Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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06 gennaio 2018

Rewire: positivo, con un “ma”…


Adattarsi a un mondo in continua trasformazione, tanto più se nell’era della tecnologia, non è un compito semplice. Le trasformazioni sono repentine e radicali, al punto tale che chiunque si trovi a dover lavorare - ma anche solo vivere - in un simile tumulto, spesso non fa in tempo ad adeguarsi che è già tempo di cambiare. Quello che sembra ormai ovvio è che ci troviamo oggi nell’era della globalità, in cui le idee, i processi, le tendenze e anche le problematiche non si trovano circoscritte in un’area definita, ma divengono comuni a realtà geografiche anche molto distanti tra loro.
Di fronte a questo panorama in divenire, Ethan Zuckerman, studioso americano delle nuove forme di comunicazione e di cultura digitale, propone alcuni ragionamenti e considerazioni utili a chi stia cercando di orientarsi nell’oggi; lo fa attraverso Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, edito in Italia da Egea e uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel giugno 2013, pubblicato dalla W. W. Norton & Company.
Questa recensione fa riferimento alla versione epub: E. Zuckerman, Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, Egea editore 2014.
Cosmopoliti…
Il cosmopolitismo sembra essere un argomento che sta molto a cuore all’autore, non solo perché ha così intitolato la sua opera: basandosi sulla definizione proposta dal filosofo Kwame Antony Appiah, l’uomo e la donna cosmopoliti dimostrano un «genuino interesse per le concezioni e le pratiche altrui, impegnandosi a comprendere, se non anche ad accettare o ad adottare, modi di vivere differenti» dal proprio; il cosmopolita, inoltre, «abbraccia seriamente l’idea di avere degli obblighi nei confronti degli altri». In quest’ottica, il divenire un cosmopolita deve essere, secondo Zuckerman, l’obiettivo di chiunque voglia fare comunicazione. Altro consiglio centrale nell’analisi dell’autore riguarda la possibilità di essere xenofili e figure ponte: i primi sono «individui attirati dall’insolito, che traggono ispirazione ed energia creativa nell’ampia diversità del pianeta», mentre i secondi «si muovono a cavallo tra due ambiti culturali; ne fanno parte, ad esempio, quei blogger impegnati a tradurre e contestualizzare i contenuti da una cultura all’altra». Tutti questi elementi sono fondamentali, secondo quanto asserisce Zuckerman, nel mondo globalizzato in cui viviamo: le differenze identitarie - di genere, di etnia, religione, lingua - portano allo sviluppo di differenze cognitive, che sono, a loro volta, il valore aggiunto per eccellenza dell’era della globalità.
 … digitali.
L’elemento digitale è proprio quello entro cui si muove Zuckerman: non solo si trova alla base della semplicità con cui avvengono oggi le comunicazioni e, quindi, dei rapporti contemporanei, ma è anche - e soprattutto - il futuro di imprese, persone e mezzi di informazione.
L’inflazione dell’esempio
Tutti questi elementi sono presentati attraverso l’utilizzo smodato di esempi: sebbene gli stessi rappresentino uno strumento utile per illustrare ragionamenti complessi, specialmente a chi si stia approcciando per la prima volta a simili argomenti, la loro massiccia presenza all’interno di questo volume risulta eccessivamente pesante anche per il lettore più attento. Volendo azzardare una stima, una buona metà dell’intero volume è persa in esempi: esempi sulla diffusione di nozioni e notizie, esempi tratti dall’Antica Grecia sull’approccio cosmopolita, esempi di come lo sviluppo delle connessioni possa costituire anche, a volte, un pericolo; anche gli aneddoti occupano un ruolo importante in Rewire: sulla nascita dei forum, sulle discussioni che hanno portato alla fondazione di Global Voices, sull’esportazione dell’acqua Evian. Una scelta stilistica che ha stravolto il proposito dell’esistenza stessa dell’esempio, appesantendo la lettura e rendendola eccessivamente lenta e difficoltosa.
Il vademecum della globalità digitalizzata
Nota decisamente positiva riguardo l’utilità delle teorie racchiuse nel piccolo volume. Concetti rilevanti come quello di homophily o di serendipità emergono chiari e evidenti, creando un filo conduttore che accompagna il lettore lungo tutto il suo percorso: il processo di notiziabilità internazionale, la gestione dei social network da parte di algoritmi sempre più aggiornati e “invadenti”, il ruolo fondamentale delle traduzioni in un mondo sempre più Eng sub ma con una forte componente idiomatica.
La lettura di Rewire somiglia a una palestra di comunicazione e di vita, che fornisce tutti gli elementi necessari per comprendere, almeno basilarmente, le dinamiche che muovono l’era della globalità e come fare a inserirvisi come professionisti della comunicazione e non solo.
Global Voices
Un intero capitolo del volume è, poi, dedicato a Global Voices, una rete internazionale di bloggers fondata da Zuckerman stesso e da Rebecca MacKinnon, con lo scopo di abbattere le barriere comunicative tra i Paesi “forti” e quelli più “deboli”: partendo dalla constatazione che, sul piano della discussione internazionale, maggiore spazio viene concesso a voci provenienti da contesti elitari e occidentali, Global Voices sfrutta i contributi generati dagli utenti di internet per «offrire a chiunque voglia esprimersi i mezzi per farlo, come anche di offrire gli strumenti adatti a chiunque voglia prestare ascolto a queste voci».
I volontari che collaborano a questo interessante progetto, ricercano e traducono, ogni giorno, i pezzi più interessanti pubblicati sui blog del loro Paese, in modo da renderli disponibili al resto del mondo. Quanti di noi sono adegutamente informati sulle questioni provenienti dalla Nigeria? Dall’Angola, dallo Sri Lanka, dalla Lettonia o dal Paraguai? Quello che fa il progetto Global Voices (all’indirizzo internet https://it.globalvoices.org/ per la versione italiana) è strappare il pesante velo delle barriere linguistiche e mediatiche, per aiutare chi sia interessato a mantenersi aggiornato, andando a pescare le produzioni originali delle voci meno ascoltate online e servendole su un piatto d’argento al pubblico internazionale.
Must-have
Un lavoro certamente accurato, impegnato e impegnativo quello di Ethan Zuckerman, che ha messo a disposizione del pubblico le competenze acquisite in anni di esperienza sul campo e di studi approfonditi. Potessi suggerire una nuova edizione, proporrei all’autore le mie considerazioni sull’impiego dell’esempio come strumento esplicativo; tuttavia ho trovato l’opera interessante e sostanzialmente utile: non è necessario avere interessi professionali negli elementi trattati; l’importanza fondamentale dei concetti “cosmopolita”, “digitale” e “era della globalità” - abilmente condensati nel titolo - rende Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità un testo must-have per ogni appassionato del mondo, della contemporaneità e dell’umanità.
Veronica Rosazza Prin

Ethan Zuckerman
Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità
Egea, Milano, 2014
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10 gennaio 2016

