“Chi ci guida nell'avventura creativa? (…) Soltanto la fiducia in qualcosa o in qualcuno nascosto dentro di te, qualcuno che conosci poco, che si fa vivo ogni tanto, una tua parte sorniona e sapiente che si è messa a lavorare al posto tuo può aver favorito la misteriosa operazione.”
Le riviste dell'informazione
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16 giugno 2020
Una vita tra fantasia e realtà
04 febbraio 2018
Così andava il giornalismo
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2017, pp. 240.
22 maggio 2017
Quando Oriana Fallaci intervistava la Storia
11 giugno 2014
Interviste senza filtro
sgretolamento
Antonio Ferrari
Sgretolamento. Voci senza filtro
Milano, Jaka Book, 2013
21 maggio 2014
Intervista al Novecento
In base alle diverse interpretazioni storiche il bardo fu figura di notevole importanza, perché vero e proprio catalizzatore di notizie, un pellegrino consigliere dotato di ottima autorevolezza, nonché preziosa fonte di informazione.
Sostituiamo il periodo storico, lo strumento musicale mutando diviene una penna, motivo di ascolto e di ospitalità diventerà l’intervista: emblema del "bardo moderno" qual è Antonio Ferrari.
Sgretolamento.Voci senza filtro è proprio questo: un pellegrinaggio. Una erranza fatta di incontri, colloqui, dissidi, scontri, statisti, leader religiosi, presidenti e giornalisti. Domande e risposte fra i territori del Medio-Oriente, dell’Europa balcanica e sovietica, cavalcando i giorni controversi, intensi e burrascosi degli anni Ottanti.
L’erranza dell’autore è tangibile. Il piacere del viaggio, l’amore verso l’esotico, e il riferimento a quei luoghi che lo hanno sedotto e a volte abbandonato, è ricorrente nei racconti del giornalista.
"Se Beirut calamita la passione, Gerusalemme alimenta lo spirito; se Amman ti affascina con la sua quiete e il suo ordine assai poco mediorientale, Damasco ti pratica un’iniezione di magia". Scrive Ferrari.
Protagonista di questo libro è senza dubbio l’autore, che si pone come obiettivo quello di chiarire i punti più salienti del decennio culminato con la caduta del Muro di Berlino e del suo checkpoint Charlie.
E l’intervista, vera e propria "arma segreta" dell’ex inviato storico del "Corriere della Sera", viene posta quasi come sottofondo, risaltando ciò che più interessa a Ferrari: il background, i retroscena, la messa a nudo delle figure da lui interpellate, veri e propri protagonisti della politica di quel tempo.
Tramite un interessante continuum storico e narrativo, il giornalista riesce abilmente nel suo intento. Fra le pagine trapelano emozioni, risentimenti, atteggiamenti ambigui e confessioni, menzogne e verità celate. Ma oltre che a spogliare dalle proprie vesti istituzionali l’intervistato di turno, Ferrari mette in gioco anche se stesso, rivive flaskback e ricordi, ripercorrendo le frustrazioni, i rammarichi, le gioie e le proprie vicende professionali.
Si passa dall’idealista e insieme corruttore, egoista e generoso Arafat all’incontro con Pierre Gemayel; dalla causa palestinese, dai conflitti con Israele, fino alle menzogne sulla Strage di Sabra e Chatila e la guerra in Libano.
I segreti dell’attentato a Papa Wojtyła del 1981,la sua pista bulgara, lo scandalo p2. L’intervista, quasi un duello, con il "divo" Giulio Andreotti, nella quale Ferrari ne esce sconfitto ma in qualche modo consapevole.
La passione per la politica turca, i suoi intrighi, i suoi drammi e i suoi eroi. Il racconto dell’empatia plasmata sul rispetto, sull’intesa intellettuale con il suo amico giornalista Ugur Mumcu, ammazzato nel 1993 con un autobomba davanti a casa sua .
Ferrari studia l’ondata Gorbacev nell’Europa dell’epoca, la Romania del "Conducator" Ceaușescu, e il suo rapporto tumultuoso con Bucarest.
