Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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07 febbraio 2018

Pulitzer, genio del giornalismo


La storia del giornalismo è stata segnata nel corso dei secoli, da eventi e persone eccezionali. Fu un uomo di umili origini a cambiare per sempre il modo di creare ediffondere, notizie. Il suo nome era Joseph Pulitzer. 
Nacque a Makó, in Ungheria, e nel 1847, all’età di diciassette anni dopo aver tentato di arruolarsi prima nell’esercito austriaco e poi in quello napoleonico, arrivò negli Stati Uniti dove entrò a far parte dell’esercito nordista tra le cui fila combatté la guerra di secessione.
Tre anni più tardi, rinunciò ai suoi legami con L’impero austroungarico e divenne cittadino americano. La sua carriera giornalistica ebbe inizio nell’anno 1868, nella città di Saint Louis, dove venne assunto dal "Westliche Post", una testata in lingua tedesca. Grazie alle sue brillanti capacità riuscì, in giovane età, a diventare proprietario di due giornali e a fonderli in un'unica impresa. La sua scalata editoriale era solamente all’inizio.
Nel 1883 acquistò il "New York World" salvandolo dal fallimento e trasformandolo in pochi anni in un quotidiano venduto in oltre 300 mila copie. A causa della sua dedizione maniacale per il lavoro, e ad alcune battaglie legali che lo coinvolsero in prima persona, la sua salute venne compromessa gravemente. Pulitzer perse la vista e per via di disturbi nervosi, fu costretto a ritirarsi dal lavoro ed a passare gran parte dell’anno a bordo del suo yacht o nelle sue residenze. Nonostante la lontananza fisica non smise mai di seguire la vita del suo giornale grazie al lavoro certosino dei suoi segretari particolari, che lo tenevano informato su tutto quello che accadeva, proteggendolo però dai rumori del mondo.
Fu proprio uno dei suoi ultimi assistenti a descrivere in un saggio, gli ultimi otto mesi di vita di quell’uomo sempre alla ricerca di uno stimolo per la sua mente famelica ed in costante movimento. Sin dalle prime pagine della narrazione , grazie all’incredibile capacità descrittiva dell’autore, si può evincere che il signor Pulitzer non fu una persona qualsiasi.
Fra le strade di Amburgo, deliziosamente profumate di autunno, incominciò l’avventura di Alleyne Ireland, che mai si sarebbe aspettato di diventare segretario di uno dei più grandi magnati dell’informazione di quel secolo. Fu un semplice annuncio sul “Times” ad attirare la sua attenzione. Da quel momento, la sua vita cambiò per sempre. Si ritrovò al cospetto di un uomo energico nonostante la malattia invalidante. Il signor Pulitzer fu da subito molto esigente con il nuovo arrivato, cercò di scovare ogni suo punto debole e, mise spesso alla prova la sua pazienza. Dopo le prime difficoltà, Ireland, immerso nel lusso e nel benessere adattò la sua vita per tenere il passo con la fame di cultura, incolmabile del tycoon. In quanto assistente, il suo compito era quello di tenerlo aggiornato grazie all’aiuto innumerevoli articoli di giornale di differente argomentazione, che era solito leggergli durante i pasti o le loro passeggiate. Alle sue dipendenze fece numerosissime di esprimere ed imparò a conoscerlo, oltre il suo carattere particolare e le frequenti crisi di depressione.
Fra i due nacque un rapporto amichevole che contribuì , insieme alla grande quantità di ore che passavano in compagnia, e alla stima reciproca, a rendere quei momenti indelebili nella mente del narratore. A causa della debolezza di Pulitzer, durante la permanenza con la famiglia nella residenza di Bar Harbor, furono costretti a partire per una breve crociera a bordo del Liberty, il panfilo di loro proprietà. Le sue condizioni di salute peggiorarono quasi improvvisamente e, nel pomeriggio del 29 ottobre del 1911, il genio del giornalismo, si spense. 
Un anno più tardi, la Colombia University utilizzò il lascito di J.P per creare la Scuola di studi avanzati di giornalismo. Nel 1917 seguendo le istruzioni date, nacque il Premio Pulitzer per il giornalismo e la lettura. Oggi è ancora il massimo riconoscimento della categoria tanto amata dall’uomo che aveva rivoluzionato il mondo della carta stampata.
Andrea Buffa

Alleyne Ireland
 Joseph Pulitzer. L'uomo che ha cambiato il giornalismo
ADD editore, Torino, 2017,  pp.192.

06 febbraio 2018

Da “quarto potere” a “quarta arma”: la propaganda oggi


“L’appello alle emozioni e alle convinzioni personali, il tutto condito da abili menzogne, è una pratica antica. Antica come la caccia al consenso. Antica come l’istinto propagandistico. […] Saper emozionare e suggestionare, è sempre stata la via maestra di chiunque abbia dovuto convincere una folla.”

C’è sempre stata una netta differenza tra la realtà politica e sociale dell’Italia, e l’immagine che del paese è stata data agli elettori: per questo si parla di Italia “immaginaria”, un paese artificioso, ricostruito, in qualche modo riletto secondo gli intenti e i voleri del politico di turno che nella sua caccia al consenso sceglie come vittime sacrificali talvolta quella rappresentazione del vero, talvolta quell’altra, a seconda del momento storico. E’ questo argomento, fatto di trame politiche e di manipolazione della realtà, che Fabio Martini affronta nel suo “La fabbrica delle verità. l’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo”, con il tono critico e il linguaggio chiaro del giornalista che vuole condannare e allontanarsi dai termini difficili e insidiosi del “politichese”, come egli stesso lo definisce.
Muovendosi con accurati passi nel passato più difficile del nostro paese, Martini torna all’epoca dell’instaurazione del fascismo, mettendo in luce il modo in cui Benito Mussolini -un giornalista militante, dunque un uomo ben consapevole dell’influenza che la stampa poteva avere sul popolo- abbia ben operato per far sì di avere la prima e anche l’ultima parola su ogni singola informazione che venisse pubblicata su qualunque giornale non solo italiano, ma spesso, per quanto possibile, anche estero. Usare la stampa come strumento di propaganda per creare il mito intorno alla propria persona era stato il primo obiettivo di Mussolini: consapevole che solo con il favore del popolo avrebbe potuto ultimare la sua opera di fascistizzazione dell’Italia. Propaganda, dunque, e non certo veritiera: ma efficace, perché gli esseri umani sono sensibili ai messaggi che ricevono, devono essere in grado di decodificarli per comprenderli, ma se gli unici strumenti che ricevono sono unidirezionali, chiaramente la folla viene portata a scegliere il Barabba del momento.
I nuovi media hanno esasperato e messo maggiormente in luce questo processo, che oggi viene definito con il termine post-truth, ovvero post-verità: quella propaganda, quei messaggi codificati, che mirano ad emozionare, a suggestionare, a “prendere di pancia” gli elettori per condizionarne le scelte, in un circolo che si ripete oggi come si è ripetuto in passato.
Nel suo libro che si pone come stile a metà strada tra un ricco approfondimento giornalistico e una critica illuminata alla società moderna, Martini mette in luce la tendenza dei governi a rispolverare antiche tendenze propagandistiche sfruttando i media maggiormente influenti nell’immaginario collettivo del momento: con il governo della DC dopo le elezioni del 1948, nel pieno del secondo dopoguerra segnato da un disfattismo eclatante e da un rigore morale incredibilmente condizionato dalla chiesa, alle veline di epoca mussoliniana erano stati sostituiti nuovi decreti con i quali i governi si riservavano di intervenire sulle pellicole cinematografiche che mostravano troppi lati “veri” e scomodi di un’Italia da rifare.
Ma l’avvento della televisione produce anche un altro effetto: durante gli anni del terrorismo dopo la strage di piazza Fontana a Milano, la realtà irrompe sulla televisione, e la nuova faccia della politica sarà determinata proprio da coloro che sapranno cogliere questa innovazione e non avranno timore di utilizzarla.
I talk show televisivi nel ventesimo secolo sono ciò che la radio e il cinema erano stati per Mussolini nel ventennio fascista: e Berlusconi cavalca l’onda delle televisioni private ottenendone un successo che richiama coloro che prima di lui avevano saputo sfruttare la tecnologia del momento.
I media subiscono un “circolo” che si ripropone sempre all’alba delle nuove “rivoluzioni” tecnologiche e l’avvento di Grillo e dei Cinque Stelle ai giorni nostri sono l’ennesima dimostrazione, ci dice Martini, della veridicità di questo processo. I sistemi di propaganda, la tentazione di puntare sull’indignazione, sui sentimenti più profondi del popolo, sono sempre gli stessi: cambiano i mezzi con cui questi stessi procedimenti si mettono in moto, ma le persone, e il sistema di informazione nel suo complesso, sono sempre egualmente condizionati da queste verità “costruite” macchinalmente, perché la propaganda più efficace, chiarisce l’autore, “agisce in modo occulto, e parla all’inconscio.
Micaela Ferraro

Fabio Martini
La fabbrica delle verità 
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo 
Marsilio editori, Venezia, 2017.
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05 febbraio 2018

Calcio e letteratura


Siamo abituati al giorno d’oggi ad associare la parola calcio non solo all’evento sportivo, ma a tutto quello che ruota attorno ad esso: soldi, marketing, visibilità, social network e soprattutto violenza.