Il buon giornalismo dell'informazione interculturale


Sembra di assistere ad una lezione universitaria, ad una di quelle dove il professore camminando per l’aula parla per ore e tu, rapito dalle parole, non ti accorgi del tempo che in un attimo vola. Perché Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale non è semplicemente un manuale sui problemi del giornalismo odierno, ma è una riflessione su come viviamo e ci rapportiamo con gli altri. Dove gli Altri sono arrivati da un paese, non lontano dal Nostro, per scappare spesso da una guerra che riteniamo sia solo Loro.
Etichette, pregiudizi, stereotipi dati in primis da chi dovrebbe occuparsi di educare e formare la collettività: il giornalismo, tradizionale e online. Da qui il sottotitolo “Il ruolo dei media in una società pluralistica”, perché come scrive l’Autore: “I mass media, la comunicazione, i social media, finanche il web marketing possono diventare strumenti di mediazione interculturale e di peace building”.
Non pensiamo che Corte proponga del buonismo; non si mette sul piedistallo criticando il settore dell’informazione, ma lo analizza cercando di capire come si potrebbe passare dal giornalismo etnocentrico o multiculturale, ad un Giornalismo interculturale. Un percorso faticoso, che prevede prima di tutto una conversione culturale e dell’anima. Perché di cuore, per come vede lui questo mestiere, ce ne vuole tanto.
Non promette la ricetta segreta, l’ingrediente nascosto per ottenere la comunicazione perfetta. Regala però consigli su come organizzare il lavoro in una redazione, su come un reporter dovrebbe rapportarsi con le fonti e sul linguaggio da scegliere per scrivere un articolo. Perché saper trovare le parole, può fare la differenza. E maestro nel raccontare l’Altro è Guccini, le cui canzoni accompagnano, di capitolo in capitolo, l’intera lezione di Corte.
Questo libro ha il grande merito di far riscoprire un valore che spesso per fretta o superficialità si dimentica: il rispetto per gli Altri. Principio che dovrebbe mettere in pratica in particolar modo chi si occupa di comunicazione.
  Federica Traversa



Maurizio Corte
Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale.
Il ruolo dei media in una società pluralistica.
Cedam, Padova 2014, 214 pp.
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19 aprile 2014

In libreria

Maurizio Corte    
Giornalismo interculturale e comunicazione nell'era del digitale
Il ruolo dei media in una società pluralistica
 Padova, Cedam, 2014, xx+ 187 pp.
Descrizione
Quale giornalismo, quale informazione, quale comunicazione attraverso i media in una società pluralistica come la nostra? Alla sfida dell'immigrazione e della diversità culturale come sanno (o non sanno) rispondere i media? Quali sono gli strumenti necessari per raccontare eventi, processi, situazioni, accadimenti propri di un mondo che è in continua e rapida trasformazione? Come leggere i media e come utilizzarli in un Paese con milioni di cittadini di origine straniera? E' possibile un diverso modo di fare giornalismo e di comunicare, più efficace, più autorevole, più rispettoso della dignità delle persone? A queste e ad altre domande vuole rispondere questo libro. A otto anni dal precedente Comunicazione e giornalismo interculturale, edito da Cedam, l'autore ha voluto lavorare a una nuova edizione rivedendo in modo profondo quel testo: riscrivendo intere parti, aggiornandone altre, aggiungendovi un doveroso passaggio sulla pratica professionale. Proprio la parte sulla pratica professionale può essere utile anche a quegli insegnanti che vogliono coinvolgere i propri allievi in un lavoro sul campo, oltre che in un'analisi critica dei media. La stessa parte sulla pratica professionale può essere utile a giornalisti e comunicatori del Web per rispondere ai dubbi su come agire, su come comunicare, su come essere professionisti in una società complessa. Il libro ha una prima parte “didattica”, per un doveroso inquadramento teorico sulla comunicazione, sui media e sulla comunicazione interculturale. Vi è poi la parte di ricerca sui media, doverosa per un testo universitario: una parte che si avvale del lavoro di ricerca fatto per la Carta di Roma dal gruppo di analisi interculturale dei media, ProsMedia. Infine, vi è la parte conclusiva sul Giornalismo interculturale: i fondamenti teorici, i riferimenti etici e le indicazioni pratiche. Da questa parte – come anche dalle altre - possono trarre utile ispirazione anche comunicatori, social media manager, professionisti del webmarketing; e tutti coloro che si misurano con la diversità culturale.

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26 settembre 2012

In libreria

Renato Camurri (a cura di)
Max Ascoli Antifascista, intellettuale, giornalista
Milano, Franco Angeli, 2012, 328 pp.

Descrizione
Dopo un lungo silenzio durato quasi trent'anni, la figura di Max Ascoli (Ferrara 1898 - New York 1978) è tornata ad attirare l'interesse degli storici italiani ed americani. Questo volume affronta i molteplici aspetti di una biografia culturale e politica che si è sviluppata tra le due sponde dell'Oceano in anni contrassegnati da avvenimenti tragici. Tre sono le tappe di questo percorso volto a ricomporre in un unico quadro i diversi tasselli di una personalità complessa come quella di Ascoli.  Il periodo italiano, quello in cui giovane studente universitario Ascoli muove i primi passi negli ambienti dell'antifascismo e matura la scelta dell'esilio; quello tra le due guerre, che vede Ascoli in un ruolo di primo piano nel mondo accademico newyorkese, costantemente impegnato nel salvataggio di molti refuggees italiani ed europei; ed infine quello del dopoguerra quando egli si dedica totalmente alla realizzazione della rivista "The Reporter", l'impresa culturale nella quale meglio di ogni altra si rispecchia il profilo di questo "liberale gentiluomo".
*Link all' Indice del libro, disponibile anche in formato e-book.
 
