Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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04 maggio 2026

La fine delle certezze

 "[...] Nell’ultimo decennio abbiamo davvero cercato di erigere nuove forme di «contenimento passivo» dei pericoli – dagli attacchi terroristici all’immigrazione di massa, fino alle identità percepite come minacciose per le nostre, qualunque esse siano. Ma il nostro smarrimento è cresciuto di fronte a un’amara consapevolezza: i muri a cui affidiamo la nostra sicurezza non funzionano. Anzi, possono trasformarsi essi stessi in una minaccia. L’unico modo per evitare all’«altro» di superarli è di vivere in uno stato di allerta permanente, mentre quelle barriere ci impediscono di vedere ciò che accade dall’altra parte. Un muro che dovrebbe proteggerci finisce così per renderci volutamente ciechi e, al tempo stesso, più vulnerabili. [...]."
Gabriele Segre

G. Segre, La fine della fine della storia. Abitare la scomodità del mondo, Bollati Boringhieri, Milano, 2026.

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30 dicembre 2025

Il mondo tra Trump e Putin

"[...] Vi sono oggi sulla terra due grandi popoli che, partiti da punti diversi, sembrano avanzare verso la stessa meta: sono i Russi e gli Anglo-Americani... Ognuno di essi sembra chiamato da un disegno segreto della Provvidenza a tenere un giorno nelle proprie mani i destini di metà del mondo".

Alexis de Tocqueville

*La democrazia in America, 1835-1840 (vol 1, Cap. 10).


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07 maggio 2022

Scoppiò la guerra e

 

"[...] E le bombe non sono state fabbricate invano. Oggi questa economia di guerra conclude finalmente le sue operazioni con una guerra: l’occasione è stata trovata… Siamo in guerra e anche noi – Governo, Parlamento e popolo – siamo diventati poco degni della nostra Costituzione. L’abbiamo tradita e abbiamo instaurato una Costituzione materiale che via via ha concretamente soffocato la Costituzione ideale che i Padri hanno scritto, animati da speranze di verità e di giustizia dopo guerre e sofferenze. Abbiamo tradito la nostra Costituzione. Per questo dobbiamo ritirarci da questa guerra. Non ci giustifica nessuna alleanza militare, perché ciò vorrebbe dire che non avremmo più autonomia e indipendenza. Ciò vorrebbe dire che il Ministro della difesa è Ministro della guerra, chè è addirittura un finto Ministro della guerra, perché il vero Ministro della guerra è, in realtà, quello degli Stati Uniti d’America."
Paolo Volponi

 *Paolo Volponi, 20.2.1991 (Discorso pronunciato in Senato contro i provvedimenti urgenti a sostegno della prima guerra del Golfo), in Discorsi Parlamentari 1984-1992

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03 aprile 2022

La chiusura di "Novaja Gazeta"

In questi giorni dalla Russia è giunta la notizia che la redazione ha deciso di sospendere la pubblicazione di "Novaja Gazeta", il foglio diretto dal Premio Nobel per la pace Dmitri Muratov. e ancor più noto per le corrispondenze di Anna Politkovskaja dalla Cecenia, assassinata nel 2006. La vicenda è strettamente collegata con la guerra all'Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022.
La chiusura di un giornale anche se volontaria, in un regime ha sempre valenza politica, che l'opinione pubblica deve saper decodificare per capire quel che accade nel proprio paese, non solo sotto il profilo dell'informazione. Infatti quando una testata chiude o decide di sospendere le pubblicazioni in un contesto di massima censura, proprio con quella scelta (obbligata) firma "l'editoriale" piu' politico, ben decifrabile dai lettori consolidati e da chi, pur non essendo lettore, puo' chiediersi "Perche? /che cosa sta succedendo in Russia? / forse quel che dicono a tamburo battente i media ufficiali non e' cosi' vero". E il dubbio si insinua nell'opinione pubblica attraverso il passaparola, proprio quello che a Parigi circolava all'ombra de "L'albero di Cracovia", luogo d'incontro e di scambio di notizie attendibili mentre fuori imperava la censura dell'Ancien Regime. (cfr. Robert Darnton, "L'età dell'informazione. Una guida non convrnzionale al Settecento", Adelphi, Milano, 2007).
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08 febbraio 2022

In libreria


Gianluca Borzoni - Barbara Onnis - Christian Rossi
Beyond the Fake News
Governments, Press and Disinformation through International History
FrancoAngeli, Milano, Milano, 2021, pp. 266  
Descrizione
Questo libro rappresenta il principale risultato di un progetto di ricerca multidisciplinare, avviato nel 2018 e finanziato dalla Regione Sardegna, volto a indagare l'impatto delle fake news e della disinformazione sull'opinione pubblica, sui governi e sulle relazioni internazionali in ambito europeo, americano e asiatico contesti. Il fenomeno delle fake news non è nuovo, ma le tecnologie attuali hanno contribuito ad ampliarne sia la portata che la diffusione, influenzando l'opinione pubblica e il funzionamento del processo democratico. In particolare, l'avvento di Internet e l'inizio della nuova era dei social network hanno caricato la diplomazia culturale e la politica dei media dei governi con nuove sfide e con la necessità di adottare quadri giuridici e attuare strategie per affrontare le fake news. L'uso di casi studio aiuterà i lettori a comprendere meglio gli impatti e gli esiti sia sulle politiche interne che sulle relazioni internazionali, nel corso della storia e con riferimento ai diversi contesti politici.

