Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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17 settembre 2018

In libreria

Paolo Schianchi
Visual Journalism
Franco Angeli, Milano, 2018, pp. 156.

Descrizione
In tempi di pervasività della cultura visiva il visual journalist non è più colui che semplicemente completa una notizia, ma la crea visivamente. Questo libro esplora i principi base su cui si fonda il visual journalism, definendone la grammatica, spaziando dagli immaginari alle immagini figurative, narrate e in movimento, dalle immagini parassita alle immaginarie, fino a giungere alle fake images e all'etica che ogni figurazione deve possedere. Il tutto per apprendere, attraverso risposte tecnico-operative, come scrivere visivamente un articolo in epoca post-web, nonché come funziona e si realizza un'immagine che è la notizia stessa. Un testo utile non solo ai giornalisti, ma a tutti i comunicatori, in quanto ognuno di noi diffonde informazioni e lo fa attraverso delle raffigurazioni, le stesse che pubblichiamo in quella rete che ci raggiunge ovunque. Il visual journalism cerca di comprendere, immagine dopo immagine, il cambiamento visivo in atto nel mondo della comunicazione. Si tratta di creare e decodificare una nuova grammatica visiva. Infatti, ognuno di noi si informa sempre più solo guardando, e questo libro spiega come farlo correttamente.
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15 settembre 2018

In libreria

 Francesco Pira - Andrea Altinier
 Giornalismi. La difficile convivenza con Fake News e Misiformation
Libreria Universitaria, Roma, 2018, pp.152.
Descrizione
Oggi la comunicazione è in costante evoluzione e questo cambiamento coinvolge anche il mondo dell’informazione e del giornalismo, che sempre più spesso si trovano a dover fronteggiare fake news e misinformation. Mai come oggi, quindi, è necessario riuscire a sviluppare nuovi strumenti, nuovi modelli e nuovi linguaggi che possano rispondere alle esigenze del lettore. Questo manuale, pensato per tutti gli operatori del settore comunicativo, offre un inquadramento teorico preciso dei mass media e un’attenta analisi del profilo dei lettori di oggi. In particolare, è presente un focus sui social network grazie al quale non solo è possibile delineare nuove forme di giornalismo, ma anche le modalità con cui affrontare i cambiamenti in atto, esaminando aspetti come post verità, fake news e misinformation. Nel volume, che vuole essere uno strumento di lavoro, sono presenti anche alcune case-history, in grado di tracciare percorsi comunicativi innovativi e sostenibili.
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12 settembre 2018

In libreria

Voci del verbo Avvenire.
I temi e le idee di un quotidiano cattolico. 1968-2018
a cura di Alessandro, Zaccuri
Vita e Pensiero, Milano, 2018, pp. 192.

Descrizione
Nato nel 1968 su iniziativa di Paolo VI e nello spirito del Concilio Vaticano II, da mezzo secolo il quotidiano Avvenire è una presenza forte e riconoscibile nel dibattito pubblico del nostro Paese. Una presenza che, come sottolinea il cardinale Gualtiero Bassetti nella prefazione a questo volume, viene a coincidere con la vocazione stessa del cristiano nel mondo.
I contributi raccolti in "Voci del verbo Avvenire" non intendono celebrare il passato, ma si presentano come occasioni di riflessione e di approfondimento sui temi che, fin dall’inizio, hanno caratterizzato l’impegno del quotidiano cattolico. Dall’analisi degli avvenimenti internazionali al racconto della società italiana, dall’esigenza di giustizia alla necessità di confrontarsi con i progressi della scienza, dal ruolo che la Chiesa è chiamata ad assumere nell’attuale «cambiamento d’epoca» agli sviluppi del confronto culturale, Avvenire si pone e intende continuare a porsi come strumento di dialogo tra posizioni differenti e, nello stesso tempo, come punto di riferimento per una comprensione consapevole e informata dei “segni dei tempi”. L’obiettivo è fornire «una testimonianza corale», come la definisce il direttore Marco Tarquinio, che renda conto della bellezza di dire e fare «il futuro ogni giorno». 

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10 settembre 2018

In libreria

Gianluca Costantini,
Fedele alla linea. Il mondo raccontato dal Graphic Journalism
 BeccoGiallo, Padova, 2018, pp. 312.
Descrizione
Sappiamo ricordare il presente? Sembra che tutto passi, senza lasciare neanche una traccia. E per non perdersi nel bosco del passato prossimo, che è anche artefice del nostro futuro, Gianluca Costantini traccia linee che raccontano il reale. Si tratta di Graphic Journalism, che spazia dal reportage all’articolo di commento su argomenti nazionali e internazionali. Dalla zanzara Zika a Putin, dall’ascesa dei grillini a Parma agli attentatori di Charlie Hebdo, la matita di Costantini cartografa in modo puntuale e senza interferenze gli eventi. Una geografia delle vite, che è appunto una scienza che nasce disegnando il mondo. Pubblicate in riviste internazionali, quotidiani, blog, condivise dagli attivisti per i diritti umani, le storie del disegnatore e attivista ci permettono di ricomporre un mosaico frantumato, rimanendo appunto “fedeli alla linea”.

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07 settembre 2018

In libreria

Carola Frediani
Guerre di Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018, pp.  184  (II edizione).

