Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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10 dicembre 2018

In libreria

 Bruno Soro 
Capire i fatti. Saggi divulgativi di politica economica e società
Epoké, Novi Ligure, 2018, pp. 272.

Descrizione
Il titolo scelto dall’autore per questa raccolta di saggi lascia intendere che discutere seriamente di economia non è questione banale, in quanto la comprensione dei fatti economico-sociali è cosa diversa dalla loro percezione, tanto più al giorno d’oggi in cui l’informazione viene acquisita in larga parte da fonti incontrollabili come i social media. La percezione, spesso mediata da informazioni imprecise, se non scorrette, ci mette di fronte ai fatti, mentre la spiegazione li ordina in rapporti tra cause ed effetti e ci dà indicazioni su come prevenire effetti avversi intervenendo sulle cause. Ma in economia le cose non sono sempre così semplici. Chiare, brillanti e mai noiose, queste pagine spiegano in modo accattivante perché un sistema economico sia molto più che complicato.

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06 aprile 2016

In libreria

Bruno Soro
Fatti non foste. Divagazioni di economia, politica e società
De Ferrari editore, Genova, 2016, 340 pp.

Descrizione
Il volume raccoglie una selezione degli articoli divulgativi scritti dall’autore tra il 2010 e il 2015, articoli che traggono spunto da notizie pubblicate sui principali quotidiani, dalla lettura di libri e riviste di divulgazione scientifica, nonché da argomenti di attualità che hanno fornito altrettante occasioni per divagazioni di economia, politica e società. Temi come la fragilità della moneta unica, il debito pubblico, l’immigrazione, la crisi dell’economia italiana e il ruolo delle riforme, l’occupazione e la disoccupazione, il capitale umano e il capitale sociale, l’ambiguitÀ dei metodi di misurazione della produttività del lavoro, dell’austerità e dell’addio alle fabbriche, della scomparsa del ceto medio, del degrado morale e della crescente disuguaglianza creata dalla finanziarizzazione dell’economia a scapito dell’economia reale, vengono affrontati con un linguaggio comprensibile anche a coloro che non posseggono una specifica preparazione nel campo dell’economia.

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31 maggio 2014

Scaffale amico







Nel 2009 Giorgio Silvestri aveva pubblicato il volume  I media della diaspora italiana. Dal bollettino al blog (Marenostrum, 2009), per il suo secondo libro ha scelto la forma del romanzo per continuare ad indagare nella  storia lenta dell'Italia migrante.  Protagonista è una famiglia italo-spagnola il cui capostipite, Giovanni Battista Picasso, nel 1872 partì dal porto di Genova  per raggiungere la Spagna in cerca di fortuna. Nel tempo i Picasso si affermarono diventando  esponenti di rilievo della comunità italiana in Spagna, partecipando anche alla fondazione della Camera di Commercio Italiana per la Spagna, nel 1914. Per questo il libro Cento esce in collaborazione con la stessa Istituzione  a ricordo del primo centenario, in edizione bilingue. Giorgio Silvestri, nato a Recco (Genova) nel 1984  si è laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova nel 2008 e ha conseguito il Master in Giornalismo organizzato da El Mundo-Unidad Editorial, S.A. e Universidad CEU San Pablo nel 2009. Dopo la laurea si è stabilito a Madrid dove ha svolto tirocini presso l'Ambasciata d'Italia in Spagna e la Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna. 
Per saperne di più vedi la newsletter sul sito di  Co.mit.es 
  

Link al Blog di Giorgio Silvestri Dal Bollettino al Blog

23 maggio 2014

Raccontare la crisi



Crisi economica, spread, mutui subprime, crisi del debito sovrano. Questi sono solo alcuni dei termini più comuni che, negli ultimi anni, sono diventati giocoforza parte della nostra vita quotidiana. In particolare da quando le pagine dei giornali, i servizi dei Tg e i siti di informazione si sono riempiti di queste parole, nel tentativo di spiegare, raccontare ed interpretare questo periodo così particolare della storia del nostro paese e non solo. E come fare, allora, a districarsi in questi discorsi a noi così poco familiari? Come possiamo interpretare tutto il materiale che ci viene messo a disposizione? Ma, ancor prima, come possiamo essere certi dell’affidabilità di tutto ciò che leggiamo e ascoltiamo?
Antonio Preziosi, direttore dal 2009 al 2014 di Radio Uno e Giornale radio Rai, parte proprio da qui, cercando di fornire i mezzi, definiti da lui “cassetta degli attrezzi”, agli stessi giornalisti per fornire un’informazione per quanto possibile obiettiva, ma soprattutto etica e rigorosa.
L’analisi si sviluppa agilmente lungo le 143 pagine del libro, arenandosi solo raramente in complicati tentativi di districarsi nei processi economici che regolano il nostro paese e, più in generale, l’Europa. Preziosi non cade nella trappola dell’autocompiacimento, evitando di trasformare la sua opera in una continua lode al lavoro svolto da Radio Uno nel “raccontare la crisi”. Evita altresì di accanirsi su ciò di quanto accaduto finora che non lo convince, limitandosi a utilizzare alcuni esempi negativi legati al mondo del giornalismo, per fornire gli strumenti di analisi citati in precedenza. Il libro, pur necessitando di una certa dimestichezza da parte del lettore negli argomenti trattati, è accessibile e facilmente digeribile anche ai meno “ferrati”. Non attacca, nondifende e non sostiene singoli argomenti, preferendo analizzarli uno ad uno e cercando di volta in volta di trovare il giusto compromesso tra “ciò che è” e “ciò che dovrebbe essere”. Si libera, ad esempio, del mito del giornalista obiettivo, conscio che, per quanto rigoroso esso sia, ogni articolo ha alle sue spalle una mente pensante, consapevole e piena di opinioni personali. Non per questo, però, il giornalista deve ritenersi esentato dal fornire ai propri lettori una versione credibile ed eticamente veritiera dei fatti, evitando di dar voce a opinioni personali o “voci” non verificate che minerebbero l’utilità della notizia.
I temi dell’analisi sono molteplici. Preziosi comincia facendo una rapida panoramica del mondo dell’informazione al giorno d’oggi, dando il giusto peso al web, di cui la stessa Radio Uno è stata pioniera, ma senza svalutare i classici mezzi di comunicazione di cui ovviamente la radio si fa capofila. Spaziando dai temi della crisi e di come andrebbe raccontata e interpretata, passando per l’importanza dell’Euro e, più in generale, della Comunità Europea, fino ad arrivare al ruolo fondamentale che la comunicazione svolge nei processi economici, Preziosi affonda con calma colpo su colpo, senza lasciarsi forzare la mano in critiche facili ma inutili e proseguendo la sua battaglia col motto “l’informazione dev’essere conoscenza”. Il tutto si risolve in un libro per certi versi illuminante, capace di raccontare e, allo stesso tempo, spiegare “come raccontare”, traducendosi indirettamente in una guida tanto per gli scrittori (i giornalisti) che per i lettori.
Preziosi, arrivato alla fine del suo ruolo di direttore nel marzo del 2014, non lascia spazio a incertezze, lasciando intendere che altrettanto dovrebbe fare ogni giornalista, ogni testata ed ogni organo di stampa.
Questo libro non si limita quindi a ragionare sulla singola professione del giornalista, ma ci rende tutti più consapevoli, e di conseguenza più partecipi, dei nostri doveri in questo periodo di difficoltà in cui ognuno di noi può veramente fare la differenza. Perché no, raccontando.

