Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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27 settembre 2016

In libreria

Roberto Amen
In onda. Visioni e storie di ordinaria tv
Egea, Milano, 2016, 185 pp.
disponibile anche in formato ebook
Descrizione

Il giornalismo televisivo ha caratteristiche particolari. Soprattutto quando si va in diretta, senza rete, con l'attesa, le ansie, l'eccitazione, gli imprevisti e i tempi strettissimi. Storie, curiosità, aneddoti: dal dramma di Vermicino all'attentato a Giovanni Paolo II. Seguire le cronache di Roberto Amen porta a scoprire la bellezza (e le magagne) del giornalismo televisivo. Un volto noto della Tv ci racconta il dietro le quinte di una lunga carriera. Il bello e il brutto della diretta, raccontato in prima persona.
Roberto Amen si è laureato nel 1978 in Lettere moderne all'Università degli Studi di Genova. Dal 1983 è iscritto all'albo dei giornalisti professionisti e dal 1980 lavora per la Rai, ricoprendo incarichi come di rilievo, quali conduttore di "TG2 Oretredici", l'edizione del TG2 di maggiore ascolto e caporedattore della sede RAI per la Liguria. Nel 2002 è stato nominato dal Consiglio di amministrazione alla vice direzione della Testata per l'informazione politica della Rai, l'attuale Rai Parlamento.

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20 settembre 2016

In libreria

Pier Maria Furlan
Sbatti il matto in prima pagina
I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia
,
Donzelli, Roma, 2016, 436 pp.
Descrizione
In dieci anni, tra il 1968 e il 1978, matura il clima che porterà l’Italia, primo paese al mondo, alla chiusura dei manicomi. In questo contesto il ruolo dei quotidiani è fondamentale: grazie alle loro inchieste e alle interviste, cronisti, inviati e opinionisti contribuiscono a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli orrori nascosti dentro le mura degli ospedali psichiatrici, dove poveri, anziani, omosessuali e bambini disabili vengono di rado curati e quasi sempre segregati e maltrattati, sino a far perdere loro ogni dignità umana. Attraverso gli articoli delle maggiori testate giornalistiche nazionali, questo lavoro ricostruisce la storia di quegli anni così significativi: a raccontarla sono i protagonisti della cultura del tempo, da Indro Montanelli ad Angelo Del Boca, da Dacia Maraini a Natalia Aspesi, ma anche intellettuali internazionali come Michel Foucault, Noam Chomsky e Jean-Paul Sartre. Migliaia di personaggi e oltre mille articoli di giornale per ricostruire la cultura dell’epoca, l’ignavia e le controversie attorno alla malattia mentale: medici che non vedono, sindacati che proteggono i propri iscritti, partiti attenti a non urtare gli elettori e lo stesso Franco Basaglia contrario alla legge che porta il suo nome. Emerge uno scenario diverso da quello generalmente immaginato, nel quale diventano evidenti i retroscena dei controversi atteggiamenti dei politici, che contrastano le aperture progressiste di innovatori ormai dimenticati. Nel 1978, dopo anni di dibattito intensissimo, anche grazie alla diffusione dei quotidiani, la situazione non può più essere ignorata: quelli che il Ministro della Sanità, Luigi Mariotti, nel 1965 aveva definito «lager», chiudono finalmente i battenti.
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19 settembre 2016

Passione per la cronaca nera

"Non è solo la crudeltà del delitto a eccitare la curiosità, ma anche, da sempre, il suo contrappasso, la crudeltà della punizione. La ghigliottina è un grande tema dell'iconografia popolare (e delle canzoni). Il processo è il momento in cui l'evocazione del fatto di sangue e quella della pena sono presenti insieme, ed è proprio partendo dal processo che la cronaca suscita le emozioni popolari. "Processi celebri", che già dal 1825, con l' inizio della Gazette des Tribunaux, possono contare su un giornalismo specializzato, che ispirerà a sua volta tanto i grandi scrittori, da Stendhal a Balzac e a Sue, quanto i romanzieri d' appendice. L'"humour noir" intorno a delitti ed esecuzioni ha una circolazione non solo tra gli spiriti blasé, ma anche nella stampa popolare: nel 1884, si presenta un Giornale degli Assassini, "organo ufficiale degli Accoltellatori Riuniti" ("Abbonamenti: a mezzanotte, agli angoli di strada").
Italo Calvino
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Apocalisse Saddam?