Descrizione
Nove storie vere – tra hacking di Stato, spionaggio, ricercatori a caccia di software malevoli, gruppi parastatali o schiettamente criminali, persone comuni e inconsapevoli coinvolte – che ci raccontano come la Rete si stia trasformando in un vero e proprio campo di battaglia. La fotografia densa di
un presente inquietante e contraddittorio che potrebbe trasformarsi a breve
in un futuro distopico. Dai retroscena sulla prima ‘arma digitale’ usata da hacker al soldo dei governi per sabotare un impianto industriale ai ricercatori di cyber-sicurezza finiti al centro di intrighi internazionali degni di James Bond; dai virus informatici usati per le estorsioni di massa fino al mercato sotterraneo dei dati personali degli utenti. Guerre di Rete racconta come Internet stia diventando sempre di più un luogo nel quale governi, agenzie, broker di attacchi informatici e cyber-criminali ora si contrappongono, ora si rimescolano in uno sfuggente gioco delle parti. A farne le spese sono soprattutto gli utenti normali – anche quelli che dicono «non ho nulla da nascondere» –, carne da cannone di un crescente scenario di (in)sicurezza informatica dove ai primi virus artigianali si sono sostituite
articolate filiere cyber-criminali in continua ricerca di modelli di business e vittime da spolpare. In questo contesto emergono costantemente nuove domande. La crittografia è davvero un problema per l’antiterrorismo? Quali sono le frontiere della sorveglianza statale? Esiste davvero una contrapposizione tra privacy e sicurezza? Carola Frediani scava in alcune delle storie più significative di questo mondo nascosto, intervistando ricercatori, attivisti, hacker, cyber-criminali, incontrandoli nei loro raduni fisici e nelle loro chat.

02 settembre 2018

Il giornalismo globale di Kapuściński


“Conclusioni? Per fortuna, nessuna: partecipiamo tutti a un processo storico tuttora in atto […]. Non riesco a immaginare che si possa scrivere un libro per cercare di racchiudere il mondo odierno in una formula fatta e finita”.

Con queste parole termina il libro di Kapuściński, il cui unico difetto può forse trovarsi in un eccesso di umiltà da parte dell’autore. Nel turbine della storia, infatti, si presenta come un chiaro e nitido dipinto della situazione storica, ma soprattutto socio-politica, vissuta e documentata dal giornalista originario di Pinks (nell’attuale Bielorussia).
Un capitolo dopo l’altro vengono affrontate le tappe di uno sviluppo globale ma disuguale dei grandi Paesi, e spesso di interi continenti, non soltanto per narrarne le vicende contemporanee, bensì indagando i problemi attuali nei conflitti e nei nodi del passato, e in particolar modo interrogandosi sul futuro.
La lunga esperienza da reporter di Kapuściński certo si riflette nello stile di questo libro ma, come fa notare Krystyna Strączek nell’introduzione all’edizione Feltrinelli del 2009, l’autore non veste i panni ‘semplicemente’ dello scrittore, del cacciatore e narratore di notizie, ma invita anche a riflessioni che trascendono i fatti, proprio riguardo le prospettive future.
È lui stesso a ricordare, nelle prime pagine, che il compito del giornalista non può e non deve essere quello di riportare le notizie senza una personale intromissione. Oltre a risultare impossibile, sarebbe addirittura inutile.
Tuttavia, Kapuściński trova un sorprendente equilibrio proprio tra le maggiori insidie della sua professione: il libro è più di un reportage giornalistico, più di un manuale storico, un po’ meno rispetto a un diario di viaggio ma non asettico, non privo di analisi; analisi che non cede mai alla netta presa di posizione o alla tentazione della stereotipizzazione.
L’Europa dunque, in questo quadro, non è soltanto il vecchio mondo in declino, ma anche un insieme di nazioni ricche di culture e tradizioni che possono trainare il futuro; Russia non è più sinonimo di comunismo, è un immenso stato che sente la necessità di entrare nella discussione globale; gli Stati Uniti vengono messi di fronte a tutte le loro contraddizioni, fatte di bassezze e bellezze; il cosiddetto Terzo Mondo non è un calderone di stati indistinti, caratterizzati da miseria, ostacoli naturali e sfruttamento, bensì conserva importanti risorse e antiche tradizioni, e una forte dignità che tenta di resistere agli attacchi esterni.
Il linguaggio è asciutto ed estremamente scorrevole, il testo non soltanto è diviso in capitoli concisi ma in tanti brevissimi paragrafi, come uno stream of consciousness con la punteggiatura e la lucidità di un giornalista: tutti questi elementi non sottraggono, anzi aggiungono spessore alle riflessioni di Kapuściński.
Infine, è sorprendente la lettura in prospettiva che lo scrittore offre dopo la narrazione degli eventi. Ancor di più è impressionante leggere nel 2018 un libro che è in grado di predire un futuro ancora tormentato per certi continenti, ad esempio per l’Africa, che comprende già lo sviluppo di paesi quali la Cina, o l’India; soprattutto, un libro che vuole mettere in guardia l’Europa circa la pericolosità di combattere, anziché accettare, il multiculturalismo. Questo, infatti, era già evidente per Kapuściński che non potrà essere arginato, o fermato, al contrario, sarà sempre più pregnante nelle società del futuro.
Lucrezia Naso

Kyszard Kapuscinski  
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano 2015, pp. 191 (Prima edizione 2009).
 