 Simone Bernardo

Antonio Preziosi
Radiocronaca di una crisi
Rai Eri, Roma, 2013, 143 pp.


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26 giugno 2013

L’euro in Lettonia

La crisi economica colpisce fortemente l’Europa, molti paesi mediterranei (Grecia, l’Italia e la Spagna) fanno fatica a tentare di trovare una soluzione che li permetta di garantire una ripresa dell'attività economica. La Lettonia e il governo di Valdis Dombrovskis sono consapevoli che alcuni paesi della zona euro non stanno attraversando un buon periodo economico, tuttavia il governo lettone crede in una futura ripresa economica della zona euro e lancia un segnale di speranza al resto dei paesi che ancora sono in dubbio dell’adozione della moneta unica. Il commissario economico Olli Rehn ha dichiarato che questo piccolo stato baltico adotterà il primo di gennaio del 2014 la moneta unica europea, ciò nonostante questa decisione dovrà essere ratificata dal Parlamento Europeo nel mese di luglio. La ripercussione dell’annuncio della nuova adesione alla zona euro della Lettonia ha avuto un riscontro positivo da parte del governo italiano. Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta ha salutato positivamente il via libera della Commissione europea all’ingresso della Lettonia nell’euro e ha invitato a Dombrovskis in Italia, il direttore del Bruegel Guntram Wolff (responsabile del gruppo di riflessione che svolge le sue funzioni in ambito politico-economico internazionale) dichiarando positivamente la scelta della Lettonia di far parte dell’euro. La maggior parte dei politici tedeschi ha gradito la notizia dell’adesione della Lettonia alla zona euro, ricordando che i tedeschi hanno un forte interesse commerciale con gli stati baltici, ad esempio il direttore dell'Istituto economico mondiale di Amburgo Thomas Straubhaar è convinto che “l'euro rimane una moneta incredibilmente attraente soprattutto per le piccole economie”, il parlamentare europeo Burkard Balz membro del partito politico della Cdu (Christlich Demokratische Union Deutschlands) ha rilasciato dichiarazioni di ottimismo al giornale Frankfurter Allgemeine Zeitung “La Lettonia si è tirata fuori dalla crisi finanziaria con grande disciplina e attraverso la ricetta di dure e dolorose politiche di risparmio ora è matura per entrare nell'area dell'euro”.Ciò nonostante quale sono i motivi principali del rifiuto del popolo lettone nei confronti dell’adesione alla zona euro? 
Il motivo principale è la corruzione politica che attraversa la Lettonia; il popolo lettone non ha fiducia nelle scelte politiche dei propri governanti; bisogna ricordare che per la prima volta nella storia democratica lettone il parlamento (Saeima) fu sciolto nel 2011 dal presidente della repubblica e tramite un referendum elettorale dove più del 80% della popolazione approvò lo scioglimento del Saeima.
Valdis Zatlers era convinto di non voler sostenere l’immunità parlamentare del deputato Ainārs Šlesers, che fu approvata dal Saeima, proteggendo al magnate lettone accusato di corruzione. Inoltre le dichiarazione polemiche dell’ex presidente della repubblica Valdis Zatlers, è stato molto critica con i politici del Saeima e, usando un linguaggio diretto, ha accusato i deputati del Saeima di corruzione.
Un altro motivo della sfiducia dell’ingresso della Lettonia all’eurozona è la crisi economica che colpi questo piccolo stato baltico tra il 2008-2009 dove si polverizzò un quinto del suo PIL e dove si verificarono feroci manifestazioni popolari. Bruxelles fa i conti senza ascoltare troppo i cittadini che, in Lettonia, non devono essere poi particolarmente entusiasti dei successi ottenuti dal governo riguardo l’adozione dell’euro.
In aggiunta alle elezioni comunali tenutesi il 1 giugno, il popolo lettone è andato alle urne per rinnovare 119 comuni piccoli e grandi, il risultato è stato una doccia fredda per il partito dell'Unità del premier europeista Valdis Dombrovskis. In particolare a Riga, dove il Centro dell'armonia guidato dal sindaco uscente Nils Usakovs ha raccolto il 58% dei voti, pochi mesi dopo che i suoi deputati al parlamento avevano bloccato una serie di leggi amministrative necessarie all'adozione dell'euro. A essi va aggiunto il 18% ottenuto dall'Alleanza nazionale, un partito nazionalista critico nei confronti della moneta unica, mentre l'Unità di Dombrovskis si è dovuta accontentare del 14%.
D’altra parte, l'istituto di sondaggi Tns-Latvia ha rilevato comunque una crescita dei lettoni favorevoli all'euro negli ultimi mesi: tra marzo e aprile si è passati dal 29 al 36% e tutto fa sembrare che nel lungo periodo la moneta unica possa essere gradita dalla popolazione lettone.

Renzo Jsmael Levano Jeri  

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20 dicembre 2011

Tra arte ed economia

 

