Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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16 giugno 2020

Una vita tra fantasia e realtà


Il cinema è fatto di storie concrete e astratte, che ci incuriosiscono, appassionano, commuovono e anche rattristano. Guardare un film significa vivere tutte le emozioni che i personaggi provano e riflettere sulle scelte che fanno, giudicandole con il nostro proprio metro di giudizio. Spesso ci si consuma molto tempo a riflettere sul perché di quelle scelte e conversiamo volentieri con amici e familiari sulle diverse interpretazioni di una certa scena o un episodio o persino sul significato del film. Di solito queste conversazioni rimangono fine a se stesse, magari con l’aggiunta di risposte che vengono date dai critici cinematografici, ma che, bensì molto specializzate e studiate nel dettaglio, alla fine dei conti anche esse sono delle interpretazioni sulla reale ambizione del regista. 
A volte, però, succede una cosa rara e inestimabile nell'ambito della storia del cinema. Questa particolarità fa riferimento a quelle piccole delucidazioni che il regista stesso fa su un film, magari impreziosendo il valore del resoconto aggiungendo anche aneddoti sulle retroscene, gli attori e la produzione. 
Un avvenimento più unico che raro è quello di possedere una intervista di 188 pagine con un regista che ha segnato un’epoca nel cinema italiano, ma anche in quello mondiale, come Federico Fellini. 
Seguendo uno stile che ricorda l’intervista che Truffaut fece a Hitchcock, che fu pubblicata in un libro che corrisponde al titolo italiano de Il cinema secondo Hitchcock (1966), questa bellissima intervista fatta da Giovanni Grazzini a Federico Fellini nel 1983 per Laterza è stata ripubblicata da Il Saggiatore nel 2019, in occasione dei cento anni dalla nascita del regista. 
Si tratta di quasi un intero monologo di Fellini, interrotto brevemente da Grazzini per fare delle domande o chiedere delle specificazioni. Fellini ci porta in un viaggio nel suo passato e nel suo presente, tutte e due caratterizzati da una voglia di vivere e assaggiare la vita. In certi momenti del libro ci troviamo a Rimini, con un Fellini adolescente che si avventura a scoprire se stesso e, successivamente, arriviamo a Roma, capitale del cinema non limitato soltanto al piccolo mondo italiano, ma frequentato anche da grandi registi e divi americani, che sceglievano Cinecittà per girare i loro film. Nella narrazione di Fellini si può toccare con mano quella vita movimentata e gloriosa della capitale italiana. Oltre ad essere una testimonianza importante sul cinema della seconda metà del xx secolo, quest’intervista è anche, e soprattutto, un racconto dettagliato del processo creativo di un regista senza eguali, che confessa di non essere molto sicuro sul proprio passato poiché nei suoi film ha svuotato tutti i suoi ricordi e che ormai sono mischiati con la fantasia. Su cosa guidi il processo creativo, Fellini risponde: 
“Chi ci guida nell'avventura creativa? (…) Soltanto la fiducia in qualcosa o in qualcuno nascosto dentro di te, qualcuno che conosci poco, che si fa vivo ogni tanto, una tua parte sorniona e sapiente che si è messa a lavorare al posto tuo può aver favorito la misteriosa operazione.” 

Adriola Doda 


Federico Fellini 
Sul cinema 
Il Saggiatore, Milano, 2019, pp. 188.
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04 febbraio 2018

Così andava il giornalismo

Sentivo in me la reazione di chi è stato educato al giornalismo in un certo modo: non si nasconde niente.” Gianni Minà, giornalista da più di cinquant’anni, ha mosso i primi passi all’interno di Tuttosport per approdare poi alla RAI; nel corso della sua carriera ha seguito e documentato otto mondiali di calcio e sette olimpiadi sportive, ha incontrato e intervistato grandi figure artistiche, sportive e politiche della storia contemporanea come Muhammed Ali, Fidel Castro, Chico Buarque, Lula da Silva, il subcomandante Marcos, Hugo Chávez. Ma più di tutto il suo lavoro si è caratterizzato per un grande amore, accompagnato da diversi documentari e libri, per l’America Latina. Ora, insieme all’attivista Giuseppe De Marzo, nella conversazione-intervista lunga 240 pagine dal titolo Così va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà edita da Edizioni Gruppo Abele per la collana Palafitte, ci fornisce un nuovo punto di vista sul mondo e sulle dinamiche che lo animano. Attraverso le sue esperienze come giornalista e reporter ma soprattutto come uomo, Gianni Minà ci porta all’interno di un universo, quello dei paesi del Centro e Sud America, ricco di storia, di cultura, di ideali politici e rivoluzioni sociali vissute da un popolo pronto a non arrendersi, un universo ancora imprigionato nella gabbia degli interessi del neoliberalismo e di un sistema economico capitalistico ormai antiquato ed anacronistico. Grazie alla musica conosce prima il Brasile all’inizio degli anni Settanta, durante gli anni più duri della dittatura militare, e scopre il dramma dell’ingiustizia sociale in una parte del mondo priva delle logiche occidentali; poi l’Argentina, nel vivo della Operacion Condor e della crudele realtà dei desaparecidos; nel 1987 e nel 1990 incontra e intervista Fidel Castro, protagonista indiscusso del Novecento, artefice della Rivoluzione cubana; nel 1996 riesce ad intervistare il subcomandante Marcos, portavoce dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e della resistenza nella regione del Chiapas in Messico. Il racconto però non si dimentica di ricordare come gli Stati Uniti, protagonisti indiscussi del contesto globale dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, abbiano avuto il ruolo di regista negli eventi passati e recenti di una zona del mondo in cui la democrazia ha faticato e tuttora fatica ad affermarsi, in cui le lotte socialiste hanno prodotto risultati ben diversi rispetto all’Occidente e in cui la lotta per il diritto alla vita non si è mai esaurita. Gli stessi Stati Uniti che oggi sembrano essere lo specchio di una crisi che vede l’implosione di un’economia basata sugli interessi delle grandi multinazionali e sul consumismo e la sempre più evidente collisione tra libertà e giustizia sociale, crisi che si personifica nel neoeletto Presidente degli USA, Donald Trump che, come sostiene Minà, “rappresenta perfettamente questo momento di grande mediocrità della civiltà occidentale”. Civiltà occidentale a cui appartiene anche l’Italia che dagli anni Sessanta, con la “strategia della tensione” e l’allarme terrorismo, ad oggi, con le stime più basse di partecipazione politica e governi di sinistra interessati solo a favorire il mercato capitalistico, ha attraversato decenni di decadimento con cui la cittadinanza sembra non aver fatto ancora i conti. Da queste esperienze prendono spunto le critiche di Minà al sistema di informazione (o meglio disinformazione, mancata informazione, informazione manipolata) italiano ed internazionale che ha dimenticato il proprio scopo, servire la cittadinanza e fare servizio sociale. Il giornalismo ha chiuso gli occhi di fronte agli avvenimenti, per convenienza o per obbedienza, per non tradire un modello di civiltà all’apparenza liberale e democratico che non accettava alternative, e questo, secondo gli autori di Così va il mondo, ha creato un clima di paura, menefreghismo, cattiveria, mancanza di giudizio: un clima da cui uscire solo attraverso un radicale cambiamento di rotta. Grazie a questa intervista Minà ci fornisce una nuova chiave interpretativa della storia mondiale e ci aiuta a comprendere i nuovi fenomeni geopolitici, partendo dal terrorismo ideologico e dai flussi migratori verso l’Europa, ma anche, e soprattutto, quale dovrebbe essere il ruolo del giornalismo e dei giornalisti nel nuovo scenario globale economico, politico e sociale. Un’intervista, in definitiva, che ha molto da dire, che riflette e fa riflettere sull’attualità, sul presente e sul futuro del mondo occidentale e non.
Alessia Malcaus