01 settembre 2018

Affrontare l'odio della rete



“Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti” affermò Einstein.
Una profezia ieri, un dato di fatto di oggi.
Viviamo nell’epoca delle chat, delle applicazioni di ogni tipo e per ogni necessità ma soprattutto dei social network, potentissimi mezzi i quali, si potrebbe azzardare, sono diventati essenziali per ognuno di noi, poiché consentono di mantenere contatti e amicizie anche dall’altra parte del globo – anche se incidono molto su quelli vicini: non “essere” su Facebook o Whatsapp significa spesso essere esclusi dal giro quotidiano degli amici.
Ma l’uomo è davvero capace di gestire questa overdose di tecnologia?
Ecco dunque il fulcro dell’analisi di Giovanni Ziccardi nel suo libro “L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete”; l’analisi dell’altro “lato della medaglia” della potenza digitale, ovvero di come l’avvento di internet abbia modificato la manifestazione dell’odio.
La diffusione della rete, ha reso possibile un dialogo globale e continuativo grazie alle chat, ai blog, ai forum ai quali si può sempre e ovunque accedere tramite gli smartphone. Le persone apprezzano appieno la natura smisurata della rete, poiché si sentono libere di esprimere opinioni e pensieri con una quantità smisurata di interlocutori. Tuttavia questa libertà di comunicazione ha comportato che la rete si costellasse di espressioni di odio, offese di ogni genere, comportamenti ossessivi nei confronti di altri, molestie, bullismo e altre forme di violenza.
Nella sua analisi, l’autore inizia distinguendo in modo netto l’odio online dall’odio tradizionale, facendo riferimento a quattro sostanziali differenze: l’amplificazione, la persistenza, la percezione dell’anonimato di chi odia e l’assuefazione nei confronti dell’odio.
L'amplificazione è l'aspetto più evidente. Usufruendo della rete, il più potente mezzo comunicativo che l’umanità abbia mai avuto,  si dilata la diffusione di odio senza averne sempre la consapevolezza. Tantissimi casi riportati dai media riguardanti attacchi “social” sono sfociati, con l’esasperazione delle azioni, nell’ossessività e in vere e proprie persecuzioni anche da parte di gruppi di utenti contro un solo individuo.
All’amplificazione si collega la persistenza. Un’espressione di odio online permane e arreca danni enormi al diretto interessato poiché è molto difficile, una volta pubblicata in rete, cancellarla. Il punto è che prima quando il bullo prendeva di mira il compagno di scuola, tutto cessava nel momento in cui il bambino usciva dalla classe. Al giorno d’oggi invece, con la potenza dei social media, si è perennemente online e alla mercé di un numero potenzialmente infinito di utenti.
La maschera dell'anonimato peggiora la situazione . Nascoste dietro il monitor del computer o lo schermo del telefonino, le persone più insospettabili – civili, educate, rispettose – si sentono “libere” di manifestare un odio che difficilmente esprimerebbero se la propria identità fosse pubblica.
Infine l'assuefazione, ossia il cambiamento che è avvenuto nella concezione di questo sentimento. Prima dell'avvento di internet l'odio, e la sua manifestazione, erano riservati a temi e questioni importanti; oggi invece, perfino gli argomenti più banali riescono a sollevarlo.
La rete quindi risulta essere un mezzo ambiguo, perché permette il contatto tra gli utenti che la utilizzano ma basta poco a farla divenire ambiente di scontro e di inimicizia o, cosa ancora più grave, un contesto per scopi peggiori.
Come comportarsi dunque, di fronte a questo quadro di odio?
L’autore risponde al quesito facendo riferimento principalmente a strumenti extra giuridici, perché non è facile parlare dal punto di vista legislativo su un aspetto preciso ma volatile come l’odio; bisogna inoltre tenere conto che non esiste un ente supervisore incaricato di gestire internet, e quindi non è possibile identificare un’istanza suprema di controllo sull’enorme flusso di dati che lo attraversano. Ne consegue che ogni utente finisce per essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità.
La soluzione dunque sarebbe la conciliazione di tre aspetti fondamentali: l’educazione, la tecnologia e il diritto.
Prima di tutto occorre iniziare ad istruire le nuove generazioni a contrastare le espressioni offensive con il dialogo e la ‘controparola’, abbassando la tolleranza nei confronti di determinati termini.
La tecnologia può poi venire in aiuto: già molto viene fatto per mitigare la violenza online, ma non basta. Non bisogna tuttavia criminalizzare internet, ma perfezionare algoritmi semantici capaci di individuare e trattare le espressioni d’odio, perché non solo questi strumenti automatizzati non sono ancora così sofisticati da poter essere implementati a largo spettro, ma risentono anche della difficoltà di analizzare quelle espressioni di odio non facilmente riconoscibili poiché sottintese o veicolate tramite termini apparentemente non aggressivi.
Infine, il diritto dovrebbe cercare di adeguarsi equilibratamente all’evoluzione tecnologica, senza essere né liberticida, e quindi soffocare la possibilità degli utenti di esprimere le proprie opinioni, né troppo permissivo. A tal proposito è rilevante la differenza, trattata dal professore Ziccardi, tra la normativa Europea e la normativa Americana, che permane tutt’oggi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale incominciarono le procedure di ricostruzione del tessuto normativo europeo: in Europa ogni Stato si interrogò sulla possibilità di emanare una legislazione che potesse proibire  le espressioni di odio politico, religioso e razziale. Paesi come Stati Uniti e Francia si opposero, perché normalizzare l’ambito dello hate speech avrebbe potuto creare leggi a scapito della libertà di espressione.
 L’analisi del Professor Ziccardi tocca uno degli aspetti più importanti della vita quotidiana dell’uomo: la comunicazione. Questa è stata indubbiamente potenziata e facilitata da internet, influendo significativamente nella gestione dei rapporti umani. La società è profondamente ma soprattutto velocemente cambiata,  poiché l’avvento dei social media è stato repentino e non ha dato il tempo di sviluppare dovuti strumenti culturali per usufruirne con responsabilità e cognizione di causa. Purtroppo il binomio irresponsabilità-vigliaccheria caratterizza una grossa percentuale degli utenti, convinti di non essere facilmente tracciabili e individuabili.
Internet si potrebbe definire un mondo a sé che non può essere controllato esclusivamente con la legge. È chiaro come sia necessario qualcosa di più, qualcosa di etico che parta dal profondo di ognuno di noi. Ogni qualvolta ci si immette nella rete si ha la possibilità di usufruire di un potente strumento che può ferire più di una lama, se usato in malo modo; per questo Internet, a parere di chi scrive, è il mezzo che più di tutti mette alla prova il senso di rispetto e responsabilità dell’uomo.
 Eugenia Greco

Giovanni Ziccardi
L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016.


