Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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16 luglio 2018

Storie di genere e media arabi


 Analizzando il mondo arabo attraverso i media e la prospettiva di genere, i saggi raccolti mostrano le aspettative tradite dall'esito delle rivolte relativamente alle aspirazioni di uguaglianza e di diritti, ma anche il manifestarsi di una libertà di espressione inedita grazie alla quale si fanno largo nuove rappresentazioni delle donne e dei rapporti tra i generi.
Quando in Occidente i mass media discutono di mondo arabo spesso usano l'immagine della donna arabo-musulmana per rappresentare la regione nel suo insieme, facendola quindi diventare la rappresentazione stessa della sua essenza immutabile, della sua cultura e del suo sistema valoriale.
Come vengono rappresentate le donne nei media arabi? Come si auto-rappresentano? Qual'è l'immagine delle donne arabe che appare dai media arabi dopo le rivoluzioni?
È a queste domande che i saggi pubblicati in questo libro provano a rispondere. Attraverso l'analisi di programmi televisivi, siti internet, blog, pellicole cinematografiche, vignette, graffiti, i diversi contributi del libro mostrano la condizione femminile in particolare in Egitto, Tunisia e Marocco.
A due anni dallo scoppio delle rivolte, ciò che appare è una pluralità di modelli femminili. Accanto a programmi con telepredicatrici velate che educano alla devozione familiare, alla modestia del corpo e all'empowerment femminile, ci si può imbattere grazie a TV private in programmi che propongono modelli femminili opposti. Ci sono numerosi canali arabi dedicati all'intrattenimento musicale, dove diversi videoclip mostrano corpi ammiccanti, altri dedicati al cambiamento del look ricorrendo anche alla chirurgia estetica, si pensi per esempio a Joelle. A diversificare ancora i modelli femminili proposti dagli schermi televisivi contribuiscono anche i personaggi delle soap opera (musalsalat) provenienti per lo più dalla Turchia.
La pluralità dei modelli femminili veicolata dai media arabi aumenta ancora se prendiamo in considerazione i nuovi media che si sono affermati in maniera decisiva nel periodo delle rivolte tra il 2011 e il 2012. In questi anni si assiste a uno spiccato protagonismo femminile nel costruire la notizia. I nuovi media permettono alle donne, che di solito non hanno facile accesso al dibattito pubblico, di esprimersi e condividere opinioni ed esperienze in maniera libera, finendo per operare un cambiamento di rilievo nella rappresentazione delle relazioni di genere. In particolare Sara Borrillo prende in esame la differenza di modelli femminili proposti dai media di Stato e da alcuni media digitali animati dalla società civile progressista. Alcuni media digitali, come la rivista Qandisha, diffondono un'immagine femminile indipendente e non dogmatica.
Sebbene a due anni di distanza dalle rivolte le donne continuino a soffrire, si registra una sempre crescente pluralità di modelli femminili e una maggiore libertà di espressione delle donne, come testimoniamo le esperienze di tantissime blogger tra cui Lina Ben Mhenni candidata al Nobel per la pace nel 2011, o l'affermazione di donne in altri ambiti quali la vignettistica grazie a pioniere del genere come l'egiziana Doaa el-Adl.
La maggiore libertà di espressione guadagnata dalle donne è però controbilanciata dalla difficoltà di poter agire liberamente nello spazio pubblico e di vedersi riconosciuti pieni diritti di cittadinanza nei paesi che hanno contribuito a trasformare. Siamo di fronte a quello che viene chiamato paradosso di genere: anche se l'immagine della donna sta cambiando, seppur tra molte difficoltà, le donne non sono ancora riuscite a trasformare le dinamiche sociopolitiche dei nuovi Stati nella direzione dell'uguaglianza di genere auspicata al momento dello scoppio delle rivolte. In particolare Azzurra Meringolo mette a nudo il paradosso di genere che attraversa l'Egitto, vale a dire l'esclusione delle donne dalle istituzioni e dal discorso politico a confronto con il loro protagonismo nella complessa trasformazione del paese.
Carolina Popolani ricostruisce l'immagine femminile che emerge dall'analisi di oltre trenta pellicole incentrate sul rapporto uomo/donna prodotte negli anni precedenti e in quelli immediatamente successivi alla caduta di Hosni Mubarak. La violenza di genere, la libertà sessuale e l'attivismo delle donne sono alcuni dei temi maggiormente affrontati dalla cinematografia impegnata egiziana dell'ultimo decennio.
In conclusione, molte delle premesse e promesse di uguaglianza di genere, pari cittadinanza tra uomini e donne sono state tradite, ma tuttavia nuove possibilità si sono aperte per le donne di far sentire la propria voce e trasformare gli immaginari sociali dominanti sulle relazioni di genere.

Le donne nei media arabi. Tra aspettative tradite e nuove opportunità 
A cura di Renata Pepicelli
Carocci, Roma, 2014, pp. 128.
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15 luglio 2018