*Link all' Indice del libro.


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24 ottobre 2021

In libreria

 Craig Whitlock  
Dossier Afghanistan 
 Newton Compton, Roma, 2021, pp. 352.   

Descrizione
Un racconto esatto e serrato su come tre presidenti degli Stati Uniti e i loro capi militari abbiano ingannato il mondo per venti lunghi anni per giustificare un conflitto infinito costato oltre 2300 miliardi di dollari e 241.000 morti. Proprio come I Pentagon Papers hanno cambiato la comprensione del pubblico del Vietnam, gli Afghanistan Papers riportati nel libro contengono rivelazioni sorprendenti di persone che hanno avuto un ruolo diretto nella guerra, dai leader della Casa Bianca e del Pentagono ai soldati e agli operatori umanitari in prima linea. Con un linguaggio schietto, gli intervistati ammettono che le strategie del governo sono state un disastro, che il progetto di ricostruzione della nazione è stato un colossale fallimento e che la corruzione ha preso il sopravvento sul governo afghano. Il resoconto si basa su interviste con più di 1000 persone che sapevano che il governo degli Stati Uniti stava presentando una versione distorta, e talvolta interamente inventata dei fatti. Craig Whitlock, reporter del «Washington Post» e tre volte finalista al Premio Pulitzer, mostra che il presidente Bush non conosceva il nome del suo comandante in Afghanistan e non aveva alcun interesse a incontrarlo. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha ammesso di non avere «nessuna idea su chi fossero i cattivi». Il suo successore, Robert Gates, ha dichiarato, ancora più esplicitamente: «Non sapevamo nulla di al-Qaeda».
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13 ottobre 2020

In libreria



Domenico Quirico
Testimoni del nulla
Laterza, Roma-Bari, 2020, pp. 160.

Descrizione
Di fronte alle tragedie del passato si poteva forse dire: «nessuno sapeva». Gli orrori del presente li conosciamo quasi tutti: reporter, fotografi, attivisti ce li raccontano ogni giorno da anni. Eppure nulla accade. Che cosa è successo? Testimoniare non serve più? Un saggio potente sull'impotenza di chi racconta e sull'indifferenza di tutti noi. Molti fatti drammatici della storia recente – guerre, catastrofi naturali, rivoluzioni– sono stati documentati da inchieste, fotografie, libri. In passato il racconto sembrava avere una straordinaria efficacia ai fini del cambiamento: si scendeva in piazza, si raccoglieva denaro, si interpellavano con forza i decisori politici. Dal conflitto in Vietnam alla carestia in Etiopia, avevamo avuto la prova che rompere la scorza di silenzio intorno alla realtà era un’arma importante in mano ai media e ai cittadini. Poi qualcosa è cambiato. Alla testimonianza sembra oggi seguire solo afasia e silenzio. Domenico Quirico ripercorre, sul filo della sua memoria personale, alcuni dei capitoli più drammatici degli ultimi quarant'anni – dalla carestia in Somalia alla guerra in Siria, all'epidemia di Ebola, fino all'esodo incessante di migranti dall'Africa – alternando ricordi di esperienze vissute in prima persona alla riflessione sul senso e sull'utilità della sua professione. Un libro prezioso perché oggi, forse più che nel passato, l’odio cieco ha dimostrato di far operare delle scelte più di quanto possono fare i fatti che i nostri stessi occhi possono vedere.
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18 dicembre 2019

