Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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24 ottobre 2023

In libreria


Demetrio Volcic
A cavallo del muro. I miei giorni nell’Europa dell’Est
Sellerio, Palermo, 2023, 192 pp.

Descrizione
«Alcune regioni del mondo producono storia più delle altre. Una di queste è l’Europa centro-orientale». E allora come raccontare una realtà così complessa come quella oltrecortina? Nell’introduzione, Demetrio Volcic fa un divertentissimo elenco dei mancati scoop della sua vita professionale: notizie rivoluzionarie bucate perché in casa non c’era un telefono, messaggi transcontinentali di superpotenze il cui prezioso sottinteso non veniva afferrato. La stessa ironia, lo stesso understatement unito però alla presenza «sul pezzo», adorna queste cronache degli anni da inviato nell’Est europeo prima e subito dopo la fine della cortina di ferro. L’angolo di inquadratura è sempre sommesso: ai giardinetti, dove la fine del regime l’ha relegato, il segretario del capo supremo dell’Ungheria comunista ricorda il «terribile ’56» e i retroscena; un Dubček dalla triste figura guida la rassegna dei fantasmi e delle ombre del passato in una Praga malinconica; la Guerra Fredda e gli ultimi scampoli nei dilemmi dei leader, dal generale polacco Jaruzelski a Gorbačëv; «l’eleganza» della censura nell’Europa dell’Est; e le tre grandi giornaliste sue vittime mettono a fuoco il ritratto di Putin prima dell’Ucraina.
Formano il diario di viaggio di un disincantato osservatore nel continente della grande storia geopolitica, solo che ciò che ne profila le tappe è prima di tutto l’aneddoto, il paradosso, spesso il grottesco: la scenografia che dà il tono a volte al colpo di scena del potente, a volte alle sue stanze di vita quotidiana, è sempre in primo piano. Ed è sorprendente come lo stesso effetto autorevole, bonario, sorridente di se stesso prima che degli altri, che Demetrio Volcic trasmetteva dallo schermo televisivo, lo restituisca in queste pagine di prosa suadentissima, poco appariscente, intrise di un umorismo che realizza nel minimo il massimo di iconicità e di eleganza.
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08 febbraio 2022

In libreria


Gianluca Borzoni - Barbara Onnis - Christian Rossi
Beyond the Fake News
Governments, Press and Disinformation through International History
FrancoAngeli, Milano, Milano, 2021, pp. 266  
Descrizione
Questo libro rappresenta il principale risultato di un progetto di ricerca multidisciplinare, avviato nel 2018 e finanziato dalla Regione Sardegna, volto a indagare l'impatto delle fake news e della disinformazione sull'opinione pubblica, sui governi e sulle relazioni internazionali in ambito europeo, americano e asiatico contesti. Il fenomeno delle fake news non è nuovo, ma le tecnologie attuali hanno contribuito ad ampliarne sia la portata che la diffusione, influenzando l'opinione pubblica e il funzionamento del processo democratico. In particolare, l'avvento di Internet e l'inizio della nuova era dei social network hanno caricato la diplomazia culturale e la politica dei media dei governi con nuove sfide e con la necessità di adottare quadri giuridici e attuare strategie per affrontare le fake news. L'uso di casi studio aiuterà i lettori a comprendere meglio gli impatti e gli esiti sia sulle politiche interne che sulle relazioni internazionali, nel corso della storia e con riferimento ai diversi contesti politici.

*Link all' Indice del libro.


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24 ottobre 2021

In libreria

 Craig Whitlock  
Dossier Afghanistan 
 Newton Compton, Roma, 2021, pp. 352.   

Descrizione
Un racconto esatto e serrato su come tre presidenti degli Stati Uniti e i loro capi militari abbiano ingannato il mondo per venti lunghi anni per giustificare un conflitto infinito costato oltre 2300 miliardi di dollari e 241.000 morti. Proprio come I Pentagon Papers hanno cambiato la comprensione del pubblico del Vietnam, gli Afghanistan Papers riportati nel libro contengono rivelazioni sorprendenti di persone che hanno avuto un ruolo diretto nella guerra, dai leader della Casa Bianca e del Pentagono ai soldati e agli operatori umanitari in prima linea. Con un linguaggio schietto, gli intervistati ammettono che le strategie del governo sono state un disastro, che il progetto di ricostruzione della nazione è stato un colossale fallimento e che la corruzione ha preso il sopravvento sul governo afghano. Il resoconto si basa su interviste con più di 1000 persone che sapevano che il governo degli Stati Uniti stava presentando una versione distorta, e talvolta interamente inventata dei fatti. Craig Whitlock, reporter del «Washington Post» e tre volte finalista al Premio Pulitzer, mostra che il presidente Bush non conosceva il nome del suo comandante in Afghanistan e non aveva alcun interesse a incontrarlo. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha ammesso di non avere «nessuna idea su chi fossero i cattivi». Il suo successore, Robert Gates, ha dichiarato, ancora più esplicitamente: «Non sapevamo nulla di al-Qaeda».
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11 settembre 2021

In libreria

 Luca Rastello
Uno sguardo tagliente. Articoli e Reportage 1986-2015,
Chiarelettere, Milano,  2021, pp. 420.

Descrizione
I reportage di viaggio (con una predilezione per il Sudamerica e per l'Asiacentrale), la letteratura in generale e quella ceca in particolare, il narcotraffico internazionale e i suoi attori, la guerra nella ex Jugoslavia, le luci e le tenebre di Torino, emblema di un paese intero, i migranti, il Tav, i movimenti anarchici. E poi una galleria di persone, sempre "irregolari" ed eccentriche rispetto ai protagonisti dei racconti mainstream. Trent'anni di vita e di lavoro dedicati a capire le trame e le pieghe del mondo, a cavallo di due secoli. «Fate ogni giorno qualcosa che vi spaventi» è una frase di Kurt Vonnegut molto amata da Rastello, che fa da sfondo a tutta la sua produzione giornalistica e anche letteraria, qui
raccolta attraverso una selezione di articoli e reportage. Rastello non ha paura di inoltrarsi là dove la realtà è più contrastata o addirittura tragica, come se - scrive Morbello nella prefazione - si preoccupasse sempre di «trovare il punto di massimo attrito» sia quando parla della sua città, Torino, squassata da una profonda trasformazione dopo l'effimero rilancio delle Olimpiadi invernali, sia quando ci porta in qualche paese sperduto dell'Asia centrale o in Amazzonia, tra popoli in guerra e in povertà. Nessuna conciliazione o effetto edulcorante: i viaggi
in Bosnia centrale in tempo di guerra, gli antagonisti della Val di Susa e il fantasma dell'alta velocità, le torture a due passi da casa nel carcere di Asti, l'orrore del male colto in un pluriomicida (Donato Bilancia) - senza che mai il giudizio faccia velo sulla presa della realtà - sono offerti non come verità oggettive ma come altrettanti sguardi in cui prima di tutto è dichiarato il punto di osservazione. Per questo il racconto che l'autore ci propone richiede sempre uno sforzo di adesione, o magari di contrapposizione. Come dire: «Tu, lettore, da che parte stai? Io sto qui». Il suo è sempre un situarsi dalla parte più complicata, non per assumere una postura data a priori ma perché i fatti e le persone di per sé sono solcati da luci e tenebre, e perché è «impossibile mettersi in regola con l'ordine del mondo»: eppure ciò non vuol dire rinunciare ad avere uno sguardo ironico e divertito sulle cose, come quello che Rastello ha mantenuto anche nella malattia.

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01 settembre 2021

In libreria

 Stefania Maurizi 
Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks
Prefazione di Ken Loach
Chiarelettere, Milano, 2021. pp. 388.

