori delle gesta degli atleti di Olimpia e creatori di miti, il cronista sportivo d’oggi narra imprese sportive e dà vita a nuovi eroi.
Proprio nel mito del campione, figura da imitare per requisiti tecnici, atletici e (a volte) anche morali, Arceri individua uno degli ideali positivi che lo sport genera. Non solo. Il merito più grande da attribuire alla pratica sportiva è, senz’altro, la sua capacità di favorire la coesione sociale. Lo scrittore ne scorge un esempio pratico nelle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi Olimpici, dove gli atleti di tutto il mondo si riuniscono in una sola folla, infrangendo barriere ideologiche, religiose, politiche.
Dalla specificazione dei valori dello sport come elementi positivi per la comunicazione, il giornalista passa poi alla narrazione della storia della stampa sportiva italiana e dei suoi tre quotidiani: La Gazzetta dello Sport, Il Corriere Dello Sport – Stadio e Tuttosport.
Testate che, con il loro lessico immediato, hanno influenzato il linguaggio comune.
Grazie al contributo di Mario Arceri, lo sport, spesso considerato un settore superficiale, acquista dignità e valore. La sua opera, un manuale da 386 pagine, diviene un inno alla cultura sportiva, intesa come approfondimento storico, sociale e geopolitico. Una conoscenza approfondita che merita di essere coltivata continuamente, specie per chi la storia dello sport desidera raccontarla, ponendosi come mediatore nei confronti del lettore.
“Il giornalismo non può prescindere dalla cultura - scrive Arceri, precisando che - non è solo la conoscenza e il rispetto della grammatica e della sintassi nei pezzi o negli interventi in voce, ma studio e approfondimento di quanto si è chiamati a raccontare”.
Il suo libro diventa così un inno alla cultura, non solo sportiva.
Passando dal particolare al generale, il giornalismo è profondamente indagato nella sua interezza.Con grande meticolosità viene analizzata la continua metamorfosi del giornalismo e del modo di fare informazione causata dalla multimedialità, in perenne sviluppo.
Con la scrittura scorrevole del cronista, Mario Arceri ci guida nell’esplorazione del suo libro, come in un viaggio, le cui tappe sono: giornalismo, sport, comunicazione, media e marketing.
L’appendice ci offre degli esempi pratici di scrittura e di impaginazione e specifica le funzioni dell’ufficio stampa. L’ultima “fermata”, di impronta giuridica, propone il Testo Unico dei Doveri del Giornalista, il Codice Media e Sport e il Decalogo del Giornalismo Sportivo.
Terminato questo viaggio percorso su pagine, il lettore si sentirà arricchito e desideroso di proseguire l’acculturamento personale. Una volontà fondamentale e necessaria per diventare giornalisti competenti e appassionati.

Chiara Gianni

 

 
Mario Arceri
Giornalismo e Comunicazione dello Sport
UniversItalia, Roma 2016, 386 pp.
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01 giugno 2017

In libreria

Disinformazione e manipolazione delle percezioni. 
Una nuova minaccia al sistema-paese
a cura di L. S. Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.

Descrizione
Questo volume approfondisce il fenomeno della disinformazione come arma di lotta politica, militare e/o economica adoperata da Stati e attori nonstatuali, dedicando particolare attenzione all’uso delle nuove tecnologie informatiche e dei nuovi media nelle azioni disinformative. Nell’era del cyber-power, infatti, aumenta la vulnerabilità di governi, aziende, gruppi sociali e individui nei confronti della disinformazione: un’arma adoperata da Stati e attori non-statuali, spesso in maniera occulta, per raggiungere i propri scopi influenzando e sfruttando uno o più settori della società. La disinformazione mira a creare nel bersaglio una percezione falsa o distorta della realtà allo scopo di indurlo a prendere determinate decisioni che favoriscano gli interessi del “disinformatore”. Essa può anche essere finalizzata a indebolire le capacità cognitive e decisionali del bersaglio diffondendo notizie che generano in esso confusione e incertezza. Oggi la disinformazione non è più un’arma in esclusiva dotazione degli Stati e dei loro servizi d’intelligence: essa è ormai uno strumento alla portata di attori non-statuali sia leciti (partiti politici, aziende e società finanziarie, gruppi di interesse, organizzazioni non-governative) che illeciti (gruppi terroristici ed eversivi, organizzazioni criminali, “poteri occulti”, sette religiose estremiste). Questo è il primo libro pubblicato nel nostro Paese che analizza la disinformazione come minaccia alla sicurezza e alla competitività del sistema-Italia. Esso nasce dal convegno “Disinformazione e manipolazione delle percezioni: una nuova minaccia al sistema-Paese”, promosso nel 2015 dalla Link Campus University e dall’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici. Il volume contiene, inoltre, un contributo del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza (DIS) della Presidenza del Consiglio.

