Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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21 gennaio 2019

Tesi di laurea in Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale



Francesca Caporello, Immigrazione.La stampa italiana tra multiculturale e interculturale per una comunicazione positiva, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Aime, 2017-2018.
Chiara Biffoni,  La notizia internazionale in formato fotografia, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. P. Macrì, 2016-2017.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Benedetta Federica Rovero, Il femminicidio in formato notizia,  tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Pasini, 2016-2017.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Silvia della Rocca, "Le monde diplomatique" e il dibattito su informazione e disinformazione, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. A. Catanzaro, 2016-2017.
Maria Valacco, Enrica Basevi tra mediazione culturale e giornalismo scientifico (1928-2013), tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. P. Macrì, 2015-2016. (La tesi di laurea è stata ritenuta meritevole di segnalazione dal Premio tesi di laurea del Centro studi sul giornalismo Gino Pestelli di Torino - Bando 2017).
(consultabile sul sito tesionline.it)
Manuela Montignani, Passaparola 2.0. Dal giornalismo tradizionale ai blog tematici, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. A. Catanzaro, 2015-2016.
Enrica Orrù, Gli spazi del dibattito sull'informazione. I festival del giornalismo in Italia, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. N. Buratti, 2014-2015.
Ludovica Brunamonti, Dalla strenna all'ebook. Nuove strategie di marketing per il giornalismo, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. R. Bianco, 2013-2014.
Valentina Risaliti, Il giornalismo di pace. Modelli, tecniche e contenuti, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Pasini, 2013-2014.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Sara Marmifero, Modelli di Graphic Journalism, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. A. Pirni, 2013-2014.
Alessandra Torre, Modelli di giornalismo tra politica e arti: "Marianne" (1933-1935)tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Maurizia Migliorini, 2012-2013.
Dario Veglia, Stampa e informazione a Savona da Gutenberg al Web tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Silvano Balestreri, 2012-2013.
Cristina Pongiluppi, Il giornalismo militante di Alexander Langer, Tesi di laurea in Storia del giornalismo, Facoltà di Lettere, Università degli studi di Genova, relatore M. Milan /correl. Franco Contorbia, 2012-2013.
Sabrina Bruzzone, Linee editoriali a confronto. La Spagna di Zapatero tra "El Pais" e "la Repubblica", tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Silvano Balestreri, 2011-2012.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Silvia Rivetti, Il "Progetto Lavoro" di Paolo Murialdi. Storia di un libro mai nato, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Silvano Balestreri, 2011-2012.
Francesca Astengo, Le grandi firme della critica televisiva in Italia (1954-2000), tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Mario Bottaro, 2010-2011.  (consultabile sul sito tesionline.it). La tesi è stata poi pubblicata (v. http://www.tesi-italiane.it/francesca-astengo ).
Francesco Bianconcini, "Bellezza, è la stampa...!" Giornali e giornalisti nel cinema italiano (1943-2009) tesi di laurea magistrale in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Aime, 2010-2011.
Simone D'Ambrosio, Tursi 2.0. Dai bollettini statistici all'informazione diffusa. Il Progetto di Genova "Città digitale",  tesi di laurea magistrale  interfacoltà in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. S. Monti Bragadin, 2010-2011. La tesi ha ottenuto la dignità di stampa.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Elisabetta Ferrando, The "Beautiful Country". Le inchieste di "Economist" sull'Italia (1964-2011), tesi di laurea magistrale in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. A. Pirni, 2010-2011.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Francesco Abondi, "Il Lavoro" di Genova negli anni dell'ascesa di Craxi (1975-1985), tesi di laurea magistrale in Scienze politiche, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan, a.a. 2009-2010
(consultabile sul sito tesionline.it)
Giorgia Notari, L'informazione migrante. Il caso Liguria, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Mario Bottaro, 2009-2010. 
(consultabile sul sito tesionline.it)
Gloria Sormani, Percorsi del giornalismo di moda a Genova tra ottocento e novecento, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Migliorini, 2009-2010.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Stefania Scappini, Le riviste di teatro a Genova fra Otto e Novecento, tesi di laurea specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Bottaro,  a.a. 2008-2009.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Laura Colombo, L'hanno detto in televisione. TG3 e TGg5 a confronto, tesi di laurea specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Bottaro/ correl. M. Milan, a.a. 2008-2009
Francesco Bottino, Le battaglie europeistiche di Radio Radicale (1992-2008), tesi di laurea specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. S. Monti Bragadin, a.a. 2007-2008
Giorgio Silvestri, I media della diaspora italiana. Dal bollettino al blog, tesi di laurea specialistica in Scienze Politiche, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan, a.a. 2007-2008. La tesi ha ottenuto la dignità di stampa; nel 2009 ha ottenuto il Premio internazionale Gaetano Scardocchia 2009 ed è stata pubblicata su iniziativa del Comite-Spagna.
v. anche il blog Dal Bollettino al Blog.
Chiara Franceschi, Il linguaggio delle cooperazione internazionale nella stampa europea, tesi di laurea specialistica in Scienze internazionali e diplomatiche, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan, a.a. 2005-2006

