Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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03 maggio 2023

In libreria

Marise Ferro,
La guerra è stupida
Sestri Levante, Gammarò editore, 2020.

"[...] Nel ‘35 la guerra mi trovava donna, e matura. Fu una guerra che odiai subito, d’istinto, e di cui non volli neppure sentire parlare. Mi riuscì così bene che il giorno in cui amici dissero in mia presenza: «Il Negus è fuggito a Gibuti», chiesi che cosa era Gibuti (mi si perdoni, questo sì, l’ignoranza della geografia). Ma dovetti sopportare la vittoria, e sopportare è parola giusta...."
*La guerra è stupida è il racconto del decennio 1935-1945 e un pamphlet contro la guerra, pubblicato per la prima volta a Milano nel 1949 da Marise Ferro (1907-1991), giornalista, scrittrice traduttrice ligure (cfr. la biografia di F. Lorenzi e F.I. Sensini, "Una donna moderna del secolo trascorso. Marise Ferro giornalista", Aracne, 2020 (collana 'Donne del Novecento').
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07 maggio 2022

Scoppiò la guerra e

 

"[...] E le bombe non sono state fabbricate invano. Oggi questa economia di guerra conclude finalmente le sue operazioni con una guerra: l’occasione è stata trovata… Siamo in guerra e anche noi – Governo, Parlamento e popolo – siamo diventati poco degni della nostra Costituzione. L’abbiamo tradita e abbiamo instaurato una Costituzione materiale che via via ha concretamente soffocato la Costituzione ideale che i Padri hanno scritto, animati da speranze di verità e di giustizia dopo guerre e sofferenze. Abbiamo tradito la nostra Costituzione. Per questo dobbiamo ritirarci da questa guerra. Non ci giustifica nessuna alleanza militare, perché ciò vorrebbe dire che non avremmo più autonomia e indipendenza. Ciò vorrebbe dire che il Ministro della difesa è Ministro della guerra, chè è addirittura un finto Ministro della guerra, perché il vero Ministro della guerra è, in realtà, quello degli Stati Uniti d’America."
Paolo Volponi

 *Paolo Volponi, 20.2.1991 (Discorso pronunciato in Senato contro i provvedimenti urgenti a sostegno della prima guerra del Golfo), in Discorsi Parlamentari 1984-1992

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09 aprile 2022

Scoppiò la guerra e

 "In guerra, ogni parte in campo deve vendere alla opinione pubblica la legittimazione della propria partecipazione. Gli Stati, gli eserciti regolari, tendono a ottenere questo risultato attraverso il carattere istituzionale che li identifica (oltre che con la propaganda, ovviamente). Dall'altra parte, le forze irregolari debbono raggiungere altrove questo obiettivo; l'evoluzione tecnologica della comunicazione gli offre un terreno molto efficace."
Mimmo Càndito

*M. Càndto, Il consumo della guerra, "La Stampa", 18.7.2014 (Blog Il Villaggio quasi globale).