 
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31 maggio 2017

In libreria


Fabio Martini
La fabbrica delle verità.
L'Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Marsilio, Venezia, 2017 pp. 208.
Descrizione
Da sempre per la politica sfruttare i media a proprio vantaggio è una tentazione irresistibile. Se Mussolini è stato tra i primi a ricercare il consenso attuando una persuasione sistematica, a seguirne le orme sono stati in molti. Fabio Martini ricostruisce in questo libro la storia della propaganda mirata a conquistare l’immaginario degli italiani e diffusa attraverso i film, i cinegiornali, la televisione, la pubblicità, il web. Nel farlo, mette in luce metodi ed espedienti delle diverse epoche. Il fascismo non si è accontentato di spegnere la libertà, ma, inviando le «veline» ai giornali, ha accreditato un’immagine pacificata dell’Italia, in cui, scomparsi i fatti di sangue, le porte di casa potevano restare aperte. I notabili della Democrazia cristiana, censurando film e narcotizzando la programmazione della prima Rai, hanno soffocato racconti della realtà «troppo realistici» e quindi scomodi. Nella Seconda Repubblica i politici hanno invaso la tv come in nessun altro paese europeo, ma la proliferazione dei talk show ha finito col produrre nei cittadini una sorta di rigetto nei confronti della politica. Infine, il Movimento Cinque Stelle ha intuito prima di altri la pervasività della Rete e, cavalcando sui social rabbia e pregiudizi, ha raggiunto una platea molto più ampia dei partiti tradizionali. Una trama, quella che emerge dal racconto di Martini, fitta di segreti, perché la propaganda più efficace agisce in modo occulto e parla all’inconscio.
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30 maggio 2017

In libreria

Sayed Kashua
Ultimi dispacci di vita palestinese in Israele
Neri Pozza, Milano, 2017, pp. 320.

Descrizione
Qualche tempo fa Ha’aretz, il quotidiano progressista israeliano, ha affidato una rubrica a Sayed Kashua, l’autore di Due in uno e di Arabi danzanti, lasciandogli piena libertà nella scelta dei temi trattati. Grazie a un irresistibile connubio tra gli aspetti più intimi e personali della vita dell’autore e la situazione storica e politica di Israele, la rubrica è diventata in breve un appuntamento imperdibile per i lettori di Ha’aretz. Kashua ne ha raccolto in volume gli scritti più significativi, creando una delle sue opere piú riuscite. Il libro è la fotografia tenera, caotica e personalissima della vita di uno scrittore eccentrico: un palestinese nato e cresciuto in Israele, un arabo che scrive in ebraico, un Charles Bukowsky in versione mediorientale, che non esita, in pagine di incontenibile umorismo, a svelare i segreti della sua stessa esistenza privata, innanzi tutto l’intenso e agitato rapporto con una moglie che lo ritiene un bugiardo incallito inguaribilmente attaccato alla bottiglia. È ad un tempo anche il ritratto dolente di un paese in cui è arduo attenersi alla tolleranza e al rispetto degli altri in anni in cui un conflitto sanguinoso, che pare non poter avere mai fine, trascina inevitabilmente con sé la minacciosa ombra del razzismo. Esilaranti, dotati di una profondità di pensiero non comune, i dispacci passano al setaccio dell’ironia e dell’irriverenza qualsiasi costume o atteggiamento che pretenda di tagliare i ponti con l’Altro, fossero anche i costumi e gli atteggiamenti della propria parte, la società araba confinata nello Stato d’Israele. L’intento, tuttavia, che anima la loro ironia e irriverenza è narrare una storia collettiva a cui palestinesi e israeliani possano guardare assieme e nella quale entrambi i popoli possano coesistere. Un intento che si esprime meravigliosamente nella lingua che li alimenta, ma non nella drammatica realtà politica di Israele che, dopo la feroce uccisione di un ragazzo palestinese, e dopo l’approvazione della legge che definisce Israele «Stato della Nazione ebraica», ha spinto Kashua a mettere in salvo la propria famiglia negli Stati Uniti, lontano «dall’odore del sangue e della polvere da sparo».


