Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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06 ottobre 2012

Una tipografia siderale, ancora umana



Il 20 luglio 1969, Neil Armstrong imprime con la sua scarpa la polvere lunare. Non esiste impronta più netta nella memoria e nel cuore dell'umanità. Non si tratta solo del segno di una scarpa supertecnologica ma di un prodigio. Un essere vivente, un uomo, sceso da una scatola magica, registrava su un lontanissimo corpo celeste il suo spaventato passaggio. Nell'inafferrabile e mobile frontiera siderale si posava un libro misterioso e la sua storia. Spinto oltre la porta della parola, per lo sguardo futuro su un altro mondo, più inquietante del nostro. Abbiamo trattenuto il respiro per quello “scarafaggio umanato” che posandosi sulla luna avrebbe tipografato per sempre la nostra mente. Quasi una celebrazione dei primi caratteri gutenberghiani calati con la forza di gravità sulle grandi pagine della Bibbia. Si udì per la prima volta il gemito fluttuante del torchio intorno al 1453. La scarpa di Armstrong, imprimendo il suolo lunare, gorgogliava sillabe e lettere in ode alla grandezza dei mortali. Ci rivelava un segno tipografico che pur andando al di là della nostra coscienza attuava in noi una misteriosa osmosi trascendentale e profonda. Supera la poetica antropologica dell'orma umana nella grotta di Toirano o quella della supericona dell'esistenza inconscia e profonda della sindone. Ma con essa l'umano vive all'infinito una silenziosa rivolta che lotta tra mondo oggettivo e soggettivo. Per questo ci attraversa di nostalgia la morte di Armstrong. Le immagini della sua archeologia hanno tracciato i percorsi imponderabili di un'erranza che sostituisce la forza muscolare con la forza elettronica. La storica impresa del Lem ci lascia l'esempio più alto del vivere intelligente. Ci ha insegnato cos'è la teoria del feedback, efficace applicazione – ostinatamente inconciliabile con la nostra sedentarietà mentale - dell'automazione in un concetto di economia ecologica. Finestre che salgono dal profondo e osano, non senza inquietudine, guardare nell'infinità danzante degli astri. 
Quaranta milioni di anni prima, un piede nudo, tipografava l'argilla della grotta di Toirano. Nel nostro mondo popolato, il sangue scorreva a fiumi, lotte disperate per la sopravvivenza, mostri trasfigurati vivevano la morte. Nessuno di noi desidera ritornare alla materialità primaria di quell'alba.
 Ripensiamo piuttosto all'autoritratto di quell'impronta, insolita e indimenticabile, le cui pagine raccontano la forza imprimibile del cammino. La nostra deambulazione quotidiana che ha l'andamento imprevedibile e ripetitivo di un sogno. L'indefinito fluire nell'oppressivo spazio urbano.

Francesco Pirella

*pubblicato per gentile concessione dell'autore. 


*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova.
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22 luglio 2012

In libreria

Franco Pierno
"Stampa meretrix". Scritti quattrocenteschi contro la stampa
Venezia, Marsilio, 2012, 80 pp.
Descrizione
La fine del libro cartaceo si avvicina? Qualche anno fa, i primi e-book non facevano certo temere per un’estinzione del sapere stampato; di recente, tuttavia, la tecnologia ha molto migliorato la funzionalità del libro elettronico, rendendolo più maneggevole ed efficace. Alcuni si entusiasmano per le innumerevoli possibilità editoriali che questo cambiamento epocale comporta; altri, invece, evocano scenari apocalittici. Poco meno di seicento anni fa, la comparsa del libro stampato aveva suscitato altrettanti entusiasmi e timori in una società che sino ad allora aveva conosciuto solo la scrittura a mano. A Venezia, città che aveva intensamente vissuto la nascita e gli sviluppi dell’ars typographica, il rapido propagarsi della stampa aveva rivoluzionato i meccanismi socio-culturali, provocando situazioni contrastanti. Se disponiamo di ampie testimonianze circa le vicende giuridiche e amministrative relative ai primi esperimenti editoriali, documentare le diffidenze e i timori che li avevano accompagnati è invece impresa meno agevole. Qualche interessante testimonianza ci proviene da pochi e frammentari scritti marginali (in genere poesie), stesi talvolta a corredo di opere più importanti e raccolti ora in questa antologia. Grazie a essi, l’euforia e l’ostilità nei confronti della stampa, conosciute soprattutto attraverso cifre e statistiche industriali, trovano anche un’espressione letteraria. 
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15 giugno 2012