Il calcio è visto ormai come uno sport deviante, senza principi etici, solo un’accozzaglia di giocatori che guardano prima al loro portafoglio che all’amore per il gioco.

Sergio Giuntini con questo libro vuole invece raccontare come il calcio sia, volente o nolente, lo Sport in Italia con la “s” maiuscola e quanto la comunicazione sportiva abbia influenzato il modo di vederlo.

Un’analisi profonda, lunga più di un secolo, che si trasforma in un memento per le persone che oggi banalizzano il calcio in una sola manifestazione sportiva.

Sfogliando le pagine di questo libro si ha la percezione di come il calcio si sia amalgamato nelle pieghe della società, come l’abbia accompagnata nel suo sviluppo e di come sia stato veicolo per manifestare una superiorità politica, come accadde durante il regime fascista.

Un libro nuovo quello di Giuntini. Mai nessuno aveva raccolto il meglio e il peggio della letteratura calcistica italiana in un solo libro, riuscendo a raccontare i fatti senza cadere, come spesso succede nella narrazione sportiva, in retorica inutile.

Un viaggio di un secolo che ha raccolto non solo la prorompente analisi di Gianni Brera, ma ha anche fatto scoprire analisi calcistiche di autori particolari che hanno aggiunto una visione diversa del calcio.

Nonostante il calcio sia lo sport predominante nella penisola italiana, Giuntini inizia l’excursus sulla comunicazione sportiva ovviamente dall’estero, citando giornali illustri come il Times che sempre più inseriva contenuti sportivi nelle sue pagine.

In Italia alla fine dell’800 il calcio era considerato uno sport di nicchia, come si legge nelle pagine del libro di Giuntini, dato che sulle pagine dei quotidiani sportivi il ciclismo era quello che dominava la scena.

Quello che rende unico questo libro è il modo minuzioso di far entrare il calcio all’interno della narrazione, anche analizzando il cambiamento del lessico che negli anni ha avuto un distacco importante dal mondo anglofono, precursore tra tutti Luigi Bosisio che modificò il titolo della rubrica sulla Gazzetta dello Sport da “Foot-Ball” a “Calcio”.

Non solo giornalismo sportivo, ma anche ogni singolo aspetto che ha riguardato la comunicazione sportiva italiana, come la nascita delle riviste e il ruolo istituzionale che si voleva ritagliare a questo sport. I “comunicati ufficiali” e i “regolamenti e gli statuti” Giuntini li inserisce nella letteratura del calcio proprio perché verranno inseriti nelle riviste quali il "Guerin Sportivo" per esempio, proprio per sottolineare come la comunicazione sportiva non si limitasse al mero racconto, ma anche ad un ruolo istituzionale ed educativo che si voleva ritagliare in modo sempre più importante.

Una caratteristica di questo libro è l’inserimento all’inizio di ogni “capitolo” di frasi di personaggi illustri. Ce n’è una su tutte che risalta a mio parere e che descrive in modo perfetto quanto la politica abbia influenzato il racconto del calcio e il modo di insegnare a guardarlo e forse lo sport in generale. La frase emblematica è stata pronunciata da Jorge Valdano, ripresa da un concetto del suo mister Menotti, c.t dell’Argentina di Maradona, che rimarca il dualismo tra sinistra e destra: un calcio ricreativo e d’avanguardia il primo, un calcio conservatore e duro il secondo; una frase che non descrive direttamente quello che avverrà durante il regime fascista, anche perché fu pronunciata quasi 50 anni dopo, ma aiuta a identificare quanto la destra e il suo pragmatismo abbiano aiutato in un certo modo allo sviluppo della letteratura calcistica.

Sezione importante infatti del libro è quella dedicata al modo in cui è stato usato il calcio per strumentalizzare anche la sfera politica. L’immagine è stata la grande rivoluzione: nascono infatti i primi settimanali illustrati come La Domenica Sportiva.

Una cosa che Giuntini è riuscito a fare per rendere questo libro un gioiello è la continua contrapposizione tra i vari autori citati: la sezione dedicata alla vera e propria letteratura calcistica di regime mette a confronto per esempio autori antitetici l’uno all’altro come Gabriele D’Annunzio, il primo a raccontare lo sport in modo differente e in poesia e Filippo Tommaso Marinetti anch’esso narratore di uno sport visto come culto e azione per il progresso della società.

La narrativa fascista è sconfinata e nel libro la parte dedicate a questa è davvero consistente, anche se la principale attività della comunicazione fascista fu utilizzata a fini propagandistici.

La narrazione sportiva ha coinvolto anche giornalisti che non propriamente nascevano in quell’ambito e il ricordo del Grande Torino in questo libro avviene tramite le penne di Dino Buzzati e Indro Montanelli per il Corriere della Sera con due articoli-gioiello, due affreschi per celebrare la squadra italiana più forte di sempre.

La Storia della narrazione sportiva però solo ad uno può essere attribuita, di certo il più grande di sempre: Gianni Brera. La grandezza del personaggio, quello che ha dato allo sport, la sua critica graffiante, il suo linguaggio e i suoi neologismi che accompagnano ancora oggi tutti noi traspaiono perfettamente in questo libro. Un’istantanea perfetta per godere di quello che è stato il modello per chiunque voglia fare il giornalista sportivo.

La cosa che mi ha colpito in modo positivo di questo libro è la sorpresa che mi ha suscitato nel vedere citati autori che ignoravo fossero compatibili con il mondo calcistico. Uno di questi è Pasolini, che grazie alla penna di Giuntini ho scoperto essere un amante viscerale del calcio. Non solo poesia per lui, ma un vero e proprio coinvolgimento personale, giocatore prima, tifosissimo del Bologna e successivamente poeta del calcio. Considerava il calcio un “fenomeno di costume importante” e il capocannoniere di un campionato di calcio come “il miglior poeta dell’anno”. Spunti interessantissimi, che hanno fatto crescere in me la voglia di scoprire questo lato di Pasolini a me oscuro.

Dalla letteratura alta di Brera e Pasolini, nella parte finale del libro Giuntini si concentra sul cambiamento. Non per forza un cambiamento deve essere proiettato in positivo ed è quello che si percepisce nelle pagine che si occupano del fenomeno Biscardi: la voglia di calcio negli anni ’80 era ormai spropositata, lontana anni luce dall’inizio del secolo e l’autore racconta della involuzione della narrazione calcistica.

Il “salotto” di Biscardi con Il processo del lunedì aveva portato ad una comunicazione bassa, sgrammaticata, spesso scimmiottata da ospiti che con il mondo dello sport non avevano propriamente a che fare. È diventato un simbolo, ha segnato una linea di demarcazione netta e precisa tra quello che è stata prima e quello che è venuto dopo.

La goliardia e il chiasso sono l’emblema di quel tipo di comunicazione sportiva che ancora oggi aleggia sopra di noi, anche se come sottolinea Giuntini, la letteratura del calcio deve marginare questa situazione che in un certo senso ha portato alla rappresentazione della  goliardia del calcio anche nel cinema con i celeberrimi Lino Banfi e Diego Abatantuono nei loro film più celebri.

Un libro che mi ha stupito in tutto, sia nel modo di raccontare snello e veloce nonostante sia pieno di nozioni e di cenni storici, sia nell’efficacia nel mandare messaggi importanti alla società odierna raccontando quanto sia stata importante la cultura sportiva nello sviluppo del nostro paese. 

