Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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03 gennaio 2017

Giornalisti di fronte alla sfida dei social media


Molto è stato detto e molto è stato scritto su come l'avvento di internet abbia cambiato il mestiere del giornalista, che oggi cerca nuove strade per sopravvivere ma sembra non aver ancora trovato una soluzione sicura. Il calo delle vendite dei giornali stampati ha prodotto una crisi che le edizioni digitali non sembrano ancora in grado di arginare; inoltre sono ormai entrati in scena Google e i social network come Facebook e Twitter, che si stanno sempre più intrecciando con l'informazione con il rischio, per il giornalista, di perdere il suo ruolo di mediatore tra i fatti e il pubblico. Come si può leggere nel sottotitolo, il libro di Michele Mezza cerca di dare ai giornalisti i mezzi per mantenere una certa indipendenza e “per non diventare sudditi di Facebook e Google”, un'ipotesi che non dobbiamo giudicare esagerata. Sin dalle prime pagine l'autore si concentra su un recente accordo tra il social network di Mark Zuckerberg e grandi testate come il “New York Times” o il “Guardian” secondo il quale i giornali cederebbero a Facebook le loro notizie e il social network si occuperebbe di farle arrivare ai propri utenti a seconda dei loro interessi, intuiti attraverso un'analisi dei profili. Risulta quindi chiaro che in questa situazione i giornalisti devono ritagliarsi un nuovo spazio e capire in quale direzione sta andando il loro mestiere. È proprio questo che cerca di fare Mezza nel suo saggio, prima studiando lo scenario attuale e poi parlando delle tecnologie e delle nuove possibilità alle quali i giornalisti possono e devono guardare.
L'autore si rende conto che un libro sul giornalismo scritto nel 2015, che si concentra proprio sui cambiamenti di questa professione, rischia di rimanere subito indietro rispetto a quanto sta accadendo nel mondo, per questo il suo lavoro non si esaurisce nelle pagine stampate. Il libro è costantemente arricchito con numerosi QR code che, una volta inquadrati con lo smartphone, rimandano a siti, video, o contenuti di altro tipo che si collegano a quel che scrive Mezza, primo fra tutti il sito giornalisminellarete.donzelli.it, che fa da punto di riferimento e raccoglie notizie sull'argomento del libro. L'idea è buona: permette al lettore di essere aggiornato in tempo reale su quello che legge e, al tempo stesso, dimostra un uso concreto della tecnologia da parte dell'autore, che quindi non si limita solo a parlarne. Ma il libro di Mezza funzionerebbe bene anche senza l'aiuto dei QR code e probabilmente le sue indicazioni risulteranno utili ancora per diverso tempo, perché la trasformazione del giornalismo è sì veloce – come tutto nell'era di internet – ma forse non così tanto come si credeva qualche anno fa.
Un aspetto che traspare subito è la grande passione che sta alla base di questo saggio, un interesse vivo che si traduce in ipotesi e osservazioni non banali e in un'attenzione ai nuovi fenomeni che stanno coinvolgendo il mondo del giornalismo: nuovi strumenti, nuovi canali ma soprattutto un nuovo modo, ormai necessario, di pensare il giornale, quello che l'autore definisce un'operazione di re-thinking, invece di un semplice re-styling. A questo proposito va senza dubbio citato l'acquisto del “Washington Post” da parte di Jeff Bezos, il proprietario di Amazon, un fatto che segna una svolta di importanza pari all'accordo tra Facebook e le grandi testate cui si accennava. Tutto ciò non lo apprendiamo solo dalle parole di Mezza, ma anche da alcune interviste e conversazioni con giornalisti e direttori di giornali o siti di news, una soluzione che contribuisce a rendere il saggio più scorrevole. In effetti il libro è piuttosto denso di concetti e a volte non è dei più semplici da seguire, del resto è più indirizzato agli addetti ai lavori che al pubblico generalista. In ogni caso il saggio di Michele Mezza può risultare un valido aiuto per chi cerca di schiarirsi le idee sulla attuale situazione del giornalismo, che se da un lato ci sta togliendo alcuni punti di riferimento, dall'altro ci propone nuove possibilità. Proprio questo è il punto: non bisogna lasciarsi ingannare dal sottotitolo che, pur sottolineando un aspetto di importanza fondamentale nel pensiero dell'autore, potrebbe suggerire una visone essenzialmente negativa di internet. Al contrario, quello su cui più si concentra Mezza sono gli strumenti e le potenzialità offerti dalla tecnologia. Certo, rimangono ancora diversi interrogativi, e dovremo dimenticarci di quel giornalismo che faceva consumare le suole delle scarpe ma, nel frattempo, sta prendendo forma una nuova figura, un mestiere più complesso che tocca campi diversi, e capire come funziona è l'obiettivo di un libro come “Giornalismi nella rete”.
 Lorenzo Maresca

Michele Mezza 
Giornalismi nella rete, per non essere sudditi di Facebook e Google
Donzelli,  Roma, 2015.
*link al sito di Michele Mezza: Giornalismi nella rete
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01 gennaio 2017