L’Apocalisse Saddam, pubblicato nel 2002, è un pezzo di storia del nostro mondo. Un pezzo di storia del mondo che troppo spesso abbiamo seppellito sotto le macerie dell’indifferenza.
E’ Mimmo Càndito, corrispondente di guerra dai principali teatri di conflitto in Medio Oriente, Asia, Africa e Sud America durante il XX secolo e che ha seguito, tra l'altro, l'invasione sovietica dell'Afghanistan, l'operazione Enduring Freedom del 2002, i bombardamenti del Kosovo nel 1999, la guerra Iran-Iraq e le due guerre del Golfo, che si assume il difficile compito di illustrare la complessa situazione che per lungo tempo si sono trovate a subire le popolazioni arabe del Vicino Oriente.
E decide di farlo durante una congiuntura estremamente delicata per gli equilibri mondiali, ovvero nei mesi successivi all’11 settembre, quando la “tigre di carta” statunitense ha già rimesso in moto il suo enorme apparato bellico invadendo l’Afghanistan (7 ottobre 2001, ndr) e preparandosi a compiere un altro balzo nel vuoto, ovvero l’invasione dell’Iraq, guidato dal despota Saddam Hussein Al Tikriti.
Il presidente americano sospetta che Saddam Hussein possieda armi di distruzione di massa, gas nervini, sarin, tossine di botulino e Saddam in passato dei gas ha fatto largo utilizzo prima contro i curdi all’interno dei confini del suo stesso Stato e poi contro gli iraniani durante la prima guerra del Golfo quando Saddam era sostenuto anche dagli Stati Uniti e dall’intero blocco occidentale. Poco importava se i gas venivano usati contro i “bassiji” ovvero gli uomini-bambini, arruolati dall’esercito iraniano per difendere i confini.
Ma ora il secolo breve è terminato e cosi anche i suoi protagonisti, Khomeini non c’è più, l’Unione Sovietica è crollata, Reagan ha l’Alzheimer (morirà nel 2004, ndr), “è rimasto solo lui, il Raiss, a segnare una continua immutabile, al di là del tempo; forse anche fuori dal tempo”. Ma la nuova attenzione che Bush jr ha imposto al problema iracheno -identificato come fulcro principale dell’Asse del Male - ha finito per risvegliare un’attenzione che era stata travolta dall’evoluzione dei fatti.
L’obiettivo si è nuovamente focalizzato su Baghdad, come ai tempi di Bush Senior, in occasione della prima guerra del Golfo; operazione che terminò dopo solo 42 giorni con le truppe americane fermate mentre marciavano su Baghdad. In quel occasione Saddam e il regime si salvarono, graziati dagli interessi elettorali di Bush Senior che sognava la riconferma nel 1992 e da qualche scrupolo all’interno dell’amministrazione repubblicana nell’evitare un nuovo Vietnam. Tuttavia la ferocia e la crudeltà di Saddam fanno del regime instaurato a Baghdad uno dei peggiori al mondo, i corpi dei nemici vengono restituiti alle famiglie perché si sappia e quella ferocia venga diffusa. Tutti hanno paura di tutti, un quarto della popolazione irachena è nel registro degli informatori del Mukhabarat, la polizia politica del regime.
“Però Saddam è anche altro, il fallimento del sogno di costruire un Risorgimento arabo sfruttando la ricchezza dei petrodollari”. La guerra preventiva che il presidente Bush ha lanciato contro il Raiss mette assieme la battaglia contro il terrorismo, il controllo delle riserve petrolifere, la sperimentazioni di nuove armi e l’unilateralismo che da sempre è una forte tentazione statunitense si confronta con il desiderio del mondo di trovare un equilibrio nuovo dopo la destabilizzazione provocata dall’implosione del comunismo.
In queste pagine Mimmo Càndito ci racconta i piani segreti della guerra e la crisi del nostro tempo e lo fa intrecciando la storia del dispotico Raiss a quella del popolo iracheno, ripercorrendo le folli spartizioni coloniali che avvennero durante i trattati di Versailles e che crearono entità statuali nuove e senza tradizione e narrandoci con il punto di vista cinico e sincero dell’inviato le due “guerre del Golfo”, la prima quella tra Iraq e Iran e la seconda tra USA e Iraq in seguito all’invasione del Kuwait da parte dei secondi. E infine ci prospetta una scenario apocalittico, uno scenario non molto diverso da quello che poi si è realmente verificato. Certo era difficile prevedere Daesh nel 2002 ma la natura aborrisce il vuoto e quando gli Stati Uniti decisero di rimuovere il “loro mostro” avrebbero dovuto tenere conto di quello che poteva essere.
“Saddam ha fatto due guerre disastrose, contro l’Iran (per 8 anni) e contro gli Usa (per 42 giorni). Dice di averle vinte entrambe; forse gli è soltanto sopravvissuto. Ora è il tempo della terza guerra del Golfo; sopravvivere anche a questa gli sarà più difficile”. Quattordici anni dopo si può dire che probabilmente Mimmo Càndito non sbagliava ma naturalmente il giudizio sarà riservato ai posteri e alla storia.
Gianluca Pedemonte

  

Mimmo Càndito
L’Apocalisse Saddam
Baldini & Castoldi, Milano 2002


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16 settembre 2016

In libreria

Davide Bagnoli
La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione.
Temperino rosso, Brescia, 2016, pp. 128.
Descrizione
Questi i casi di cronaca nera che Bagnoli ricostruisce con cura analitica e propone al lettore con una scrittura libera da enfasi retorica e in grado di immetterlo nella drammaticità dei fatti, mentre lo induce a riflettere sul sistema del racconto prodotto dai media e dalla curiosità del pubblico". Queste parole di Alessandro Bosi, docente di Sociologia Generale all'Università di Parma, racchiudono il senso di un libro che propone una duplice lettura dei fatti di cronaca che hanno appassionato e angosciato il nostro Paese. La spettacolarizzazione sfrenata a cui abbiamo assistito è figlia soltanto di logiche commerciali o anche il giornalista finisce per subire la forte attrazione di quanto racconta? Cosa prova il giornalista mentre tenta di raccontare in modo oggettivo l'accaduto? Quanto spesso è stata varcata la soglia del rispetto del dolore altrui? In questo libro è contenuta la risposta dell'autore, preceduta dall'analisi di come sono stati raccontati i fatti più emblematici della storia della cronaca nera italiana.
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14 settembre 2016