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29 maggio 2017

In libreria



Domenico Quirico
Ombre dal fondo
Neri Pozza, Milano, 2017, pp. 160 (con un film di Paola Piacenza*)
Descrizione
«Il giornalismo è diventato, tragico paradosso, il contrario di quello che vorrei: serve a distogliere il vostro sguardo». Cosí scrive, nelle pagine di questo libro, Domenico Quirico. Confessione intima, condotta attraverso una scrittura impeccabile e le emozionanti immagini del film di Paola Piacenza che accompagna il testo, e da cui è scaturita questa pubblicazione, Ombre dal fondo è la storia di un reporter che ci invita costantemente a non distogliere lo sguardo. Dal fronte russo-ucraino ai luoghi della sua prigionia in Siria, «dove tutto è cominciato e tutto è finito », Quirico ci conduce nel cuore di tenebra della nostra epoca, dove impera, ineliminabile, smisurato, l’orrore della guerra. Un orrore che, attraverso le sue numerose apparizioni e figure, non lascia integro chi lo narra, poiché si insinua come una crepa in chi ha visto in faccia il Male. Tuttavia, è proprio questa crepa che permette di scrivere con autenticità, e di ricondurre il giornalismo a quella che dovrebbe sempre essere la sua piú profonda natura: la narrazione quotidiana della «condizione umana».
*Paola Piacenza: Reporter e filmmaker, nello staff del settimanale del Corriere della Sera, Io donna, scrive di cinema, cultura ed esteri. È autrice di documentari che hanno esplorato il tema della frontiera, The Land of Jerry Cans (2009), girato al confine tra Iran e Iraq, In nessuna lingua del mondo (2011), tra Baltico e Balcani e In uno stato libero (2012) nel sud della Tunisia, lungo la frontiera libica. Collabora con RaiRadio3, alla trasmissione Piazza Verdi.
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26 maggio 2017

In libreria

Paolo Pagliaro
Punto. Fermiamo il declino dell'informazione
Il Mulino, Bologna, 2017, pp. 128.
Descrizione
L’epidemia che ha investito l’intero sistema dei media sembra inarrestabile, ma invece può essere arginata e persino sconfitta. Colonizzato dai social network, il terreno dell’informazione è minato da «post-verità». Contano più le emozioni che i fatti. Più le suggestioni che i pensieri. Più lo storytelling che le storie. Più la propaganda che le notizie. E dunque più le bugie che il racconto veritiero dei fatti. È un virus che infetta la rete, l’informazione, la politica - ridotta a comunicazione - e l’etica pubblica. Ma arginare e sconfiggere questa deriva si può. Paolo Pagliaro, giornalista, è stato redattore capo de «La Repubblica» e vicedirettore de «L’Espresso». Ha diretto «L’Adige» e altre testate quotidiane locali. Nel 1996 ha fondato l’agenzia giornalistica «9colonne», di cui è direttore. È coautore, dal 2008, con Lilli Gruber della trasmissione «Otto e mezzo» per la quale cura l’editoriale «Il punto di Paolo Pagliaro».
Indice del libro
Premessa / I. «Lo dice la rete» / II. Uno vale uno? Falso / III. Post-verità, non solo sul web / IV. Un gioco e una tragedia  / V. La manomissione delle parole / VI. «Il giornalista sei tu» / VII. Narciso al potere / VIII. L'economia dell'attenzione / IX. Un facile bersaglio / X. Bufale americane / XI. L'informazione come fiction / XII. Il rischio overdose / XIII. Che fare? / Nota bibliografica
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25 maggio 2017