Palazzo del Melograno

Per il turista che arrivasse a Genova, indifferentemente per mare o per terra, potrebbe risultare difficile comprendere la ricchezza culturale, ed in particolare artistica, che caratterizza la nostra città: Genova è come il vecchio Arpagone, tutto chiuso in se stesso nel tentativo di nascondere i propri tesori allo sguardo estraneo. E’ difficile squarciare un velo così spesso di diffidenza ed è probabile, immagino, che per molti forestieri la ricerca si areni presto in un sommesso: “ Niente di speciale”. Noi sappiamo, o dovremmo sapere, come individui che vivono la città giorno per giorno e ne interpretano i sospiri, ne assecondano i lamenti e ne asciugano il sudore, quanta luce ci sia tra i vicoli del Centro Storico e quanto colore si nasconda dentro i portoni dei palazzi; il vociare incessante di lingue diverse eppure tutte profondamente legate in un abbraccio multietnico, rivela agli occhi, ed ancor più al cuore, la natura complessa di questa città, riflesso delle mille sfaccettature dell’animo umano.
In un tale crogiuolo di esperienze e di stratificazioni provenienti da epoche differenti, tra contraddizioni che si mescolano ed inebriano i sensi, il quadro d’insieme è articolato ma pur sempre armonioso. Passeggiando per gli stretti carruggi, in una domenica di dicembre già intrisa di Natale, non posso fare a meno di pensare alla vocazione commerciale di questa mia città, allo splendore ormai in parte perduto. E nella ricerca di regali, che anche per oggi non riuscirò a trovare, finisco in Piazza Campetto ed entro in un negozio della Upim. Non so perché, ma già un attimo prima di varcare la soglia provo una strana sensazione, quasi un senso di sospensione tra due mondi, tra due tempi che non dovrebbero incontrarsi. Abbacinato da una luce forte che sembra voler mettere a nudo ogni mio pensiero, resto un attimo immobile anche per potermi abituare allo sbalzo termico insostenibile. Respiro, resisto all’istinto di voltarmi e immergermi nuovamente nell’anonimato di mille viuzze e comincio ad ambientarmi. No, un attimo: queste colonne cosa ci fanno qui? Da quando i centri commerciali hanno adottato uno stile simile? Non c’è bisogno di un’indagine troppo accurata per conoscere i fatti: nel 2004 Upim decide di ristrutturare il negozio che occupa il Palazzo del Melograno. Il risultato è questo intreccio un po’ bizzarro ma non per questo meno interessante. Al piano terra, in fondo alla grande sala su cui dà l’ingresso, si può scorgere facilmente una Fontana con statua di Ercole che abbatte l’Idra. L’autore è Filippo Parodi, scultore italiano del periodo Barocco, nato a Genova nel 1630 e morto nel 1702 e noto soprattutto per le sue sculture in marmo. E la vista di questo Ercole, maestoso ed equilibrato allo stesso tempo, ne spiega immediatamente il motivo. L’aspetto più interessante, grottesco forse visto il posto in cui mi trovo, è che, contrariamente a quanto avvenne in pittura, Filippo Parodi fu l’unico artista genovese di quel periodo che si distinse nel campo della scultura. All’epoca, infatti, a Genova operavano soprattutto scultori lombardi. Giusto, quindi, riservargli un posto speciale. Ma non è tutto: basta salire le scale, piuttosto ampie affinchè non si dimentichi di trovarsi in un palazzo antico, e giunti al primo piano, rivolgendo lo sguardo sulla sinistra, si resta senza fiato nell’ammirare una Madonna della Misericordia di Savona che appare al beato Botta. Pare che, durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio, in un maschio murario sia stato scoperto questo capolavoro, contenuto in una nicchia completamente decorata.
Non capisco se sopraffatto dall’emozione o se in preda ad un inaspettato delirio ma, senza neanche accorgermene, mi ritrovo a selezionare alcuni capi di abbigliamento in mezzo al negozio. E, dopo un attimo, mi infilo in un camerino. Ma anche qui dentro la febbre consumistica viene inesorabilmente turbata: e così mi ritrovo, in mutande e scalzo, a fissare con sguardo ebete un soffitto affrescato come se fossi all’aperto, nel cuore della notte, sotto un cielo stellato. Qualcosa mi suggerisce che per questa domenica la mia sete e la mia fame sono state ampiamente soddisfatte ma che, sfortunatamente per l’economia del mio Paese, non spenderò neanche un soldo. Mi rivesto, il sorriso di un demente ancora ben stampato sul volto, e me ne torno a casa, forse un po’ frastornato ma altrettanto convinto di vivere in una città che, nel bene o nel male, non ha eguali.
Michele Archinà
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11 dicembre 2011

Il terzo settore nella provincia di Genova

Il peso del non profit, del cosiddetto Terzo Settore, continua a crescere in tutta Italia e rappresenta, ormai, un pilastro significativo anche dal punto di vista economico. Non a caso, lo stesso legislatore fiscale ha posto la sua attenzione sulla disciplina specifica che questo settore richiede, innanzitutto, per sopravvivere e, in secondo luogo, perdurare nel tempo.
La provincia di Genova è in linea con questo trend ed è interessante prendere visione di alcuni dati numerici messi a disposizione da CELIVO, il Centro Servizi al Volontariato. In attesa della rilevazione annuale, in arrivo come di consueto a dicembre, si può provare ad interpretare alcune delle statistiche del 2010 per cercare di orientarsi nel mondo del volontariato di Genova e provincia. Dividendo idealmente l’area di interesse in due, quella del Genovese e quella del Tigullio, si può constatare che il maggior numero di organizzazioni sia situato, come prevedibile, a Genova (610), seguita da Golfo Paradiso (22) e Scrivia (22). Per quanto riguarda l’area del Tigullio, invece, al primo posto per numero di organizzazioni non profit c’è Entella (45), che precede Golfo del Tigullio (29) e Petronio (18). In sintesi, è il Comune di Genova che vede la maggiore concentrazione di associazioni ed enti di vario tipo, per la precisione il 76% del totale, mentre la provincia racchiude il 24%. All’interno del comune, poi, si può notare una maggiore densità nei Municipi del centro est, del Medio Levante e della bassa Val Bisagno. Infine, sezionando ulteriormente la zona, si può osservare la distribuzione delle organizzazioni di volontariato nel Comune di Genova per quartiere: Pre Molo Maddalena in testa (81), seguito da Portoria (63), San Fruttuoso (40) e Foce (37).
Come sempre quando si cerca di sistematizzare lo sviluppo di un fenomeno più o meno diffuso, si arriva a risultati a volte contraddittori: pertanto, se non stupisce la preponderanza di attività di volontariato nella zona del centro storico, allo stesso tempo non è così evidente la diminuzione delle stesse muovendosi verso la periferia del Comune. E lo stesso vale se si estende il discorso alla provincia: l’area di Genova è al primo posto per numero di organizzazioni ma al terzo troviamo un’area “periferica” come la Valle Scrivia.
Certamente, laddove la concentrazione di etnie e ceti sociali differenti è maggiore, sono più evidenti fenomeni di marginalizzazione e discriminazione che determinano un rafforzamento quasi automatico del Terzo Settore. Nelle zone più interne della provincia, pensiamo alla Val Trebbia, per esempio ( ultimo posto dell’ area genovese con solo 4 organizzazioni), le differenze sociali ovviamente ci sono ma risultano, forse, meno avvertite a causa della minore densità abitativa.
Tra i dati più interessanti occorre evidenziare quelli relativi ai destinatari delle attività associative: innanzitutto bambini e/o bambine da 0 a 12 anni (198), dato che quasi fa sorridere se si pensa che Genova e tutta la Liguria, sono notoriamente “anziane”. E, non a caso, al secondo posto ci sono le organizzazioni rivolte agli anziani ( 197). Tale apparente contraddizione si spiega, naturalmente, con la migrazione e le ormai diffuse comunità di sudamericani e nordafricani, per fare gli esempi più noti, che vivono nel territorio genovese; al contempo, sono molti gli anziani soli, con una pensione misera e che spesso non possono permettersi un’assistenza. I meno considerati dalle organizzazioni non profit sono i consumatori (9), le prostitute/i (8) e gli omosessuali e/o transessuali, transgender (3). Fa riflettere, soprattutto, il dato relativo alla prostituzione che rappresenta un fenomeno ampiamente diffuso sul nostro territorio e che spesso, purtroppo, è collegato allo sfruttamento. Per quanto riguarda gli omosessuali, è molto difficile trarre delle conclusioni da un unico numero, tuttavia, se può colpire che una delle categorie più interessate da fenomeni di discriminazione e razzismo non riceva assistenza, si può anche riflettere sul fatto che determinate problematiche, laddove possibile, vengano affrontate con professionisti competenti, psicologi o psicoterapeuti.
Tra i principali settori di intervento, si può facilmente constatare che le organizzazioni di volontariato nella provincia di Genova sono rivolte, in primo luogo, al socio-assistenziale ( 35% ), seguito dal sanitario ( 24%) e dall’educativo-formativo (14%). Al quarto posto troviamo le associazioni che si dedicano al settore culturale ed alla tutela dei beni culturali ( 7%): lodevole l’attenzione della popolazione genovese al patrimonio quasi illimitato di cui disponiamo e che spesso non vediamo, d’altro canto sarebbe auspicabile che le Autorità locali riuscissero a svolgere tutte, o quasi, le attività necessarie alla conservazione del centro storico tra i più grandi e meglio conservati d’Europa.
Per quanto riguarda il riconoscimento giuridico degli enti che operano nel Terzo Settore, com’è noto, essi possono operare come associazioni riconosciute, vale a dire iscritte nei pubblici registri o come associazioni non riconosciute. In Liguria vi è una netta prevalenza delle prime, circa 649, cifra che corrisponde all’81% del totale, mentre sono 153 quelle non iscritte, ovvero il 19% dell’ intera torta.
In conclusione, tenendo conto del periodo economico tutt’altro che roseo, dello smantellamento progressivo del c.d. Welfare a tutti i livelli, l’aumento delle attività non profit è, senza dubbio, un dato positivo, testimonianza viva di un certo spirito di responsabilità dei cittadini genovesi. Al contempo, occorre evidenziare quella che è una problematica a livello nazionale, vale a dire le finte associazioni che sfruttano le numerose agevolazioni, in particolar modo fiscali, per celare attività economiche tradizionali ed esercizi d’impresa. E’ importante, ed in questo senso tanto si sta già facendo, che tutti gli enti preposti, in primo luogo l’Agenzia delle Entrate, operino e vigilino al fine di stanare i soggetti fraudolenti sia per un bisogno di legalità di cui si sente ormai l’urgenza, sia per non macchiare l’eccellente lavoro che svolgono le associazioni vere operanti sul nostro territorio.
Michele Archinà