Descrizione
Nella cella di una delle più famigerate prigioni di massima sicurezza del Regno Unito, un uomo lotta contro alcune delle più potenti istituzioni della Terra che da oltre un decennio lo vogliono distruggere. Non è un criminale, è un giornalista. Si chiama Julian Assange e ha fondato WikiLeaks, un'organizzazione che ha profondamente cambiato il modo di fare informazione nel XXI secolo, sfruttando le risorse della rete e violando in maniera sistematica il segreto di Stato quando questo viene usato non per proteggere la sicurezza e l'incolumità dei cittadini ma per nascondere crimini e garantire l'impunità ai potenti. Non poteva farla franca, doveva essere punito e soprattutto andava fermato. Infatti da oltre dieci anni vive prigioniero, prima ai domiciliari, poi nella stanza di un'ambasciata, infine in galera. È possibile che a un certo punto venga liberato, oppure rimarrà in prigione in attesa di una sentenza di estradizione negli Stati Uniti e poi finirà sepolto per sempre in un carcere americano. Con lui rischiano tutti i giornalisti della sua organizzazione. L'obiettivo è distruggerli e farlo in modo plateale. Stefania Maurizi è l'unica giornalista che ha lavorato fin dall'inizio, per il suo giornale, su tutti i documenti segreti di WikiLeaks, a stretto contatto con Julian Assange, incontrandolo molte volte. Ha contribuito in maniera decisiva alla ricerca della verità, citando in giudizio quattro governi - gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Svezia e l'Australia - per accedere ai documenti del caso. Gli abusi e le irregolarità emersi da questo lavoro d'inchiesta sono entrati nella battaglia legale tuttora in corso per la liberazione del fondatore di WikiLeaks. In queste pagine ripercorre tutta la vicenda, con documenti inediti. 


22 febbraio 2021

Tesi di laurea in Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale

Francesca Lasi, L'informazione musicale in Italia dalla carta al Web,  tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Migliorini, 2018-2019. (La tesi è stata ritenuta meritevole di speciale menzione dal Premio tesi di laurea del Centro studi sul giornalismo Gino Pestelli di Torino - Bando 2020).
Elisa Cosini, Il turismo tra informazione e promozione del territorio. Il caso della Val di Vara,  tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Laura Guglielmi, 2018-2019.
Valentina FotiTuristi per mare. Lo sviluppo di un mito tra giornalismo e pubblicità,  tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan, 2018-2019.
Micol Burighel, Giornalisti e lettori integrati: nuove alfabetizzazioni e sfide dell'informazione, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. A. Giordano, 2017-2018 (La tesi ha ottenuto la dignità di stampa; inoltre è stata ritenuta meritevole di speciale menzione dal Premio tesi di laurea del Centro studi sul giornalismo Gino Pestelli di Torino - Bando 2019).
 (consultabile sul sito tesionline.it)
Francesca Caporello, Immigrazione.La stampa italiana tra multiculturale e interculturale per una comunicazione positiva, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Aime, 2017-2018.
Chiara Biffoni,  La notizia internazionale in formato fotografia, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. P. Macrì, 2016-2017.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Benedetta Federica Rovero, Il femminicidio in formato notizia,  tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Pasini, 2016-2017.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Silvia della Rocca, "Le monde diplomatique" e il dibattito su informazione e disinformazione, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. A. Catanzaro, 2016-2017.
Maria Valacco, Enrica Basevi tra mediazione culturale e giornalismo scientifico (1928-2013), tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. P. Macrì, 2015-2016. (La tesi di laurea è stata ritenuta meritevole di speciale menzione dal Premio tesi di laurea del Centro studi sul giornalismo Gino Pestelli di Torino - Bando 2017).
(consultabile sul sito tesionline.it)
Manuela Montignani, Passaparola 2.0. Dal giornalismo tradizionale ai blog tematici, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. A. Catanzaro, 2015-2016.
Enrica Orrù, Gli spazi del dibattito sull'informazione. I festival del giornalismo in Italia, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. N. Buratti, 2014-2015.
Il testo integrale è pubblicato nel sito di LSDI.IT: 
http://www.lsdi.it/2016/dibattito-sullinformazione-e-festival-del-giornalismo-una-tesi-sul-tema/#more-28980
Ludovica Brunamonti, Dalla strenna all'ebook. Nuove strategie di marketing per il giornalismo, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. R. Bianco, 2013-2014.
Valentina Risaliti, Il giornalismo di pace. Modelli, tecniche e contenuti, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Pasini, 2013-2014.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Sara Marmifero, Modelli di Graphic Journalism, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. A. Pirni, 2013-2014.
Alessandra Torre, Modelli di giornalismo tra politica e arti: "Marianne" (1933-1935)tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Maurizia Migliorini, 2012-2013.
Dario Veglia, Stampa e informazione a Savona da Gutenberg al Web tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Silvano Balestreri, 2012-2013.
Cristina Pongiluppi, Il giornalismo militante di Alexander Langer, Tesi di laurea in Storia del giornalismo, Facoltà di Lettere, Università degli studi di Genova, relatore M. Milan /correl. Franco Contorbia, 2012-2013.
Sabrina Bruzzone, Linee editoriali a confronto. La Spagna di Zapatero tra "El Pais" e "la Repubblica", tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Silvano Balestreri, 2011-2012.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Silvia Rivetti, Il "Progetto Lavoro" di Paolo Murialdi. Storia di un libro mai nato, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Silvano Balestreri, 2011-2012.
Francesca Astengo, Le grandi firme della critica televisiva in Italia (1954-2000), tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Mario Bottaro, 2010-2011.  (consultabile sul sito tesionline.it). La tesi è stata poi pubblicata (v. http://www.tesi-italiane.it/francesca-astengo ).
Francesco Bianconcini, "Bellezza, è la stampa...!" Giornali e giornalisti nel cinema italiano (1943-2009) tesi di laurea magistrale in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Aime, 2010-2011.
Simone D'Ambrosio, Tursi 2.0. Dai bollettini statistici all'informazione diffusa. Il Progetto di Genova "Città digitale",  tesi di laurea magistrale  interfacoltà in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. S. Monti Bragadin, 2010-2011. La tesi ha ottenuto la dignità di stampa.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Elisabetta Ferrando, The "Beautiful Country". Le inchieste di "Economist" sull'Italia (1964-2011), tesi di laurea magistrale in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. A. Pirni, 2010-2011.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Francesco Abondi, "Il Lavoro" di Genova negli anni dell'ascesa di Craxi (1975-1985), tesi di laurea magistrale in Scienze politiche, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan, a.a. 2009-2010
(consultabile sul sito tesionline.it)
Giorgia Notari, L'informazione migrante. Il caso Liguria, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. Mario Bottaro, 2009-2010. 
(consultabile sul sito tesionline.it)
Gloria Sormani, Percorsi del giornalismo di moda a Genova tra ottocento e novecento, tesi di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Migliorini, 2009-2010.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Stefania Scappini, Le riviste di teatro a Genova fra Otto e Novecento, tesi di laurea specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. M. Bottaro,  a.a. 2008-2009.
(consultabile sul sito tesionline.it)
Laura Colombo, L'hanno detto in televisione. TG3 e TGg5 a confronto, tesi di laurea specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Bottaro/ correl. M. Milan, a.a. 2008-2009
Francesco Bottino, Le battaglie europeistiche di Radio Radicale (1992-2008), tesi di laurea specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. S. Monti Bragadin, a.a. 2007-2008
Giorgio Silvestri, I media della diaspora italiana. Dal bollettino al blog, tesi di laurea specialistica in Scienze Politiche, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan, a.a. 2007-2008. La tesi ha ottenuto la dignità di stampa; nel 2009 ha ottenuto il Premio internazionale Gaetano Scardocchia 2009 ed è stata pubblicata su iniziativa del Comite-Spagna.
v. anche il blog Dal Bollettino al Blog.
Chiara Franceschi, Il linguaggio delle cooperazione internazionale nella stampa europea, tesi di laurea specialistica in Scienze internazionali e diplomatiche, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan, a.a. 2005-2006

05 gennaio 2021

In libreria

Marie Colvin
In prima linea. Tutti gli articoli e i reportage
Bompiani, Milano, 2021, pp. 784
Descrizione
Corrispondente di guerra tra le più grandi del suo tempo, Marie Colvin ha coperto per decenni i conflitti più feroci del pianeta: Iran, Iraq, Medio Oriente, Libia, Kosovo, Cecenia, Timor Est, Etiopia, Zimbabwe, Sierra Leone, Sri Lanka, Guantanamo, Egitto, Afghanistan, Siria, testimoniando l’eroismo senza gloria e senza voce delle vittime. Scrivere dal fronte era per lei non solo una professione, era la vita stessa, guidata da una regola necessaria: non avere paura di avere paura. La benda piratesca indossata sull'occhio sinistro, colpito dalla scheggia di una granata, non poté che rinforzare un carisma che aggrediva gli stereotipi. Lei che amava indossare lingerie La Perla sotto il giubbotto antiproiettile, lei che nella stessa settimana poteva trovarsi a Los Angeles con Warren Beatty e in Cecenia a rischiare la vita fra le montagne. Uccisa nel 2012 a Homs dal regime siriano, ha lasciato articoli e reportage straordinari, raccolti qui per la prima volta a comporre un modello per le donne – e gli uomini – che fanno il suo mestiere.
Marie Colvin (Oyster Bay, 1956 - Homes, 2012) reporter pluripremiata, è stata corrispondente per gli Affari esteri per il Sunday Times. Tra le più straordinarie giornaliste della sua generazione, ha coperto il Medio Oriente per più di vent’anni e scritto reportage da Timor Est, Cecenia, Kosovo, e Sri Lanka, dove rimase ferita in un’imboscata e perse l’occhio sinistro. Fu uccisa in Siria il 22 febbraio 2012 mentre documentava l’assedio di Homs.