Tra Social e All-News

Si può dire che l'evoluzione del mestiere del giornalista e dell'organizzazione editoriale e redazionale sia stata sempre in qualche modo al centro dell'attenzione e degli interessi di Michele Mezza. Giornalista Rai fra i più noti e popolari, inviato in URSS e in Cina negli anni 70 e 80, poi nelle guerre dei Balcani fino agli anni 90, già in quella veste - che può essere considerata iconica del grande giornalismo della tradizione: essere presente in prima linea laddove avvengono i fatti che fanno la Storia  - si pone il problema di individuare nuove forme di narrazione giornalistica, quali il documentario radiofonico,  per le quali ottiene anche importanti premi e  riconoscimenti. Negli anni 90 collabora al piano di unificazione dei GR, nel 98 progetta Rai News 24, primo canale all-news della televisione italiana, del quale diventa vice direttore. Insomma un giornalista che, interpretando e vivendo  con passione i fondamentali della propria professione, si interroga sulla sua evoluzione.  Prima dal "di dentro" - sul campo - poi, allargando i propri orizzonti professionali come docente di culture digitali all'Università Federico II di Napoli, studiandone i sempre più rapidi cambiamenti nel grande e tumultuoso oceano della rivoluzione digitale, che sta travolgendo il mondo dell'informazione. 
Il giornalismo  nel nostro tempo dominato dalla Rete, dai social, dalle grandi potenze del mondo digitale: cosa è, cosa sta diventando,  dove sta andando, quale è il suo ruolo, e prima di tutto: ha ancora un ruolo il mestiere del giornalista? Queste sono le domande epocali alle quali cerca di dare una risposta "Giornalismi nella rete - per non essere sudditi di Facebook e Google", il più recente libro di Michele Mezza,  pubblicato da Donzelli.
Impostato esso stesso in modo innovativo, con la parola scritta accompagnata in parallelo dal costante uso di QR code che rimandano ad approfondimenti, video, dati aggiornati in tempo reale, il libro è avvincente, scorre rapido e chiaro nella narrazione,  una pagina tira l'altra come in una storia di cui si vuole vedere il finale.  Ma - nella sua briosa effervescenza - è in realtà un'opera complessa, che affronta temi di portata globale e in continuo divenire, quindi difficilmente afferrabili e sistematizzabili. 
Lo strapotere delle grandi centrali di servizi, come Google, Amazon; la "dittatura" dell'algoritmo che si assume il compito di decifrare cosa vuole il pubblico; gli accordi editoriali e i passaggi di proprietà di testate mitiche come New York Times e Washington Post, che vanno verso una dimensione in  cui il giornale non è più erogatore di informazioni ma di servizi; l'informazione non più come fine ma come mezzo per stringere legami di affidabilità con il lettore; la rete come "listening system" che veicola e incrocia le informazioni e opinioni degli utenti con quelle delle redazioni; la struttura della versione web del giornale che, nella difficile lotta di sopravvivenza delle testate anche più prestigiose, abbandona ogni similitudine con quella del cartaceo, fino al New York Times e al Guardian che affidano direttamente a Facebook la diffusione delle proprie notizie; il ruolo importante delle amministrazioni locali per creare infrastrutture della comunicazione in grado di dare voce e quindi potere alle proprie comunità, in un contesto dell'informazione polarizzato fra "global" e "hyperlocal"...
Dalle molte e complesse suggestioni offerte dal libro esce il quadro di un mondo della comunicazione tumultuoso e per alcuni aspetti contraddittorio, dove le tradizionali coordinate di tempo e spazio - basi del concetto stesso di notizia  -  perdono di significato, al punto che le tradizionali 5 w diventano 6, dove la sesta sta per "while". 
Un mondo in cui la storica distinzione di ruolo fra produttore della notizia - il giornalista  - e fruitore - il lettore - è annullata da un'informazione che nasce dall' interazione e abbattimento della distanza spaziale e temporale fra produttore e utilizzatore: il divorzio fra testimone e giornalista, il matrimonio fra redattore e lettore. 
Determinando  una rottura netta rispetto alla tradizione, e un'evidente discontinuità nel prestigioso ruolo sociale che la cultura degli ultimi due secoli ha riservato al giornalista, i social network e l'accelerazione della trasmissione dell'informazione impongono il passaggio,  come acutamente sintetizza Mezza, dal broadcasting, tipico del mezzo  televisivo e dei media di massa (che tende ad omogeneizzare e unificare - processo da uno a tanti) al networking dell'universo digitale  (distinzione e diversificazione - da tanti a ciascuno).  
Citando spesso Benjamin e Mc Luhan, Mezza dimostra d'altra parte che il processo per cui i mezzi e le modalità del comunicare condizionano i linguaggi e determinano i contenuti parte da lontano. L'attuale rivoluzione non è determinata dalla tecnologia, ma da un'esigenza della società a cui la tecnologia, come sempre nella storia,  ha dato una risposta. 
Dove sta allora il futuro della professione giornalistica?  E soprattutto, ha un futuro il giornalismo?La risposta è sì, a patto che il giornalista viva la propria professione e professionalità in modo totalmente diverso dal passato, non proponendosi come portatore della verità, ma come regista di processi sociali nuovi, in cui la notizia nasce dalla e nella condivisione della rete, aiutando gli utenti a non soggiacere al nuovo e insidioso volto del potere: l'algoritmo semantico, che pretende di interpretare volontà e bisogni della rete. Volontà e bisogni che invece devono rimanere ben saldi nelle mani di quegli esseri umani che in definitiva "sono" la rete.
Così, dice Mezza, qui sta il nuovo ruolo del giornalista: da "cane da guardia" delle istituzioni, a " cane da guardia" dell'algoritmo.
Marisa Gardella

Michele Mezza.
Giornalismi nella rete. Per non essere sudditi di  Facebook e Google
Donzelli, Roma, 2015, 268 pp.