15 gennaio 2019

Giornalismo in forma di fumetto

Gianluca Costantini è il miglior esponente della nuova frontiera del giornalismo e fedele alla linea è una raccolta delle sue opere, sparse tra le pagine delle testate più autorevoli a livello mondiale, che ci fa comprendere in modo semplice e veloce come il suo lavoro sia un concentrato di carica artistica, espressiva ed emozionale. Lui scandisce le sue cronache con tavole e vignette.
Certe storie hanno un impatto incredibile se rappresentate sotto forma di vignette, proprio come i fumetti che hanno accompagnato la nostra infanzia. Pagine in cui l’autore si schiera e prende una posizione senza renderla ingombrante.
Il tratto grafico è posizionato sulla linea di confine tra reale e irreale: spesso usa fotografie e immagini reali colorate innaturalmente con lo scopo di suscitare determinate emozioni e mettere in risalto alcuni elementi. È impressionante l’uso dei colori caldi nel racconto “il giorno della conoscenza”, Costantini in poche pagine ci sbatte letteralmente in faccia la storia dell’attentato in Ossezia del Nord, quando nel 2004 morirono 300 persone, di cui 186 bambini. Le verità di quel giorno sono poco chiare e Costantini si rivolge direttamente al lettore senza entrare in temi giudiziari non di sua competenza ma vuole creare quell’empatia spesso assente durante le cronache di attentati “non occidentali”.
Oggi il graphic journalism è diventato necessario. Le immagini restano molto più della scritte e Costantini, da giornalista di razza quale è, le utilizza in modo magistrale per raccontare eventi e storie, regalandoci una visione ampia e approfondita delle violazioni dei diritti umani ai quattro angoli del mondo. Dà voce a poeti messi a tacere, giornalisti rinchiusi e attivisti torturati. Un atlante dei diritti umani calpestati.
La sua linea semplice e pulita, parla a nome degli esclusi, a chi toglie agli altri e a se stesso nella vana speranza di un futuro diverso. A tratti ho trovato in Costantini un po’ di De Andrè, non vuole chiamare a una rivoluzione e formare una coscienza di classe ma prova a dare una voce a tutti, nessuno escluso. Leggendo le strisce di “Mafia”, dove Costantini dà spazio non ai morti innocenti, ma ai pregiudicati che nessuno si ricorda, ho subito pensato all’ultima strofa di “città vecchia” del
cantautore genovese: “se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”. La persona viene prima di tutto, anche se è la parte cattiva del problema.
Il fumetto di Costantini urla la disperazione di chi si trova in subordinazione e racconta, per dirla sempre in modo Deandreiano, “storie sbagliate”, nel senso che in un mondo civile non dovrebbero succedere.
Assumere attraverso la matita la loro voce è per il giornalista un tentativo di riportare i loro pensieri che altrimenti svanirebbero nell’aria. Una restituzione di presenza, una dichiarazione di esistenza.
Fedele alla linea è il testamento del graphic journalism.
Un libro che vorrei non fosse mai esistito, visto che certe storie non dovrebbero esistere.
Un libro che l’autore dedica a Giulio Regeni e in cui gli dà vita tra le pagine.
Un libro disegnato da una matita ben allenata a seguire l’occhio.

Andrea Tedone

Gianluca Costantini
Fedele alla linea, il mondo raccontato dal Graphic Journalism
BeccoGiallo, Padova, 2018.



