Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interfacoltà in Informazione ed Editoria).





21 maggio 2013

Gianni Mura e il giornalismo 2.0

«Spero di non sapere mai cos'è il live tweeting»: è questo l'esordio di Gianni Mura all'incontro Giornali maiali”tenuto al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia lo scorso 25 aprile. Il celebre giornalista sportivo, che ha lavorato per La Repubblica, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere di Informazione, Epoca e L'Occhio, ha esposto il suo punto di vista sullo stato attuale del giornalismo in uno scambio di battute con l'attuale condirettore di repubblica.it, Giuseppe Smorto. Quello che ne è derivato è stato lo specchio di due generazioni e due modi contrapposti di concepire il quinto potere. Smorto parla di social network e di fact-checking, ma Mura sfoglia il programma del festival e scuote la testa: «Mentre io ero distratto, nel giornalismo è capitato di tutto». Il suo tono è critico, ma anche fortemente ironico. Il pubblico è divertito. Lo stesso Smorto a stento riesce a trattenere le lacrime e decide di passare ad un argomento su cui Mura possa ritenersi ferrato: la rubrica Giornali maiali, tenuta dallo stesso Mura per trent'anni e in cui si esponeva la tendenza dell'opinione pubblica a colpevolizzare la stampa. Alla domanda se i giornali possano essere considerati parte della casta, segue una risposta secca: Gianni Mura si considera diffidente “da quando c'è l'informazione online”. «Non sono d'accordo, ma vai», lo incalza Smorto. E Mura prosegue: «Siamo accomunati alla casta perché l'abbiamo sorretta, pubblicizzata, tenuta in piedi anche quando cadeva da sola. La nostra colpa maggiore è quella di aver abbandonato le strade, le piazze. Ci siamo chiusi nelle redazioni sempre più desolate. […] Adesso quando metto piede in una redazione penso di aver sbagliato indirizzo». Di seguito, si passa a parlare di come sono cambiati i giornali e del ruolo attribuito ai grafici: «Hanno assunto il potere». Torna nuovamente l'umorismo e alla provocazione di Smorto su un Leopardi contemporaneo che si fosse trovato a scrivere l'Infinito per un giornale, Mura risponde che si sarebbe sentito dire: «Taglia “E il naufragar m'è dolce in questo mare”, che non ci sta [col grafico]”». Mura è ben consapevole di costituire “un vaso estrusco esposto al museo aerospaziale di Denver”, riconosce l'importanza della fotografia, della grafica e il fatto che “i new media vinceranno sempre”, ma il suo rifiuto della tecnologia è deciso. Smorto prova in tutti i modi a mostrare l'effettivo apporto positivo del progresso e di internet per il giornalismo, come la possibilità di avere a disposizione un'informazione aggiornata 24/7, ma si tratta dell'ennesimo fallimento: «La voglia di essere informati 24/7 la trovo compulsiva. Per un secolo la gente è andata a dormire alle sette con l'ultimo tg. Ora c'è davvero chi si collega alle tre del mattino per sapere cosa ha detto Mourinho? E se sì, di che gente si tratta?». Subito si crea un parallelo con l'apertura dei supermercati la domenica. «Io lo trovo giusto», controbatte Smorto. «Perché non lavori al supermercato», chiude Mura. Gianni Mura appartiene alla vecchia scuola di giornalismo ed è conscio dei cambiamenti in atto. Tuttavia, li rifiuta, sempre ben conscio di poterselo in un certo qual modo permettere: «Io non ho nessuna intenzione di misurarmi. Avendo 68 anni, posso benissimo farne a meno». Ciononostante, proprio la sua appartenenza ad un mondo di professionisti ormai quasi totalmente dimenticato può portarci a riflettere se in questo mondo in perpetuo mutamento, in cui la velocità regna sovrana, non abbiamo “perso di vista i nostri diritti, oltre che i nostri doveri”, come sottolinea lo stesso Mura.
Enrica Orru

*Link:
Festival Internazionale del Giornalismo
Gianni Mura, biografia

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20 maggio 2013

Fare politica insieme ai media… o senza?