Così va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2017, pp. 240.
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22 maggio 2017

Quando Oriana Fallaci intervistava la Storia

Intervista con la Storia di Oriana Fallaci è una raccolta di 28 interviste (delle quali due rivolte al politico socialista portoghese Mario Solares), edite per la prima volta nel 1974 da Rizzoli; a partire dall’edizione del 1977, la stessa autrice scelse di integrare ciascuna intervista con una breve presentazione del personaggio preso in esame, il tutto correlato con alcuni accenni alla contestualizzazione storico-sociale entro cui essi si sono trovati a vivere e ad operare e con numerosi riferimenti alle loro caratteristiche di uomini e donne prima che di politici.
I destinatari delle domande della giornalista in questo frangente furono i principali “attori” della scena mondiale degli anni ‘60-‘70: le interviste loro rivolte non sono ordinate secondo una cronologia precisa, ma, piuttosto, sulla base di “nuclei tematici” (quali, ad esempio, la Guerra del Vietnam, la situazione del Medio Oriente e le tensioni politico-sociali vissute dai paesi dell’Europa meridionale a seguito della caduta dei regimi), all’interno dei quali i vari protagonisti sono presentati come strettamente interrelati tra loro.
E così, uno per uno, ella ci descrive 27 tra i più celebri e importanti individui che abbiano calcato la scena mondiale del XX secolo, dipingendo per ciascuno un quadro (umano prima ancora che politico) praticamente perfetto e presentandoli in tutte le loro sfaccettature psicologiche. In questo frangente, possiamo citare come particolarmente coinvolgenti le interviste rivolte, rispettivamente, a Henry Kissinger, segretario di stato degli Stati Uniti durante la presidenza di Nixon, famoso per la sua freddezza e per il suo acume (per i quali arrivò addirittura ad affermare che “L’intelligenza non serve per fare i capi di Stato. La dote che conta, nei capi di Stato, è la forza. Il coraggio, l’astuzia e la forza.” (p. 18 ), al temutissimo generale Giap, comandante dell’Esercito Popolare del Vietnam del Nord (“I bambini li spaventi sussurrando « Ora chiamo l’orco », gli Americani li spaventi sussurrando « Ora viene Giap ».”, p.81), all’ex-pediatra palestinese di confessione cristiano ortodossa George Habash, che, per odio o per disperazione, abbandonò la cura dei più deboli e dei più poveri per dedicarsi anima e corpo alla vendetta verso gli oppressori alla guida del FPLP (Fronte Popolare per la liberazione della Palestina), e al Ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita Ahmed Zaki Yamani, forse l’uomo più potente che abbia calcato la scena politica degli anni ‘60-‘70. Celeberrimi, poi, i colloqui con il glaciale direttore della CIA William Colby, calcolatore dall’animo freddo e dallo sguardo impenetrabile (“Lui rappresentava il potere, la piovra invisibile e onnipresente che tutto domina e strozza”, p.587), con l’arcivescovo cattolico brasiliano Helder Camara, oppostosi da sempre alla dittatura e, per questo, costretto a vivere in miseria e costantemente bersagliato da minacce e tentativi di aggressione, e con l’arcivescovo cipriota Makarios III, l’unico in Europa che tenesse insieme potere temporale (in quanto Presidente della Repubblica di Cipro) e religioso. E, infine, indimenticabile risulta l’incontro con Alexandros Panagulis (o Alekos), la cui intervista risulta eminente sia dal punto di vista umano che sotto l’aspetto giornalistico; politico, rivoluzionario e poeta greco, divenuto ben presto compagno di vita della stessa Fallaci, Alekos fu a lungo perseguitato, torturato e incarcerato a causa delle sue idee politiche, ma il suo animo alla fine gli permise di divenire in toto un vero e proprio simbolo (“Essere un uomo significa avere coraggio, avere dignità, significa credere nell’umanità: significa lottare, e vincere.”, p. 860 ).
Questo libro può dirsi davvero un’intervista con la Storia, poiché interpella buona parte di coloro che ne sono stati fautori a tutto tondo: perché, in fondo, la storia è fatta di uomini e, come ci insegnano i più grandi, “Homo faber fortunae suae” (citazione riconducibile a Niccolò Macchiavelli nel De Principatibus, Firenze, 1513). Ciascuna delle 27 brevi presentazioni, intense e ricchissime di pàthos, viene seguita, per l’appunto, dall’intervista al personaggio in questione, completa di domande e risposte da parte di entrambi gli interlocutori; in ciascuna parte dei vari “capitoli” inerenti queste eccellenze (sia in positivo che in negativo) del secolo scorso, lo stile dell’autrice risulta molto colloquiale, semplice e facilmente comprensibile, e questo anche grazie alla scelta di un lessico e di una terminologia quasi quotidiani, familiari. La naturalezza con cui vengono presentati fatti, avvenimenti e personaggi (di norma tanto idealizzati da sembrare quasi irraggiungibili) permette talvolta di leggere la storia in termini di quotidianità, di sentirla vicina, di avvertire l’impressione (reale, alla fin fine) di farne davvero parte: ed è proprio questo a cui puntava Oriana Fallaci, avvicinare gli eventi storici ad ogni loro singolo artifex particolare, a tutti quegli spettatori civili che, a modo loro e in maniera totale, hanno fatto la storia prima ancora di viverla.
La semplicità del racconto, la colloquialità con cui la Storia in quanto Historia viene presentata, allora, riescono a coinvolgere i lettori nel racconto, a renderli partecipi di un passato che non tornerà ma che, in parte, è ancora loro nei risultati di un futuro in perenne costruzione, tutto da vivere.
Guendalina Liberato

Oriana Fallaci 
Intervista con la Storia 
BUR, Milano, 2008 (Prima edizione, Rizzoli, 1974).

11 giugno 2014

Interviste senza filtro


sgretolamento
[sgre-to-la-mén-to] s.m.
 1 Riduzione in frammenti di un materiale o di un oggetto SIN frantumazione, sbriciolamento
  2 fig. Demolizione di una tesi, di un argomento e sim.