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07 aprile 2022

Scoppiò la guerra e


Leggiamo le pagine del libro di Anna Politkovskaja La Russia di Putin (Adelphi editore) dedicate proprio all'addestramento dei giovanissimi soldati russi, ragazzini con facce da ragazzini, che da un giorno all'altro si ritrovano declassati alla condizione che nulla ha a che fare con l'umano, trasformati in schiavi sottoposti a sevizie di ogni tipo (che superano ogni idea di bullismo o nonnismo), inenarrabili, ragazzi che in gran massa dopo pochi giorni tentano il suicidio, che disertano finendo poi di fronte alla corte marziale, soldati che spariscono nel nulla, cercati soltanto dal testardo coraggio delle madri che vogliono sapere, che pretendono una risposta, che pretendono almeno il corpo ... e magari dopo mesi e mesi di domande, di porte a cui hanno bussato inutilmente, ricevono solo un cranio, appoggiato su un tavolo, null'altro che il cranio di tuo figlio, che avevi cercato in ogni modo di convincerlo a non andare militare perché tra le madri, tra i genitori troppe voci circolavano su quel che accadeva (o accade) nelle caserme di addestramento disperse nel vastissimo territorio della Russia, lontane da quel che non chiamiamo luoghi di civiltà. Certo, scriveva la Politkovskaja all'epoca delle guerre di Cecenia, non tutti i soldati, non tutti i sottoufficiali sparivano, c'erano quelli che riuscivano a superare le umiliazioni dei primi mesi, quelli che trovavano il modo venire a patti con i superiori torturatori, cedendo tutta la loro residua dignità. ... E tra questi, forgiati dalla ferocia, dovremmo cercare i giovani che in queste settimane hanno percorso le strade di Butcha e di altre località dell'Ucraina con la stessa ferocia che avevano incamerato in corpo e hanno torturato, stuprato madri e figlie, violentato ragazzini, ucciso a raffica cercando nel bersaglio chi camminava per strada, chi era nascosto da giorni nelle case e negli scantinati, così simili a quelle nelle quali avevano vissuto fino al giorno in cui a 18 anni erano convintamente partiti per il servizio militare. Per questo, per non limitarci alle immagini che dal 24 febbraio invadono giorno e notte talk e tg, dovremmo cercare nei resoconti di Anna Politkovskaja sul "nostro Medioevo" una qualche risposta al "Perché?" Perchè tutta questa ferocia? perchè quei soldati poco più che ragazzi hanno varcato la soglia del disumano scatenando questa sequela di atrocità, "macchine da guerra", soldati forse incapaci di capire le ragioni stesse di questo conflitto con i fratelli ucraini, ma "macchine" con l'on/off della brutalità, che non li giustificherà mai per tutti i giorni che vivranno per questi giorni, mesi (o anni) in cui saranno stati protagonisti e artefici di azioni bestiali.
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15 marzo 2022

L'inferno terribile di Sebastopoli 1855


"[...] Vedrete spettacoli tremendi, che lacerano l’anima; vedrete la guerra, non nel suo ordinamento regolare, bello, brillante, con la musica e il rullo dei tamburi, con le bandiere spiegate e i generali caracollanti, ma vedrete la guerra nel suo vero aspetto, – nel sangue, nelle sofferenze, nella morte... [...] Procedendo innanzi per la via e scendendo per un lieve pendio, notate che intorno a voi non ci sono più case, ma strani mucchi di rovine, di pietre, di tavole, di travi, di terra; davanti a voi, sull’altura scoscesa, vedete uno spazio nero, fangoso, solcato da fossi [...].

E sempre con la stessa premura dalle varie parti del mondo folle di uomini di diverse nazionalità e ancor più diversi desideri si fissano su questo luogo fatale. Ma la questione che i diplomatici non hanno risolta non si risolve ancora con la polvere e col sangue. (Cap. I)
[...]
Dov’è l’espressione del male che bisogna fuggire? Dove l’espressione del bene che bisogna imitare in questa novella? Qual’è l’assassino, qual’è l’eroe? Tutti son buoni e tutti cattivi".(cap. XVI)
Lev Tolstoj, "I racconti di Sebastopoli" (prima edizione 1855).

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Nei libri di storia è ricordata come la Guerra di Crimea (1853-1856), uno dei tanti conflitti che nella seconda metà del xix secolo segnò la determinazione della Russia zarista di espandersi verso il Mar Nero e oltre. La guerra impegnò Francia ed Inghilterra rimbalzando sulle pagine di tutta la stampa europea; lo stesso Camillo Cavour decise di inviare un piccolo contingente del Regno di Piemonte e Sardegna per inserire la questione italiana nelle future trattative di pace. Inoltre, proprio in quel teatro di guerra per la prima volta entrò in scena l'uso giornalistico della fotografia per iniziativa del quotidiano Times di Londra. Ma quel che colpisce nel racconto di Lev Tolstoj è la precisione con cui riuscì a documentare in ogni pagina, riga dopo riga, tutta la violenza della guerra, allora come oggi. Per questo in giorni mediaticamente così convulsi, questi racconti meriterebbero la nostra attenzione, tanto più che l'edizione integrale è disponibile in formato pdf nella piattaforma LiberLiber.
mmilan

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28 settembre 2021

In libreria

Lilli Gruber
La guerra dentro. Martha Gellhorn e il dovere della verità
Rizzoli, Milano, 2021, pp. 288.