Giuliano Bobba, dottore di ricerca in Scienza politica (Università di Torino) e in Science politique (Université de Rennes), presenta un’immagine colorata e molto attuale del rapporto tra giornalismo e politica in Italia e Francia. Attraverso complesse ricerche dimostrative l’autore confronta il processo di "mediatizzazione", che ha diretta dipendenza col contesto storico. Grazie a questo il lettore segue la logica dei movimenti storici prestando attenzione al loro legame con i mass media.
Secondo Bobba la stampa quotidiana è un prodotto della storia nazionale ed è inserita in un certo quadro economico, giuridico e sociale. Perciò appare interessante analizzare e confrontare la cultura giornalistica italiana e francese, quello che l’autore fa attraverso criteri precisi.
Anche il contesto politico viene chiarito in maniera abbastanza semplice e significativa. Il libro, pieno di esempi, propone al lettore di fare un passo e guardare indietro, ipotizzando di trovarsi nel 2006 in Italia e nel 2007 in Francia. Che cosa è successo allora? Come è stata organizzata la strategia dei leader della destra, Berlusconi e Sarkozy, e come a sinistra, Prodi e Royal, seguivano il loro modello di campagna elettorale?
Essendo straniera non posso non apprezzare la rappresentazione dei sistemi dei media italiano e francese dati dall’autore. In poche pagine egli riesce a delineare con chiarezza la nascita, il cambiamento e i punti di vista di tre giornali principali di ogni paese. In seguito le analisi vengono fornite anche con riferimento all’attuale situazione televisiva.
I dati statistici della televisione raccolti nelle tabelle vengono apprezzate dal lettore per trasparenza ed efficacia. Dopo aver mostrato il duopolio italiano e l’oligopolio francese, il professore ci avvicina agli esempi del loro impiego da parte dei politici nel periodo delle campagne elettorali. Le strategie di Berlusconi e Prodi vengono chiamate "quasi caricaturali": il vantaggio di visibilità del primo sui media con toni urlati, la cosiddetta "onnipresenza mediatica", si contrappone con la quasi indifferenza per i media dell’altro politico. Invece in Francia Sarkozy e Royal conquistano dimensioni di visibilità simili. I due competitors hanno un sostanziale equilibrio nell’impatto mediatico.
Nonostante tanti parametri somiglianti, i due paesi europei mostrano logiche di sviluppo del rapporto "attore politico – attore mediatico" diverse.
Il libro di Giuliano Bobba fornisce la base necessaria a ogni giornalista per poter rispondere da solo alla domanda del campo professionale: dove mettere la politica, "in vetrina" o "in ombra"? Quale direzione è meglio preferire? La scelta potrà cadere sulla "Political logic, con la sua democrazia dei partiti, i loro portavoce e il controllo delle fonti d’informazione, o invece sulla "Media logic" e la sua informazione neutra che lascia all’opinione pubblica la possibilità di avere autonomia.
 Svetlana Kiseleva
 
Giuliano Bobba
Media e politica In Italia e Francia.
Due democrazie del pubblico a confronto
Milano, Franco Angeli, 2011, 144 pp.
 
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14 maggio 2013

Stampa quotidiana in Albania


Il cambiamento del sistema politico in Albania viene associato con l’evoluzione e la trasformazione dei media. L’instaurazione del pluralismo politico e l’economia di mercato dopo gli anni ’90 ha portato il crollo del monopolio statale sui media. Considerando il fatto che per tutto il periodo comunista i media erano totalmente sotto il controllo del partito, i media ebbero un cambiamento radicale durante il passaggio da un sistema centralizzato a quello di libero mercato. A differenza degli altri paesi ex comunisti dove il passaggio avvenne gradualmente, in Albania avvenne in maniera radicale.
Durante il periodo 1990 fino al 1997 sparirono i giornali e le riviste controllate dallo stato comunista, fa eccezione solo “Zëri i Popullit” (La voce del popolo), che era il principale giornale del partito comunista, e il loro posto lo presero i nuovi quotidiani. Ormai la trasformazione stava prendendo una nuova via, quella della libertà di parola, fiorivano nuovi mezzi di comunicazione dove per la prima volta dopo il ’91 furono pubblicate quattro quotidiani e tre anni più tardi vide raddoppiare il numero, arrivando anno dopo anno a un aumento progressivo dei quotidiani.  Considerando il fatto che prima degli anni ’90 si pubblicavano solo due giornali: “Zëri i Popullit” (La voce del popolo), e “Bashkimi” (Unione), attualmente, riferendomi all’Union of Albanian Journalists [1] che è il sindacato dei giornalisti in Albania, sono all’incirca 22[2] i quotidiani nazionali con una diffusione di non più di 70.000 copie. Solo i quotidiani “Panorama” e Shekulli (Secolo) vendono da 15 mila fino a 25 mila copie, mentre le altre vendono solo 5 mila copie.
Con il libero mercato l’esplosione dei media ha portato una situazione un po’ caotica ovviamente colpa della legislazione che ha lasciato molti spazi a questo disordine nel mercato dei media. Secondo uno studio fatto da Mark Marku sui media, una delle caratteristiche principale del mercato dei media albanese è la mancanza di trasparenza finanziaria. I media privati quando entrano nel mercato  non dichiarano i loro investimenti. Questo causa problemi nel mercato perché entrano in scena grandi imprenditori da altri campi cambiando così il panorama dei media. Quindi i giornali di questi imprenditori, che entrano nel mercato con grossi investimenti, sono più diffusi nel paese[3], e anche se hanno perdite nel costo dello stampo del giornale recuperano con altri guadagni provenienti da altri business.
Freedom House ha segnalato che l’Albania è parzialmente libera classificandola al 96° posto (The 2013 World Press Freedom Index). Fatto sta che la risorsa primaria di sopravvivenza dei media albanesi, giornali e Tv, sono il guadagni che traggono dalle pubblicità, spesso diventano dipendenti di quest’ultima che poi diventa la chiave per distinguere i colori della bandiera che portano. Poiché il governo dispone di un budget pubblicitario per tutti i suoi ministeri la maggior parte dei soldi viene data ai media filo-governativi, quelli che hanno appoggiato la linea del governo, scatenando l’ira dei media di opposizione.
Eduart  Lleshaj