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13 ottobre 2020

In libreria



Domenico Quirico
Testimoni del nulla
Laterza, Roma-Bari, 2020, pp. 160.

Descrizione
Di fronte alle tragedie del passato si poteva forse dire: «nessuno sapeva». Gli orrori del presente li conosciamo quasi tutti: reporter, fotografi, attivisti ce li raccontano ogni giorno da anni. Eppure nulla accade. Che cosa è successo? Testimoniare non serve più? Un saggio potente sull'impotenza di chi racconta e sull'indifferenza di tutti noi. Molti fatti drammatici della storia recente – guerre, catastrofi naturali, rivoluzioni– sono stati documentati da inchieste, fotografie, libri. In passato il racconto sembrava avere una straordinaria efficacia ai fini del cambiamento: si scendeva in piazza, si raccoglieva denaro, si interpellavano con forza i decisori politici. Dal conflitto in Vietnam alla carestia in Etiopia, avevamo avuto la prova che rompere la scorza di silenzio intorno alla realtà era un’arma importante in mano ai media e ai cittadini. Poi qualcosa è cambiato. Alla testimonianza sembra oggi seguire solo afasia e silenzio. Domenico Quirico ripercorre, sul filo della sua memoria personale, alcuni dei capitoli più drammatici degli ultimi quarant'anni – dalla carestia in Somalia alla guerra in Siria, all'epidemia di Ebola, fino all'esodo incessante di migranti dall'Africa – alternando ricordi di esperienze vissute in prima persona alla riflessione sul senso e sull'utilità della sua professione. Un libro prezioso perché oggi, forse più che nel passato, l’odio cieco ha dimostrato di far operare delle scelte più di quanto possono fare i fatti che i nostri stessi occhi possono vedere.
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05 febbraio 2019

"F" di Fusilado!


Cronache infedeli è un libro scritto da Flavio Fusi, collocabile nella serie narrativa. Un libro composto da nove capitoli, tutti avvincenti e con diversi punti in comune descritti nella presente recensione.  
L’autore. La qualità è garantita quando un professionista di elevata caratura come Flavio Fusi mette per iscritto le vicissitudini che un mestiere vocazionale come quello del giornalista inviato. Non i soliti improvvisati reporter, o neofiti privi di esperienza. Flavio Fusi è un professionista di lungo corso. Pochi come lui possono vantare un bagaglio esperienziale e culturale. Le prove di ciò emergono dai racconti fatti attraverso uno stile di scrittura fluente ma preciso e dettagliato che non va mai a discapito di nulla. Il libro in questione descrive le vicende che lo hanno riguardato nel corso della sua lunga carriera giornalistica da inviato. Terre sparse per il mondo, molte delle quali dimenticate da Dio. Descrive dettagliatamente ambientazioni, eventi, personaggi, ma soprattutto contesti sociali ed economici di mondi in crisi ove regna una realtà atipica per noi occidentali. Una realtà in cui si chiede pace e cibo ma si ottiene guerra e miseria.  Fusi mette da subito le cose in chiaro e avvisa il lettore dei viaggi intrisi di cruente realtà incontrate nel corso degli anni e soprattutto nel corso degli eventi. Questo nei primi capitoli è descritto in maniera precisa e dettagliata tanto che pensando alla miseria kosovara, serba, russa, viene da fermarsi nella lettura e meditare sulla fortuna dell’odierno vivere di noi occidentali.
Il titolo. Contrariamente da quanto possa far pensare il titolo, in tutti i capitoli si viaggia a fianco di un narratore che va a braccetto con la cronaca fedele, tipica di chi il mestiere lo conosce bene ma conscio di dover fare i conti con la memoria. E già, perché Fusi sostiene che la memoria sia quell’elemento che ci distingue dagli animali e che al tempo stesso ci induce in errore lasciando le cose piacevoli e sbiadendo quelle meno. Proprio da questo ragionamento muove la scelta del titolo che sa di ossimoro bello e buono e che nei lettori farà sorgere da subito la voglia di scoprirne il dilemma. Per quanto si voglia, esse non potranno mai dichiararsi fedeli in quanto il tempo ha implacabilmente svolto uno dei suoi compiti più complessi e inspiegabili: cancellare le cose brutte.  Ciò nonostante il libro appare tutt’altro che infedele. Viene quindi da chiedersi quali altre cose più cruente avrebbe riportato il Fusi se solo la memoria non fosse stata a sua volta vittima...ma del tempo; e non si comprende quindi la scelta del titolo così criptico e leggermente fuorviante rispetto al testo.
Tratti caratteristici. I capitoli sono splendenti, scritti nel Sole, si potrebbe dire. Non vi è pagina infatti in cui non compaiano parole luminose come quella di Sole e quella di Luce. Come un’auto che per andar dritta ha bisogno di un buon guidatore, così questo libro ha avuto bisogno di parole strategiche che non lasciano cadere il lettore in un grigiore ambientalistico. D'altronde, trattandosi di guerra e fame, il rischio è elevato. Scelta giusta.
Operazione immedesimazione. Il libro fa immedesimare e leggendolo si ha la sensazione di essere al fianco del cronista; di far parte storia dopo storia di un componente del suo gruppo, cameramen, fonista e altri.  Dispiace la perdita di un loro componente che racconta di aver conosciuto in vita e che muore durante le ardite riprese di una guerriglia tra le tante dei posti raggiunti. La tragedia è descritta bene e incute addirittura rabbia per l’incoscienza dell’operatore. Doveva ripiegare e scappare senza telecamera piuttosto che portare a termine il servizio e la sua vita.  Questo è quello che vien da pensare dopo aver letto le pagine che narrano il nefasto evento. Il magone è in gola, un motivo ci sarà. In altro scenario e contesto Flavio Fusi ci racconta di quando è stato fermato da un poliziotto. “...Fusi suena como fucilado...” così gli dice durante il fermo per la perquisizione. Il modo in cui descrive gli scenari e i contesti rendono meglio il senso di come una semplice recensione riuscirebbe a fare. Operazione immedesimazione riuscita!
E’ davvero interessante per coloro a cui piace il giornalismo di inchiesta e di guerra, fatto in un chiave inedita, quasi intima, giacché egli stesso lo consideri un diario. Una veste singolare che fa dimenticare in più momenti di avere tra le mani un libro. Una capacità espositiva semplice e diretta che spiega bene la voglia e il coraggio di vivere degli autoctoni intervistati e che ci porta a conoscere le inquietudini vissute da persone meno fortunate di noi. Persone che al mattino zappano la terra e alla sera difendono i propri territori con in braccio fucili e fionde. Difficile quindi tenere su la tesi dell’infedeltà. 
Il viaggio dell'eroe. Il buon senso vuole che i cronisti di guerra raggiungano il fronte e che dalle retrovie registrino qualche immagine, intervistino qualcuno e abbandonino il posto quanto prima. Ma ci sono anche professionisti - come il nostro Flavio Fusi - che decidono di affiancare i disperati per più giorni al fine di riportare realtà certe e articoli non asettici . Come già detto, Fusi riporta esattamente la disperazione dei fortunati - si fa per dire - messicani. Loro sono al confine e possono sperare nella benevolenza della vicina America del nord che talvolta  concede loro opportunità di lavoro. Ma questo in pochi lo sanno. Il problema reale proviene dai paesi limitrofi al Messico. Il libro ne parla ampiamente.
Cronache infedeli è un diario dal tratto particolare ove spesso l’autore descrive i luoghi visitati in passato e verso cui fa ritorno a distanza di anni. Un viaggio dell’eroe in loop, che non finisce mai, e in cui il protagonista si dimostra tenace al punto di andare alla continua conferma o smentita che il presente sia come il passato.
La riprova. Pochi sono gli avventurieri che si porterebbero presso un’area geografica locale interposta tra la Russia e la Turchia come quella caucasica. Pochi lo farebbero sia per la propria incolumità e sia perchè di luoghi come il Nagorno Karaback importa poco o nulla. L’autore stupisce e delude. Si addentra e raggiunge questo luogo di contesa tra nazioni che sono una più povera dell’altra: l’Armenia e l’Azerbagian. Ma delude poichè in effetti qui è infedeltà: una volta tanto che a parlare dell’Armenia non è un armeno, il risultato è stato un pò scarno. Cronaca di storia - questa -  che non trova pace e giustizia neanche nel suddetto libro. E’ davvero un Peccato.
Nobiltà d'animo. Non stupisce che un giornalista come lui voglia trasmettere segreti anche ai lettori che sognano un giorno di fare lo stesso mestiere. Fornisce un consiglio che può salvare la vita, proprio come accaduto a lui stesso durante il soggiorno a Nairobi:  
“...nella notte i ragazzi dell’ EBU hanno asciato l’ hotel. E quando si muovo l’Ebu puoi scommetterci, qualcosa succede, sempre. si mettono in movimento significa che presto qualcosa sta per accadere e che pertanto è meglio tagliare la corda quanto prima. La prima regola del giornalista in missione: mai perdere di vista quelle canaglie dell’European Broadcastinng Union...” 
Informazione che per gli addetti alle prime armi può tornare utile. Quindi, generosità e altruismo professionale.
Deformazione professionale. Si da luogo al personale vezzo di osservare e cercare di giustificare anche le scelte grafiche della copertina e si fa notare la presenza del soggetto ivi raffigurato: un soldato con la testa china. Che questo sia in corsa è intuibile dalla posizione delle gambe e ancor di più da quella della testa. Domande: è un soldato qualsiasi quello raffigurato? È in fuga da chi? o forse sarebbe meglio dire: da cosa? Una foto che la maggior parte di noi conosce già. Una foto archètipa e che ha preso posto in ognuno di noi. Taluni la ricorderanno immediatamente, altri dovranno scavare un attimo nei ricordi; e se il collegamento tarda ad arrivare poco importa; basta giungere alla lettura del capitolo dedicato al nefasto evento tedesco perchè il vago ricordo ritorni in mente. Il giornalismo d’inchiesta che racconta e fotografa i disertori alla ricerca di libertà. Quella foto è presente nei libri di storia elementare e media; solitamente è buttata lì nelle ultime pagine, dove la storia contemporanea perde d’importanza, di valore, e viene snobbata...perchè tanto si è a fine anno. Magari, un’altra immagine più esclusiva e leggera poteva rendere di più sia per empatia che per strategia di marketing; ma è pur vero che quando si parla di certi argomenti ci sia poco da tergiversare. Una scelta grafica coerente ma non avvincente. Alcuni diranno che un libro non si giudica dalla copertina. Beh, è vero in parte.
Conclusioni. Per conoscere altri posti visitati da questo grande giornalista basta leggere il suo libro composto così egregiamente e attento ai particolari che a suo modesto avviso “...sono meno di quelli che la mente gli ha concesso di ricordare... 
Durante il corso della presente recensione ci si è più volte posto il quesito se il titolo fosse o meno appropriato e si è lasciato il dubbio che questo non lo fosse. Ciò non per ammonimento ma per riconoscenza di merito di un professionista che ricorda un pò il primo della classe, quello che dice di non aver studiato ma che poi prende 10. La sostanza è tutta dentro e le prove sono tra le pagine, piene di particolari che mai affaticano il lettore neanche quando parla di tribù e avvicendamenti al potere di paesi del sud-Africa e del sud-America. Il giornalista accetta la sfida di descrivere anche i nomi delle tribù locali. Una scelta audace, che sicuramente rallenta la lettura ma che dimostra una lealtà intellettuale che chiede e ottiene fiducia.
Insomma un libro davvero ben fatto e che riempie di emozioni sin dalla premessa che lo apre. Si legge tutto d’un fiato e fa giungere al termine con una maggiore consapevolezza. La consapevolezza che l’essere umano è egoista, cattivo e irrazionale come nessun altro, materializzandoli in morte, fame e miseria generale. Magari fossero infedeli queste cronache.
Joannes Timurian