In libreria

Sergio Splendore
Giornalismo ibrido.
Come cambia la cultura giornalistica italiana
Carocci, Roma, 2017, 144 pp.
Descrizione
Il cambiamento dell’ecologia dei media, cioè degli strumenti di comunicazione che tutti noi abbiamo a disposizione per produrre e ricevere informazioni, comporta la trasformazione non solo della tecnologia, ma anche dei processi e dei modi in cui le news sono raccolte, filtrate e distribuite, delle logiche professionali attraverso cui i giornalisti operano e delle retoriche che utilizzano per legittimare le loro scelte. La professione giornalistica muta a un ritmo che prima le era sconosciuto e l’identità professionale diventa più incerta. Il libro offre una visione articolata e complessa della professione giornalistica nell’Italia contemporanea, esplorando le conseguenze dell’aumento dei canali attraverso cui si distribuisce l’informazione, della possibilità di archiviare e gestire un flusso di dati sempre maggiore e del dialogo sempre aperto con i lettori. Fintanto
che le forme più innovative di produzione di informazione erano relegate ai margini, il modo di fare giornalismo risultava pressoché immutato. Nel momento in cui in Italia si è imposta una commistione tra pratiche innovative e tradizionali, sono cambiati anche il campo giornalistico e il peso delle sue principali determinanti: l’economia e la politica


Indice
Ringraziamenti
Introduzione
Sul giornalismo e i giornalisti, ovvero come si costruisce ciò che è importante sapere. Il giornalismo e le sue trasformazioni. Perché studiare i giornalisti. Il giornalismo e la costruzione della realtà. Il campo giornalistico e i suoi confini
1. Il cambiamento come normalità
La ricerca sul giornalismo che si trasforma / Il giornalismo digitale: dove sono i taccuini? / Le voci dei lettori / Il data turn: forme di giornalismo orientate ai numeri / Innovazione e confini del campo in Italia
2. Giornalismo italiano e ibridazione dei suoi confini
Le percezioni del cambiamento / Professione giornalistica e boundary-work / La centralità (e l’ambivalenza) di Google / Processo, tecnologia e prodotto: lì dove tutto cambia (e si normalizza) / Professionalità e notizia
3. Percezione del ruolo, ideologie e valori professionali
Oltre il modello normativo / Valori professionali, percezione del ruolo e stili di produzione / Lo spazio valoriale del giornalismo italiano / It was next (l’unicorno esiste) / L’ibridazione riflessiva come momento di transizione
4. Di che materia è fatto il mondo? Le fonti di notizia
Come (di)mostrare quello che accade / Chi ha diritto d’accesso ai media / L’uso delle fonti e la ricostruzione di una presunta realtà / La cornice delle fonti: istituzionali vs alternative / I fattori epistemici e la questione della post-verità
Conclusioni.
I confini ridefiniti della professione giornalistica italiana. Gli orientamenti professionali cambiano, le fonti restano. Ibridazione e cultura giornalistica italiana. Giornalismo e società
Appendice metodologica
Bibliografia
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24 maggio 2017

In libreria

Così va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, 2017, pp. 240.

Descrizione
Oltre cinquant’anni di giornalismo con un’attenzione particolare ai diritti dei più deboli e a chi si ribella alle ingiustizie. In Italia, negli Stati Uniti, in America latina, ovunque. Nel mondo della politica, della cultura, dello sport, della musica, della televisione, della carta stampata, del cinema… In questo libro-intervista Gianni Minà racconta alcuni dei passaggi più interessanti di questo percorso, da lui vissuti. E si succedono personaggi e situazioni che hanno segnato un’epoca: Fidel Castro e il subcomandante Marcos; Muhammad Ali, il più grande di tutti; Obama e Chávez; Chico Buarque de Hollanda e Vinicius de Moraes; le madri di Plaza de Mayo e papa Francesco; la “strategia della tensione”, le stragi irrisolte e i tanti misteri italiani, come l’eccidio in Africa di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i terremoti, i giornalisti veri, i giornalisti di regime e molto altro ancora.