12 settembre 2016

Giornalismo a “stelle e strisce”

Nel libro Il giornalismo americano l’autore, Fabrizio Tonello, professore di Scienza dell’opinione pubblica presso l’Università di Padova (e VisitingFellow alla Columbia University di New York), ripercorre l’evoluzione storica del giornalismo a “stelle e strisce”.
Dalla nascita ai giorni nostri, ciò che viene messo in luce sono le trasformazioni tecnologiche e ovviamente economiche che la stampa americana ha dovuto non solo affrontare, ma anche subire. 
Tonello si sofferma sul  netto cambiamento emerso a partire dagli anni 70’, periodo storico in cui nasce quello che lui definisce “giornalismo interpretativo”, che si trasformerà, più avanti, in “frammentario”.
Si assiste all’abbandono di pilastri quali “verità” e “credibilità”, da sempre elementi ritenuti imprescindibili e valori su cui la stampa, da sempre, ha fondato la propria identità, messi da parte e sostituiti in nome del nuovo format che si andava affermando: l’informazione-intrattenimento o, per dirla all’americana, infotainment.
Finisce l’era dei giornalisti come Pulitzer e Hearst, anche se restano tutte le novità introdotte, a livello grafico, i grandi titoli su tutti, per far posto ad un giornalismo investigativo davvero “pesante” e “profondo” i cui fautori vengono definiti muckrakers, dove la precisione e l’ispirazione politica ispiratrice degli anni 70’ cessa di esistere.
Con il progresso tecnologico che porta ad una drastica riduzione di prezzi di vendita e di stampa aumenta il peso e la presenza della pubblicità. A farne le spese non sono più solo i giornali, e quindi la carta stampata, ma anche i nuovi mezzi che si stanno diffondendo: la radio e la televisione. 
Non importa come i mezzi di comunicazione fossero utilizzati, negli Stati Uniti fino alla guerra del Vietnam, questi ricoprono un ruolo quasi sacro. L’obiettivo era uno solo: difendere i valori americani.
Ed è proprio il Vietnam, insieme anche allo scandalo del caso Watergate, che si sviluppa durante gli anni della guerra, a lasciare un segno indelebile sul mondo del giornalismo statunitense. Anche se, forse, si è trattato più di una vittoria della magistratura e del Congresso rispetto a quella della stampa.
Con lo sviluppo dell’infotainment gli standard tipici della TV iniziano ad imporsi anche alla carta stampata. È l’era delle soft news, della personalizzazione delle notizie e delle storie-spazzatura che avevano il solo obiettivo di accrescere gli introiti. Quello del caso Watergate fu anche un periodo in cui maturarono nuovi strumenti come la tv via cavo o il McPaper, un quotidiano “facile e veloce da consumare come un hamburger”. Successivamente nacquero Cnn nel 1980 e Usa Today nel 1982. Tonello afferma che lo scandalo dell’hotel divenne un mito proprio nel momento in cui i fattori strutturali della crisi successiva della crisi americana iniziavano a manifestarsi. 
Interessante anche la spiegazione data da Tonello sulle proposte di John Edgar Hoover, capo dell’Fbi pronto a tutto pur di eliminare Martin Luther King dalla scena politica. Il direttore del Bureau of Investigation fece preparare un dossier in cui venivano provate le scappatelle di
King, con tanto di rumore dei rapporti sessuali. L’Fbi offrì il materiale a varie testate nazionali tra cui il Times. Tutti i giornali contattati si rifiutarono di pubblicarlo. Tonello sostiene una tesi alla base di questa scelta: “L’unica spiegazione possibile è che il giornalismo di allora considerava la politica come una cosa seria, un campo i cui temi (un conflitto nucleare o un’esplosione di violenza razziale che finisse in una guerra civile) apparivano così importanti a chiunque da relegare le storie di adulterio al di fuori del perimetro delle notizie pubblicabili.” Notizie di infedeltà matrimoniali erano impubblicabili anche per John Kennedy, ma non, di fatto per
Bill Clinton, che ha dovuto affrontare lo scandalo Lewinsky, lanciato non da un medium tradizionale, ma da un sito “pettegolo”, Drudge Report. Sulla testata online di Matt Drudgevenne detto che Newsweek era incerto se pubblicare o no la storia. La mattina dopo il Washington Post
dedicò la prima pagina all’episodio.

Anche la politica viene trasformata in spettacolo, le sorti del paese ora sono messe in secondo piano, tutto ruota attorno alla figura del politico a cui, per ottener consensi, viene richiesta più una buona dote da oratore rispetto a vere e proprie competenze in materia. Tonello si sofferma, in particolare, su una caratteristica dell’opinione pubblica americana nei confronti dei giornalisti: il legame tra media e patria. O, ancora meglio, tra media e amore per la patria. Una buona metà degli americani – afferma Tonello – vuole dei media patriottici ed è disposta a considerarli credibili e professionali solo quando lo sono, rispecchiando così un tratto sociale della realtà americana.

Guglielmo Mazzola


Fabrizio Tonello
Il giornalismo americano
Carocci, Roma, 2005, 144 pp.

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11 settembre 2016

In libreria

Simone di Biasio
Guardare la radio. Prima storia della radiovisione italiana
Mimesis, Sesto San Giovanni, 2016, 136 pp.

Descrizione
“Che un giorno non tanto lontano noi potremo radiovedere non è in alcun modo dubbio”: così scriveva il Radiocorriere nel 1931. Ma quanti oggi guardano la radio, oltre che sentirla? Che cos’è la radiovisione? Secondo Maurizio Costanzo “è una radio che studia da televisione” e questo aiuta già a distinguere: la storia della radiovisione non è la storia della radiotelevisione italiana. O meglio, è una storia della televisione dal punto di vista della radio, il medium sempre dato per spacciato e invece puntualmente rinato. Attualmente la radiovisione è una precisa tecnologia di trasmissione e dunque il termine ha bisogno di essere definito univocamente. Non si tratta di un’espressione moderna: dal 1920 al 1947 è stato il vecchio nome della “grande sorella” tv ai tempi dei primi “esperimenti radiovisivi” dell’EIAR (ma anche di singoli), mentre nel 2000 il network Rtl 102.5 (e con esso altre realtà) ha ridefinito il concetto dando uniformità ai processi di rimediazione. Al centro di queste due epoche sta inoltre il periodo florido della “musica da vedere” negli Anni Settanta e Ottanta, quando le prime radio libere trasmettevano anche in televisione e quest’ultima prendeva in prestito dalla radio linguaggi e fortunati programmi.
Questo saggio è una storia di convergenza tecnologica e l’affermazione dell’ecologia comunicativa secondo cui ogni nuovo medium non espunge il precedente, bensì lo integra nel proprio ecosistema mediale. La radio è il (super)medium con il maggior numero di resurrezioni.