Descrizione
"A Martha Gellhorn", recita la dedica della prima edizione di Per chi suona la campana, il capolavoro di Ernest Hemingway. Tutto qui, un nome e un cognome: quelli della più grande corrispondente di guerra del Novecento. La donna che con Hemingway ha mosso i primi passi da giornalista sul campo, nel 1937, a Madrid sotto le bombe. Che presto è diventata più brava di lui nel mestiere di raccontare i fatti. Che lo ha amato, sposato, lasciato, in un’appassionata storia d’amore tinta di rivalità. E che per tutta la vita ha avuto una sola missione: «Andare a vedere». I reportage rigorosi e avvincenti di Gellhorn coprono i fronti più caldi del secolo breve: è stata sul confine della Finlandia durante l’invasione russa (trovando il tempo per una cena con Montanelli) e accanto alle truppe alleate a Montecassino; è stata la prima reporter donna a sbarcare sulle spiagge della Normandia e poi a entrare a Dachau liberata dagli americani. È andata in Vietnam, decisa a smascherare le menzogne della propaganda ufficiale Usa. Una carriera attraversata dalla gloria e dalla tragedia, segnata dalla solitudine delle donne indipendenti e controcorrente. Oggi le guerre sono cambiate, l’ingiustizia ha preso altre forme, ma nessuno dei problemi contro cui Martha ha passato la vita a battersi è stato risolto. Sono sempre i più poveri, a cui lei ha saputo dar voce, a pagare i conflitti militari ed economici. Sono ancora le donne, come è successo a lei, a dover faticare di più per farsi strada, in guerra come in pace. In queste pagine, che illuminano gli anni più folgoranti di Gellhorn, la sua voce si intreccia con quella di Lilli Gruber, che interpella anche altri grandi corrispondenti. Raccontando, di battaglia in battaglia, la bellezza e la responsabilità del giornalismo in un tempo che ha più che mai bisogno di verità.

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01 settembre 2021

In libreria

 Stefania Maurizi 
Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks
Prefazione di Ken Loach
Chiarelettere, Milano, 2021. pp. 388.

Descrizione
Nella cella di una delle più famigerate prigioni di massima sicurezza del Regno Unito, un uomo lotta contro alcune delle più potenti istituzioni della Terra che da oltre un decennio lo vogliono distruggere. Non è un criminale, è un giornalista. Si chiama Julian Assange e ha fondato WikiLeaks, un'organizzazione che ha profondamente cambiato il modo di fare informazione nel XXI secolo, sfruttando le risorse della rete e violando in maniera sistematica il segreto di Stato quando questo viene usato non per proteggere la sicurezza e l'incolumità dei cittadini ma per nascondere crimini e garantire l'impunità ai potenti. Non poteva farla franca, doveva essere punito e soprattutto andava fermato. Infatti da oltre dieci anni vive prigioniero, prima ai domiciliari, poi nella stanza di un'ambasciata, infine in galera. È possibile che a un certo punto venga liberato, oppure rimarrà in prigione in attesa di una sentenza di estradizione negli Stati Uniti e poi finirà sepolto per sempre in un carcere americano. Con lui rischiano tutti i giornalisti della sua organizzazione. L'obiettivo è distruggerli e farlo in modo plateale. Stefania Maurizi è l'unica giornalista che ha lavorato fin dall'inizio, per il suo giornale, su tutti i documenti segreti di WikiLeaks, a stretto contatto con Julian Assange, incontrandolo molte volte. Ha contribuito in maniera decisiva alla ricerca della verità, citando in giudizio quattro governi - gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Svezia e l'Australia - per accedere ai documenti del caso. Gli abusi e le irregolarità emersi da questo lavoro d'inchiesta sono entrati nella battaglia legale tuttora in corso per la liberazione del fondatore di WikiLeaks. In queste pagine ripercorre tutta la vicenda, con documenti inediti. 