[1] Union of Albanian Journalists, http://unioni-gazetareve.com/shtypi.html
[2] ABC, Albania, Balli i Kombit, Gazeta 55, Gazeta Ballkan, Gazeta Shqiptare, Gazeta Start, Integrimi, Koha Jone, Korrieri, Metropol, Panorama, Rilindja Demokratike, Shekulli, Shqip, Sot, Sot, Sporti Shqiptar, Tema, Tirana Observer, Tirana Times, Zeri i Popullit.
[3] http://al.ejo-online.eu/293/ekonomia-e-medias/mediat-shqiptare-dhe-specifikat-e-tregut-lokal
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13 maggio 2013

Dove osano le idee


Manifestazione culturale di fama internazionale, il Salone Internazionale del libro di Torino, giunto alla sua XXVI edizione, tornerà dal 16 al 20 maggio. L’edizione 2013, dal titolo  Dove osano le idee, affronta la tematica della creatività e della cultura del progetto, intendendo sollecitare la riflessione su un aspetto che l’Italia ha trascurato, proponendosi come una sorta di laboratorio per offrire ai giovani indicazioni concrete sul "come fare" e "dove andare" per portare avanti i propri progetti innovativi nel campo dell’arte, della scienza, della letteratura. Una scelta coraggiosa per dimostrare che il pensiero creativo, in tutte le sue sfaccettature, è la leva su cui bisogna puntare per uscire dalla difficile situazione in cui si trovano l’Europa e il nostro Paese.
Ospite d’onore sarà il Paese di Pablo Neruda, Il Cile, la cui letteratura è conosciuta in tutto il mondo grazie a nomi di culto quali Isabel Allende, Roberto Bolano, Louis Sepùlveda, Antonio Skarmeta, Marcela Serrano, Francisco Coloane e Alejandro Jodorowsky.
Inoltre quest’anno cade il centocinquantesimo anniversario della nascita di Gabriele D’Annunzio, a cui il Salone, insieme Alla fondazione " Il Vittoriale degli Italiani", renderà omaggio con diversi eventi ed incontri che intendono approfondire la sua poliedrica figura.
Non bisogna però dimenticare la partecipazione di tre case editrici liguri: il Canneto, Sagep Editori, Il Piviere, che porteranno a Torino alcune delle loro pubblicazioni per raccontare l’eccellenza della nostra regione tra arte, turismo, cookbook, natura e letteratura.
Una manifestazione di grande richiamo per esperti e appassionati che vedrà un susseguirsi di dibattiti, incontri con grandi ospiti, conversazioni che varieranno dalla letteratura al cinema, dalle scienze alle nuove sfide dell’editoria e del giornalismo digitale, dall’arte alla filosofia, insomma, un appuntamento da non perdere.
Giulia Di Re

*link al sito del Salone Internazionale del libro
http://www.salonelibro.it/


 

12 maggio 2013

Viaggi nel Cyberspazio tra rischi e opportunità

Antonio Teti, autore de Il potere delle informazioni, edito presso il Gruppo24ore, è responsabile del supporto tecnico informatico della Direzione Generale dell’Università G. D’Annunzio di Chieti-Pescara e docente di Cyberspace Sciences presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Chieti.
Sin dai primi sistemi di scrittura, l’informazione ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nella storia dell’essere umano, sin dalla sua comparsa. Le scoperte scientifiche, l’arte, la cultura, le grandi opere, le guerre e le rivoluzioni di ogni epoca, sono state tutte caratterizzate, nel bene e nel male, dalla comunicazione, straordinario elemento di influenza. La comunicazione rappresenta il vettore della storia dell’uomo, che lo ha accompagnato e condizionato nelle sue scelte. Sono stati soprattutto i giornali, la radio, la televisione e i new media ad incrementare, nel corso di decenni, il valore dell’utilizzo delle informazioni. Internet e le sue molteplici applicazioni hanno poi consacrato in maniera definitiva il passaggio dal mondo dell’informazione a quello che Teti chiama il nuovo “modello di produzione della conoscenza”, in cui il potere di informare, che prima era concentrato nelle mani delle potenze economiche e politiche, è diventato patrimonio di tutti.
 Il volume, lungo le sue 286 pagine, accompagna il lettore in un interessante viaggio in questo nuovo mondo, il mondo del Cyberspazio, passando tra hacker, cracker, attivisti, idealisti e cavalieri, Teti riesce a cogliere in pieno quelli che sono gli interessi geopolitici, politici e globali messi in gioco dall’avvento della Web Age.
La lettura è vivamente consigliata a chi è appassionato di Web, di psicologia della comunicazione, di geopolitica e di intelligence internazionale. L’analisi estremamente ricca e documentata apre gli occhi sul futuro, un futuro che in realtà è già presente, portando alla riflessione sul tema già affrontato da G. Orwell in 1984: tutto quello che postiamo sui social network e sui blog, le foto, le immagini o i filmati che carichiamo su Youtube o altri software viene fagocitato da questo nuovo e estremamente più potente Grande Fratello, che è la rete Web.
Grazie alla ricchezza di citazioni e riferimenti l’autore permette di apprendere in un colpo solo che in Rete (si intende Facebook e simili), meno si mette, meglio è.
Inoltre risulta chiaro come l’ecosistema digitale, specie per i cosiddetti “nativi digitali”, possa diventare il principale teatro tattico-strategico di scontro in un’ipotetica “guerra cibernetica” e nello stesso tempo il “terreno” di conquista” per l’affermazione delle nuove supremazie geopolitiche.
 Il professor Teti sostiene che il cyberspazio rappresenta uno strumento di informazione e comunicazione di una potenza straordinaria, libertà assoluta e democrazia, ma se male utilizzato è in grado di produrre danni incalcolabili. Proprio per questo viene sottolineata l’importanza di uno studio attento di tutti i risvolti e le implicazioni tecnologiche, sociologiche, psicologiche, politologiche e filosofiche che la rete attualmente presenta e presenterà sempre di più.
Giulia Di Re
 