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16 maggio 2011

Costruire nuove interazioni mediali

Comunicazione media cittadinanza. Appare così il titolo in copertina: nessun segno di punteggiatura a differenziare le tre parole, solo un “a capo” a dividerle. Una scelta grafica poco chiara, che d’impatto può indurre a fraintendere, o meglio, non comprendere il vero significato del testo. A prima vista, potrebbe far pensare, infatti, a un nuovo concetto di comunicazione, intesa come “media cittadinanza” o ancora alla comunicazione come strumento che “media” la cittadinanza stessa.
Solo a una riflessione più attenta e con l’ausilio del sottotitolo, si comprende in realtà l’inesistente relazione sintattica tra i vocaboli e di conseguenza la precisa volontà dell’autrice di analizzarli in maniera autonoma e svincolata, sebbene legati concettualmente da un fil rouge ben preciso.
Il testo di Giselda Antonelli, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso la Facoltà di Scienze sociali dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara, attraverso l’analisi precisa e fortemente documentata di argomenti specifici quali la comunicazione interculturale, la media education e la cittadinanza europea propone una riflessione su come la comunicazione, i media e il significato di cittadinanza siano mutati ed evoluti nel corso del tempo.
Partendo dalla constatazione di uno smarrimento di competenze da parte della società odierna, all’interno della percezione pubblica, a favore di un’enfatizzazione dell’individualismo, la Antonelli pone l’attenzione iniziale proprio sul nuovo tipo di rapporto che è venuto a instaurarsi tra il soggetto e la società stessa.
Evidente ormai che gli uomini non possano vivere senza socializzare e quindi comunicare, il primo capitolo offre una riflessione sulla centralità delle relazioni e della ricerca altrui per forgiare la nostra identità. Partendo dalla crisi, intesa non come declino o smarrimento, ma nel senso più strettamente etimologico del termine come cambiamento e occasione di riflessione per ricominciare, viene sottolineata la stretta necessità di aggiornare i contenuti e i valori comuni, a partire dall’ambiente educativo e scolastico.
Soffermandosi poi su alcune forme particolarmente espressive di comunicazione e media, dal writing alla multitasking generation e sul rapporto tra old e new media in grado allo stesso tempo di connettere realtà molto lontane, si passa ad evidenziare nella seconda parte, come la dimensione dell’incontro con l’altro si declini attualmente in termini di interculturalità.
Attraverso una descrizione dei fattori, degli strumenti e al contempo degli ostacoli della comunicazione interculturale l’autrice mette in luce l’esigenza attuale di affacciarsi a nuove culture senza incorrere nell’errore di ghettizzarle cadendo in quell’insieme di stereotipi e pregiudizi esclusivamente dannosi, in quanto mera “barriera precostituita”.
Ma ulteriore prospettiva con cui studiare la comunicazione interculturale riguarda il ruolo assunto dai mass media. Poiché i mezzi d’informazione incidono vertiginosamente sulla formazione dell’opinione pubblica e quindi dei giudizi e delle percezioni ad essi associate, è fondamentale una loro rappresentazione dell’altro reale e non appunto deformata, promuovendo l’accesso all’industria dei media a tutte le diversità culturali.
Si giunge così alla quarta parte del saggio, dove la Media education diventa protagonista. Essa, sostiene la Antonelli, deve “contribuire all’educazione al pensiero diverso, all’autonomia e al senso critico” soprattutto tra i giovani dove i media sono una costante quotidiana. Fondamentale dunque guidare le nuove generazioni a un uso consapevole, autonomo e critico dei linguaggi mediali portandoli a concepire la media education come nuova forma di cittadinanza nella società della conoscenza.
Non bisogna però sottovalutare gli aspetti negativi legati a questa evoluzione, è quanto si premura di sottolineare l’autrice. Il processo interculturale comunicativo ha infatti anche creato nuove forme di diseguaglianza socioculturale, attribuibili principalmente a una scarsa diffusione, in molte parti del mondo, di una vera cultura mediale, sui cui è urgente investire.
Infine un rapido viaggio tra le radici e la storia della parola cittadinanza, contestualizzata nell’ottica della modernità, esaminata sotto diverse prospettive sociologiche e tema centrale di numerosi dibattiti contemporanei, (in particolare a partire dalla ratificazione del Trattato di Maastricht) traghetta la panoramica della Antonelli su questi tre nuovi percorsi di partecipazione, verso la speranza di una società capace di ridisegnare modalità inedite di interazione.


Carolina Piola

Giselda Antonelli
Comunicazione Media Cittadinanza
Milano, Franco Angeli, 2009, 172 pp.
*link all'Indice del libro
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12 aprile 2010

Scaffale amico

Giorgio Silvestri
I media della diaspora italiana. Dal bollettino al blog
Madrid, Editrice Ibérica de Cooperacion Europea, 2009, 360 pp.
("Marenostrum, la rivista degli italiani in Spagna e del Made in Italy", 1/6, 2009 numero monografico).

Il libro sarà presentato a Genova per iniziativa dell'Assemblea legislativa della Liguria - Settore Studi, Documentazione ed Assistenza agli Organi Statutari e di Garanzia.  Parteciperanno Giuseppe Di Claudio, giornalista ed editore del volume,  Giacomo Ronzitti, Presidente del Consiglio regionale e l’autore, Giorgio Silvestri.
martedì 13 aprile 2010, h. 15.30
Sala Biblioteca del Consiglio Regionale della Liguria
via D’Annunzio, 38 - Genova

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Abstract del libro
La storia d’Italia è strettamente legata a quella, ben più remota, dell’emigrazione italiana nel mondo e della miriade di giornali e riviste per gli italiani all’estero fioriti dal Settecento a oggi. “L’italiano non era lettore di carta stampata in patria, ma lo è diventato attraversando il mare”, scrisse nel 1975 l’allora ambasciatore della Santa Sede presso l’ONU, Monsignor Giovannetti. L’esigenza di fare rete ha sempre favorito la nascita di giornali e riviste in ogni terra toccata dai nostri emigranti già prima dell’età di Napoleone, quando l'unità italiana era un progetto di pochi sognatori. Con il mutare delle motivazioni e dei numeri delle partenze, la stampa “italica” si amplia e si differenzia al suo interno, intrecciando una fitta serie di relazioni con la madrepatria che sono a tutt’oggi visibili.  Che la questione sia più attuale che mai lo confermano così in primo luogo gli ottocento tra giornali, riviste, radio, televisioni, pagine e portali digitali destinati ai 3,7 milioni di cittadini italiani residenti all’estero, 60 milioni di oriundi e altrettanti italofoni sparsi in ogni angolo del pianeta: non erano mai stati tanti. Se a ciò si aggiungono la recente formazione di organi come il CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero) e i COMITES (Comitati degli Italiani all'Estero) e, soprattutto, il varo della legge 470 del 20/12/2001 che istituisce le circoscrizioni italiane all’estero, il quadro anche sociologico e politico della nostra emigrazione è completo. Tramite l’excursus storico delle migrazioni dall'Italia e un riepilogo dei censimenti e delle politiche che hanno interessato la pubblicistica “italica”, il volume inquadra tutti i media in vita secondo i canali sfruttati, l’area di diffusione, i contenuti e gli scopi perseguiti, in relazione alle più recenti ricerche sui media interculturali. Non mancano poi uno studio dell’auto-organizzazione dei media “italici” in organi come la FUSIE (Federazione della Stampa Italiana all'Estero), nè accenni agli organi più significativi, come “Gens Ligustica in Orbe”, “La Voce d’Italia” di Caracas, o il recente canale Rai International. Un'attenzione costante viene infine prestata al ‘come’ e al ‘perchè’ della progressiva perdita della lingua italiana presso gli emigrati e i loro discendenti. Primo scopo di questo scritto è inquadrare le sfide che più da vicino riguardano le testate per e sui cittadini italiani all’estero, non solo in termini di mercato di linguaggio ma guardando ad esempio anche all’afflusso di fondi pubblici e privati, tanto più decisivi per i periodici di ridotte dimensioni; decisiva è infatti l’influenza che questi organi possono avere sull’opinione degli (ex) emigrati circa l’Italia o il loro Paese di residenza. Anche in questo contesto i media si rivelano una volta di più specchio del cambiamento “glocale”, nonché un veicolo di promozione sociale e di rivendicazione politica, economica e culturale. Alla vigilia dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia, queste pagine intendono ricordare che anche noi italiani siamo stati in tempi non lontani “ecuadoriani”, “albanesi” o “marocchini” con in mano una valigia piena di culture, dialetti, tradizioni e sogni di una vita migliore.
L’autore
Giorgio Silvestri, nato a Recco (Genova) nel 1984, ha conseguito la laurea specialistica in Scienze Politiche all'Università degli Studi di Genova nel 2008. A seguito di un percorso Erasmus presso la Universidad Complutense de Madrid si è stabilito nella capitale spagnola, dove ha ottenuto una borsa di studio per il Master in Giornalismo organizzato dal quotidiano "El Mundo"; ha svolto tirocini presso la redazione spagnola dell'Agenzia Ansa e l'Ambasciata d'Italia in Spagna. Nel 2009 ha ottenuto il Premio internazionale di giornalismo “Gaetano Scardocchia” per la sua tesi di laurea specialistica, pubblicata per iniziativa di Marenostrum.
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02 aprile 2010