15 giugno 2021

In libreria

 Pier Paolo Cervone
La grande guerra dai nostri inviati
Giornali e giornalisti nel 1915-1918
Prefazione di Domenico Quirico
Mursia, Milano, 2021, pp.242.
Descrizione
 Nell’estate del 1914 i venti di guerra soffiano impetuosi in Europa. All’esplosione del Primo conflitto mondiale non si mobilitano solo gli eserciti, ma anche le redazioni dei giornali. E già dalla crisi dell’estate 1914, subito dopo l’attentato di Sarajevo. Il nemico numero uno dei quotidiani, in Italia come negli altri Paesi belligeranti, è la censura. Rigorosa, micidiale, arcigna. Senza sconti e senza agevolazioni. Eppure partono gli inviati speciali che hanno il compito di raccontare quello che succede sul Carso, sull’Isonzo e sul fronte di ghiaccio che dallo Stelvio e dall’Ortles scende verso l’Adamello, le Dolomiti, il Pasubio e l’Asiago. I reporter non possono raccontare tutto. Non possono descrivere in dettaglio la tragedia della guerra nel fango delle trincee e a tremila metri di altezza. Non possono: il morale dei soldati e del Paese deve rimanere alto, sempre e comunque.

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02 marzo 2021

Ezio Bartalini, combattente per la pace


Il libro di Isa Bartalini prende slancio proprio da Genova dove il padre dell'autrice, Ezio Bartalini,  fondò il giornale "La Pace" (1903-1915), lasciando un segno indelebile per la storia del movimento antimilitarista e pacifista in Italia.  Bartalini (1884-1962) fu un vero "combattente" della pace per tutta la vita, quasi interamente trascorsa in esilio attraverso l'Europa intera fino a Istanbul, mantenendo sempre un solido contatto epistolare con amici e familiari, che costituisce l'ossatura del libro della figlia Isa. Nel dopoguerra rientrò finalmente in Italia, determinato a prendere la parola contro il pericolo della guerra atomica attraverso un nuovo foglio che ancora una volta si titolò "La Pace" (1950-1962). 
Sfogliando molte pagine del libro autobiografico di Isa Bartalini si ritrova la Genova viva dei primi anni del secolo xx, caratterizzata dalla vivace contrapposizione tra le numerose testate diffuse in città e la presenza di figure che meriterebbero di essere meglio ricordate, poco note come quella Fanny dal Ry (1877-1961), firma di tutto rilievo de "La Pace" e di altre testte di impronta socialista, impegnata anche nello studio delle problematiche scoiali della scuola.

Isa Bartalini 
I fatti veri. Vicende di una famiglia toscana,  
Edizioni scientifiche Italiane, Napoli, 1997, pp. 422.
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03 dicembre 2020

In libreria

 Mario Isnenghi 
Vite vissute e noI luoghi della mia memoria
Il Mulino, Bologna, 2020, pp. 328.
Descrizione
Storico fra i più illustri e conosciuti, intellettuale impegnato fin dagli anni universitari, Mario Isnenghi ripercorre in questo originale saggio autobiografico le tappe che hanno segnato la sua formazione umana, scientifica e politica: dalle origini familiari alle esperienze di scuola e università, all’apprendistato politico che attraversa il mondo cattolico e socialista nelle associazioni studentesche, nel sindacato, nell’insegnamento. E poi la lunga attività di ricerca che lo ha portato a riflettere, partendo dalla Grande Guerra, sulla storia della cultura italiana, la funzione degli intellettuali, le fragilità e le contraddizioni della costruzione statale. Tra confessione privata e memoria pubblica, Isnenghi consegna al lettore una testimonianza di rilievo sulla vicenda culturale e politica dell’ultimo mezzo secolo.
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Link all'Indice del libro

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25 aprile 2020

La Liberazione plurale


"Il male stava nel passato, nei fascisti e nei nazisti che si ostinavano a perpetuarlo; il bene stava nel futuro che tutti insieme, per una volta compiutamente italiani, si voleva costruire."  Giovanni De Luna, La Resistenza perfetta, Feltrinelli, Milano, 2015, p. 13.

La Resistenza è stata plurale ed intergenerazionale, gli antifascisti del ventennio accanto a coloro che aderivano ai partiti che si erano ricostituiti a partire dal marzo 1943, comunisti e cattolici, socialisti e azionisti, monarchici e repubblicani, tutti uniti dallo stesso obiettivo, sindacalisti, operai e imprenditori, credenti di ogni religione e atei, militari e civili, uomini e donne, adolescenti di ogni classe sociale, persone tradite da un regime al quale avevano consegnato consenso e catapultate in una guerra atroce. Persone che nei giorni della Liberazione confluirono nelle piazze di ogni città per lo stesso motivo, a festeggiare insieme una 'immensa felicità', come ha ben evidenziato lo storico De Luna.