Simone Massari

 

Sergio Giuntini
Calcio e letteratura in Italia (1892-2015)
Biblion, Milano, 2017.
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04 febbraio 2018

Così andava il giornalismo

Sentivo in me la reazione di chi è stato educato al giornalismo in un certo modo: non si nasconde niente.” Gianni Minà, giornalista da più di cinquant’anni, ha mosso i primi passi all’interno di Tuttosport per approdare poi alla RAI; nel corso della sua carriera ha seguito e documentato otto mondiali di calcio e sette olimpiadi sportive, ha incontrato e intervistato grandi figure artistiche, sportive e politiche della storia contemporanea come Muhammed Ali, Fidel Castro, Chico Buarque, Lula da Silva, il subcomandante Marcos, Hugo Chávez. Ma più di tutto il suo lavoro si è caratterizzato per un grande amore, accompagnato da diversi documentari e libri, per l’America Latina. Ora, insieme all’attivista Giuseppe De Marzo, nella conversazione-intervista lunga 240 pagine dal titolo Così va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà edita da Edizioni Gruppo Abele per la collana Palafitte, ci fornisce un nuovo punto di vista sul mondo e sulle dinamiche che lo animano. Attraverso le sue esperienze come giornalista e reporter ma soprattutto come uomo, Gianni Minà ci porta all’interno di un universo, quello dei paesi del Centro e Sud America, ricco di storia, di cultura, di ideali politici e rivoluzioni sociali vissute da un popolo pronto a non arrendersi, un universo ancora imprigionato nella gabbia degli interessi del neoliberalismo e di un sistema economico capitalistico ormai antiquato ed anacronistico. Grazie alla musica conosce prima il Brasile all’inizio degli anni Settanta, durante gli anni più duri della dittatura militare, e scopre il dramma dell’ingiustizia sociale in una parte del mondo priva delle logiche occidentali; poi l’Argentina, nel vivo della Operacion Condor e della crudele realtà dei desaparecidos; nel 1987 e nel 1990 incontra e intervista Fidel Castro, protagonista indiscusso del Novecento, artefice della Rivoluzione cubana; nel 1996 riesce ad intervistare il subcomandante Marcos, portavoce dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e della resistenza nella regione del Chiapas in Messico. Il racconto però non si dimentica di ricordare come gli Stati Uniti, protagonisti indiscussi del contesto globale dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, abbiano avuto il ruolo di regista negli eventi passati e recenti di una zona del mondo in cui la democrazia ha faticato e tuttora fatica ad affermarsi, in cui le lotte socialiste hanno prodotto risultati ben diversi rispetto all’Occidente e in cui la lotta per il diritto alla vita non si è mai esaurita. Gli stessi Stati Uniti che oggi sembrano essere lo specchio di una crisi che vede l’implosione di un’economia basata sugli interessi delle grandi multinazionali e sul consumismo e la sempre più evidente collisione tra libertà e giustizia sociale, crisi che si personifica nel neoeletto Presidente degli USA, Donald Trump che, come sostiene Minà, “rappresenta perfettamente questo momento di grande mediocrità della civiltà occidentale”. Civiltà occidentale a cui appartiene anche l’Italia che dagli anni Sessanta, con la “strategia della tensione” e l’allarme terrorismo, ad oggi, con le stime più basse di partecipazione politica e governi di sinistra interessati solo a favorire il mercato capitalistico, ha attraversato decenni di decadimento con cui la cittadinanza sembra non aver fatto ancora i conti. Da queste esperienze prendono spunto le critiche di Minà al sistema di informazione (o meglio disinformazione, mancata informazione, informazione manipolata) italiano ed internazionale che ha dimenticato il proprio scopo, servire la cittadinanza e fare servizio sociale. Il giornalismo ha chiuso gli occhi di fronte agli avvenimenti, per convenienza o per obbedienza, per non tradire un modello di civiltà all’apparenza liberale e democratico che non accettava alternative, e questo, secondo gli autori di Così va il mondo, ha creato un clima di paura, menefreghismo, cattiveria, mancanza di giudizio: un clima da cui uscire solo attraverso un radicale cambiamento di rotta. Grazie a questa intervista Minà ci fornisce una nuova chiave interpretativa della storia mondiale e ci aiuta a comprendere i nuovi fenomeni geopolitici, partendo dal terrorismo ideologico e dai flussi migratori verso l’Europa, ma anche, e soprattutto, quale dovrebbe essere il ruolo del giornalismo e dei giornalisti nel nuovo scenario globale economico, politico e sociale. Un’intervista, in definitiva, che ha molto da dire, che riflette e fa riflettere sull’attualità, sul presente e sul futuro del mondo occidentale e non.
Alessia Malcaus

Così va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2017, pp. 240.
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02 febbraio 2018

Grazia Cherchi: matrona della Repubblica delle Lettere

Recensire l’elegante raccolta degli scritti di Grazia Cherchi con lo spirito irrimediabilmente segnato dalle saette, stilisticamente fulgide e sardonicamente impietose, con cui si abbatte sui cattivi recensori dal cuore di servo, significa puntarsi una pistola alla tempia e giocare alla roulette russa a ogni parola vergata. È un rischio che tuttavia deve essere corso, giacché, al prezzo, tutto eventuale, di un solo recensore, magari incosciente, ma di comprovata buona volontà, i lettori appassionati di ieri e di oggi potranno forse scoprire o riscoprire un tesoro da sfogliare e un’amica da consultare. La raccolta, a cura di Roberto Rossi, è una selezione di articoli, recensioni e interviste che percorrono il quindicinale lavoro che la Cherchi (1937-1995), una matrona della Repubblica delle Lettere, scrittrice, giornalista e -soprattutto! - curatrice editoriale, ha svolto per quotidiani, periodici e riviste. Questi sono presentati in primis secondo argomento e quindi cronologicamente. Una breve collezione di J’Accuse contro il mondo editoriale, garbatamente spassosi, deliziosamente crudi, e tragicamente sinceri, apparsi su Panorama e l’Unità tra il 1985 e il 1992, costituiscono la gustosa Ouverture dell’opera; le recensioni competenti, sintetiche e briose, nell’elogio e nella stroncatura, il suo corpo, agile e levigato sino al dettaglio ;  le interviste e i ritratti il drammatico finale, dove numerosi – ma sempre pochissimi, per la Cherchi- tra i migliori autori del dopoguerra (tra gli altri Benni, Fortini, Cederna, Arbosini, oltre al “giovane” Michele Serra), rispondendo a quesiti personali o stimolanti, come se si fossero accordati tra loro, paiono unanimi nel descrivere un paese, l’Italia, dove l’intellettuale è, talvolta felicemente, solo, sono più quelli che scrivono che quelli che leggono, e gli ideali social-comunisti, di cui pure la Cherchi stessa era fiero alfiere, sono naufragati. Sorvolando sulla prima parte, che andrebbe letta da chiunque non abbia timore di sorridere ininterrotto per una buona mezz’ora, sulla dimensione fantozziana dell’editoria nostrana, la Cherchi colpisce per come nelle sue recensioni riesca a combinare un eloquio elevato e un approccio colloquiale, quasi intimistico. In ogni “pezzo” in poche righe alle critiche amalgama citazioni forbite a simpatici aneddoti dal sapore sconsolato a giudizi sferzanti sulla società. Stronca spesso, più spesso e più volentieri presenta autori che “devono” essere letti. I suoi criteri di accettabilità sono vertiginosamente alti, come se i libri consigliati dovessero essere per lettori e lettrici donne e uomini ideali, “per la vita”, belli, buoni, colti, e svegli, e non si potessero tollerare liaison con i midcult, l’equivale delle bionde fascinose e un po' oche, o dei Marcantoni senza cervello. Nelle interviste, l’arguzia, l’intelligenza, la vivacità, della Cherchi, fungono da specchio a quelle dei suoi intervistati, i quali sono quasi tutti, nient’affatto incidentalmente, suoi fraterni sodali, e illuminano di suggestivi chiaroscuri la luce inevitabilmente vintage che permea il libro – si chiede sempre se si scrive a mano, con la macchina di scrivere (!) o col computer. La Cherchi riteneva che una recensione dovesse sempre contenere almeno una citazione del libro in questione, e nell’esprimere ciò cita a sua volta Geno Pampaloni. E, “oltre alle citazioni”, le sembrava “altrettanto indispensabile informare sinteticamente (lo spazio è quello che è) sul contenuto del libro, trama o plot che dir si voglia (la sua assenza dà adito ai più biechi sospetti: il libro è stato veramente letto da cima a fondo?), Cui seguirà, ma già dovrebbe emergere dalla trama inframezzata di citazioni, il giudizio, che sarà, inevitabilmente, impressionistico, dettato dall’intuito, dal gusto e dall’esperienza: cos’altro mai potrebbe essere?
Il lettore attento si sarà accorto che qui si è fatto l’esatto contrario.
Federico Burlando

Grazia Cherchi
Scompartimento per lettori e taciturni
Articoli, ritratti, interviste

Minimum fax, Roma, 2017, pp. 345.
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Le minacce della proliferazione tecnologica