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07 settembre 2016

In libreria


Arturo Marzano,
Onde fasciste. La propaganda araba di Radio Bari (1934-43)
Carocci, Roma, 2015, 448 pp.
Descrizione
Il volume ricostruisce l’esperienza di Radio Bari (1934-43), la prima stazione europea a trasmettere in arabo. Grazie ad una ricerca condotta in numerosi archivi in Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Marocco, emergono da queste pagine i protagonisti di Radio Bari, dai responsabili politici agli autori, agli ospiti, agli speaker, nonché i programmi che la radio ospitò. Le trasmissioni culturali (conversazioni, canzoni, pièce teatrali) furono apprezzate dal pubblico arabo, mentre quelle politiche (i notiziari) non ebbero successo perché scontavano una contraddizione insuperabile della propaganda e, più in generale, della politica estera fascista: Roma corteggiava i nazionalismi arabi e attaccava Londra e Parigi con l’obiettivo di sostituirvisi come potenza egemone nel Mediterraneo e in Medio Oriente, senza considerare che quei nazionalismi si sarebbero opposti con uguale forza al dominio coloniale italiano. Proprio attraverso Radio Bari e la sua “guerra delle onde” con Radio Londra, Radio Paris Mondial e Radio Berlino, il libro, al confine tra storia delle relazioni internazionali, storia transnazionale e storia dei media, mette in luce come la politica araba dell’Italia fascista fosse, nonostante le ambizioni imperiali, destinata al fallimento.
*Link all'Indice del libro:
http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&task=schedalibro&Itemid=72&isbn=9788843067497

27 agosto 2016

Giornaliste di guerra


Appassionata di comunicazione per nascita, giornalista per vocazione, social media expert per passione. Così si autodefinisce l’autrice di questa interessante opera, Luisa Casanova Stua, che in questo saggio si propone di discutere della disparità dei generi nel contesto giornalistico, attraverso una breve ma intensa storia della professione, che è altresì un parallelo tra il giornalismo americano e quello nostrano, per poi approdare al giornalismo di guerra e alle sue paladine.


 

Per comprendere il giornalismo come lo conosciamo oggi e le discriminazioni di genere che ci sono, non ci sono, ci sono state, ci saranno, è molto importante comprendere come la professione si sia sviluppata ed evoluta nel tempo: dalle prime gazzette al web 2.0. L’autrice di questo libro, ciò, lo ha compreso a pieno.
Luisa Casanova Stua è riuscita a ripercorrere la storia del giornalismo in maniera chiara e concisa, semplice ed efficace, ma soprattutto spiegando in modo esauriente le differenze che sono sempre esistite, e permangono tutt’oggi, tra il giornalismo americano, improntato alla notizia e all’oggettività, e il giornalismo italiano, dalla vocazione letteraria.
Il giornalismo americano ha una storia che parte nel 1690 da Boston, ed ha un intento pratico con valori di indipendenza ed imparzialità. La regola aurea delle 5W (Who?, What?, Where?, When?, Why?) è nata insieme al telegrafo di Samuel Morse. Per quanto riguarda il nostro paese, lo stile italiano è improntato alla letteratura e vagamente romanzato, la sopravvivenza degli stampati dipende dall’appoggio politico. Il rapporto tra politica e giornalismo è sempre stato, in entrambi i paesi ma soprattutto negli USA, altalenante: basti pensare alle conseguenze dello scandalo Watergate.
Per i nativi digitali sarà sicuramente molto interessante il capitolo riguardante il web 2.0 e i risvolti che sta dando alla professione giornalistica. Ormai, anche e soprattutto attraverso i social, chi prima era spettatore della notizia, diventa egli stesso un autore con un solo click. Il problema che si prospetta è l’impossibilità di verificare le fonti di questi neoreporter muniti di computer.
Punto saliente del libro è quello che riguarda il giornalismo di guerra e il ruolo che molte donne hanno avuto nel far sapere al mondo intero cosa stava accadendo in scenari apocalittici, il quale si interseca inevitabilmente con la questione, sempre attuale, della discriminazione di genere all’interno delle redazioni.
I primi periodici femminili risalgono al Settecento, quindi sono sorti contemporaneamente ai giornali maschili. Già alla fine dell’Ottocento possiamo trovare donne nelle redazioni e, alcune, anche alla direzione, come Matilde Serao che nel 1892 fondò Il Mattino di Napoli con E. Scarfoglio. Dopo un lungo periodo di discriminazione e separazione dei ruoli, oggi l’accesso alla professione è paritario, nonostante sia raro vedere donne al comando. Alcuni sondaggi hanno rilevato che il pubblico preferisce le conduttrici ai conduttori dei telegiornali, quasi sicuramente per una questione estetica.
Personalità come M. Higgins, C. Amanpour, O. Fallaci, L. Grüber, sono passate alla storia per il coraggio e la determinazione che hanno avuto nello sfidare i pregiudizi e i poteri forti per far conoscere al mondo intero cosa stava accadendo sui fronti e per far si che il pubblico potesse sviluppare un’opinione autonoma e informata. Molte sono state accusate di aver ricevuto le notizie in cambio di favori sessuali e altrettante sono state cacciate più volte dai campi di battaglia con la scusa che fossero troppo pericolosi. Loro, però, non si sono mai date per vinte e hanno sempre lottato contro tutto e tutti per poter svolgere il proprio mestiere.
Questo scritto, oltre ad essere assolutamente interessante, offre un quadro conciso ed esauriente su un argomento mai scontato e riguardo al quale non si finisce mai di imparare. Luisa Casanova Stua tocca temi importanti ed attuali con oggettività e chiarezza, fornendo altresì un importante spunto di riflessione per chi è interessato al mondo del giornalismo.
Alice Vittoria Mucci


Luisa Casanova Stua
Giornalismo di genere e conflitti armati
Prospettiva editrice, Civitavecchia, 2014, 114 pp.
 