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14 gennaio 2020

La guerra era finita ma ...

In questo primo mese del nuovo decennio l'attenzione di varie reti tv si è sintonizzata sui primi mesi del secondo dopoguerra annunciando una serie di film particolarmente riflessivi, soprattutto per chi non sa in quale inferno sia stata scaraventata l'Europa negli anni dei nazifascismo. Ieri - e nelle prossime puntate - Rai1 con La guerra è finita racconta lo strazio dei bambini e adolescenti ebrei scampati allo sterminio e in quelle storie si può riconoscere anche la vicenda personale di Liliana Segre. Lunedì 6 gennaio su Cielo è andato in onda il film danese di Martin Zandvliet Land of Mine, che ha raccontato la storia vera di "ragazzi" - perché erano poco più che ragazzini - dell'esercito tedesco ormai sconfitto obbligati dai danesi a liberare le coste della Danimarca dai milioni di mine che i tedeschi stessi avevano interrato in vista di uno sbarco alleato. Una storia dolorosissima di vincitori e vinti, che ben evidenziava lo sconquasso umano della guerra. E difficile non mettere in connessione quelle storie con il film immenso di Renzo Rossellini Germania anno zero del 1948, proprio nel periodo in cui quegli stessi vincitori e vinti riuscivano ad avviare il progetto dell'Europa comunitaria (oggi quasi vilipeso).
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04 gennaio 2020

Genova in libreria

 Giovanni Battista Varnier
 "Dio e Patria. I cattolici genovesi nella Grande Guerra"
Stefano Termanini Editore, Genova, 2019, pp.104.
Descrizione
La pubblicazione presenta, in forma agile ma documentata, le posizioni assunte dal mondo cattolico genovese di fronte al primo conflitto mondiale. Sono pagine di storia che non devono essere trascurate per non dimenticare il sacrificio e la lealtà alle istituzioni dei cattolici, ma anche per riflettere sulle tragedie della guerra.

*Indice 
Premessa
Prima Parte Il contesto generale
Seconda Parte Momenti
Terza parte Figure rappresentative
Quarta Parte Documenti
Postfazione Il patrimonio di storia sociale e religiosa delle Società operaie cattoliche

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18 novembre 2019

In libreria

Stig Dagerman
Autunno tedesco
Iperborea, Milano, 2018, pp. 160.
Descrizione
Nel 1946 furono molti i cronisti che accorsero in Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto, ma dal coro di voci si distinse quella di uno scrittore svedese di ventitré anni, intellettuale anarchico e narratore dotato di una sensibilità fuori dal comune, inviato dall’Expressen per realizzare una serie di reportage poi raccolti in un libro che è considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario. Mentre le testate di tutto il mondo offrono il ritratto preconfezionato di un Paese distrutto, che paga a caro prezzo gli orrori che ha seminato e dal quale si esige un’abiura convinta, Dagerman, libero da ogni pregiudizio ideologico e rifiutando ogni generalizzazione o astrazione dai fatti concreti e tangibili, si muove fra le macerie di Amburgo, Berlino, Colonia, su treni stipati di senzatetto e in cantine allagate dove ora vivono masse di affamati e disperati, cercando di capire nel profondo la sofferenza dei vinti. Ne emerge un quadro molto più complesso di quello che è comodo figurarsi. Mentre ci si accanisce a cercare nostalgici nazisti, Dagerman si chiede come può un padre che vede morire il figlio di stenti dichiarare che ora sta meglio di prima; mentre le potenze occupanti pensano a punire e ad allestire processi, Dagerman descrive la «messinscena» di una denazificazione di facciata e la morte spirituale di un Paese che è troppo impegnato a lottare ogni giorno con la morte per riflettere sui propri errori, perché «la fame è una pessima maestra» per educare i colpevoli. Con il suo acume analitico e la sua empatia capillare, Dagerman scava nelle contraddizioni della Germania postbellica offrendoci un manifesto di accusa contro tutte le guerre, e una riflessione amaramente attuale sul potere, la giustizia e lo Stato.