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17 ottobre 2011

Alta velocità, Bassa felicità

Nel nostro paese si è iniziato a parlare di trasporti ad alta velocità verso la fine degli anni '80. Nel 1991 si approda al progetto TAV, super tunnel sotto le Alpi di oltre 50 chilometri per treni ad alta velocità sulla tratta Torino-Lione. Il così detto "corridoio 5" ha messo d' accordo politici di destra e sinistra, francesi e italiani, all' unanimità, gli ultimi definendo l' opera "irrinunciabile". Le autorità, dagli esordi, hanno promosso il progetto come fondamentale per lo sviluppo dei trasporti italiani, un' ancora di salvezza per non restare tagliati fuori dall' Europa. Tuttavia l' idea si è rivelata ben più che ambiziosa e di complicata realizzazione, senz' altro troppo per un paese come il nostro. A tutto questo hanno assistito per anni gli abitanti della Val di Susa, in provincia di Torino, non certo senza reagire. Il paradosso è che l' opera è stata sostenuta dal governo come metodo contro l' inquinamento, poichè si ritiene che il trasporto su rotaie inquini meno di quello stradale. Ma di certo non è il caso della Val di Susa: l' insostenibilità del progetto, anni e anni di cantieri, tonnelate di materiali da smaltire, macchinari da far funzionare, infiniti viaggi di camion sono sufficienti ad aver determinato uno spreco di risorse ed energia così notevole da avere un impatto devastante, che perdurerà negli anni, sull' ambiente. La realtà è che, per ridurre l' inquinamento, si sarebbe dovuto rinnovare e migliorare la rete ferroviaria già esistente. Secondo le stime di Fulco Pratesi, fondatore del WWF Italia:" Il tratto di ferrovia in discussione, in gran parte in galleria, dovrebbe essere completato dopo il 2030 e sarà utilizzato, a regime, da 16 treni passeggeri al giorno, pur avendo una capacità di 250 treni. Secondo gli esperti, esso non influirà sullo spostamento delle merci dalle strade sovraffollate alla ferrovia e in più avrà un costo per l’ Italia, al netto del contributo dell’ UE, tra i 9 e i 12 miliardi di euro ad essere prudenti). Questo in un Paese che ha perso, dal 1939 a oggi, 7000 chilometri di ferrovie, (la Francia ne ha perse 4.225, la Gran Bretagna 2.403) e, solo dal 1970, più di 4000 km,  portando la percentuale di merci trasportate per ferrovia tra le più basse d’Europa, con riflessi pesanti sui consumi di energia e di suolo, sugli inquinamenti e sul paesaggio."
I soldi che verranno impiegati per la Torino-Lione, secondo le ultime stime, ammontano tra i 15 e i 20 miliardi di euro, tre volte tanto il costo del Ponte di Messina, per il risparmio di circa un' ora di viaggio ne può valere la pena? L' opera oltre che costosa è completamente inutile, dal momento che già esiste la linea ferroviaria del traforo del Frejus, che collega Torino alla Francia passando dalla Valle, affiancata inoltre dal tunnel autostradale. Se i pro TAV esaltano la possibilità di nuovi posti di lavoro, la promessa viene subito smentita, come ha affermato recentemente a Firenze il Professor Ponti, ordinario di economia applicata al Politecnico di Milano: "L’ occupazione creata per ogni euro speso per l’alta velocità è bassa, si tratta di un’ opera ad alta intensità di capitale ma non di lavoro. Per creare occupazione nel sistema dei trasporti, dovremmo piuttosto pensare a fare lavori di manutenzione e sicurezza, a realizzare piccole opere. Solo così il lavoro sarà duraturo e il suo termine non coinciderà con il completamento dell’opera”. Tenendo poi conto che parte delle contestazioni degli abitanti sono connesse ai rischi legati alla presenza di uranio, amianto e radon nei tratti dove passeranno i tunnel, documentata da medici e geologi esperti, questa sarà solo l' occasione per erigere l' ennesimo "cantiere della morte", un vero inferno per la salute dei lavoratori e di chi abita in zone limitrofe. Invece di creare occasioni di impiego nella manutenzione e ristrutturazione di opere che già esistono, ma non funzionano o funzionano male come ospedali, scuole, ferrovie, acquedotti, energie rinnovabili, la classe dirigente si preoccupa di creare "grandi opere", che non saranno di nessun aiuto all' economia disastrata del paese. Anzi, Le Osservazioni ai progetti 2010 della Comunità Montana Valli Susa e Sangone, come molti altri studi compiuti, smentiscono i calcoli sull' utilità del progetto stimati dalla società francese LTF, Lyon Turin Ferroviaire, infatti:" Rispetto alla scala delle previsioni di crescita di LTF – un aumento di sei volte del traffico merci per ferrovia tra oggi e il 2030, nel corridoio della nuova linea – si ritiene che i flussi tra Italia e Francia rimarranno sostanzialmente stazionari nel prossimo decennio. Si potranno avere nei prossimi dieci anni variazioni di qualche decimo attorno ai valori attuali, forse un aumento del 50% se le condizioni politiche e normative saranno particolarmente favorevoli al trasporto su ferro, ma i 20 milioni di tonnellate immaginati da LTF, non saranno raggiunti, nemmeno nel caso del tutto improbabile che al 2020 sia in funzione la nuova linea ".
Questa è solo un' ennesima prova che il paese non potrà giovare in nessun modo della Torino-Lione. Proprio in questi giorni in cui si parla tanto di Black Bloc, vandali, delinquenti in rivolta vale la pena ricordare le proteste e i movimenti che da anni lottano pacificamente in Val di Susa. Gente comune, padri di famiglia, pensionati, agricoltori, donne, bambini, ambientalisti, giovani, in una parola i NO TAV, si battono con immensa dignità per la propria terra. Queste persone incarnano il diritto e la responsabilità di ogni cittadino di battersi per l' ambiente in cui si vive e che si spera di lasciare, un giorno, ai figli. Non si tratta di prendere posizione contro il progresso, ma si sceglie di stare dalla parte del futuro, dell' ambiente, l' unica terra a nostra disposizione. Siamo d' accordo che l' Italia necessiti un grosso cambiamento, ma può iniziare solo dal basso, dalle piccole cose di tutti i giorni, per questo un treno veloce non cambierà certo le nostre vite, ma tanti treni locali che partono in orario si! Come ha affermato lo scorso giugno l' associazione Pro Naturta Torino:" Se anche si rinunciasse a costruire il TAV non ci sarebbero penali di alcun genere, al contrario di quanto ha dichiarato il Ministro Maroni: gli esperti di diritto internazionale francesi che nel 2003 hanno esaminato il Trattato di Torino del 2001 per l’audit al parlamento commissionato dal governo hanno sentenziato che il Trattato italo-francese dice, al primo articolo, che la nuova linea “dovrà entrare in servizio alla data di saturazione delle opere esistenti”; questo significa che se non c’è prospettiva di saturazione non c’è impegno e quindi nessuna sanzione per chi abbandona."
Siamo acora in tempo a rimediare e soprattutto a toglierci dalla testa che la solita minoranza che guadagna a discapito dei più deboli abbia irrimediabilmente deciso per tutti quanti.
Ludovica Brunamonti
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14 ottobre 2011