Una combinazione di questi significati è ciò che Antonio Ferrari fa emergere dalle voci senza filtro che ha ascoltato nella sua carriera, raccogliendo con l’inseparabile registratore le più salienti interviste ai leader politici degli anni ’80, nel contesto dei territori dell’Est europeo e Medio Oriente. Sono gli anni della guerra fredda in cui il preludio della fine è vicino, il Muro di Berlino comincia a sgretolarsi e iniziano a intravedersi crepe e spiragli di luce prima del crollo definitivo.
Ferrari, inviato speciale del "Corriere della Sera" dal 1973, propone al lettore una carrellata di 28 interviste che hanno segnato profondamente il suo lavoro di giornalista come ricercatore di verità; un aspetto che diverse volte, lungo la narrazione, non teme di  sottolineare accennando genericamente a comportamenti non troppo felici di colleghi “schierati”.
Le voci senza filtro sono le risposte alle domande, a volte spinose, che Ferrari rivolge ai potenti di questo panorama politico, ottenute talvolta anche per eventi fortuiti, come l’incontro con Helmut Schmidt, o di ripiego, come nel caso dell’intervista al regista cecoslovacco Juro Jakubisko.
Ciò che si sgretola è la facciata di questi uomini e dalle crepe emergono spiragli di umanità celati sotto la corazza che questi protagonisti della politica internazionale si sono dovuti creare per il loro ruolo, forse per difesa, ma che Ferrari è abilissimo a descrivere cogliendo le sfumature di ogni personalità durante i suoi incontri, stupendosi per l’abitudine dell’ex primo ministro e presidente turco Turgut Özal di leggere i fumetti di Tex Willer per alleviare la tensione.
Nonostante l’importanza dei suoi interlocutori, il protagonista è lui, Ferrari, l’inviato speciale chiamato dal direttore del “Corriere” Cavallari a partire immediatamente per Sofia, perché “di lui si fida ciecamente, è sveglio e ha grinta”. Ѐ guidato dall’amore per il suo lavoro e da un’irrefrenabile curiosità che lo porta a spostarsi continuamente dai paesi dell’Est europeo a quelli del Medio Oriente, rendendo partecipi noi lettori della sua attività di corrispondente di guerra, del suo modus operandi, delle sue emozioni e di quelle dei colleghi italiani con cui ha condiviso le trasferte, l’elogio all’amico e collega turco Ugur Mumcu con cui ha sofferto le gioie dei successi e i dolori degli insuccessi, messo a tacere per sempre a causa della scomodità delle sue inchieste.
Ferrari scrive: "Il problema non è la paura. Il problema è quello di non cadere in qualche trappola. Di non avere tutti gli strumenti per prevenirla e soprattutto per evitarla." Ecco che il corrispondente di guerra convive con una quotidiana censura che non dovrebbe più esistere, o almeno così viene fatto intendere, ma che non proprio sottilmente compare interrompendo le telefonate che il giornalista fa da Gerusalemme in Italia per trasmettere ai dimafonisti il pezzo pronto per essere pubblicato; l’inviato sopravvive ai controlli cui vengono sottoposti gli articoli prima di essere trasmessi alla redazione in Italia e ascolta, seppur controvoglia, il consiglio dell’ambasciata irachena a non partire per Bagdad, dopo l’intervista con il vice presidente dell’Iraq Taha Yassin Ramadan.
Le esperienze vissute da chi è sul campo in prima linea appassionano il lettore, permettendogli di comprendere nella comodità della propria casa, ciò che sta dietro la  mera intervista e il semplice scambio di battute, spesso già concordate; lo scopo di chi domanda è quello di voler giungere al cuore della notizia, “non la spicciola verità che tutti sarebbero obbligati a credere”, con l’intento di sgretolare e far comparire quella verità recondita che sta dietro a ciò che ci vogliono far intendere. 
Giulia Mazzucchelli  


Antonio Ferrari 
Sgretolamento. Voci senza filtro
Milano, Jaka Book, 2013 

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21 maggio 2014

Intervista al Novecento

Il bardo, nell’antichità e tra le popolazioni celtiche, era solito vagare di corte in corte narrando storie, con appresso un unico vessillo distintivo: uno strumento musicale.
In base alle diverse interpretazioni storiche il bardo fu figura di notevole importanza, perché vero e proprio catalizzatore di notizie, un pellegrino consigliere dotato di ottima autorevolezza, nonché preziosa fonte di informazione.
Sostituiamo il periodo storico, lo strumento musicale mutando diviene una penna, motivo di ascolto e di ospitalità diventerà l’intervista: emblema del "bardo moderno" qual è Antonio Ferrari.
Sgretolamento.Voci senza filtro è proprio questo: un pellegrinaggio. Una erranza fatta di incontri, colloqui, dissidi, scontri, statisti, leader religiosi, presidenti e giornalisti. Domande e risposte fra i territori del Medio-Oriente, dell’Europa balcanica e sovietica, cavalcando i giorni controversi, intensi e burrascosi degli anni Ottanti.
L’erranza dell’autore è tangibile. Il piacere del viaggio, l’amore verso l’esotico, e il riferimento a quei luoghi che lo hanno sedotto e a volte abbandonato, è ricorrente nei racconti del giornalista.
"Se Beirut calamita la passione, Gerusalemme alimenta lo spirito; se Amman ti affascina con la sua quiete e il suo ordine assai poco mediorientale, Damasco ti pratica un’iniezione di magia". Scrive Ferrari.
Protagonista di questo libro è senza dubbio l’autore, che si pone come obiettivo quello di chiarire i punti più salienti del decennio culminato con la caduta del Muro di Berlino e del suo checkpoint Charlie.
E l’intervista, vera e propria "arma segreta" dell’ex inviato storico del "Corriere della Sera", viene posta quasi come sottofondo, risaltando ciò che più interessa a Ferrari: il background, i retroscena, la messa a nudo delle figure da lui interpellate, veri e propri protagonisti della politica di quel tempo.
Tramite un interessante continuum storico e narrativo, il giornalista riesce abilmente nel suo intento. Fra le pagine trapelano emozioni, risentimenti, atteggiamenti ambigui e confessioni, menzogne e verità celate. Ma oltre che a spogliare dalle proprie vesti istituzionali l’intervistato di turno, Ferrari mette in gioco anche se stesso, rivive flaskback e ricordi, ripercorrendo le frustrazioni, i rammarichi, le gioie e le proprie vicende professionali.
Ferrari tocca, tramite gli incontri con i suoi protagonisti, temi e situazioni tra le più critiche e oscure.
Si passa dall’idealista e insieme corruttore, egoista e generoso Arafat all’incontro con Pierre Gemayel; dalla causa palestinese, dai conflitti con Israele, fino alle menzogne sulla Strage di Sabra e Chatila e la guerra in Libano.
I segreti dell’attentato a Papa Wojtyła del 1981,la sua pista bulgara, lo scandalo p2. L’intervista, quasi un duello, con il "divo" Giulio Andreotti, nella quale Ferrari ne esce sconfitto ma in qualche modo consapevole.
La passione per la politica turca, i suoi intrighi, i suoi drammi e i suoi eroi. Il racconto dell’empatia plasmata sul rispetto, sull’intesa intellettuale con il suo amico giornalista Ugur Mumcu, ammazzato nel 1993 con un autobomba davanti a casa sua .
Ferrari studia l’ondata Gorbacev nell’Europa dell’epoca, la Romania del "Conducator" Ceaușescu, e il suo rapporto tumultuoso con Bucarest.
E ancora la Siria e i suoi rapporti con Mosca, la Giordania e l’intervista al suo Re Hussein.
L’autore torna in Cecoslovacchia, luogo di malinconia. I ricordi e rimandi alla propria giovinezza, alla mitizzazione della Primavera di Praga, si mischiano alla tristezza della censura e alla commozione di un artista del luogo e alla sua interprete.
E molto, molto altro. Gli intervistati sono 28 e nessuna situazione internazionale sfugge al registratore e alla penna di Ferrari. Compresa la Grecia, l’ex discusso premier Papandreu, il suo Pasok e il "progetto Gladio" smantellato dai militari ellenici.
Ogni sfumatura viene colta dalla sensibilità del giornalista: dall’amore per l’Italia dell’europeista Helmut Schmidt alle confessioni "scomode" del suo ex direttore del "Corriere della Sera" Alberto Cavallari.
Antonio Ferrai ha la capacità di coinvolgere il lettore, di farlo sedere alla tavola rotonda dell’intervista. Lo coinvolge, lo fa interagire. Lo rende partecipe. Per tutte queste ragione, catalogare Sgretolamento.Voci senza filtro come una mera raccolta di intervista, sarebbe riduttivo e di una devianza colossale. Questo libro è un’esperienza, e in quanto tale deve essere vissuta.
Gabriele Ciuffreda






Antonio Ferrari
Sgretolamento. Voci senza filtro
Milano,  Jaca Book,
2013, 176 pp.