Warhol, serigrafo fuori registro

Tra iperbolici echi mediatici di un mercato a tutto mondo, la mostra su Warhol e la Pop Society, al Palazzo Ducale di Genova sino al 26 febbraio 2017 non possiamo perderla, se vogliamo capire perché il nostro tempo è potentemente amorfo, superbamente potente.
La pop art è stata la pandemia del multiplo stonato che ci ha trascinato nel magma delirante del barocchetto digitale, genialmente compresso nel nostro deambulare quotidiano.
Obesità da pixel puntinato, retinato, bulimia molto americana, troppo.
Andrew Warhola nasce il 6 agosto 1928 a Pittsburgh. Si farà chiamare Andy Warhol: un intellettuale, un artista, uno scrittore, fotografo o cineasta o, soltanto, scaltro businessman o, forse, anche cattivo serigrafo che inciampa su un fuori registro - normali fogli di scarto in ogni stamperia - e sa trovare il pozzo di petrolio?
Su Andy l'artista, una luce l'accende la giovane famiglia Trump, con un Donald così difficile e poco emulsionante verso lui da meritarsi l'aggettivo di persona "ordinaria", e si pensi che soltanto alcuni mesi prima, nell'estate dell'81 in uno dei suoi accerchiamenti allo establishment ricco e famoso verso il quale il suo magazine Interview fungeva da testa di cuoio, Warhol definiva il biondo miliardario un bell'uomo.
Andy aveva lavorato molto producendo diversi "dipinti" nei toni del nero e dell'argento dedicati alla Trump Tower, pensati per il suo ingresso, ma i Trump ne restarono perplessi, la moglie inoltre ne fu contrariata perché i colori non si intonavano alle tappezzerie. Rimedierà, in seguito, ma non sappiamo con quanta efficacia, cercandosi le mazzette dei colori.
Andy era convinto che i Trump avrebbero capito l'importanza della sua opera d'arte dedicata al loro grattacielo-tempio tanto da dedicargli la copertina del catalogo. Sembrava una grande idea, ma solo per Andy.
Questo è il senso che si rileva sfiorando appena quella che a mio avviso è l'opera più originale di Andy, i Diari (Istituto Geografico De Agostini, 1989),  purtroppo molto poco celebrati forse perché la parte umanata è la parte vera, quella che si spinge oltre i ricchi e famosi, vip e arrivisti. Ci sono anche "checche, lesbiche e amfetamine", party e vernissage starlet, giovani artisti talentuosi, una cronaca della sua Factory argentata nella 47a e dell'America esaltante e al contempo deprimente sino alla terribilità di un colpo di pistola che quasi lo imbuca per il Creatore, esploso - si racconta - da una "lesbica pazza" che frequentava la Factory per via dei suoi film underground.
E qui, si sente il bisogno di rifugiarsi nella velocità delle arti descritte dal Vasari (inutile scomodare il Bellori, troppo colto) in cui troviamo quella densità oracolare che ci restituisce il sentiero per uscire dal buco nero dell'arte meccanica, impenetrabile e straziata, che a partire dagli anni sessanta ha mutato la società, come si osserva  anche nelle intenzioni della mostra, curata da Luca Beatrice.

"Ma se la scrittura per essere in-colta e così naturale com'io favello, non è degna de lo orecchio di Vostra Eccellenzia, scusimi, che la penna d'un disegnatore non ha forza di linearli e d'ombreggiarli; si degni di gradire la mia semplice fatica, considerando che la necessità di procacciarmi i bisogni della vita non mi ha concesso che io mi eserciti con altro mai che col pennello."