12 gennaio 2019

Giornalismo, terrorismo e segreto di stato


Qual è il legame tra servizi segreti e giornalismo? Fino a che punto la divulgazione di informazioni riservate è legittima e non mette in pericolo la sicurezza nazionale di un Paese?
John Lloyd, nel suo Journalism in an Age of Terror, pubblicato nel 2017 ed edito da Reuters Institute for the Study of Journalism, si pone questi quesiti e ripercorre l’evoluzione dei servizi segreti e dei rapporti col mondo del giornalismo in tre Paesi in particolare: Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Alla base dell’analisi di Lloyd c’è una grande verità: la politica è sempre stata e sempre sarà connessa al mondo del giornalismo. Partendo da questo assunto, Lloyd evidenzia che sin dalla seconda guerra mondiale gli stati si erano dotati di un efficiente sistema di spionaggio: era fondamentale per vincere la guerra. La grande differenza con i servizi segreti odierni è che oggi non sempre la segretezza è garantita. Lo scandalo Watergate, poi la divulgazione dei documenti del Pentagono relativi alla guerra in Vietnam e il più recente scandalo di Wikileaks, a cui è seguito il caso Edward Snowden. Insomma, i governi di tutto il mondo hanno sempre tenuto nascoste certe notizie ai cittadini, e poi, da un momento all’altro, queste notizie sono state gettate in pasto all’opinione pubblica, scatenando ovviamente uno scandalo.
Ma la domanda è: è giusto che le persone sappiano come opera la CIA? È giusto informarli sull’esistenza di programmi di sorveglianza di massa come quelli della NSA (National Security Agency)? Tutto questo non compromette l’efficacia stessa dei servizi segreti? La questione è sicuramente complicata, oggi più che mai. In un’epoca in cui la minaccia del terrorismo e delle armi di distruzione di massa sembra più forte che mai, il confine tra privacy e sicurezza nazionale invece è sempre più labile. Non sono altro che due facce della stessa medaglia: impossibile pretendere una cosa senza essere disposti a rinunciare a un po’ dell’altra. Se i governi devono controllare tutti per sconfiggere la nuova minaccia dell’Isis, allora anche le nostre care conversazioni Whatsapp devono essere sotto l’occhio del grande fratello di Orwell.
John Lloyd nel suo libro cerca di districarsi all’interno di questo mondo così complesso: entrano in gioco tanti fattori e ognuno di essi è importante e merita attenzione. L’obbiettivo dell’autore è far riflettere il lettore su una realtà più che mai attuale, mostrandogli che anche lui è coinvolto in questa trama così oscura. Attraverso estratti di interviste a giornalisti premi Pulitzer come Dana Priest e a ex capi di alcune agenzie di intelligence, Lloyd riesce a trovare un filo conduttore all’interno della problematica e offre così al lettore un’analisi chiara e logica. Il linguaggio che usa è conciso e lineare, il testo è ricco di testimonianze dirette che aiutano a vedere la questione sotto diversi punti di vista. Insomma, lo scrittore ci offre la chiave di lettura di un problema tanto complesso quanto affascinante, ma lascia sempre il pubblico libero di farsi un’idea propria.
Con un ritmo sempre più incalzante Lloyd finisce per insinuare nel lettore la consapevolezza di essere come un cane che si morde la coda: non vuole essere spiato, vuole che la sua privacy sia rispettata, ma al tempo stesso pretende che il governo lo difenda da tutti i mali. E questo perché ha paura, perché nella sua testa risuonano ancora le parole dell’ex Presidente della Repubblica francese François Hollande in seguito agli attentati di Parigi: “Siamo in guerra”.
Simona Rizzo


John Lloyd
Journalism in an Age of Terror
Reuters Institute for the Study of Journalism, London, 2017, pp. 272.
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11 gennaio 2019

Fake news e post-verità


Quanto sono affidabili le notizie che leggiamo sui social network e sulle pagine online? Su quali criteri ci basiamo per stabilire se una notizia è vera o frutto di una mente pronta a sviarci pur di ottenere consenso e affondare un nemico? Quali fonti possono essere ancora ritenute autorevoli?
In un mondo tecnologico sempre più soggetto alle fake news, in un continuo oscillare tra vita online e vita offline, Giuseppe Riva tenta di analizzare il fenomeno spiegando le origini, i processi di creazione e gli strumenti di difesa da queste notizie ingannevoli ma create ad opera d'arte.
Fake news, vivere e sopravvivere in un mondo post-verità, è infatti l’ultimo libro di Riva, pubblicato nel 2018 ed edito dal Mulino, Bologna; Riva, professore di Psicologia della Comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano, è presidente dell’Associazione Internazionale di CiberPsicologia e autore di altri libri a tema social network e news online tra cui I social network (2016) e Nativi digitali (2014).
In Fake news l’autore, come dichiarato fin dalla premessa, si pone l’obiettivo di rispondere a tre domande: se il termine “fake news” sia solo un modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti in ambito politico; quali sono i meccanismi tecnologici e psicosociali che consentono la creazione e la diffusione delle fake news; come si ci può difendere al giorno d’oggi dalle notizie false che ci sommergono quotidianamente al punto da non saper più distinguere cosa sia vero e cosa sia falso. Nel corso della riflessione per rispondere a tali quesiti, in un viaggio lungo cinque capitoli attraverso quello che l'autore definisce un “mondo di post-verità”, Riva utilizza ed incrocia nozioni di diverse discipline quali filosofia, scienze della comunicazione, psicologia, informatica, sociologia, ciberpsicologia e la scienza delle reti.
L'autore riesce a delineare un quadro generale del fenomeno delle moderne fake news attraverso l'utilizzo di termini semplici e esempi storici che facilitano la comprensibilità; dopo l'analisi dell'influenza che queste notizie hanno sulla comunità e sulle scelte dei singoli individui, passa quindi a spiegarne i metodi di diffusione tramite la persuasiva metafora delle cybertruppe, costituite da bot e troll che contribuiscono quotidianamente a farle penetrare nelle case degli italiani in una non convenzionale guerra alla disinformazione.
Seppur alcuni riferimenti possano sembrare datati (si fa riferimento ad esempio al dipartimento D del KGB russo del 1954), Riva riesce ad attualizzare l'argomento tramite l'analisi delle smart mobs, della nuova sharing economy (con riferimento a Uber e Airbnb) e del ruolo incisivo dei social network; se non avete mai sentito nessuno di questi termini tecnici non fatevi tuttavia spaventare, il libro spiega chiaramente ogni concetto rendendo la lettura accessibile a tutti, anche a coloro che non “masticano” questi concetti.
L'autore utilizza uno stile chiaro, conciso e lineare, con periodi semplici e lessico accessibile a tutti; è chiaro l'intento di rendere la lettura facilmente fruibile e di “alleggerire” concetti tecnici che potrebbero risultare complicati e talvolta incomprensibili. Il tipo di scrittura evita perifrasi, è scorrevole e adatta ad ogni tipo di lettore: anche chi non ha alcuna conoscenza sull’argomento infatti, può facilmente comprendere tutti i concetti trattati, dal momento che l’autore esplica tutto ciò di cui parla anche attraverso esempi facili ed intuitivi.
Camilla Conti