Flavio Fusi 
Cronache Infedeli 
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
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12 gennaio 2019

Giornalismo, terrorismo e segreto di stato


Qual è il legame tra servizi segreti e giornalismo? Fino a che punto la divulgazione di informazioni riservate è legittima e non mette in pericolo la sicurezza nazionale di un Paese?
John Lloyd, nel suo Journalism in an Age of Terror, pubblicato nel 2017 ed edito da Reuters Institute for the Study of Journalism, si pone questi quesiti e ripercorre l’evoluzione dei servizi segreti e dei rapporti col mondo del giornalismo in tre Paesi in particolare: Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Alla base dell’analisi di Lloyd c’è una grande verità: la politica è sempre stata e sempre sarà connessa al mondo del giornalismo. Partendo da questo assunto, Lloyd evidenzia che sin dalla seconda guerra mondiale gli stati si erano dotati di un efficiente sistema di spionaggio: era fondamentale per vincere la guerra. La grande differenza con i servizi segreti odierni è che oggi non sempre la segretezza è garantita. Lo scandalo Watergate, poi la divulgazione dei documenti del Pentagono relativi alla guerra in Vietnam e il più recente scandalo di Wikileaks, a cui è seguito il caso Edward Snowden. Insomma, i governi di tutto il mondo hanno sempre tenuto nascoste certe notizie ai cittadini, e poi, da un momento all’altro, queste notizie sono state gettate in pasto all’opinione pubblica, scatenando ovviamente uno scandalo.
Ma la domanda è: è giusto che le persone sappiano come opera la CIA? È giusto informarli sull’esistenza di programmi di sorveglianza di massa come quelli della NSA (National Security Agency)? Tutto questo non compromette l’efficacia stessa dei servizi segreti? La questione è sicuramente complicata, oggi più che mai. In un’epoca in cui la minaccia del terrorismo e delle armi di distruzione di massa sembra più forte che mai, il confine tra privacy e sicurezza nazionale invece è sempre più labile. Non sono altro che due facce della stessa medaglia: impossibile pretendere una cosa senza essere disposti a rinunciare a un po’ dell’altra. Se i governi devono controllare tutti per sconfiggere la nuova minaccia dell’Isis, allora anche le nostre care conversazioni Whatsapp devono essere sotto l’occhio del grande fratello di Orwell.
John Lloyd nel suo libro cerca di districarsi all’interno di questo mondo così complesso: entrano in gioco tanti fattori e ognuno di essi è importante e merita attenzione. L’obbiettivo dell’autore è far riflettere il lettore su una realtà più che mai attuale, mostrandogli che anche lui è coinvolto in questa trama così oscura. Attraverso estratti di interviste a giornalisti premi Pulitzer come Dana Priest e a ex capi di alcune agenzie di intelligence, Lloyd riesce a trovare un filo conduttore all’interno della problematica e offre così al lettore un’analisi chiara e logica. Il linguaggio che usa è conciso e lineare, il testo è ricco di testimonianze dirette che aiutano a vedere la questione sotto diversi punti di vista. Insomma, lo scrittore ci offre la chiave di lettura di un problema tanto complesso quanto affascinante, ma lascia sempre il pubblico libero di farsi un’idea propria.
Con un ritmo sempre più incalzante Lloyd finisce per insinuare nel lettore la consapevolezza di essere come un cane che si morde la coda: non vuole essere spiato, vuole che la sua privacy sia rispettata, ma al tempo stesso pretende che il governo lo difenda da tutti i mali. E questo perché ha paura, perché nella sua testa risuonano ancora le parole dell’ex Presidente della Repubblica francese François Hollande in seguito agli attentati di Parigi: “Siamo in guerra”.
Simona Rizzo


John Lloyd
Journalism in an Age of Terror
Reuters Institute for the Study of Journalism, London, 2017, pp. 272.
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14 dicembre 2017