Teste, ritratti, mezze figure, accondiscendenti oppure su commissione, grandi sarti, industriali, cantanti pronti ad autoacquistarsi, superstar  e miti capaci di sedurre il mercato, Greta, Mao, la Gioconda, Nicholson, Liz, Fiorucci, Armani, Versace, Travolta, Dylan, Elvis e, naturalmente, il nostro Agnelli.
Poi simboli di ogni genere, commerciali, sociali, politici, pubblicitarie, sedie elettriche, falci e martelli, Coca Cola, dollari. Una produzione industriale di serigrafie in cui l'artista lasciava intendere troppe cose, persino un senso politico, impegnato, ma che è palesemente assente.
Di certo sappiamo che la sua firma apposta su un lavoro a stampa serigrafica, generata dalla fotomeccanica, supera strepitosamente, spudoratamente, di molto, di moltissimo il mercato di un Durer, di un Rembrandt o di un Goya che sublimemente disegnavano e incidevano direttamente sulla lastra di metallo la loro unica e fragile matrice.
E qui ricordiamo Benjamin secondo cui la riproducibilità deve fare i conti con ciò che si definisce l'aura dell'opera d'arte. Qualcosa di irreperibile, presente nelle opere del passato, un valore che ne garantiva l'autenticità, proveniente da interventi tecnici non imitabili. L'opera limitata a pochi, che manteneva integro il suo valore per tutta la comunità e mai percepita come facsimile da ognuno.
Fenomeno elettronico di massa, invece, che zampilla dai nostri pori.
Non che il nostro biondo scapigliato fosse privo di competenze artistiche, si deduce anche dalle sue illustrazioni nei libri in mostra.
Le sue polaroid - notevoli, in mostra - venivano riprodotte su acetato e per essere compiacente con la committenza lavorava di fotoritocco, aggraziava nasi, occhi, bocca, collo, l'immagine veniva poi ingrandita a 40 x 40 cm e quindi si procedeva alla serigrafia, si creava la mascheratura per la selezione dei colori: bocca, occhi, cravatte, giacche, contorni. Tutto veniva serigrafato in sovrapposizione alla foto oppure in fuori registro.
Questo era il tocco stregato che dava ai multipli di Andy specificità e folgorazione. In arte, tutto può accadere: se osserviamo gli artisti contemporanei più celebrati e le loro trovate, allora sì che Andy è un gigante. Gauguin sosteneva che le idee superano la tecnica e Warhol le idee le aveva, soprattutto su come gestire la sua rete di relazioni che arrivava molto in alto, su, su, sino ai Kennedy e al presidente degli States, Carter.
Pat Hackett, studentessa universitaria, cronista della Factory, avrebbe meritato il Pulitzer Prize for Fiction per aver reso possibile i Diari, tratti da ventimila pagine di appunti. Tutte le mattine ascoltava per ore il resoconto del giorno prima, incontri, amici, feste, spese, incassi. Andy teneva conto persino delle telefonate ed era felice quando poteva usare il telefono degli altri. Pat non riceveva paga, forse il rimborso del bus, ma non è certo. Trascriveva, correggeva, migliorava il discorso. Andy detta i suoi Diari dalla fine del settantasei sino alla sua morte, il 22 febbraio 1987, per problemi alla cistifellea.


"Ora che la fortuna mi promette pur tanto di favore, che con più commodità e con più lode mia e con più satisfazione altrui potrò forse così col pennello come anco con la penna spiegare al mondo i concetti miei qualunque si siano."
Francesco Pirella



*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova. 

22 dicembre 2016

In libreria

Massimo Marzi
Il BeneGiornale
Alla ricerca del Bene da promuovere e diffondere per stare meglio
Armando Editore, Roma, 2016, pp. 304.
Descrizione
Il BeneGiornale è un format radio-televisivo e vuole essere un nuovo modo di "mettere in comune il bene" attraverso la diffusione della parte buona, sana, bella, giusta e positiva del mondo, promuovendo fiducia, ottimismo, etica, moralità, onestà e solidarietà per arginare e contrastare il dilagare delle brutte notizie. Le pagine di questo volume sono una tangibile “anticipazione” di idonei contenuti informativi da trasmettere attraverso futuri BeneGiornali radiotelevisivi. Il libro si propone di riaccendere le speranze sui miglioramenti possibili nel presente e prefigura fiduciose prospettive per il futuro.

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12 dicembre 2016

Fino a che punto conta la nazionalità?


Il recente terremoto che ha colpito il cuore dell'Italia è stato l'ennesimo duro colpo che la popolazione si è ritrovata ad affrontare con le proprie forze. Da mesi ormai intere famiglie sono senza abitazione e vivono come possono nella speranza di poter ricostruire un futuro. La stessa speranza che è insita anche nei numerosissimi migranti che, costretti a scappare da una situazione invivibile, hanno visto nell'Italia una possibilità di ricominciare. Ma è davvero così?
Il problema più evidente pare infatti riuscire, dopo i recenti avvenimenti, a far fronte alle spese non solo a sostegno di queste popolazioni che chiedono asilo, ma anche per la ricostruzione di chi in questo paese ci ha sempre abitato.
C'è dunque una priorità nei confronti dell'uno o dell'altro? È sicuramente una questione tanto delicata quanto spinosa poiché, quando la gravità prende il sopravvento, l'umanità passa in secondo piano ed emerge forse più la nazionalità che la solidarietà nei confronti di chi, per motivi differenti, è in una condizione non poi così diversa.
Maria Eugenia Sabbadini
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11 dicembre 2016