Razzismo implicito: non si dice, ma si fa


Come i media italiani presentano il fenomeno immigrazione
di Valentina Foti

Quando le parole non bastano, serve la coscienza. Ma se si parla di media, di mezzi di comunicazione, necessari e opportuni  all’informazione comunitaria, il linguaggio deve essere accuratamente ragionato. Il risultato di una mancanza di attenzione nelle parole usate è (ahinoi) gran parte del giornalismo odierno.
Il libro Tracciare i confini edito da FrancoAngeli nel 2016 è un’indagine approfondita, con tabelle, dati e statistiche, sul metodo di divulgazione relativo all’immigrazione in Italia nei principali quotidiani nazionali (La Repubblica, Corriere della Sera, Il Giornale, Avvenire, l’Unità e altri), nei Tg delle emittenti televisive più seguite (Rai, Mediaset) e nel vasto e impreciso mondo virtuale. L’arco temporale è, in generale, l’ultimo trentennio, ma alcuni paragrafi analizzano specifici anni di grande importanza. Nel biennio 2002-2003, per esempio, seppur non ancora immediato, il binomio immigrazione-criminalità appare protagonista di buona parte della cronaca nera finita in prima pagina. Nel 2008 si scatena il dibattito istituzionale sulla tutela della sicurezza dei cittadini e sulle politiche da introdurre per gestire i flussi migratori nella penisola. È infatti quasi sempre la politica italiana a porre all’attenzione il fenomeno dell’immigrazione come “problema” e ciò si riflette sulla stampa. Il 2011, invece, è stato l’anno delle Primavere Arabe, termine giornalistico per definire le guerre civili che hanno posto fine a dittature decennali, ma che sono conosciute in Italia anche per i tanti sbarchi a Lampedusa. A partire da quest’anno, aumenterà l’emergenza e l’invasione nei giornali e si tornerà a parlare violentemente dei troppi arrivi sugli schermi televisivi con un linguaggio spesso impreciso e fraintendibile.
L’informazione italiana, secondo gli autori, ha scelto di “semplificare all’eccesso”, dando titoli scandalistici in cui compare rigorosamente la nazionalità del colpevole quando questa non è italiana.1 Questo fenomeno di etnicizzazione è purtroppo costante e ripetitivo: l’enfasi giornalistica non è tanto sul crimine da condannare quanto sulla descrizione del colpevole, l’attenzione è posta al solo momento di arrivo, senza un’adeguata argomentazione delle cause e delle condizioni di viaggio, per non parlare di macro fenomeni  come conflitti e crisi internazionali o la globalizzazione economica sui quali andrebbero necessariamente fatte approfondite riflessioni. Per lo meno per un’equilibrata informazione.
L’immigrazione incontrollata, la sicurezza nazionale, la gestione del flusso e altri “slogan elettorali” finiscono per descrivere gli stranieri (tutti definiti immigrati o clandestini senza una vera distinzione etimologica) come criminali per antonomasia, la cui integrazione, seppur pretesa, non sarà mai possibile. Quella che gli autori definiscono immigrazione-come-notizia è semplice realtà: negli ultimi anni i media hanno avuto un ruolo centrale nella costruzione di un clima generalizzato di paura, enfatizzando quei crimini sempre più vicini alla nostra quotidianità, e di rappresentazioni tipizzate dell’altro in base all’etnicità. Le ragioni di questa tendenza sono principalmente la forte dipendenza dei media dalle fonti giudiziarie e dalla routine giornalistica e l’effetto della cristallizzazione degli stereotipi. Si aggiunge la terza ipotesi  degli autori: “tradurre in consenso politico-elettorale i crescenti sentimenti d’insicurezza dell’opinione pubblica e di paura nei confronti dell’Altro” identificata con le iniziative dei movimenti populisti italiani ed europei.
Ritengo di non esagerare quando parlo di “razzismo implicito”: quella che una volta veniva chiamata razza ora si chiama cultura, ma il concetto di base cambia poco. Tanto è vero che l’aggettivo tradizionale, con uno slittamento semantico, finisce per coincidere con naturale, quindi inevitabilmente inalterabile.Nel linguaggio, scritto ma soprattutto parlato, esistono termini ed espressioni che, implicitamente, dimostrano (attraverso scelte stilistiche) quanto la nostra società sia ancora alquanto concentrata sulla nazionalità degli individui: il Rom ladro per natura, definire marocchino ogni nordafricano, generalizzazioni etniche, ragionamenti che dovrebbero essere seri e razionali diventati motti privi di argomentazioni valide (“Perché l’accoglienza di venti profughi nel nostro paese sarebbe un problema?” “Perché l’Italia è piena, ora basta!” oppure “E a noi chi ci accoglie?”).2
Ancora una volta, è necessario armarsi di buon senso e tolleranza per interpretare quel complesso fenomeno che (implicitamente o no) porta al razzismo e alla sua evoluzione. Solo dopo una reale presa di coscienza si otterrà l’antidoto contro un male che da secoli pervade il nostro mondo.


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1.In realtà a partire dal 2008 la Carta di Roma fornisce al giornalista una lista di semplici regole da tenere a mente quando si parla immigrazione nei media: tra queste, quella di non inserire l’appartenenza etnica di un individuo nel titolo dell’articolo. Evidentemente, però, molti non ne capiscono la necessità e fomentano un informazione deviata su luoghi comuni e stereotipi.

2. Cfr. Aime, M. (a cura di), Contro il razzismo, quattro ragionamenti, Einaudi, Torino, 2016.


Tracciare i confini. L'immigrazione nei media italiani
a cura di M. Binotto, M. Bruno,  V. Lai
FrancoAngeli, Milano, 2016, pp.

07 luglio 2018

Il giornalismo è un “fatto di amore”