In libreria

Pantaleone Sergi - Elida Sergi
'Stampa migrante'. Giornali della diaspora italiana e dell'immigrazione in Italia
Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2010, 214 pp.

recensione AGI
"E' un lavoro accurato, una ricostruzione della presenza di giornali italiani nei singoli paesi di emigrazione. Perché ovunque gli italiani si insediarono per motivi economici o per altro scopo, dal Transvaal alla Cina, dalle Americhe, all'Australia, dai paesi che si affacciano nel Mediterraneo (Grecia, Egitto, Tunisia, Malta, ecc.) a quelli dell'Europa, li' essi stamparono i loro giornali intesi come trattino di congiunzione tra la madrepatria e il paese di accoglienza. Fogli di ogni tipo, periodicita' e orientamento, dall'Ottocento in poi sono apparsi soprattutto laddove le navi conducevano ogni settimana migliaia di disperati partiti in cerca di una nuova vita e di una patria di adozione. Pantaleone Sergi, per anni inviato speciale del quotidiano "la Repubblica", insegna Storia del giornalismo all'Universita' della Calabria e hascelto come filone di ricerca quello della stampa italiana all'estero, producendo interessanti saggi dedicati particolarmente alle comunita' italiane in Argentina e in Brasile dove sono stati stampati centinaia di giornali in lingua italiana, tra cui numerosi quotidiani. La stampa etnica italiana. ovviamente, ebbe il suo massimo splendore all'apice della presenza italiana nei vari paesi d'immigrazione. Allo stesso modo, anche gli immigrati in Italia (Sergi ricostruisce la storia recente dell'immigrazione nel nostro paese) hanno dato vita a una loro stampa e, piu' in generale, a un giornalismo multimediale. In questo volume, arricchito da un contributo di Elida Sergi sulle testate degli emigrati nel nostro paese, viene condotta un'indagine "a specchio", che puo' aprire nuovi spunti e inediti scenari di analisi per la storiografia sui movimenti migratori di massa, tra le pagine ingiallite dei periodici dell'emigrazione italiana e quelle fresche d'inchiostro dell'immigrazione in Italia. Sergi, infatti, ricostruisce la storia degli stessi giornali, degli uomini e delle donne che li hanno animati e li animano in funzione di autorappresentazione collettiva, autodifesa sociale e conservazione identitaria. Verificando consonanze e diversita', affiorano evidenti le identiche motivazioni e l'identico obiettivo che le comunita'immigratorie assegnano ai loro mezzi di comunicazione". (AGI)

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01 febbraio 2010

In libreria

Federica Bertagna
La stampa italiana in Argentina

Roma, Donzelli, 2009, 202 pp.
Scheda
La storia della stampa italiana in Argentina è straordinaria quanto la vicenda migratoria da cui scaturì. Per numero e qualità, durata in vita e diffusione, i giornali e i periodici pubblicati al Plata tra la metà dell’Ottocento e gli anni sessanta del XX secolo non hanno paragone con quelli prodotti dalle collettività italiane in altre parti del mondo. Del resto, l’insediamento dei nostri emigranti fu precoce e massiccio, tanto che, ancora oggi, il peso demografico degli italiani nel paese è fortissimo. Non deve dunque sorprendere che a ognuna delle fasi che scandiscono la storia dell’immigrazione italiana in Argentina si possano associare una o più importanti testate. Il libro ricostruisce questa parabola, dalle prime iniziative dell’esule mazziniano Giovanni Battista Cuneo, che nel 1854 e nel 1856 avviò a Buenos Aires la pubblicazione de «L’Italiano» e «La Legione agricola», fino alla rivoluzione di internet ai giorni nostri, e si sofferma su tre delle testate più importanti – «La Patria degli italiani», «L’Italia del popolo», «Il Corriere degli Italiani» – studiandole in frangenti particolarmente significativi della storia degli italiani in Argentina: la guerra di Libia, il secondo conflitto mondiale, e l’ultima ondata di arrivi dalla penisola, a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta del Novecento. La riflessione si concentra in queste pagine su due nodi fondamentali: il ruolo della stampa italiana nello stimolare il patriottismo degli emigrati e la funzione dei giornali nella costruzione di una collettività nel paese di insediamento. Un tassello importante, dunque, nella storiografia sulla nostra emigrazione, prezioso per chiunque voglia comprendere il complesso declinarsi delle dinamiche migratorie.
*segnalato da G.S.
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13 gennaio 2010

"Un diverso parlare"