Tra Pinocchio e Gian Burrasca


 
“Ne ammazza più la penna” è un titolo ambivalente che mette il pubblico di fronte ad una serie di brevi letture lasciando quesiti aperti e disparati.
Chi sono le vere vittime della penna?
La penna, forse, ha “ammazzato” i protagonisti delle storie d’Italia riportate negli articoli dei diversi giornalisti che si sono susseguiti nel tempo?
O, forse, sono state più le volte in cui gli stessi giornalisti e scrittori si sono visti soccombere di fronte a quelle notizie e idee da loro portate alla luce e che mai avrebbero dovuto raggiungere l’opinione pubblica nei diversi momenti storici e politici vissuti?
Nel percorso storico intrapreso e riportato da Vercesi, dai tempi della caduta di Napoleone fino agli anni Sessanta del Novecento, attraverso fatti, notizie ed aneddoti, emerge come vi sia stata un’evoluzione del giornalismo e come, allo stesso tempo, ciò che accadeva nel periodo post giacobino si sia mantenuto e ripetuto nel tempo.
Vi sono giornalisti eroici che hanno rischiato la loro stessa esistenza in nome della verità e della loro onestà intellettuale.
Silvio Pellico, durante i dieci anni di detenzione nel duro carcere dello Spielberg, avrebbe scritto un’opera letteraria come “Le mie Prigioni”, senza conoscerne e goderne mai il successo meritato e riconosciuto, a posteriori, dal pubblico. Scontata la pena, una volta tornato libero, decise di tenersi lontano dalla politica, senza mai rinnegare le proprie idee e continuando a coltivare la sua vena giornalistica e letteraria.
Vi sono, quindi, giornalisti che non hanno mai tradito sé stessi.
Giuseppe Mazzini, il quale dedicò la sua intera esistenza al mondo dell’informazione, può essere considerato, nuovamente, un vero eroe. Non bastava impegnarsi; ogni articolo doveva riportare la firma in calce. Ci si doveva esporre in prima persona.
Non sempre, però, si poteva rischiare ed apporre la firma sugli articoli pubblicati.
O meglio, forse ci si sarebbe anche potuti scontrare con i grandi poteri centrali e le estreme dittature, ma a quale prezzo?
Così, soprattutto in tempo di guerra, la maggior parte dei professionisti avrebbe optato per l’autocensura e, così, per l’autoconservazione.
Vi sono i codardi e “fifoni”: quelli che hanno respirato una boccata di libertà con l’uscita dalla scena politica di Napoleone e che, appena sono venuti a conoscenza dell’imminente ritorno di Sua Maestà, ne hanno condiviso la gioia universale sui giornali e con il popolo.
E poi, vi sono i carrieristi, gli ambiziosi o, meglio ancora, gli arrivisti che sanno quando è giunto il tempo di cogliere un’opportunità; quelli avidi di successo e potere e che, per questo, sanno cavalcare l’onda cambiando repentinamente la propria direzione, senza vergogna e senza alcuno scrupolo.
Vercesi, nelle vicende narrate in piccoli paragrafi e scorci di storia, ha la grande capacità di far emergere nel lettore un’immagine del giornalista alquanto complessa.
Emerge l’amante della verità, dell’amor proprio e dell’onestà intellettuale.
Emerge il timoroso che preferisce mettersi al riparo da ogni possibile ritorsione.
E, infine, emerge l’arrampicatore.
Lo sguardo al passato di Vercesi sembra unirsi e mescolarsi con quello dei giorni nostri, facendo diventare il ruolo del giornalista ed i problemi ruotanti intorno alla sua professione quanto mai attuali e in continuità con quelli dei secoli precedenti.
In conclusione, risulta significativo il paragone che lo scrittore utilizza tra due personaggi fantasiosi della letteratura italiana: Pinocchio da un lato e Gian Burrasca dall’altro.
Pinocchio, il burattino che vedrà allungarsi il naso tutte le volte in cui dirà una bugia, già da bambino è abbastanza adulto e responsabile da sapere che il mondo, senza il suo senso di colpa, non sta insieme. Pinocchio è un libro aperto, come appare.
Pinocchio è la vittima predestinata delle autorità.
Gian Burrasca, invece, è bugiardo come il demonio e le sue vittime se ne accorgeranno troppo tardi (quando se ne accorgono). E’ la disperazione dei genitori, è il prototipo di tutti i no global, un kamikaze. Gian Burrasca rappresenta l’estremismo ed è nemico di tutte le autorità.
Pinocchio rappresenta il politically correct; Gian Burrasca è l’outsider.
Di fronte a questi due immaginari, l’Italia non è mai riuscita a scegliere.
Valentina Trinchero


Pier Luigi Vercesi
Ne ammazza più la penna.

Storie d'Italia vissute nelle redazioni dei giornali 
Palermo, Sellerio, 2014, pp. 384

10 dicembre 2016

Musica e poesia: musica è poesia?