02 dicembre 2013

In libreria



Rossana Rossanda
Quando si pensava in grande. Tracce di un secolo
Colloqui con venti testimoni del Novecento
Torino, Einaudi, 2013, 241 pp.
(disponibile anche in formato ebook)
Descrizione
Lukács, Aragon, Sartre, Grumbach, Althusser, Fischer, Sachs, Rodinson, Sweezy, Salvador Allende, Melo Antunes, Delors, Mendès France, Badinter. Trentin, Ingrao, De Rita, Cofferati, D'Alema, Bertinotti. Le voci del secolo breve, raccolte da Rossanda nelle interviste del giornale di una sinistra considerata estrema da un'opinione sempre piú moderata, ci conducono alla domanda di oggi, sottolineata dall'autrice in un'illuminante prefazione-saggio. Perché uno straordinario tessuto di grandi idee è stato cosí combattuto e sconfitto?
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10 novembre 2013

In libreria

Antonio Ferrari
Sgretolamento. Voci senza filtro
Prefazione di Sergio Romano
Milano, Jacabook, 2013, 173 pp.
Descrizione
Un'intervista può essere la radice quadrata della verità oppure un'inutile e vanitosa esibizione. L'intervista è anche un'arma formidabile nelle mani dell'intervistatore. Il quale può decidere se compiacere l'intervistato o servire e appassionare il lettore. Questo libro va oltre, perché racconta i retroscena più segreti e piccanti, quasi sempre inediti, di una serie di interviste e di incontri con alcuni fra i protagonisti della politica internazionale durante i decisivi anni '80. Gli anni che accompagnano lo sgretolamento del Muro fino al suo fragoroso crollo. Gli anni che vedono il tramonto di rapporti di forze che avevano garantito, dal dopoguerra, un sostanziale seppur cinico e spietato equilibrio. Ciascuno dei protagonisti, in questo libro, ha qualcosa da rivelare e spesso ha qualcosa da nascondere. Le bugie sulla strage di Sabra e Chatila di Pierre Gemayel. L'Unione Europea possibile e l'inchino alla vitalità e alla creatività italiana di Helmut Schmidt. Il comunismo feroce di Nicolae Ceausescu. Il camaleonte Yasser Arafat. Il diffidente e coraggioso re Hussein e le altre voci senza filtro degli anni '80.
 
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07 maggio 2013

Giovani giornalisti: incontro con Matteo Agnoletto


In occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, lo scorso 25 aprile si è tenuto un panel discussion dal titolo “Fact-checking all'italiana”. Tale incontro, che si è per l'appunto focalizzato su diversi progetti made in Italy di verifica delle dichiarazioni rilasciate dai politici, ha visto tra gli speaker Matteo Agnoletto. Agnoletto, laureando in Informazione ed Editoria presso l'Università degli Studi di Genova, è il fondatore del Politicometro, “strumento che misura il grado di veridicità delle dichiarazioni dei politici”, come si evince dalla descrizione presente sul sito della testata.
Matteo ha poco più di vent'anni, sta per concludere il tradizionale ciclo quinquennale universitario e negli stessi cinque anni è entrato ed è cresciuto all'interno del mondo del giornalismo. È per questo che ho reputato opportuno e significativo porgli alcune domande per conoscere e comprendere le idee, i progetti e la determinazione di un ragazzo in cui gli iscritti al corso di Informazione ed Editoria e non solo possano rispecchiarsi.
Fondatore e direttore di politicometro.it, laureando in InfoEd, nel mondo del giornalismo da cinque anni e ne hai solo 23. Quando e come sei entrato nel mondo del giornalismo?
Ho iniziato subito dopo la maturità scientifica inviando mail a tutte le redazioni di Genova. Gli unici a richiamarmi furono quelli di Minigoal, settimanale sul calcio giovanile e dilettantistico, nel novembre 2008. A gennaio 2009 lavoro per il Corriere Mercantile: fino a luglio come collaboratore e da settembre a luglio 2010 come coordinatore in redazione. Ad agosto 2010 passo alla redazione genovese del Giornale come collaboratore in cronaca, ruolo che conservo fino a marzo 2013. A gennaio 2012 nasce l'idea Politicometro, concretizzata con la messa online il 15 marzo.
Sul sito politicometro.it ho letto che l'idea è nata durante una lezione di Storia del Giornalismo. Quale ruolo ha giocato e quale ruolo giocherà la magistrale genovese sia a livello ispirazionale che sul piano pratico, del tuo percorso lavorativo?
Sul piano ispirazionale la laurea magistrale ha fatto molto, visto che mi ha dato l'input proprio durante una lezione con ospite Raffaele Mastrolonardo. Un altro aspetto importante è la frequenza alle lezioni e il seguire gli incontri proposti dal corso: spesso un'idea o un contatto possono nascere proprio in queste occasioni. A livello pratico, invece, devo confessare che non credo che questo corso di laurea basti di per sé: tutte le nozioni che dà -e non sono poche- servono solo se affiancate ad un'esperienza "da strada". In poche parole, non si diventa giornalisti solo sui libri e a lezione.
Quale titolo di laurea triennale hai conseguito? La laurea magistrale ne costituisce il naturale proseguimento o la passione per l'informazione è nata successivamente?
Nella triennale mi sono laureato in Lettere moderne e la magistrale ne è in parte il suo naturale proseguimento, essendo un'interfacoltà tra Scienze Politiche e Lettere. Nella scelta del curriculum di studi ho optato però per quello più vicino a Scienze Politiche (GPPO), in modo da ampliare il più possibile le mie conoscenze ed evitando di "ripetere" materie già studiate nella triennale. La passione per l'informazione è nata prima di ogni corso di laurea, il problema è stato canalizzarla in un percorso di studi attinente, senza puntare sulle scuole di giornalismo vere e proprie.
Tornando al Politicometro, la testata è regolarmente registrata in tribunale, siete partiti dal territorio genovese e volete estendervi a livello nazionale. È stato difficile per un gruppo di giovani studenti "professionalizzare" il progetto? Se sì, quali problemi avete dovuto affrontare?
È vero che la nostra età media è molto bassa e qualcuno di noi è ancora studente, ma siamo tutti giornalisti (chi con già il tesserino in mano, chi lo sta prendendo in questi mesi) con qualche anno di esperienza alle spalle. Per professionalizzare il progetto abbiamo cercato e cerchiamo tuttora di dare un prodotto qualitativamente molto valido e senza sbavature, in modo da essere noi stessi i primi garanti dell'autorevolezza del lavoro. Se questa autorevolezza è poi riconosciuta anche dagli utenti, il processo di professionalizzazione è già a buon punto.
Qual è il tuo giudizio su Genova? La consideri un terreno fertile per le radici di aspiranti giornalisti quali sono gli studenti di InfoEd?
Credo che Genova sia oggi uno dei terreni meno fertili per qualsiasi aspirante giornalista. Abbiamo poche testate e quasi tutte sono in crisi: entrare diventa difficilissimo e ottenere degli equi compensi pare utopico. A onor del vero, anche nel resto d'Italia la situazione non è rosea, ma esistono realtà sicuramente più aperte e con più possibilità, come Milano. Il mio consiglio -nonché quello che sto facendo io stesso- è quello di specializzarsi in più tipi di giornalismo: cartaceo, online, televisivo, radiofonico.
Il tuo giudizio sull'Italia: scappare o restare?
Oggi la situazione del Paese ci vede quasi costretti a scappare per realizzarci. Io provo a fare di necessità virtù, quindi dico: scappare oggi per formarci, migliorarci, acquisire esperienze nuove e poi tornare domani per risollevare/ricostruire il tessuto di questo Paese.
Progetti per il futuro?
Miei: apprendere il più possibile dal tirocinio a Telenord che comincerò tra pochi giorni, discutere la tesi a settembre, provare l'esperienza del tirocinio Schuman a Bruxelles, Rai a Roma o SGRT di Perugia.
Politicometro: proseguire il lavoro nazionale con un'azione di monitoraggio sul nuovo Governo, cercare di riprendere il discorso delle redazioni locali in primis a Genova, trovare un minimo di sostenibilità economica.