Fake news: una guerra non convenzionale

Le fake news sono solo un modo diverso di nominare i processi di disinformazione e manipolazione, da sempre presenti nell’agone della politica?
Questo è il primo quesito che compare nell’agile libello di Giuseppe Riva Fake News, edito da Il Mulino. Per affrontare in maniera completa il tema, l’autore, che è professore ordinario di Psicologia della comunicazione nell’Università Cattolica di Milano, ricorre a tutti gli strumenti interpretativi delle scienze della comunicazione, compresa la “scienza delle reti” e una nuova area della psicologia (la “ciberpsicologia”) che ha per obiettivo proprio lo studio dei processi di cambiamento generati dall’interazione dell’uomo con i nuovi media comunicativi, social media in primis.
Per Riva, il tema delle fake news, divenuto molto popolare solo dopo le elezioni americane che hanno visto trionfare Trump, è fenomeno del tutto nuovo rispetto ad antichissimi esempi di disinformazione (le prime tracce risalgono addirittura a Sparta) e rispetto all’uso del termine che si è fatto in epoca moderna (verso la fine del XIX secolo) per indicare “storie inventate, di solito in ambito politico, utilizzate per danneggiare una persona o una istituzione”.
Il libro affronta quindi, in maniera asciutta ma serrata, un’analisi dei meccanismi “tecnologici e psicosociali” che hanno permesso la nascita e la diffusione delle fake news per come oggi le conosciamo, per concludere con alcuni ipotesi e proposte per difenderci dalla loro diffusione.
Naturalmente è giusto lasciare al lettore il gusto della scoperta in autonomia delle analisi e delle ricette che il Professor Riva svolge nelle sue argomentazioni, scritte peraltro in maniera approfondita ma semplice e fruibile.
Alcuni temi degni di nota, tuttavia, vanno evidenziati. Riva infatti coglie il carattere centrale, per il dibattito pubblico contemporaneo, del tema delle fake news e non riduce quindi la sua analisi a mera trattazione “scientifica” di un argomento qualunque: è una forma di “guerra non convenzionale”, dice.
Le differenze con la semplice disinformazione dell’età moderna sono i numeri impressionanti di persone coinvolgibili attraverso i sociali media e la velocità di trasmissione. La fake news inoltre sfugge alla classica dinamica verticale presente tra chi emette il messaggio e chi lo riceve: ogni persona può appropriarsi volontariamente o involontariamente di una fake news e condividerla nella propria rete di relazioni social, diventando protagonista della sua diffusione.
Un libro davvero prezioso che affronta i temi più caldi della comunicazione, del delicato equilibrio che compone lo spazio dell’opinione pubblica e, in ultima istanza quindi, delle democrazie liberali per come le abbiamo conosciute sinora.
Sono presenti i temi “caldi” del dibattito, da Cambridge Analytica a Facebook, da Uber ai social influencer, dai Big data ad Airbnb, da Putin a Trump.
Insomma, un libro davvero utile per districarsi in uno dei nodi centrali della contemporaneità. Quali le soluzioni possibili? Riva ne propone alcune. Quanto credibili ed efficaci, lo scoprirà il lettore.
Massimiliano Morettini

Giuseppe Riva 
Fake News. Vivere e sopravvivere in un mondo di post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018.

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17 ottobre 2019

In libreria

Phillip Knightley, 
La guerra e le fake news. Quando la prima vittima è la verità
Ghibli, Milano, 2019, pp. 528.
Descrizione
Quando scoppia la guerra, la prima vittima è la verità”, ha detto il senatore americano Hiram Johnson nel 1917. Nella sua avvincente, ormai classica, storia del giornalismo di guerra, Phillip Knightley mostra quanto avesse ragione Johnson. Da William Howard Russell, che descrisse le terribili condizioni della guerra di Crimea sulle pagine del “Times”, alle file di giornalisti, fotografi e cameraman che catturarono la realtà della guerra in Vietnam, La guerra e le fake news racconta una storia spietata, fatta di eroismo e coraggio, ma anche di collusione, censura e insabbiamento. Questo libro rimane una lettura obbligata per chiunque si interroghi sulla libertà di stampa, sulla responsabilità giornalistica e sulla natura della guerra moderna.

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11 ottobre 2019

In libreria

Daphne Caruana Galizia
Di’ la verità anche se la tua voce trema
Bompiani, Roma, 2019, pp. 400.
Descrizione
“Ci sono corrotti ovunque si guardi, la situazione è disperata.” L’ultimo post di Daphne Caruana Galizia su Running Commentary si chiude così, alle 14.35 del 16 ottobre 2017. Pochi minuti dopo la Peugeot 108 su cui Daphne si sta allontanando da casa salta in aria, e quella frase diventa un testamento involontario consegnato ai lettori del suo blog. Daphne ha pagato con la vita trent’anni di giornalismo investigativo in cui ha denunciato i lati più oscuri di Malta, dalla corruzione dei suoi politici al narcotraffico al riciclaggio di denaro sporco, dall’influenza del regime azero sulla politica locale al ruolo di Malta nello scandalo dei Panama Papers al sistema della vendita della cittadinanza maltese che vale il 2,5% del PIL dell’isola. “Quando un giornalista viene ucciso ne soffre tutta la società,” ha scritto Margaret Atwood. E questo è tanto più vero se accade nel silenzio assordante della giustizia. Fino a quando anche un solo giornalista perderà la vita per aver raccontato la verità, le ultime parole di Daphne rimarranno un monito doloroso tra i fiori negati del suo memoriale.