Potrà sembrare inappropriato il modo in cui tratterò il tema del rapporto tra informazione, veridicità e affidabilità delle fonti. Vorrei farlo parlando di due figure della storia: Saffo e Henri Laborit.
Apparentemente distanti, sia nella professione che cronologicamente. Entrambe queste figure, nella loro vita, sono fuggite dalla realtà; chi per amore chi per analizzare in modo scientifico e biologico la realtà dell’amore. Entrambi, altresì, sono giunti alla considerazione che il loro amare, nonostante abbiano amato, era in realtà un’illusione destinata a rimanere pura immaginazione. Partendo dall’analisi di frammenti delle poesie di Saffo ed arrivando all’ Elogio della Fuga di Laborit, potremo dipanare questa intricata matassa e dimostrare come la libertà di informazione sia strettamente legata alla sincerità delle nostre affermazioni e certezze verso noi stessi e  verso l’atteggiamento di ricerca che operiamo, o per vederle convalidate o per metterle alla prova.
La prima qualità che accomuna le due figure è la conoscenza della società e dei suoi meccanismi gerarchici. Saffo nel suo mestiere di insegnante, arricchiva le parole e le materie con l’arte; non solo l’arte della musica ma anche l’arte di innamorare a se le ragazze della scuola- farle innamorare all’idea della scoperta, alla ricerca di se stesse e dell’essere donna. Era un’educazione aulica ma non per questo esente dalla componente fisica. La veridicità del rapporto passava dalla copresenza degli interlocutori e dalla messa in atto del desiderio di conoscenza. La fisicità si univa all’immaginazione e da lì ne scaturivano fatti; indipendentemente dalla sincerità motivazionale della parola “amore”. La gerarchia ‘passava’ attraverso la danza; erano tutte importanti le ragazze ma una di loro dominava sulle altre agli occhi della poetessa. Cos’è l’amore per la verità se non la ricerca e il dovere di approvazione sociale? l’amore del giornalista per il proprio mestiere, non ha con sé anche la volontà di essere ascoltato e ritenuto più credibile o, a seconda dei casi, più convincete di altri colleghi? Non a caso l’amore, sia nell’abbondanza che nella mancanza, porta con sé due prototipi di essere umano; colui che accetta la sottomissione perché non ha i giusti strumenti interni a sovvenire al carico di pressioni sociali e colui che rifiuta la sottomissione e che quindi, con un cuore più temprato o  meno sviluppato all’empatia, riesce a costruire un impero di odio o di sopraffazione.  Quindi, l’essere umano ha poi bisogno dell’amore? Probabilmente ha bisogno di illudersi di amare e di essere riconosciuto e apprezzato; è quando questo bisogno diventa eccessivo che si sviluppano realtà minacciose. Il possesso che nasce dall’illusione di detenere la verità e peggio ancora di detenere una persona come oggetto di benessere personale, dimenticando che quella persona non è un oggetto e che tantomeno si può pretendere di ridurre una persona ad un fatto descritto.
Ci hanno abituati a cercare la verità o a darcela preconfezionata attraverso religioni, che puntualmente si smentiscono agli occhi più attenti e meno taciturni. Se la verità è Dio, cristiano, buddista o islamico; se la verità è di Dio, perché vogliamo incarnare la verità? In realtà cerchiamo menzogne, quelle meno smascherabili da noi stessi e magari più accettate dalla moltitudine sociale.
Laborit  spiega in modo appassionato e commovente, come l’amore sia la ricerca dell’appagamento e della dominanza. Il biologo sostiene di essere d’accordo con chi pensa che appagamento sessuale e immaginazione amorosa siano due cose diverse e che non abbiamo nessuna ragione a priori di dipendere l’una dall’altra. Quindi non per forza il o la patner sessuale è la persona amata, nell’immaginario. Proviamo a tornare al concetto di realtà e verità. Se Dio è verità e realtà imperitura è altresì vero che non ci appartiene e che nulla ci da la certezza di essere, una volta morti, ripagati da questo buon uomo ‘anziano’ per aver rispettato la sua parola.
La vita è una rincorsa continua alla ricerca di se stessi e della propria verità; c’è una frase che spesso sentiamo ripetere “non si finisce mai di imparare”. Ecco, toglierei  “imparare” e aggiungerei “conoscersi”. L’azione, seppur passiva, di imparare presuppone l’educazione e quest’ultima  è sempre attinente alla sfera socioculturale di appetenza. L’educazione è la prima trappola inibitoria dell’essere umano. L’esperienza, quindi, può essere ripetuta se risulta dall’azione appagate, ovvero se viene considerata ed appresa come miglior via di fuga dalla realtà. Il giornalista diventa un artista nel momento in cui scrive; sia per lo stile personale che lo contraddistingue sia perché, attraverso la sua visione soggettiva, riesce a riportare i fatti nudi e crudi pur viziandoli in quell’accattivante non detto. Il fatto c’è ed è scritto nero su bianco ma l’intento non c’è, è  solo percettibile; in sostanza un buon giornalista è come un buon corteggiatore sa farsi apprezzare anche dai suoi rivali.
L’amore è il  nostro nemico maggiore ed è proprio colui che ricerchiamo; è stato viziato nei secoli, da educazioni forvianti; è stato decostruito e riproposto agli occhi di noi bambini, nel blu e nel rosa.
Siamo come delle bestie da allevare secondo il Luogo di nascita; siamo destinate a non uscire dal gregge se non per ribellione e quindi per emarginazione sociale verso la conquista di un nuovo territorio in cui esistere, scoprirsi, realizzarsi a modo proprio. Siamo in costante fuga ; troppo in fuga da noi stessi e troppo poco dal mondo. Ritrovare quel senso di conservazione della struttura biologica e delle sue pulsioni naturali che non rispondo  al genere sociale di appartenenza ma al genere biologico di quella data femmina e di quel dato maschio; che non per forza ameranno o ricercheranno attenzione da persone del genere opposto. Così i giornali infarciti di dichiarazioni dei politici sull’amore per la patria o sull’amore per il sociale e le cause civili. E’ una maschera meno scomoda e forse, in certi casi, utili al fine di migliore le situazioni sociali. L’amore è l’arte suprema del politico e la chiave di violino del giornalista; saper parlare con amore, con tono aulico e patriottico o con tono di vendetta e di distacco. La ricerca di vivere per una passione esterna che materializzi i desideri interni; amare l’ambiente per evitare di amare l’umanità oppure amare l’umanità attraverso l’ambiente. Esistere ma celarsi corteggiando il sé al proprio istinto. Tutto questo è amore, se non cura; cattiva agli occhi di alcuni, utile e giusta agli occhi di altri. E siccome Dio non è sceso dalle nuvole o per vecchiaia o per stanchezza; nessuna delle due fazioni ha il coltello dalla parte del manico, oserei dire che nessuna delle due ha il coltello. Siamo noi che scegliamo a quale storia uniformarci a quale credere ed a quale credere di non uniformarci. La consapevolezza dell’infelicità non è altro che una spinta propulsiva a cercare di fare meglio, ogni giorno, il proprio mestiere. Siamo tutti artisti e quelli più in vista, come i giornalisti, essendo questi ultimi più vicini al potere, dovrebbero ricercare l’amore del vero, ribellandosi tra le righe di un articolo, sapendo che quello che scrivono resterà imperituro su quel foglio e reperibile sulla rete; e quel foglio stesso, più della rete, se resterà attuale nei secoli - non per contenuto ma per validità espressiva - sarà l’opera più utile e veritiera che abbiano creato. Leggendo Saffo, indipendentemente dalle proprie preferenze sessuali  o di cuore -ed è questo che la poetessa ha cercato di trasmettere- si prova un senso di sicurezza, forse dato dalla frammentarietà; quello stare bene e sentirsi comprese da una donna vissuta centinaia di anni fa; quelle frasi mozze parlano di  quell’amore che è umano e che nella menzogna è veritiero ed è carne; in quella sofferenza empatica e consapevole potremo prendere il suo cuore e portarlo lontano dove nessuno ci conosce, dove il tempo non esiste, dove potremmo incontrarci senza età e ricordi, senza passato. Infondo  Laborit ha dichiarato di aver ricevuto più cose dai suoi simili attraverso i libri che attraverso le stette di mano in quanto nei libri esiste il prolungamento delle persone. Informare è un po’ come tornare dei Narciso, confidenti nelle proprie qualità, volti alla sopravvivenza, senza odio né violenza verbale; accettando che umanamente non siamo padroni nemmeno di noi stessi e che tutto è in divenire; l’unica cosa che resterà alla fine e potrà fare a meno del tempo e dello spazio, anche in uno scritto giornalistico è quell’espressione che ci ritrae come un pittore che distrattamente, sulla tela, ha dimenticato di incidere le sue iniziali.
 Federica Frasconi
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03 luglio 2018

Genova in libreria

Franco Cardini
Genova 1938. L’anno della svolta
De Ferrari editore, Genova, 2018, pp. 138. 

Descrizione
Nel maggio del 1938 Benito Mussolini compì una visita ufficiale di tre giorni a Genova. Il viaggio era stato deciso e cominciato a organizzare sei mesi prima. Mussolini non era a Genova dal 1926, l’anno in cui era venuto a celebrare la realizzazione della “Grande Genova”, frutto della fusione di 19 comuni e a rilanciare l’economia della città che era finita in ginocchio, per crisi di produttività e di mercato, dopo la conclusione della Guerra Mondiale. Genova, sia nel ceto popolare, sia nel mondo imprenditoriale e alto borghese, era una delle città meno fasciste d’Italia. Mussolini puntava a conquistarla al fascismo e a rilanciarne tutti gli aspetti economici e sociali per confermare il suo ruolo di “Dominante”.

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01 luglio 2018

Genova in libreria

Luca Rolandi,  Giovanni B. Varnier, Paolo Zanini
Dal 1946 Il Gallo canta ancora
De Ferrari editore, Genova, 2018, pp. 168.
Descrizione
Sovente citata nelle opere su Genova e sulla cultura ligure nel Novecento, la vicenda d “Il gallo” ha una fortuna piuttosto discontinua nella storiografia, conoscendo un significativo aumento dell’interesse degli studiosi negli anni più recenti. La rivista genovese è stata indagata sia all’interno delle opere sulla cultura cattolica del secondo dopoguerra, in particolare in quelle che hanno riconosciuto il rilevante ruolo in essa svolto dalle riviste, sia in alcuni studi specifici, che si sono concentrati soprattutto sulle origini del periodico e sui suoi primi anni di attività, fino alla metà degli anni Sessanta.
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30 giugno 2018

In libreria

Angela Terzani Staude
Diverso da tutti e da nessuno
Tiziano Terzani sul campo nella testimonianza di amici e colleghi

TEA, Milano, 2017, pp. 258.
Descrizione 
Mentre non accennano a sbiadire, nella memoria di chi lo ha amato, le immagini di Tiziano Terzani vestito di bianco che parla della pace, della vita e della morte, più lontana si fa nel tempo la sua figura di reporter, di grande protagonista di una stagione irripetibile del giornalismo. Questo libro ce la riporta davanti agli occhi con magnifica evidenza, quella figura, con la sua vitalità dirompente, il suo rigore professionale, la sua curiosità fenomenale, la sua travolgente risata. Ognuno degli amici e dei colleghi che da tutto il mondo hanno risposto generosamente all’invito di Angela Terzani contribuisce qui – con un flash, con un ricordo più meditato, con qualche prezioso documento, anche inedito – a comporre il ritratto irresistibile di un instancabile cacciatore di storie e di verità. E sono sufficienti soltanto alcuni dei titoli delle testimonianze raccolte in questo volume per capire l’atmosfera che vi si respira: Monsieur Moustache, Viaggiare per il mondo alla ricerca della verità, Da dove arriva, questo?, Partito senza lasciare indirizzo, Il gigante, Con i piedi più che mai piantati nella vita, L’approvato dal cielo… Completa il volume una ricca sezione di «documenti», con alcune lettere, uno scritto di Saskia Terzani e il Dialogo con il Vecchio di Folco Terzani, dedicato alla mitica figura che Terzani raccontò in Un altro giro di giostra.