Giorni da ricordare

Lo sciopero degli operai di Fincantieri e il discorso di Mario Draghi offrono un interessante spunto di riflessione sulla realtà politica e sociale del nostro Paese, che porta a conclusioni per nulla ottimistiche e confortanti.
Mercoledì 12 ottobre, da mezzogiorno circa fino a pomeriggio inoltrato, la stazione ferroviaria di Genova Piazza Principe è stata occupata dagli operai di Fincantieri, che protestavano contro il proprio licenziamento. La folla di manifestanti e di pendolari si assiepava ora lungo il binario 11, in superficie, ora lungo i binari sotterranei, a seconda di dove fosse previsto il treno, i primi impedendo il normale svolgimento del servizio ferroviario, i secondi sperando di poter partire. Gomito a gomito, essi hanno avuto modo di confrontarsi: i protestanti rivendicavano il proprio diritto a lavorare, gli utenti di Trenitalia chiedevano che cosa c'entrassero loro se questo non veniva garantito e si lamentavano di non poter usufruire di un servizio che lo Stato dovrebbe erogare con regolarità. Il giorno seguente alcuni quotidiani nazionali hanno riportato il discorso di Mario Draghi, governatore di Bankitalia, sulle condizioni necessarie alla ripresa economica del nostro Paese. Fra queste, egli individuava la necessità che la società riscopra un nucleo di valori comuni su cui gettare le basi di una nuova solidarietà, in modo da ricostruire insieme quel che resta della nostra economia.
Riflettendo sui due avvenimenti, sorge spontaneo chiedersi a chi avrebbe dato ragione Draghi, se fosse capitato a Piazza Principe in quel mezzogiorno di fuoco. A quale valore si sarebbe appellato, per tentare di conciliare i due interessi contrastanti, eppure entrambi legittimi? Probabilmente, sentendo le sue parole, qualcuno si è interrogato su quale condivisione possiamo fare leva, noi poveri Italiani lasciati a noi stessi, abbandonati da un Governo troppo occupato a rimanere in piedi per risolvere i problemi reali. Che solidarietà potremo mai avere gli uni con gli altri, se per avere un minimo di visibilità siamo costretti a pugnalare alle spalle il nostro vicino di casa?
Che gli eventi di questi giorni siano ricordati e servano come spunto di riflessione, purtroppo, è pura utopia. Chi conosce anche solo un po' la storia del nostro Paese sa bene che, per quanto le piazze siano in tumulto, gli operai scioperino, gli studenti manifestino, non viene preso nessun provvedimento. La Casta politica rimane sempre ferma, in immobile difesa dei propri privilegi, appannaggio di pochi, ignorando i diritti di tutti gli altri, che vengono calpestati ogni giorno.
Ilaria Bucca
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11 ottobre 2011

Italiansia....

Che caos! che enorme, gigantesco ingorgo di voci contrastanti. Un guazzabuglio,un labirinto, un intricato gomitolo di lana da cui è difficile districarsi per scoprire cosa sta davvero succedendo nel nostro paese.
I vertiginosi crolli delle borse italiane ed europee hanno provocato il volatilizzarsi di milioni di euro nelle ultime settimane, gettando nello sconforto moltissimi risparmiatori italiani svegliatisi con l'eco poco piacevole di venti recessionisti e di concreti timori di default, tanto da convincere molti a ritirare parecchio denaro liquido dai propri conti.
Ma cosa sta succedendo veramente? Com'è cominciato tutto ciò?
La firma che ha provocato l'inizio della crisi economica e finanziaria odierna proviene dalla penna del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che nel 1999 abrogò la legge bancaria nota come Glass-Steagall Act del, ovverosia quella legge che permise agli Usa di uscire dalla crisi del 1929 separando le attività bancarie tradizionali da quelle di investimento, controllando così eventuali speculazioni
L'abrogazione della Glass-Steagall, istituita nel 1933, fu sostituita con la promulgazione della Gramm-Leach-Bliley act che riportò le banche commerciali e le investment bank a poter essere esercitate di nuovo dallo stesso intermediario.
Oggi le ultime oscillazioni dei titoli e le presunte instabilità delle banche hanno diviso gli analisti di borsa in due diverse correnti di pensiero: una parte, detta anche "matematica", ritiene sia difficile scendere sotto il minimo storico di 12905 toccato da piazza affari il 23 ottobre 1995 e quindi auspica un rialzo imminente della borsa e consiglia gli investimenti almeno a medio termine. Invece l'altra parte predica molta prudenza e consiglia vivamente pochi investimenti e molto mirati a causa della grande incertezza del momento.
Molto difficile dire chi abbia torto o chi ragione, sicuramente la causa di una simile situazione non è imputabile solo all'abrogazione della Glass Steagall o alla crisi della Grecia o all' imprevedibilità della borsa, poichè in realtà le banche italiane, tra cui Unicredit e Intesa, sono tra le più stabili in Europa non avendo investito ad esempio nei mercati greci.
La realtà dei fatti è che in Italia servono delle riforme e anche urgentemente. Molte voci si sono alzate negli ultimi giorni, come ad esempio quella di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che ha dichiarato senza mezzi termini la necessità di una riforma fiscale che sgravi di tasse le aziende che sostengono l'economia italiana e i lavoratori, una riforma delle pensioni, alcune privatizzazioni, e investimenti sulle infrastrutture. Una buona idea auspicata da tanti sarebbe rifare la rete elettrica e quella delle telecomunicazioni (ormai moderne ed eccellenti in tutta Europa) e fare una mappa delle eccellenze italiane come ad esempio il settore tessile e quello meccanico per poter poi reinvestire su formzione e istruzione, pietre miliari per una rinascita.
Intanto il tempo passa e queste riforme in Italia non vengono attuate, lasciando il cuore degli italiani sommerso da un'ansia impenetrabile che aleggia sulla testa come una spada di Damocle; tra Marchionne che lascia Confindustria e non si sa se lascerà anche l'Italia, tra il mistero del successore di Draghi, diretto a Francoforte, per prendere le redini della Banca d'Italia sulla cui nomina sembra esserci l'ennesima guerra intestina che poco sembra avere a che fare con il bene del paese, tra il poco chiaro fallimento del S.Raffaele, non si può affatto stare tranquilli.
Penso che la degna conclusione di quanto detto fino ad ora possa essere riassunta efficacemente dalle parole della giornalista Milena Gabanelli, ospite domenica sera a "Che tempo che fa", programma condotto da Fabio Fazio su Raitre : "Se le poltrone pubbliche sono occupate da incompetenti si sviluppano disastri e a quel punto non sarà più sufficiente tinteggiare la casa ma sarà necessario cambiare ogni singolo mattone". Chi ha orecchie per intendere, intenda....
Stefano Ciccone

19 gennaio 2010

In libreria

Giancarlo Leone - Giovanni Scatassa
Economia e gestione dei media
Roma, Luiss University Press, 2010, 307 pp.