 
Antonio Teti
Il potere delle informazioni.
Comunicazione globale, Cyberspazio, Intelligence della conoscenza
Milano, Gruppo24ore, 2012, p.286.
 
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08 maggio 2013

Inchieste nella dorata distopia tedesca

 

Chiunque volesse andare oltre l’ormai stereotipica visione della Germania “locomotiva d’Europa”, dei conti pubblici in regola (3200 miliardi di dollari di PIL che crescono del 3% l’anno), dei redditizi affari con i mercati emergenti, dei rendimenti decennali dei Bund divenuti il terrore per ogni altro titolo di stato europeo e dell’enorme influenza di Berlino sulla BCE e sulle sorti dei governi indebitati e inadempienti, insomma, chiunque sia interessato a sapere cosa ci sia dietro tutta questa magnificenza in salsa teutonica, potrà soddisfacentemente placare la propria curiosità leggendo Notizie dal migliore dei mondi. Una faccia sotto copertura.
Edito in Italia da L’orma (Roma, ottobre 2012) per la tagliente collana Kreuzville, è la raccolta di cinque reportage d’inchiesta di un vero specialista del travestimento, il camaleontico Günter Wallraff, giornalista tedesco già noto dagli anni ’80 al pubblico internazionale per aver raccontato, con il libro Faccia da turco, la sua esperienza da “infiltrato speciale” nell’inferno degli immigrati in Germania durante il boom economico.
Alla soglia dei settant’anni, lo ritroviamo qui dipinto di nero nei panni del tedesco-africano, in fila per un posto letto in un centro di accoglienza nelle consunte vesti di un senzatetto, sbarbato e tirato a lucido a impersonare un dinamico quarantanovenne nell’angusta postazione di un frenetico call-center. Sul volto tante maschere diverse celano gli stessi occhi penetranti, pronti a documentare le condizioni di vita, di lavoro, di degenza e di disperazione di chi, nel grande teatro germanico, già del socialdemocratico Shröder e oggi della cristiano-democratica Angela Merkel, si ritrova, suo malgrado, a recitare la parte dell’ultima ruota di un pur maestoso carro.
Quello che nell’immaginario comune viene rappresentato come “il migliore dei mondi”, visto e vissuto in prima persona da una prospettiva interna, scrutando tra le fronde di una società profondamente stratificata e ricca di contraddizioni, appare, in alcuni dei suoi variegati contesti, ancora intriso di pregiudizi, di intolleranza e di sentimenti razzisti; si rivela indifferente, quando non indolente e cinico, nei confronti degli “ultimi”, come i vagabondi, gli emarginati e i tossicodipendenti; si mostra avido, spietato e meschino nello speculare sul lavoro alienante dei telefonisti dei call-center; infine, si scopre insensibile, disumano e un po’ criminale nel relegare a una follia indotta, magari legato a un letto di una clinica psichiatrica, chi non riesce a reggere psicologicamente a un ritmo di vita forsennato, che trasforma l’uomo in un pescecane sempre alla ricerca di pesci più piccoli da sbranare.
Personaggio tanto amato quanto temuto in patria, Wallraff si cala, con la maestria dell’attore navigato e con il consueto “fegato”, nelle spire meno note della galoppante Federazione, portando l’occhio del lettore là dove l’impietosa realtà è tale solo per chi vi è invischiato quotidianamente, mentre per gli altri esiste solo in quanto “sentito dire” sconveniente, che si preferisce ignorare per mai averci a che fare
Fingendosi un “negro”, un “barbone” o un disoccupato di lungo corso, il giornalista tedesco intende abbattere la sorridente barriera di apparenza dietro la quale, chi è dinanzi a un esponente della stampa, inevitabilmente si trincera, per dare di sé agli altri solo l’immagine migliore. Ne risulta una lettura intrigante, in cui le molte scene descritte si susseguono a un ritmo sostenuto, tipico del film-documentario.
Ascoltando le tristi storie delle vittime di una società sempre più sfilacciata perché prona alle impietose esigenze del libero mercato, Wallraff vuole documentare quegli habitat lavorativi che meglio esemplificano il trionfo della competitività, dell’alienazione, della lotta tra poveri, ma soprattutto dell’imbarbarimento etico che una crudele politica aziendale produce nei sottopagati dipendenti. È il caso delle scuole di formazione per l’alta cucina e dei famigerati call-center in cui centinaia di “polli in batteria” cercano, gomito a gomito, di abbindolare il prossimo, in un’ambientazione che non poco ricorda le scene dell’huxleyano Brave New World, dal quale l’autore trae infatti l’ispirazione per il titolo originale del suo libro, Aus der shöenen neuen Welt (letteralmente, “Il bel mondo nuovo”).
Dare voce a chi non ha voce. Sbattere a tutti in faccia una realtà cruda e ostica da digerire. Annullare ogni giorno se stessi e la propria indignazione per continuare a rendere conto, sotto mentite spoglie, di quelle identità silenziose o inascoltate che con le loro umiliazioni sul posto di lavoro, con i loro geloni raggomitolati dentro un sudicio sacco a pelo, con le loro paghe da fame e con le loro sindromi da burnout, compongono ampie fasce del tessuto sociale tedesco: questo è il modo da tempo scelto da Wallraff per contribuire al cambiamento della sua nazione.
Günter Walraff accende la luce su alcune zone d’ombra di una Germania dai mille volti, tante quante sono le maschere del “camaleonte del reportage” che, insieme ai microfoni nascosti, indossa una maschera per smascherare il vero volto di uno stato che, nella corsa al primato economico, al taglio del debito pubblico e alla lotta alla crisi dei mercati internazionali, non si fa scrupoli a sacrificare il welfare state, l’equità sociale e la dignità dei propri cittadini.
Un pugno nello stomaco alla coscienza. Un inno alla solidarietà che fa riflettere tutto l’Occidente.
Alessandro Pucci