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23 maggio 2017

Inviati di guerra tra Caporetto e Baghdad



In un primo momento viene automatico chiedersi cosa leghi Caporetto a Baghdad. Eppure, riflettendo con un po’ più di attenzione, si comincia a cogliere il significato di quanto lo scrittore, Lorenzo Cremonesi, tenti di spiegare attraverso questo titolo. L’autore lo dice sin dall’introduzione: “Tracciare legami con il passato aiuta a comprendere il presente”, in particolar modo se questo presente si riferisce alle guerre che stanno devastando il nostro mondo. In effetti, confrontarsi con i conflitti e le problematiche della Grande Guerra non può che aiutare a leggere gli eventi in maniera ben più chiara, soprattutto perché la maggior parte di queste problematiche sono le stesse che erano presenti nel secolo scorso: le rivoluzioni tecniche di combattimento del passato, ad esempio, si avvicinano notevolmente alle rivoluzioni delle tecniche di comunicazione contemporanee.
Il libro raccoglie 92 dei cento articoli pubblicati su Sette, il settimanale del Corriere della Sera, tra la primavera del 2014 e l’autunno del 2016; in tutti i contesti geografici in cui gli articoli sono stati scritti (da Sarajevo a Istanbul), Cremonesi spiega quanto sia stato facile cogliere dei nessi con il primo conflitto mondiale e quanto quest’ultimo abbia segnato profondamente la storia del Novecento: la Grande Guerra, infatti, ha da subito inciso in maniera decisiva sulle vicende del Medio Oriente. Qui sono racchiuse le vicende, le cronache e le riflessioni sugli eventi bellici avvenuti tra il 1914 e il 1918, nonché le visite ai vecchi campi di battaglia in Francia, Belgio, Germania, sulle Alpi: tutti luoghi in cui si percepisce ancora oggi la presenza di quel devastante conflitto; luoghi in cui sono presenti i cimiteri che, con le loro croci, testimoniano la quantità di caduti sotto le armi; luoghi in cui sono ancora visibili i segni di una guerra ormai conclusa da un secolo: uno di questi è proprio Caporetto, il cui nome rimanda a quell’episodio tragico e fin troppo doloroso per i militi italiani. Ricordando queste battaglie, vi sono rimandi continui al mondo arabo e a Israele, ai conflitti siriani, afghani, iracheni, libici e al Califfato in generale. Non c’è da stupirsi che Cremonesi sia tanto affascinato dal parallelismo tra storia e attualità: del resto, lui stesso ha seguito i conflitti mediorientali in diretta, a partire dagli anni Ottanta, proprio come corrispondente per il Corriere della sera. Mette in evidenza il fatto che, ancora oggi, siano fortemente rilevanti in Medio Oriente i confini tracciati in seguito alla Grande Guerra, durante le conferenze di pace di Parigi del 1919. Effettua anche un’altra considerazione, ben più profonda: oggi il nostro mondo è dominato dalla dimensione della guerra civile e della guerriglia. Certo, si tratta di dinamiche che erano già presenti all’epoca della Prima guerra mondiale, eppure allora queste azioni venivano effettuate da eserciti armati, mentre oggi gli artefici sono organizzazioni paramilitari o estremisti disposti a utilizzare le armi del terrorismo in tutta la loro crudeltà. C’è anche da sottolineare il fatto che, come racconta Carlo Emilio Gadda, gli austriaci trattavano con occhio di riguardo gli ufficiali italiani catturati, così come i membri della Croce Rossa avevano la possibilità di operare liberamente in tutto il territorio di guerra, ma oggi la situazione è del tutto differente: se un ufficiale della Croce Rossa riuscisse a raggiungere le regioni controllate dall’Isis, verrebbe senza dubbio decapitato. Insomma, ci troviamo di fronte a una regressione, alla brutalizzazione dello scontro fra gli uomini, a un vero e proprio ritorno al Medioevo con le decapitazioni, le torture, le invasioni, l’eterna e sempre più crudele sfida tra potenze islamiche e potenze cristiane, il disprezzo per le vittime, le donne ridotte a schiave sessuali, la violazione dei civili. Una reale disumanizzazione dell’umanità. 
Cremonesi tenta, attraverso il suo volume, di portare il lettore a effettuare una riflessione sulla guerra, sulle sue dinamiche e le sue conseguenze. E’ davvero importante conoscere la storia del Novecento, soprattutto la parte riguardante la Grande Guerra, con il suo causus belli (l’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia), gli episodi interni ad essa (la rivoluzione d’ottobre e l’entrata in guerra degli Stati Uniti) e le sue conseguenze (il crollo degli Imperi e la spartizione del Medio Oriente fra le potenze vincitrici). E’ importante perché aiuta a comprendere le ragioni, almeno in parte, dei conflitti odierni. D’altronde, nonostante il nostro desiderio di fuggire da questo scenario, ne siamo tutti inevitabilmente circondati, se non direttamente coinvolti.
Giulia Dodaro

Lorenzo Cremonesi
Da Caporetto a Baghdad
La Grande Guerra raccontata da un inviato nei conflitti di oggi
Rizzoli, Milano, 2017, pp. 307.