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29 agosto 2018

La politica tra propaganda e consenso


La lettura del saggio La Fabbrica delle Verità offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere la storia della società italiana tramite il suo “riflesso” più importante, i media.  Nel libro di Fabio Martini, inviato de La Stampa,  ritroviamo un’ampia visione storica del panorama de “L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo” coprendo per tanto quasi un secolo di avvenimenti. L’obbiettivo del conseguimento del conseguimento e del mantenimento del potere in Italia è stato raggiunto in diversi modi.
Ogni volta che una delle forze raggiunge e consolida a lungo il proprio potere si pone il problema di come indirizzare la popolazione verso gli obbiettivi che si vogliono raggiungere, giustificare i tagli e le decisioni negative, mostrare un’immagine più compiacente della realtà alla società e in generale creare una unità di intenti tra il popolo e la classe dirigente. Strumento fondamentale per permettere questo passaggio è quello di padroneggiare (se non monopolizzare) i media e ancor di più comprendere le potenzialità dei nuovi media che di volta in volta si presentano e coglierne subito i vantaggi. Allo stesso tempo il racconto dimostra come, inevitabilmente, il consenso sia momentaneo e di come ogni input avvii il rigetto del modello della classe dominante e la conquista del potere da parte di nuove forze.
Analizzando l’evoluzione storica della propaganda e del consenso il libro prende come punto di partenza il regime di Benito Mussolini. Giornalista (politico) tra i più affermati prima e durante la Grande Guerra, il Duce una volta al potere pose subito la carta stampata sotto il suo controllo diretto imponendo le “veline” ai giornali (modelli e direttive se non articoli già preparati inviati a tutti i periodici). Si creò così un’immagine del paese finta, ogni notizia di cronaca nera, avvenimenti e persino bollettini atmosferici venivano nascosti al pubblico, presentando una immagine ottimistica dell’Italia. Fondamentali per unire le masse all’unisono col loro “condottiero” anche gli altri media vennero asserviti alla causa della propaganda. Il teatro, la radio e il cinema furono monopolizzati e usati per affermare l’immagine del paese. Ma il disincanto della guerra abbattè il fascismo. Disfattismo e paura ora aleggiavano nella società, una sfida che i partiti antifascisti dovettero affrontare ma a cui solo la Democrazia Cristiana saprà gestire.
La nuova classe dirigente non ricercava un ottimismo a tutti i costi ma puntava all’alimentazione della paura (specie verso i comunisti e l’Unione Sovietica) vilipendio del nemico e critica alla decadenza dei costumi, una narcosi della rappresentazione di tutto ciò che era troppo pessimistico o veritiero. Davanti alla voglia iniziale di evasione dopo il crollo del regime e di metabolizzare la realtà povera e vitale della nazione immortalata da grandi registi, la DC riuscì ad imporre i suoi valori e modellare la società, anche grazie alla monopolizzazione di un nuovo efficace strumento, la televisione. Proprio la televisione fu fondamentale per colmare il bisogno di evasione e distrazione degli italiani ma mantenendola entro i rigidi limiti della cultura democristiana.
In seguito le grandi trasformazioni mondiali, dal disgelo ai moti di protesta, dagli Anni di Piombo alla domanda di maggiore pluralismo nell’informazione intaccarono il sistema. I politici della “prima repubblica” cominciarono ad entrare sullo schermo, ma spesso apparendo goffi. La stessa televisione, anzitutto servizio pubblico, era chiusa in rigidi schemi comportamentali e sociali che non permettevano grandi libertà di espressione. Una sfida che le televisioni private sono state pronte ad accogliere e soprattutto il protagonista per antonomasia del panorama politico e comunicativo dell’Italia a cavallo del millennio, Silvio Berlusconi.
“Ottimismo Milanese” contro “Disfattismo Comunista”, in estrema sintesi la “seconda repubblica” è stata caratterizzata dallo scontro tra il presidente Fininvest-Mediaset e gli avversari, in uno scontro aperto a colpi di share su vari canali, tg e talk show, con protagonisti nuovi giornalisti-conduttori d’inchiesta. Ma l’invasione della politica su tutti canali ha generato in seguito un rigetto che ha portato infine all’arrivo di leader “freddi” quali Monti e Letta. Tuttavia ancora una volta il bisogno di cambiamento e il rigetto ha stravolto le carte, aprendo così da un lato la strada a Matteo Renzi col suo ottimismo e orgoglio nazionale e dall’altra all’imporsi di movimenti di protesta e “populismo”, fomentati grazie al nuovo media, il web, abilmente maneggiato da Beppe Grillo e il suo movimento.
Alla fine di questa esposizione è chiaro che la propaganda - nella prospettiva  dall’autore - può avere differenti modalità. La propaganda non è solo quella delle grandi parate, dei grandi eventi, delle grandi sceneggiature o delle urla verso il nemico, ma è anche quella più insidiosa e sottile della manipolazione della vita quotidiana, direttamente a livello dell’inconscio.
Personalmente ho trovato molto utile questo libro che mi ha aiutato ulteriormente a comprendere la realtà del nostro paese e soprattutto quella che ho vissuto nel nuovo Millennio, aiutandomi a comprendere che ciò che ho visto è frutto di una lunga evoluzione e che comunque è il popolo, facendosi condurre di volta in volta, a consegnare il potere a chi avrà saputo meglio raccogliere la sfida, creare una storia e cavalcare il consenso, sino al primo errore che inevitabilmente e ciclicamente colpisce ogni leader. Il libro è esposto in modo chiaro e scorrevole, facilmente comprensibile e molto dettagliato senza risultare troppo pomposo.
Alessandro Vinai

Fabio Martini
La Fabbrica della Verità.
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Marsilio. Venezia, 2017.
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27 agosto 2018

Consenso/dissenso





Quando una "maggioranza" pretende di inglobare anche il consenso della minoranza, che pure esiste ed è consistente, la democrazia deve tremare.
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22 luglio 2018

In libreria

Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja
8 giorni in Niger. Un diario a 2 voci
Baldini Castoldi, Milano, 2018, pp. 80.