Per procedere alla disamina di questo volume è necessario partire da un concetto fondamentale: la disinformazione è legata all’uso (e abuso) del potere e al mantenimento di quest’ultimo. Lo sappiamo non solo grazie alla lettura delle innumerevoli opere distopiche del Novecento – da George Orwell ad Aldous Huxley, passando per Karin Boye e Margaret Atwood – ma soprattutto guardando alla nostra storia e al nostro presente. I romanzi distopici infatti, sono solitamente ambientati in un futuro lontano e poco auspicabile, ma noi sappiamo bene di non avere alcun bisogno di rivolgere il nostro sguardo a mondi così distanti per renderci conto degli effetti della manipolazione, intesa come distorsione della realtà volta al raggiungimento dei propri interessi. Le tecniche di manipolazione e persuasione hanno subìto un notevole potenziamento nell’era del cyber-power, caratterizzata dallo sviluppo convulso dei nuovi media come Facebook e social network affini, blog e siti web di ogni sorta. Questa “proliferazione tecnologica” – nonostante i risvolti incredibilmente positivi – ha prodotto (e continua a produrre) conseguenze negative, come la maggiore vulnerabilità dei singoli e dei governi alla disinformazione. Lo scopo dell’opera – che si presenta come una raccolta degli interventi presentati durante il convegno omonimo tenutosi nel 2015 a Roma – è proprio quello di analizzare l’evoluzione della disinformazione nell’era tecnologica per trovare strategie adatte a contrastare la manipolazione delle percezioni dell’opinione pubblica. Prima di discutere eventuali soluzioni, è necessario fare un passo indietro e capire cosa si intende per disinformazione. Lo stesso Germani, coordinatore scientifico del convegno, spiega la differenza tra deception, misrepresentation e disinformazione. La deception riguarda la disinformazione esclusivamente nell’ambito militare, diplomatico e dell’intelligence. Con misrepresentation si intende la malainformazione non intenzionale, diffusa a causa della superficialità e dell’ignoranza. La disinformazione, invece, è un’azione pianificata e deliberatamente ostile, che persegue un fine occulto attraverso la diffusione di notizie false o distorte. Proprio per questa sua natura programmatica, la disinformazione – ci spiega François Géré nel suo intervento – si distingue dalle cosiddette hoax, le “bufale” diffuse in rete da singoli o piccoli gruppi, e dalla propaganda, in quanto quest’ultima è palese. La difficoltà di trovare delle soluzioni definitive da parte degli Stati e dei loro servizi di intelligence risiede proprio nella struttura rigida della disinformazione. Un altro elemento da tenere in considerazione riguarda il fatto che in Italia - nonostante i notevoli passi avanti fatti nell’ultimo periodo   circa il dibattito sulle fake news - si discute ancora poco di disinformazione, sicuramente meno che in altri paesi come la Cina e la Russia, i quali fanno largo uso della cosiddetta information warfare, basata sul controllo dell’informazione con l’obiettivo di ottenere un vantaggio, soprattutto dal punto di vista militare. Indubbiamente questi due paesi hanno una storia differente rispetto alla nostra, basti pensare alla dezinformacija sovietica durante la Guerra Fredda, utilizzata ancora oggi dal governo Putin sia in politica estera, per screditare l’Occidente, sia in politica interna, per mantenere la stabilità del regime. Sebbene il dibattito sia (ancora) carente, la disinformazione è una minaccia reale in Italia e si presenta sotto molteplici forme, dalle campagne di disinformazione economica e finanziaria al depistaggio di indagini giudiziarie da parte di organizzazioni criminali, prima fra tutte la mafia. A questo punto sorge spontanea una domanda. Se, come abbiamo visto, la disinformazione è un’arma utilizzata sia dagli Stati che da attori non-statuali leciti e illeciti (come vengono definiti da Germani), ossia la criminalità organizzata e i gruppi terroristici, allora quali sono le soluzioni definitive al problema? Cosa possiamo fare concretamente? Ciò che colpisce, durante la lettura delle diverse presentazioni, è proprio la difficoltà nel trovare rimedi efficaci. Francesco Vitali, autorità garante per la protezione dei dati personali, affronta la questione dei big data, cioè quell’insieme di tecnologie utilizzate per estrapolare un’enorme quantità di dati al fine di analizzare determinati fenomeni e prevedere quelli futuri. Il problema, come spiega lo stesso Vitali, è che le capacità predittive di tali tecnologie possono rappresentare un rischio per la democrazia, in quanto il loro uso implica una mancanza di trasparenza. Inoltre, a parer mio, un’analisi quantitativa basata su dati non è sufficiente per comprendere e risolvere un tale fenomeno nella sua globalità.                                                            
Una soluzione più consona, seppur di difficile applicazione, potrebbe essere quella proposta da François Géré, presidente dell’Institut Français d’Analyse Stratégique. Secondo Géré per contrastare la disinformazione si può agire in tre modi. Innanzitutto, si può cercare di ristabilire la verità, anche se di solito è troppo tardi. Oppure, si può attuare una contro-disinformazione, cioè una disinformazione in senso opposto, ma anche qui la difficoltà sta nel sincerarsi che ci sia stata effettivamente un’azione disinformativa. Un’altra via potrebbe essere quella della prevenzione, della previsione delle mosse dell’avversario, ma per fare in modo che funzioni dobbiamo conoscere perfettamente gli strumenti utilizzati dai nostri “rivali” e impegnarci ad usarne altri altrettanto efficaci. Sicuramente la questione non può avere una risoluzione immediata, anche a causa del continuo evolversi della tecnologia, con il quale è complicato tenere il passo. Il libro, che si propone come un compendio di interventi di analisti ed esperti di istituzioni civili e militari, ha in quanto tale un taglio molto tecnico, che rischia di lasciare spaesato il lettore di fronte a circostanze già così complesse. L’idea che sta alla base del convegno però, è ottima e indiscutibile perché, come detto in precedenza, in Italia c’è bisogno di avviare un dibattito di questo tipo in modo puntuale e approfondito. Detto questo, credo che il vero cambiamento debba partire da ognuno di noi, singolarmente, attraverso l’esercizio del nostro spirito critico e della nostra capacità di discernimento. Non sarà forse questa la vera utopia?
Francesca Lasi

Disinformazione e manipolazione delle percezioni. 
Una nuova minaccia al sistema-paese
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.