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09 settembre 2019

in libreria

Amedeo Ricucci
Cronache dal fronte. Parole e immagini
Prefazione di Ennio Remondino
Castelvecchi, Roma, 2019, pp. 144.
Descrizione
In genere i libri degli inviati di guerra sono epici e trasudano coraggio. Questo no. Qui si raccontano solo storie, ma con onestà e nel rispetto dei fatti, in modo da avvicinarsi il più possibile alla verità del momento, l’unica a cui un cronista che consuma la suola delle sue scarpe può avere accesso. Queste storie sono raccontate sia con parole sia per immagini: due linguaggi diversi, da mettere a confronto, per poterne evidenziare in controluce i rispettivi punti di forza e di debolezza. L'autore Amedeo Ricucci, giornalista Rai, inviato speciale del Tg1 ha raccontato i principali conflitti e le crisi internazionali degli ultimi venticinque anni, 
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13 febbraio 2019

In libreria

Salvatore Sica - Giorgio Giannone Codiglione
Security and hate speech
Personal Safety and Data Security: Rights in the Age of Social Media

Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 328. 

Descrizione
Il volume nasce dall’esperienza culturale e organizzativa del primo G7 dell’avvocatura, tenutosi a Roma il 14 settembre 2017, e da esso mutua l’obiettivo di costruire un ponte di dialogo e di confronto tra le avvocature mondiali sui temi della sicurezza e della tutela dei diritti fondamentali nella nuova realtà informazionale e globale del cosiddetto web 2.0. Un percorso di riflessione innovativo e multidisciplinare, svolto grazie al contributo di avvocati, accademici, giudici, membri di governo e rappresentanti delle istituzioni comunitarie e sovranazionali, con l’obiettivo di fornire una visione d’insieme e di stimolare le successive fasi di questa interazione qualificata. Per una “verità” dell’informazione online tutelata e per un diritto che non sia mero strumento di regolazione della tecnica, ma “opera di tutti”, pilastro di crescita consapevole della società e promozione di valori condivisi.
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02 febbraio 2019

Le verità non dette



Il male inutile di Marco Lupis, edito da Rubettino nel 2018, è un libro coinvolgente caratterizzato dalla costante ricerca della verità e dalla necessità di testimoniare per non dimenticare.
L’autore, un reporter di guerra che ha collaborato con testate del calibro di Panorama, La Repubblica, L’Espresso e Il Tempo, conduce il lettore sul campo mettendolo a contatto con una realtà che, forse, per un meccanismo di autodifesa, troppo spesso non riceve la giusta considerazione.
Attraverso i suoi reportage Lupis racconta le vicende che si sono verificate tra gli anni novanta e gli anni duemila in territori che vanno «dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali». In ogni testimonianza emerge l’importanza del ruolo svolto dall’inviato di guerra, il cui compito consiste nel far luce su quelle che sono le verità non dette durante lo svolgimento di un conflitto, raccontando i retroscena di queste vicende e le scelte che i governi e gli eserciti dicono di fare in nome dei cittadini ma che poi, frequentemente, cercano di nascondere.
L’obiettivo è quello di riportare l’attenzione collettiva sulle molteplici guerre che vengono facilmente dimenticate, sui crimini rimasti impuniti, sulle atrocità che l’essere umano è in grado di compiere, su coloro che hanno dedicato e che dedicano la loro vita a degli ideali cercando di
combattere le ingiustizie, sull’importanza del ruolo svolto dal giornalista-testimone ma soprattutto sul dolore e sulla sofferenza di tutte le vittime innocenti.
Tra le esperienze che vengono narrate nel testo quella che suscita un forte impatto emotivo è la testimonianza dei massacri che hanno avuto luogo a Timor Est. Dopo il 1975 quando l’Indonesia decise di annettere con la forza questo territorio, un’ex colonia portoghese, seguirono molti anni di guerra civile che portarono alla morte di gran parte della popolazione. Un vero e proprio genocidio del quale è possibile avere memoria grazie al lavoro svolto dai giornalisti che hanno deciso di sfidare la «sottile linea rossa», che separa la vita dalla morte, in nome della conoscenza.
Un libro utile di fronte all’inutilità del male, un libro per capire, un libro per non dimenticare «perché ciò che viene scritto non può essere cancellato. Scrivere una storia di abusi, raccontare di qualcuno che è stato terrorizzato, picchiato o ucciso, può davvero servire per ottenere giustizia, per trovare e punire i responsabili, anche se […] in tempo di guerra il percorso della giustizia può diventare lunghissimo. E più ancora dopo».
Elena Sofia Guareschi

 Marco Lupis
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali le testimonianze di un reporter di guerra,  Rubettino, Soveria Mannelli, 2018, pp. 248.