Giuseppe Riva
Fake news, vivere e sopravvivere in un mondo post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018.
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08 gennaio 2019

Dark Web e Hacker


Quando la realtà si avvicina alla fantasia. Tra storie che mescolano la suspense dei film di spionaggio all’atmosfera angosciante stile Matrix, il libro di Carola Frediani  (Guerre di Rete) ci fa percorrere un viaggio lungo nove capitoli tra sigle, termini tecnici e nomi di attori, privati e aziendali, che abitano il regno oscuro di Internet. “Guerre di Rete” infatti riesce, con una scrittura fluida e ben calibrata tra descrizione e tecnicismi, ad appassionare il lettore via via che si prosegue nel libro; ovviamente la lettura risulterà ancora più fluida per coloro che ne masticano gli argomenti, ma il libro è rivolto a tutti. Non è infatti solo l’interesse a crescere pagina dopo pagina, ma si sviluppa un senso di paranoia crescente verso quel mondo online nel quale pubblichiamo quotidianamente pensieri e foto di gatti.
Nonostante una parte di queste storie riguardi gli utenti comuni di internet, utilizzatori di Social Network e di servizi di messaggistica, una buona parte dell’analisi di Frediani riguarda il processo democratico che vede coinvolti governi, enti parastatali, ricercatori e dissidenti nella lotta intestina tra intercettazioni e diritto alla privacy. Il primo capitolo tratta proprio di questo, del legame che coinvolse Costin Raiu e Stuxnet, rispettivamente ricercatore di sicurezza informatica e virus che mandò in tilt le centrifughe di un impianto nucleare in Iran, sotto la guida dello Zio Sam. Oltre alle situazioni alla James Bond vissute da Raiu, il libro ci fa immergere in ciò che accade nel cosiddetto Dark Web, dove le vendite di exploit (tecniche di hacking), vulnerabilità zero-day (fragilità dei vari sistemi conosciute solo dagli attaccanti) e spyware, ransomware, virus di ogni genere sono all’ordine del giorno.
Frediani, però, non dà il tempo di abbandonarci a facili retoriche da improvvisati censori di ferro; ci mostra infatti come l’anonimato sul web dia sì riparo a gruppi criminali, ma soprattutto rappresenti l’unica ala protettrice degli attivisti nei governi autoritari. Più avanti nel libro ci farà esplorare il mondo e le persone che ruotano attorno a TOR, il browser crittografato che riesce a celare la nostra identità online. La crittografia è un altro punto centrale, nel testo e nel mondo odierno. Con l’avvento delle nuove app di messaggistica ed il loro utilizzo della crittografia end-to-end, vari governi hanno tentato di fare pressioni sulle case produttrici o di attuare leggi che ne impediscano l’utilizzo, al fine di rendere nuovamente possibili le intercettazioni. Questo non è nemmeno l’unico caso in cui il governo fa braccio di ferro sul tema della sicurezza con attori privati; Frediani ricorda infatti lo scontro tra FBI e Apple, in cui il primo tentò di guadagnarsi l’accesso ad un dispositivo di un attentatore. Cambiano le tecnologie, ma i problemi restano gli stessi: chi controlla i controllori, dotati di un magico passpartout per un accesso universale? Ben più inquietante è il caso riportato sugli Emirati Arabi, in cui il progetto di creare delle “sonde” da installare pubblicamente in ogni dove per poter spiare ogni dispositivo elettronico ricorda neanche troppo da lontano il Grande Fratello di orwelliana memoria.
Tuttavia, precisa l’autrice, se tutto questo parlare di spie, Dark Web e hacker sembra essere qualcosa di lontano dall’utilizzatore comune, ciò non è così. Oltre al caso citato della pubblicazione di nomi e cognomi di migliaia di utenti iscritti ad un portale di incontri extraconiugali, e di come questo abbia portato al suicidio di un padre di famiglia, quotidianamente chiunque è soggetto alla profilazione. Pertanto, non si può ignorare la domanda se ciò influisca sul processo decisionale individuale, e di conseguenza sulla democrazia stessa. In senso lato, ciò che accade online ha necessariamente delle conseguenze offline.
Il libro di Carola Frediani è l’evidente risultato di un approfondito lavoro di ricerca, grazie al suo lavoro di giornalista specializzata in questo settore. Le esaurienti note e le attente descrizioni dei concetti più difficili riveleranno all’utente medio di internet la propria essenza: un’inconsapevole Cappuccetto Rosso in un bosco digitale abitato da lupi.
Matteo Miccichè