01 febbraio 2018

John Steinbeck alla guerra

Se c'è una cosa che si può certamente affermare su John Steinbeck, tra gli autori più prolifici della cosiddetta lost generation americana, è che non sia mai stato un narratore scontato. Lo si può intuire soltanto pensando ad una delle sue ultime opere, Le gesta di Re Artù e dei suoi nobili cavalieri, uscita postuma nel 1976, così diversa per contenuti e stile dallo Steinbeck lucido, ottimista ed ermetico che tutti conoscevano. Ebbene, anche questa raccolta di lettere che il letterato americano raccolse per il quotidiano "Newsday" come inviato sul campo durante il lungo conflitto vietnamita, dal dicembre 1966 al maggio 1967, presentano un aspetto tutt'altro che banale. L'impressione però è che questa volta lo stesso autore / narratore fosse particolarmente confuso riguardo alla guerra in Vietnam, un conflitto unico nella storia per geografia e andamento, come lo stesso Steinbeck non mancò di notare a pochi giorni dal suo sbarco nel Sud Est asiatico. Se infatti nei primi dispacci, e per gran parte dell'intera opera, lo scrittore, pur nella sua analisi estremamente lucida, fa tutto il possibile per supportare e giustificare l'intervento militare statunitense (a differenza della quasi totalità della letteratura a lui contemporanea e/o futura), nelle ultime lettere, ed in particolare dopo il ritorno in patria, Steinbeck sembra nutrire profondi dubbi sulla bontà di un conflitto tanto lungo quanto dispendioso. D'altronde, come nota l'autore, a differenza del secondo conflitto mondiale (di cui Steinbeck fu giornalista inviato in Europa), la guerra del Vietnam è una guerra senza confini ed eserciti precisi, "una guerra di sensi, senza fronti e senza retrovie", dove il discrimine tra libertà e occupazione, tra omicidio e missione militare, è davvero più labile che ma. In un racconto tanto indecifrabile sia per lo stesso narratore che per i lettori, pochi aspetti mantengono una propria persistenza e continuità: la critica spietata di Steinbeck per i metodi e per le subdole strategie attuati dai Vietcong alle spese della popolazione rurale del Sud (con buona pace delle tante critiche che spesso hanno bollato Steinbeck come un "simpatizzante dei rossi"), tuttavia non fomentate da una pura contrapposizione ideologica (vedasi la brillante critica alla diplomazia americana nell'insistere a definire Taiwan "la vera Cina" pur di non riconoscere Mao), ma al limite velate da quel patriottismo quasi connaturato che nasce sul campo di battaglia (a tale proposito, vedasi la spietata denuncia all'uso da parte dei comunisti di bambini nelle missioni di guerra, salvo poi proporre subito dopo allo stesso Vietnam di fare lo stesso a parti invertite). Un'altra costante del racconto è la curiosità mostrata da Steinbeck in ogni pagina di questa nuova avventura ("Non guarirò mai da questa curiosità esagitata. Mi sento ancora come quando da bambino andavo da Salinas a San Francisco, addirittura a cento miglia di distanza!"), una curiosità ancor più ammirabile se consideriamo che quando Steinbeck scrisse le lettere aveva sulle spalle già 64 anni di vita, di cui sei mesi in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, decine di romanzi pluri-premiati, e perfino un Nobel per la letteratura. L'atteggiamento mostrato dall'autore, che tanto gradevolmente traspare dalla sue parole, è a mio parere un vero e proprio manifesto del giornalismo. Una cronaca lucida, sincera, ma allo stesso tempo appassionata, che non manca di aneddoti personali e talvolta ridicoli, alternati a riflessioni geopolitiche assolutamente non scontate. A tratti lo Steineck giornalista di guerra appare tale e quale a quello conosciuto nel 1943, incanalato tra il New Deal rooseveltiano e il nazionalismo, esaltato dalla descrizione delle armi e dei mezzi militari, critico verso il pacifismo ipocrita e fine a se stesso, abile nel definire in modo spietato e incorruttibile il "nemico". In altri tratti invece prevale lo Steinbeck romanziere, quello difensore dei contadini vietnamiti e thailandesi (così simili per certi versi agli okies, protagonisti di Furore), e capace di regalare al pubblico del Newsday personaggi che sembrano davvero resuscitati dalle pagine di un romanzo, come il Venerabile Giac, il maestro di judo pacifista che insegna la quiete interiore ai bambini di Saigon, o il generale di polizia thailandese che non riesce a capire come Playboy sia diventato "la bibbia dei giovani americani". In particolare nelle ultime lettere, dedicate alla sua permanenza in Laos ed in Giappone prima del rimpatrio, l'autore riesce davvero a fondere questi due mestieri, il giornalista ed il romanziere, in un connubio di entusiasmo, capacità comprensiva, esperienza e persino romanticismo, che per un poco fanno vedere anche gli aspetti più umani di un conflitto definito disumano da tutta la critica del tempo, da Bob Dylan a Norman Mailer, passando per John Lennon e Noam Chomsky. A prescindere dall'aspetto contenutistico, l'opera, uscita postuma (Steinbeck morirà nel 1968, appena un anno dopo l'esperienza vietnamita), può essere vista come un lascito testuale del romanziere. La storia ci ha consegnato tanti John Steinbeck: lo Steinbeck sognatore californiano, lo Steinbeck socialista dopo la crisi di Wall Street, lo Steinbeck pacifista, lo Steinbeck ospite di Roosevelt alla Casa Bianca, inviato di guerra, nazionalista, comunista e anti-comunista. In fin dei conti John Steinbeck ebbe la grande capacità di vedere e interpretare la realtà dei suoi tempi, una realtà mai univoca e che quindi mai può essere letta in bianco e nero. Proprio per questo motivo mi piacerebbe chiudere questa scheda di lettura con la piccola digressione che l'autore si concede nella lettera del 3 febbraio 1967, dove scrive la sua interpretazione sull'effettivo valore della guerra:
"Per me tutte le guerre sono cattive. Non esistono buone guerre e non credo che esista un soldato pronto a darmi torto. Però non riesco a capire quelli che credono di essere innocenti solo perché distolgono lo sguardo e girano le spalle: quelli che distolgono lo sguardo hanno forse scoperto che una guerra è buona e una è cattiva? Masterson, il soldato semplice di marina che guada le paludi pullulanti di sanguisughe, la famiglia di contadini delle risaie che si rintana terrorizzata nella sua capanna minata all'estremità di un sentiero pieno di trappole esplosive, io che ho visto questa guerra da vicino: tutti saremmo d'accordo nel dire che è tutto cattivo. Ma tutto il male va eliminato in una volta sola, altrimenti continuerà ad esistere come è sempre esistito".
Francesco Massardo


John Steinbeck
Vietnam in guerra: dispacci dal fronte
a cura di T.E. Barden
Libreria editrice goriziana, Gorizia, 2017.
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30 gennaio 2018

In libreria

Javier Azpeitia
Lo stampatore di Venezia
Guanda, Parma, 2018, pp. 368.
Descrizione
Nel 1530 un giovane si reca in una villa nella campagna modenese per incontrare la vedova di Aldo Manuzio, il famoso stampatore veneziano, e mostrarle la biografia che ha scritto su di lui. Non sa che la storia vera è molto diversa dai toni epici del suo racconto. Da quando era approdato a Venezia nel 1489 con il proposito di realizzare raffinati volumi dei tesori della letteratura greca, Manuzio aveva dovuto affrontare difficoltà impensabili, come il furto dei manoscritti, le imposizioni commerciali del cinico Andrea Torresani – suocero nonché proprietario della stamperia – e la censura dei potenti. Le edizioni con testo originale a fronte, il corsivo, il libro tascabile, innovazioni per le quali Manuzio sarebbe stato ricordato per sempre, erano frutto di compromessi, trucchi, debiti, e lui per realizzarle si era dovuto difendere da attacchi e boicottaggi. Lo stampatore di Venezia racconta gli aspetti più passionali e intimi di Aldo Manuzio, la sua devozione per la cultura classica e il suo cerebrale epicureismo. E racconta gli esordi dell’editoria all’epoca dei Medici, di Savonarola, Tiziano, Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam: un momento storico di crisi e cambiamento nel quale sono riconoscibili le sfide che ancora oggi l’editoria moderna si trova a fronteggiare.
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29 gennaio 2018

Genova in redazione



Giovanni Ansaldo
 Il fascino di Sigfrido
Prefazione di Francesco Perfetti
Nino Aragno editore, Torino, 2017, pp. 249.
Descrizione
Quando giunse a Berlino nel gennaio 1921, Giovanni Ansaldo aveva poco più di venticinque anni, essendo nato a Genova il 28 novembre 1895. Nipote del  fondatore di una delle più importanti industrie italiane che portava il nome  di famiglia, era stato al fronte come capitano e aveva già cominciato a  scrivere su alcuni giornali, da «Energie Nove» di Piero Gobetti a «L’Unità»  di Gaetano Salvemini, e sul quotidiano socialista «Il Lavoro». Non aveva,  probabilmente, ancora deciso di rinunciare alla carriera accademica per  dedicarsi, preda del demone della scrittura, al giornalismo. Pensava,  infatti, di raccogliere materiale, durante i mesi che avrebbe trascorso in  Germania, per fare qualche pubblicazione al fine di conseguire la libera  docenza e di scrivere un libro di attualità o di politica. Si era impegnato  per ben sette mesi, messa da parte la sua «svogliatezza di anni lontani»,  nello studio della lingua tedesca, proprio in vista di questo viaggio che  considerava importante per il suo futuro. Questo libro raccoglie gli  articoli e gli scritti di Giovanni Ansaldo allora dedicati alla Repubblica
di Weimar, e, in particolare, all’occupazione della Saar. Ed è anche l’ultima
fatica di Giovanni Battista Ansaldo, che ha selezionato i testi paterni  raccogliendoli e ricopiandoli con cura certosina e devozione filiale.
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27 gennaio 2018

In libreria

Ecosistemi narrativi. Dal fumetto alle serie TV
a cura di Guglielmo Pescatore
Carocci, Roma, 2018, pp. 272.
Descrizione
Che cosa succede quando una narrazione dura anni o decenni? O si espande in una molteplicità di spazi mediali, dando luogo a una pletora di oggetti testuali? Se guardiamo al panorama mediale contemporaneo, ci accorgiamo che queste forme narrative, si tratti di fumetti, giochi di ruolo o serie televisive, sono sempre più presenti e popolari. Le narrazioni estese, spesso innovative come le serie televisive contemporanee – da Buffy al Trono di spade, da Lost a House of Cards – sono difficilmente analizzabili con gli strumenti impiegati per le narrazioni tradizionali. L’estensione nel tempo e nello spazio sembra mettere in crisi le idee di testo, autore, progetto, coerenza, senso, e alla fine l’idea stessa di narrazione. Esposte a vincoli interni e contingenze esterne spesso imprevedibili, le narrazioni estese possono essere trattate come ecosistemi narrativi, prodotti dotati di vita propria, paragonabile a quella biologica. Il volume, a partire da questo approccio innovativo, ne indaga i molteplici aspetti attraverso contributi originali, configurandosi come uno studio ampio e metodologicamente fondato sulle narrazioni seriali contemporanee.
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14 gennaio 2018

Disinformazione



"Non sappiamo più riconoscere le cose feroci." 
Zerocalcare, 2017.