Enrica Orru

Link:

20 novembre 2012

In libreria

Angelo Del Boca
Da Mussolini a Gheddafi. Quaranta incontri
Milano, Neri Pozza, 2012, 400 pp.
Descrizione
Come inviato speciale della "Gazzetta del Popolo", e poi del "Giorno", Del Boca ha incontrato alcuni tra i personaggi più rappresentativi di quel Novecento. Dal criminale nazista Adolf Eichmann al neofascista inglese Oswald Mosley al poeta spagnolo Marcos Ana che trascorse più di vent'anni nelle carceri franchiste. Da Rinaldo Laudi a Cesare Pavese, da Elio Vittorini a Marcello Breusa, italiani che incarnarono una certa idea di progresso civile al pari di Salvatore Quasimodo e Italo Pietra. Dagli indiani Jawaharlal Nehru e Vinoba Bhave agli israeliani Shimon Avidan e Iliana Sahnin. Dagli africani Maometto V e Félix-Roland Moumié ad Ahmed Sékou Touré, da Martha Nasibù a Haile Sellase, senza dimenticare due personaggi minori, come il caïd Saddok e Majok Ador Athuai. Esemplari, invece, saranno la giovane Madre Teresa di Calcutta, l'anziano Albert Schweitzer o il sudafricano Albert John Luthuli. Tre premi Nobel per la Pace, tre figure che impersonarono i migliori propositi del Novecento. E persino le numerose speranze disattese troveranno un loro epilogo: la tragica esecuzione del colonnello Gheddafi.
*link per altre notizie sul libro.

 

17 ottobre 2012

Riflessione meta-giornalistica. Umberto La Rocca incontra gli studenti di Informazione ed Editoria dell’ateneo genovese

“Fate quello che vi piace, fatelo seriamente”. Questo il consiglio dato dal direttore del quotidiano genovese Il Secolo XIX, Umberto La Rocca, agli studenti del corso di laurea in Informazione ed Editoria durante l’incontro di apertura del nuovo anno accademico di martedì 16 ottobre. La Rocca, romano, direttore nella redazione di piazza Piccapietra dal 2009, vanta un esordio, 28enne, sul quotidiano della capitale, Il Messaggero. Approdato nel 2001 alla Stampa di Anselmi, si è fatto strada assumendo il ruolo prima di direttore della redazione romana, poi di vice-direttore. Encomiabile carriera, la sua, ed altrettanto encomiabile l’affabilità mostrata in occasione dell’incontro (ormai consueto) con gli studenti, aspiranti giornalisti.
Curiosità, serietà, versatilità e conoscenza delle lingue: ecco le qualità che il direttore di uno dei quotidiani leader in Liguria e basso Piemonte individua nel tracciare un profilo del giornalista di domani. “Siamo in momento storico in cui molte cose stanno cambiando”, sottolinea La Rocca già nell’inizio del suo discorso, ”e in cui stiamo assistendo al passaggio in modo sempre più insistente dal cartaceo al digitale: tra poco il prodotto-giornale, quello  che fisicamente si acquista in edicola, diventerà un oggetto d’élite”. Come deve reagire il giornalista di fronte al cambiamento? Non lasciarsi spaventare, ma prendere consapevolezza del fatto che il suo mestiere è in evoluzione, perché lo è la società e, di conseguenza, il bacino di utenti che costituiscono il suo pubblico. Ormai lontani dagli anni della supremazia della stampa come fonte informativa e dal giornalista-reporter armato di microfono in stile “Quarto potere”, di wellesiana memoria, stiamo assistendo all’avvento della informazione poliforme di web e social networks vari. Adesso è la notizia stessa che segue il pubblico, ovunque esso si trovi, e rende vecchio nel giro di qualche secondo non solo la notizia di per sé ma lo stesso commento all’accaduto. Il paradosso delle “news”, che nascono già “old”, specchio di una società continuamente protesa verso il dopo, il “post”. È necessario che il giornalista diventi multitasking, professionista in grado di rendersi versatile in diversi settori, dalle riprese, alle foto, alla redazione di pezzi flash, o di commenti estesi estemporanei. Ed è allo stesso modo necessario che il professionista si faccia artigiano: il paradosso all’epoca del web 2.0 è proprio questa convivenza pacifica di tecnocrazia e costruzione della notizia "in fieri", in ogni sua parte. Una sorta di specialista tuttofare, insomma, che deve correre dietro alle innovazioni per restare al passo coi tempi. Soprattutto se si conta che i nuovi mezzi stanno rendendo il giornalismo sempre più interattivo: la gente, i lettori, parlano con le redazioni, dicono la loro sulle notizie, pretendono precisione e correttezza estrema, e per di più contribuiscono al processo di creazione della notizia vera propria, spesso fornendo materiale digitale (foto, filmati, ecc) o testimonianze. A volte fanno perfino lo scoop: La Rocca ricorda l’aneddoto della lettrice che ha fornito lo scoop della “bionda” compagnia del capitano Schettino, durante la proverbiale “ultima cena” pre-disastro della Concordia.
Molti altri i temi trattati dal direttore: la filiera della distribuzione, gli interessi dei grandi gruppi e le pressioni degli editori contro l’indipendenza del giornalista. Dal quadro generale traspare un grande amore per un mestiere, sì, per un’arte, nobile ma ormai priva del lustro di un tempo, inquinata dagli interessi particolari e paralizzata dalla crisi, che costringe a misure restrittive e tagli al personale per riuscire almeno ad arginare il calo delle vendite, senza incappare nella disfatta totale. Il quadro non è del tutto rassicurante (ma, in fin dei conti, nemmeno il giovane più naif della sala avrebbe potuto aspettarsi parole più ottimistiche, senza sentirsi preso in giro), ma lo spirito generale dell’incontro è all’insegna dell’apertura e della speranza: la palla passa ora alle nuove generazioni, le quali dovranno cercare nuove forme, nuovi spazi, nuovi mezzi per raggiungere il pubblico, con un occhio ai ricavi.
Elettra Antognetti
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12 luglio 2012

In libreria

Edoardo Sanguineti
La ballata del quotidiano. Interviste di G. Galletta (1994-2009)

Genova, Il Melangolo, 2012, 103 pp.
Descrizione
Sanguineti ha sempre considerato la scrittura su quotidiani e settimanali un momento decisivo di socializzazione dei saperi. La ballata del quotidiano va inserito in questo quadro. La cifra essenziale è quella di un tentativo di mutare decisamente il modo di comunicare e la lingua massmediale dei quotidiani servendosi sì di linguaggi tecnici, ma anche di ironia e humour. Ma soprattutto ci si affida alla conversazione (qui nella forma dell’intervista), non solo per comunicare, ma per conoscere.