Carola Frediani 
Guerre di Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018 (II edizione).
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04 gennaio 2019

Corso di scrittura

Corso di scrittura all'Università Ben Gurion di Tel Aviv:
"Non posso insegnarvi a scrivere.
Però vi posso insegnare a cancellare". 
Amos Oz


*Corriere della sera, 4.1.2019.
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21 dicembre 2018

In libreria

Gabriele Giacomini
Potere Digitale.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia
Meltemi, Milano, 2018, pp. 352.
Descrizione
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia? Per rispondere abbiamo intervistato autorevoli esperti dalle cui parole emergono posizioni ricche e plurali. Attraverso un’analisi dei recenti cambiamenti sociali, questo volume intende affrontare problemi come la crisi dei partiti e dei media tradizionali, l’affacciarsi di nuovi intermediari (come le piattaforme social), la frammentazione e la polarizzazione della sfera pubblica, la sfida della partecipazione online fra limiti e opportunità, l’ipotesi della democrazia digitale. Il web è il luogo dell’informazione libera e autonoma o le informazioni si stanno organizzando attorno a inediti centri di potere? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire una crescente polarizzazione? La democrazia rappresentativa è da superare oppure rimane la soluzione migliore per governare? La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica.
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19 dicembre 2018

Migrazioni e migranti

"Essere "pro o contro" la Grande Migrazione non ha senso: sarebbe come essere "pro o contro" un'inondazione o una tempesta di neve che stanno seppellendo le nostre case. È molto più assennato cercar di capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà, e organizzare risposte adeguate prima che a fornirle siano i fatti"
Raffaele Simone, "L'ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l'Europa", Garzanti, Milano, 2018, p. 23.
Infatti nel 2002 Zygmunt Bauman* aveva scritto:  
"Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire."
Riflessione trascritta da Bauman in tempi non sospetti o per lo meno in tempi in cui l'emigrazione non era così dilagante e debilitante per i migranti e per la Società: impreparata o egoista?
Joannes Timurian


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*Zygmunt Bauman, La società sotto assedio, Laterza, Bari-Roma, 2002.