Günter Wallraff
Notizie dal migliore dei mondi. Una faccia sotto copertura
Roma, L’orma editore, 2012, 312 pp.


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07 maggio 2013

Giovani giornalisti: incontro con Matteo Agnoletto


In occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, lo scorso 25 aprile si è tenuto un panel discussion dal titolo “Fact-checking all'italiana”. Tale incontro, che si è per l'appunto focalizzato su diversi progetti made in Italy di verifica delle dichiarazioni rilasciate dai politici, ha visto tra gli speaker Matteo Agnoletto. Agnoletto, laureando in Informazione ed Editoria presso l'Università degli Studi di Genova, è il fondatore del Politicometro, “strumento che misura il grado di veridicità delle dichiarazioni dei politici”, come si evince dalla descrizione presente sul sito della testata.
Matteo ha poco più di vent'anni, sta per concludere il tradizionale ciclo quinquennale universitario e negli stessi cinque anni è entrato ed è cresciuto all'interno del mondo del giornalismo. È per questo che ho reputato opportuno e significativo porgli alcune domande per conoscere e comprendere le idee, i progetti e la determinazione di un ragazzo in cui gli iscritti al corso di Informazione ed Editoria e non solo possano rispecchiarsi.
Fondatore e direttore di politicometro.it, laureando in InfoEd, nel mondo del giornalismo da cinque anni e ne hai solo 23. Quando e come sei entrato nel mondo del giornalismo?
Ho iniziato subito dopo la maturità scientifica inviando mail a tutte le redazioni di Genova. Gli unici a richiamarmi furono quelli di Minigoal, settimanale sul calcio giovanile e dilettantistico, nel novembre 2008. A gennaio 2009 lavoro per il Corriere Mercantile: fino a luglio come collaboratore e da settembre a luglio 2010 come coordinatore in redazione. Ad agosto 2010 passo alla redazione genovese del Giornale come collaboratore in cronaca, ruolo che conservo fino a marzo 2013. A gennaio 2012 nasce l'idea Politicometro, concretizzata con la messa online il 15 marzo.
Sul sito politicometro.it ho letto che l'idea è nata durante una lezione di Storia del Giornalismo. Quale ruolo ha giocato e quale ruolo giocherà la magistrale genovese sia a livello ispirazionale che sul piano pratico, del tuo percorso lavorativo?
Sul piano ispirazionale la laurea magistrale ha fatto molto, visto che mi ha dato l'input proprio durante una lezione con ospite Raffaele Mastrolonardo. Un altro aspetto importante è la frequenza alle lezioni e il seguire gli incontri proposti dal corso: spesso un'idea o un contatto possono nascere proprio in queste occasioni. A livello pratico, invece, devo confessare che non credo che questo corso di laurea basti di per sé: tutte le nozioni che dà -e non sono poche- servono solo se affiancate ad un'esperienza "da strada". In poche parole, non si diventa giornalisti solo sui libri e a lezione.
Quale titolo di laurea triennale hai conseguito? La laurea magistrale ne costituisce il naturale proseguimento o la passione per l'informazione è nata successivamente?
Nella triennale mi sono laureato in Lettere moderne e la magistrale ne è in parte il suo naturale proseguimento, essendo un'interfacoltà tra Scienze Politiche e Lettere. Nella scelta del curriculum di studi ho optato però per quello più vicino a Scienze Politiche (GPPO), in modo da ampliare il più possibile le mie conoscenze ed evitando di "ripetere" materie già studiate nella triennale. La passione per l'informazione è nata prima di ogni corso di laurea, il problema è stato canalizzarla in un percorso di studi attinente, senza puntare sulle scuole di giornalismo vere e proprie.
Tornando al Politicometro, la testata è regolarmente registrata in tribunale, siete partiti dal territorio genovese e volete estendervi a livello nazionale. È stato difficile per un gruppo di giovani studenti "professionalizzare" il progetto? Se sì, quali problemi avete dovuto affrontare?
È vero che la nostra età media è molto bassa e qualcuno di noi è ancora studente, ma siamo tutti giornalisti (chi con già il tesserino in mano, chi lo sta prendendo in questi mesi) con qualche anno di esperienza alle spalle. Per professionalizzare il progetto abbiamo cercato e cerchiamo tuttora di dare un prodotto qualitativamente molto valido e senza sbavature, in modo da essere noi stessi i primi garanti dell'autorevolezza del lavoro. Se questa autorevolezza è poi riconosciuta anche dagli utenti, il processo di professionalizzazione è già a buon punto.
Qual è il tuo giudizio su Genova? La consideri un terreno fertile per le radici di aspiranti giornalisti quali sono gli studenti di InfoEd?
Credo che Genova sia oggi uno dei terreni meno fertili per qualsiasi aspirante giornalista. Abbiamo poche testate e quasi tutte sono in crisi: entrare diventa difficilissimo e ottenere degli equi compensi pare utopico. A onor del vero, anche nel resto d'Italia la situazione non è rosea, ma esistono realtà sicuramente più aperte e con più possibilità, come Milano. Il mio consiglio -nonché quello che sto facendo io stesso- è quello di specializzarsi in più tipi di giornalismo: cartaceo, online, televisivo, radiofonico.
Il tuo giudizio sull'Italia: scappare o restare?
Oggi la situazione del Paese ci vede quasi costretti a scappare per realizzarci. Io provo a fare di necessità virtù, quindi dico: scappare oggi per formarci, migliorarci, acquisire esperienze nuove e poi tornare domani per risollevare/ricostruire il tessuto di questo Paese.
Progetti per il futuro?
Miei: apprendere il più possibile dal tirocinio a Telenord che comincerò tra pochi giorni, discutere la tesi a settembre, provare l'esperienza del tirocinio Schuman a Bruxelles, Rai a Roma o SGRT di Perugia.
Politicometro: proseguire il lavoro nazionale con un'azione di monitoraggio sul nuovo Governo, cercare di riprendere il discorso delle redazioni locali in primis a Genova, trovare un minimo di sostenibilità economica.