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12 gennaio 2018

Il mainstream è cultura: Il trono di spade



"Ma lo guardano tutti..."
L'altra sera mi sono trovata a cena con degli amici, nonché inaspettatamente immersa in una discussione su una delle serie TV che da anni sta spopolando tra fan di tutte le generazioni: Il trono di spade (Game of Thrones, Ndr). Io e un altro ragazzo abbiamo preso d'assalto un'amica - povera malcapitata - che fa l'insegnante, nel tentativo di convincerla a seguire la serie.
Come avviene sempre, a questa domanda è seguita la risposta "Ma lo guardano tutti...".
Ecco allora una mistica rivelazione.
Che piaccia o no, il fatto che "tutti" guardino qualcosa, o leggano, seguano, giochino a qualcosa, non fa che donargli valore.
Innanzi tutto, ergersi a luminari dell'intrattenimento, troppo colti per apprezzare ciò che è apprezzato dalla massa, pare leggermente eccessivo. Probabilmente nemmeno de Tocqueville avrebbe potuto permettersi tanto.
In seconda istanza, non è proprio forse il successo a determinare cosa è importante e cosa non lo è? Certo, noi potremo avere la cultura, la preparazione e il gusto necessari per apprezzare un'opera inedita, capolavoro della letteratura al pari della Divina Commedia, ma, a livello puramente utilitaristico, non potremo mai fare sfoggio di tale perfezione se saremo gli unici a conoscerla.
È necessario guardare Il trono di spade. Anche se è "mainstream". Soprattutto perché è "mainstream". La cultura di massa è cultura generale ed entrambe sono, sempre e comunque, cultura: una comunità molto allargata che comunica con un codice linguistico fatto di citazioni. Come possiamo approcciarci a essa se alla frase Valar morghulis non sappiamo come rispondere? 
Accanimento anti cultura di massa
Chiunque si rifiuti di adattarsi o anche solo di sforzarsi ad apprendere la cultura mainstream, si sta auto-escludendo da una componente fondamentale della vita sociale e comunitaria.
Questo vale ancora più per tutti i professionisti della comunicazione, che hanno il dovere di inserirsi nelle dinamiche e logiche contemporanee, senza ostentare - o per lo meno senza farlo eccessivamente - culture e glorie passate.
Mi permetto di parlare di questo argomento proprio perché anche io appartenevo, fino a poco tempo fa, a questa categoria di anti-mainstreaminsti accaniti. Nel caso di Game of Thrones, mi trovavo circondata da post sui social network, da citazioni, da discussioni su un mondo che non conoscevo e che mi ero, fino ad allora, rifiutata di conoscere. Quando ho avuto la possibilità di iniziare la serie, l'ho fatto alla maniera in cui uno studente di psicologia accetta di dover dare un esame di statistica; ma indovinate un po’? Mi è piaciuto. Non che avessi capito qualcosa di cosa accade al primo episodio; però sono andata avanti e in tre settimane ho consumato le sette stagioni uscite fino a oggi.
In fondo, come ho detto prima, se un generico qualcosa conquista milioni di fan in tutto il mondo, un motivo ci sarà.
 Il trono di spade
Vi invito allora a procedere con la lettura della saga dello scrittore americano George R. R. Martin, Cronache del ghiaccio e del fuoco, da cui è tratta la serie. Se però la prospettiva di leggervi cinque romanzi senza arrivare a una conclusione non vi alletta troppo, sappiate che è molto più probabile che il procedere della serie televisiva svelerà il finale in anticipo. A quanto pare, infatti, l'autore continua a posticipare una possibile data di pubblicazione del nuovo volume della saga, che sarà intitolato The winds of winter (I venti dell'inverno, Ndr) e non sarà nemmeno l'ultimo; mentre è notizia di pochi giorni fa che la HBO, casa di produzione della serie televisiva britannica, ha previsto la conclusione della serie in una ottava stagione di soli sei episodi... nel 2019.
Veronica Rosazza Prin
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11 gennaio 2018

Storia di una professione "in onda"

Nella storia e nel racconto professionale del giornalista Roberto Amen analizziamo tutte le sfaccettature, tutte le mansioni, i diversi incarichi con cui un giornalista deve fare i conti ogni giorno.
L’aspetto più interessante a mio avviso sono proprio i racconti iniziali con cui si apre questo testo, ovvero i racconti di come si affronta la prima diretta televisiva, dei sentimenti che si mescolano poco prima di andare in onda, le più svariate sensazioni che ti passano nella mente; imparare a gestire il bello e il brutto della diretta, gli imprevisti dei collegamenti, riempire gli eventuali vuoti, commentare al meglio i servizi e le immagini.
In questa prima parte possiamo capire quindi come la sequenza in cui si danno le notizie al telegiornale non è casuale, bensì è frutto di un’analisi accurata, un omicidio o un fatto di cronaca nera sono raccontati sempre per primi per indicare che sono avvenuti quello stesso giorno, o perché ci sono nuovi sviluppi recenti su quel caso, ma le notizie drammatiche devono proseguire con qualcosa di positivo, un messaggio speranzoso come ad esempio un miglioramento nel settore lavorativo, o una storia a lieto fine.
Alla fine di questo insieme di notizie l’ascoltatore per lo più è distratto, ha distolto la mente dai proprio problemi e si è concentrato sugli avvenimenti successi, oppure è concentrato nei messaggi di speranza appena sentiti.
La tv diventa quindi uno svago, è motivo si stacco dalla propria vita.
Questo appena descritto non è però l’unico compito e l’unico lavoro del giornalista, è forse solo quello più conosciuto, ma cosa c’è dietro a tutto questo che vediamo?
Roberto Amen ci fa entrare nelle redazioni dove ha lavorato, il primo lavoro con cui un buon praticante giornalista deve cimentarsi è quello della stesura di un articolo, se possibile per renderlo più veritiero è sempre consigliato fare anche delle foto della situazione in questione, o ad esempio portare foto e video dell’intervistato. In questo caso è, oltre al giornalista, anche la troupe a entrare nei momenti quotidiani delle persone coinvolte, rispettando i tempi e i modi dell’intervistato.
Tutto ciò che il giornalista deve riportare è pura notizia, è il fatto veritiero senza commenti né pregiudizi, la notizia, gli eventi formano negli ascoltatori un’idea, un loro giudizio critico, le responsabilità del giornalista sono quelle di fornire le basi perché ognuno maturi una propria idea.
Questo vale anche per la politica, infatti ogni trasmissione è tenuta a dedicare lo stesso tempo per ogni fazione politica.
Roberto Amen precisa anche che le scorrettezze esistono lo stesso in questo settore, infatti una testata giornalistica può parteggiare per un partito montando dei servizi migliori per il partito in questione, più piacevoli, e brillanti, e servizi invece confusi e poco chiari per il partito opposto.
Una grande parte di questo libro è dedicata al maestro di Roberto Amen, Gigi Bertoccini, colui dal quale, tra le altre, ha appreso le nuove tecniche di linguaggio giornalistico; questa è sicuramente la parte più attuale. Il linguaggio giornalistico si è adattato ai nuovi mezzi di comunicazione come twitter, dove per lanciare un messaggio coinciso che venga appreso dai giovani nel  migliore dei modi bisogna usare frasi corte, secche, in questa nuova tecnica rientrano anche le pubblicità televisive che con pochi secondi a disposizione riescono a vendere qualsiasi tipo di prodotto.
Amen ci regala direi tante nozioni di base del giornalismo, di come farlo al meglio con profonda umiltà, attento e sensibile alle vicende umane, a trattarle con rispetto, senza cadere nell’esagerazione pur di fare qualche ascolto in più.
Questo è stato sicuramente l’aspetto che mi ha colpita di più, illuminante in questo senso è stato il racconto di come il giornalista Roberto Amen ha affrontato la storia delicata e agghiacciante del tentativo di salvataggio, non andato a buon fine, di Alfredino.
In conclusione questo libro è ricco di aneddoti, di infiniti dettagli, ho cercato di catturare gli aspetti salienti del lavoro di giornalista, con i pregi e difetti.
Elisa Cosini

Roberto Amen
In onda. Visioni e storie di ordinaria tv
Egea, Milano, 2016, 185 pp.
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10 gennaio 2018