01 febbraio 2019

La costruzione dell’Islam in Occidente



Nato come ideale prosecuzione di Orientalismo (1978) e La questione Palestinese (1992), Covering Islam, del noto critico del concetto di “orientalismo” Edward W. Said, consiste nell’analisi dei processi che hanno portato alla “rappresentazione” e contemporaneamente alla “copertura” del mondo islamico da parte dei media e delle istituzioni occidentali. Lungi dal prendere le difese di quelle società islamiche in cui la repressione delle libertà individuali e i regimi minoritari vengono legittimati, il testo si dimostra utile a comprendere i percorsi che hanno caratterizzato la dialettica tra il mondo Occidentale e quello del Medioriente negli ultimi quarant’anni. Oggi più che mai, è utile comprendere le dinamiche inerenti al mondo islamico che, raccontate all’ordine del giorno, vengono assunte come dati di fatto e accompagnate troppo spesso da affermazioni non ponderate e tanto meno accorte. Solo mettendo in luce il ruolo che i media statunitensi hanno avuto nel veicolare un’immagine dell’Islam semplificata e fuorviante, potremmo essere capaci di cogliere gli obiettivi manipolatori di giornalisti, intellettuali e sedicenti esperti di Islam messi al servizio di una narrazione stereotipata dell’Altro.
Grazie alla costruzione simbolica del nemico islamico, il diverso da “noi” è diventato capro espiatorio, colpevole di una resistenza al progresso offerto dalla modernizzazione. Con minuzia e sagacia, Said ripercorre la cronaca e i dibattiti che hanno trattato i momenti salienti della storia dell’Iran e gli episodi che hanno segnato la memoria dei cittadini americani. Come nel caso della “crisi degli ostaggi” in Iran del 1981, che mette in luce gli ingranaggi mediatici attivati per orientare l’opinione pubblica, lungo le pagine scopriamo come il governo americano abbia gestito notizie e immagini a favore di una visione frammentata della fede musulmana e della situazione politica interna agli stati islamici. Così, attraverso l’attenta rilettura delle affermazioni generali e pressapochiste di accademici e intellettuali intervenuti nel dibattito, il quadro che si compone mostra come gli attacchi tendenziosi all’Islam siano stati sempre più considerati legittimi e legittimati. L’ideologia della modernizzazione, come accusa Said, ha prodotto giudizi ampiamenti contestabili ma rafforzati dalla visione canonica del discorso orientalista e da quella eurocentrica, assunti che, a distanza di più di un ventennio dalla pubblicazione del testo, rimangono attuali e si sono ulteriormente radicati. La più diffusa conoscenza dell’Occidente viene dunque ricondotta dall’autore a una produzione ad hoc, incentrata su una logica di dominio e conquista che ha riscosso enorme successo in particolare negli Stati Uniti, dove per via di una mancata storia coloniale e a causa dei forti interessi petroliferi, la diffidenza nei confronti di una cultura distante migliaia di chilometri si è dimostrata un ottimo deterrente. Ciò che del testo rimane interessante e utile al pubblico contemporaneo, è il tentativo che l’autore fa di aprire una finestra di comprensione e tolleranza sul dialogo tra i due mondi ormai contrapposti, accompagnando il lettore verso un ideale approccio non coercitivo e situazionale, capace di interpretare la conoscenza di una cultura diversa in maniera relativa e non assoluta.
Chiara Rodino

 Edward W. Said
Covering Islam. Come i media e gli esperti determinano la nostra visione del resto del mondo, Massa, Transeuropa, 2017 (ed. or. Covering Islam: How the Media and the Experts Determine How We See The Rest of the World, 1996).
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08 gennaio 2019