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28 giugno 2018

Genova in libreria

Alberto Giordano - Mirella Pasini
I ciechi dai ghetti ai diritti
L'Istituto David Chiossone dal 1868 al 2018

Il Mulino, Bologna, 2018, pp. 280.

Descrizione
Fondato nel 1868, pochi anni dopo l’Unità d’Italia, l’Istituto Chiossone di Genova per i ciechi e gli ipovedenti celebra il suo centocinquantenario. Basato su una puntuale ricerca documentaria, questo volume ne ricostruisce il percorso, nel suo evolversi insieme con la storia sociale, urbanistica e amministrativa della città. In un continuo confronto tra storia locale e storia nazionale, gli autori seguono le metamorfosi di un’istituzione ispirata alla scienza e alla solidarietà, secondo i principi di David Chiossone, fondatore dell’Istituto e protagonista della vita letteraria, scientifica e politica del Risorgimento. Da collegio per giovani non vedenti ad asilo-ricovero per i «poveri ciechi» di fine Ottocento, da istituto inserito nel sistema assistenziale nel ventennio fascista alla crisi degli anni della contestazione, fino alla rinascita come centro polifunzionale, scientifico e assistenziale, della riabilitazione, le vicende del Chiossone esemplificano le trasformazioni delle istituzioni assistenziali dalla filantropia alla beneficenza, dall’assistenza statale alla stagione dei diritti.
Alberto Giordano insegna Storia delle dottrine politiche e Storia dell’opinione pubblica all’Università di Genova. È membro della Commissione per l’edizione nazionale degli scritti di Luigi Einaudi. Tra le sue ultime pubblicazioni, i volumi Le regole del buongoverno (2016) e Il primato della politica (2018). Mirella Pasini insegna Antropologia filosofica ed Etica della comunicazione all’Università di Genova. Ha coordinato ricerche nazionali e internazionali nell’ambito dell’etica pubblica e sociale. Alla figura di David Chiossone ha dedicato il volume La mente e il cuore. David Chiossone e l’etica sociale dell’Italia unita (2007).

*link all' Indice  del libro.
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26 giugno 2018

In libreria

Gabriele Turi
Libri e lettori nell’Italia repubblicana
Carocci, Roma, 2018. pp. 156.

Descrizione
Il mondo dell’editoria conosce ovunque, all’inizio del XXI secolo, un processo di concentrazione e di forte concorrenza internazionale. L’Italia non fa eccezione, come dimostra l’acquisto di RCS Libri da parte di Mondadori nel 2016, ma ha alcune caratteristiche che risalgono al periodo preunitario: marcate specificità regionali, ampia presenza di editori piccoli e medi, grande difficoltà nel creare “lettori”, il cui numero rimane molto al di sotto di quello di altri paesi europei e ancora oggi ammonta a meno della metà della popolazione rispetto ai due terzi in Francia e in Germania. Gabriele Turi racconta la storia dell’editoria nell’Italia repubblicana rifiutando modelli di tipo sociologico, spesso astratti o generalizzanti, ma considerandone tutti gli aspetti in rapporto all’evoluzione della società, e mette in dubbio che dalla concentrazione derivi una inevitabile omologazione dei linguaggi.
Indice
Premessa 
1. Le speranze e la realtà - 
Gli editori possono rinnovare l’Italia/Il sistema editoriale 
2. Produzione e lettori: una geografia  - Centri editoriali/Lettori e non lettori 
3. Appartenenze  - «La libreria è un tempio; il libraio un predicatore»/Voci di sinistra, e di destra 
4. Editoria di cultura  - Intellettuali e progetti/Realizzazioni 
5. Da bambini a studenti  - Letteratura per l’infanzia e per i ragazzi/A scuola 
6. Espansione  - Differenze interne/Letteratura di consumo 
7. Crisi e concentrazioni - Mercato di massa/Omologazione? 
Indice dei nomi



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21 giugno 2018

In libreria

Ruben Razzante (a cura di)
L'informazione che vorrei. La Rete, le sfide attuali, le priorità future
Franco Angeli, Milano, 2018, pp. 132.

Descrizione
Conoscenza vuol dire potere. I colossi della Rete l'hanno capito e, con la forza di un algoritmo insondabile, orientano la nostra selezione delle informazioni e indirizzano le nostre scelte in ogni campo. Manipolazioni, distorsioni e prevaricazioni sono dietro l'angolo, se i decisori istituzionali e gli addetti ai lavori non intervengono per disinnescare le insidie del web e assicurare a tutti gli utenti un'efficace tutela dei diritti. Ecco una fotografia dello stato dell'arte e un'agenda delle cose da fare per ripensare e rilanciare l'informazione professionale e per riequilibrare la filiera di internet. Sfuggire all'"algocrazia" e inaugurare un nuovo "umanesimo digitale" fondato su un equilibrio dialettico tra libertà e responsabilità. Col
concorso di tutti, dai legislatori agli operatori del settore (produttori, aggregatori, diffusori e fruitori di informazioni), il traguardo è a portata di mano. L'Italia e l'Europa stanno vivendo cambiamenti epocali per il futuro dell'informazione digitale e della produzione e diffusione dei contenuti in Rete. Occorrono scelte coraggiose e politiche illuminate che possano coinvolgere attivamente tutti gli attori in campo e assicurare la crescita sociale ed economica del mondo dei media e un corretto funzionamento della web democrazia, nell'interesse degli utenti.  I saggi contenuti in questo volume affrontano le criticità attuali, delineano le priorità dei prossimi anni e intendono offrire stimoli e soluzioni ai decisori istituzionali, al management delle imprese editoriali e alle categorie professionali coinvolte, ma anche chiavi di lettura ai cittadini, affinché possano sentirsi parti in causa nei processi di radicale trasformazione che interessano il mondo dell'informazione, soprattutto in Rete.  "L'informazione che vorrei" intende essere una sorta di manifesto programmatico per la prossima legislatura, che spieghi a un pubblico generalista, dal punto di vista degli addetti ai lavori (authority, motori di ricerca, editori, giornalisti, professionisti della comunicazione, manager del settore, esperti), quali saranno gli impegni che Parlamento e Governo dovranno prendere in questi ambiti e quali saranno le sfide più impegnative e avvincenti che attendono l'Europa multimediale e digitalizzata.
Indice
Ruben Razzante, Introduzione. Informazione, democrazia della Rete e ruolo
della politica