Enrica Orru

Link:

28 aprile 2013

In libreria

Sergio Maistrello
Fact checking. Dal giornalismo alla Rete
Milano, Apogeo, 2013 (formato e-book)

Descrizione
"Fact checking", letteramente "verifica dei fatti". Una pratica giornalistica tesa a garantire la qualità dell'informazione e la credibilità della testata che se ne fa portatrice. Una pratica, e una figura professionale, quella del fact checker, andata scomparendo a causa della crisi che negli ultimi vent'anni ha colpito l'editoria tradizionale. Questo ebook racconta la parabola del fact checking, dalla nascita negli Stati Uniti degli anni '20, fino all'espulsione dalle case editrici e all'incontro con la Rete, luogo per eccellenza dell'informazione "incontrollata". Ma è anche una storia di rinascita: perché è proprio grazie a Internet che il fact checking torna in gioco sotto forma di servizi indipendenti, esterni alle redazioni dei giornali. Sergio Maistrello, attraverso l'analisi di casi paradigmatici, soprattutto statunitensi, ma anche italiani e internazionali, offre una disanima degli strumenti e delle pratiche emerse finora e ricostruisce le conseguenze dell'impatto fra fact checking e nuove dinamiche sociali promosse dalla Rete. Perché "il fact checking non è tanto un prodotto editoriale o una pratica professionale, è una proposta di metodo".
*All'ebook è collegata un'area di discussione e confronto:
 
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25 aprile 2013

25 Aprile

"La Resistenza può oggi insegnare a resistere a questa rassegnazione, a questo cinismo; l'uomo nuovo non nasce, una volta per tutte, da cataclismi epocali, ma dal disincantato e appassionato buon combattimento d'ogni giorno."
Claudio Magris



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22 aprile 2013

In libreria

Ferdinando Giugliano - John, Lloyd
Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia
Milano, Feltrinelli, 2013, 288 pp.
Descrizione
Lo stato di salute del giornalismo italiano è una delle questioni più dibattute degli ultimi anni. Lo scontro intorno alla figura di Silvio Berlusconi ha portato la discussione su quale debba essere il ruolo della stampa a un tale livello di animosità e litigiosità da rendere pressoché impossibile qualsiasi tipo di analisi obiettiva e imparziale. Ferdinando Giugliano e John Lloyd, due giornalisti del “Financial Times”, hanno cercato di compiere l’operazione più difficile: esaminare con distacco, profondità e competenza il panorama del nostro giornalismo, tracciandone la cartografia e provando a individuarne i pregi, i problemi, le tare ereditarie e le prospettive di cambiamento. Vista dall’estero, l’informazione italiana sembra fondata sul presupposto che l’obiettività e l’equidistanza non siano possibili, che la neutralità rispetto a interessi e fazioni politiche sia irraggiungibile e che i giornalisti non possano evitare di assumere posizioni di parte. Ma è davvero così? Televisione, carta stampata e siti di informazione sfornano solo notizie condite con opinioni? Come funziona l’informazione in Italia? Unendo la loro esperienza da giornalisti, il distacco di chi osserva da lontano e un puntiglioso lavoro di ricerca, fatto di decine d’interviste ai protagonisti del nostro giornalismo (da Ezio Mauro a Vittorio Feltri, da Marco Travaglio ad Augusto Minzolini), Giugliano e Lloyd riescono a collocare la questione al di sopra dell’usurato dibattito sul regime berlusconiano e sull’informazione asservita, andando a illuminare le caratteristiche – e i vizi – di fondo del giornalismo italiano.
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16 aprile 2013

