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Visualizzazione post con etichetta Critica teatrale. Mostra tutti i post
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16 dicembre 2021
Genova in libreria
Riccardo Speciale - Renato Venturelli
Il Fascino della Parola
Il teatro di prosa in Liguria: spazi, compagnie, progetti
Erga edizioni, Genova, 2021, pp. 276.
Descrizione
Qual è la situazione attuale del teatro in Liguria? Quali gli spazi, le compagnie, i progetti? Il Fascino della Parola - Il teatro di prosa in Liguria è una guida al teatro ligure di oggi, realizzata per i professionisti del settore ma soprattutto per il pubblico, per gli spettatori che vengono così ad avere un quadro completo sia degli spazi teatrali sia della storia e degli obiettivi degli artisti che vi rappresentano i loro spettacoli. Nella sezione “i teatri” viene realizzato un censimento delle sale teatrali esistenti sul territorio, comprese quelle inagibili ma che attendono un doveroso restauro. Si passa così dai teatri storici di più antica tradizione, come il raffinato Teatro della Villa Brignole Sale a Voltri o il Sacco-Colombo di Savona, fino alle costruzioni più recenti, come l’Ariston di Sanremo, il Teatro della Corte e il Teatro della Tosse di Genova, il Gassman di Borgio Verezzi, le Officine Solimano di Savona o il Teatrino di Portofino, uno dei più piccoli d’Italia, legato a Giorgio Strehler. O il teatro costruito dagli stessi detenuti all’interno del carcere di Marassi. In mezzo, i grandi teatri storici disposti lungo tutto il territorio ligure: dal Chiabrera di Savona agli Impavidi di Sarzana, dal Modena di Sampierdarena al Sivori di Finale Ligure, dal Cavour di Imperia al Comunale di Ventimiglia, dal Sociale di Camogli al Cantero di Chiavari, al Dianese di Diano Marina. Tutti teatri che hanno una storia profondamente radicata in quella della Liguria, senza contare le numerose sale ricavate in strutture parrocchiali, che da almeno un secolo portano avanti il lavoro in profondità di filodrammatiche e gruppi amatoriali, ma che sono ormai pienamente entrate nel circuito professionale. E siccome alcune sale sono al momento chiuse per motivi di agibilità, il volume costituisce anche una mappa dei luoghi da restaurare e riattivare. Una sezione è dedicata alle “compagnie” di prosa attive sul territorio. È compreso anche il teatro dialettale e di figura, con marionette e burattini.
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05 gennaio 2018
La critica teatrale nel Web
Com’è cambiata la critica teatrale, così come la conosciamo oggi, nel corso degli anni? Qual era il ruolo del critico ieri e qual è il ruolo del critico oggi? Come ha cambiato il modo di fare critica l’introduzione di internet nel nostro quotidiano? Ma soprattutto - e questo si può dire l’interrogativo più grande - oggi la critica esiste ancora?
Possiamo dire che il libro cerca, partendo dai tempi antichi, di rispondere, per quanto possibile, a tutte queste domande, e lo fa nel modo più sintetico e chiaro possibile, considerando che si trovano addirittura riferimenti all’antica Grecia fino ad arrivare ai giorni nostri.
Ciò che rende interessante questo libro è che, per fare chiarezza e per rispondere ai quesiti che ci siamo posti all’inizio e ad altri che emergono tra le pagine, utilizza soprattutto pensieri di critici, ma anche di chi la critica in un certo senso la subisce, come ad esempio gli ideatori di uno spettacolo teatrale; o talvolta il pubblico, che non dovrebbe solamente subire ma anche ragionare ma che, specialmente oggi, con la valanga di informazioni che lo travolge spesso si fida e si affida nelle mani di chi giudica al posto suo.