E ancora la Siria e i suoi rapporti con Mosca, la Giordania e l’intervista al suo Re Hussein.
L’autore torna in Cecoslovacchia, luogo di malinconia. I ricordi e rimandi alla propria giovinezza, alla mitizzazione della Primavera di Praga, si mischiano alla tristezza della censura e alla commozione di un artista del luogo e alla sua interprete.
E molto, molto altro. Gli intervistati sono 28 e nessuna situazione internazionale sfugge al registratore e alla penna di Ferrari. Compresa la Grecia, l’ex discusso premier Papandreu, il suo Pasok e il "progetto Gladio" smantellato dai militari ellenici.
Ogni sfumatura viene colta dalla sensibilità del giornalista: dall’amore per l’Italia dell’europeista Helmut Schmidt alle confessioni "scomode" del suo ex direttore del "Corriere della Sera" Alberto Cavallari.
Gabriele Ciuffreda
Antonio Ferrari
Sgretolamento. Voci senza filtro
Milano, Jaca Book, 2013, 176 pp.
02 dicembre 2013
In libreria
Rossana Rossanda
(disponibile anche in formato ebook)
Descrizione
10 novembre 2013
In libreria
Sgretolamento. Voci senza filtro
Prefazione di Sergio Romano
Milano, Jacabook, 2013, 173 pp.
Un'intervista può essere la radice quadrata della verità oppure un'inutile e vanitosa esibizione. L'intervista è anche un'arma formidabile nelle mani dell'intervistatore. Il quale può decidere se compiacere l'intervistato o servire e appassionare il lettore. Questo libro va oltre, perché racconta i retroscena più segreti e piccanti, quasi sempre inediti, di una serie di interviste e di incontri con alcuni fra i protagonisti della politica internazionale durante i decisivi anni '80. Gli anni che accompagnano lo sgretolamento del Muro fino al suo fragoroso crollo. Gli anni che vedono il tramonto di rapporti di forze che avevano garantito, dal dopoguerra, un sostanziale seppur cinico e spietato equilibrio. Ciascuno dei protagonisti, in questo libro, ha qualcosa da rivelare e spesso ha qualcosa da nascondere. Le bugie sulla strage di Sabra e Chatila di Pierre Gemayel. L'Unione Europea possibile e l'inchino alla vitalità e alla creatività italiana di Helmut Schmidt. Il comunismo feroce di Nicolae Ceausescu. Il camaleonte Yasser Arafat. Il diffidente e coraggioso re Hussein e le altre voci senza filtro degli anni '80.
07 maggio 2013
Giovani giornalisti: incontro con Matteo Agnoletto
Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia
http://www.festivaldelgiornalismo.com/
20 novembre 2012
In libreria
Come inviato speciale della "Gazzetta del Popolo", e poi del "Giorno", Del Boca ha incontrato alcuni tra i personaggi più rappresentativi di quel Novecento. Dal criminale nazista Adolf Eichmann al neofascista inglese Oswald Mosley al poeta spagnolo Marcos Ana che trascorse più di vent'anni nelle carceri franchiste. Da Rinaldo Laudi a Cesare Pavese, da Elio Vittorini a Marcello Breusa, italiani che incarnarono una certa idea di progresso civile al pari di Salvatore Quasimodo e Italo Pietra. Dagli indiani Jawaharlal Nehru e Vinoba Bhave agli israeliani Shimon Avidan e Iliana Sahnin. Dagli africani Maometto V e Félix-Roland Moumié ad Ahmed Sékou Touré, da Martha Nasibù a Haile Sellase, senza dimenticare due personaggi minori, come il caïd Saddok e Majok Ador Athuai. Esemplari, invece, saranno la giovane Madre Teresa di Calcutta, l'anziano Albert Schweitzer o il sudafricano Albert John Luthuli. Tre premi Nobel per la Pace, tre figure che impersonarono i migliori propositi del Novecento. E persino le numerose speranze disattese troveranno un loro epilogo: la tragica esecuzione del colonnello Gheddafi.