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18 dicembre 2018

La presenza utile


Mi ha coinvolto. Del resto non può non farlo. Il libro si presenta come un breve riassunto delle esperienze dell'autore come reporter in zone di guerra. Non è scandito da un preciso ordine cronologico, anzi sembra che le varie corrispondenze vengano riportate in base a quel che veniva in mente a Lupis mentre scriveva, almeno così sembra.
Il libro vuole restituire l'idea di ciò che ha vissuto il reporter negli anni seguendo diversi conflitti, eppure non si presenta come un'autobiografia, al contrario, si presenta come una raccolta di diverse corrispondenze scritte in modo più o meno personale in base al coinvolgimento emozionale di Lupis.
Il titolo richiama lo scopo del libro: sostenere la tesi che tutta la violenza dei conflitti sia inutile. Almeno questo è quello che ho pensato leggendo la prima corrispondenza, quella più forte, da Timor Est. Eppure questo scopo dichiarato già nel titolo, andando avanti nella lettura sembra quasi perdersi, venir meno, per poi delinearsi come maggiore consapevolezza nel finale. Ma proseguiamo con ordine.
Lo stile
La prima cosa che salta subito all'occhio è la chiarezza dei testi: le frasi sono scorrevoli, il linguaggio è semplice ma appropriato e l'obbiettività del reporter si alterna fluidamente al suo pensiero critico e personale. Quest'ultima differenza è spesso resa saltando una riga.
Altro dettaglio da notare è come l'autore cambi registro in base al conflitto, ad esempio quando parla del golpe nelle Figi "Golpisti nel Pacifico", l'autore utilizza uno stile più veloce e impersonale come se volesse rendere quei giorni di tensione sotto la forma di un elenco, facendoli risultare piuttosto grotteschi. Uno stile simile – anche se decisamente più ironico – è adottato ne "Guida alle vacanze a rischio".
Al contrario in altri capitoli l'autore fornisce molti più dettagli di natura geopolitica per restituire un quadro più completo al lettore, in particolare in tutti i conflitti legati al terrorismo del sud-est Pacifico, Lupis si sofferma spesso su alcuni punti di collegamento in modo da permetterci di arrivare a unire differenti conflitti in un unico disegno.
Possiamo ritrovare anche un'altra differenza di stile: le interviste. Lupis durante i suoi viaggi ha avuto la fortuna – e il peso – di incontrare anche personaggi che credo gli stessero a cuore, è il caso del subcomandante Marcos, dell'attivista Mireya Garcia e della militante Ingrid Betancourt. In questi resoconti delle interviste fatte, più o meno ufficiali, il giornalista fa trasparire spesso un sentimento di stupore o ineguatezza – entrambi intesi nel senso più positivo possibile – nei confronti di quelle figure così importanti. L'autore permette alle sue emozioni di trasparire, non è un caso che tutte e tre i resoconti si chiudano con una frase forte dell'intervistato. Lupis mostra di essere affascinato da questi personaggi e di rispettarli molto.
Lo scopo
Come già accennato, lo scopo del libro è mostrare quanto le guerra sia dannosa per tutti quelli che ne sono attori o spettatori (come appunto, i reporter).
Il libro si apre con un capitolo molto impegnativo emotivamente sia per l'autore che per lo scrittore ma progressivamente perde intensità altalenando momenti drammatici a situazioni più leggere e positive. Questo non solo per rendere più scorrevole la fruizione dell'opera, ma anche per trasmettere un senso di ineluttabilità che ha accompagnato Lupis nei suoi viaggi per il mondo. Il male inutile non si può evitare in modo semplice.
L'enfasi su questo aspetto la pone lo stesso Lupis nei capitoli finali del libro: La convivenza con i ricordi inaccettabili, con lo stress protratto per mesi e anni, con il senso di pericolo e – mi fecero notare alcuni – con l’ansia e la frustrazione derivante dal senso di impotenza generato dalla consapevolezza – anche soltanto inconscia – di non poter far nulla per cambiare le cose terribili viste e testimoniate (Lupis, p.450). Un altro aspetto che serve a porre enfasi sull'ineluttabilità dei conflitti riportati, sono le conversazioni che Lupis ha con le sue varie redazioni: "rientrai su ordine della redazione" compare più volte nel testo declinata in varie forme.
Il finale è la raison d'être del libro. Nell'ultimo capitolo Lupis inizia a scrivere il libro e riesce a trovare una pace nei suoi ricordi, comprende il «perché» dei suoi viaggi, capisce che ha fatto il reporter per aiutare gli ultimi, quelli che fanno le spese dei conflitti di cui troppo spesso se ne parla in modo sterile. Il male inutile appare come un manifesto dell'utilità del giornalismo di guerra. Marco Lupis ci lascia con questa frase: Era grazie a loro e a quelli come loro, che il mondo poteva ancora essere, malgrado tutto, «quel posto bello, accogliente e dignitoso che avevo creduto». Io verrei chiudere con quello che diceva il subcomandante Marcos, che mi pare possa adattarsi bene al ruolo del reporter di guerra: La nostra è una lotta per la sopravvivenza e per una pace degna. La nostra è una lotta giusta (Lupis, p.232).
Amos Granata


M. Lupis 
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas 
a Bali le testimonianze di un reporter di guerra, 
Rubettino, Soveria Mannelli, 2018.

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15 dicembre 2018

Le sfide etiche della società virtuale


Nel 1970 Masahiro Mori, studioso giapponese, teorizzava la “Uncanny Valley”, ovvero una sorta di repulsione per le macchine quando queste diventano troppo simili all'essere umano, una reazione emotiva negativa paragonabile al perturbamento.
In che modo, quasi cinquanta anni dopo, viviamo l'evoluzione delle tecnologie della comunicazione? Come possiamo interagire con i dispositivi e gli ambienti virtuali in modo sano?
Nel saggio Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione (2018), Adriano Fabris, professore di Filosofia morale ed Etica della comunicazione all'Università di Pisa, analizza opportunità e problemi della società tecnologica in cui viviamo.
A partire da un approfondimento dei concetti di “tecnica”, che implica una presenza costante dell’agire umano e “tecnologia”, che implica invece un certo livello di autonomia, il discorso si sviluppa attraverso un'indagine dell'interazione con i mezzi contemporanei: smartphone, computer e macchine in generale.
Il tema è affrontato dal punto di vista etico, metodo necessario, dato il grado di autonomia che le macchine hanno raggiunto.
Fabris si interroga anche su come i dispositivi che usiamo più spesso incidano sui nostri comportamenti e soprattutto sulle nostre scelte. Si tratta di scelte fondamentali, che ci permettono di accedere agli “ambienti comunicativi”, reali o virtuali, in cui ci muoviamo tutti i giorni: il rischio è che le relazioni reali siano fagocitate da quelle virtuali, in cui “l'altrove è più importante del qui e ora”.
In relazione agli ambienti, in particolare quelli virtuali, da noi abitati, il testo esamina anche le questioni etiche proprie dell'agire di chi opera o anche solamente naviga nella Rete, ad esempio la dibattuta questione della raccolta dei dati degli utenti da parte dei colossi del web, la non neutralità dei motori di ricerca, la differenza tra il condividere ed il partecipare.
L'intelligenza artificiale propria di questi anni si esercita, come tutte le altre tipologie, attraverso molteplici forme di relazione; la differenza è che l'intelligenza artificiale  coinvolge non solo l'azione del dispositivo, ma i dispositivi stessi, rendendo essenziale un approccio etico che vada di pari passo con uno deontologico.
Nonostante il linguaggio piuttosto settoriale, il libro riesce a presentare una visione complessiva della situazione; in particolare aiuta ad analizzare quali siano i modi migliori di rapportarsi alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, ormai massicciamente presenti in quasi tutti gli ambiti in cui viviamo.
Martina Todde
 