La rivoluzione digitale e la crisi globale stanno evidenziando e accelerando processi di cambiamento prima latenti, ridefinendo scenari, operatività, quadro concorrenziale e modelli di consumo dei media.
In questo contesto in continuo, rapido cambiamento il libro parte dall'analisi dei business editoriali "classici" per spostarsi gradualmente verso televisione, on-libe, radio e cinema, mostrandone specificità, integrazioni e prospettive nell'era della comunicazione multimediale, multipiattaforma, costantemente aggiornata, interattiva, personalizzata, capace di raggiungerci in ogni momento, in ogni luogo e con ogni mezzo. Dedicato agli studenti e agli appassionati della materia, Economia e Gestione dei Media racconta questo universo attraverso l'analisi dei suoi protagonisti, le aziende che vi operano, approfondendone il lato industriale, economico e organizzativo.
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08 gennaio 2010

In libreria

Bruno Soro
Il gatto della crisi. Divagazioni e divulgazioni di economia e politica
Genova, De Ferrari editore, 2009, 160 pp.

Scheda
Il volume raccoglie una selezione di articoli pubblicati dall’ autore sul quotidiano on line CorriereAl, che traggono spunto da notizie economiche apparse sui principali quotidiani, dalla lettura di libri e articoli su riviste di divulgazione scientifica, nonché da argomenti di attualità. Temi quali l’inflazione, lo spettro della recessione, l’economia di Obama, la durata della crisi, sono affrontati con un linguaggio semplice che consente a chiunque di confrontarsi con l’Economia e non solo. Il testo è anche utile agli studenti universitari di materie economiche, che potranno verificare la propria capacità di comprendere alcuni dei fenomeni economici oggetto di commento sulla stampa specializzata.

*Link alla recensione  pubblicata nel sito  "Città futura"  di Alessandria.
*Link alla rubrica di Bruno Soro Dietro la notizia  in "Città futura".

*segnalato da S.C.

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27 novembre 2009

Guerra alla terra

Guerra alla Terra. I conflitti nel mondo per la conquista delle risorse
(Prefazione di Gino Strada)
Milano, Edizioni Ambiente, 2009


Presentazione del libro dal sito di Peacereporter
"Esce il 18/11/2009 nelle librerie Guerra alla Terra, pubblicato da Edizioni Ambiente nella collana "VerdeNero Inchieste", un testo che cerca di analizzare i conflitti nel mondo per la conquista delle risorse. La prefazione è di Gino Strada, fondatore di Emergency, l'associazione cui andrà parte del ricavato delle vendite. L'introduzione è del direttore di PeaceReporter, Maso Notarianni.
I giornalisti di PeaceReporter raccontano cinque storie di paesi che lottano per mantenere le loro risorse all'interno del territorio. Le materie prime servono a produrre beni e servizi utili alla società ma non sono infinite e nemmeno equamente distribuite. Per un paradosso, in molti casi, le risorse che garantiscono gli elevati standard di vita alla parte ricca e pacifica del mondo di trovano in quella povera e squassata da guerre e conflitti sociali. Nessuno però, sembra essere disposto a pagare il giusto prezzo. Guerra alla Terra è un'incursione giornalistica in quelle zone di conflitto.
Sono guerre per le risorse. Guerre dove la risorsa stessa è il fine stesso del conflitto, magari celato da altre ragioni. Guerre dove la natura paga un prezzo troppo alto alla follia di uomini validi"..... [leggi tutto ...]




*link a Peacereporter
*segnalato da Selena Marvaldi

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16 novembre 2009

Scaffale amico

Monica D'Ascenzo - Giada Vercelli
Donne sull'orlo della crisi economica. Diventa manager di te stessa: impara a vedere rosa e non resterai al verde
Milano, Rizzoli, 2009, 264 p.


Scheda del libro
"Diventa manager di te stessa: impara a vedere rosa e non resterai al verde Perché le secchione non fanno carriera? Perché il gap salariale inizia con la paghetta? Perché ci vogliono le donne per uscire dalla recessione? E soprattutto, perché abbiamo scritto questo libro con i figli in braccio? Conoscere per difendersi, crederci per non mollare, osare per contrattare. Le donne hanno tutte le carte per vincere la partita, devono solo imparare a non stare alle regole del gioco. Il tragico e il comico della crisi raccontato per scongiurare le statistiche più catastrofiche. Oltre a consigli pratici per ripartire senza prendersi troppo sul serio, ma con la certezza che la
differenza la faranno le donne. Crisi o non crisi, le donne hanno sempre dovuto rimboccarsi le maniche tra impegni di lavoro, cuore di mamma e slancio sociale. Certo la recessione non ha aiutato, ma le armi per uscirne a testa alta ci sono, basta conoscerle. Il primo passo è imparare a non delegare ad altri le proprie scelte nel lavoro, nella gestione del budget familiare e degli investimenti. Le due autrici, cresciute nel mondo tipicamente maschile della finanza, con autoironia mettono insieme gli ingredienti della formula magica per le donne che vogliono farcela da sole. Consigli pratici e preziosi suggerimenti per trovare un impiego, fare carriera, difendere i propri diritti, ma anche per diventare consumatrici consapevoli e investitrici accorte per sé e la propria famiglia. Con in più un piccolo aiuto: “le regole d’oro” di donne in gamba, che raccontano i segreti del loro successo professionale. La vera sfida per la lettrice? Imparare a conoscersi meglio attraverso i test come professionista, mamma e donna. Ognuna unica e irripetibile".
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Fa piacere segnalare che Giada Vercelli, una delle due autrici del libro, nel 1997 ha conseguito il Diploma in Giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli studi di Genova. In seguito si è trasferita all'estero specializzandosi nel giornalismo economico. E' stata la prima corrispondente televisiva italiana dal New York Stock Exchange e dal Nasdaq, commentando i mercati finanziari per Bloomberg Tv e SkyTg24.
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06 agosto 2009

Genova in libreria

Giorgio Doria
Investimenti e sviluppo economico a Genova alla vigilia della prima guerra mondialeMilano, Pantarei, 2008, 1238 p.