17 ottobre 2012
Riflessione meta-giornalistica. Umberto La Rocca incontra gli studenti di Informazione ed Editoria dell’ateneo genovese
12 luglio 2012
In libreria
La ballata del quotidiano. Interviste di G. Galletta (1994-2009)
Genova, Il Melangolo, 2012, 103 pp.
Descrizione
06 dicembre 2011
Entrare e uscire dalle parole
04 giugno 2011
Aspiranti giornalisti, partite!
"Gli studi londinesi del network americano CNBC si trovano al sesto piano di un modernissimo ed elegante edificio a pochi passi dalla cattedrale di St. Paul.
E’ qui che abbiamo incontrato Angela Antetomaso, giornalista romana che lavora nella capitale da ormai quindici anni. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università La Sapienza di Roma, Angela inizia la sua carriera in Italia, ma ancora giovanissima riesce a coronare il sogno di volare a New York per lavorare con la CNN.
Passata nel 1996 a Bloomberg Television, poco tempo dopo viene inviata a Londra per lanciare il canale italiano di Bloomberg. Nel 2000 Enrico Mentana la sceglie come volto di Class CNBC, la rete televisiva tematica creata da Canale 5, Class Editori e CNBC, e le affida la conduzione dello spazio riservato all’economia all’interno del Tg5.
Dal 2003 Angela collabora per Class CNBC, CNBC Europe e CNBC Usa con interviste e programmi in lingua inglese.
Ciao Angela, grazie per averci regalato un po’ del tuo tempo. Nel 1995 hai lasciato l’Italia per New York: quanto ha contato quell’esperienza per la tua carriera?
E’ contata tantissimo. In Italia collaboravo già con alcuni giornali, ma il mio sogno era sempre stato quello di lavorare alla CNN, così avevo mandato il curriculum. Quando mi hanno chiamata per un internship (non pagato) di tre mesi, mi sono trovata catapultata in un mondo incredibile! Mi hanno infatti assegnata all’ufficio all’ONU della CNN quando era in corso l’Assemblea Generale. Così sono passata dalle piccole collaborazioni che facevo in Italia a un lavoro che mi ha messa a contatto con molti dei più importanti capi di stato dell’epoca, da Bill Clinton a Fidel Castro. Scaduti i tre mesi mi hanno rinnovato l’internship, e in seguito mi hanno assunta. Al principio ho fatto ovviamente piccole cose, ma nel tempo mi hanno affidato compiti via via più impegnativi. Nel suo insieme, è stata un’esperienza gratificante (durata oltre un anno) che mi ha cambiato la vita. Mi ha “costruito” non solo come professionista, ma anche come persona.
Sì, lo parlavo già abbastanza bene. Avevo fatto diversi periodi di studio a Londra, cercando di frequentare soprattutto inglesi per non cedere alla tentazione di parlare la mia lingua!
Forse non ero del tutto consapevole del fatto che in Italia avrei incontrato maggiori difficoltà a fare carriera. Ho scelto quella strada soprattutto perché volevo lavorare all’estero, e in particolare alla CNN.
Per la mia esperienza, sì. Nei paesi anglosassoni se sei bravo vai avanti, se non lo sei no. L’ho riscontrato sia alla CNN sia a Bloomberg che alla CNBC, a New York come a Londra. Naturalmente non è una strada spianata, c’è una forte competizione. Ma ti vengono lasciati degli spazi, e se hai delle capacità ti sono concesse le opportunità per dimostrarle. Il giorno in cui, nel novembre del ’95, fu assassinato il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, mi trovavo in studio. Era un sabato ed era Bank Holiday, per cui non c’era nessun giornalista che potesse essere chiamato per andare a fare un’intervista. Il mio capo disse: “Mandiamo Angela, può farla lei.” Inizialmente c’era molto scetticismo (anche da parte mia… ), ero spaventata e non sapevo se sarei stata all’altezza. Ma andò tutto per il meglio. Mi trovavo al posto giusto nel momento giusto, e fare bene quel lavoro mi permise di ottenere il rinnovo dell’internship. Quando poi si aprirono nuovi posizioni fui assunta, e mi fu procurato il visto necessario per rimanere negli USA.