Adriano Fabris
Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione
Carocci, Roma, 2018.
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14 dicembre 2018

In libreria

Raffaele Simone
L'ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l'Europa
Garzanti, Milano, 2018, pp. 262.
Descrizione
La storia ricorderà i nostri anni come gli anni della Grande Migrazione, cioè quel processo attraverso cui milioni di persone in fuga dall'Africa e dall'Asia si sono messe in marcia verso il continente europeo sperando di trovarvi salvezza e benessere. Mai nella storia si era avuto un flusso tanto imponente e inarrestabile. Per quanto sia difficile stabilirne la portata complessiva, è evidente fin d'ora che esso costituisce uno dei tratti salienti del nuovo mondo che la globalizzazione sta modellando. Per l'identità europea, questa ondata (quasi interamente islamica) comporterà differenze difficilissime a assorbirsi e ancor più a integrarsi: punti di vista drasticamente difformi su temi-chiave per l'Occidente (la laicità, l'uguaglianza uomo-donna, l'amministrazione della giustizia, la separazione tra Stato e fedi), concezioni religiose talvolta aggressive, idee premoderne sullo Stato. Irresponsabilmente, l'Europa ha lasciato entrare queste masse senza avere alcun piano di azione comune, consegnando così l'intera questione alle destre. La pubblica opinione, per parte sua, si è divisa tra chi vede nello straniero che attraversa il mare un ospite da accogliere e aiutare e chi invece lo addita come un pericoloso nemico. Il libro di Raffaele Simone assume questa contrapposizione e l'analizza fino in fondo. Distinguendo la retorica politica dai fatti, intrecciando una scrupolosa cura dei dati con originali elaborazioni concettuali, dando nomi e definizioni alle nostre paure quotidiane dinanzi al diverso e sfidando i rischi del Politicamente Corretto, Simone offre una riflessione dura, pungente e libera da ideologie, e propone categorie e criteri per capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà la Grande Migrazione per il Vecchio Continente.
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13 dicembre 2018

Genova, un futuro possibile... se non trascurata


Lunedì 3 dicembre 2018 il quotidiano "Repubblica-Il Lavoro" ha pubblicato l’articolo Genova, splendida asimmetria firmato da Alberto Diaspro. L’autore mette su carta una vera e propria dedica alla sua città: Genova. Bella nonostante le sue contraddizioni e nonostante le sue magiche asimmetrie che “teletrasportano” chiunque lo voglia da una parte all’altra della città. Un’ esperienza che può essere fatta da tutti.
Non mi era mai capitato di raggiungere un quartiere attraverso un palazzone. Eppure è andata così, proprio mentre mi recavo all’Università presso l'Albergo dei Poveri. Mi è bastato scendere in stazione di Genova Piazza Principe, percorrere duecento metri, attraversare il predetto palazzone e salire un’ultima rampa di scale antiche. Mi sono ritrovato da un quartiere all’altro altro, così, senza neanche accorgermene. La fatica e il tempo sono stati interamente annullati dalla moltitudine di cimeli storici sparsi di qua e di la per i corridoi e dalle suntuose scalinate viste solo nei film e raramente in palazzi istituzionali. L’odore di storia che il legno delle alte porte antiche ha profuso e i marmi splendenti hanno creato un’atmosfera davvero suggestiva che mi ha accompagnato per tutto il percorso. Il viaggio è poi terminato con delle ultime scale esterne - oserei dire malconce, effettivamente frequentate da gerani che “...i giovani oggi lasciano crescere...”.
Ma Genova non è solo fatta di palazzoni storici che si adattano alla città che cresce e che collega più quartieri. Genova è dinamica anche geo-morfologicamente dal momento che sa estendersi in altezza e in larghezza. E l’uomo in questo contesto è stato protagonista indiscusso giacché con tenacia ha voluto costruire anche là dove era difficile e inimmaginabile. Oggi però si inizia a pagare il conto. Penso ovviamente al ponte Morandi, ma penso anche alla particolare rete urbana che nel tempo è andata sviluppandosi, causa di ostruzione dei violenti nubifragi; si ricordano in proposito quelli che qualche anno fa hanno propriamente distrutto il quartiere di Genova Brignole; neanche le sue strade così larghe (via xx Settembre e vie limitrofi) hanno potuto nulla contro la furia della natura. Eppure sembra che queste esperienze non bastino a far capire agli addetti quanto sia opportuno e ancor di più doveroso rivedere i piani urbanistici. E così che Genova-Culturale balza agli onori delle cronache per cose brutte come emergenze mal gestite piuttosto che per cose belle come i tanti eventi culturali.  Quella in gioco, è una partita perduta in partenza sia perché non c’è gara contro la natura e sia perché in Italia le politiche preventive di gestione per simili allarmi dovrebbero essere più efficaci e più studiate. Come a Genova, così nel resto dell’Italia. Non fosse così, non sarebbero accadute molte stragi tra le quali ad esempio quella di Rigopiano: ricordiamo tutti la struttura alberghiera costruita alla base di una suggestiva gola montuosa, poi investita da una valanga causa di 29 morti. Ma questa è altra storia....
A parere personale, penso che l’opportunità offertami di leggere un articolo del genere abbia consentito di dare forma ma soprattutto di dare un nome a quell’insieme di lunghezze differenti che si sviluppano sul territorio genovese e che lo contraddistinguono; sono misure che al fine di non essere contro producenti vanno sviluppate opportunamente, sia che riguardino aspetti geo-morfologici sia che riguardino eventi culturali esclusivi che fanno di Genova un importante luogo di incontro di più culture. Credo che tra le tante città conosciute, Genova sia tra le prime per suggestione e per versatilità. Merito delle sue “...spettacolari asimmetrie!” per dirla come Alberto Diaspro.
Joannes Timurian