Descrizione
Nella sua storia quasi millenaria Genova si presenta, secondo Fernand Braudel, come un "sismografo ultrasensibile che registra ogni vibrazione del vasto mondo". In quest'opera - pubblicata in prima edizione nel 1969-73 - Giorgio Doria affronta, con notevole ampiezza e profondità d'analisi, le tappe dello sviluppo capitalistico genovese lungo tutto il corso dell'Ottocento sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Nel ricostruire le vicende dei gruppi, delle famiglie e delle frazioni a livello locale emerge nettamente, scrive Giorgio Doria, il carattere di una "borghesia genovese" segnata dal "costante sforzo di servirsi dello Stato e dei pubblici poteri come usbergo", dai suoi "eterni ondeggiamenti tra un liberismo, più verbale che sostanziale, ed un'ansiosa ricerca di solidi ripari protezionistici". Ne risultano un terreno d'indagine e un metodo di studio esemplari, un materiale tanto prezioso quanto attuale per affrontare molti dei nodi e degli interrogativi ancor oggi cruciali in uno dei gangli vitali del trasporto e, più in generale, del cuore industriale del Vecchio Continente, impegnato nella corsa a perfezionare la sua condizione di Europa-potenza
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*segnalato da R. B.
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22 dicembre 2008

In libreria

Gillian Doyle
Introduzione all'economia dei media
Milano, Hoepli Editore, 2008, 214 p.


Scheda del libro dalla quarta di copertinaLo studio dei media si è concentrato tradizionalmente sugli aspetti politici, sociali e culturali dell'attività comunicativa. Ma negli anni recenti il settore dei media ha assunto una particolare rilevanza dal punto di vista economico industriale e oggi qualsiasi tipo di formazione universitaria e di attività professionale competente deve tenerne conto. Questo volume offre una chiara e precisa introduzione all'economia dei media a tutti coloro che sono coinvolti nel settore.
L'attenzione è focalizzata in particolare sugli aspetti più rilevanti che riguardano l'attività di produzione e distribuzione delle imprese mediali, la struttura dei mercati e le strategie che hanno caratterizzato negli anni recenti l'attività degli operatori di successo. Sono inoltre affrontati i principali campi dell'attività mediale dalla televisione al cinema, dall'editoria stampata ai nuovi media e alla pubblicità. Infine una sezione specifica è dedicata all'impatto che gli aspetti economici dei media hanno sull'attività di regolazione delle istituzioni pubbliche.
Il testo originale è stato integrato con una parte costituita da quattro sezioni dedicate all'attuale contesto italiano riferite specificatamente al mercato televisivo, cinematografico, della stampa quotidiana e della pubblicità, in modo che il lettore possa analizzare la situazione nazionale e sviluppare utili confronti internazionali. Il volume è adatto agli studenti delle Facoltà di Scienze della Comunicazione, di Scienze politiche e di Economia nonché ai professionisti nel campo dei media.

19 dicembre 2008

Energie rinnovabili ed etica del risparmio

Con il tema del rinnovabile siamo, volenti o nolenti, costretti a fare i conti. E questi conti li dobbiamo fare sia a livello per così dire macro: centrali idroelettriche, sistemi di mino idro, pale eoliche e pannelli solari, sia a livello micro, nella nostra quotidianità, nel nostro reale.
La problematica del cercare soluzioni nuove per produrre energia ha assunto, talvolta giustamente, forme di vero e proprio allarmismo che si è però spesso unito a forme di scarsa conoscenza e largo uso di luoghi comuni (Consiglio a questo proposito il film di Al Gore “Una scomoda verità”); fatto è, comunque, che siamo davvero arrivati al momento in cui queste soluzioni “ alternative” vanno ricercate, e ancor più, devono radicarsi profondamente nella nostra cultura, nelle nostre abitudini e nei nostri schemi mentali.
Punto primo: risparmio. Materialmente parlando si può avere un risparmio economico. Il rinnovabile è un investimento. Prendiamo ad esempio i pannelli solari: porre dei pannelli ha un suo costo (che con l’avanzare della tecnologia è però inevitabilmente destinato a calare), tuttavia questa spesa iniziale viene ammortizzata in un tempo relativamente breve dal fatto che auto- producendosi l’energia necessaria per riscaldare l’ acqua, sempre ad esempio, le bollette avranno necessariamente importi meno elevati e nel breve periodo si andrà a “coprire” la spesa sostenuta per l’ installazione dei pannelli, mentre sul lungo periodo si otterrà un vero e proprio guadagno.
Altro elemento da ricordare a proposito è che le varie Regioni e il Governo hanno stanziato dei fondi per i privati che hanno installato nelle loro abitazioni strutture per garantire maggiore efficienza energetica, a partire dai vetri doppi o tripli alle finestre per mantenere il calore all’interno delle abitazioni. Molteplici sono anche i fondi creati per le aziende che si occupano di energia rinnovabile stanziati dalla Comunità Europea
Secondo punto: etica. Concetto spesso sottovalutato, probabilmente perché vi era la possibilità di “mettere da parte” ciò che era eticamente corretto fare in nome di comodità, risparmio, guadagno, disinformazione. Tutto questo oggi non è più possibile. Abbiamo, tutti noi, il dovere di attivarci in questo settore, perché le fonti da cui abbiamo sempre preso l’energia che ci serviva stanno finendo, è scientificamente ed economicamente (109 dollari al barile l’attuale prezzo del petrolio) provato; la Terra e la natura stessa ci inviano sempre più messaggi chiari, a partire dall’innalzamento del livello dell’ acqua. Tale innalzamento provocherebbe l’ effetto di sommergere città lagunari come Venezia o territori a livello del mare. Tutto questo ha come conseguenza diretta, oltre alla irreparabile perdita di bellezza, il formarsi di zone paludose e in pochi anni potremmo dover ricominciare a parlare di malattie come la malaria.
Purtroppo tali conseguenze non si limitano a ciò ma hanno un effetto diretto o indiretto su tutto il pianeta.
Terzo punto:etica del risparmio. In realtà questo è proprio il punto da cui dovremmo partire: radicare in noi un’etica del risparmio, un modo corretto di concepirlo e affrontarlo modificando quelle che sono le nostre abitudini. Banalmente, oltre a misure che necessitano di investimenti e l’installazione di strutture, il primo obiettivo che ognuno di noi è tenuto, nel suo piccolo, a porsi è quello dei “ rifiuti zero” con la raccolta differenziata e il riciclaggio. Tutto il resto è una conseguenza, un modo più sofisticato di concepire il risparmio energetico, che necessita, per affondare profondamente le sue radici nella nostra cultura, di avere alla base gesti semplici e quotidiani.
Giorgia Notari

Conseguenze della fusione Iride Enia

Alla fine l’accordo è stato concluso e vi è stata la fusione di Iride ed Enia, con l’esclusione all’ultimo momento della bolognese Hera.
Il piano prevede, in primo luogo, “una completa integrazione industriale e societaria di grande valenza strategica, per complementarietà dei business” dei due gruppi e le municipalità coinvolte nel progetto hanno sottolineato, in una nota congiunta, che “i manager delle due società hanno elaborato un progetto industriale e societario che porterà, in primo luogo, all’aggregazione delle due utility, lasciando aperte le porte ad ulteriori partner”. Aprendosi la possibilità per l’ingresso, in un secondo momento, di altri attori non viene assicurata la permanenza della maggioranza pubblica; nello stesso articolo 9 del nuovo statuto si afferma che “Il capitale sociale della società deve essere detenuto in misura rilevante da enti pubblici” senza però specificarne la quota; lo statuto pre- fusione prevedeva che i Comuni di Genova e Torino non potessero detenere meno del 51% del capitale sociale e in tal modo i cittadini avevano assicurata la maggioranza, quindi la loro possibilità di far valere le proprie opinioni. Ovviamente, questa fusione ha l’obiettivo di creare maggior guadagno per gli azionisti. In tutto questo non credo vi sia nulla di sbagliato, sarebbe profondamente utopistico (e ai limiti dello sciocco) rimanere scandalizzati dal fatto che il primo obiettivo che si cerca di perseguire sia il guadagno. Questa fusione però implica grandi cambiamenti soprattutto riguardo la gestione dell’acqua e dei rifiuti.