La possibilità per una società civile di creare un’informazione di tipo multiculturale è direttamente proporzionale al grado di civiltà della società stessa.
Il testo Un diverso parlare di Marcello Maneri e Anna Meli, descrive come in Italia il percorso di integrazione delle comunità immigrate passi anche attraverso i media. Questi, definiti dagli autori “media multiculturali”, rivestono una particolare rilevanza perché informano ed intrattengono questo pubblico che difficilmente troverebbe rappresentanza nei canali tradizionali. I canali presi in considerazione sono la carta stampata, la radio e la televisione, rappresentati con le dovute differenze di creazione, gestione e target a cui indirizzare il proprio lavoro.
Il problema che interessa gli autori del testo è la potenzialità di questi progetti all’interno dei media italiani. Mentre la carta stampata può definire a priori il proprio pubblico, per scelte di campo e soprattutto per scelte linguistiche, i media culturali di radio e televisione vivono in una situazione decisamente più complicata perché ospiti della (monolingue) tv italiana. Ma all’interno della programmazione radiotelevisiva, i format creati per i migranti possono raggiungere un pubblico decisamente più ampio della free press distribuita nelle agenzie Western Union. Il canale perfetto non esiste, soprattutto per una realtà che si tende erroneamente sempre più spesso a generalizzare.
Dfficilmente si può trovare un punto in comune negli usi e nei costumi delle diverse etnie che compongono la società dei migranti che si è stabilita in Italia. Non esiste una lingua dell’immigrato. Queste diversità portano ad un’ ovvia difficoltà ad uniformare un format utile ad informare ed intrattenere.
Il problema italiano è complesso. L’immigrazione è vista come un elemento negativo, i media la dipingono in una maniera che spaventa l’italiano medio. L’immigrato, seppur integrato, rischia sempre la messa in discussione; le mele marce, che sono marce sia indigene che barbare, sono messe nella condizione di reiterare i propri reati. L’Italia ha paura del diverso, dimentica il fatto di essere stata il trampolino di milioni di uomini che hanno raggiunto tutti i continenti alla ricerca di una nuova vita negli anni della crisi. L’Italia ha grosse divisioni interne che ne minano la stabilità. La crisi fa chiudere a riccio e gli aculei devono essere ben serrati per garantire la sicurezza.
Qui il problema dei media multiculturali. Spesso sono portatori di ghettizzazione perché non si interessano di far da ponte tra le culture. Il giornale scritto per un etnia è in lingua, è autoreferenziale, tratta dell’Italia solo nel momento in cui l’Italia tratta di quell’etnia. Sicuramente utile per mantenere il legame con la madrepatria e con le tradizione, sicuramente lodevole perché nessuno deve dimenticare le proprie origini, sicuramente isolazionista.
L’italiano non si interessa a questo tipo di editoria. Non c’è piacere nel conoscere chi sta intorno. Si vive di pregiudizio o al contrario di cieca devozione interessata. Questa editoria non fa nulla per invitare il migrante ad essere un po’ più italiano, ma soprattutto per invitare l’italiano nel mondo del migrante.
Il problema della lingua potrebbe essere il primo da cui partire. In Italia solo ora si inizia a parlare un’altra lingua, per motivi di studio o lavorativi. L’italiano non è la lingua più semplice da imparare, anche per chi in Italia è nato e cresciuto. Inoltre il colonialismo non ha assolutamente esportato la nostra lingua negli stati da cui provengono i migranti. Queste premesse ci aiutano a capire le motivazioni di una comunità nel preferire la propria lingua a quella del paese ospitante. Ma le lingue degli immigrati sono tante e tanti saranno i free press, le trasmissioni radiofoniche e i programmi televisivi. Tutto questo porta ad una dispersione enorme di risorse, ad una impossibile collaborazione tra i vari attori della scena multiculturale ma soprattutto ad un disinteresse della comunità autoctona nei confronti del nuovo che avanza.
Stati in cui la lingua nazionale è più globalizzata possono permettersi di integrare meglio alcune etnie che parlano allo stesso modo. L’Inghilterra è l’esempio più eclatante ormai quasi tutti conoscono l’inglese. In Italia nessuno arriva con un’infarinatura scolastica di italiano. Nascono le difficoltà, perché se nessuno ti capisce nessuno riesce ad aiutarti. Se in Italia fosse diffuso il bilinguismo, non il tedesco del Trentino ma il semplice inglese o i vicini francese e spagnolo, sicuramente una parte di immigrati riuscirebbe a farsi comprendere e magari a creare una stampa di interesse più generale.
Secondo problema è l’interesse suscitato dagli argomenti. L’italia è una spugna culturalmente esterofila. I film e le serie televisive straniere (doppiate dalla migliore scuola di doppiaggio del mondo) riempono i nostri palinsesti. I libri stranieri, tradotti, sono nelle nostre librerie. La musica straniera va di pari passo, più o meno, con la nostra. Il terreno pare fertile per un altro tipo di contaminazione. I temi autoreferenziali delle pubblicazioni multiculturali ci allontanano come il crocifisso per i vampiri. Probabilmente non ci interessa la spiegazione della politica italiana che riguarda l’immigrazione o più semplicemente già non ci interessa se scritta in italiano, figuriamoci in una lingua a noi sconosciuta.
Qui il problema che a mio avviso è il più determinante: la questione culturale. La cultura in Italia latita. Non c’è interesse se non per argomenti standardizzati e svuotati di contenuto per essere assorbiti dalla massa. La tv generalista è piena di belle donne e vuota di concetto. I giornali sono anacronistici per chi li compra e un’incognita per chi no. La radio è in leggera ripresa grazie alle interminabili ore passate nel traffico. Chiedere agli italiani di sforzarsi nel comprendere le altre culture è uno sforzo troppo grande. Si prende il diverso, gli si mette addosso il clichè (peraltro facilmente indossabile) ed il gioco è fatto.
Concludendo l’analisi di Maneri e Meli è decisamente interessante, anche nel metodo di ricerca, e mostra una situazione che deve cercare di uscire fuori e di far capire che il diverso non è sempre e comunque un male, evitando però la sterile ghettizzazione. Nel momento in cui da parte sua ci sarà questo intento starà a noi rispondere all’appello e capire che il diverso non è sempre e comunque un male.
Francesco Traverso



Un diverso parlare. Il fenomeno dei media multiculturali in Italia a cura di Marcello Maneri e Anna Meli
Roma, Carocci, 2007, 128 pp.
*link all'Indice del libro.
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01 gennaio 2010

Convivenza multiculturale

"[...] Oggi in Europa e in particolare nelle grandi città la compresenza di persone, di lingua, di cultura e di religione, spesso di colore della pelle diversa, sarà sempre meno l'eccezione e sarà sempre più la regola.
Io credo che abbiamo, semplificato, due scelte: una è quella che ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio e quindi dire che chi li non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità o chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo sterminio. L'altra possibilità è quella che ci attrezziamo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, un'attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all'ascoltarsi. Ora credo che finché non costava, finché era una moda, il plurietnico, il pluriculturale era anche vello, faceva chic; per esempio l'Italia era un paese in cui tutti i grandi giornali erano pieni di sdegno sulla xenofobia altrui: gli svizzeri hanno fatto un altro referendum xenofobo, in Germania ci sono stati episodi di intolleranza xenofoba, in Francia ecc. Oggi ci accorgiamo che questo diventa tragicamente realtà anche da noi; forse per la semplice ragione che prima gli altri non li avevamo tra noi e quindi era facile sopportarli finché stavano lontani; una volta che ci sono, diventa meno facile. Allora io credo che, promuovere una cultura, una legislazione, un'organizzazione sociale, per la convivenza pluriculturale, plurietnica, diventa, oggi, uno dei segni distintivi della qualità della vita, una delle condizioni per poter avere un futuro vivibile.
Visto che abbiamo parlato di comunicazione interculturale io credo che essa non debba avvenire in modo volontaristico e quasi a denti stretti come un obbligo, ma diventare anche un piacere. Penso che nella convivenza tra diversi noi sia molto importante che ognuno di questi noi non si senta in pericolo, cioè non si senta minacciato. Quando si sente minacciato è vicina la tentazione della violenza e non c'è conflitto più coinvolgente di quello etnico o razziale o religioso, che subito forma fronti, schieramenti difficilissimi poi da riconciliare. Quindi io credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interlculturale o interetnica. [...]"
Alexander Langer, 1994



*La riflessione qui trascritta risale al 1994 ma già prefugurava con chiara lucidità le problematiche e le sfide del nostro oggi indicando le giuste soluzioni per costruire un "futuro amico".
La citazione è estratta da Alexander Langer, Quattro consigli per un futuro amico 31 dicembre.1994, Convegno giovanile di Assisi, Natale 1994, pubblicato nel sito della Fondazione Alexander Langer.



Percorsi di ri/lettura
Alexander Langer (1946-1995): questa poliedrica figura del secondo novecento italiano aveva lo sguardo ben aperto sul futuro e i suoi scritti riletti oggi appaiono profetici. Tra i libri pubblicati postumi cfr. A.Langer,
Il viaggiatore leggero. Scritti (1961-1995) Palermo, Sellerio Editore, 2003. Si propone anche di esplorare il sito della Fondazione Alexander Langer particolarmente ricco di documenti, articoli, bibliografie ecc.

27 dicembre 2009

Migranti

Centro COME
Convivere nel tempo della pluralità. XI Convegno dei Centri interculturali
Milano, Franco Angeli, 2009, 288 pp.


Scheda
È questo per il nostro Paese un momento cruciale e importante in cui si stanno definendo i modi e i nodi della convivenza fra diversi. La presenza degli immigrati stranieri, giunti qui dai quattro angoli del mondo, ha reso negli anni le città e le comunità sempre più variegate e plurali, quanto a riferimenti, origini, storie, accenti.
Finora le politiche dell'immigrazione si sono mosse in due direzioni: da un lato il controllo dei flussi e il contenimento delle presenze, dall'altro i dispositivi di accoglienza e di inserimento per gli immigrati.
Sono rimasti fin qui nell'ombra i temi legati alle profonde trasformazioni in atto nelle comunità e nei servizi e i modi dell'interazione fra "vecchi e nuovi cittadini", fra "autoctoni" e immigrati. Così come finora si sono poco indagati i cambiamenti avvenuti nei luoghi per tutti, le reciproche rappresentazioni, le forme della relazione, ora segnate da conflitti e distanza, ora da reciproca convenienza e da quotidiani e minuti eventi di integrazione.
È necessario inaugurare una nuova fase di riflessione, operatività e consapevolezze, che coinvolga non solo gli immigrati e i loro bisogni di integrazione, ma anche le comunità nel loro insieme. Questo volume raccoglie idee, riflessioni e progetti presentati nel corso dell'XI Convegno dei Centri Interculturali italiani, svoltosi a Milano nell'ottobre 2008.... [...leggi tutto].