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12 dicembre 2018

In libreria

Stefano Mannucci
 L’Italia suonata
 Dagli anni del boom al nuovo millennio: la storia e la musica 
Mursia e Rtl 102.5, Milano, 2018, pp. 780. 
Descrizione
C’è un sentiero che unisce i fatti della storia e la colonna sonora della nostra vita. La prima e unica storia d’Italia suonata a ritmo di pop e rock. Con Modugno gli italiani sognano di volare e si risvegliano nella notte del Vajont. Si scandalizzano con gli amori proibiti di Mina e la follia di Celentano. E poi gli enigmi della morte di Tenco, Gaber che rivendica la libertà dal conformismo, il processo degli autonomi a De Gregori, De André che solidarizza con i suoi rapitori, Dalla elogiato da Berlinguer, Guccini all’osteria con Wojtyla. E ancora: Rino Gaetano, l’irregolare, la rivalità tra Vasco e Ligabue, Pelù di fronte a Gelli, Pino Daniele e i lazzari moderni di Napoli. E mille altre storie, fra stragi impunite, terrorismo, il caso Moro, Tangentopoli e le tragedie dei migranti. Un mare di canzoni indimenticabili per chi c’era e per i millennial che cercano di suonare il futuro. 
Stefano Mannucci, nato a Roma nel 1958, è il Doctor Mann del canale rock Radiofreccia (Gruppo RTL) e scrive su «il Fatto Quotidiano». Dal 1995 al 2016 è stato caporedattore, responsabile del Servizio Spettacoli e inviato de «Il Tempo». Negli anni Ottanta e fino a metà dei Novanta è stato tra i conduttori di Rai Stereonotte e tra le firme di punta del prestigioso periodico specializzato «Rockstar». Con Mursia ha pubblicato Il suono del secolo. Quando il rock ha fatto la storia (2017).
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10 dicembre 2018

In libreria

 Bruno Soro 
Capire i fatti. Saggi divulgativi di politica economica e società
Epoké, Novi Ligure, 2018, pp. 272.

Descrizione
Il titolo scelto dall’autore per questa raccolta di saggi lascia intendere che discutere seriamente di economia non è questione banale, in quanto la comprensione dei fatti economico-sociali è cosa diversa dalla loro percezione, tanto più al giorno d’oggi in cui l’informazione viene acquisita in larga parte da fonti incontrollabili come i social media. La percezione, spesso mediata da informazioni imprecise, se non scorrette, ci mette di fronte ai fatti, mentre la spiegazione li ordina in rapporti tra cause ed effetti e ci dà indicazioni su come prevenire effetti avversi intervenendo sulle cause. Ma in economia le cose non sono sempre così semplici. Chiare, brillanti e mai noiose, queste pagine spiegano in modo accattivante perché un sistema economico sia molto più che complicato.

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06 dicembre 2018

In libreria

Giancarlo Tartaglia 
"Il giornale è il mio amore". 
Alberto Bergamini, inventore del giornalismo moderno. 
Edizioni All-Around, Roma, 2018, pp. 288.

Descrizione

Alberto Bergamini, (1871-1962), giornalista e politico del ’900 è stato l’inventore del giornalismo moderno. Fondatore e direttore de «Il Giornale d’Italia», il quotidiano più diffuso per decenni nel centro e nel Mezzogiorno, ha inventato la terza pagina, ha introdotto l’uso delle illustrazioni e delle fotografie, ha messo al centro del giornalismo la ricerca e l’inseguimento costante delle notizie, arrivando a pubblicare sino a sette edizioni al giorno del suo giornale. Senatore del Regno, è stato, insieme ad Albertini e Frassati, l’artefice e l’interprete di una stagione irripetibile della storia politico-giornalistica del nostre Paese.
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