Kapuscinski giornalista del mondo


Trenta fotografie metà delle quali a colori e l’altra in bianco e nero chiudono il libro di Ryszard Kapuscinski Nel turbine della storia (2015) . Questo testo non si limita a mostrarci l’autore in veste di reporter e di scrittore, corrispondente estero dell’Agenzia di stampa polacca (Pap), ma rivela una sua sorprendete preparazione professionale. Kapuscinski era uno storico di formazione, conosceva la storia e la cultura delle regioni nelle quali si recava.
Immagini significative che raccontano di guerre, di uomini e donne rassegnati, disperati, che pregano.. Immagini che rivelano come la civiltà dei media cerchi di imporre gli standard di massa (Jeans, Coca-Cola..) ai quali le culture, rimaste fedeli ai loro valori nazional-religiosi si oppongono.
D’altro canto, Ryszard Kapuscinski ha trascorso la sua vita professionale ad osservare il “divenire” della storia della seconda metà del XX secolo, chiedendosi fino a che punto i nostri strumenti siano in grado di rispecchiare questo “fluire”; fino a che punto si riesca a comprenderne l’intero corso e fino a che punto sia possibile farne poi una sintesi. 
Le foto fanno riflettere, così come colpisce la narrazione.   
L’autore parte da molto lontano, evoca Erodoto su una domanda fondamentale: vuole scoprire le cause della guerra. Si chiede come mai gli avversari si combattano tra loro.
Considera molto importante la memoria personale che differenzia ognuno di noi, sulla quale ha una sua tesi molto singolare: sostiene, infatti, che l’uomo cominci ad essere “uomo”, in quanto essere umano, partendo dal suo ricordo più remoto, definendolo una parte essenziale della coscienza umana.
Nel secondo capitolo del libro analizza il fenomeno della cosiddetta decolonizzazione. All’inizio del XX secolo il piccolo ma importante gruppo di Stati che governavano il pianeta erano i padroni delle colonie d’oltremare, territori a loro assoggettati e da loro dipendenti nel Sud del mondo, oggi, a distanza poco più di cento anni queste colonie sono comparse.
Circa 200 Stati profondamente diversi tra loro, formalmente indipendenti, sono nati attraverso il processo della cosiddetta decolonizzazione che si è svolta quasi ovunque secondo un medesimo schema, ossia: forze politiche che al termine della seconda guerra mondiale si sono raggruppate, quasi sempre attorno ad un fronte unitario composto in maggioranza da intellettuali.
La divisione dei “tre mondi” risale alla metà del secolo scorso e la denominazione “Terzo Mondo” proviene dal demografo francese Alfred Sauvy.
Nel capitolo l’autore si trova ad analizzare l’epoca coloniale, nello specifico valuta l’Africa occidentale ove la conquista si è compiuta sotto forma di graduale penetrazione economica.
L’autore descrive l’Africa come la più preziosa di tutte le sue esperienze. Sostiene che la parola “Africa” sia un modo molto riduttivo per definirne il continente, mentre, in realtà si tratterebbe di un mondo quanto mai variegato.
Negli anni della Guerra Fredda nel continente si intromisero subito le grandi potenze, che favorirono personaggi di infimo grado, magari non troppo perspicaci ma obbedienti: Mobuto, Bokassa, Idi Amin, Menghistu, Hailè Mariam solo cinici opportunisti, disposti a tutto e dotati di astuzia animalesca.
Gli anni 60 furono il decennio dei colpi di stato militari. Durante le guerre etniche gli intellettuali divennero “selvaggina cui dare la caccia”. Massacri sanguinosi e lontani dalla nostra “Europa” spesso dimenticati dal resto del Mondo.
È anche una denuncia ai paesi occidentali che quando non erano direttamente coinvolti in un conflitto, vi mantenevano comunque i loro interessi economici, e stavano ben attenti alla loro immagine “pulita” nei confronti dell’opinione pubblica.
Il comportamento delle nazioni si riflette in quello dell’informazione.
I corrispondenti spesso vengono inviati sul posto solo dopo lo scoppio dei conflitti e una volta sul posto fanno solo il conto dei morti e feriti per poi andarsene. Il giornalista è cosi sballottato da una zona di guerra all’altra, strumentalizzato dalle forze politiche. Kapuscinski cercava di scoprire e di andare oltre la facciata e le scarne informazioni che gli arrivavano dalle fonti istituzionalizzate.
Nel terzo capitolo Kapuscinski racconta di quando arrivò nel Congo (1960) con la stampa mondiale che traboccava di articoli sull’estrema pericolosità del conflitto in atto. Si temeva il peggio, l’Africa era sempre associata a qualcosa di molto pericoloso e di incerto.
Anche se le nazioni occidentali si facevano promotrici dei diritti umani e della tutela della libertà di ogni persona nel mondo, nei casi di genocidio e di conflitto nei paesi Africani e nel Medioriente, la popolazione civile era spesso dimenticata, riducendo il tutto a scontri tribali, brutali e privi di senso. Kapuscinski descrive le difficoltà che il corrispondente estero si trovava ad affrontare una volta arrivato sul posto.
I capi della Pap proposero a Kapuscinski di diventare il loro corrispondente fisso dall’America Latina. Partito nell’autunno del 1967 vi trascorse quattro anni fino al 1972. Vi giunse per la prima volta due mesi dopo la morte, a 39 anni, di Ernesto Che Guevara e la brutale liquidazione del suo reparto partigiano in Bolivia. Tuttavia la figura del Che continua a sopravvivere nelle memorie e nelle coscienze. La sua morte chiudeva la fase del cruento e violentissimo scontro impersonato dalla lotta armata e dai moti partigiani dei contadini contro le élite al governo quasi sempre dominate dai militari.
Per trovare informazioni e scoop bisognava sapersi destreggiare tra pratiche burocratiche molto severe e segreti militari che non ammettevano l’uscita di alcun tipo di notizia. Ci sono rigide regole a cui il giornalista deve attenersi se non vuole incorrere a gravi conseguenze o esporsi ai rischi che un’area di guerra può dare.
In America latina la scena politica era divisa in due partiti: quello dei militari e quello dei civili. La storia di questi paesi si riduceva alla continua lotta tra i due gruppi diventando una delle caratteristiche distintive dei regimi dell’America Latina: l’alternarsi di governi militari e civili.
Kapuscinski incontra l’islam nel 1956 durante il suo primo viaggio in India, Pakistan e Afghanistan. Nel capitolo quinto narra di questa sua nuova esperienza. Islam è una delle grandi religioni planetarie che penetra i continenti, culture e lingue quanto mai diversi tra loro. Rilevava il profondo senso religioso della vita dei mussulmani che conferisce loro un sentimento straordinariamente forte di identità, di comunione, di unità.
Intorno all’islam, oggi, vi è in corso un grande gioco politico, i media cercano di creare nell’inconscio dello spettatore di massa un associazione islam-terrorismo anche se in realtà i movimenti terroristici non costituiscono che una minima parte del mondo islamico.
Nel capitolo sesto Kapuscinski racconta di quando visita la Russia e ne analizza la storia. La descrive come un immenso paese situato in una posizione molto importante del nostro pianeta. La storia della Russi è stata per secoli la storia di un’incessante espansione, improntata per centinai di anni allo spirito di scoperta di nuove zone del mondo. Ma le sue dimensioni, all’inizio del XX secolo sono diventate una sorta di trappola. Nessuno è riuscito a prevedere il momento della caduta dell’impero sovietico, la caduta è da ricollegare a vari motivi, il principale, secondo Kapuscinski, era l’enorme dispendio di risorse per tenere testa alla corsa al potenziamento dell’arsenale nucleare messo in atto dall’amministrazione americana nell’era Regan. La peculiarità è che la Russia pur non essendo mai stata sconfitta sul campo, è crollata per la sua stessa incapacità di adeguarsi ai cambiamenti. Il crollo della struttura statale e di quella ideologica innescarono un inevitabilmente periodo di crisi profonda.
Oggi la Russia si trova ad un bivio ove si trovano a scontrarsi due forze: quella degli slavofili che vorrebbero mantenere la Russia come un mondo a parte e quella degli occidentalisti che vorrebbero annettere la Russia all’Occidente.
Nel settimo capitolo Kapuscinski afferma di essersi occupato per interi decenni del Terzo Mondo convinto che solo li si svolgesse la vera storia. Riportando però il suo interesse sull’Europa, si accorse la presenza di “due Europe”: quella occidentale “sviluppata” e quella orientale “sottosviluppata”. Sostiene inoltre, che in seguito ai suoi viaggi tra i Paesi dell’ex Unione Sovietica e in Russia la divisione in due Europe non solo permane ma si è addirittura approfondita. L’emigrato russo Heller sostiene che il comunismo è stato sconfitto su tutti i fronti tranne che su quello dell’educazione dell’uomo. Si tratta di un sistema che lascia tracce durature nella mentalità, nel modo di vedere il mondo, nella valutazione della realtà.