Giornalismo digitale


 
 
Corso di Laurea magistrale  interdipartimentale in 
Informazione ed Editoria
Lettere e Filosofia – Scienze Politiche
 Giovedì  18 aprile 2013 - ore 10
Aula Mazzini
Via Balbi 5 (III piano) – Genova
Presentazione del libro di Davide Mazzocco
Giornalismo digitale.
Architettura, programmazione, ottimizzazione Roma, Edizioni della sera, 2012.
 Con la partecipazione dell’autore Davide Mazzocco 
e di Luca Rolandi, giornalista de “La Stampa”
e redattore del sito Vatican Insider.



13 aprile 2013

In libreria

Fausto Colombo
Il potere socievole. Storia e critica dei social media
Milano, Bruno Mondadori, 2013, 168 pp.

Descrizione
I social media sono diventati essenziali nelle nostre vite. Sono duttili: ci permettono di vendere, comprare, comunicare, esprimerci, cercare e diffondere informazioni senza staccare gli occhi da un semplice display. Sono utilizzabili sempre e ovunque: la diffusione dei terminali mobili(smartphone e tablet) ci garantisce uno stato di perenne connessione. Sono amichevoli: generano quella speciale euforia che ci dà la facilità del loro uso. Sono socievoli: permettono le relazioni, anche a distanza. Ma è davvero tutto qui? Il libro si interroga sulla seduzione di questi strumenti, sulla loro attraente efficienza, per provare a coglierne anche lati meno ovvi, e forse più oscuri. Per cominciare, da dove vengono? Dal lungo processo della digitalizzazione, certo, ma anche da alcune svolte economiche e di mercato, e da precise filosofie imprenditoriali, di cui sono più o meno consapevoli portatori. E poi, di chi sono i social media, a chi appartengono i loro contenuti? A chi rispondiamo noi, quando li usiamo, o ci esprimiamo attraverso di loro? Quali tipi di conflitti (politici, economici, e anche personali) trovano spazio dentro a questo universo socievole? E, soprattutto, quali poteri vi prendono forma, dietro la maschera della disponibilità e dell'uguaglianza?
 
Indice
Introduzione. Fra tecno-entusiasmo e net-delusion
1. Di cosa parliamo quando parliamo di social media
2. Si fa presto a dire blog. I paradossi della sincerità in rete
3. I social media salveranno le democrazie?
4. Controllo, identità, governo di sé. Un approccio foucaultiano ai social media
Bibliografia
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11 aprile 2013

Editoria digitale

Corso di Laurea magistrale  interdipartimentale in 
Informazione ed Editoria
Lettere e Filosofia - Scienze Politiche
Giovedì  11 aprile 2013 - ore 10
Aula Mazzini
Via Balbi 5 (III piano) - Genova

Le applicazioni dell'e-book nel giornalismo
 Incontro con
Maria Cecilia Averame
Responsabile editoriale della casa editrice digitale
Quintadicopertina
 
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10 aprile 2013

Chi era Margaret Thatcher?