Dark Web e Hacker


Quando la realtà si avvicina alla fantasia. Tra storie che mescolano la suspense dei film di spionaggio all’atmosfera angosciante stile Matrix, il libro di Carola Frediani  (Guerre di Rete) ci fa percorrere un viaggio lungo nove capitoli tra sigle, termini tecnici e nomi di attori, privati e aziendali, che abitano il regno oscuro di Internet. “Guerre di Rete” infatti riesce, con una scrittura fluida e ben calibrata tra descrizione e tecnicismi, ad appassionare il lettore via via che si prosegue nel libro; ovviamente la lettura risulterà ancora più fluida per coloro che ne masticano gli argomenti, ma il libro è rivolto a tutti. Non è infatti solo l’interesse a crescere pagina dopo pagina, ma si sviluppa un senso di paranoia crescente verso quel mondo online nel quale pubblichiamo quotidianamente pensieri e foto di gatti.
Nonostante una parte di queste storie riguardi gli utenti comuni di internet, utilizzatori di Social Network e di servizi di messaggistica, una buona parte dell’analisi di Frediani riguarda il processo democratico che vede coinvolti governi, enti parastatali, ricercatori e dissidenti nella lotta intestina tra intercettazioni e diritto alla privacy. Il primo capitolo tratta proprio di questo, del legame che coinvolse Costin Raiu e Stuxnet, rispettivamente ricercatore di sicurezza informatica e virus che mandò in tilt le centrifughe di un impianto nucleare in Iran, sotto la guida dello Zio Sam. Oltre alle situazioni alla James Bond vissute da Raiu, il libro ci fa immergere in ciò che accade nel cosiddetto Dark Web, dove le vendite di exploit (tecniche di hacking), vulnerabilità zero-day (fragilità dei vari sistemi conosciute solo dagli attaccanti) e spyware, ransomware, virus di ogni genere sono all’ordine del giorno.
Frediani, però, non dà il tempo di abbandonarci a facili retoriche da improvvisati censori di ferro; ci mostra infatti come l’anonimato sul web dia sì riparo a gruppi criminali, ma soprattutto rappresenti l’unica ala protettrice degli attivisti nei governi autoritari. Più avanti nel libro ci farà esplorare il mondo e le persone che ruotano attorno a TOR, il browser crittografato che riesce a celare la nostra identità online. La crittografia è un altro punto centrale, nel testo e nel mondo odierno. Con l’avvento delle nuove app di messaggistica ed il loro utilizzo della crittografia end-to-end, vari governi hanno tentato di fare pressioni sulle case produttrici o di attuare leggi che ne impediscano l’utilizzo, al fine di rendere nuovamente possibili le intercettazioni. Questo non è nemmeno l’unico caso in cui il governo fa braccio di ferro sul tema della sicurezza con attori privati; Frediani ricorda infatti lo scontro tra FBI e Apple, in cui il primo tentò di guadagnarsi l’accesso ad un dispositivo di un attentatore. Cambiano le tecnologie, ma i problemi restano gli stessi: chi controlla i controllori, dotati di un magico passpartout per un accesso universale? Ben più inquietante è il caso riportato sugli Emirati Arabi, in cui il progetto di creare delle “sonde” da installare pubblicamente in ogni dove per poter spiare ogni dispositivo elettronico ricorda neanche troppo da lontano il Grande Fratello di orwelliana memoria.
Tuttavia, precisa l’autrice, se tutto questo parlare di spie, Dark Web e hacker sembra essere qualcosa di lontano dall’utilizzatore comune, ciò non è così. Oltre al caso citato della pubblicazione di nomi e cognomi di migliaia di utenti iscritti ad un portale di incontri extraconiugali, e di come questo abbia portato al suicidio di un padre di famiglia, quotidianamente chiunque è soggetto alla profilazione. Pertanto, non si può ignorare la domanda se ciò influisca sul processo decisionale individuale, e di conseguenza sulla democrazia stessa. In senso lato, ciò che accade online ha necessariamente delle conseguenze offline.
Il libro di Carola Frediani è l’evidente risultato di un approfondito lavoro di ricerca, grazie al suo lavoro di giornalista specializzata in questo settore. Le esaurienti note e le attente descrizioni dei concetti più difficili riveleranno all’utente medio di internet la propria essenza: un’inconsapevole Cappuccetto Rosso in un bosco digitale abitato da lupi.
Matteo Miccichè

Carola Frediani 
Guerre di Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018 (II edizione).
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02 settembre 2018

Il giornalismo globale di Kapuściński


“Conclusioni? Per fortuna, nessuna: partecipiamo tutti a un processo storico tuttora in atto […]. Non riesco a immaginare che si possa scrivere un libro per cercare di racchiudere il mondo odierno in una formula fatta e finita”.