                                    
È la domanda che, in varie forme, si sono posti probabilmente in molti quest'anno, quando si è deciso di consegnare il Nobel per la Letteratura al musicista americano Bob Dylan. In molti hanno infatti criticato l'assegnazione della commissione sostenendo che i testi scritti dal cantautore non posseggano la stessa valenza delle poesie normalmente intese; ovvero stampate su carta o qualsiasi altro supporto e fatte per essere lette o declamate. Di conseguenza, sarebbe stato meglio premiare altri autori, poeti “tradizionali”. Ma c'è davvero un motivo, al di là della consuetudine, per cui i testi di un cantautore popolare come Dylan non possano essere considerati poesia?
Della poesia condividono la forma: i versi. In numerosissimi casi si basano su figure retoriche, in particolare metafore: espedienti tipici di qualsiasi genere di poesia. E se ancora permanesse qualche dubbio sicuramente Francesco Ciabattoni, docente di Letteratura Italiana Medievale all'Università di Georgetown, potrebbe ben dissolverlo col suo ultimo libro: La citazione è sintomo d'amore. In quest'opera, che analizza i testi più o meno famosi di alcuni noti cantautori italiani – da De André a Guccini -, il professor Ciabattoni dimostra con un'attenta analisi come non soltanto tali composizioni possano essere considerate poesia esse stesse, ma come siano spesso ispirate ad altri testi letterari. E poesie che contengono riferimenti ad altre poesie « diventano più poesia della poesia stessa ».  Ed anche Bob Dylan è stato influenzato da molti poeti e scrittori da lui conosciuti ed amati, facendo rivivere frammenti del loro spirito attraverso la propria musica, donandogli una nuova personalità: la propria. E tra tutti i poeti, da secoli, vi sono frequenti giochi di riprese e citazioni.
Ma l'elemento della musica, come entra in tutto questo? Ciabattoni afferma che si tratta di un ulteriore arricchimento della dimensione poetica, capace di accompagnare o distorcere con una minima variazione il messaggio trasmesso dalle parole. Intrecciandosi alla lettura piana ed alla lettura metaforica può divenire, quindi, un terzo livello d'interpretazione. E dopotutto, la grande poesia europea difficilmente avrebbe potuto svilupparsi per come la conosciamo oggi se i trovatori provenzali non avessero cantato, girovagando per le strade, le loro romanze al suono del liuto. A seguito delle influenze che ha avuto la sua poesia sui posteri, se fosse vivo, non meriterebbe forse un Nobel anche Arnaut Daniel?

Silvia Marcantoni Taddei



Francesco Ciabattoni
La citazione è sintomo d'amore.
Cantautori italiani e memoria letteraria

Carocci, Roma, 2016


09 dicembre 2016

La grande giovinezza e la piccola saggezza



Il referendum o, come definito da Maurizio Crozza durante la puntata del talk show politico di Giovanni Floris su La7, “referenzium”, a cui sono stati chiamati alle urne gli italiani domenica 4 dicembre, ha evidenziato un grido collettivo di no.
Una sconfitta plateale, al termine della quale Matteo Renzi, secondo le notizie riportate, avrebbe affermato: “Non credevo che mi odiassero così”.
I sondaggi hanno messo in risalto le ragioni che hanno portato a questo risultato politico: in primo luogo, si tratterebbe di un malcontento diffuso tra gli italiani.
Il no è stato un modo, l'unico che gli italiani hanno avuto a disposizione negli ultimi anni, per dire "basta, non ci prendete in giro, per noi non state facendo niente", così interviene su La Repubblica Roberto Saviano.
A votare no sono stati i più giovani e, soprattutto, i giovani del Sud Italia.
Ed ecco che, a tratti, questo giudizio popolare sembra raccontare qualcosa in più; sembra riuscire a collegarsi e a narrarci altre storie, altre “faccende”: personali , da un lato, e socialmente condivise, dall’altro.
Matteo Renzi, il primo ministro più giovane di tutta la storia della Repubblica Italiana, voleva essere l’innovatore e il “rottamatore” di una classe politica immobile ed anziana.
“Attacco alla casta, antiparlamentarismo, mozione degli istinti antipolitici: sono tutti elementi di un inedito populismo del potere che Renzi ha provato a impersonare nel tentativo — o nella tentazione — di disegnarsi un doppio profilo di lotta e di governo, usando le armi dell’antipolitica per combatterla”, scrive Ezio Mauro.
Tutto ciò si è amaramente rivelato un suicidio.
Ed è a questo punto che sembrerebbe emergere uno scontro generazionale e, di conseguenza, il forse necessario incontro, dialogo e appoggio reciproco tra identità che rappresentano ciascuna decenni differenti.
Forse, se Renzi avesse dato maggior ascolto ai consigli provenienti dalla vecchia classe dirigente del suo partito sarebbe riuscito ad inserire la riforma costituzionale in un contesto culturale e conoscitivo differente ed avrebbe ottenuto risultati diversi.
Forse, i giovani avrebbero potuto informarsi ancor più a fondo prima di insorgere e di alzare i toni e sbattere un secco no in faccia ai più esperti adulti.
Forse, se la saggezza ed l'esperienza del vecchio si fosse mescolata alla richiesta di rottamazione degli adulti e alla spregiudicatezza dei giovani, si sarebbe aperto un lungo dialogo, un lungo viaggio di ascolto reciproco che avrebbe portato ad un cambiamento più lento e ponderato, ma anche più stabile.
Ed è all’interno di queste riflessioni che torna vivo nella mente un film di Paolo Sorrentino, uscito nelle sale cinematografiche nel maggio 2015: Youth. La giovinezza.
Il cinema si è più volte occupato, attraverso vari volti e storie, dello scontro e incontro tra diverse generazioni. La stessa storia, tra cui quella del giornalismo, narra della volontà di ribellarsi, con toni spesso anche accesi, dei più giovani nei confronti dei propri discendenti.
Youth. La giovinezza è un film che passeggia, proprio come fanno i due protagonisti ottantenni Fred (Michael Cane) e Mick (Harvey Keitel), che passeggiando cercano se stessi, cercano di ricordare e trovare il perché delle cose.
Ecco, Youth è un film in cerca di un senso e alla ricerca di un buon finale (che non arriva).
Uno dei protagonisti, che recita il ruolo di regista a compimento del suo ultimo film testamento, chiama una delle sue giovani collaboratrici ad osservare il panorama delle Alpi svizzere da un binocolo.
“La vedi quella montagna di fronte?”, chiede il regista.
“Si, sembra vicinissima”, risponde timidamente lei.
“Esatto! Questo è quello che si vede da giovani, si vede tutto vicinissimo. Quello è il futuro.”
Il regista ruota velocemente l’obiettivo del binocolo e, così, capovolge altrettanto rapidamente la visione degli oggetti e, insieme, della vita.
“E adesso… questo è quello che si vede da vecchi, si vede tutto lontanissimo. Quello è il passato.”
Giovane e vecchio sembrano, così, affacciarsi ad uno stesso panorama con vissuti ed esperienze contrapposte. Vicino e lontano, spregiudicatezza e saggezza, passione sfrontata e maturità e, in definitiva, novellino incauto ed anziano accorto sembrano apparire distanti, ma, contemporaneamente, faccia di una stessa medaglia.
Allora l’incontro generazionale, forse spesso non riuscito e impossibile da compiersi per molti aspetti, appare quanto mai inevitabile e necessario, tanto in politica quanto nella vita quotidiana di ognuno di noi.
Valentina Trinchero