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06 dicembre 2011

Entrare e uscire dalle parole

L'intervista ad Ivo Carezzano* ha suscitato, almeno in me, non pochi spunti di ondivaga riflessione e mi ha portato a fantasticare, non trovo verbo più adatto sinceramente, su ciò che può essere, oggi, il giornalista. Ed il primo concetto ad essere richiamato alla mia mente è stato quello di società liquida, coniato dal celebre sociologo polacco Zygmunt Bauman: davvero le relazioni, i sentimenti e gli esseri umani stessi assumono nella realtà contemporanea contorni sempre meno definiti. Di conseguenza, dal momento che nascono e si strutturano come un'appendice/creazione dell'uomo, anche diverse professioni seguono questa scia incerta.
E per farsene un'idea è sufficiente citare solo poche righe dell'intervista a Carezzano e, in particolare, il punto in cui dice che "è stato ucciso il giornalista, ma per ricrearsi, perchè dalle ceneri di un vecchio giornalismo ne nasca uno nuovo."Il che ci suggerisce, in buona sostanza, che ciò che è stato, in questa professione, non esiste più e che quello che sarà è, di fatto, tutto da inventare, da immaginare. Ecco perchè il verbo fantasticare è stato usato nell'incipit di questo intervento con tanta disinvoltura. Il fatto è che "[...] allora mancavano le notizie, [...] oggi le notizie sono infinite e il giornalista deve essere capace di selezionare dando un senso logico e soprattutto un senso utile. Uno non fa il giornale per informare e basta; lo fa per informare e formare." Già. Al punto che, sempre più bombardati da informazioni, il livello di attenzione del pubblico è piuttosto basso e si ringalluzzisce solo quando la notizia assume i contorni di una super-notizia, di un segreto venuto a galla, di una soffiata (leak). Ma purtroppo Wikileaks è un fenomeno sporadico mentre per il resto occorre confrontarsi con ciò che offre la routine quotidiana. E' sempre, a mio avviso, la curiosità a rendere il giornalista un vero giornalista ma è pur vero che senza un'adeguata preparazione culturale e un amore autentico per la parola a prescindere da tutto, non si può neppure cercare di raggiungere quel duplice obiettivo che è dato dall'informazione e dalla formazione.
La preghiera dei laici, in un mondo in cui la religione è stata ridotta quasi ad un feticcio, rischia di cadere nel vento, come una voce che giunge ad orecchie sorde, parole scritte (o digitate) che arrivano ad occhi ciechi, come una preghiera, appunto, che cerca invano di toccare un cuore troppo duro.
Eppure, il cammino impervio e le mille difficoltà rendono la sfida ancora più affascinante.
Michele Archinà

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04 giugno 2011

Aspiranti giornalisti, partite!

Intervista di Andrea Muzzarelli - giornalista e traduttore freelance che si è recentemente trasferito da Bologna a Londra - ad Angela Antetomaso.
"Gli studi londinesi del network americano CNBC si trovano al sesto piano di un modernissimo ed elegante edificio a pochi passi dalla cattedrale di St. Paul.
E’ qui che abbiamo incontrato Angela Antetomaso, giornalista romana che lavora nella capitale da ormai quindici anni. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università La Sapienza di Roma, Angela inizia la sua carriera in Italia, ma ancora giovanissima riesce a coronare il sogno di volare a New York per lavorare con la CNN.
Passata nel 1996 a Bloomberg Television, poco tempo dopo viene inviata a Londra per lanciare il canale italiano di Bloomberg. Nel 2000 Enrico Mentana la sceglie come volto di Class CNBC, la rete televisiva tematica creata da Canale 5, Class Editori e CNBC, e le affida la conduzione dello spazio riservato all’economia all’interno del Tg5.
Dal 2003 Angela collabora per Class CNBC, CNBC Europe e CNBC Usa con interviste e programmi in lingua inglese.

Ciao Angela, grazie per averci regalato un po’ del tuo tempo. Nel 1995 hai lasciato l’Italia per New York: quanto ha contato quell’esperienza per la tua carriera?
E’ contata tantissimo. In Italia collaboravo già con alcuni giornali, ma il mio sogno era sempre stato quello di lavorare alla CNN, così avevo mandato il curriculum. Quando mi hanno chiamata per un internship (non pagato) di tre mesi, mi sono trovata catapultata in un mondo incredibile! Mi hanno infatti assegnata all’ufficio all’ONU della CNN quando era in corso l’Assemblea Generale. Così sono passata dalle piccole collaborazioni che facevo in Italia a un lavoro che mi ha messa a contatto con molti dei più importanti capi di stato dell’epoca, da Bill Clinton a Fidel Castro. Scaduti i tre mesi mi hanno rinnovato l’internship, e in seguito mi hanno assunta. Al principio ho fatto ovviamente piccole cose, ma nel tempo mi hanno affidato compiti via via più impegnativi. Nel suo insieme, è stata un’esperienza gratificante (durata oltre un anno) che mi ha cambiato la vita. Mi ha “costruito” non solo come professionista, ma anche come persona.

A quei tempi avevi già una buona conoscenza dell’inglese?
Sì, lo parlavo già abbastanza bene. Avevo fatto diversi periodi di studio a Londra, cercando di frequentare soprattutto inglesi per non cedere alla tentazione di parlare la mia lingua!

Hai lasciato Roma anche perché pensavi che in Italia non avresti avuto le stesse opportunità che a New York?
Forse non ero del tutto consapevole del fatto che in Italia avrei incontrato maggiori difficoltà a fare carriera. Ho scelto quella strada soprattutto perché volevo lavorare all’estero, e in particolare alla CNN.
Pensi che nel mondo giornalistico americano e inglese ci sia più meritocrazia rispetto all’Italia?
Per la mia esperienza, sì. Nei paesi anglosassoni se sei bravo vai avanti, se non lo sei no. L’ho riscontrato sia alla CNN sia a Bloomberg che alla CNBC, a New York come a Londra. Naturalmente non è una strada spianata, c’è una forte competizione. Ma ti vengono lasciati degli spazi, e se hai delle capacità ti sono concesse le opportunità per dimostrarle. Il giorno in cui, nel novembre del ’95, fu assassinato il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, mi trovavo in studio. Era un sabato ed era Bank Holiday, per cui non c’era nessun giornalista che potesse essere chiamato per andare a fare un’intervista. Il mio capo disse: “Mandiamo Angela, può farla lei.” Inizialmente c’era molto scetticismo (anche da parte mia… ), ero spaventata e non sapevo se sarei stata all’altezza. Ma andò tutto per il meglio. Mi trovavo al posto giusto nel momento giusto, e fare bene quel lavoro mi permise di ottenere il rinnovo dell’internship. Quando poi si aprirono nuovi posizioni fui assunta, e mi fu procurato il visto necessario per rimanere negli USA.
E’ vero che la stampa anglosassone è più libera e svincolata dai gruppi di potere rispetto a quella italiana?
La mia impressione personale è che i media anglosassoni abbiano una certa propensione ad attaccare senza peli sulla lingua, e che in generale ci sia effettivamente meno soggezione nei confronti del potere.
Per lanciare il canale italiano di Bloomberg ti sei poi trasferita a Londra, dove vivi ormai da parecchi anni. Che rapporto hai con questa città?Adoro Londra. Me ne sono innamorata sin dalla prima volta che ci sono venuta per studiare. Ho subito pensato che, una volta laureata, avrei fatto tutto il possibile per trasferirmi qui e cercare lavoro nel mondo giornalistico (in particolare nella televisione). Le circostanze mi hanno inizialmente portata a New York. Ma quando dopo circa un anno sono passata a Bloomberg e mi è stato chiesto di venire a Londra per lanciare il canale televisivo in lingua italiana, il mio sogno si è realizzato.
Quindi preferisci Londra a New York?
A Londra mi sento a casa. New York è certamente una metropoli di grande fascino, ma la cultura è un po’ diversa dalla nostra. E sei anche molto più lontano dall’Italia.
Quali opportunità formative e lavorative pensi che Londra possa offrire in campo giornalistico?
Le stesse opportunità che sono state concesse a me quindici anni fa. Nel mondo anglosassone puoi partire da zero e ottenere eccellenti risultati. Conosco una persona che ha cominciato come lavapiatti e, dopo qualche anno, è riuscita ad aprire un ristorante e ad avere successo. Penso che la stessa cosa valga più o meno in tutti i campi, politica compresa. E’ un mondo molto più aperto ai giovani e alle possibilità.
Hai qualche scuola da suggerire in particolare?
Penso che la scuola migliore sia la pratica sul campo, facendo un internship in un grande giornale o in un grande canale televisivo e accettando di non essere pagati e di fare le cose più umili. Stare insieme a veri professionisti che ti dedicano anche solo pochi minuti per spiegarti i segreti del mestiere è un’opportunità straordinaria.
Ritorniamo all’Italia. Dall’ultimo rapporto Istat emerge il ritratto di un paese che fatica a riprendersi dalla crisi. Debito pubblico fuori controllo, stagflazione, crisi della classe politica…
Il nostro Paese è fantastico sotto molti punti di vista, ma ha bisogno di essere più aperto ai cambiamenti. Da italiana lo capisco, perché anche io sono così. Tuttavia, quando i cambiamenti arrivano e vedi che le cose migliorano, abbracciare l’opportunità è la cosa più bella e giusta da fare.