ACQUA. Vi è indubbiamente la necessità di una corretta gestione del ciclo integrato dell’acqua però questa deve essere una gestione pubblica, sotto il controllo di Enti di Diritto Pubblico, nelle quali siano i cittadini a detenere le quote di maggioranza e che non siano sottoposte alla logica commerciale e del business.
Il caso di Veolia (con l’aumento delle bollette del 300% ) e di Parigi (il 24 novembre 2008 ha votato per una ripubblicizzazione dell’acqua a seguito dell’esperimento di privatizzazione) credo siano precedenti da tenere bene a mente; infatti il primo probabile risultato di questa privatizzazione sarebbe proprio l’aumento dei costi dei servizi, quindi,delle bollette.

RIFIUTI. Con la fusione Iride- Enia si vorrebbe includere anche la gestione dei rifiuti tra le competenze della nuova società (vorrei sottolineare che a Genova, città tra le più coinvolte da questa fusione, la gestione dei rifiuti era al 100% in mano al Comune).
Il presidente di Enia, Andrea Allodi, ha dichiarato che “il 40 % dei rifiuti di Parma (altra città coinvolta nella fusione) finisce in Emilia, il 40% a Reggio Emilia e il resto in altre Regioni”. Per evitare questi costi dal 2012 a Parma sarà attivo un inceneritore che garantirà al Comune una tantum di 900 000 euro sborsati da Enia per la costruzione della struttura sul territorio comunale.
Tutto ciò equivale a dire che 900mila euro una tantum valgono più della salute dei cittadini non solo di Parma ma dell’intera Regione e ben oltre questi confini.
I cosiddetti termovalorizzatori (nelle normative europee e italiane di riferimento sono semplicemente detti inceneritori) attualmente attivi in Italia sono già 50 di cui due senza alcun recupero di energia (uno in Toscana e uno in Sicilia). Nell’ Italia settentrionale sono presenti soprattutto piccoli impianti a scarso livello tecnologico con basso rendimento ed anche impianti ristrutturati e “adeguati” recentemente presentano talvolta livelli di emissioni fuori norma: è il caso, tra i vari, dell’inceneritore di Terni che nel gennaio 2008 è stato posto sotto sequestro perché i gestori (società ASM) avrebbero nascosto emissioni gassose e nelle acque pesantemente fuori norma e sarebbero persino stati bruciati materiali radioattivi di origine ospedaliera; un altro “celebre” caso è quello dell’inceneritore di Brescia, dichiarato il migliore impianto del mondo, che nonostante questa “illustre” qualifica ha violato due direttive europee e subito una condanna da parte dell’Unione Europea.
Il punto centrale è che questa fusione rischia di mutuare una serie di altre azioni (le cosiddette Iniziative di Sviluppo) con effetti devastanti dal punto di vista economico, ambientale e della salute pubblica.

Giorgia Notari

15 novembre 2008

Battuta d’arresto delle rimesse, la crisi dei mutui arriva in Perù

LIMA - Se già nel 2007 le rimesse dei peruviani avevano registrato un rallentamento quasi impercettibile, quest’anno l’ingresso in Perù dei risparmi degli emigrati è destinato a fermarsi, a causa principalmente della crisi dei mutui negli Stati Uniti. A dirlo sono alcuni dei principali analisti ed economisti peruviani. Tra questi il professore dell’Università Centrum Catòlica Jorge Torres Zorrila: “Noi prevediamo - spiega - , così come il Banco interamericano del desarrollo (Bid) che nell’anno corrente ci sarà un arresto delle rimesse. La situazione non è però così cattiva, ci aspettavamo un calo vero e proprio in conseguenza della crisi finanziaria americana”. Secondo il Centrum Catòlica di Lima, gli invii di denaro da parte degli emigrati residenti negli Usa sono diminuiti del 20% tra gennaio e ottobre a fronte delle rimesse registrate nel 2007. Questo significa che sono stati inviati 600 milioni di dollari in meno a causa della crisi finanziaria negli Stati Uniti, il Paese dal quale proviene la fetta più grossa di rimesse. La crisi che ha messo in ginocchio il Paese ha colpito soprattutto il settore edile lasciando migliaia di peruviani disoccupati. Gli effetti della bolla dei mutui Subprime sono stati conseguenza della recessione che si è verificata negli ultimi due trimestri negli Stati Uniti. Ma il fatto che le rimesse dirette in Perù partano anche dall’Europa ha aiutato a evitare un eccessivo calo degli invii. “Quello che si è perso con gli Stati Uniti – precisa Torres - si compensa con gli euro provenienti dall’Europa, principalmente dalla Spagna. Al momento il dollaro è deprezzato rispetto all’euro”. Per questo, spiega Torres, in Perù non ci sono preoccupazioni su un generale calo delle rimesse. Nella classifica dei Paesi da cui provengono le rimesse verso il Perù, elaborata dal Fomin (Fondo Multilateral de Inversiones) vede al primo luogo gli Stati Uniti, seguiti da Spagna, Giappone e America Latina (Argentina, Venezuela e Cile). “Nonostante in Perù ci sia una crescita economica - conclude Torres - e veniamo indicati come il miracolo dell’America Latina, la migrazione verso l’estero continua ad aumentare” .

Fonte. http://www.metropoli.repubblica.it/ (16 ottobre 2008)

La crisi finanziaria spinge l'Islanda verso l'UE

Il governo islandese sta rivedendo la propria posizione nei confronti di un'eventuale entrata nell'Unione Europea in seguito al collasso del suo sistema bancario, dovuto alla crisi finanziaria. L'Islanda potrebbe entrare in Europa già dal 2011.

Il Primo Ministro Geir Haarde, a capo di una coalizione tra il partito Indipendenza (fino ad ora anti-europeista) e l'Alleanza Democratico-Sociale (filoeuropeista) ha dichiarato di aver sempre pensato di poter valutare al giusto tempo la possibilità di cooperare con l'Europa.

Anche il sostegno popolare all'entrata in Europa sta salendo: il 70% degli islandesi è oggi favorevole mentre, storicamente, i filoeuropei erano sempre stati sotto il 50%.

L'analisi più sostenuta in questi giorni è che, se l'Islanda fosse stata un paese membro dell'Ue, la sua valuta sarebbe stata più protetta rispetto alle oscillazioni internazionali e avrebbe garantito maggiore stabilità al suo sistema bancario, ormai collassato, la cui crisi si ripercuoterà in una grave recessione.

L'entrata nell'Ue non è comunque assicurata, c'è da risolvere la questione riguardante i bacini di pesca: gli islandesi dovrebbero infatti permettere ai pescherecci degli altri stati membri di poter pescare nelle loro ricche acque territoriali.

Questa è la prima volta che l'Islanda si candida formalmente ad entrare nell'UE. Vedremo ora come si muoverà la macchina dei negoziati.

Fonte:

Financial Times: http://www.ft.com/cms/s/0/5a29ac18-b28f-11dd-bbc9-0000779fd18c.html?nclick_check=1

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