Descrizione
Nell’inverno del 2017 Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja si uniscono a una missione dell’UNHCR in Niger, nel cuore dell’Africa. Otto giorni, poco più di una settimana – e due sguardi, due voci, per cercare di capire e raccontare cosa succede in quel crocevia dove passano profughi e armi, migranti e uranio, mentre il deserto avanza e l’acqua scarseggia sempre più.
Il Niger è uno dei Paesi più poveri al mondo, ma pronto ad accogliere un numero impressionante di rifugiati dal Mali e dalla Nigeria, senza contare gli sfollati interni. Del fiume di denaro occidentale versato per combattere i nostri incubi, cioè migranti e terroristi, la gente del posto non vede che l’ombra. La miseria è onnipresente come la sabbia rossa e metafisica che copre ogni cosa. Eppure proprio qui viene offerto asilo e protezione alle donne liberate dalle carceri libiche, e ai bambini eritrei senza famiglia – «messaggi in bottiglia abbandonati alle onde».
Senza lasciarsi condizionare da alcuna idea preconcetta, Albinati e d’Aloja scoprono sul campo la sorprendente serenità delle genti di fronte agli orrori, la disponibilità verso gli altri e la gioia autentica di aiutare. Negli ultimi anni, innumerevoli immagini hanno documentato i drammi del Mediterraneo. Questo diario a quattro mani si spinge più in là, verso l’origine di tutto, il luogo dove ha inizio l’avventura, e con parole semplici e impressioni immediate ci consegna il resoconto di un viaggio breve ma intenso, sconcertante e duro, alle radici di ciò che forse stiamo perdendo, noi come esseri umani e Stati civili.
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20 luglio 2018

In libreria

Enrico Menduni
Videostoria. L'Italia e la tv 1975-2015
Bompiani, Milano, 2018, pp. 314.

Descrizione

Mentre tutti ne parlano, dicendone bene e più spesso male, è diffusa una speciale ignoranza – o forse una colpevole rimozione – sugli ultimi quarant'anni della televisione italiana. Uno strumento indispensabile per chiunque desideri comprendere un presente in continua, rapida trasformazione.
"Televisione e cinema sono oggi strettamente intrecciati: per linguaggi, competenze, professioni. La grande differenza, ormai, è tra la tv generalista e quella on demand. Tanto nazionalpopolare la prima, quanto aperta al mondo e alle nuove tecnologie la seconda. La sfida dell'Italia nei prossimi anni sarà colmare questo gap."
Dal periodo dell'affermazione delle reti commerciali alla confusa contaminazione con la politica e alla coabitazione Rai – Fininvest/Mediaset fino l'arrivo della pay-per-view, del digitale e dei grandi player globali Netflix, Amazon, Apple. Questo volume – la sintesi più completa e aggiornata sull'argomento – affronta il periodo più controverso della tv nel nostro Paese, offrendo al lettore una nitida interpretazione dei fatti e un bilancio sulla presenza della televisione in Italia nei suoi dati strutturali, ma anche attraverso le trasmissioni che ci ha offerto e il rapporto con il costume e con il carattere degli italiani, la storia delle sue istituzioni, l'evoluzione di programmi e linguaggi e il passaggio dal pubblico di massa a un complesso sistema di gusti e preferenze fortemente caratterizzati. Uno strumento indispensabile per chiunque desideri comprendere un presente in continua, rapida trasformazione dal pubblico di massa a un complesso sistema di gusti e preferenze fortemente caratterizzati. Uno strumento indispensabile per chiunque desideri comprendere un presente in continua, rapida trasformazione