Secondo te l’Italia può tornare a essere un “paese per giovani”?
Spero che possa presto tornare a esserlo. In Italia abbiamo tantissime persone valide, che meriterebbero più opportunità. Bisogna certamente dare credito ai “senior” che valgono, ma è anche necessario lasciare spazio ai giovani che vogliono imparare. E occorre costruire la cultura del “voler imparare”, perché ci sono purtroppo tante persone che si adagiano sul “tanto non troverò mai lavoro” e lo usano come un alibi per non misurarsi con le difficoltà. Decidere di trasferirmi a New York per me è stato tutt’altro che facile: ho lasciato il lavoro, la famiglia, gli amici, la mia terra. Ed ero molto spaventata dal fatto che mi sarei trovata in un mondo che non conoscevo, con una lingua diversa dalla mia… Alla fine, però, sono esperienze che ti consentono di farti le ossa, e che – se hai voglia di lavorare – ti possono veramente dare tanto. Capisci, impari e vedi tantissime cose che difficilmente potresti conoscere rimanendo nel tuo “piccolo mondo”.
In conclusione, cosa consiglieresti a un giornalista che stia pensando di lavorare all’estero?
Di partire! E di fare un periodo di prova, più o meno lungo. Alla fine, si può sempre tornare in Italia per reinserirsi nel mondo del lavoro con una marcia in più.
Grazie mille Angela, e buon proseguimento! "


* L'intervista è stata pubblicata nel sito italiansinfuga, dedicato ai giovani che lasciano l'Italia per cercare concrete opportunità di lavoro.
*Segnalazione di Anna Maria Giuliani

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24 ottobre 2009

Intervista a Lorenzo Basso





Intervista al candidato alle primarie
Lorenzo Basso: un giovane alla guida del PD regionale

Abbiamo intervistato Lorenzo Basso, consigliere regionale del PD, candidato alla segreteria del partito in Liguria. Con lui abbiamo affrontato molti argomenti, spaziando su molti temi: dai giovani al centro storico, dall'università al futuro di Genova e dell'intera regione.

- Hai solo trendaue anni e sei già Consigliere Regionale. Il tuo volto si vede sui manifesti di tutte le fermate dell'autobus di Genova. Credo sia interessante per noi giovani sapere come ti sei avvicinato alla politica. Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso. Che cosa può dare un giovane alla politica?
”Un giovane può dare moltissimo, il problema è come riuscire a fare capire che quello che da è davvero utile alla società. Sappiamo benissimo com'è vista la politica e sappiamo benissimo che quello che non piace ai giovani della politica è il fatto che serva solo a se stessi e non agli altri. Io mi sono avvicinato proprio nella maniera opposta: ho iniziato con un percorso di educatore per ragazzi più svantaggiati, ho iniziato nel volontariato e da li è iniziata la passione per la comunità. Alcuni amici e conoscenti mi hanno fatto conoscere quella che era allora l'esperienza, lo spirito dell'Ulivo e da quell'esperienza, da quello spirito è nato il mio impegno".

- Vorrei riproporti la domanda al contrario: che cosa può fare la politica per un giovane? In cosa consiste Master and back, la tua proposta di legge che è stata approvata dal consiglio regionale".
”Master and Back è una degli esempi di come la politica può servire realmente anche ai più giovani: è una proposta che serve a dare la possibilità ai giovani meritevoli, quelli bravi, che riescono ad andare molto bene all'università e uscire con un bel voto, di avere il supporto da parte della Regione per fare un'esperienza lavorativa o di studio all'estero, appunto il master, però con un contributo per il rientro nel tessuto socio-economico della Regione.
Se una persona molto brava inizia a lavorare all'estero, mette su famiglia, poi rimane fuori, e allora tutto quello che è stato fatto dal territorio, dalla comunità, dal sistema educativo, per dargli quelle conoscenze e quelle competenze, si disperde. In Liguria purtroppo accade moltissimo e anche in Italia, uno dei pochi paesi industrializzati in cui questo accade. Questa proposta di legge serve a dare incentivi ai giovani, anche quelli che non hanno famiglia alle spalle, per fare quest'esperienza, però poi un contributo forte perché ritornino nel mercato ligure. Questo permette alla comunità di crescere, con quelle professionalità, quelle esperienze fatte anche all'estero, ed è un esempio di come dare aiuto ai giovani. Queste sono leggi che quando vengono fatte non danno un ritorno subito alla politica, perché il suo ritorno si vede dopo molti anni è per quello che è utile anche avere politici più giovani, perché sanno anche guardare in prospettiva, sanno guardare lontano".

- Secondo te il partito democratico è un partito giovane?
”No, il Partito Democratico non è un partito giovane, ma lo vuole essere. Cerco di spiegarmi meglio: il Partito Democratico è un partito di centro-sinistra, che deve lottare contro le ingiustizie della società, significa fare lotte per le donne, per i giovani, per coloro che sono ai margini della società, è per questo che deve ritornare ad essere un partito giovane, e in questi anni non lo è stato perché ha fatto troppe battaglie di conservazione. Bisogna cambiarlo, ma non è il cambio anagrafico dei propri dirigenti, è il cambio della prospettiva delle battaglie che deve fare questo partito".

- Domenica ci saranno le primarie, sembra che i giovani si stiano allontanando dalla politica, perché dovrebbero venire a votare?"
”Credo che sia importante che vengano a votare alle primarie e comunque sia che partecipino a ogni occasione al di la che votino me o un altro candidato, perché se credono nei valori del partito democratico, se credono nei valori del centro-sinistra, hanno le modalità e hanno modo di farsi vedere, hanno il modo di contare davvero. Ecco, le primarie sono un'occasione in cui una persona che vuole dare il proprio contributo può scegliere e può far vedere che la sua presenza e che il suo voto serva davvero".

- Quali pensi siano i problemi principali dell'Università? Personalmente penso che a Genova ci siano baronie universitarie anche nel mondo del centro-sinistra. Su questo attaccamento alle tradizioni e ai privilegi, cosa ne pensi?"
”Si, è sicuramente così, la baronia, l'università, così come la rendita di posizione in ogni luogo della società, avviene nelle università, avviene nelle aziende, nel pubblico, nel privato, avviene dappertutto questo incancrenimento; questo consolidamento del potere acquisito è il grande male della società moderna, è proprio quella rendita di posizione che bisogna combattere. Però non lo si fa soltanto denunciandola, quello che il Partito Democratico dovrebbe essere a differenza di altri partiti più populisti, dovrebbe essere un partito che fa l'analisi, che fa la denuncia però fa anche la proposta di come cambiare, il PD su quello deve fare ancora un po' di strada. Sull'università dobbiamo salvare quello che c'è e ci sono cose buone: l'università di Genova, abbiamo visto nelle classifiche, è una delle migliori, però dobbiamo sapere che anche qui ci sono le baronie, anche qui ci sono degli impedimenti al merito. Noi dobbiamo riuscire a fare una riforma graduale che non annunci la rivoluzione senza mai farla, com'è avvenuto fin'adesso, che però faccia questo cambiamento che permetta di valorizzare il merito, chi è capace, chi è in grado di fare meglio quel lavoro perché sarà in grado di dare il proprio contributo alla società. Quindi non s tratta di fare il privilegio dei bravi, si tratta di riuscire a costruire il sistema che sappia dare e mandare avanti chi è bravo a fare quella cosa, ognuno d noi ha i propri talenti, ognuno di noi deve essere valorizzato per i talenti che ha, questa è la difficoltà, difficoltà che da sempre esiste e che in Italia in questo periodo è parecchio forte, noi dobbiamo riuscire a fare quelle riforme che siano in grado di smuovere questo meccanismo".