La tipografia di Babele

ARMUS – Archivio Museo della Stampa
La tipografia di Babele. Giornali in 100 lingue
14 giugno - 14 luglio 2012


“La mostra, proveniente dalla Berio, ci evoca le mille e mille voci dal corpo di Gutenberg, uno straordinario corale cronachistico dell’Uomo Tipografico di McLuhaniana memoria che trova all’Armus il suo naturale compositoio”: così Francesco Pirella, Direttore dell’Armus, ha definito i giornali in mostra. Stampati in gran parte tra 1956 e 1960, provengono dalle foreste equatoriali africane, dal mondo arabo, dall’India, dall’Indonesia, dalla Cina, dalla Groenlandia e dai paesi allora molto lontani dell’Oltre Cortina europea come Bulgaria, Serbia, Cecoslovacchia, Polonia. Rappresentano la storica redazione del piombo operativa nell’intero pianeta. Fu Pierleone Massajoli (Torino, 1928 – Genova, 2011), antropologo ed etnolinguista tra i più importanti in Liguria, a conservare per 50 anni nei suoi cassetti questa raccolta di oltre 300 giornali, con precise etichette manoscritte che ne identificavano la lingua. È un lavoro di studio che con questa mostra abbiamo in qualche modo proseguito, ma che può essere ancora approfondito in varie direzioni: ad esempio, della storia della scrittura, dei mass-media e della stampa, dei problemi sociali delle minoranze linguistiche. Massajoli, studioso del brigasco, dialetto ligure alpino, ha diretto per 28 anni la rivista Il Nido d’Aquila, fondata nel 1983, che aveva ed ha tuttora al centro dei suoi interessi il rischio di estinzione delle minoranze linguistiche, perché “la morte di una lingua è il sintomo di una morte culturale: con la morte di una lingua scompare un modo di vivere”, ci ricordano Daniel Nettle e Suzanne Romaine.
A cura di Alberto Nocerino in collaborazione con Laura Castelli Massajoli, Francesca e Matilde Massajoli. Progetto espositivo dell’Armus. Assistenza: Giorgio Tanasini con Giancarlo Peroni, Giovanni Richelmi e Gian Franco Crosta, Riccardo Palanti.
Archivio Museo della Stampa
Magazzini dell’Abbondanza al Porto Antico – Palazzo Verde
Via del Molo 65 – 16128 Genova
Orari:
* 11.30 – 18.30 dal mercoledì al venerdì
* 10.00 – 17.00 sabato e domenica
* Chiuso al lunedì e al martedì