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05 dicembre 2016

In libreria

Antonio Pilati 
Rivoluzione digitale e disordine politico
Prefazione di Giulio Sapelli
Guerini & Associati, Milano, 2016, 176 pp.
disponibile anche in formato ebook

Descrizione
Da un quarto di secolo uno straordinario vento di innovazione sta trasformando in tutto il mondo la vita di miliardi di persone. Lo alimentano due processi epocali diversi, eppure legati da affinità e influenze reciproche: uno è la rivoluzione digitale che sovverte economia e società; l’altro è il crollo dell’ordine politico che dalla fine della seconda guerra mondiale dava stabilità alle relazioni internazionali. A prima vista poco o nulla li unisce: uno attiene allo sviluppo della tecnologia, l’altro alle complicate vicissitudini della politica. Tuttavia li lega una stretta dipendenza: il disordine politico di oggi deriva da premesse maturate negli ultimi vent’anni proprio grazie alle innovazioni della tecnologia: l’estensione dei mercati su scala mondiale, il potenziamento delle capacità organizzative, il cambio radicale dell’interazione sociale. In questo libro l’Autore esamina per quali vie, in Occidente, un grande progresso tecnico si è tramutato in una drammatica crisi della politica.
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30 novembre 2016

Seminari di pratica giornalistica

A conclusione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti e i laureandi del corso LM in Informazione ed Editoria  l'incontro di mercoledì 30.11.2016 sarà dedicato al tema "Cronista da marciapiede cercasi" con la partecipazione del giornalista Andrea Ferro (Radio 24).
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7, ore 14-16
*ultimo seminario del ciclo del I semestre).
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29 novembre 2016