All'età di tredici anni ho preso in mano l'ennesimo numero di Dylan Dog, il celebre fumetto ideato da Tiziano Sclavi ed edito dalla Bonelli Editore. “Finché morte non vi separi” vede protagonista una giovane attivista dell'Ira morire di fame in prigione. Era la prima volta che sentivo parlare di Bobby Sand. Era la prima volta che sentivo parlare di Margaret “Maggie” Thatcher. Sempre intorno a quell'anno ho ricollegato alla stessa donna la celebre scena del film Billy Elliot in cui alcuni minatori, tra cui il padre di Billy, stremati dallo sciopero e spinti dalla necessità di lavorare, prendono l'ascensore inseguiti dagli insulti dei colleghi traditi. E solo quest'anno, in seguito ad uno stage in Argentina, sempre alla stessa donna ho ricollegato i racconti di Inés, la signora presso la quale ho alloggiato, che con tristezza e amarezza ricordava lo sterminio di decine di giovani argentini per quelle che lei chiama le Malvinas, ma che per altri sono meglio note come le isole Falkland.
Quando ieri ho appreso della morte della “Lady di ferro”, credevo avrei letto critiche feroci nei confronti di quella che è stata il primo premier donna nella storia della Gran Bretagna e che ha guidato una delle maggiori potenze del pianeta per tre mandati, dal 1979 al 1990. Tuttavia, la ricerca si è prolungata più di quanto mi aspettassi.
Le Monde titola in maniera concisa e neutrale: “Margaret Thatcher est morte”. Di seguito la si definisce come colei che ha “remodelé le Royeume-Uni avec un libéralisme économique intrasigeant”, “l'un de grands acteurs politiques des années 1980”, dal “caractère implacable”. Non si fa alcuna menzione all'Ira e allo sciopero dei minatori. Inoltre, la guerra per le isole Malvine è definita una “reconquête”.
In Italia il Corriere della Sera apre con la dichiarazione rilasciata dal Primo Ministro britannico, David Cameron: «Abbiamo perso una grande leader». Lo stesso Cameron ha proseguito affermando che «Margaret Thatcher ha salvato il nostro Paese» e che «la sua eredità resterà non solo negli anni a venire, ma nei secoli». Sempre in relazione alla guerra in Argentina, si parla di reazione “all'invasione delle Falkland”, ma non si fa cenno alle dimissioni richieste dal suo partito nel 1990, così come sono nuovamente assenti i riferimenti al gruppo terroristico irlandese e alla questione sindacale.
BBC News riporta nuovamente le parole di stima di Cameron, così come quelle rilasciate dal Presidente degli Usa, Barack Obama, e dalla Regina Elisabetta. Solo più avanti è trascritta la dichiarazione dell'editorialista Nick Robinson, il quale ha definito la Thatcher un “controversial politician”, che pur ha infuso “passione” tra i suoi sostenitori e tra gli oppositori. Si citano inoltre lo sciopero dei minatori del 1984-85 e la privatizzazione di un numero imprecisato di industrie pubbliche. In più è presente una prima menzione all'attentato dell'Ira del 1984, al quale la Thatcher è scampata, senza però approfondire la questione. In seguito ad ulteriori elogi alla “Lady di ferro”, solo negli ultimi paragrafi dell'articolo si passa nuovamente alle critiche al suo governo: Neil Kinnock parla della “inequality” prodotta dalle politiche portate avanti dalla Thatcher, mentre Gerry Adams la accusa di aver “prolonged the war and caused great suffering” nell'Irlanda del Nord. Altre critiche arrivano dal National Union of Mineworkers per aver privilegiato gli interessi di pochi e per aver smantellato l'industria del carbone. In aggiunta, si fa menzione anche alle manifestazioni che hanno avuto luogo a Glasgow e Brixton per “festeggiare” il decesso dell'ex Primo Ministro, seppur rimarcando il numero esiguo di manifestanti: rispettivamente 250 e 100 persone.
Lo scenario si amplia con il più autorevole quotidiano argentino Clarín: la Thatcher si qualifica come “la controvertida ex primera ministra británica”, “mandataria durante la guerra de Malvinas”, che “consiguió destruir el movimiento sindical en Gran Bretaña”. Sempre Clarín cita lo sciopero dei minatori, definendolo “brutal”, ed è l'unico a parlare dell'affondamento della nave Belgrano durante la guerra per le isole Malvine e dello sciopero della fame dei militanti dell'Ira durato 172 giorni. Tale sciopero ha portato alla morte di nove persone, tra cui il loro rappresentante, Bobby Sand. I militanti sono deceduti per stenti senza che gli sia stato concesso il diritto di essere ascoltati.

Indubbiamente la Thatcher ha rimodellato il Regno Unito. Indubbiamente bisogna riconoscerle la forza, la longevità e l'importanza dimostrata e ottenuta in un mondo dominato da soli uomini. Tuttavia, non posso che chiedermi a quale prezzo ciò è stato raggiunto e fino a che punto sia lecito tollerarlo.
Enrica Orru
 
*Queste sono solo alcune delle testate che ho consultato.
 Link (clickare sul titolo):
 
Ex-Prime Minister Baroness Thatcher dies, aged 87”, BBC News, 8 aprile 2013.
 
Margaret Thatcher est morte”, Le Monde, 8 aprile 2013.
 
 
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09 aprile 2013

I danni dell'analfabetismo di ritorno

Sembrerebbe seriamente assurdo pensare che in un’ epoca in cui  la comunicazione scritta (articoli, slogan, SMS, e-mail, chat, post, hashtag) prevale su quella orale, vi siano persone incapaci di comprendere tali messaggi, e la situazione andrà peggiorando sempre più in quanto le innovazioni tecnologiche non sembrano voler pazientare per dar tempo a tutti di stare al passo. D’altro canto non si può neanche negare a coloro i quali si nutrono di tecnologia, di sperimentare e provare tecniche di comunicazione sempre più immediate, sempre più accurate. Il problema maggiore nasce quando a non essere compresi non sono solo i moderni modi di fare comunicazione scritta, ma la comunicazione in senso stretto, la “commuico” latina: mettere in comune, far partecipe.  Dall’articolo emerge benissimo la gravità della questione, emerge quanto sia pericoloso vivere in una società dove a causa dell’analfabetismo galoppante, l’opinione pubblica è impedita nel formarsi la sua “opinione”. Ecco quindi che non solo si avrà una società non formata, ma ancor peggio una società non informata.
Trovare la soluzione al problema non è semplice in quanto la piaga dell’analfabetismo riguarda un panorama eterogeneo, di conseguenza andrebbero adottati metodi differenziati. Uno però potrebbe essere il metodo per eccellenza: invertire il classico paradigma del genitore che ha qualcosa da insegnare al figlio, e prendere coscienza che la “i-generation”  ha molto da insegnare, ma cha a sua volta ha l’obbligo di maneggiare con cautela gli strumenti informativi che ha a disposizione, facendone un uso produttivo ed intelligente. 
Ilaria Vitiello

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