 Marcello Cardani, Il futuro dell'informazione digitale e della produzione e
diffusione di contenuti

Elio Catania, Il digitale, una sfida per la leadership, un'opportunità per l'Unione europea
 Maurizio Costa, L'informazione che verrà. Anzi no, è già qui
 Carlo D'Asaro Biondo, Riflessioni sul futuro dell'ecosistema (digitale) dell'informazione
Pasquale D'Innella Capano, Media monitoring, tecnologie e nuovi diritti per
la editoria del nuovo secolo

 Luciano Fontana, Qualità dell'informazione, qualità della democrazia
Giovanni Pitruzzella, Come internet cambia l'assetto dell'informazione
Lorenzo Sassoli de Bianchi, Ripensare la filiera e gestire al meglio le piattaforme digitali
 Franco Siddi, Radio e televisione: un patrimonio per lo sviluppo dell'Agenda digitale
 Antonello Soro, I nuovi orizzonti della protezione dati
 Carlo Verna, Informazione di qualità e deontologia dei giornalisti
Ruben Razzante, Conclusioni. Le cose da fare, le sfide da vincere, le virtù
e le regole.
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07 giugno 2018

In libreria


Renato Butera e Paola Springhetti (a cura di), 
È la verità che fa liberi
Dalle fake news al giornalismo di pace per una informazione responsabile, 
LAS edizioni, Roma, 2018, pp. 324. 
Descrizione
Mai come prima il messaggio del Papa per Giornata Mondiale della Comunicazio­ne sociale appare così urgente e aderente alla situazione che sta vivendo la comu­nità umana. L’avvento di Internet e dei media sociali ha “cambiato” il modo di fare informazione e di usare i big-data per il controllo degli utenti della rete. Per di più, la sovrabbondanza delle informazioni ha reso più difficile identificare la qualità delle notizie e spinto verso un confronto in cui sospetto e acredine stimolano il meccanismo del fascino e della accettazione o al contrario del rigetto apriori. Tempestività e istantaneità della pubblicazione hanno inficiato il dovere della ve­rifica soprattutto per chi pubblica, ma anche per chi legge. Il fruitore stesso, lettore o spettatore che sia, si trova a volte di fronte alla sospensione del giudizio sulle informazioni ricevute rischiando di cadere nel paradosso della credibilità: le noti­zie cioè sono valutate incredibili, ma probabili o possibili. In questo clima prolifi­cano le notizie false o menzognere il cui obiettivo è quello di creare distorsione della verità e conseguente disinformazione, e reconditamente di montare il so­spetto, il complotto, la violenza verbale e il conflitto. Perciò l’appello alla “respon­sabilità personale di ciascuno nella comunicazione della verità” appare più che mai opportuno. Solo la veridicità delle notizie può contribuire a un giornalismo di pace, non “buonista”, ma a servizio dell’interesse di tutti poiché genera fiducia e apre “vie di comunione e di pace”. Accogliendo la sfida proposta dal messaggio del Papa, la Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale dell’UPS ancora una volta propone il contributo di docenti e specialisti dell’ambito su un tema di tale attualità convinti che informare, come afferma Papa Francesco, è “avere a che fare con la vita delle persone”.
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05 giugno 2018

In libreria

Pierre Bourdieu
Un’arte media. Saggio sugli usi sociali della fotografia 

a cura di Milly Buonanno, 
Meltemi editore, Milano, 2018, pp. 372.
Descrizione 

Nell’età del selfie e della compulsione a scattare e inviare immagini, questo classico di Pierre Bourdieu sugli usi sociali della fotografia assume un’importanza particolare. Si tratta, infatti, del primo tentativo di elaborare una sociologia delle pratiche legate alla fotografia, nella loro accezione più ampia, da quelle professionali o artistiche a quelle documentarie, passando per quelle turistiche o legate alla semplice volontà di immortalare un attimo o un evento.
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30 maggio 2018

Il giornalismo ha bisogno di verità

"Credo che i giornalisti dovrebbero continuare a considerare un importante componente della loro missione l'impegno di testimoniare la verità di fronte al potere. Ma se il giornalismo stesso é diventato un potere, ha anch'esso bisogno di verità." 
Timothy Garthon Ash 


*Timothy Garthon Ash, Il potere nascosto dei media globali, la Repubblica, 23.11.2006.
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27 maggio 2018