Il gran spettacolo della cronaca nera

Davide Bagnoli, autore di un recente saggio sui più noti casi di cronaca nera degli ultimi anni, è giornalista, addetto stampa ed educatore, il cui ultimo lavoro è proprio questo preso in considerazione. Il suo intento è quello di ripercorrere passo, passo i casi entrati a far parte della cronaca nera che hanno suscitato una particolare attenzione mediatica tanto da essere definiti come una "spettacolarizzazione" dell’evento stesso, facendo quasi passare in secondo piano la tragicità della morte che è il vero fulcro della notizia. Analizzati cinque casi emblematici che sono entrati ormai nel cuore e nella memoria di chi li ha vissuti, anche se indirettamente, quasi in prima persona, Bagnoli tenta di trovare una spiegazione all’inevitabile domanda strettamente connessa a quanto appena detto: perché siamo così inconsciamente attratti dalla morte e dal macabro? E successivamente: Perché, da un certo momento in poi, la cronaca nera ha assunto toni mediatici tendenti alla sua spettacolarizzazione facendo perdere il senso della notizia e diventando sempre più un mero argomento di cui chiacchierare tra una notizia di gossip e un’altra di politica?
L’autore struttura il suo discorso presentando cinque casi ben noti, il primo dei quali è la tragedia di Vermicino del 1981 che vede protagonista Alfredino, un bambino di sei anni precipitato in un pozzo alla profondità di trentasei metri. Da quel momento in poi le sorti della cronaca e il modo di vivere la notizia (e la tragedia) sarebbero cambiate per sempre. Infatti per la prima volta nella storia le emittenti della Rai decisero di trasmettere ininterrottamente la diretta tenendo davanti allo schermo per settantadue ore ben trenta milioni di ascoltatori che, quando venne deciso di interrompere le riprese per far allontanare l’immensa folla giunta sul posto, chiesero insistentemente di riprendere immediatamente il collegamento per poter in qualche modo essere vicini al bambino. Purtroppo il fiato sospeso non solo degli italiani ma anche del resto del mondo si spense con la notizia che, nonostante i molteplici tentativi, non erano riusciti a trarre in salvo Alfredino. Si aprì però una nuova era perché da quel momento in poi casi affini a quello di Vermicino sarebbero stati seguiti con una partecipazione dei media e del pubblico molto più intrusiva. Si è discusso molto infatti sulla presenza di un pubblico che, pur essendo nella propria abitazione, sembrava aver assistito sul posto ai tentativi di salvataggio del piccolo e del fatto che il caso avesse assunto una portata mediatica mai vista prima. E quello fu soltanto l’inizio di una nuova era del giornalismo.
Gli altri casi descritti riguardano rispettivamente la vicenda di Cogne, il rapimento di Tommaso Onofri, l’omicidio di Meredith Kercher e quello di Sarah Scazzi ad Avetrana. Rappresentano esempi che vanno dagli anni 2000 a pochi mesi fa e che, quindi, hanno certamente risentito delle nuove innovazioni tecnologiche per quanto riguarda la comunicazione e la sua diffusione. Se dunque il processo di spettacolarizzazione della cronaca nera era già iniziato nei primi anni ’80, non ha fatto altro che espandersi ancora più rapidamente, rendendo i casi di cronaca vere e proprie "fiction" seguite dal pubblico in ogni sua sfaccettatura. Un pubblico che da spettatore è passato ad essere giudice tanto quanto quelli nelle aule dei tribunali, influenzato dai giornalisti a prendere parte ed essere colpevolista o innocentista e a trovare addirittura lui stesso il colpevole dei gialli più discussi. Si è visto molto bene nei confronti di Annamaria Franzoni, per cui l’opinione pubblica si è letteralmente divisa in due, e ancora di più nei confronti della famiglia Misseri su chi avesse ucciso Sarah. Tutto questo processo mediatico, in cui la notizia tragica si è fusa con la sua pubblicizzazione in ogni aspetto, ha condotto ad una spettacolarizzazione della cronaca nera alla portata di tutti; chiunque può dare il suo parere, tutti si vedono chiamati in causa per un aspetto o per l’altro, non esistono più confini di distinzione tra il giornalista che riportava la notizia e il pubblico che la recepiva. E la spiegazione di questo fenomeno Bagnoli la ricerca nel fatto che l’uomo è per natura attratto dal macabro; fin dall’antichità siamo stati a contatto con la morte e tutto ciò che attiene ad essa, oggi ci siamo solamente abituati di più a considerarla come la normalità, non scandalizza ma al contrario attrae, essendo sempre più presente nella quotidianità sotto svariate forme. Non è però l’unica motivazione, altri invece creano una sorta di alienazione tra il carnefice e la vittima, si rivedono in uno e sono grati di non essere l’altro. Inoltre, sostiene sempre l’autore, avvertiamo proprio la necessità di essere a contatto con il macabro e ciò che porta con sé perché consente a molti di ottenere una sorta di beneficio personale confrontando i propri problemi personali con la gravità che invece è propria di altri.
Il saggio di Bagnoli risulta quindi di estrema attualità e interesse proprio perché tratta di vicende a cui abbiamo assistito con i nostri occhi, anche se da dietro uno schermo, su cui abbiamo espresso il nostro personale parere. L’impostazione con cui struttura il saggio è schematica e segue un filo logico tale che il lettore riceve prima le basi e poi ci riflette sopra; il lessico utilizzato rende scorrevole la lettura e, personalmente, visti i temi trattati, ho trovato interessanti gli spunti e le prospettive proposte su una tematica così quotidiana e in costante evoluzione.
Maria Eugenia Sabbadini

Davide Bagnoli
La cronaca nera in Italia.
I perché della sua spettacolarizzazione
Temperino rosso, Brescia, 2016


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28 novembre 2016

In libreria

Raffaele Fiengo 
Il cuore del potere. "Il “Corriere della Sera” nel racconto di un suo storico giornalista"
(Introduzione di Alexander Stille)
Chiarelettere, Milano, 2016, pp. 416.

Descrizione
Una storia e una testimonianza. Di chi si è battuto per quarant’anni in difesa dell’indipendenza del giornale più famoso d’Italia, il giornale della borghesia illuminata, il giornale di Luigi Albertini e Luigi Einaudi, un giornale che veramente libero non è mai stato perché sempre al centro di appetiti economici e politici. Raffaele Fiengo, giornalista del “Corriere” dagli anni Sessanta, di formazione liberal, ci offre la sua versione dei fatti attraverso le lotte che ha condotto con tenacia sempre dalla parte dei giornalisti per affermare i principi di una stampa libera. Una lotta dura, dai tempi eroici della direzione di Piero Ottone alla strisciante occupazione della P2 sotto Franco Di Bella fino ai disegni egemonici di Craxi e poi le indebite pressioni dei governi Berlusconi. Oggi gli attori sono cambiati ma con le interferenze del marketing e della nuova pubblicità, e l’invasione dei social network, il mestiere del giornalista è ancora più contrastato, anche al “Corriere”, da sempre “istituzione di garanzia” in un’Italia esposta a continue onde emotive e a tensioni di ogni tipo. Se cade il “Corriere” cade la democrazia. E questo libro lo dimostra. Come scrive Alexander Stille nell’introduzione, “considerate le varie lotte avvenute per il controllo del ‘Corriere’, è un miracolo che da lì sia uscito tanto buon giornalismo, tanta informazione corretta, e ciò grazie agli sforzi di tanti giornalisti interessati soprattutto a fare bene il proprio lavoro”.
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26 novembre 2016