La mia impressione personale è che i media anglosassoni abbiano una certa propensione ad attaccare senza peli sulla lingua, e che in generale ci sia effettivamente meno soggezione nei confronti del potere.
A Londra mi sento a casa. New York è certamente una metropoli di grande fascino, ma la cultura è un po’ diversa dalla nostra. E sei anche molto più lontano dall’Italia.
Le stesse opportunità che sono state concesse a me quindici anni fa. Nel mondo anglosassone puoi partire da zero e ottenere eccellenti risultati. Conosco una persona che ha cominciato come lavapiatti e, dopo qualche anno, è riuscita ad aprire un ristorante e ad avere successo. Penso che la stessa cosa valga più o meno in tutti i campi, politica compresa. E’ un mondo molto più aperto ai giovani e alle possibilità.
Penso che la scuola migliore sia la pratica sul campo, facendo un internship in un grande giornale o in un grande canale televisivo e accettando di non essere pagati e di fare le cose più umili. Stare insieme a veri professionisti che ti dedicano anche solo pochi minuti per spiegarti i segreti del mestiere è un’opportunità straordinaria.
Il nostro Paese è fantastico sotto molti punti di vista, ma ha bisogno di essere più aperto ai cambiamenti. Da italiana lo capisco, perché anche io sono così. Tuttavia, quando i cambiamenti arrivano e vedi che le cose migliorano, abbracciare l’opportunità è la cosa più bella e giusta da fare.
Spero che possa presto tornare a esserlo. In Italia abbiamo tantissime persone valide, che meriterebbero più opportunità. Bisogna certamente dare credito ai “senior” che valgono, ma è anche necessario lasciare spazio ai giovani che vogliono imparare. E occorre costruire la cultura del “voler imparare”, perché ci sono purtroppo tante persone che si adagiano sul “tanto non troverò mai lavoro” e lo usano come un alibi per non misurarsi con le difficoltà. Decidere di trasferirmi a New York per me è stato tutt’altro che facile: ho lasciato il lavoro, la famiglia, gli amici, la mia terra. Ed ero molto spaventata dal fatto che mi sarei trovata in un mondo che non conoscevo, con una lingua diversa dalla mia… Alla fine, però, sono esperienze che ti consentono di farti le ossa, e che – se hai voglia di lavorare – ti possono veramente dare tanto. Capisci, impari e vedi tantissime cose che difficilmente potresti conoscere rimanendo nel tuo “piccolo mondo”.
Di partire! E di fare un periodo di prova, più o meno lungo. Alla fine, si può sempre tornare in Italia per reinserirsi nel mondo del lavoro con una marcia in più.
24 ottobre 2009
Intervista a Lorenzo Basso
Intervista al candidato alle primarie
Lorenzo Basso: un giovane alla guida del PD regionale
Abbiamo intervistato Lorenzo Basso, consigliere regionale del PD, candidato alla segreteria del partito in Liguria. Con lui abbiamo affrontato molti argomenti, spaziando su molti temi: dai giovani al centro storico, dall'università al futuro di Genova e dell'intera regione.
- Hai solo trendaue anni e sei già Consigliere Regionale. Il tuo volto si vede sui manifesti di tutte le fermate dell'autobus di Genova. Credo sia interessante per noi giovani sapere come ti sei avvicinato alla politica. Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso. Che cosa può dare un giovane alla politica?
”Un giovane può dare moltissimo, il problema è come riuscire a fare capire che quello che da è davvero utile alla società. Sappiamo benissimo com'è vista la politica e sappiamo benissimo che quello che non piace ai giovani della politica è il fatto che serva solo a se stessi e non agli altri. Io mi sono avvicinato proprio nella maniera opposta: ho iniziato con un percorso di educatore per ragazzi più svantaggiati, ho iniziato nel volontariato e da li è iniziata la passione per la comunità. Alcuni amici e conoscenti mi hanno fatto conoscere quella che era allora l'esperienza, lo spirito dell'Ulivo e da quell'esperienza, da quello spirito è nato il mio impegno".