I temi affrontati nei diversi capitoli sono svariati; per citarne due: si illustra il passaggio che è avvenuto dall’utilizzo della critica tradizionale alla critica attuale, ossia il passaggio da analogico a digitale ma, uno degli aspetti a risultare più interessante, soprattutto perché di grande attualità, è anche l’ultimo che viene analizzato ed è l’interrogativo che interessa il nostro tempo: com’è cambiato il ruolo del critico con l’arrivo di internet? Esiste ancora il mestiere del critico nel senso vero e proprio del termine? I due quesiti sono così complessi che anche per gli autori è difficile arrivare ad una conclusione definitiva; nonostante ciò viene comunque spiegato passo passo e in modo chiaro il processo che ha portato alla trasformazione di questa figura oggi così complessa, e soprattutto viene mostrata una fotografia del mondo odierno che ha sì dato modo a ciascuno di esprimersi e di pubblicare idee, pensieri, recensioni, musica e altre opere o produzioni spesso auto-finanziate, ma ha anche tolto una serietà e una autorevolezza tipiche dei critici di altri tempi. Se ciò possa essere considerato un bene od un male si può dire che neanche Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, i due autori del libro, lo abbiamo chiarito con certezza. Si può forse affermare che anche la figura del critico troverà il suo spazio in questa nuova era, sicuramente con le dovute modifiche che subirà nel tempo, così come la figura del giornalista, ad esempio, che è in continua evoluzione. Il libro, come detto, non fornisce risposte complete, ma aiuta senza dubbio nella formazione di una propria idea attraverso un’analisi approfondita dell’evoluzione di un mestiere e fornisce degli spunti per comprendere a fondo l’utilità della critica ai giorni nostri; e questo è, forse, l’elemento più importante perché, se il pubblico riuscirà nuovamente a capirne l’importanza, sarà forse possibile far sì che questo mestiere non scompaia del tutto.
Alice Ferraro
Giulia Alonzo - Oliviero Ponte di Pino
Dioniso e la nuvola. L'informazione e la critica teatrale in rete:
nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici,
Possiamo dire che il libro cerca, partendo dai tempi antichi, di rispondere, per quanto possibile, a tutte queste domande, e lo fa nel modo più sintetico e chiaro possibile, considerando che si trovano addirittura riferimenti all’antica Grecia fino ad arrivare ai giorni nostri.
Ciò che rende interessante questo libro è che, per fare chiarezza e per rispondere ai quesiti che ci siamo posti all’inizio e ad altri che emergono tra le pagine, utilizza soprattutto pensieri di critici, ma anche di chi la critica in un certo senso la subisce, come ad esempio gli ideatori di uno spettacolo teatrale; o talvolta il pubblico, che non dovrebbe solamente subire ma anche ragionare ma che, specialmente oggi, con la valanga di informazioni che lo travolge spesso si fida e si affida nelle mani di chi giudica al posto suo.
I temi affrontati nei diversi capitoli sono svariati; per citarne due: si illustra il passaggio che è avvenuto dall’utilizzo della critica tradizionale alla critica attuale, ossia il passaggio da analogico a digitale ma, uno degli aspetti a risultare più interessante, soprattutto perché di grande attualità, è anche l’ultimo che viene analizzato ed è l’interrogativo che interessa il nostro tempo: com’è cambiato il ruolo del critico con l’arrivo di internet? Esiste ancora il mestiere del critico nel senso vero e proprio del termine? I due quesiti sono così complessi che anche per gli autori è difficile arrivare ad una conclusione definitiva; nonostante ciò viene comunque spiegato passo passo e in modo chiaro il processo che ha portato alla trasformazione di questa figura oggi così complessa, e soprattutto viene mostrata una fotografia del mondo odierno che ha sì dato modo a ciascuno di esprimersi e di pubblicare idee, pensieri, recensioni, musica e altre opere o produzioni spesso auto-finanziate, ma ha anche tolto una serietà e una autorevolezza tipiche dei critici di altri tempi. Se ciò possa essere considerato un bene od un male si può dire che neanche Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, i due autori del libro, lo abbiamo chiarito con certezza. Si può forse affermare che anche la figura del critico troverà il suo spazio in questa nuova era, sicuramente con le dovute modifiche che subirà nel tempo, così come la figura del giornalista, ad esempio, che è in continua evoluzione. Il libro, come detto, non fornisce risposte complete, ma aiuta senza dubbio nella formazione di una propria idea attraverso un’analisi approfondita dell’evoluzione di un mestiere e fornisce degli spunti per comprendere a fondo l’utilità della critica ai giorni nostri; e questo è, forse, l’elemento più importante perché, se il pubblico riuscirà nuovamente a capirne l’importanza, sarà forse possibile far sì che questo mestiere non scompaia del tutto.