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16 luglio 2018

Storie di genere e media arabi


 Analizzando il mondo arabo attraverso i media e la prospettiva di genere, i saggi raccolti mostrano le aspettative tradite dall'esito delle rivolte relativamente alle aspirazioni di uguaglianza e di diritti, ma anche il manifestarsi di una libertà di espressione inedita grazie alla quale si fanno largo nuove rappresentazioni delle donne e dei rapporti tra i generi.
Quando in Occidente i mass media discutono di mondo arabo spesso usano l'immagine della donna arabo-musulmana per rappresentare la regione nel suo insieme, facendola quindi diventare la rappresentazione stessa della sua essenza immutabile, della sua cultura e del suo sistema valoriale.
Come vengono rappresentate le donne nei media arabi? Come si auto-rappresentano? Qual'è l'immagine delle donne arabe che appare dai media arabi dopo le rivoluzioni?
È a queste domande che i saggi pubblicati in questo libro provano a rispondere. Attraverso l'analisi di programmi televisivi, siti internet, blog, pellicole cinematografiche, vignette, graffiti, i diversi contributi del libro mostrano la condizione femminile in particolare in Egitto, Tunisia e Marocco.
A due anni dallo scoppio delle rivolte, ciò che appare è una pluralità di modelli femminili. Accanto a programmi con telepredicatrici velate che educano alla devozione familiare, alla modestia del corpo e all'empowerment femminile, ci si può imbattere grazie a TV private in programmi che propongono modelli femminili opposti. Ci sono numerosi canali arabi dedicati all'intrattenimento musicale, dove diversi videoclip mostrano corpi ammiccanti, altri dedicati al cambiamento del look ricorrendo anche alla chirurgia estetica, si pensi per esempio a Joelle. A diversificare ancora i modelli femminili proposti dagli schermi televisivi contribuiscono anche i personaggi delle soap opera (musalsalat) provenienti per lo più dalla Turchia.
La pluralità dei modelli femminili veicolata dai media arabi aumenta ancora se prendiamo in considerazione i nuovi media che si sono affermati in maniera decisiva nel periodo delle rivolte tra il 2011 e il 2012. In questi anni si assiste a uno spiccato protagonismo femminile nel costruire la notizia. I nuovi media permettono alle donne, che di solito non hanno facile accesso al dibattito pubblico, di esprimersi e condividere opinioni ed esperienze in maniera libera, finendo per operare un cambiamento di rilievo nella rappresentazione delle relazioni di genere. In particolare Sara Borrillo prende in esame la differenza di modelli femminili proposti dai media di Stato e da alcuni media digitali animati dalla società civile progressista. Alcuni media digitali, come la rivista Qandisha, diffondono un'immagine femminile indipendente e non dogmatica.
Sebbene a due anni di distanza dalle rivolte le donne continuino a soffrire, si registra una sempre crescente pluralità di modelli femminili e una maggiore libertà di espressione delle donne, come testimoniamo le esperienze di tantissime blogger tra cui Lina Ben Mhenni candidata al Nobel per la pace nel 2011, o l'affermazione di donne in altri ambiti quali la vignettistica grazie a pioniere del genere come l'egiziana Doaa el-Adl.
La maggiore libertà di espressione guadagnata dalle donne è però controbilanciata dalla difficoltà di poter agire liberamente nello spazio pubblico e di vedersi riconosciuti pieni diritti di cittadinanza nei paesi che hanno contribuito a trasformare. Siamo di fronte a quello che viene chiamato paradosso di genere: anche se l'immagine della donna sta cambiando, seppur tra molte difficoltà, le donne non sono ancora riuscite a trasformare le dinamiche sociopolitiche dei nuovi Stati nella direzione dell'uguaglianza di genere auspicata al momento dello scoppio delle rivolte. In particolare Azzurra Meringolo mette a nudo il paradosso di genere che attraversa l'Egitto, vale a dire l'esclusione delle donne dalle istituzioni e dal discorso politico a confronto con il loro protagonismo nella complessa trasformazione del paese.
Carolina Popolani ricostruisce l'immagine femminile che emerge dall'analisi di oltre trenta pellicole incentrate sul rapporto uomo/donna prodotte negli anni precedenti e in quelli immediatamente successivi alla caduta di Hosni Mubarak. La violenza di genere, la libertà sessuale e l'attivismo delle donne sono alcuni dei temi maggiormente affrontati dalla cinematografia impegnata egiziana dell'ultimo decennio.
In conclusione, molte delle premesse e promesse di uguaglianza di genere, pari cittadinanza tra uomini e donne sono state tradite, ma tuttavia nuove possibilità si sono aperte per le donne di far sentire la propria voce e trasformare gli immaginari sociali dominanti sulle relazioni di genere.

Le donne nei media arabi. Tra aspettative tradite e nuove opportunità 
A cura di Renata Pepicelli
Carocci, Roma, 2014, pp. 128.
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15 luglio 2018

Razzismo implicito: non si dice, ma si fa


Quando le parole non bastano, serve la coscienza. Ma se si parla di media, di mezzi di comunicazione, necessari e opportuni  all’informazione comunitaria, il linguaggio deve essere accuratamente ragionato. Il risultato di una mancanza di attenzione nelle parole usate è (ahinoi) gran parte del giornalismo odierno.
Il libro Tracciare i confini edito da FrancoAngeli nel 2016 è un’indagine approfondita, con tabelle, dati e statistiche, sul metodo di divulgazione relativo all’immigrazione in Italia nei principali quotidiani nazionali (La Repubblica, Corriere della Sera, Il Giornale, Avvenire, l’Unità e altri), nei Tg delle emittenti televisive più seguite (Rai, Mediaset) e nel vasto e impreciso mondo virtuale. L’arco temporale è, in generale, l’ultimo trentennio, ma alcuni paragrafi analizzano specifici anni di grande importanza. Nel biennio 2002-2003, per esempio, seppur non ancora immediato, il binomio immigrazione-criminalità appare protagonista di buona parte della cronaca nera finita in prima pagina. Nel 2008 si scatena il dibattito istituzionale sulla tutela della sicurezza dei cittadini e sulle politiche da introdurre per gestire i flussi migratori nella penisola. È infatti quasi sempre la politica italiana a porre all’attenzione il fenomeno dell’immigrazione come “problema” e ciò si riflette sulla stampa. Il 2011, invece, è stato l’anno delle Primavere Arabe, termine giornalistico per definire le guerre civili che hanno posto fine a dittature decennali, ma che sono conosciute in Italia anche per i tanti sbarchi a Lampedusa. A partire da quest’anno, aumenterà l’emergenza e l’invasione nei giornali e si tornerà a parlare violentemente dei troppi arrivi sugli schermi televisivi con un linguaggio spesso impreciso e fraintendibile.
L’informazione italiana, secondo gli autori, ha scelto di “semplificare all’eccesso”, dando titoli scandalistici in cui compare rigorosamente la nazionalità del colpevole quando questa non è italiana.1 Questo fenomeno di etnicizzazione è purtroppo costante e ripetitivo: l’enfasi giornalistica non è tanto sul crimine da condannare quanto sulla descrizione del colpevole, l’attenzione è posta al solo momento di arrivo, senza un’adeguata argomentazione delle cause e delle condizioni di viaggio, per non parlare di macro fenomeni  come conflitti e crisi internazionali o la globalizzazione economica sui quali andrebbero necessariamente fatte approfondite riflessioni. Per lo meno per un’equilibrata informazione.
L’immigrazione incontrollata, la sicurezza nazionale, la gestione del flusso e altri “slogan elettorali” finiscono per descrivere gli stranieri (tutti definiti immigrati o clandestini senza una vera distinzione etimologica) come criminali per antonomasia, la cui integrazione, seppur pretesa, non sarà mai possibile. Quella che gli autori definiscono immigrazione-come-notizia è semplice realtà: negli ultimi anni i media hanno avuto un ruolo centrale nella costruzione di un clima generalizzato di paura, enfatizzando quei crimini sempre più vicini alla nostra quotidianità, e di rappresentazioni tipizzate dell’altro in base all’etnicità. Le ragioni di questa tendenza sono principalmente la forte dipendenza dei media dalle fonti giudiziarie e dalla routine giornalistica e l’effetto della cristallizzazione degli stereotipi. Si aggiunge la terza ipotesi  degli autori: “tradurre in consenso politico-elettorale i crescenti sentimenti d’insicurezza dell’opinione pubblica e di paura nei confronti dell’Altro” identificata con le iniziative dei movimenti populisti italiani ed europei.
Ritengo di non esagerare quando parlo di “razzismo implicito”: quella che una volta veniva chiamata razza ora si chiama cultura, ma il concetto di base cambia poco. Tanto è vero che l’aggettivo tradizionale, con uno slittamento semantico, finisce per coincidere con naturale, quindi inevitabilmente inalterabile.Nel linguaggio, scritto ma soprattutto parlato, esistono termini ed espressioni che, implicitamente, dimostrano (attraverso scelte stilistiche) quanto la nostra società sia ancora alquanto concentrata sulla nazionalità degli individui: il Rom ladro per natura, definire marocchino ogni nordafricano, generalizzazioni etniche, ragionamenti che dovrebbero essere seri e razionali diventati motti privi di argomentazioni valide (“Perché l’accoglienza di venti profughi nel nostro paese sarebbe un problema?” “Perché l’Italia è piena, ora basta!” oppure “E a noi chi ci accoglie?”).
Ancora una volta, è necessario armarsi di buon senso e tolleranza per interpretare quel complesso fenomeno che (implicitamente o no) porta al razzismo e alla sua evoluzione. Solo dopo una reale presa di coscienza si otterrà l’antidoto contro un male che da secoli pervade il nostro mondo.