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30 luglio 2016

Genova in libreria

Fabrizio Loreto
Il sindacato nella città ferita.
Storia della Camera del lavoro di Genova negli anni sessanta e settanta
Ediesse, Roma, 2016, 400 pp.
Descrizione
Il libro ricostruisce la storia della Camera del lavoro di Genova dal 30 giugno 1960, giorno dello sciopero generale cittadino proclamato contro l’imminente congresso nazionale del Msi, al 24 gennaio 1979, giorno del barbaro assassinio di Guido Rossa, delegato della Fiom-Cgil nella fabbrica Italsider di Cornigliano, da parte delle Brigate rosse. Gli anni sessanta e settanta hanno rappresentato un ventennio cruciale per le sorti del capoluogo ligure. Attraverso una mole notevole di fonti a stampa e documenti inediti, provenienti per lo più dai fondi della Camera del lavoro e della Fiom di Genova, custoditi presso l’Archivio storico del Comune, il volume ripercorre le complesse vicende della Cgil locale, dalla ripresa operaia degli anni sessanta alla parabola decrescente degli anni settanta, passando attraverso lo straordinario ciclo di conflittualità sociale del 1968-1973. Gli avvenimenti sindacali vengono intrecciati alle diverse fasi economiche (il boom, la successiva congiuntura negativa, la deindustrializzazione e terziarizzazione del sistema produttivo) e alle differenti stagioni politiche (la crisi del centrismo, la parabola del centrosinistra, l’affermazione delle «giunte rosse»), con molteplici riferimenti anche ai mutamenti sociali e culturali che rendono particolarmente interessante il contesto genovese: un «caso di studio» certamente segnato dalle gravi difficoltà connesse al declino dell’industria pubblica, ma anche, o forse proprio per questo, capace di anticipare molti fenomeni italiani, e di spiegarli.
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07 luglio 2016

Genova in libreria

Vivere d'immagini
Fotografi e fotografia a Genova 1839-1926
a cura di Elisabetta Papone e Sergio Rebora 
Scalpendi, Milano, 2016, 336 pp.
Descrizione
Sostenuto da un articolato saggio di Elisabetta Papone, che identifica e mette a fuoco alcuni momenti salienti della storia della fotografia a Genova, il volume comprende un repertorio di oltre 600 nominativi di fotografi e venditori di fotografie, apparecchiature e materiali fotografici attivi in città e nelle località poi entrate a far parte del suo territorio comunale: le singole voci biografiche sono frutto di una ricerca filologica condotta quasi interamente su fonti di prima mano, a cominciare dalle interessanti e vivaci testimonianze fornite dalla stampa dell'epoca e dai preziosi documenti conservati presso gli archivi dello Stato Civile e della Camera di Commercio. Accompagna il volume un ricco corredo di immagini, scelte tra i materiali appartenenti alle principali istituzioni culturali genovesi e tra quelli messi generosamente a disposizione da raccolte private, in prevalenza inedite.
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06 luglio 2016