Alice Ferraro
Giulia Alonzo - Oliviero Ponte di Pino
Dioniso e la nuvola. L'informazione e la critica teatrale in rete:
nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici,
FrancoAngeli, Milano, 2017, pp. 192.
13 settembre 2017
In libreria
Giulia Alonso - Oliviero Ponte di Pino
Dioniso e la nuvola. L'informazione e la critica teatrale in rete: nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici
Franco Angeli, Milano, 2017, pp. 192.
Descrizione
Ha ancora senso parlare di teatro nell'era della rete? Quale può essere il rapporto tra Dioniso, il dio di quest'arte antica, e le nuove forme della comunicazione diffusa, multimediale e partecipata? Da qui una riflessione sul ruolo della critica nell'epoca del web. In rete tutti possono comunicare con tutti su qualunque argomento, compresi libri, spettacoli, musica, film e video. In apparenza una grande conquista democratica, che rischia però di annullare il pensiero critico, rendendo impossibile la definizione di qualunque scala di valore. In questo scenario è indispensabile ripensare il ruolo del mediatore culturale, che ha il compito di mettere ordine in un'offerta di prodotti culturali gigantesca, caotica e spesso di bassissimo livello. Partendo da una riflessione sulla natura e sulla storia della critica nel teatro e in altre discipline artistiche, il testo affronta la rivoluzione della comunicazione nell'era della rete e della partecipazione, confermando la necessità di un approccio critico: un contro- manuale di critica ai tempi del web. Una panoramica aggiornata, ricca di dati ed esempi, con spunti di riflessione utili a chi si avvicina all'ambito culturale e a chi già vi opera.
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20 gennaio 2012
Strindberg in scena al Teatro della Corte di Genova
Valeria Solarino porta in scena al Teatro della Corte di Genova La Signorina Giulia, spettacolo tratto dalla tragedia in atto unico del 1888 di August Strindberg, Fröken Julie.
Le rappresentazioni, che hanno avuto inizio lo scorso martedì 17 gennaio e proseguiranno fino a domenica 22 gennaio, hanno finora riscosso alto successo e la Signorina Giulia della Solarino sembra essere stata molto apprezzata dal pubblico genovese.
La tragedia di Strindberg si svolge nella Svezia conservatrice di fine '800, precisamente durante la "Midsommarnatten", la notte di mezza estate, che -si pensi a Shakespeare- occupa tanta parte dell'immaginario dei paesi del nord Europa: tradizione vuole che durante questa notte dedicata a San Giovanni, si cada preda della voluttà dei sensi e ci si abbandoni a scatenamenti orgiastici. È in questa notte magica che la contessina Giulia, la padrona, e Giovanni, il servo di suo padre, varcando la soglia della distinzione di classe e andando contro al perbenismo imposto dalla retriva società svedese dell'epoca, si abbandonano al piacere, superando la consueta distinzione tra uomo e donna, servo e padrona, ritrovandosi preda di un vorticoso gioco un po' perverso, in cui tutti i ruoli sembrano invertirsi in modo inverosimile e paradossale. Sconvolgimento dei ruoli ed esperienza del diverso, dunque. Con tanto di discesa agli inferi. Il tema della discesa di Giulia è costante (scende nella cucina, regno sprofondato della servitù, dove ha luogo tutta la tragedia, compreso l'epilogo tragico, e discende nel sogno, richiamata da una forza che la attira verso il basso, cui non sa resistere). Ella scende fisicamente, recandosi nella "funesta" cucina, e metaforicamente, poiché desiderosa di contravvenire alle regole imposte, spogliandosi dei suoi abiti nobili e mischiandosi alla servitù. A fare da contraltare alla discesa c'è, dall'altro lato, il movimento in senso opposto, verso l'alto, che caratterizza il personaggio del servo Giovanni: opportunista sfacciato, Jean brama con cupidigia ossessiva la scalata sociale e sogna di arrampicarsi su un albero, sempre più su, fino a raggiungerne le vette più alte.