Con queste parole termina il libro di Kapuściński, il cui unico difetto può forse trovarsi in un eccesso di umiltà da parte dell’autore. Nel turbine della storia, infatti, si presenta come un chiaro e nitido dipinto della situazione storica, ma soprattutto socio-politica, vissuta e documentata dal giornalista originario di Pinks (nell’attuale Bielorussia).
Un capitolo dopo l’altro vengono affrontate le tappe di uno sviluppo globale ma disuguale dei grandi Paesi, e spesso di interi continenti, non soltanto per narrarne le vicende contemporanee, bensì indagando i problemi attuali nei conflitti e nei nodi del passato, e in particolar modo interrogandosi sul futuro.
La lunga esperienza da reporter di Kapuściński certo si riflette nello stile di questo libro ma, come fa notare Krystyna Strączek nell’introduzione all’edizione Feltrinelli del 2009, l’autore non veste i panni ‘semplicemente’ dello scrittore, del cacciatore e narratore di notizie, ma invita anche a riflessioni che trascendono i fatti, proprio riguardo le prospettive future.
È lui stesso a ricordare, nelle prime pagine, che il compito del giornalista non può e non deve essere quello di riportare le notizie senza una personale intromissione. Oltre a risultare impossibile, sarebbe addirittura inutile.
Tuttavia, Kapuściński trova un sorprendente equilibrio proprio tra le maggiori insidie della sua professione: il libro è più di un reportage giornalistico, più di un manuale storico, un po’ meno rispetto a un diario di viaggio ma non asettico, non privo di analisi; analisi che non cede mai alla netta presa di posizione o alla tentazione della stereotipizzazione.
L’Europa dunque, in questo quadro, non è soltanto il vecchio mondo in declino, ma anche un insieme di nazioni ricche di culture e tradizioni che possono trainare il futuro; Russia non è più sinonimo di comunismo, è un immenso stato che sente la necessità di entrare nella discussione globale; gli Stati Uniti vengono messi di fronte a tutte le loro contraddizioni, fatte di bassezze e bellezze; il cosiddetto Terzo Mondo non è un calderone di stati indistinti, caratterizzati da miseria, ostacoli naturali e sfruttamento, bensì conserva importanti risorse e antiche tradizioni, e una forte dignità che tenta di resistere agli attacchi esterni.
Il linguaggio è asciutto ed estremamente scorrevole, il testo non soltanto è diviso in capitoli concisi ma in tanti brevissimi paragrafi, come uno stream of consciousness con la punteggiatura e la lucidità di un giornalista: tutti questi elementi non sottraggono, anzi aggiungono spessore alle riflessioni di Kapuściński.
Infine, è sorprendente la lettura in prospettiva che lo scrittore offre dopo la narrazione degli eventi. Ancor di più è impressionante leggere nel 2018 un libro che è in grado di predire un futuro ancora tormentato per certi continenti, ad esempio per l’Africa, che comprende già lo sviluppo di paesi quali la Cina, o l’India; soprattutto, un libro che vuole mettere in guardia l’Europa circa la pericolosità di combattere, anziché accettare, il multiculturalismo. Questo, infatti, era già evidente per Kapuściński che non potrà essere arginato, o fermato, al contrario, sarà sempre più pregnante nelle società del futuro.
Lucrezia Naso

Kyszard Kapuscinski  
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano 2015, pp. 191 (Prima edizione 2009).
 

26 aprile 2018

In libreria


Marco Lupis
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali 

le testimonianze di un reporter di guerra. 
Rubettino, 2018, 248 pp.
Descrizione
Il Male Inutile raccoglie le testimonianze di guerra di un reporter "di lungo corso", inviato speciale e corrispondente in molte aree difficili del Pianeta. Tragedie che troppo spesso, nel frenetico flusso mediatico dell'informazione, vengono rapidamente e colpevolmente archiviate, anche se si collocano dietro l'angolo dell'attualità e della Storia. Guerre e massacri dimenticati trovano in questo libro una nuova attualità, nello sguardo lucido ma anche compassionevole e partecipe del giornalista-testimone, che pagherà anche un prezzo personale inevitabile ai drammi che deve raccontare.

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05 novembre 2017

In libreria

Timoty Garton Ash
Libertà di parola. 10 principi per un mondo connesso
Garzanti, Milano, 2017, 540 pp.
Descrizione
Mai, nella storia, abbiamo avuto così tante possibilità di esprimere le nostre opinioni: con un semplice accesso a Internet, ognuno di noi può pubblicare ciò che desidera e raggiungere milioni di uomini e donne. Eppure mai come oggi siamo costretti a fare i conti anche con i mali e i difetti di una libertà di espressione senza limiti: violenze, intimidazioni, abusi, violazioni della privacy sono all’ordine del giorno. La rapidità delle comunicazioni permette esiti un tempo impensabili: un uomo brucia una copia del Corano in Florida, e in risposta un attentato fa strage di militari americani in Afghanistan. Dopo una vita di studi sulla dissidenza e le dittature, in questo libro Timothy Garton Ash afferma che nel mondo interconnesso di oggi per conciliare libertà e diversità, comunicazione e rispetto umano, è necessario non solo espandere i diritti – non certo censurarli – ma anche ridefinirli. Grazie a un progetto globale condotto insieme all’Università di Oxford e attraverso il racconto di casi esemplari che vanno dalla sua personale esperienza orwelliana con la censura in Cina alle controversie suscitate dalle vignette di Charlie Hebdo, Garton Ash propone un nuovo modello e un nuovo lessico per interpretare la realtà di oggi, e per far rientrare nei confini della civiltà i conflitti che stanno esplodendo attorno a noi.
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31 agosto 2017