Informazione senza filtro


Il nuovo libro di Alessandro Gazoia, scrittore e saggista, con uno stile molto scorrevole e appassionante mostra il problema del controllo dell’informazione che mai come ora è complicato da gestire con i nuovi mezzi di comunicazione a disposizione di tutti. Oggi qualsiasi persona con un semplice smartphone può documentare un evento tramite video e foto diffondendolo immediatamente nella rete ovviamente un evento imprevisto. Un rischio che si corre perché non è una fonte ufficiale che da la notizia ma una persona qualunque. Si vede anche nella prima parte del libro come i terroristi, ieri come oggi, possono controllare l’informazione creando controinformazione a loro vantaggio e quindi come sia facile manipolarla a proprio piacimento.
Non manca una discussione sulla convergenza dei media, ora sempre più spesso i giornali cartacei hanno anche il sito internet aggiornato 24 ore su 24 su cui sono postati articoli con elementi multimediali (es. video, foto). Questo anche perché le persone ormai acquistano un giornale per approfondimento poiché le notizie si apprendono già in tempo reale sia sui canali ufficiali sia tramite i social network (questa fonte non è sempre affidabile). Proprio per questo il nuovo giornalista deve essere in grado di utilizzare diversi mezzi e come si dice deve essere multitasking.
Un altro aspetto diffuso trattato dall’autore nel libro è quello della concentrazione dei media, un esempio è la fusione di Repubblica con La Stampa e Il Secolo XIX. Può essere percepita come una cosa negativa se la vediamo come un rischio per la libertà dei singoli media che si vedono concentrati in un'unica linea editoriale ma se guardiamo all’esperienza straniera, vediamo come non è cosi. La frammentazione è un altro fenomeno di cui si parla nel libro, ora come ora un lettore può leggere quello che più gli interessa e dove vuole e lo stesso vale per la televisione con la nascita dei canali tematici. Per fare un esempio, mi interessa un particolare tema ed ecco che ho il social network dedicato oppure il canale che trasmette programmi su quella tematica. Lo possiamo riscontrare tutti i giorni semplicemente facendo una ricerca sul web di un qualsiasi prodotto notiamo come internet filtra i nostri interessi e ci crei delle pubblicità ad hoc.
“Qualcosa che la gente vuole leggere”: questo è quello che il quarto capitolo ci introduce, quindi l'uso delle colonne di destra per notizie di gossip e attirare l’attenzione dei lettori o almeno di una certa tipologia, nei siti dei quotidiani. Es. Repubblica e il Daily Mail che ha una sua storia da tabloid e come dice Clarke, responsabile del Mail online, loro danno le notizie che la gente vuole leggere anche prendendole da altri siti e modificandole.
Proseguendo nella lettura, si parla della fine dei lettori come tali e che potevano esprimere le proprie opinioni o far sentire la propria voce solo intervenendo in qualche trasmissione oppure inviando una lettera ai quotidiani. Ora con la nascita dei social network e dei blog, si ha la possibilità di esprimere opinioni e pareri in piena libertà o meglio cosi sembra. Infatti, i social sono come testate e vi sono regole, certe cose non possono essere scritte ed entrando nel sistema si diventa anche parte del mercato, della competizione tra colossi. Si ritorna come vediamo nella logica del filtro. Si nota come una volta entrati in un social è difficile staccarsene anzi si rischia di non distinguere più la realtà materiale da quella virtuale diventando un po’ un tutt’uno.Il blog diventa anche un modo per far sentire la propria voce quando non si riesce con i mezzi tradizionali. Es. la madre di Federico Aldrovandi che ha fatto sentire le proprie ragioni tramite il suo blog perché non considerata dai media. Ovviamente i blogger non devono essere considerati giornalisti come fa ben notare Gazoia in quanto non iscritti all’Ordine.
Si parla molto di media digitali in questo testo e come abbattono i costi di produzione e notiamo anche un altro aspetto interessante, infatti, l’autore cita due siti in particolare uno è Dagospia di Roberto d’Agostino e l’altro l’Huffington Post, il re dei siti di aggregazione d’informazione. Mostrando come l’Huffington Post abbia blogger che lavorano per il sito non retribuiti ma solo con la possibilità di ottenere visibilità ma anche lavora aggregando notizie da varie fonti.
Interessante è anche la discussione su quelle rubriche che si trovano giornalmente nei quotidiani e scritte da grandi firme e che cercano di attirare il lettore con la loro carica emotiva e famigliare.Es. il Buongiorno di Gramellini su La Stampa, che io spesso leggo. L’autore ci spiega che l’obiettivo del giornalista è di scrivere quello che i lettori vogliono sentirsi dire e che c’è tutto un lavoro di redazione per creare queste poche righe che aprono il giornale, quindi è un commento ponderato.Non dimentica di sottolineare la correlazione del nostro giornalismo con la politica e come loro stessi fanno informazione con un semplice tweet o un post su facebook e viene considerato dall’autore come un giornalismo dal basso. Cita anche a tal proposito il blog di Grillo.
Al termine di questo affascinante viaggio, sono d’accordo con l’autore che la rete non è controllata abbastanza, non vi sono filtri e passano le cose positive come facilmente agiscono i malintenzionati senza che vi sia una protezione. Purtroppo aiuta anche la rete dei terroristi a farsi propaganda e fare sempre più proseliti. Un libro che consiglio per riflettere sulla società attuale sempre più iper connessa e su come funziona questo tipo d'informazione ma anche per pensare a eventuali soluzioni agli abusi. Un libro adatto a tutti proprio per il suo stile scorrevole e accattivante.
Elisabetta Corsi

Alessandro Gazoia 
Senza FiltroChi controlla l’informazione
Minimum Fax, Roma, 2016, 404 pp..




01 luglio 2016

In libreria

Vincenzo Pezzella
Toghe, banchieri e rotative. Una storia italiana degli ultimi cinquant'anni
Guida, Napoli, 2016, 496 pp.

Descrizione

Il libro racconta le difficoltà per un giovane, 30 anni fa come oggi, di praticare la professione giornalistica. Ce ne spiega,dal di dentro, le modalità, teoriche e reali, di accesso. Ci racconta le esperienze giovanili, nella Napoli dei vicerè Di Donato-De Lorenzo-Pomicino, da "Il Gazzettino Campano" a "Il lavoro nel Sud", da "Napolinotte" a "Napoli Guide", ai primi timidi approcci ai quotidiani nazionali, da "IlSole24ore" a "la Repubblica". Mostra, poi, le scuole per la preparazione al concorso in magistratura e i segreti dell'esame, il tirocinio e il lavoro quotidiano di un giudice. Affronta, infine, anche temi scomodi e cerca di offrire delle risposte. Quanto contano le correnti in magistratura? Esistono davvero le toghe rosse? Quanto guadagna davvero un magistrato? E un funzionario della Banca d'Italia? Davvero i giudici lavorano poco? Perché è finita Mani Pulite? Perché, alla fine, Eurodisney non fu più costruita ad Afragola?
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29 giugno 2016

In libreria

Alice Cati
Gli strumenti del ricordo. I media e la memoria
La Scuola, Brescia, 2016, 188 pp.

Descrizione
Viviamo in un'epoca assetata di ricordi, terrorizzata dall'oblio e dotata di formidabili strumenti di memorizzazione. Eppure la memoria continua a costituire l'oggetto di un dibattito complesso che coinvolge in forma transdisciplinare storici, antropologi, filosofi, semiologi e altre categorie di studiosi. Questo libro costituisce la prima introduzione in italiano ai Memory Studies. A partire dalla riflessione del mondo antico sulla memoria individuale e collettiva, e attraverso un'analisi del dibattito moderno, il volume disegna una mappa aggiornatissima della riflessione contemporanea legata sempre di più ai media e alle forme di esternalizzazione della memoria.
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26 giugno 2016