Informazione delegittimata


Il titolo del libro di Paolo Pagliaro, Punto non è che l’incipt di un’analisi approfondita che ha come obbiettivo quello di trovare basi solide per debellare l’affezione, colpevole e colposa, alla disinformazione.
La rete è il luogo virtuale nel quale l’informazione ha subito un drastico mutamento. Il web è territorio fertile per l’ascesa di estremismi, per la fomentazione dell’odio razziale, politico, religioso, sessuale. Ci troviamo in un mondo che ha indirettamente accettato di far parte dello storytelling del potere: disposto a restare una stringa di numeri e calcoli di mercato a servizio dei colossi del Web.
La costruzione del nemico e di situazioni nemiche che, seppur virtualmente, riescono a permeare la realtà ed a concretizzarsi in atti di violenza; come accaduto durante la campagna referendaria sulla Brexit, nel 2016. Joanne Cox, deputata laburista, è stata assassinata da un neonazista, il quale al motto di “Britain First”, ha giustificato il suo gesto come una missione di liberazione della Gran Bretagna dai traditori.
La smania del web di rispecchiare sempre le preferenze di ogni singolo utente, illudendoli di lasciar loro libera scelta, quando, al contrario, gli utenti stessi sono il prodotto finale; la fucina di idee per il marketing e per il mondo pubblicitario. Staccare pian piano l’attenzione, bombardando con molti stimoli la vista, già distratta da suoni e da immagini sempre più animate, al fine di creare una sorta di bipolarismo sociale; creare dimensioni virtuali come i social network che annullano le distanze e accorciano i tempi di contatto.
Esaltare la qualità dell’immediatezza e deplorare l’attesa e la riflessione. Attendere è sinonimo di pensare come pensare è sinonimo di attenzione e di concentrazione, non solo su stessi ma su ciò che crea la realtà quotidiana in cui siamo immersi. Il clima d’odio che cresce come addensante di correnti di pensiero, finisce per agitare le menti nel ricercare, per compiacimento personale e riconoscimento di gruppo, la cosiddetta disinformation o peggio ancora missinformation. La verità è diventata scomoda e non produttiva ai fini del “successo” webete. Ogni utente diventa medico, insegnate, professionista e con un post, giornalista; quando uno smartphone basta per padroneggiare il mondo e ricreare, al tocco di Photoshop, l’immagine più gradita di noi stessi, tanto da divenire personaggio dell’anno 2006 per il Times. Uno schermo a mo’ di specchio ci risucchia in copertina, come Narciso che, innamorato di se stesso, cadde nel lago; a differenza sua non diventiamo un fiore ma una semplificazione che ci vuole tutti “amici sconosciuti” e che ci spinge a modificare il lessico e a diffidare di un rispettoso “lei” al posto di un “tu”. Quel potere che non ha volto se non quello di un capitale umano pronto a non conoscersi pur di essere conosciuto e riconosciuto dagli algoritmi, prima ancora che dagli altri cittadini virtuali. Quel progetto iniziale costruito con intelligenza collettiva e generosa è stato trasformato in uno strumento di interessi economici e politici.
Come sostiene Bernabè, la rete vive una libertà vigilata nella quale il vuoto normativo mina la democrazia; se una volta la privacy riguardava la protezione dei dati personali, oggi deve essere rivalutata come una protezione della persona da condizionamenti indesiderati a cui suo malgrado è esposta. Tramontata l’era degli dei omerici -dimenticando il potenziale comunicativo della tecnologia di oggi a dispetto del medioevo in cui c’erano pochi libri ma almeno erano letti, come ricorda l’antropologo Roberto Niola- la gente crea un legame conviviale con i potenti e siedono sul trono di un’illusoria parità. Diventano sostenitori della comunicazione politica dei loro leader; indipendentemente dalla veridicità di quanto affermato, ciò che conta è la qualità della storia. Il desiderio di sognare, quello stesso desiderio che finisce per renderci volontariamente schiavi di un meccanismo capace di mettere a repentaglio persino la salute fisica. Basti pensare alla campagna “No Vax”; quelle non notizie che come sostiene Luca Sofri, sono diventate notizie. Fake news che nonostante siano state smentite da fonti scientifiche, continuano ad essere prese per buone, sviluppando una sorte di credo religioso per cui si arriva al paradosso di dire “io credo/non credo ai vaccini”. L’assurdo piace e non a caso alcuni blog politici, come il blog di Beppe Grillo, detentori a loro dire della nuova democrazia diretta, diffondono quotidianamente notizie false o verosimili approfittando dell’analfabetismo funzionale di cui, secondo l’Ocse, il pubblico italiano è maggiormente “affetto”; ovvero la non abitudine a verificare le fonti, comprenderle e valutarle. L’anticasta, tematica tipica del populismo, diviene uno slogan di minimizzazione dei reali problemi di un Paese che fonda la sua credibilità sul desiderio di una democrazia non mediata. I leader populisti promettono di tagliare le distanze tra i palazzi del potere e la piazza, realizzando una fidelizzazione al partito o meglio ancora a loro stessi, in un epoca in cui le ideologie forti non esistono più ed a prevalere è l’incertezza. La politica è il leader e l’elettorato è un pubblico di reclute il cui parere resta importante solo per la divulgazione dei messaggi elettorali; pur non credendo nel messaggio del suo partito è disposto a condividerlo e diffonderlo come un mantra. Notizie irreali, statistiche fuorvianti e battute violente entrano nelle eco chambre, dove falsità e verità abdicano per lasciare voce alle opinioni che alimentano la propaganda. I media e in particolare la televisione, hanno la loro fetta di responsabilità nell’uso semplicistico del linguaggio che una volta era sinonimo di “paradigma della superiorità” ed oggi è divenuto, secondo il linguista Giuseppe Antonelli,” rispecchiamento”. Se ieri si parlava meglio di come si mangiava, oggi si parla come si mangia e cioè usando un linguaggio ruvido, volgare, capace di perpetrare l’illusione che la sovranità popolare è tale solo se il politico è “uno di noi”, solo se l’autorità abbandona quel sano distacco, solo se si è consapevoli che niente può essere detto meglio di ciò che è falso. Il falso presuppone la semplificazione e necessita solamente di un bacino d’emozioni comuni che colpiscono i più deboli, riducendoli a capi espiatori; il forestiero che entra nel Paese e pretende di imporre la sua cultura e l’immigrato che porta via il lavoro ai tanti giovani italiani disoccupati. Il tema “immigrazione”, stendardo delle campagne politiche sia di destra che di sinistra; tematica affrontata in nome del patriottismo e farcita di frottole, tutt’altro che innocue. Essa in realtà è un fenomeno complesso che ha due aspetti; un aspetto mediatico, incline a far aumentare gli ascolti -anche servendosi di immigrati pagati per testimoniare il falso come accaduto nella trasmissione “Quinta Colonna”- e un aspetto silenzioso che nessuno è interessato a conoscere. Il vero problema è che non siamo disposti a condividere la situazione con gli altri paesi europei; non esiste un’Europa matrigna ma esiste un mancato dibattito serio sull’accoglienza. I nuovi italiani hanno affrontato tutt’altro che un’accoglienza a 5 stelle e di certo non sono loro ad aver tolto le casette ai terremotati. La gente non vuole informarsi, preferisce tamponare i propri timori armandosi di ruspe e distruggendo i valori dell’Europa che non sono solo il rispetto della concorrenza di mercato ma anche valori di libertà, tutela dei diritti umani, cooperazione tra stati diversi. Tutto questo è molto più di una emojii postata in un commento; è libertà di informazione che nulla ha a che vedere con il narcisismo di massa né con il narcisismo del potere e tantomeno con le post-verità. La libertà di informazione dovrebbe garantire ad ognuno la libertà di farsi un’opinione critica, e di guardare la realtà non con gli occhi della politica ma con gli occhi propri. Se la televisione ci ha coinvolti in una realtà sempre monitorata e sempre meno intima e riservata; ecco che le fonti d’informazione dovrebbero tornare a esercitare il loro antico mestiere di cani da guardia. Il mondo del giornalismo sembra ormai non esistere più anche perché nessuno investe sulla buona informazione a causa dei costi elevati. La notizia siamo noi; i giornali si trovano tra due fuochi, quello della verifica delle informazioni e quello della tempistica di pubblicazione. Spesso ci si concentra più sul timore di pubblicare una notizia bruciata piuttosto che sulla veridicità di quest’ultima. Le rettifiche o le smentite, sempre più frequenti, passano in secondo piano e non hanno la stessa risonanza della prima pubblicazione. I giornalisti, secondo Pagliaro, dovrebbero tornare a occuparsi in prima persona, ad esempio, dell’estremismo islamico che ha trovato terreno fertile grazie alla visibilità ottenuta con i social media ed in particolare con Twitter. Tornare ad occuparsi di terrorismo e delle sue dinamiche, come fecero i giornalisti con gli ultimatum delle Brigate Rosse; per avere credibilità un giornalista deve avere responsabilità e buona reputazione. Non tutti possono essere giornalisti. Non basta avere un blog su World Press, piattaforma su cui ne fiorisce uno ogni 5,7 secondi. Essere giornalisti vuol dire avere una morale, un etica; vuol dire, come sostiene Matteo Finotto, essere consapevoli di avere dieci secondi a disposizione per catturare l’attenzione del lettore e che se si fallisce, il lettore passerà con un clic ad un’ altra notizia, più ad effetto. Catturare l’attenzione e allo stesso tempo dare informazioni veritiere, attinenti alla realtà dei fatti. Il trasformismo del web e la sua non mediazione porta alla demagogia, al trionfo dell’irresponsabilità al “dar voce non alla testa ma alla pancia”.
Il premio Nobel Herbert Simon sosteneva, nel 1971, che l’informazione consuma attenzione e che quindi l’abbondanza di informazione genera povertà di attenzione. Secondo Luca De Biase, l’attenzione diventa una merce che, a discapito della consapevolezza individuale, viene sfruttata da una scrittura ipnotica colma di promesse volte a distrarre, fino a diventare la prima idea che viene in mente. Solo con la conoscenza l’informazione crea un ecosistema sano e scardina quella che Marshall Mclhuan definì “costante attenzione parziale”. Lo storytelling non fa altro che creare questo circolo vizioso tra riconoscimento ed esaltazione, garbage in, garbage out; quel rumore tipico delle pubblicità volto a quegli eterni fanciulli che sono gli elettori o comunque gli utenti. Una realtà che rasenta i tratti della docufiction dove non si riesce a comprendere dove finisce la finzione e dove inizia la narrazione reale dei fatti. Se fossimo consapevoli di questo inganno mediatico, potremmo rivendicare il diritto alla disconnessione. De Biase propone la creazione di zone franche utili alla riflessione, dove ogni persona possa staccare la sua attenzione dallo smartphone, dalle mail e dalle notifiche; oggi che la tecnologia corre veloce non c’è più il tempo per soluzioni lente ma occorre fare forza sulle proprie capacità di distacco e diventare padroni della tecnologia. Essere consapevoli e sviluppare quel crap detector, ovvero quel sensore di boiate, capace di riconoscere immediatamente una notizia falsa. Leggere e attribuire un senso a ciò che si legge; cercare di non provare disagio nel pensare e andare oltre la comodità delle opinioni, come sosteneva Kennedy. Essere critici e porre domande; guardare oltre il territorio nazionale, interessarsi alle questioni estere, non solo quelle vaticane. E’ possibile arrestare questa frammentazione esterna e interna agli individui; più siamo isolati in noi stessi e più il potere riesce a controllarci. Le proposte per interventi repressivi ci sono state ma tutte hanno suscitato polemiche. Paolo Attivissimo, noto debunker, ha parlato della possibilità di sviluppare un sistema che consente agli utenti di sapere immediatamente se la notizia che stanno leggendo è considerata attendibile; un sistema di etichettatura delle notizie che può essere esteso a tutta la comunicazione digitale. L’idea di multare i siti che ospitano notizie non veritiere risulterebbe inutile in quanto sarebbe trascurabile qualunque sanzione per i colossi “Over the Top” come Facebook. Un modo per disciplinare il web e disincentivare la pubblicazione di notizie false può essere quello del ritiro della pubblicità da quei siti che devono la loro popolarità alla sistematica falsificazione dei fatti. Tornare alla reputazione come valore commerciale, comprendendo che il vero mercato non è propriamente quello delle fake news quanto quello del mistero, delle emozioni e del pensiero magico. Noi utenti possiamo adottare le seguenti accortezze: a) Seguire i siti di fact checking ; b) Non fidarci di siti con nomi bizzarri e domini strani; c) Controllare la sezione “About” dei siti e verificare la presenza della testata su Wikipedia; d) Verificare se la storia in questione è stata ripresa anche da altre testate o siti; e) Verificare la presenza di una fonte ed il nome dell’autore; f) Controllare la data di pubblicazione e ricordare che esiste la satira e che molti di questi siti adottano, in forma alterata ma con stesso stile grafico, i nomi di testate famose.
Il buon giornalismo, quindi, non si basa solo sul citizen journalism; occorre che i giornalisti tornino all’onestà con coraggio e orgoglio professionale. Questo, secondo Pagliaro, è l’unico modo per debellare l’epidemia di disinformazione che ha investito i media.
Federica Frasconi