Valentina Foti




Tracciare i confini. L'immigrazione nei media italiani
a cura di M. Binotto, M. Bruno,  V. Lai
FrancoAngeli, Milano, 2016, pp.

07 luglio 2018

Il giornalismo è un “fatto di amore”



Potrà sembrare inappropriato il modo in cui tratterò il tema del rapporto tra informazione, veridicità e affidabilità delle fonti. Vorrei farlo parlando di due figure della storia: Saffo e Henri Laborit.
Apparentemente distanti, sia nella professione che cronologicamente. Entrambe queste figure, nella loro vita, sono fuggite dalla realtà; chi per amore chi per analizzare in modo scientifico e biologico la realtà dell’amore. Entrambi, altresì, sono giunti alla considerazione che il loro amare, nonostante abbiano amato, era in realtà un’illusione destinata a rimanere pura immaginazione. Partendo dall’analisi di frammenti delle poesie di Saffo ed arrivando all’ Elogio della Fuga di Laborit, potremo dipanare questa intricata matassa e dimostrare come la libertà di informazione sia strettamente legata alla sincerità delle nostre affermazioni e certezze verso noi stessi e  verso l’atteggiamento di ricerca che operiamo, o per vederle convalidate o per metterle alla prova.
La prima qualità che accomuna le due figure è la conoscenza della società e dei suoi meccanismi gerarchici. Saffo nel suo mestiere di insegnante, arricchiva le parole e le materie con l’arte; non solo l’arte della musica ma anche l’arte di innamorare a se le ragazze della scuola- farle innamorare all’idea della scoperta, alla ricerca di se stesse e dell’essere donna. Era un’educazione aulica ma non per questo esente dalla componente fisica. La veridicità del rapporto passava dalla copresenza degli interlocutori e dalla messa in atto del desiderio di conoscenza. La fisicità si univa all’immaginazione e da lì ne scaturivano fatti; indipendentemente dalla sincerità motivazionale della parola “amore”. La gerarchia ‘passava’ attraverso la danza; erano tutte importanti le ragazze ma una di loro dominava sulle altre agli occhi della poetessa. Cos’è l’amore per la verità se non la ricerca e il dovere di approvazione sociale? l’amore del giornalista per il proprio mestiere, non ha con sé anche la volontà di essere ascoltato e ritenuto più credibile o, a seconda dei casi, più convincete di altri colleghi? Non a caso l’amore, sia nell’abbondanza che nella mancanza, porta con sé due prototipi di essere umano; colui che accetta la sottomissione perché non ha i giusti strumenti interni a sovvenire al carico di pressioni sociali e colui che rifiuta la sottomissione e che quindi, con un cuore più temprato o  meno sviluppato all’empatia, riesce a costruire un impero di odio o di sopraffazione.  Quindi, l’essere umano ha poi bisogno dell’amore? Probabilmente ha bisogno di illudersi di amare e di essere riconosciuto e apprezzato; è quando questo bisogno diventa eccessivo che si sviluppano realtà minacciose. Il possesso che nasce dall’illusione di detenere la verità e peggio ancora di detenere una persona come oggetto di benessere personale, dimenticando che quella persona non è un oggetto e che tantomeno si può pretendere di ridurre una persona ad un fatto descritto.
Ci hanno abituati a cercare la verità o a darcela preconfezionata attraverso religioni, che puntualmente si smentiscono agli occhi più attenti e meno taciturni. Se la verità è Dio, cristiano, buddista o islamico; se la verità è di Dio, perché vogliamo incarnare la verità? In realtà cerchiamo menzogne, quelle meno smascherabili da noi stessi e magari più accettate dalla moltitudine sociale.
Laborit  spiega in modo appassionato e commovente, come l’amore sia la ricerca dell’appagamento e della dominanza. Il biologo sostiene di essere d’accordo con chi pensa che appagamento sessuale e immaginazione amorosa siano due cose diverse e che non abbiamo nessuna ragione a priori di dipendere l’una dall’altra. Quindi non per forza il o la patner sessuale è la persona amata, nell’immaginario. Proviamo a tornare al concetto di realtà e verità. Se Dio è verità e realtà imperitura è altresì vero che non ci appartiene e che nulla ci da la certezza di essere, una volta morti, ripagati da questo buon uomo ‘anziano’ per aver rispettato la sua parola.
La vita è una rincorsa continua alla ricerca di se stessi e della propria verità; c’è una frase che spesso sentiamo ripetere “non si finisce mai di imparare”. Ecco, toglierei  “imparare” e aggiungerei “conoscersi”. L’azione, seppur passiva, di imparare presuppone l’educazione e quest’ultima  è sempre attinente alla sfera socioculturale di appetenza. L’educazione è la prima trappola inibitoria dell’essere umano. L’esperienza, quindi, può essere ripetuta se risulta dall’azione appagate, ovvero se viene considerata ed appresa come miglior via di fuga dalla realtà. Il giornalista diventa un artista nel momento in cui scrive; sia per lo stile personale che lo contraddistingue sia perché, attraverso la sua visione soggettiva, riesce a riportare i fatti nudi e crudi pur viziandoli in quell’accattivante non detto. Il fatto c’è ed è scritto nero su bianco ma l’intento non c’è, è  solo percettibile; in sostanza un buon giornalista è come un buon corteggiatore sa farsi apprezzare anche dai suoi rivali.