Ingresso libero

29 maggio 2012

Polvere di carta nel firmamento digitale

Lo sappiamo, la nostra dipendenza dal mondo di Gutenberg muterà quasi radicalmente, nonostante il nostro amore per l'invenzione tra le più usate al mondo: la carta stampata dei tipografi, oggi prodotta sinteticamente dall'industria.
Ciononostante consumiamo ancora una grande quantità di informazione cartacea: libri, giornali, rotocalchi, ecc. Circa metà di tutti noi interagisce, anche fino a 80 ore settimanali, con il PC, ma il resto si identifica ancora in quel carnale mcluhaniano Typographic Man che intorno al 1450-55, a Magonza, generò il suo primo manufatto, convenzionalmente la Bibbia delle 42 linee, due ingombranti volumi in stile gotico.
L'Uomo tipografico ha cambiato in oltre cinque secoli tutti i parametri della vita civile e culturale del pianeta, naturalmente in meglio, tranne per i poveri amanuensi, che inesorabilmente e progressivamente rimarranno senza lavoro; essi protesteranno, ma alla fine soccomberanno.
Gutenberg si è beccato un sacco di maledizioni per essere stato la causa di una rivoluzione occupazionale senza sbocco che lasciava migliaia e migliaia di uomini disoccupati e senza futuro (e non è neppur certo che la paternità dell’invenzione fosse sua!)
Le gravi difficoltà economiche in cui oggi versa il quotidiano "il manifesto" e non solo, rimandano a quella lontanissima storia. La sua eventuale chiusura riaccende il dibattito sui nuovi media e la fine della carta stampata, così come fu per le copisterie a causa del proliferare dei gutenberghiani.
Verrano fermate, quasi certamente, le macchine da stampa. E’ in drastica riduzione il numero dei tipografi e dei giornalisti, soprattutto quelli che hanno vissuto la coda della tipografia pre-elettronica. Possiamo parlare delle ragioni ma solo empiricamente, per la complessità dell'argomento. L'incapacità o l'impossibilità di esprimere l'informazione secondo le esigenze dei lettori, una scarsa produttività, una conduzione del giornale paralizzata su sé stessa, incapace di proporsi efficacemente nel confronto con i nuovi media e, ancora, la concorrenza della televisione e in particolare quella del web.
Ma soprattutto pesa l'inettitudine della nostra politica verso la formazione e l'apprendimento dei nuovi linguaggi: il nostro Paese entrerà in competizione con ingiustificabili ritardi rispetto a quasi tutto il resto d'Europa e le conseguenze sono evidenti nella difficoltà ad aggiornare persino i sistemi di interazione tra cittadino e amministrazione pubblica.
La vocazione digitale nella popolazione è stata ottusamente rallentata: troppi lettori restano analfabeti digitali e resistono all'idea di doversi svezzare dal prodotto di carta. Gli stessi giornali, fatte le dovute eccezioni, si muoveranno con ritardo e con scarsa convinzione nell'occupare sapientemente lo spazio web.
Ora è il tempo della simulazione, il giornale può scegliere di rifiutare le regole convenzionali e inventarsene di volta in volta di nuove. Il nostro homo oeconomicus, il presidente del Consiglio Monti, è alla ricerca del bene collettivo preferibilmente con un’identità digitale, ma “è la stampa bellezza” ancora nel cuore.
Sarebbe un grave errore non sostenere i giornali di carta e non permettergli di percorrere una strada parallela al web, sbarriamo piuttosto la strada a certi grotteschi epigoni tenuti in vita per sottrarre fondi pubblici.
Giornali popolari, di informazione, di opinione, non rappresentano solo un'impresa produttiva in crisi: restano giganti della nostra formazione che hanno contribuito, lottando e pagando anche con la vita dei loro giornalisti, alla nascita della Repubblica, alla sua crescita, allo sviluppo socio-economico del nostro Paese e ancora oggi rappresentano un punto di forza per sperare in una società civile più obiettiva.
Per la storia che hanno, quindi, i giornali di carta non possono essere liquidati se non vengono aiutati a traghettare tutti i propri lettori, fino all'ultimo, in una 'Second Life', sul pianeta digitale.
Francesco Pirella


*pubblicato per gentile concessione dell'autore. 



ARCHIVIO MUSEO DELLA STAMPA DI GENOVA
Raccolta gutenberghiana Francesco Pirella
Magazzini dell'Abbondanza - Palazzo Verde
via del Molo 65 - 16128 Genova
Tel: +39 010 9814369 / 010 5499643

12 ottobre 2011

Post-coccodrillo per Steve Jobs


Se qualcuno ha la prova che Gutenberg abbia inventato qualcosa - un carattere mobile o stampato un libro - ce lo dica. Il concetto vale anche per Steve Jobs. Ma se del primo non ci sentiamo di escludere del tutto che possa essere stato un inventore, del secondo sì. Jobs ha semmai cavalcato meglio degli altri la rivoluzione di Alan Turing, che nel 1936 intuì la possibilità di "inventare un'unica macchina che può essere usata per computare qualsiasi sequenza computabile".
Al pari di Bill Gates, Jobs è stato un carismatico pioniere di quell'impresa digitale che ci fa sentire superati attimo per attimo dalla nostra tecnica e dalla nostra scienza sino a capovolgerci le prospettive del mondo conosciuto.
Più che inventore dunque è stato un enciclopedista che, con spirito illuminato e profondo, ha saputo mettere in relazione il pensiero speculativo e l'attività pratica nella sua officina dei sogni di Cupertino.
Ma sopra ogni cosa il suo capolavoro sono state le strategie, le soluzioni organizzative adottate per un marketing globale. E lo si è visto: la "ola" mediatica del pianeta battezza Jobs come il nuovo Gutenberg, un genio al pari di Leonardo da Vinci, ecc.
“D'ora in poi la socializzazione avverrà nel computer”: le parole dell'aspirante profeta Nicolas Negroponte ("Essere digitali”", 1995) si sono materializzate in oracoli del gusto e del desiderio, fino ad assumere le sembianze della geniale invenzione.
Francesco Pirella

*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova.



*pubblicato per gentile concessione dell'autore. 
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