- Vorrei riproporti la domanda al contrario: che cosa può fare la politica per un giovane? In cosa consiste Master and back, la tua proposta di legge che è stata approvata dal consiglio regionale".
”Master and Back è una degli esempi di come la politica può servire realmente anche ai più giovani: è una proposta che serve a dare la possibilità ai giovani meritevoli, quelli bravi, che riescono ad andare molto bene all'università e uscire con un bel voto, di avere il supporto da parte della Regione per fare un'esperienza lavorativa o di studio all'estero, appunto il master, però con un contributo per il rientro nel tessuto socio-economico della Regione.
Se una persona molto brava inizia a lavorare all'estero, mette su famiglia, poi rimane fuori, e allora tutto quello che è stato fatto dal territorio, dalla comunità, dal sistema educativo, per dargli quelle conoscenze e quelle competenze, si disperde. In Liguria purtroppo accade moltissimo e anche in Italia, uno dei pochi paesi industrializzati in cui questo accade. Questa proposta di legge serve a dare incentivi ai giovani, anche quelli che non hanno famiglia alle spalle, per fare quest'esperienza, però poi un contributo forte perché ritornino nel mercato ligure. Questo permette alla comunità di crescere, con quelle professionalità, quelle esperienze fatte anche all'estero, ed è un esempio di come dare aiuto ai giovani. Queste sono leggi che quando vengono fatte non danno un ritorno subito alla politica, perché il suo ritorno si vede dopo molti anni è per quello che è utile anche avere politici più giovani, perché sanno anche guardare in prospettiva, sanno guardare lontano".
- Secondo te il partito democratico è un partito giovane?
”No, il Partito Democratico non è un partito giovane, ma lo vuole essere. Cerco di spiegarmi meglio: il Partito Democratico è un partito di centro-sinistra, che deve lottare contro le ingiustizie della società, significa fare lotte per le donne, per i giovani, per coloro che sono ai margini della società, è per questo che deve ritornare ad essere un partito giovane, e in questi anni non lo è stato perché ha fatto troppe battaglie di conservazione. Bisogna cambiarlo, ma non è il cambio anagrafico dei propri dirigenti, è il cambio della prospettiva delle battaglie che deve fare questo partito".
- Domenica ci saranno le primarie, sembra che i giovani si stiano allontanando dalla politica, perché dovrebbero venire a votare?"
”Credo che sia importante che vengano a votare alle primarie e comunque sia che partecipino a ogni occasione al di la che votino me o un altro candidato, perché se credono nei valori del partito democratico, se credono nei valori del centro-sinistra, hanno le modalità e hanno modo di farsi vedere, hanno il modo di contare davvero. Ecco, le primarie sono un'occasione in cui una persona che vuole dare il proprio contributo può scegliere e può far vedere che la sua presenza e che il suo voto serva davvero".
- Quali pensi siano i problemi principali dell'Università? Personalmente penso che a Genova ci siano baronie universitarie anche nel mondo del centro-sinistra. Su questo attaccamento alle tradizioni e ai privilegi, cosa ne pensi?"