Nel 1989 subito dopo la caduta del muro ci fu un grande momento di euforia, presto seguito dalla delusione. Quello che ha colpito Kapuscinscki è stata la mancanza da entrambe le parti dell’Europa, di un tentativo di avvicinamento, del desiderio di conoscersi a vicenda e di cercare una piattaforma comune. In realtà, sostiene Kapuscinski l’Europa occidentale: “parla molto della creazione di un’unica Europa, ma in realtà non la vuole”. La nuova configurazione si traduce in sempre più società e sempre meno stato. Oggi che non esiste più il mondo bipolare le questioni sono diventate molto più complicate e complesse.
Negli ultimi 5 secoli, ossia dal tempo delle spedizioni di Colombo la cultura dominante del nostro pianeta era quella europea i cui modelli, i cui simboli hanno rappresentato un criterio universalmente accettato.
Visitare il mondo, oggi, riferisce l’autore, significa partire per zone contrassegnate da caratteristiche molto più specifiche di una volta. Un tempo la dominazione europea ci faceva sentire a casa nostra più o meno in tutto il mondo. Oggi la presenza europea si va sempre più restringendo. È iniziata la detronizzazione dell’Europa. Una volta erano solo gli europei a viaggiare per il mondo ora si assiste al processo inverso: gli europei si ritirano in Europa. 
L’esclusività dell’Europa occidentale è finita, la tanto sognata Europa non esiste più. Il processo di creazione di un’Europa multiculturale si svolgerà ad un ritmo sempre più veloce. Le trasformazioni demografiche in atto nel mondo assumono proporzioni delle quali nemmeno ci rendiamo conto.
L’Europa sta perdendo la sua identità tradizionale: è sempre meno un continente di cristiani bianchi e sempre più una zona multiculturale e multireligiosa. Il rapporto con l’islam sta diventando un problema interno del mondo europeo. Gli americani rimproverano gli europei occidentali di essersi chiusi in sé stessi, una chiusura che oggi è il punto più debole della cultura del Vecchio continente. L’Europa deve trovarsi un nuova collocazione sulla mappa del Mondo, l’autore è convinto che stiamo passando dall’ “Europa-Mondo” all’ “Europa nel Mondo”, questa, è la grande svolta davanti alla quale si trova il nostro continente.
Nell’ottavo capitolo Kapuscinski apre una profonda riflessione sul mondo attuale sopravvissuto a tutti gli sconvolgimenti del XX secolo: un mondo multiforme una sorte di variegato collage.
Kapuscinski non esista a ritornare su Erodoto: “ci si rende conto dell’impossibilità di conoscere la propria cultura senza conoscere quella degli altri”, si tratta della “teoria degli specchi”, secondo la quale la nostra cultura si specchia nelle altre, solo a quel punto inizia a diventare comprensibile. Le altre culture sono specchi nei quali ci riflettiamo e nei quali riusciamo realmente a vederci come siamo. Quello che dobbiamo chiederci è se, vivendo in culture, civiltà e religioni diverse, vogliamo cercarvi gli aspetti peggiori per rafforzare i nostri stereotipi, oppure sforzarci di scoprirvi dei punti di contatto.
Siamo 6 miliardi di individui che vivono in decine di culture, religioni e lingue diverse, con migliaia di interessi e bisogni diversi.
Diffondere oggi il conflitto di civiltà è pericoloso. Il problema sta nel vedere che cosa finirà per dominare il mondo.
L’autore pone il focus della questione sulla tragedia dell’11 settembre che in ultima analisi considera una conseguenza del prevalere dell’economia sulla politica.
In tutto il mondo si nota un progressivo indebolimento dello Stato, in effetti lo Stato ha perso i suoi principali attributi di governo e di controllo, a causa dell’odierno stratosferico sviluppo dei mezzi di comunicazione e di collegamento globale. L’economia del mondo sfugge al controllo statale, essendo la Stato una forza di tipo prettamente territoriale. Tutto ciò accade perché dalla fine del XX secolo è avvenuto un forte processo di eliminazione del controllo sociale sul potere. Conseguentemente tutti i meccanismi di controllo, di pressione e di correzione, una volta potenti, sono stati completamente esautorati, le sedi in cui vengono prese le decisioni si sono liberate da ogni controllo sociale. In base a questa consapevolezza molte persone non va più nemmeno a votare. Il voto è considerato un gesto puramente formale, tale atteggiamento esprime la totale indifferenza della società verso il potere, dovuta ad un senso di impotenza.
Affrontando il contemporaneo problema del terrorismo Kapuscinski rileva come i grandi Stati tentino di reagire al fenomeno con metodi puramente militari, dimenticando in tal modo che lo si può limitare, spiare, indebolire.. ma non liquidare. Qui l’autore giunge al nucleo centrale della riflessione: il terrorismo in prospettiva richiederà una guerra lunga di fronte alla quale non ci saranno né effetti immediati, né soluzioni spettacolari.
Ritornando sulla questione della globalizzazione Kapuscinski ci avvisa di tutta una serie di minacce incombenti sul mondo: il modo ricco non riuscirà più a isolarsi e a starsene per proprio conto, le riserve mondiali sono troppo esigue e i meccanismi della loro distribuzione o redistribuzione troppo imperfetti.
Secondo la propaganda semplificante dei grandi media la globalizzazione rappresenterebbe la via del benessere per tutti, ma non è proprio così, a guadagnarci, di fatto, sono solo i più potenti: banche, corporazioni che tengono al libero mercato. Esiste una teoria secondo la quale la globalizzazione sarebbe una diversa forma di colonizzazione.
Queste riflessioni ci consentono d’interpretare in maniera diversa gli avvenimenti dell’11 settembre, in quanto ci dimostrano che abbiamo a che fare con forze che nessuno realmente controlla e che in futuro saranno ancora più difficili da dominare. Kapuscinski afferma che si potrebbe identificare l’11 settembre come un sintomo delle malattie che pesano sul Mondo e, di conseguenza, si dovrebbe aprire un dibattito su quelle forze che, accumulatesi per anni, hanno finito poi per manifestarsi in modo così atroce.
Il libro non finisce senza una nota di speranza. Nel nono capitolo Kapuscinski individua nell’Asia centro-orientale, definita “la civiltà del Pacifico” la nuova nascente civiltà del XXI secolo, ove attualmente si concentra la maggior parte del capitale. È lì che si sposta il cuore pulsante dell’economia mondiale, il capitale vi affluisce non solo per motivi economici, ma anche culturali. Esiste una condizione particolarmente favorevole proprio nell’ambito delle culture asiatiche, che offrono la possibilità di coniugare tre importanti elementi della cultura asiatica tradizionale: il lavoro, il risparmio e la disciplina.
Nella storia dell’umanità esistono dei momenti in cui il mondo sboccia producendo una meravigliosa esplosione del pensiero umano. Purtroppo finora nessuno ha mai pensato di accomunare, in modo concreto, le culture gravitanti sulle diverse sponde del Pacifico. Oggi, grazie alla rivoluzione elettronica e tecnologica questa civiltà, si auspica, potrà finalmente organizzarsi.
La Cina è lo Stato demograficamente più vasto del mondo e in continua crescita. Come l’islam, la civiltà cinese si dimostra refrattaria agli influssi della civiltà americana. La Cina, molto ambiziosa, aspira a svolgere un ruolo egemone nella cosiddetta “Civiltà del Pacifico”.
Su questa riflessione Kapuscinski innesta il fenomeno delle migrazioni. Oggi gli immigrati stanno fisicamente in un luogo, ma attingono altrove la loro aspirazione culturale. L’emigrazione è un’unione tra la speranza ed il movimento. La speranza si avvera grazie al movimento. La gente cerca di migliorare le proprie condizioni di vita attraverso il movimento spostandosi da un luogo che considera “cattivo” ad un luogo che considera “buono”. Kapuscinski afferma che si tratta di un processo irreversibile, profondamente connaturato al pensiero dell’uomo. L’emigrazione è un processo che esiste da sempre, ma la scala su cui attualmente si svolge è immensa e finora mai riscontrata nella storia.
La storia tradizionale è stata una “storia di popoli”. Oggi per la prima volta dai tempi dell’Impero romano esiste la possibilità di creare una “storia delle civiltà”.
Questa nascente civiltà del Pacifico, rivela Kapuscinski con grande suggestione, rappresenterà un nuovo tipo di rapporto tra il mondo sviluppato e quello sottosviluppato, un rapporto basato sull’apertura, sulla speranza, sulla pluri-nazionalità.
Kapuscinski ci lascia con l’auspicio di un mondo trasformato dove i rapporti saranno improntati più alla collaborazione e costruttività, che allo sfruttamento e alla distruzione.
Giuseppe Angelini