*link all'Indice del volume.
*segnalato da C.S.

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17 novembre 2009

In libreria

Giselda Antonelli
Comunicazione media cittadinanza. Nuovi percorsi di partecipazioneMilano, Franco Angeli, 2009, 176 p.
Scheda del libro
Una riflessione sulle dinamiche evolutive di tre parole chiave: comunicazione, media, cittadinanza, declinate rispettivamente secondo l’analisi di tematiche specifiche quali la comunicazione interculturale, la media education e la cittadinanza europea. Ci si sofferma inoltre su alcune forme particolarmente espressive di comunicazione e media, dal writing alla multitasking generation, che definiscono forme diverse di “cittadinanza partecipata”.
I molti e differenti tipi di comunicazione che caratterizzano le società complesse hanno creato nuove criticità sempre più evidenti. Da un lato c'è la potente affermazione di una cultura globale fondata sull'immagine costruita e mediata sia dagli old che dai new media, in grado di connettere realtà molto lontane e fruibili dalla collettività; dall'altro la crisi di valori individualistici, che devono essere superati in favore di relazioni aggreganti che offrano nuovi modelli di interazione. Una possibile soluzione a questo dilemma è la ridefinizione di processi che recuperino legami relazionali tra le persone e la collettività. In un continuum di crescente sviluppo, essi possono dar vita a nuove forme di cittadinanza: dalla "cittadinanza digitale" alla "cittadinanza responsabile", intese come luoghi di innovazione sociale.
Il volume offre una riflessione, sia diacronica che sincronica, sulle dinamiche evolutive di tre parole chiave, comunicazione, media e cittadinanza, declinate rispettivamente secondo l'analisi di tematiche specifiche quali la comunicazione interculturale, la media education e la cittadinanza europea, proponendo nuovi percorsi di partecipazione.

*link all' Indice del volume dal sito dell'editore.
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25 agosto 2009

Oltre il giornale

Quando il Web libera parole e sentimenti delle comunità, anche quelle più piccole
Osservando i progetti editoriali delle varie comunità emigrate in Italia, è possibile notare il proliferare di produzione cartacea, dettato dalla necessità di informare la propria comunità sul vari aspetti della vita nella nuova situazione in terra straniera. Certo, questo è possibile e utile quando sono chiamate in causa etnie il cui destino ha portato un buon numero di persone a spostarsi alla ricerca di un futuro migliore, ma in un mondo sempre più cosmopolita, impariamo ogni giorno che abbiamo la fortuna di ospitare e di confrontarci con persone che arrivano nel nostro paese da ogni angolo del pianeta. Un esempio di ciò sono i diversi giapponesi che, da diversi anni, arrivano in Italia per i casi più disparati: si parte da soggiorni di studio per passare a motivi di lavoro, senza dimenticare le questioni sentimentali. Cause ben differenti da quelle che normalmente portano a tentare la fortuna nel Bel Paese, come ben diverso si dimostra il modo di far sentire la propria “voce”.
Sarebbe logicamente impensabile aspettarsi che una presenza tanto esigua avesse potuto dare vita a produzioni editoriali di livello nazionale, riducendo di fatto a zero l'aspettativa di giornali o simili progetti. Quel che però ci hanno insegnato secoli di storia del giornalismo, è che quando una persona ha qualche cosa da dire e vuole veramente dirla, trova sempre il modo per farlo. Certo, fortunatamente non siamo più calati in un contesto dove censura e controllo della parola sono vigenti (qualcuno, con ironia non troppo fuori luogo, potrebbe chiedersi ancora per quanto), tanto più che le innovazioni tecnologiche hanno ampliato a dismisura le possibilità d'espressione di milioni di persone. Se il torchio di Gutenberg diede il via alla stampa e alla sua diffusione su scala mondiale, stiamo vivendo da diversi anni l'impulso quasi incontrollabile che internet ha saputo dare a tutti coloro che sentivano e ancora sentono il bisogno di esprimere i propri pensieri e le proprie idee.
Analizzando la grande rete, è infatti abbastanza facile imbattersi in siti o blog creati da giapponesi trapiantati nel nostro paese, in quella che si rivela come una situazione ottimale e privilegiata per chi non ha la sicurezza di poter contare su un ampio numero di lettori e sostenitori.
Una prima domanda che si può porre, è il motivo che possa spingere queste persone a prendere in mano “penna e calamaio”. Possiamo senza indugio eliminare fattori legati al mantenere compatti i rapporti con i propri conterranei, vista la scarsità della presenza di giapponesi in Italia. Compaiono dunque diversi fenomeni che andremo ad osservare attraverso una analisi diretta delle stesse produzioni presenti in rete.
Una delle casistiche più frequenti, è quella in cui ci troviamo davanti a individui intenti nel raccontare il proprio impatto con la nuova realtà. Estremamente interessante il fatto che, ad essere i primi destinatari dello sforzo compositivo, siamo proprio noi italiani: anche a costo di esibire una padronanza non completa della lingua, è chiaro l'intento di cercare il popolo ospitante come proprio interlocutore.
Per iniziare, ritengo sia estremamente interessante osservare il blog Questo piccolo grandeBanzai.
Emblematico è l'occhiello che ci dà il “benvenuto” prima della lettura: “Siamo due ragazze giapponesi che vivono in Italia da una decina di anni. Abbiamo deciso di diffondere la cultura giapponese per chiarire molte delle idee confuse che ancora ci sono”. Parte da qui una serie di interventi estremamente schietti e naturali, a cavallo tra lo stupore per alcune nostre abitudini estremamente bislacche agli occhi di un orientale e usanze nipponiche che spesso per noi risultano misteriose. Le due giovani mostrano di volersi districare senza troppi problemi tra argomenti di ogni tipo. Non è raro leggere post riguardanti cenni storici sul Giappone e subito dopo trovarsi a scoprire i gusti musicali e letterari delle autrici. Sfondo di tutto rimane, in ogni caso, lo spirito di apertura per favorire l'incontro tra le due culture. Inutile dire che, tra un argomento e l'altro, non mancano piccole lezioni di giapponese, estremamente apprezzate dei lettori più affezionati. Ecco alcuni esempi interessanti:
Torii Mototada, un vassallo fedele