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17 ottobre 2019

In libreria

Phillip Knightley, 
La guerra e le fake news. Quando la prima vittima è la verità
Ghibli, Milano, 2019, pp. 528.
Descrizione
Quando scoppia la guerra, la prima vittima è la verità”, ha detto il senatore americano Hiram Johnson nel 1917. Nella sua avvincente, ormai classica, storia del giornalismo di guerra, Phillip Knightley mostra quanto avesse ragione Johnson. Da William Howard Russell, che descrisse le terribili condizioni della guerra di Crimea sulle pagine del “Times”, alle file di giornalisti, fotografi e cameraman che catturarono la realtà della guerra in Vietnam, La guerra e le fake news racconta una storia spietata, fatta di eroismo e coraggio, ma anche di collusione, censura e insabbiamento. Questo libro rimane una lettura obbligata per chiunque si interroghi sulla libertà di stampa, sulla responsabilità giornalistica e sulla natura della guerra moderna.

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09 settembre 2019

in libreria

Amedeo Ricucci
Cronache dal fronte. Parole e immagini
Prefazione di Ennio Remondino
Castelvecchi, Roma, 2019, pp. 144.
Descrizione
In genere i libri degli inviati di guerra sono epici e trasudano coraggio. Questo no. Qui si raccontano solo storie, ma con onestà e nel rispetto dei fatti, in modo da avvicinarsi il più possibile alla verità del momento, l’unica a cui un cronista che consuma la suola delle sue scarpe può avere accesso. Queste storie sono raccontate sia con parole sia per immagini: due linguaggi diversi, da mettere a confronto, per poterne evidenziare in controluce i rispettivi punti di forza e di debolezza. L'autore Amedeo Ricucci, giornalista Rai, inviato speciale del Tg1 ha raccontato i principali conflitti e le crisi internazionali degli ultimi venticinque anni, 
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02 febbraio 2019

Le verità non dette



Il male inutile di Marco Lupis, edito da Rubettino nel 2018, è un libro coinvolgente caratterizzato dalla costante ricerca della verità e dalla necessità di testimoniare per non dimenticare.
L’autore, un reporter di guerra che ha collaborato con testate del calibro di Panorama, La Repubblica, L’Espresso e Il Tempo, conduce il lettore sul campo mettendolo a contatto con una realtà che, forse, per un meccanismo di autodifesa, troppo spesso non riceve la giusta considerazione.
Attraverso i suoi reportage Lupis racconta le vicende che si sono verificate tra gli anni novanta e gli anni duemila in territori che vanno «dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali». In ogni testimonianza emerge l’importanza del ruolo svolto dall’inviato di guerra, il cui compito consiste nel far luce su quelle che sono le verità non dette durante lo svolgimento di un conflitto, raccontando i retroscena di queste vicende e le scelte che i governi e gli eserciti dicono di fare in nome dei cittadini ma che poi, frequentemente, cercano di nascondere.
L’obiettivo è quello di riportare l’attenzione collettiva sulle molteplici guerre che vengono facilmente dimenticate, sui crimini rimasti impuniti, sulle atrocità che l’essere umano è in grado di compiere, su coloro che hanno dedicato e che dedicano la loro vita a degli ideali cercando di
combattere le ingiustizie, sull’importanza del ruolo svolto dal giornalista-testimone ma soprattutto sul dolore e sulla sofferenza di tutte le vittime innocenti.
Tra le esperienze che vengono narrate nel testo quella che suscita un forte impatto emotivo è la testimonianza dei massacri che hanno avuto luogo a Timor Est. Dopo il 1975 quando l’Indonesia decise di annettere con la forza questo territorio, un’ex colonia portoghese, seguirono molti anni di guerra civile che portarono alla morte di gran parte della popolazione. Un vero e proprio genocidio del quale è possibile avere memoria grazie al lavoro svolto dai giornalisti che hanno deciso di sfidare la «sottile linea rossa», che separa la vita dalla morte, in nome della conoscenza.
Un libro utile di fronte all’inutilità del male, un libro per capire, un libro per non dimenticare «perché ciò che viene scritto non può essere cancellato. Scrivere una storia di abusi, raccontare di qualcuno che è stato terrorizzato, picchiato o ucciso, può davvero servire per ottenere giustizia, per trovare e punire i responsabili, anche se […] in tempo di guerra il percorso della giustizia può diventare lunghissimo. E più ancora dopo».
Elena Sofia Guareschi

 Marco Lupis
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali le testimonianze di un reporter di guerra,  Rubettino, Soveria Mannelli, 2018, pp. 248.