La scomparsa del corrispondente di guerra

Corrispondente di guerra per La Stampa, Mimmo Càndito pubblica presso la Baldini & Castoldi (2016) il testo critico sulla storia dell’informazione giornalistica in territorio di conflitto. Il reporter italiano segue nel volume la nascita e l’evoluzione dei colleghi dalla guerra di Crimea ai giorni nostri, dominati dall’informazione informatica universale. L’autore stila una didascalia della comparsa e cambiamento degli inviati dei giornali per seguire i conflitti bellici e redigere le cronache. Del primo esempio di reporter, William H. Russell, durante la guerra in Crimea, Càndito descrive l’invio e correzione degli articoli redatti prima della pubblicazione molto più lenta e sobria rispetto a oggi. In particolare Russell mantiene nelle sue stesure una forma di presentazione quanto più oggettiva possibile, e, nonostante le fotografie montate di Roger Fenton, le ripercussioni sull’opinione dei lettori portò alla caduta del primo ministro inglese. L’informazione è oggigiorno l’arma più importante di un esercito, perché il consenso di un’opinione pubblica è essenziale per qualsiasi strategia bellica: «Nel nostro tempo iperconnesso e perduto in una rete dove la potenzialità della costruzione della conoscenza è senza limiti, l’uso dell’informazione è centrale». L’autore tratta del ruolo del reporter come ricettore di informazioni sul campo di battaglia. Questo rapporto è però soggetto alle modifiche dei sistemi di pubblica informazione. Come riporta lo stesso Candito nel sottotitolo del suo volume, il reporter più conosciuto è Ernest Hemingway. Inviato in Spagna durante la guerra civile, lo scrittore documentò le battaglie e i bombardamenti nelle varie città iberiche. Hemingway, in quanto cittadino di una nazione non coinvolta nel conflitto, si dimostrò alla pari di Orwell una penna dalla prospettiva super partes. Ma già da anni precedenti, l’informazione era sotto sorveglianza e correzione da parte del sistema statale con lo scopo di controllare e modificare l’opinione pubblica. Candito non tralascia di applicare gli insegnamenti di McLuhan imponendo una riflessione su una comunicazione: è sempre più veloce, ma meno corretta nel dettaglio. Se un tempo l’inviato straniero era più libero di documentare la realtà bellica secondo come si mostrava, successivamente la verità in tempo di guerra è compromessa per mezzo di condizionamenti. Questo processo è dovuto ad accordi internazionali tra i vari stati: quando un inviato scrive riguardo un paese straniero, l’articolo deve mantenere un clima di benevolenza che condizioni il lettore. A modificare gli articoli redatti dagli inviati sono i titolari delle testate giornalistiche, soggetti al volere degli organi di Stato. Come scrivono Chomsky e Foucault, lo stesso fine del condizionamento umano vige in tempo di guerra così come in tempo di pace: per conseguire i propri fini, le autorità statali impongono alla Stampa di diffondere l’informazione secondo le loro volontà. Da molti anni l’informazione è strumentalizzata per il controllo Statale del pubblico lettore, grazie anche al tono drammatico del raccontare i fatti. Articoli stampa o servizi televisivi sono narrati in maniera tale da suscitare compassione in chi riceve la notizia, così da lasciarsi coinvolgere. Negli ultimi anni è utilizzato un nuovo elemento di trasmissione in tempo reale dei fatti di guerra: il social network. Chi è presente sul luogo dello scontro può utilizzare il proprio cellulare o computer per mostrare e raccontare gli eventi bellici senza filtro o censura. Tuttavia questa rappresentazione è parziale e semplicistica della realtà. Come per le cineprese in Vietnam, anche per mezzo di questo nuovo sistema di trasmissione dà possibilità di condizionamento grazie alle modifiche dei documenti. La Stampa «informa i fatti, non su i fatti», scriveva Derrida: l’elaborato giornalistico è redatto in maniera tale da coinvolgere lo spettatore, piuttosto che informarlo sul realmente accaduto. Il reporter è una figura della stampa andata perduta: come scrive Càndito, c’era un tempo.
Niccolò Antichi

Mimmo Càndito
C’erano i reporter.
Storie di un giornalismo in crisi da Hemingway ai social network,
Baldini & Castoldi, 2016, Milano, pp. 768.
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15 agosto 2017

In libreria

John Steinbeck
Vietnam in guerra. Dispacci dal fronte
a cura di Thomas E. Barden
LeG, Gorizia, 2017, pp. 287.

Descrizione
Questo libro, connubio di sorprendente umanità e alta ispirazione letteraria. è l'ultima opera di Steinbeck. Partito alla volta del Vietnam come inviato del "Newsday" nel dicembre del 1966, lo scrittore-reporter, animato da curiosità e spirito romantico, inizia a muoversi sul territorio da nord a sud con ogni mezzo, partecipando ad azioni militari e documentando la vita quotidiana con rara lucidità.  Spinto dal desiderio di celebrare il coraggio e la virtù dei soldati americani impegnati in un conflitto feroce, Steinbeck finisce per ripensare al senso di questa guerra che stava lacerando la mitologia e l'anima stessa dell'America di allora.
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