Kyszard Kapuscinski 
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano 2015, pp. 191 (Prima edizione 2009)
 

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05 dicembre 2017

In libreria

Flavio Fusi
Cronache infedeli
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
Descrizione
Un diario di viaggio. Un viaggio di trent’anni attraverso i cambiamenti di un mondo in tumulto. Nuove geografie e frontiere, fragili paesi che nascono, antiche nazioni che si spengono come stelle fredde, intere comunità costrette all’esilio. Da Sarajevo assediata a Berlino liberata dal Muro, da New York inginocchiata davanti alle rovine delle Twin Towers a Mosca che maledice il proprio passato, il cronista raccoglie e racconta, cercando di mettere ordine nel caos che lo circonda. Il cronista è un testimone incantato: di notte vengono a trovarlo in sogno gli spettri benevoli dei compagni che ha incontrato lungo i sentieri dell’Africa, nei villaggi massacrati dell’America Latina e dei Balcani, nelle province dell’Impero sovietico in agonia. Il cronista non è un giudice, ma sempre e soltanto un complice. Un libro di memorie, sogni e ricordi. Una storia vera, autentica e infedele: una storia, in fondo, sommamente bugiarda.
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30 agosto 2017

L’uomo oltre l’inviato di guerra


La guerra oltre la notizia. Note sul giornalismo di guerra di Ilaria Menale è un libro edito dalla casa editrice Mattioli 1885, con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, presente nelle librerie dal novembre dello scorso anno. Dopo un’introduzione sulla storia del giornalismo di guerra e sulla figura dell’inviato, l’autrice conduce il lettore in un viaggio attraverso le esperienze professionali e di vita di due importanti ex reporter, ovvero Franco di Mare e Toni Capuozzo.
Con grande sensibilità, il lavoro cerca di raccontare la realtà che si cela dietro alle cronache di guerra e al racconto dei fatti di cui il giornalista e inviato è testimone, entrando nel vivo delle differenze tra il lavoro del professionista e l’esperienza di vita dell’uomo: emozioni, dolore, paure, ricordi e non solo notizie, avvenimenti storici, fatti politici. In molti casi i reporter stessi sentono la necessità di raccontarsi e di raccontare ciò che hanno vissuto affiancando alla carriera del giornalista quella dello scrittore.
Franco di Mare, nella prefazione di “La guerra oltre la notizia”, scrive:
È capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di sentirsi impotente davanti alle raccapriccianti vicissitudini che la realtà spesso propone. […] Quel senso di impotenza è quello che vive chi, tra le zone di guerra, si è recato per svolgere la propria professione e si è ritrovato a essere un uomo debole, inadeguato, incapace a risolvere i devastanti problemi umanitari che scaturiscono dallo scoppio di bombe e sotto alle armi dei cecchini che, come bruti privi di sentimenti e pietà, sparano alla vista di uomini, donne, anziani e bambini”.
Il testo suggerisce interrogativi interessanti. Sorge spontaneo chiedersi, durante la lettura, perché un giornalista decida di fare un lavoro rischioso come quello dell’inviato, quale sia la differenza di informazione tra giornalismo e libro e quali siano le ragioni profonde che spingono un professionista a scrivere un libro dopo essere stato nelle “zone calde”. Per questi quesiti, che tracciano il percorso dello studio, l’autrice cerca di proporre risposte attraverso l’indagine delle esperienze di vita dei reporter citati e coinvolti nel lavoro.
Nella prima parte, Ilaria Menale introduce quella che può essere definita la missione dell’inviato speciale, attraverso la storia del giornalismo di guerra, le caratteristiche di questa figura, i fatti vissuti sul fronte narrati tramite la forma dell’articolo giornalistico, la differenza ipotetica e professionale tra il giornalista uomo e la giornalista donna, il racconto di guerra attraverso il libro. Vengono presentate inoltre biografie, realizzate da Angela Bottigliero, di alcuni storici inviati al fronte anche celebri scrittori: William Howard Russell, Luigi Barzini, Ernest Hemingway, Indro Montanelli, Ryszard Kapuscinski, Tiziano Terzani.
Nella seconda parte, La guerra oltre la notizia esamina due importanti libri, “Il cecchino e la bambina”di Di Mare e “Adios” di Capuozzo, e lo fa attraverso interviste agli autori, dichiarazioni, ricordi, storie tratte dai loro testi ma anche tramite il loro percorso professionale e umano. Di Mare, giornalista Rai e conduttore di Uno Mattina, è stato inviato di guerra e ha seguito conflitti come quelli in Bosnia, Kosovo, Somalia ed Eritrea. Capuozzo, giornalista Mediaset e conduttore di Terra, ha seguito le vicende belliche e la guerriglia dell’America Latina dove era inviato per Lotta Continua.
Il libro si arricchisce di fotografie in bianco e nero che raccontano luoghi, persone, esperienze e culture. Complete le note finali che comprendono riferimenti bibliografici, annotazioni e datazioni.
Ilenia Menale, nata a Napoli ma residente da alcuni anni a Roma, è una giornalista freelance con una Laurea in Economia e Management ed una in Comunicazione d’Impresa. “La guerra oltre la notizia“ è il suo libro d’esordio. Lavora inoltre come ufficio stampa nei settori cultura e politica ed è docente di giornalismo presso alcuni licei del Lazio e della Campania.

Alice dell’Omo

 

Ilaria Menale
La guerra oltre la notizia. Note sul giornalismo di guerra
Mattioli 1885,  Fidenza, 2016, pp. 101.

24 giugno 2017

È lontana Lampedusa?


 



Voi che vivete sicuri 
nelle vostre tiepide case, 
voi che trovate tornando a sera 
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo 
che lavora nel fango 
che non conosce pace 
che lotta per mezzo pane 
che muore per un sì o per un no. 
Considerate se questa è una donna, 
senza capelli e senza nome 
senza più forza di ricordare 
vuoti gli occhi e freddo il grembo 
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato: 
vi comando queste parole. 
Scolpitele nel vostro cuore 
stando in casa andando per via, 
coricandovi alzandovi; 
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa, 
la malattia vi impedisca, 
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi




Per quale motivo un uomo o una donna - spesso con bambini in grembo - decide di lasciare il proprio paese, pagare ingenti somme di denaro ad un trafficante, salire su di un barcone fatiscente, compiere un viaggio insicuro e rischioso, per giungere in una terra a loro completamente estranea? Cosa li spinge?
E soprattutto chi sono - quale il loro nome e la loro storia - tutti quegli uomini e donne, del nuovo millennio, che partono?
Domenico Quirico - per lunghi anni inviato speciale del quotidiano La Stampa - tenta, con l’abilità di reporter e la sensibilità di uomo, di rispondere a queste domande con lo scopo non solo di capire, conoscere e raccontare la Storia ma anche e soprattutto di distruggere l’alta barriera di luoghi comuni e superficialità che si è eretta in Italia- in particolare- circa il modo di considerare queste partenze.
Di migranti stiamo parlando. Né di rifugiati né di profughi tantomeno di clandestini.
"Non dovremmo usare più, per loro, la parola clandestini: inganna, svia, dovremmo restaurare l’antica cara nostra parola di migranti." (Quirico p. 30).
I migranti sono uomini, donne, bambini che compiono l’atto più antico e profondo della storia dell’umanità: migrare, spostarsi, viaggiare. Per avere salva la vita, per un futuro migliore.
"Gli uomini possiedono piedi e non radici, anzi come ha scritto il grande paleontologo André Leroi-Gourhan: «Eravamo disposti ad ammettere qualsiasi cosa, ma non di essere cominciati dai piedi», e prosegue affermando che la storia dell’umanità inizia con i piedi." (M. Aime, Contro il razzismo, Torino, 2016, p. 47).
Domenico Quirico, abbandona la sua tiepida casa italiana e parte per la Tunisia. Si reca presso il porto di Zarzis - il porto dei trafficanti di uomini - e si immedesima nella gente che sta per partire, ossia coloro che si accingono a diventare migranti.
Quirico - ora giornalista professionista, ora uomo - percorre gli stessi passi di quella gente. Paga la stessa cifra, si appropinqua presso lo stesso porto, sale sullo stesso "barcone" – un peschereccio vecchio e malandato, che potrebbe supportare il peso di non più di trenta persone, e ne traghetta almeno cento. Patisce le loro stesse angosce, paure, preoccupazioni: "arriveremo vivi? È lontana Lampedusa? Come affronteremo un naufragio?" ma, pur tuttavia, non viene guardato allo stesso modo. Sia i passeur sia i migranti lo guardano con sguardo sorpreso e interrogativo: "Chi te lo fa fare ad andare volontariamente in un luogo da cui tutti scappano, e a vivere momenti di cui tutti vorrebbero dimenticare?"
I passeur sono i traghettatori di anime, i Caronte del Nuovo Millennio. Perché di trasporto di persone via imbarcazione, e di inferno si sta parlando.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: "Guai a voi, anime prave! 