18 dicembre 2018

La presenza utile


Mi ha coinvolto. Del resto non può non farlo. Il libro si presenta come un breve riassunto delle esperienze dell'autore come reporter in zone di guerra. Non è scandito da un preciso ordine cronologico, anzi sembra che le varie corrispondenze vengano riportate in base a quel che veniva in mente a Lupis mentre scriveva, almeno così sembra.
Il libro vuole restituire l'idea di ciò che ha vissuto il reporter negli anni seguendo diversi conflitti, eppure non si presenta come un'autobiografia, al contrario, si presenta come una raccolta di diverse corrispondenze scritte in modo più o meno personale in base al coinvolgimento emozionale di Lupis.
Il titolo richiama lo scopo del libro: sostenere la tesi che tutta la violenza dei conflitti sia inutile. Almeno questo è quello che ho pensato leggendo la prima corrispondenza, quella più forte, da Timor Est. Eppure questo scopo dichiarato già nel titolo, andando avanti nella lettura sembra quasi perdersi, venir meno, per poi delinearsi come maggiore consapevolezza nel finale. Ma proseguiamo con ordine.
Lo stile
La prima cosa che salta subito all'occhio è la chiarezza dei testi: le frasi sono scorrevoli, il linguaggio è semplice ma appropriato e l'obbiettività del reporter si alterna fluidamente al suo pensiero critico e personale. Quest'ultima differenza è spesso resa saltando una riga.
Altro dettaglio da notare è come l'autore cambi registro in base al conflitto, ad esempio quando parla del golpe nelle Figi "Golpisti nel Pacifico", l'autore utilizza uno stile più veloce e impersonale come se volesse rendere quei giorni di tensione sotto la forma di un elenco, facendoli risultare piuttosto grotteschi. Uno stile simile – anche se decisamente più ironico – è adottato ne "Guida alle vacanze a rischio".
Al contrario in altri capitoli l'autore fornisce molti più dettagli di natura geopolitica per restituire un quadro più completo al lettore, in particolare in tutti i conflitti legati al terrorismo del sud-est Pacifico, Lupis si sofferma spesso su alcuni punti di collegamento in modo da permetterci di arrivare a unire differenti conflitti in un unico disegno.
Possiamo ritrovare anche un'altra differenza di stile: le interviste. Lupis durante i suoi viaggi ha avuto la fortuna – e il peso – di incontrare anche personaggi che credo gli stessero a cuore, è il caso del subcomandante Marcos, dell'attivista Mireya Garcia e della militante Ingrid Betancourt. In questi resoconti delle interviste fatte, più o meno ufficiali, il giornalista fa trasparire spesso un sentimento di stupore o ineguatezza – entrambi intesi nel senso più positivo possibile – nei confronti di quelle figure così importanti. L'autore permette alle sue emozioni di trasparire, non è un caso che tutte e tre i resoconti si chiudano con una frase forte dell'intervistato. Lupis mostra di essere affascinato da questi personaggi e di rispettarli molto.
Lo scopo
Come già accennato, lo scopo del libro è mostrare quanto le guerra sia dannosa per tutti quelli che ne sono attori o spettatori (come appunto, i reporter).
Il libro si apre con un capitolo molto impegnativo emotivamente sia per l'autore che per lo scrittore ma progressivamente perde intensità altalenando momenti drammatici a situazioni più leggere e positive. Questo non solo per rendere più scorrevole la fruizione dell'opera, ma anche per trasmettere un senso di ineluttabilità che ha accompagnato Lupis nei suoi viaggi per il mondo. Il male inutile non si può evitare in modo semplice.
L'enfasi su questo aspetto la pone lo stesso Lupis nei capitoli finali del libro: La convivenza con i ricordi inaccettabili, con lo stress protratto per mesi e anni, con il senso di pericolo e – mi fecero notare alcuni – con l’ansia e la frustrazione derivante dal senso di impotenza generato dalla consapevolezza – anche soltanto inconscia – di non poter far nulla per cambiare le cose terribili viste e testimoniate (Lupis, p.450). Un altro aspetto che serve a porre enfasi sull'ineluttabilità dei conflitti riportati, sono le conversazioni che Lupis ha con le sue varie redazioni: "rientrai su ordine della redazione" compare più volte nel testo declinata in varie forme.
Il finale è la raison d'être del libro. Nell'ultimo capitolo Lupis inizia a scrivere il libro e riesce a trovare una pace nei suoi ricordi, comprende il «perché» dei suoi viaggi, capisce che ha fatto il reporter per aiutare gli ultimi, quelli che fanno le spese dei conflitti di cui troppo spesso se ne parla in modo sterile. Il male inutile appare come un manifesto dell'utilità del giornalismo di guerra. Marco Lupis ci lascia con questa frase: Era grazie a loro e a quelli come loro, che il mondo poteva ancora essere, malgrado tutto, «quel posto bello, accogliente e dignitoso che avevo creduto». Io verrei chiudere con quello che diceva il subcomandante Marcos, che mi pare possa adattarsi bene al ruolo del reporter di guerra: La nostra è una lotta per la sopravvivenza e per una pace degna. La nostra è una lotta giusta (Lupis, p.232).
Amos Granata