”Si, è sicuramente così, la baronia, l'università, così come la rendita di posizione in ogni luogo della società, avviene nelle università, avviene nelle aziende, nel pubblico, nel privato, avviene dappertutto questo incancrenimento; questo consolidamento del potere acquisito è il grande male della società moderna, è proprio quella rendita di posizione che bisogna combattere. Però non lo si fa soltanto denunciandola, quello che il Partito Democratico dovrebbe essere a differenza di altri partiti più populisti, dovrebbe essere un partito che fa l'analisi, che fa la denuncia però fa anche la proposta di come cambiare, il PD su quello deve fare ancora un po' di strada. Sull'università dobbiamo salvare quello che c'è e ci sono cose buone: l'università di Genova, abbiamo visto nelle classifiche, è una delle migliori, però dobbiamo sapere che anche qui ci sono le baronie, anche qui ci sono degli impedimenti al merito. Noi dobbiamo riuscire a fare una riforma graduale che non annunci la rivoluzione senza mai farla, com'è avvenuto fin'adesso, che però faccia questo cambiamento che permetta di valorizzare il merito, chi è capace, chi è in grado di fare meglio quel lavoro perché sarà in grado di dare il proprio contributo alla società. Quindi non s tratta di fare il privilegio dei bravi, si tratta di riuscire a costruire il sistema che sappia dare e mandare avanti chi è bravo a fare quella cosa, ognuno d noi ha i propri talenti, ognuno di noi deve essere valorizzato per i talenti che ha, questa è la difficoltà, difficoltà che da sempre esiste e che in Italia in questo periodo è parecchio forte, noi dobbiamo riuscire a fare quelle riforme che siano in grado di smuovere questo meccanismo".
- Come vedi Genova, la Liguria e l'Italia tra 10 anni?
”Io purtroppo non la vedo come una regione, come un paese che abbia la prospettiva di agganciarsi a quelli che sono i grandi paesi europei. Non lo vedo perché negli ultimi anni abbiamo visto questo paese perdere competitività, e non parlo di economia, sto parlando di una società che sta iniziando a impoverirsi, dei talenti migliori che scappano all'estero perché riescono a realizzarsi e qui non trovano la loro occasione, parlo di una società dove c'è una difficoltà enorme delle donne di trovare lavoro, di entrare nel mercato del lavoro. Noi siamo un paese che ha metà delle energie in panchina e questo ovviamente ci rende meno competitivi rispetto agli altri paesi europei. Credo che ci sia davvero bisogno di una svolta, non solo del mio partito, di una parte politica, ma di una svolta della società italiana. Bisogna ricambiare e avere una nuova stagione civica per riuscire a fare questo salto di qualità. Abbiamo un' opportunità grande che è l'Europa, l'Europa ha rappresentato la svolta molte volte nelle vita di questo paese, l'Europa oggi dev'essere agganciata anche per questa stagione civica. Ci sono tutte le condizioni, abbiamo visto dei paesi che ce l'hanno fatta, l'Italia ha tutte le caratteristiche, ha una storia, ha dei valori, una cultura dello stile, della bellezza, che le permettono di avere la base per farlo. Il problema è riuscire ad agganciarlo e per fare questo ci vuole una nuova generazione che, al di la della parte con cui si schiera, inizi a prendersi le proprie responsabilità, a entrare i campo, e anche sbagliare perché quando si fa si sbaglia, però quello sbaglio va fatto, messa in moto questa generazione e data l'opportunità di fare le proprie scelte".
- Pensi che Genova sia una città europea? A me sembra vecchia. Parliamo ad esempio dell'ordinanza anti-movida che è un problema che ci riguarda molto da vicino. Cosa ne pensi? Personalmente ritengo che sia un grave errore, anche perché così il centro storico ripiomberebbe nel degrado, com'era dieci, quindici anni fa. Abbiamo anche letto recentemente sui giornali l'accordo tra le prostitute del centro storico e la giunta per mantenere il decoro. Tu che cosa ne pensi?
”Credo che Genova stia risentendo di quella battaglia storica tra chi vuole un luogo tranquillo e chi vuole un ruolo ricco di energia, ricco di possibilità, è qualcosa che avviene dappertutto, non solo nella nostra città. Qui lo sentiamo forte perché Genova ha saputo fare negli anni un salto di qualità, è riuscita a costruire anche nel centro storico delle occasioni nuove di lavoro, non solo di divertimento, perché quel divertimento rappresenta anche delle opzioni e delle occasioni di lavoro per tutti i gestori.