In libreria

Franco Recanatesi
La mattina andavamo in piazza Indipendenza
Cairo editore, Milano, 2016, 384 pp.

 Descrizione
«Il nostro obiettivo è superare nelle vendite il Corriere della Sera.» Quando, nell’autunno del 1975, Eugenio Scalfari annunciò che la sua nave pirata prossima al varo, battezzata la Repubblica, avrebbe battagliato con l’incrociatore di via Solferino che da un secolo solcava i mari indisturbato, fu accolto da risolini di scherno. E invece…
Questa è la storia di un quotidiano che dopo appena undici anni – esempio unico al mondo – ha toccato il primato delle vendite nel proprio Paese. L’appassionante testa a testa fra i due grandi giornali – che da allora non si è mai arrestato – si svolge parallelamente a una delle fasi storiche più tumultuose e drammatiche conosciute dall’Italia, segnata da terrorismo, scandali epocali, furiose battaglie civili e politiche.
Mentre la Repubblica compie quarant’anni, un giornalista che nel quotidiano di piazza Indipendenza ha ricoperto ogni ruolo racconta quella straordinaria avventura. Partendo da lontano: il felice incontro fra i due protagonisti, Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, la loro passione per la carta stampata, il tentativo di coinvolgere Montanelli, fino alla realizzazione del grande sogno cullato per oltre vent’anni. Dalla complicata gestazione alla volata verso il milione di copie. Il clima eccitato, teso e goliardico della redazione, ma anche i tormenti e i contrasti, gli amori e i tradimenti. Le minacce brigatiste. Le vicende pubbliche e private dei suoi più celebri giornalisti: i litigi Pansa-Bocca, i capricci di Biagi, il pianto della Aspesi, gli scherzi di Guzzanti, le fughe di Forattini e Terzani. E quella volta che Scalfari, in lacrime, chiese aiuto a Beethoven.
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24 novembre 2016

Nostra contemporaneità



"Guardo la televisione, i talk show con tutti che urlano e si lamentano, e mi sembra di vivere all'inferno. Poi guardo dalla finestra e mi sembra di vivere in un posto normale. Con problemi ma normale». Il meccanico pachistano vive qui da trent'anni. Ha sposato un'italiana, ha figli italiani, è contento del suo lavoro, la globalizzazione per lui e per molti altri ha significato stare meglio, molto meglio di quello che il destino avrebbe potuto riservargli. Quando parliamo di globalizzazione pensiamo ai contraccolpi negativi che ha avuto dalle nostre parti: perdita di posti di lavoro, maggiore precarietà sociale, meno garanzie, smarrimento identitario. Ci dimentichiamo del colossale balzo in avanti che centinaia di milioni di persone hanno potuto fare in Asia e in parte dell'Africa e del Sudamerica. Mentre noi scendevamo di un gradino, loro salivano una intera scala, partendo da zero. Il nostro concetto di globalizzazione non è per niente globalizzato, e questo ci impedisce di coglierne le ragioni profonde, che sono quelle della più colossale inclusione della storia. Viaggia chi prima non viaggiava, guadagna chi prima non guadagnava, mangia chi prima non mangiava. L'umanità intera pretende di vivere e non più di vegetare, e questa non è una novità che può essere ignorata se non si vuole sbagliare analisi. La parola più pronunciata in Occidente, da Brexit in poi, è "esclusione"; è vera, è percepibile, ma riguarda pezzi di noi, non il mondo. Il mondo, nella sua totalità, oggi è molto più inclusivo di ieri."  Michele Serra
*“Repubblica”, 22.11.2016 (L’Amaca)


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Si dovrebbe leggere con grande attenzione questa "Amaca" di Michele Serra che ricorda a noi occidentali quale benessere abbia raggiunto quella parte del pianeta che definivamo "terzo mondo". Noi guardiamo alla nostra CRISI e dimentichiamo che negli ultimi decenni milioni di bambini hanno avuto l'opportunità di nutrirsi, di andare a scuola, di correre verso la  contemporaneità. (mmilan)

23 novembre 2016

Seminari di pratica giornalistica


In prosecuzione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti e i laureandi del corso LM in Informazione ed Editoria l'incontro del 23.11.2016 sarà dedicato al tema "Cronista a bordo campo” con la partecipazione de giornalista Riccardo Re (Sky Sport ).
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7 (h.14-16).


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