I grandi Derby firmati da Gianni Brera


DERBY! edito nel 2015, è la raccolta di tutti gli articoli del giornalista sportivo Gianni Brera pubblicati in occasione del derby di Milano, la partita tra l’A.C. Milan e la F.C Internazionale Milano.
L’opera è stata pubblicata dopo la morte dell’autore per volontà di Paolo Brera, terzogenito  del giornalista Gianni Brera e anch'egli scrittore come il padre.
Il volume comprende la cronaca delle partite di calcio disputate tra il 1956 e il 1992, ed è inoltre una preziosa testimonianza dei cambiamenti che sono avvenuti in una città come Milano. La narrazione inizia dal boom economico avvenuto alla fine del secondo conflitto bellico e termina nel 1992, periodo in cui le due società sportive sono di proprietà degli imprenditori milanesi Ernesto Pellegrini e Silvio Berlusconi mentre Milano, è ormai una metropoli affermata e famosa in tutto il mondo.
La scelta di concentrare l’attenzione dell’opera sulla stracittadina è interessante: Il derby è una partita molto diversa da tutte le altre che si giocano durante la stagione; lo stadio è colmo di tifosi provenienti dalla stessa città, la distanza territoriale è quindi nulla, i posti a sedere sono tutti esauriti; durante la partita entrambe le squadre vengono sospinte e incitate dai propri tifosi per tutti i novanta minuti. Il cantante Adriano Celentano cantava “Eravamo in 100.000” per indicare il numero di tifosi presenti allo stadio in occasione del derby, un evento che quasi scandisce il tempo della città.
La rivalità tra le due formazioni, nata nel 1909 a causa della creazione dell’Internazionale Milano da parte di alcuni dissidenti dell’A.C. Milan, con il passare degli anni assunse anche caratteri politico e sociali.
Per la prima metà del XX secolo la tifoseria milanese era per la maggior parte divisa a seconda dell’estrazione sociale di provenienza: il tifoso interista proveniva dalla classe borghese mentre il tifoso milanista dalla classe operaia e popolare, in un periodo storico in cui la lotta di classe era particolarmente sentita. I soprannomi con le quali le due tifoserie si apostrofavano dipendono  da questa differenza di classe. I tifosi milanisti, per esempio, venivano chiamati “casciavit” (cacciavite) o “tramvèe”(tramvai), per la appartenenza alla classe operaia, mentre i tifosi nerazzuri erano scherniti con epiteti come “bauscia”(sbruffoni) o “muturèta” (perché potevano permettersi il privilegio di poter andare allo stadio in moto); questo dualismo ancora oggi sopravvive ma ha perso molto della natura socio politica che l’aveva contraddistinta nel corso degli anni.
In occasione del derby, gli abitanti della città sono stipati sugli spalti dello stadio: mentre sostengono e incitano la propria squadra i rapporti di parentela e di amicizia passano in secondo piano per quell’ora e mezza di gioco, come è stato per Franco e Beppe Baresi, non a caso scelti per la copertina per rappresentare in un’immagine il concetto di derby milanese. I due fratelli incarnano in pieno lo spirito del derby milanese; fratelli che si ritrovano in campo come avversari in una sfida senza alcuna esclusione di colpi, nel pieno rispetto dell’avversario per fare in modo che la propria squadra prevalga sull’altra.
Le sfide fra le due rivali milanesi sono raccontate ed analizzate da Gianni Brera con uno stile ed un linguaggio giornalistico che, fino ad allora, non si erano mai visti nella comunicazione italiana.
La seconda meta del XX secolo vede Gianni Brera nei panni del protagonista principale della cronaca sportiva, dato che egli riesce a dare vita a uno stile giornalistico innovativo e moderno, basato sulla vena letteraria e narrativa.
La prosa si sposa e si intreccia con la cronaca sportiva; il frutto è un cocktail frizzante di piacevole lettura.
Il lettore si ritrova immerso in una lettura scorrevole e difficile da abbandonare. La cronaca sportiva è rifinita preziosamente dal giornalista lombardo con termini e neologismi, utilizzati ancora oggi, e divenuti iconici per questo sport.
Di particolare importanza è il lessico di Gianni Brera; il giornalista è solito utilizzare spesso termini propri del dialetto in maniera particolare quello milanese, avvicinandosi così con il lettore medio.
La scelta dell’utilizzo del dialetto è molto importante dal punto di vista storico: l’Italia è ancora una nazione giovane, nata da nemmeno un secolo i tassi di analfabetismo sono ancora elevati e la maggior parte degli popolazione italiana parla solamente il proprio dialetto regionale. Il giornalista di San Zenone Po attraverso le sue opere vuole tentare di elevare le forme dialettali dal momento che queste sono vere e proprie forme linguistiche.
“Io non penso in italiano, penso in dialetto perché sono un popolano”. Con questa frase si può facilmente riassumere tutto il pensiero e l’opera di Gianni Brera.
L’intento del giornalista milanese è quello di portare modi di dire, pensieri e termini regionali all’interno di una lingua italiana universale e comprensibile in tutta la penisola.
Brera vede come il dialetto, unica lingua conosciuta per la maggior parte della popolazione, come un mezzo per accompagnare milioni di italiani nel processo di alfabetizzazione dal dialetto all’italiano. Questo processo tuttavia deve tenere conto delle peculiarità dei singoli dialetti salvando  e valorizzando ciò che si può portare in italiano.
Per molto tempo il giornalismo sportivo era stato considerato come una forma di giornalismo di secondo piano. Il giornalista di San Zenone Po invece, per tutta la sua carriera, è un fermo sostenitore della cronaca sportiva. Lo sport è una di quelle forme che unisce le masse sotto un’unica bandiera spingendole a tifare per essa, uno di quei rari momenti in cui è possibile vedere un’intera nazione unita.
La pagina sportiva è da sempre la pagina più letta e amata dai lettori, la pagina che colpisce l’immaginario collettivo e che permette ai lettori di fantasticare sulle imprese dei propri beniamini.
Dato che lo sport gode di questa posizione privilegiata, chi si occupa di cronaca sportiva deve agire di conseguenza; la prosa deve coinvolgere e trattenere l’attenzione del lettore e la cronaca deve avere una funzione pedagogica e istruttiva; avvicinare gli analfabeti a un utilizzo corretto dell’italiano e combattere anche l’analfabetismo di ritorno, che oggigiorno è una vera e propria piaga.
Lo stile di Gianni Brera è quindi un misto di narrativa e riferimenti alla cultura classica; al giornalista  milanese si deve l’introduzione di molti termini calcistici tuttora utilizzati.
Questi termini hanno tra le origini più svariate; tra i termini proposti da Brera ricordiamo intramontabile che deriva dalla letteratura classica greca; con questo termine si indica un giocatore che nonostante l’età avanzata non ha perso lo smalto. Il termine melina invece deriva dal dialetto bolognese e viene utilizzato per indicare quella fase del gioco nella quale una squadra cerca di controllare la palla per più tempo possibile. Il termine goleador deriva dalla spagnolo toreador della corrida. All’estro di Gianni Brera si deve anche l’introduzione del termine incornare con cui si fa riferimento a quando un giocatore riesce a trovare la rete grazie a un colpo di testa e superare i propri marcatori. Questa immagine  legata al mondo della corrida spagnola e l’attaccante viene paragonato a un toro.
Alla penna e alla vena artistica di Gianni Brera si deve anche l’adozione di alcuni nomignoli per alcuni giocatori, questi soprannomi creati dal giornalista sono rimasti legati in maniera indissolubile all’immagine dei singoli giocatori e che pronunciati ancora oggi evocano ricordi nell’immaginario dei tifosi.
Gianni Brera per indicare il difensore Franco Baresi, coniò il termine “piscinin” che nel dialetto milanese significa piccolino; questo appellativo faceva riferimento sia al fatto che Franco non era di statura molto elevata per giocare nel ruolo di difensore, ruolo che tuttavia ricopriva in maniera maestosa e che inoltre era il fratello minore di Beppe Baresi anch'egli giocatore e rivale in campo.
Un altro soprannome creato dal giornalista milanese é “bonimba”, per indicare l’attaccante Roberto Boninsegna. Il termine nasce dall’unione del cognome del giocatore con la parola “bagonghi” con cui si indicavano i nani da circo. Questo soprannome nasce dall’aspetto fisico dell’attaccante che, nonostante la bassa statura, riusciva facilmente a superare i difensori avversari e a sgusciare tra essi quasi come un nano da circo.
Giovanni Lodetti viene soprannominato “blasetta”, che nel dialetto milanese indica il mento pronunciato, caratteristica fisica che lo contraddistingueva.
Il mediano Gabriele Oriali viene ribattezzato come “piper” perché questo giocatore correva rapido per il terreno di gioco e rimbalza da una parte all’altra del campo quasi come la pallina di un flipper, questa sua caratteristica lo rese un idolo per i suoi tifosi.
Mario Corso viene apostrofato come participio passato del verbo correre, vista la sua poco dinamicità.
Gli eterni rivali Sandro Mazzola e Gianni Rivera sono soprannominati mazzandro e abatino.
Grazie a queste espressioni Brera riesce ad avvicinare i lettori ai propri idoli sportivi, che diventano quasi dei familiari per i tifosi. I lettori si trovano immersi nella lettura degli articoli sportivi e lo affrontano come un romanzo in cui vengono raccontate le gesta dei loro beniamini.
Il lettore si trova così costretto a leggere tutto l’articolo per scoprire il finale e scoprire come il proprio idolo sportivo è riuscito a superare l’avversario.
Lo stile di scrittura di Gianni Brera può ricordare lo stile dell’epica classica; la nazione italiana era nata da nemmeno un secolo, si sentiva il bisogno di eroi comuni a tutta la nazione che potessero unire tutti i tifosi e gli amanti dello sport sotto un’unica bandiera, quella italiana; attraverso i suoi articoli di cronaca riuscì a dare agli amanti dello sport quegli idoli e quegli eroi che, superavano gli avversari e compivano imprese come gli eroi dei poemi omerici.
In questi quasi 40 anni di cronaca sportiva Gianni Brera ha accompagnato milioni di tifosi delle formazioni milanesi attraverso grandi vittorie, traguardi ma anche attraverso sconfitte e delusioni.
Brera ha accompagnato più di una generazione di lettori sportivi, facendo da modello per molti che si sono avvicinati a questo settore. Negli anni in cui il cartaceo era la principale forma di informazione per gli italiani, per la maggior parte analfabeti, egli grazie alla sua penna e all’utilizzo si semplici parole riusciva a creare immagini forti, molte vicine alla realtà  con un leggero contorno poetico, epico e oggi anche  un po’ nostalgico.  Avvicinò milioni di italiani alla lettura di un prodotto giornalistico degno di questo nome elevando anche lo sport a una funzione pedagogica e istruttiva, cosa forse oggi dimenticata o passata in secondo piano.
Gianni Brera in molti dei suoi articoli, anche grazie ai riferimenti alla cultura classica, riesce a portare i lettori sportivi italiani a conoscere quelle figure iconiche dell’epica, che non avrebbero avuto altro modo di conoscere.
Francesco Vallerga