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti".
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 

disse: "Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti".



Lo sguardo e le parole che la gente di Zarzis rivolge a Quirico sono esattamente le stesse che Caronte rivolge a Dante quando - chiamandolo anima viva- chiede cosa fa e lo esorta ad allontanarsi da "cotesti che son morti". E Quirico, in quel contesto, altro non è che anima viva.
Quirico salpa nel cuore della notte - insieme a molti altri uomini e donne - da Zarzis. Il viaggio si è mostrato come previsto rischioso: motore guasto - riparato almeno quattro volte - e sovraffollamento.
Durante il tragitto, Domenico giornalista tenta di intavolare conversazioni e di porre qualche domanda ai suoi compagni accanto. Ma Domenico uomo, percepisce un inverosimile silenzio e intuisce che non è il momento di parlare.
Ad un tratto il motore cede e il sovraffollamento prende il sopravvento. L’imbarcazione affonda. Uomini donne bambini e Domenico in mare. Urla, pianti, disperazione. Sopraggiunge la Guardia Costiera, salva quella gente, e la conduce a Lampedusa, presso il campo profughi. Il viaggio di Quirico era finito, quello dei migranti era appena all’inizio.
"La fuga è un atto liberatorio. Un allontanamento da una condizione o da un luogo divenuti insostenibili; un gesto di rottura col presente, il rifiuto della sua immanente necessità." Così Carlo Bordoni, scrittore italiano e collaboratore del Corriere della Sera, riassume le parole di Pierre Zaoui- studioso francese di filosofia contemporanea - espresse nel testo L’arte di essere felici (Milano, 2016).
Infatti è proprio questo il motivo per cui «popoli interi hanno ripreso, braccati dalla disperazione e dalla speranza, ad attraversare il mare» (Quirico, p. 53). I migranti del Nuovo Millennio sono persone che scappano, fuggono- più che partire- da guerre, lotte civili, politiche autoritarie e aggressive, morte. Non partire significa morte certa, fisica e spirituale. Partire significa rischiare- forse - di morire. E quel forse diviene ragione di vita, speranza; "la speranza che rende leggeri e cancella la paura e qualche volta oscura anche la ragione."(Quirico, p. 22).
Si fugge per istinto di sopravvivenza, per amore della vita. Si fugge non per se stessi, ma per i propri figli. Si fugge per un’idea di futuro. Si fugge per una terribile sacra pazienza di vivere (Quirico, p. 58). Si fugge per denunciare all’Occidente costa sta accadendo al di là del Mediterraneo. Si parla di fuga, non di codardia. Codardia è ben altro.
Coloro che fuggono sono persone umili, semplici, innocenti. Persone che hanno sempre tentato di condurre una vita dignitosa nei loro paesi; persone intrappolate nella ragnatela del potere e della violenza. Persone come noi, noi che invece viviamo nelle nostre tiepide case.
E il Mediterraneo cosa rappresenta?
Per la Storia, la "grande cerniera di cui l’avventura umana ha fatto il suo ambito prediletto, nord contro sud, est contro ovest, Oriente contro Occidente, l’Islam all’assalto della Cristianità." (Quirico, p. 49).  Per Papa Francesco, "un cimitero".
Il Mediterraneo non è solo un luogo geografico, ma anche e soprattutto un luogo storico, sociale e politico.
Domenico Quirico affronta il tema della migrazione, nucleo concettuale del giornalismo internazionale.
Infatti, come afferma Jean-Paul Marthoz nel manuale Journalisme International (Bruxelles, 2012), i conflitti interculturali e le migrazioni costituiscono "il cuore dell’attualità internazionale".
Le migrazioni sono, per definizione, un soggetto globale, perché questi movimenti simbolizzano l’interconnessione del mondo.
Francesca Caporello

Domenico Quirico
Esodo. Storia del Nuovo Millennio
Neri Pozza, Milano, 2016
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22 giugno 2017

Giornalisti in Cina



Oggi non abbiamo alcuna difficoltà a definire la figura del giornalista, riusciamo con facilità a mettere a fuoco il suo ruolo all’interno del processo di nascita, vita e morte di una notizia. Tutto questo se consideriamo la società in cui viviamo o al massimo i paesi occidentali. Che cosa succederebbe se provassimo a spingerci un po’ oltre? Sapremmo parlare con la stessa sicurezza dei giornalisti cinesi e del tipo di lavoro da loro svolto? Se la risposta è no, la lettura di Zhongguo Jizhe. Giornalisti cinesi: linguaggio e identità professionale dissiperà ogni nostro dubbio. Emma Lupano inserisce in questo volume il frutto di otto anni (2008-2015) di ricerca diretta nel campo dei media cinesi, intrapresa nell’ambito del XXIII ciclo di dottorato in Civiltà, Culture e Società dell’Asia e dell’Africa all’Università La Sapienza di Roma. 
Il materiale raccolto dall’autrice è di considerevole portata, ma è stato organizzato in maniera tale da permettere una lettura scorrevole anche a chi si approccia per la prima volta al mondo dell’informazione cinese. È presente una contestualizzazione costante, dove è spiegato innanzitutto che, dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, in Cina è avvenuta una riforma nel sistema dei media e i giornalisti hanno potuto avvicinarsi a tematiche nuove. I freelance, chiamati in cinese “liberi collaboratori editoriali”, hanno avuto un ruolo fondamentale durante questo passaggio ed è proprio su di loro che si concentrano gli studi racchiusi nel volume.
I testi sulla figura del giornalista freelance scarseggiano in Cina e per questo motivo l’autrice ha dovuto intervistare alcune persone appartenenti al mondo dell’informazione per realizzare la sua ricerca. Le interviste si sono svolte in due momenti diversi, tra il 2008 e il 2009 e tra il 2014 e il 2015 e gli intervistati sono una ventina di giornalisti di nazionalità cinese (indicati solo con le loro iniziali, per motivi di privacy). Sono persone che hanno un’esperienza lavorativa di almeno tre anni, o come freelance o presso una testata e sono stati scelti cercando di rappresentare la più ampia varietà possibile rispetto a genere, età, posizione geografica, livello di carriera. Il corpus delle interviste è costituito da più di quaranta ore di dialoghi registrati ed è stato trascritto e suddiviso in brani. Stralci di questi sono stati poi inseriti nei sei capitoli, in ordine cronologico e in base alla tematica.
Ogni capitolo è aperto da un saggio introduttivo, per permettere di comprendere il contesto di riferimento relativo all’argomento trattato. Il primo capitolo parla della divisione interna dei media cinesi, esistono infatti testate istituzionali e testate commerciali; il secondo mostra come i giornalisti cinesi stiano fronteggiando la crisi della carta stampata e il conseguente passaggio al digitale. Nel terzo e nel quarto capitolo si analizzano gli aspetti pratici della professione e le idee che guidano chi lavora nell’ambiente. Il quinto fa invece luce sul sistema di propaganda che controlla i media, argomento ripreso anche nel sesto e ultimo capitolo, dove gli intervistati parlano della loro effettiva possibilità di esprimersi liberamente e delle loro ambizioni professionali.
Scorrendo le dichiarazioni rilasciate dai giornalisti cinesi, si ritrovano alcuni Leitmotiv: l’avvento dei social media, la volontà di migliorare il paese, l’importanza di sapersi autocensurare e di esprimersi in modo tale da poter trasmettere le proprie idee senza essere ostacolati dal governo.
L’intero testo si presta inoltre a un livello di lettura più approfondito, adatto a colore che conoscono la lingua cinese. Infatti, ogni intervista è riportata anche nella sua trascrizione in ideogrammi e l’autrice realizza una puntuale analisi linguistica, evidenziando all’inizio di ogni capitolo quali sono le espressioni ricorrenti utilizzate dagli intervistati, non solo quando scrivono i lori pezzi ma anche quando parlano del loro lavoro. 
Senza dubbio la ricerca di Emma Lupano suggerisce implicitamente al lettore numerosi spunti di confronto con la situazione occidentale. I nostri media spesso dimenticano il grande valore della libertà di espressione e arrivano ad abusarne, pubblicando anche articoli e notizie non del tutto veritieri, con l’unico scopo di attirare click, visualizzazioni e guadagni.
Elena Rita Tornabene

Emma Lupano
Zhongguo Jizhe. Giornalisti cinesi: linguaggio e identità professionale
Unicopli, Milano, 2016, pp. 140.

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