Paolo Pagliaro,
Punto. Fermiamo il declino dell’informazione,
Il Mulino, Bologna, 2017.

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26 maggio 2018

Lo spettacolo della cronaca nera


Nel libro La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione Davide Bagnoli cerca di riflettere sulle origini della spettacolarizzazione mediatica in Italia. L’autore analizza cinque casi eclatanti di cronaca nera: l’incidente di Vermicino del 1981, il caso Cogne del 2002, il rapimento di Tommaso Onofri nel 2006, l’omicidio di Meredith Kercher del 2007 e quello di Avetrana del 2010. Secondo l’autore questi snodi principali rappresentano altrettante tappe di uno sviluppo dell’interesse morboso dell’opinione pubblica verso i casi di cronaca. Parallelamente è aumentato anche l’interesse e la spettacolarizzazione messa in atto dai media per informare – e spesso per intrattenere – i propri utenti su questi avvenimenti. Questi meccanismi vengono favoriti grazie a un’empatia dovuta all’attenzione che gli esseri umani hanno verso le situazioni di pericolo, da cui vogliono sfuggire. Proprio in questo duplice rapporto nasce il paradosso delineato da Bagnoli: il pubblico è portato ad avvicinarsi a questi avvenimenti da cui non vorrebbe essere colpito. Si tratta di una scelta difficile ma resa necessaria dall’esigenza umana di restare al sicuro.

Dal lato del consumatore di notizie gli effetti di tale scelta sono tra i più vari: attrazione e assuefazione all’orrore, semplificazione della realtà con arbitrarie indicazioni dicotomiche (bene o male; colpevole o innocente) e interiorizzazione di fatti macabri. Contemporaneamente i media scoprono la possibilità di manipolare il pubblico tramite le emozioni, finendo – volontariamente o meno – per: favorire l’accanimento dell’opinione pubblica nei confronti delle persone coinvolte nei casi di cronaca nera; acuire sempre di più il fenomeno del turismo nei luoghi in cui questi fatti si sono consumati; rendere le persone pericolosamente abituate alla rappresentazione della violenza.

Il dolore privato assume una dimensione sociale e virale e in alcuni casi si fissa nella memoria collettiva; in altri si perde nell’oceano di informazioni quotidiane. Sebbene il confine tra informazione e spettacolarizzazione sia labile, la seconda ha iniziato a prevalere sulla prima a partire da giovedì 11 giugno 1981, con la trasmissione della voce di Alfredo Rampi nell’edizione delle 13 del Tg2. Da quel momento e in modo graduale il racconto di queste vicende si è trasformato in una prova di forza dei media, capaci di destare un interesse morboso delle persone verso la cronaca nera. Così media e pubblico si sono trovati all’interno di un ciclo focalizzato sulla crescita della spettacolarizzazione a discapito della prassi giudiziaria.

Negli anni il problema si è ulteriormente accentuato. L’emergere delle tecnologie e delle piattaforme digitali hanno moltiplicato il numero delle fonti e attribuito agli utenti una maggiore possibilità di partecipazione. L’immediatezza e la velocità di pubblicazione della notizia sono essenziali per il funzionamento di una redazione giornalistica nel nuovo ambiente online; d’altra parte passano in secondo piano la verifica delle fonti, la precisione e l’accuratezza della notizia. Con Internet i fenomeni analizzati prima producono infinite imprecisioni sui casi di cronaca nera. Il pubblico si trova inserito in questi processi di disinformazione; le redazioni sono costrette al difficile compito di mantenere un equilibrio tra velocità e correttezza dell’informazione. In questi contesti vi è una spettacolarizzazione superiore e aggiuntiva rispetto a quella esistente nei media tradizionali.

Solo abbandonando le logiche della rapidità in favore di quelle sull’approfondimento e sulla riflessione è possibile contrastare gli effetti aggiuntivi della spettacolarizzazione sul web.

Gabriele Altea

Davide Bagnoli

La cronaca nera in Italia.
I perché della sua spettacolarizzazione  
Temperino Rosso Edizioni, Brescia 2016.