Gianni Brera
DERBY!,
BookTime, Milano, 2015.
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09 gennaio 2018

Punto


Essenziale. Preciso. Costruttivo. Come un punto. Una pausa del pensiero necessaria non per concluderlo ma per permettere la sua evoluzione in una riflessione più profonda.
La rapida carrellata di Paolo Pagliaro, prestigioso giornalista, sui problemi legati alla “post-verità”, evidenzia i punti salienti dell'attuale pericoloso declino dell'informazione.
Fermare l'overdose informativa che ci sommerge ogni giorno è possibile. Così come ritrovare la capacità di distinguere tra ciò che serve a meglio orientare le scelte della nostra vita e tra ciò che, al contrario, quelle stesse scelte le confonde e le manipola.
L'”infobesità” è una patologia reale. Si annida tra le fake-news mitragliate in continuazione sui social network e rimbalzate nelle agende-setting di telegiornali e quotidiani. Il risultato è che la moltiplicazione del falso sembra essere diventato il paradigma condiviso dalla maggior parte dei professionisti dell'informazione. A scapito di quella narrazione dei fatti e della verità che, per tale categoria,  dovrebbe essere il principale punto d'orgoglio. Mentre, in nome delle logiche di mercato e di profitto, prevalgono emozioni, suggestioni, storytelling, propaganda. Di tutto tranne il racconto veritiero dei fatti. Ormai, usare la bugia come strumento per ottenere visibilità e consenso è pratica diffusa e accettata. Tollerata e subita soprattutto da chi l'informazione non la riceve più perché ne è letteralmente bombardato, nell'illusoria convinzione di essere cittadino consapevole delle proprie valutazioni, soggetto attivo e partecipe della costruzione del proprio futuro, esente da manipolazioni esterne.
Qui ci vuole un punto, una riflessione. Non per fermarsi, ma per ripartire. Così, auspica l'autore. Una pausa dal respiro più ampio e meno frettoloso del solito. Il ripristino della facoltà pensante come abilità condivisa. Il riscatto di chi produce informazione di qualità in modo eticamente corretto. È una battaglia che va combattuta soprattutto sul web, dove il narcisismo della politica si nasconde dietro la comunicazione e ne sostituisce il dibattito e dove il narcisismo di massa affonda l'assenza di pensiero critico nella velocità virale di opinioni basate sulla diffusione di fiction.
A risentirne è soprattutto la qualità della democrazia che trasferisce il potere di condizionare l'opinione pubblica agli esperti di marketing. Creare pseudo-notizie e farle circolare ad arte sui social in modo tale che diventino argomento di infinite condivisioni e acquistino così una valenza di verità fino a conquistare il primo posto tra gli argomenti di interesse generale.
La strategia della disinformazione si propaga come un virus, attraverso internet. Distraendo il “pensiero mobile” dei suoi fruitori dalla manomissione delle opinioni e dei fatti. Ad essere contagiata è soprattutto la platea dei “nativi digitali” che, riflettendosi nello specchio della community, credono di sfuggire alla solitudine e presumono di trovare più libertà di accesso ad un'informazione diretta e priva di mediazioni. In realtà, l'accesso è facilitato solo al pensiero semplificato e preconfezionato, con lo scopo di produrre costante distrazione dalla realtà o, tuttalpiù, saltuaria attenzione parziale, fluttuante nel mare della dispersività.
Perché, è noto, troppa informazione equivale a nessuna informazione.
  Un eccesso di disinformation che pervade il quotidiano e rischia di trasformarsi in una patologia curabile solo rivendicando il “diritto alla disconnessione”. Mettendo un freno al collegamento H24 per avere il tempo di pensare, farsi domande, riflettere senza l'ansia di rispondere all'ultimo tweet. Questa è una delle soluzioni che l'autore propone come cura all'epidemia in corso. Ma non basta.
É necessario accettare di non potere essere informati su tutto in ogni momento. E quello che sembra il limite del parziale e del provvisorio si evolve in un'opportunità di sviluppo dell'intelligenza collettiva del gruppo a cui si appartiene. Raccogliendo le capacità dei singoli per non disperdere le energie e concentrandosi sugli argomenti di vero interesse per approfondire e pensare in profondità.
Ma il “disagio del pensiero”, come disse J. Kennedy nel 1962, costa tempo e fatica. Al contrario delle più comode opinioni e dei facili pregiudizi precotti dalla rete.
Diventa, quindi, prioritario investire sulla produzione di informazione di qualità e formare professionisti eticamente preparati, passando attraverso accordi economici e politici che coinvolgano le grandi piattaforme di distribuzione delle notizie e i potenti gruppi editoriali.
Per esempio, punire la diffusione arbitraria di fake-news, etichettandole in modo ben visibile, può essere anche un modo per difendere la reputazione di chi le informazioni le produce e le diffonde.
Così come combattere la creazione di falsi profili-clone sui social, i cosiddetti bot, che tanto piacciono alla politica, è un modo imprescindibile per salvaguardare il buon funzionamento del sistema democratico. Infatti, l'anonimo popolo della rete si nutre di notizie false ma non del tutto inverosimili, che acquistano validità proprio per la loro capacità di essere rilanciate e condivise. Ed è proprio questo popolo, lo “sciame digitale”, ad essere esposto alle conseguenze della manipolazione del mercato del consenso.
      Secondo l'autore è l'autodisciplina, sia di chi produce sia di chi consuma informazione, una delle  soluzioni più realistiche alla deriva attuale. Il controllo dei fatti e delle fonti e l'onestà nel riferirli si confermano come i cardini dell'informazione professionale di cui Paolo Pagliaro, anche in questo testo, è sicuro interprete ed orgoglioso portavoce. Con quel pizzico di passione che è la molla che aiuta a distinguere tra verità e idee. Un punto, questo, su cui l'autore fornisce lo spazio e gli strumenti necessari alla riflessione, auspicando, tra le righe, la nascita di un pubblico più critico capace di pretendere un'informazione onesta e veritiera. Sarà allora che anche il mercato e la politica saranno obbligate ad adeguarsi alle esigenze della comunità, fermando il declino dell'informazione di qualità.
Ecco. A volte, basta fermarsi su un punto.
 Anna Scavuzzo


Paolo Pagliaro
Punto. Fermiamo il declino dell'informazione
Il Mulino, Bologna, 2017, pp. 128.

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