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22 maggio 2017

Quando Oriana Fallaci intervistava la Storia

Intervista con la Storia di Oriana Fallaci è una raccolta di 28 interviste (delle quali due rivolte al politico socialista portoghese Mario Solares), edite per la prima volta nel 1974 da Rizzoli; a partire dall’edizione del 1977, la stessa autrice scelse di integrare ciascuna intervista con una breve presentazione del personaggio preso in esame, il tutto correlato con alcuni accenni alla contestualizzazione storico-sociale entro cui essi si sono trovati a vivere e ad operare e con numerosi riferimenti alle loro caratteristiche di uomini e donne prima che di politici.
I destinatari delle domande della giornalista in questo frangente furono i principali “attori” della scena mondiale degli anni ‘60-‘70: le interviste loro rivolte non sono ordinate secondo una cronologia precisa, ma, piuttosto, sulla base di “nuclei tematici” (quali, ad esempio, la Guerra del Vietnam, la situazione del Medio Oriente e le tensioni politico-sociali vissute dai paesi dell’Europa meridionale a seguito della caduta dei regimi), all’interno dei quali i vari protagonisti sono presentati come strettamente interrelati tra loro.
E così, uno per uno, ella ci descrive 27 tra i più celebri e importanti individui che abbiano calcato la scena mondiale del XX secolo, dipingendo per ciascuno un quadro (umano prima ancora che politico) praticamente perfetto e presentandoli in tutte le loro sfaccettature psicologiche. In questo frangente, possiamo citare come particolarmente coinvolgenti le interviste rivolte, rispettivamente, a Henry Kissinger, segretario di stato degli Stati Uniti durante la presidenza di Nixon, famoso per la sua freddezza e per il suo acume (per i quali arrivò addirittura ad affermare che “L’intelligenza non serve per fare i capi di Stato. La dote che conta, nei capi di Stato, è la forza. Il coraggio, l’astuzia e la forza.” (p. 18 ), al temutissimo generale Giap, comandante dell’Esercito Popolare del Vietnam del Nord (“I bambini li spaventi sussurrando « Ora chiamo l’orco », gli Americani li spaventi sussurrando « Ora viene Giap ».”, p.81), all’ex-pediatra palestinese di confessione cristiano ortodossa George Habash, che, per odio o per disperazione, abbandonò la cura dei più deboli e dei più poveri per dedicarsi anima e corpo alla vendetta verso gli oppressori alla guida del FPLP (Fronte Popolare per la liberazione della Palestina), e al Ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita Ahmed Zaki Yamani, forse l’uomo più potente che abbia calcato la scena politica degli anni ‘60-‘70. Celeberrimi, poi, i colloqui con il glaciale direttore della CIA William Colby, calcolatore dall’animo freddo e dallo sguardo impenetrabile (“Lui rappresentava il potere, la piovra invisibile e onnipresente che tutto domina e strozza”, p.587), con l’arcivescovo cattolico brasiliano Helder Camara, oppostosi da sempre alla dittatura e, per questo, costretto a vivere in miseria e costantemente bersagliato da minacce e tentativi di aggressione, e con l’arcivescovo cipriota Makarios III, l’unico in Europa che tenesse insieme potere temporale (in quanto Presidente della Repubblica di Cipro) e religioso. E, infine, indimenticabile risulta l’incontro con Alexandros Panagulis (o Alekos), la cui intervista risulta eminente sia dal punto di vista umano che sotto l’aspetto giornalistico; politico, rivoluzionario e poeta greco, divenuto ben presto compagno di vita della stessa Fallaci, Alekos fu a lungo perseguitato, torturato e incarcerato a causa delle sue idee politiche, ma il suo animo alla fine gli permise di divenire in toto un vero e proprio simbolo (“Essere un uomo significa avere coraggio, avere dignità, significa credere nell’umanità: significa lottare, e vincere.”, p. 860 ).
Questo libro può dirsi davvero un’intervista con la Storia, poiché interpella buona parte di coloro che ne sono stati fautori a tutto tondo: perché, in fondo, la storia è fatta di uomini e, come ci insegnano i più grandi, “Homo faber fortunae suae” (citazione riconducibile a Niccolò Macchiavelli nel De Principatibus, Firenze, 1513). Ciascuna delle 27 brevi presentazioni, intense e ricchissime di pàthos, viene seguita, per l’appunto, dall’intervista al personaggio in questione, completa di domande e risposte da parte di entrambi gli interlocutori; in ciascuna parte dei vari “capitoli” inerenti queste eccellenze (sia in positivo che in negativo) del secolo scorso, lo stile dell’autrice risulta molto colloquiale, semplice e facilmente comprensibile, e questo anche grazie alla scelta di un lessico e di una terminologia quasi quotidiani, familiari. La naturalezza con cui vengono presentati fatti, avvenimenti e personaggi (di norma tanto idealizzati da sembrare quasi irraggiungibili) permette talvolta di leggere la storia in termini di quotidianità, di sentirla vicina, di avvertire l’impressione (reale, alla fin fine) di farne davvero parte: ed è proprio questo a cui puntava Oriana Fallaci, avvicinare gli eventi storici ad ogni loro singolo artifex particolare, a tutti quegli spettatori civili che, a modo loro e in maniera totale, hanno fatto la storia prima ancora di viverla.
La semplicità del racconto, la colloquialità con cui la Storia in quanto Historia viene presentata, allora, riescono a coinvolgere i lettori nel racconto, a renderli partecipi di un passato che non tornerà ma che, in parte, è ancora loro nei risultati di un futuro in perenne costruzione, tutto da vivere.
Guendalina Liberato