M. Lupis 
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas 
a Bali le testimonianze di un reporter di guerra, 
Rubettino, Soveria Mannelli, 2018.

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26 aprile 2018

In libreria


Marco Lupis
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali 

le testimonianze di un reporter di guerra. 
Rubettino, 2018, 248 pp.
Descrizione
Il Male Inutile raccoglie le testimonianze di guerra di un reporter "di lungo corso", inviato speciale e corrispondente in molte aree difficili del Pianeta. Tragedie che troppo spesso, nel frenetico flusso mediatico dell'informazione, vengono rapidamente e colpevolmente archiviate, anche se si collocano dietro l'angolo dell'attualità e della Storia. Guerre e massacri dimenticati trovano in questo libro una nuova attualità, nello sguardo lucido ma anche compassionevole e partecipe del giornalista-testimone, che pagherà anche un prezzo personale inevitabile ai drammi che deve raccontare.

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11 aprile 2018

In libreria

Luigi Barzini
Nell'Estremo Oriente
Luni Editrice, Milano, 2018, 352 pp.

Descrizione
Questo libro raccoglie le corrispondenze inviate da Luigi Barzini dalle zone di guerra e pubblicate sul Corriere della Sera tra il luglio 1900 e il marzo 1901, articoli nei quali, con una prosa piacevolissima e molto efficace e con perspicace spirito d’osservazione, descrive giorno per giorno l’evolversi degli eventi. Barzini è a Hong Kong alla fine di luglio del 1900. Ha 26 anni ed è al suo primo incarico impegnativo. L’avvicinamento a Pechino, teatro dei tragici fatti della Rivolta dei Boxer, è molto lento e difficoltoso per le precarie condizioni di tutta la zona. Ovunque morti e macerie. Villaggi distrutti, cadaveri ovunque, campi devastati. Scrive Barzini: «Tutto l’immenso piano non è che un cimitero. In questa caratteristica sta la fisionomia cinese. La Cina è il cimitero di una civiltà che è morta da mille anni …». Animato da un giovanile spirito patriottico e aggregato al contingente italiano, Barzini arriva a Pechino poco dopo la liberazione dall’assedio del quartiere delle Legazioni. Con fine capacità giornalistica riesce a ricostruire nei dettagli gli avvenimenti delle giornate cruciali dell’assedio delle Legazioni. A Pechino si rende conto della vera realtà dei fatti: denuncia apertamente sul Corriere della Sera l’infondatezza dell’intervento occidentale in Cina e l’inutilità di tante carneficine scrivendo «I barbari siamo noi. Perdo la netta percezione dei che cosa sia vera civiltà; tutto quanto credevo prima, crolla e si dilegua…». A conferma dei suoi dubbi, si dilunga a descrivere la vita quotidiana degli abitanti di Pechino subito dopo la fine dei disordini, evidenziandone l’operosità, la cortesia, la bellezza delle produzioni artistiche e artigianali. Ne descrive feste, riti funebri e cerimonie sottolineandone la dignitosa solennità e l’elegante accuratezza con uno sguardo nuovo e molto moderno su una civiltà “altra”, ma non per questo meno raffinata, antica e degna di tutto il nostro rispetto.
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