Ryuta Naruse (nihon.blog.kataweb.it) è invece un ex redattore di un giornale sportivo giapponese. Dopo un viaggio di piacere in Italia si è appassionato a dismisura alla nostra cultura, decidendo così di “mollare” tutto e tentare la vita a Bologna. Decisione impensabile in una società rigida come quella giapponese, ma Ryuta ha davvero presentato la lettera di licenziamento, fatto fagotto e iniziato una nuova vita. Nasce così un interessante incontro/scontro tra due culture, dove il nostro improvvisato cicerone con gli occhi a mandorla non manca di far notare le profonde differenze e talune eguaglianze tra i diversi modi di vivere. Rapporti sociali, presenza delle istituzioni e modi di vivere la fanno da padrone, sino ad una quasi naturale evoluzione del tutto, che è sfociata nella autoproduzione di un libro, dove tra serio e faceto si racconta la sua esperienza, non priva di “traumi” ma colma di soddisfazioni. Siamo naturalmente curiosi se il nostro “amico” potrà trasformare questo progetto in un vero lavoro o continuerà a dare lezioni di giapponese per cercare di tenere vivo il suo sogno di vivere in Italia. A seguire alcuni suoi interventi:
Introduzione
Io e le mie bici
Si o No
Di tutt'altro carattere è l'informazione presente su Wa-sabi. Il sito nasce come impresa economica, creata dalla mente di una coppia formata da una ragazza nipponica e un italiano. Come la storia ci insegna, moltissime produzioni editoriali sono venute alla luce perché spinte da motivi commerciali, e questa sembra ricalcare le orme di un meccanismo abbastanza naturale: portare all'estero i prodotti della propria terra e cercare di mostrare al possibile pubblico la bellezza e le usanze che ne fanno da contorno. Così, a margine delle pagine votate all'e-commerce, assistiamo ad una sezione dedicata alla storia e alle curiosità legate ai vari prodotti. Riferimenti profondi o leggende popolari, il tutto condito da una discreta presenza di note e bibliografie. Gli stessi beni in vendita hanno schede complete e ricche di informazioni, senza scordare una sezione dedicata agli eventi d'incontro tra Giappone e Italia. Insomma, qualcuno potrebbe dire che, per entrare nel cuore degli italiani, si debba passare dallo stomaco. L'importante è farlo con garbo e stimolando l'interesse per quanto offerto, senza dimenticare la qualità. Ecco un paio di articoli estremamente completi e ben scritti:
Il sake dimenticato
La cerimonia del te

Di notevole interesse risulta essere anche Youkoso Italia. Dall'idea di una coppia formata da Gianluca e Kanako (coppia mista italo-giapponese) è nato un web-ring, un “ritrovo” virtuale per altre coppie formate da giapponesi e italiani. Tutto gravita sulla possibilità di passare quasi immediatamente da un sito all'altro, potendo così vedere le differenti idee e impostazioni dei vari nuclei famigliari. Il progetto ha avuto un discreto successo, e si è già superata la decina di famiglie partecipanti. Gli argomenti trattati sono principalmente di natura quotidiana. Tra il faceto e consigli di cucina, non mancano però momenti e spunti per riflessioni più profonde. Presenti, ad esempio, le commemorazioni per eventi come le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, o l'indignazione per articoli di giornali italiani che non sempre apprezzano le culture estere. Sicuramente quel che più attira è vedere gli esempi di nuclei famigliari misti che hanno saputo coniugare due culture tanto diverse con ottimi risultati.
A voi due articoli tratti dai contenuti del sito:
Analizzati i vari esempi riportati (ma è possibile scovarne in rete molti altri), non si fa fatica a capire quanto si riveli ancora una volta utile (se non indispensabile) il web per dare voce anche a chi non può contare sulla forza dei grandi numeri. Dobbiamo però notare che, a differenza degli organi di stampa curati da altre comunità, non stato affatto facile scovare argomenti di sfondo politico con chiari schieramenti da parte degli interessati. Pochi accenni, spesso segnati da una filosofia di ferreo rispetto delle istituzioni, anche quando al lettore italiano sembra di vedere il pericolo di soprusi o simili rischi. Forse, per superare alcune differenze, è ancora troppo presto, ma la strada tracciata non può che farci essere ottimisti anche riguardo agli scogli che paiono più insormontabili.
Fabio Fundoni


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27 novembre 2008

Italradio per la festa dell'Indipendenza Albanese

da portale "Italradio" 26/11/08
"Programmi speciali da Tirana sulla RMV

(PMo, 26 Nov 2008) - Il 28 novembre, in occasione della festa nazionale albanese, la Rete Mondiale Virtuale di Italradio ospiterà alcuni programmi appositamente registrati da Laura Kule negli studi di Radio Tirana in occasione della conferenza sull'italofonia promossa nella capitale albanese dalla Comunità Radiotelevisiva Italofona. "La trasmissione sulla RMV di programmi non disponibili su Internet è un evento eccezionale che vuole sottolineare gli ottimi rapporti esistenti tra la redazione italiana di Radio Tirana e Italradio - ha dichiarato il segretario generale di Italradio Luigi Cobisi - e ci permette di proseguire la collaborazione con una stazione che opera con mezzi ridottissimi cui i redattori sopperiscono con professionalità e volontà di assicurare la trasmissione quotidiana di notizie, musica e cultura verso l'Italia."La data di diffusione coincide con la festa dell'indipendenza raggiunta dall'Albania nel 1912. Per una cronologia storica si veda http://www.arbitalia.it/storia/albania_quadrosinottico.htm."
* segnalato da Daniele Martina

16 novembre 2008

I Balcani sull'orlo della crisi di P.Matvejevic

Da "Il Piccolo" del 16 novembre 2008 vi segnalo questo breve articolo.
SCENARI Matvejevic: i Balcani sull'orlo della crisi
Lo scrittore scettico sul ruolo dell'Unione per il Mediterraneo: «L'Italia può fare di più»
ROMA «L'Unione per il Mediterraneo arriva in un momento molto duro, di gravecrisi economica, e dopo il fallimento del processo di Barcellona. Sarà moltodifficile che l'Upm possa fare qualcosa di più». È scettico riguardo alfuturo della neonata Upm il grande scrittore e intellettuale bosniacoPredrag Matvejevic, che si chiede - a margine di un incontro organizzato aRoma all'ambasciata di Francia - cosa mai potrà fare il nuovo organismo perrisollevare il destino del Mediterraneo? Prima che venisse varata, nelluglio scorso, infatti, i capi di Stato e di governo hanno discusso a lungosu quale fosse il nome adatto per definire il nuovo organismo: Unione per ilMediterraneo, Unione del Mediterraneo o Processo di Barcellona-Unione per ilMediterraneo. «Contrasti linguistici che denotano come in Europa non tuttivedono di buon occhio questa istituzione», rimarca Matvejevic, autore delcelebrato «Breviario mediterraneo» e vincitore di importanti premiletterari. Tra i massimi studiosi viventi del Mediterraneo, nato a Mostar dapadre russo e madre croata, dissidente, condannato a cinque mesi di carcerein Croazia per aver scritto sui talebani cristiani, è anche un profondoconoscitore dei Balcani. Durante la guerra, ricorda, si schierò con ibosniaci, «il popolo più martirizzato». Oggi, avverte, «senza il controllointernazionale, la situazione rischia di tornare a quello che era tra il '92e il '94. Spero che la Comunità internazionale trovi la forza e il coraggiodi non lasciare soli una volta ancora i Paesi della ex Jugoslavia». E ilKosovo? «Sono stato uno dei primi a sostenere che gli albanesi di questaregione abbiano diritto all'autonomia. Colpevole di aver portato glialbanesi del Kosovo a questa voglia di secessione è Milosevic, che nel tempoli spinse sempre più lontano, verso il mare».«Chissà - sospira il docente di lingua francese e di letterature slave nelleUniversità di Zagabria, Parigi (Sorbonne, College de France) e di Roma "LaSapienza" - forse dovremo aspettare decenni prima che il Kosovo trovi la suastrada unendosi all'Albania». Che ruolo può ritagliarsi l'Italia in questoscenario? «L'Italia è tutta lambita dai mari - torna a ripetere Matvejevic -dovrebbe attuare una sua politica mediterranea. Agli occhi degli Stati dellasponda Sud, è più credibile di tutti gli altri Paesi europei messi insieme»."
*segnalato da Daniele Martina