- Come vedi Genova, la Liguria e l'Italia tra 10 anni?
”Io purtroppo non la vedo come una regione, come un paese che abbia la prospettiva di agganciarsi a quelli che sono i grandi paesi europei. Non lo vedo perché negli ultimi anni abbiamo visto questo paese perdere competitività, e non parlo di economia, sto parlando di una società che sta iniziando a impoverirsi, dei talenti migliori che scappano all'estero perché riescono a realizzarsi e qui non trovano la loro occasione, parlo di una società dove c'è una difficoltà enorme delle donne di trovare lavoro, di entrare nel mercato del lavoro. Noi siamo un paese che ha metà delle energie in panchina e questo ovviamente ci rende meno competitivi rispetto agli altri paesi europei. Credo che ci sia davvero bisogno di una svolta, non solo del mio partito, di una parte politica, ma di una svolta della società italiana. Bisogna ricambiare e avere una nuova stagione civica per riuscire a fare questo salto di qualità. Abbiamo un' opportunità grande che è l'Europa, l'Europa ha rappresentato la svolta molte volte nelle vita di questo paese, l'Europa oggi dev'essere agganciata anche per questa stagione civica. Ci sono tutte le condizioni, abbiamo visto dei paesi che ce l'hanno fatta, l'Italia ha tutte le caratteristiche, ha una storia, ha dei valori, una cultura dello stile, della bellezza, che le permettono di avere la base per farlo. Il problema è riuscire ad agganciarlo e per fare questo ci vuole una nuova generazione che, al di la della parte con cui si schiera, inizi a prendersi le proprie responsabilità, a entrare i campo, e anche sbagliare perché quando si fa si sbaglia, però quello sbaglio va fatto, messa in moto questa generazione e data l'opportunità di fare le proprie scelte".

- Pensi che Genova sia una città europea? A me sembra vecchia. Parliamo ad esempio dell'ordinanza anti-movida che è un problema che ci riguarda molto da vicino. Cosa ne pensi? Personalmente ritengo che sia un grave errore, anche perché così il centro storico ripiomberebbe nel degrado, com'era dieci, quindici anni fa. Abbiamo anche letto recentemente sui giornali l'accordo tra le prostitute del centro storico e la giunta per mantenere il decoro. Tu che cosa ne pensi?
”Credo che Genova stia risentendo di quella battaglia storica tra chi vuole un luogo tranquillo e chi vuole un ruolo ricco di energia, ricco di possibilità, è qualcosa che avviene dappertutto, non solo nella nostra città. Qui lo sentiamo forte perché Genova ha saputo fare negli anni un salto di qualità, è riuscita a costruire anche nel centro storico delle occasioni nuove di lavoro, non solo di divertimento, perché quel divertimento rappresenta anche delle opzioni e delle occasioni di lavoro per tutti i gestori.
L'errore è stato non riuscire a fare una scelta condivisa, non si può dall'oggi al domani aprire o chiudere, bisogna costruire dei percorsi, delle zone, dei luoghi, dove si possa nel tempo pensare a dei luoghi di ritrovo, di svago, e costruire anche delle opportunità, delle zone dove chi vuole avere una prospettiva di tranquillità può andare nei quartieri più tranquilli e più sereni. Avere una prospettiva di lungo periodo, pensare Genova tra quindici anni, iniziare a lavorare in quella prospettiva, sapendo che ogni quartiere ha delle caratteristiche storiche, ma anche delle prospettive, permette di avere uno e l'altro,. Non dobbiamo andare nel conflitto, quello che è sbagliato è pensare che questa guerra tra giovani e anziani possa portare a qualcosa, uno perché sappiamo che la città è anziana quindi sarebbe una guerra perdente, dall'altro perché ognuno di noi vive una fase della vita quindi dobbiamo riuscire a ricostruire le condizioni del centro storico. Molte zone del centro storico hanno oggi l'opportunità di essere zone vive, non dobbiamo impedirglielo, bisogna anche trovare delle condizioni per cui questa vita sia su tutta la città, perché non ci siano dei quartieri morti, riuscire a ricostruirla e avere anche delle opportunità di tranquillità per coloro che hanno altre condizioni, per coloro che devono andare a lavorare, e non possono permettersi di stare tutta la notte... riuscire a costruire un patto per la città che metta insieme le forze, le faccia dialogare, e faccia guardare tra quindici anni facendo azione oggi: è quello che serve. Se ogni volta affrontiamo l'emergenza e allora se c'è qualcuno che protesta perché c'è rumore sospendiamo le licenze, se c'è qualcuno che protesta perché vuole andare a divertirsi le riapriamo: così non si riesce a costruire, noi abbiamo bisogno di traguardare il futuro facendo azioni oggi di dialogo fra le varie parti".

- Cosa pensi della crisi del Municipio di Centro Ovest e delle dimissioni del presidente Minniti?
"Che questa crisi fosse alle porte lo sapevamo da tempo. Il problema è che a Sampierdarena ci sono forti investimenti, c'è il contratto di quartiere che noi in Regione abbiamo approvato un anno fa e milioni di euro in ballo per il progetto di riqualificazione del quartiere. Ci sono forti investimenti infrastrutturali, Sampierdarena è un quartiere che avrà nei prossimi dieci anni tantissimi interventi, è un quartiere che soffre, perché da come l'ho conosciuto io quand'ero piccolo, che era un quartiere in cui si poteva andare liberamente per strada, ha peggiorato la propria qualità della vita, nello stesso tempo si è fatto qualcosa: penso al Teatro Modena, penso alla riqualificazioni...Aver perso un anno e dover perdere altri mesi per questioni che non hanno nulla a che vedere col piano amministrativo, ma sono questioni partitiche, è davvero una colpa che hanno in tanti. Oggi più che guardare cosa è successo, sarebbe importante capire come risolvere questa situazione velocemente, perché tutti questi interventi non aspettano, o qualcuno gestirà il piano di riqualificazione, o verrà gestito semplicemente dagli uffici senza coinvolgere la popolazione, e ci saranno le proteste.
L'emergenza che esiste sul piano della gestione di un'integrazione efficace perché a Sampierdarena non ci sono problemi di sicurezza maggiori di altri quartieri, però c'è una forte presenza di una comunità extracomunitaria che, se integrata, può essere anche una risorsa, una ricchezza, oppure c'è un conflitto sociale alle porte. Sampierdarena è uno dei quartieri che ha più problemi da risolvere: rimanere mesi e mesi attaccate a crisi politiche che hanno radici soltanto in conflitti personali di partito è davvero deleterio. Non c'è la soluzione alle porte, c'è la necessità che tutti, da una parte e dall'altra facciano un passo indietro e inizino a pensare che nei prossimi due anni ci sono da gestire delle cose importanti e si da priorità a quello, che avrà più senso di responsabilità nel fare quello sarà premiato, chi invece continuerà a fare sciacallaggio politico prima o poi verrà mal giudicato".

Beatrice D'Oria

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