25 maggio 2018

Tracciare confini




“Di confini non ne ho mai visto uno. Ma ho sentito che esistono nella mente di alcune persone”. Questa citazione attribuita all’esploratore norvegese Thor Heyerdhal si sposa in maniera eccellente con la questione etica affrontata da Marco Binotto, Marco Bruno e Valeria Lai nel libro Tracciare confini. L’immigrazione nei media italiani (edito da Franco Angeli, 2016). Confini che vengono subdolamente tracciati dai mezzi di comunicazione di massa, nel tentativo di descrivere i fenomeni migratori nel nostro paese. Confini che inibiscono la capacità del lettore di comprendere compiutamente le dinamiche dei processi migratori. Confini che dividono noi da loro. Gli autori propongono alcuni spunti di riflessione attraverso, tra gli altri, varie indagini da loro condotte tra il 2008 e il 2012 sulle principali testate di informazione italiane, con l’obiettivo di fare chiarezza sui problemi scatenati dalla rappresentazione pubblica dei fenomeni migratori. Il risultato è un testo chiaro e interessante, decisamente utile per comprendere gli effetti di una comunicazione ambigua.
I media vestono un ruolo da protagonista nella rappresentazione dei fenomeni migratori, incidono sull’agenda politica e verso le opinioni dei cittadini. L’approccio giornalistico al tema immigrazione, però, non considera quei valori di obiettività propri del codice deontologico che sono necessari per un’informazione neutra. Attraverso un uso della lingua colmo di metafore, icone e simboli, attraverso una gerarchizzazione e una selezione mirata delle notizie, i media italiani offrono un’immagine deviata del fenomeno in questione che viene puntualmente sfruttata da una politica interessata a porre sempre nuove questioni in agenda. Rappresentazione sociale dell’alterità che si contrappone a una rappresentazione sociale della realtà, per usare due termini presenti nel volume. La tendenza dei media è quella di offrire un’immagine alterata nelle forme e nelle dimensioni, concentrandosi sui dettagli negativi del fenomeno. Questo porta ad avere un’immagine immobile, “un fotogramma fermo da quasi quaranta anni su un fenomeno in perenne movimento”. Gli autori ci mostrano come il giornalismo italiano si sia dedicato quasi esclusivamente alla parte problematica, quella “legata al vocabolario del delitto, alle sue emozioni e ai suoi dolori, al terrore di essere invasi e al timore del degrado”; questo ha portato all’inevitabile risultato dell’immigrazione vista come “problema da risolvere”. Analizzando le notizie dei vari siti d’informazione è evidente come il termine immigrazione sia troppo spesso affiancato a fatti violenti: il crimine dell’immigrato fa notizia. Come possiamo allora avere una buona informazione, se la cronaca tralascia alcuni aspetti delle vicende e si concentra solo su quelli negativi?
Altra riflessione che vien spontanea riguarda l’integrazione dello “straniero”. I processi sociali e culturali necessari per formare uno spirito collettivo di inclusione trovano numerosi ostacoli, non avverranno mai completamente finché non cambia l’opinione pubblica riguardo il fenomeno dell’immigrazione. Il problema fondamentale è proprio questo: in Italia non potrà esserci un’idea positiva di integrazione nell’assetto culturale del paese se non mutano le modalità di comunicazione. La prassi giornalistica comune è quella di descrivere lo straniero come una minaccia per l’economia, per la sicurezza, per lo status di società civile; questo anche a causa di violazioni deontologiche ricorrenti: manipolazione di dati, utilizzo senza troppe distinzioni di termini come “extracomunitario” o “rifugiato”, sovra-rappresentanza della “devianza immigrata”. Le analisi degli autori parlano chiaro: l’immagine dell’immigrato è associata a quella del criminale, e questo non può che ostacolare il processo di integrazione. Processo che può nascere solo con una conoscenza più approfondita della questione, che presti attenzione anche alle dinamiche e ai dettagli che si nascondono dietro la superficiale e distorta immagine che viene proposta dai media. Siamo di fronte ad un problema di comunicazione, piuttosto che di immigrazione.
Il lavoro proposto da Binotto, Lai e Bruno in questo volume suona come un j’accuse rivolto ai giornalisti e, più in generale, a tutti i mezzi di comunicazione di massa. Le routine giornalistiche, le dinamiche della cultura professionale, la competizione tra testate, le relazioni con le fonti (soprattutto nella cronaca nera), sono solo alcuni degli aspetti che incidono negativamente sul lavoro dei giornalisti, e questo non può che gravare la condizione di trasparenza che l’informazione dovrebbe avere. Non è, quindi, un’accusa di complotto verso i giornalisti, ma solo un’analisi su come le dinamiche di creazione delle notizie portino i media a plasmare una realtà distorta. Per risolvere questi problemi di ricostruzione di una pseudo-realtà, gli autori propongono una soluzione tanto semplice da sviluppare quanto difficile da mettere in atto: ci vuole maggiore responsabilità. Uno spirito di cronaca responsabile da parte dei media, da una parte, e una visione critica delle notizie, da parte dei lettori, dall’altra. Viviamo in un mondo sempre più interconnesso, che ci offre grandissime possibilità di conoscenza, ma non riusciamo a sfruttare completamente queste opportunità per migliorare qualitativamente i contenuti dell’informazione. Piuttosto che incrementare la quantità di notizie, i media dovrebbero soffermarsi a raccogliere più dati e dettagli possibili per offrire una visione più accurata delle vicende che vogliono raccontare. Non è sicuramente semplice, ma questo potrebbe facilitare uno sviluppo culturale e, di conseguenza, un’apertura ideologica dell’opinione pubblica verso il tema dell’immigrazione. Forse, così facendo, il concetto di integrazione, prima o poi, entrerà a far parte dell’assetto culturale del nostro paese. Forse, quel giorno, non vi saranno più confini a dividere noi da loro.
Gerardo Baldassarre



Marco Binotto, Marco Bruno, Valeria Lai
Tracciare confini. L’immigrazione nei media italiani
Franco Angeli, Milano 2016

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Kenneth Goldsmith
Perdere tempo su internet 

Einaudi, Torino, 2017, pp. 192.
Descrizione

Tutti perdiamo tempo su Internet, arrivando persino a colpevolizzarci per quanto siamo soliti saltabeccare da un sito all'altro. Ma siamo davvero sicuri che stiamo sprecando del tempo? Per Kenneth Goldsmith non è affatto cosí perché, a differenza dei vecchi media, Internet ci obbliga a un coinvolgimento attivo, facendoci diventare piú sociali, piú inventivi, e persino piú produttivi. Goldsmith sviluppa queste sue provocatorie intuizioni sostenendo che le nostre vite digitali stanno rimodellando l'esperienza umana. Quando stiamo «perdendo tempo», in realtà creiamo una cultura della partecipazione, leggiamo e scriviamo di piú, anche se in modo diverso. E mandiamo a gambe all'aria i concetti di autorità e autenticità. Internet ci fa entrare in uno stato intermedio tra l'estrema attenzione e il naturale fluire del subconscio, la condizione ideale per la creatività. Dove tutto ciò ci condurrà è uno dei segreti del XXI secolo ancora tutto da scoprire.

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