12 settembre 2008

Tv Capodistria diventa un polo per la promozione dell'italiano

da Il Piccolo 12/09/08 http://ilpiccolo.repubblica.it/

"Tv Capodistria diventa un polo per la promozione dell’italiano"
Accordo con l’Unione e la Facoltà di umanistica dell’ateneo


CAPODISTRIA Promuovere la lingua e la cultura italiana sul territorio e valorizzare questa ricchezza in un'area che è storicamente multilingue, multiculturale e multinazionale. Questo l'obiettivo principale dell'Accordo di collaborazione firmato ieri a Capodistria dall'Unione italiana, il Centro Radiotelevisivo regionale di Capodistria e la Facoltà di studi umanistici dell'Università del Litorale. Non è la prima volta che i tre soggetti collaborano – lo hanno fatto, con successo, già in occasione del recente convegno internazionale di studi dedicato alla figura e l'opera di Pier Antonio Quarantotti Gambini – ma da ieri questa collaborazione è ufficiale, per cui ci sono i presupposti anche formali per promuovere nuove iniziative. Il documento è stato firmato dal presidente della Giunta esecutiva dell'Unione italiana Maurizio Tremul, l'aiuto direttore generale della Radiotelevisione di Slovenia per i programmi italiani Antonio Rocco e la preside della facoltà, professoressa Vesna Mikolic.Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, anche le direttrici dei Dipartimenti di italianistica, Nives Zudic Antonic, e di linguistica applicata, Lucija Cok. «È importante – ha sottolineato nel suo intervento la preside Vesna Mikolic – continuare a promuovere la tradizione multiculturale del territorio, una realtà che va ben oltre le celebrazioni dell'anno interculturale europeo». La collaborazione, è convinto Tremul, «è tanto più importante visto il processo di declassamento dell'italiano nelle scuole slovene, che da lingua dell'ambiente sociale viene sempre più spesso trattato come lingua straniera». Dall'italiano che diventa lingua straniera a considerare come stranieri anche gli italiani, il passo è breve. Diventa fondamentale, in questo contesto, il ruolo dell'Università, non solo per diffondere lingua e cultura, ma anche per diffondere conoscenza sulla storia e la realtà multietnica di queste terre, dove i tempi della convivenza sono stati ben più lunghi di quelli della contrapposizione e dello scontro.Risorse umane e finanziarie – cercando di sfruttare al meglio anche i possibili effetti sinergici dati dalla concentrazione di istituzioni universitarie nell'area (oltre a Capodistria anche Trieste, Udine, Venezia, Pola e Fiume) – saranno impiegate per la formazione di insegnanti (comprese le maestre d'asilo), traduttori, operatori culturali, giornalisti, ma anche per promuovere la conoscenza dell'italiano laddove in passato è stato spesso trascurato: nella sanità, negli ambienti della magistratura, nella pubblica amministrazione. L'Unione italiana, in collaborazione con la minoranza slovena in Italia, e basandosi anche sulla collaborazione della Facoltà di studi umanistici di Capodistria – in particolare del Dipartimento di italianistica – ha preparato in questo senso un progetto da presentare al concorso per i fondi Interreg Italia–Slovenia 2007-2013, che prevede, tra le altre cose, anche corsi di linguaggio settoriale per personale ospedaliero, giudici, poliziotti, impiegati pubblici.L'interesse è già notevole. I programmi italiani di Tv e Radio Capodistria con questo Accordo si rendono invece disponibili per ospitare gli studenti per degli stage. Nuovi spazi di collaborazione si aprono anche in seguito all'obbligo degli impiegati pubblici – di recente lo sono diventati tutti i dipendenti della Radiotelevisione slovena, compresi i giornalisti, (ndr.) – di conoscere l'italiano nelle zone bilingui. Il documento sottoscritto ieri crea le condizioni per promuovere sempre nuove forme di collaborazione, in base a quelle che in futuro potranno essere le esigenze del territorio, delle istituzioni minoritarie e del mondo del lavoro.".

11 settembre 2008

Italicità e Media nei Paesi dell'Europa Sud-Orientale" TIRANA 16 - 18 ottobre 2008

Genova, 11/09/08
Vi segnalo questa interessante iniziativa promossa dalla "Comunità Radiotelevisiva Italofona" in collaborazione con la RTV Albanese.
Daniele Martina

tratto da: http://www.comunitaitalofona.org/

"La Comunità Radiotelevisiva Italofona, in collaborazione con la Radiotelevisione Albanese, terrà a Tirana un Convegno internazionale sul tema "Italicità e Media nei Paesi dell'Europa Sud-Orientale" Lo scenario odierno del multilinguismo esprime la necessità di farsi conoscere e di conoscere. Ed è con questo spirito che la Comunità radiotelevisiva italofona vuole muoversi andando alla scoperta di un pubblico aperto agli scambi e alla sensibilità di coloro che amano la dimensione del "sentire italico" - dalla cucina, alla lingua, dalla moda e dal prodotto italiano alla cultura e ai media. Reciprocamente, si vuole mettere in risalto quanto l'italicità è e sarà tributaria degli arricchimenti nelle relazioni tra altri modi di sentire e vivere la realtà di regioni aperte e malgrado ciò sempre legate alle proprie tradizioni. Rivolgiamo un caldo invito a partecipare poichè riteniamo il contributo di tutti un arricchimento prezioso. A breve sul sito troverete informazioni dettagliate sulle modalità di partecipazione. "

29 giugno 2008

L'informazione interculturale

Da quando anche l'Italia è diventata luogo di approdo di molti immigrati è andato consolidandosi il fenomeno del giornalismo interculturale, sempre più ricco di titoli di giornali e riviste, di siti e blog, di trasmissioni radio-tevisive. A questo mondo sono state dedicate alcune tesi:

- Elisa Marenco, Percorsi della comunicazione etnica in Italia. I media dei latino americani, tesi di laurea quadriennale, Facoltà di Scienze Politiche Università degli studi di Genova, rel. M. Milan, a.a. 2005-2006 (laurea quadriennale)
- Giorgio Silvestri, L’informazione utile. Percorsi della comunicazione interculturale in Italia, Facoltà di Scienze Politiche Università degli studi di Genova, rel. M. Milan, a.a. 2005-2006 (laurea triennale)
*tesi consultabile nel sito mm2 Media e interculturalità (link sul titolo).

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Percorsi di lettura:
Corte Maurizio, cur., Mass media e diversità culturale: quando i giornalisti fanno i sociologi . Verona, aprile 2009
Corte M., Comunicazione e giornalismo interculturale, Padova, Cedam, 2006;
Corte M. Noi e gli altri. L'immagine dell'immigrazione e degli immigrati nei mass media italiani, Verona, 2003

La comunicazione interculturale in Italia. Indagine e riflessioni sulla stampa di immigrazione in Italia e sulla stampa italiana all’estero. Rapporto CNEL 2004

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