L'errore è stato non riuscire a fare una scelta condivisa, non si può dall'oggi al domani aprire o chiudere, bisogna costruire dei percorsi, delle zone, dei luoghi, dove si possa nel tempo pensare a dei luoghi di ritrovo, di svago, e costruire anche delle opportunità, delle zone dove chi vuole avere una prospettiva di tranquillità può andare nei quartieri più tranquilli e più sereni. Avere una prospettiva di lungo periodo, pensare Genova tra quindici anni, iniziare a lavorare in quella prospettiva, sapendo che ogni quartiere ha delle caratteristiche storiche, ma anche delle prospettive, permette di avere uno e l'altro,. Non dobbiamo andare nel conflitto, quello che è sbagliato è pensare che questa guerra tra giovani e anziani possa portare a qualcosa, uno perché sappiamo che la città è anziana quindi sarebbe una guerra perdente, dall'altro perché ognuno di noi vive una fase della vita quindi dobbiamo riuscire a ricostruire le condizioni del centro storico. Molte zone del centro storico hanno oggi l'opportunità di essere zone vive, non dobbiamo impedirglielo, bisogna anche trovare delle condizioni per cui questa vita sia su tutta la città, perché non ci siano dei quartieri morti, riuscire a ricostruirla e avere anche delle opportunità di tranquillità per coloro che hanno altre condizioni, per coloro che devono andare a lavorare, e non possono permettersi di stare tutta la notte... riuscire a costruire un patto per la città che metta insieme le forze, le faccia dialogare, e faccia guardare tra quindici anni facendo azione oggi: è quello che serve. Se ogni volta affrontiamo l'emergenza e allora se c'è qualcuno che protesta perché c'è rumore sospendiamo le licenze, se c'è qualcuno che protesta perché vuole andare a divertirsi le riapriamo: così non si riesce a costruire, noi abbiamo bisogno di traguardare il futuro facendo azioni oggi di dialogo fra le varie parti".
- Cosa pensi della crisi del Municipio di Centro Ovest e delle dimissioni del presidente Minniti?
"Che questa crisi fosse alle porte lo sapevamo da tempo. Il problema è che a Sampierdarena ci sono forti investimenti, c'è il contratto di quartiere che noi in Regione abbiamo approvato un anno fa e milioni di euro in ballo per il progetto di riqualificazione del quartiere. Ci sono forti investimenti infrastrutturali, Sampierdarena è un quartiere che avrà nei prossimi dieci anni tantissimi interventi, è un quartiere che soffre, perché da come l'ho conosciuto io quand'ero piccolo, che era un quartiere in cui si poteva andare liberamente per strada, ha peggiorato la propria qualità della vita, nello stesso tempo si è fatto qualcosa: penso al Teatro Modena, penso alla riqualificazioni...Aver perso un anno e dover perdere altri mesi per questioni che non hanno nulla a che vedere col piano amministrativo, ma sono questioni partitiche, è davvero una colpa che hanno in tanti. Oggi più che guardare cosa è successo, sarebbe importante capire come risolvere questa situazione velocemente, perché tutti questi interventi non aspettano, o qualcuno gestirà il piano di riqualificazione, o verrà gestito semplicemente dagli uffici senza coinvolgere la popolazione, e ci saranno le proteste.
L'emergenza che esiste sul piano della gestione di un'integrazione efficace perché a Sampierdarena non ci sono problemi di sicurezza maggiori di altri quartieri, però c'è una forte presenza di una comunità extracomunitaria che, se integrata, può essere anche una risorsa, una ricchezza, oppure c'è un conflitto sociale alle porte. Sampierdarena è uno dei quartieri che ha più problemi da risolvere: rimanere mesi e mesi attaccate a crisi politiche che hanno radici soltanto in conflitti personali di partito è davvero deleterio. Non c'è la soluzione alle porte, c'è la necessità che tutti, da una parte e dall'altra facciano un passo indietro e inizino a pensare che nei prossimi due anni ci sono da gestire delle cose importanti e si da priorità a quello, che avrà più senso di responsabilità nel fare quello sarà premiato, chi invece continuerà a fare sciacallaggio politico prima o poi verrà mal giudicato".
Beatrice D'Oria
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