Migranti in cronaca

I migranti, i profughi. Lo straniero, il “diverso”. L’”altro”.
E’ così che i media etichettano le persone che fuggono da guerre, carestie, fame, persecuzioni per cercare una vita migliore o la semplice sopravvivenza. Proprio la rappresentazione dell’”altro” da parte dei media e in particolare della stampa italiana è l’oggetto di studio di questo testo di sconcertante attualità. L’autrice esamina il caso della rivolta di Rosarno visto attraverso gli occhi e la voce dei principali quotidiani e settimanali italiani. L’analisi di un fatto che risale al 2010 ma che può tranquillamente essere considerato un esempio per il presente. Nulla, infatti, sembra essere cambiato nell’informazione pubblica. Incagliata nella polvere della fretta e della cronaca, la tragedia di popolazioni devastate dalle guerre e dalla fame, viene presentata all’opinione pubblica quasi sempre con la stessa sceneggiatura. I migranti visti come violenti, pericolosi, portatori di malattie, rivoltosi, invasori. Si accentua il paradosso dell’informazione dove l’”altro” risulta vittima e carnefice contemporaneamente. Persone che come povere pietre senza parola e diritti sono, ogni giorno, ben visibili sui media eppure, per lo Stato, ancora invisibili o al più fantasmi. E loro, i migranti, gli “altri”, stanchi di rotolare tra la pietà della gente, se reagiscono, se parlano, se urlano, diventano immediatamente “rivoltosi”, pericolosi per la cittadinanza e il Paese. E’ accaduto a Rosarno nel 2010. Accade in tutta Europa, ancora oggi. Esistono “imprenditori della paura” che, senza scrupoli, per vendere di più, non esitano ad usare il dolore degli altri come strumento per catturare lettori e consensi politici. La retorica dell’accoglienza possiede ricordi di luce nei dintorni del suo esatto contrario: l’espulsione. La Erta, con meticolosa perizia, analizza proprio questa contrapposizione presentata dalla stampa e la sua grande responsabilità nella narrazione dei fatti tra questi mondi opposti. Un mondo che tende la mano, l’altro che la tira indietro. L’umanità e la disumanità a confronto. In mezzo l’opinione pubblica che troppo spesso non ha gli strumenti necessari per fare i dovuti confronti, per comprendere gli stereotipi e i pregiudizi costruiti ad arte nel tentativo, ormai consolidato, di perpetuare un’industria fiorente come quella creata intorno alle migrazioni. In tale contesto, la responsabilità dell’informazione appare enorme. Da parte di alcune testate non è accettabile il continuo depositare l’attenzione altrove, attendere ogni avvenimento come una conferma della sceneggiatura preesistente. Quasi come se l’immigrazione fosse una malattia. Da curare. Così com’è doveroso segnalare quei giornali che, con coraggio e professionalità, non accettano passivamente l’imposizione editoriale ma, nei limiti del possibile, presentano più sfaccettature dello stesso fatto, agevolando il lettore nella ricerca di un’opinione non infarcita dall’alto. Dell’”altro” e della sua percezione in Europa, rimangono le mani pietose le cui preghiere di aiuto scivolano fugaci e veloci tra le urla desolate della speranza. Il mondo non ascolta e non si meraviglia. Finge di essere buono e caritatevole come l’albero che offre ombra, tra le macerie aride di città volute distrutte dalle guerre, a chi, in perenne agonia, si rifiuta di sparire.  Nel testo si passano in rassegna i principali quotidiani italiani, facendone una radiografia accurata e ricca di esempi e immagini. Dalle foto-documento, dai reportage, dai titoli passionali di “la Repubblica”, dove il lessema guerra-battaglia-rivolta lascia il passo alle emozioni che approfondiscono la drammatizzazione della “caccia” al nero. Dove il lettore spesso è guidato attraverso percorsi fuori dall’allarme e dalla paura, accompagnato dall’infografica prepotente e da una valanga di dati che anestetizzano e uniformano il problema. Seppure i migranti diventano figure anonime, atopos, ibridi privi di posto, senza nome e nazionalità, immersi in scenari di degrado sociale, la loro descrizione non viene mai strumentalizzata per aizzare paure e fobie. Altrettanto si potrebbe affermare, anche se con precise differenze, del “Corriere della Sera” e de “La Stampa” che si rivolgono alla sensibilità del lettore, utilizzando il pathos per testimoniare, indagare, denunciare. A volte spalleggiando le decisioni di governance, a volte spingendo il pubblico verso una critica dell’Esecutivo. Di opposti propositi è l’interpretazione della notizia data da quotidiani come “La Padania”, “il Giornale”, il settimanale “Panorama” che descrivono l’emergenza nazionale come fatto compiuto dal quale ci si può solo difendere. Il “clandestino” rappresenta il conflitto etnico-culturale semplificato nella costruzione del “nemico”, prima da combattere e poi da espellere. Davvero l’informazione, quella vera, potrebbe cambiare tutto. La vita, le attese e le speranze di milioni di esseri umani. Ingoiando la notizia preconfezionata per agitare ventagli di palme e d’ulivi, sfogliando critiche sottili ai governi che ricercano il consenso. Sollecitando opinioni in grado di dare risposte ai lettori che cercano di distinguere la vita tra il soffio soffocante della guerra. Rifiutandosi di fare dell’immigrazione il topic adatto all’agenda setting delle prime pagine dei quotidiani, ricordando che i migranti non sono un insieme amorfo e indistinto ma parte della nostra stessa umanità, dove ognuno ha un volto, una storia e un nome. Questa è l’idea che, tra le righe, l’autrice intende evocare. Una stampa che non si squaglia dove è più difficile il compito di informare. Un giornalismo che non si disfa di fronte alle pretese di chi comanda. Un’informazione ancora più pluralista e corretta, nel rispetto di un’etica professionale e di una morale umana che precedono l’attimo in cui il giornalista assieme all’uomo si fondono oppure si perdono e, sviliti, deragliano.
Anna Scavuzzo


Angelica Erta
Migranti in cronaca.
La stampa italiana e la rappresentazione dell’”altro”: la rivolta di Rosarno
Ombre corte, Verona 2014

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