L’amore è il  nostro nemico maggiore ed è proprio colui che ricerchiamo; è stato viziato nei secoli, da educazioni forvianti; è stato decostruito e riproposto agli occhi di noi bambini, nel blu e nel rosa.
Siamo come delle bestie da allevare secondo il Luogo di nascita; siamo destinate a non uscire dal gregge se non per ribellione e quindi per emarginazione sociale verso la conquista di un nuovo territorio in cui esistere, scoprirsi, realizzarsi a modo proprio. Siamo in costante fuga ; troppo in fuga da noi stessi e troppo poco dal mondo. Ritrovare quel senso di conservazione della struttura biologica e delle sue pulsioni naturali che non rispondo  al genere sociale di appartenenza ma al genere biologico di quella data femmina e di quel dato maschio; che non per forza ameranno o ricercheranno attenzione da persone del genere opposto. Così i giornali infarciti di dichiarazioni dei politici sull’amore per la patria o sull’amore per il sociale e le cause civili. E’ una maschera meno scomoda e forse, in certi casi, utili al fine di migliore le situazioni sociali. L’amore è l’arte suprema del politico e la chiave di violino del giornalista; saper parlare con amore, con tono aulico e patriottico o con tono di vendetta e di distacco. La ricerca di vivere per una passione esterna che materializzi i desideri interni; amare l’ambiente per evitare di amare l’umanità oppure amare l’umanità attraverso l’ambiente. Esistere ma celarsi corteggiando il sé al proprio istinto. Tutto questo è amore, se non cura; cattiva agli occhi di alcuni, utile e giusta agli occhi di altri. E siccome Dio non è sceso dalle nuvole o per vecchiaia o per stanchezza; nessuna delle due fazioni ha il coltello dalla parte del manico, oserei dire che nessuna delle due ha il coltello. Siamo noi che scegliamo a quale storia uniformarci a quale credere ed a quale credere di non uniformarci. La consapevolezza dell’infelicità non è altro che una spinta propulsiva a cercare di fare meglio, ogni giorno, il proprio mestiere. Siamo tutti artisti e quelli più in vista, come i giornalisti, essendo questi ultimi più vicini al potere, dovrebbero ricercare l’amore del vero, ribellandosi tra le righe di un articolo, sapendo che quello che scrivono resterà imperituro su quel foglio e reperibile sulla rete; e quel foglio stesso, più della rete, se resterà attuale nei secoli - non per contenuto ma per validità espressiva - sarà l’opera più utile e veritiera che abbiano creato. Leggendo Saffo, indipendentemente dalle proprie preferenze sessuali  o di cuore -ed è questo che la poetessa ha cercato di trasmettere- si prova un senso di sicurezza, forse dato dalla frammentarietà; quello stare bene e sentirsi comprese da una donna vissuta centinaia di anni fa; quelle frasi mozze parlano di  quell’amore che è umano e che nella menzogna è veritiero ed è carne; in quella sofferenza empatica e consapevole potremo prendere il suo cuore e portarlo lontano dove nessuno ci conosce, dove il tempo non esiste, dove potremmo incontrarci senza età e ricordi, senza passato. Infondo  Laborit ha dichiarato di aver ricevuto più cose dai suoi simili attraverso i libri che attraverso le stette di mano in quanto nei libri esiste il prolungamento delle persone. Informare è un po’ come tornare dei Narciso, confidenti nelle proprie qualità, volti alla sopravvivenza, senza odio né violenza verbale; accettando che umanamente non siamo padroni nemmeno di noi stessi e che tutto è in divenire; l’unica cosa che resterà alla fine e potrà fare a meno del tempo e dello spazio, anche in uno scritto giornalistico è quell’espressione che ci ritrae come un pittore che distrattamente, sulla tela, ha dimenticato di incidere le sue iniziali.
 Federica Frasconi
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03 luglio 2018

Genova in libreria

Franco Cardini
Genova 1938. L’anno della svolta
De Ferrari editore, Genova, 2018, pp. 138. 

Descrizione
Nel maggio del 1938 Benito Mussolini compì una visita ufficiale di tre giorni a Genova. Il viaggio era stato deciso e cominciato a organizzare sei mesi prima. Mussolini non era a Genova dal 1926, l’anno in cui era venuto a celebrare la realizzazione della “Grande Genova”, frutto della fusione di 19 comuni e a rilanciare l’economia della città che era finita in ginocchio, per crisi di produttività e di mercato, dopo la conclusione della Guerra Mondiale. Genova, sia nel ceto popolare, sia nel mondo imprenditoriale e alto borghese, era una delle città meno fasciste d’Italia. Mussolini puntava a conquistarla al fascismo e a rilanciarne tutti gli aspetti economici e sociali per confermare il suo ruolo di “Dominante”.

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