Oriana Fallaci 
Intervista con la Storia 
BUR, Milano, 2008 (Prima edizione, Rizzoli, 1974).

20 maggio 2017

Nascita e morte del giornalismo americano?


''La stessa categoria giornalismo non è più adeguata a descrivere la frammentazione dei formati e dei messaggi. La moltiplicazione di canali televesivi, la crescità di Internet, il successo della radio parlata, la proliferazione di prodotti paragiornalistici ci dovrebbero indurre a discutere di vari giornalismi, molti dei quali hanno una parentela assai vaga con quell'industria di raccolta organizzata dalle notizie di interesse generale che eravamo abituati a conoscere.''
Fabrizio Tonello, insegnante di Storia del giornalismo nell'Università di Padova, con questo libro vuole proporre un analisi storica e sociale su come questo mondo stia cambiando e per approfondire l'argomento prende gli Stati Uniti d'America come caso studio.
Nelle varie pagine il lettore sarà trasportato in un viaggio che comincia nel
1733 e finisce ai giorni nostri, affrontando i temi della libertà d'espressione, della nascita della penny press, di come lo sviluppo tecnologico ha influenzato il modo di dare la notizia, dal telegrafo che creò la tecnica delle 5w a internet che sta distruggendo il giornalismo tradizionale o di fare notizia dai cosidetti muckrakers all'infotaiment.
Un altro elemento su cui si sofferma l'autore riguarda come i media trattino certe notizie, addirittura quasi manipolandole per renderle più vendibili e cariche d'interesse all'opinione pubblica, e di come questo sia molto più evidente e alla luce del sole dopo i tragici eventi dell'11 Settembre.
E' interessante notare come le notizie si modifichino e adattino sui vari cambiamenti sociali che hanno coinvolto l'America in quasi tre secoli di storia e come questo sia tuttora in divenire.
Un chiaro esempio sono state le elezioni americane e le varie raffigurazione fornite da vecchi e nuovi media per veicolare i voti a favore di un candidato o del suo avversario creando immagini stereotipate e spostando l'attenzione evitando di soffermarsi sui contenuti che ognuno proclamava durante la propria campagna elettorale.
L'unico difetto che si può riscontrare è che molti temi sono stati solo accennati e non trattati, forse con la dovuta attenzione, ma a sua difesa, l'autore dichiara esplicitamente nelle prime pagine del libro che questo modo di scrivere come limite della collana stessa, (Bussole) con la quale lo pubblica, quindi è consigliato più a persone appassionate dell'argomento o studiosi in questo campo rispetto a curiosi dell'ultima ora o lettori da spiaggia.
''Potremmo essere alla vigilia di una nuova fase in cui il giornalismo tradizionale muore, per rinascere sotto forma di comunicazione diffusa''
Nicolò Granone

Fabrizio Tonello
Il giornalismo americano
Carocci, Roma, 2013 (prima edizione 2005).

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