Valeria Solarino, attrice nata artisticamente alla Scuola dello Stabile di Torino (dove lo spettacolo è stato presentato in anteprima assoluta lo scorso 11 gennaio) e di ritorno a teatro dopo i successi cinematografici (La felicità non costa niente, Fame chimica, Manuale d'amore, e molti altri, fino al più recente Ruggine, del 2011, al fianco di Filippo Timi, Stefano Accorsi e Valerio Mastrandrea) interpreta una Giulia che diventa, in linea con gli intenti strindberghiani, una giovane donna in biblico spregiudicatezza ed isteria. Proprio l'autore del dramma, infatti, "ispirato" da un esperimento di ipnosi cui aveva assistito a Parigi presso l’ospedale della Salpêtrièreaveva, aveva voluto da subito una Giulia che andasse oltre, nevrotica e isterica, che scandalizzasse. E non è certo casuale che proprio con una singolare seduta di ipnosi, cui l’autore invita a partecipare tutta la comunità degli spettatori, si chiuda tragicamente la parabola della signorina Giulia. Valter Malosti, regista e attore a fianco della Solarino nel ruolo del servo, riesce abilmente a dare rilievo ai temi e alle atmosfere nordiche, comuni alla tradizione di Strindberg e Ibsen, e ad interpretare un Giovanni spregiudicato, a tratti romantico, a tratti di un'inquietante malvagità. Bravissima anche Federica Fracassi nei panni di Cristina, cuoca legata sentimentalmente a Giovanni: espressiva e verace, nei panni della popolana povera ma dignitosa, con uno spiccato accento tra il bresciano e bergamasco, a sottolineare la provenienza dagli strati più bassi e la mancanza di istruzione.
Al rispetto della migliore tradizione del teatro scandinavo, Malosti affianca elementi palesemente innovativi e moderni: tutta la piècesi svolge nell'ambito di una scenografia (voluta da Margherita Palli) povera ed essenziale, quasi scarna, sempre uguale e claustrofobica. In questa sorta di gabbia, con antri che accolgono i protagonisti sempre più in basso, nel ventre del palcoscenico,"Malosti e la Solarino si scatenano in un gioco ritmato da musiche techno che sembrano alludere al tonfo inarrestabile di un cuore impazzito." (La Stampa)
Elettra Antognetti
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09 gennaio 2012
La storica compagnia Baistrocchi al Politeama Genovese
Un tuffo nella cultura e nei costumi della Superba
La Baistrocchi, storica compagnia goliardica genovese, è di nuovo in scena al Politeama Genovese con lo spettacolo Si fa ma non si dice. Si tratta del novantanovesimo spettacolo della mitica Bai, storica compagnia teatrale d’avanspettacolo, tutta “made in Genova”, composta da attori e ballerini non professionisti, rigorosamente maschili. La sua fondazione risale al 1913, quando Mario Baistrocchi, studente universitario iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell'ateneo della Superba, si fece promotore del progetto di dare vita ad uno spettacolo teatrale i cui interpreti fossero soltanto studenti maschi. Ancora oggi, infatti, la compagnia è formata esclusivamente da studenti ed ex-studenti che annualmente mettono in scena spettacoli di varietà articolati su scenette con gag di satira sociale, politica e di costume, sul modello del più noto Bagaglino di Pingitore e Castellacci. Come nella migliore tradizione dell’avanspettacolo, infatti, non mancano sketches, satira, intermezzi musicali, balletti, tutto rigorosamente suggellato dall’uso di costumi luccicanti, parrucche e trucchi di scena ambiziosi e un po’ in stile "sciantosa". Le rappresentazioni sono prevalentemente concentrate a riprodurre soggetti del mondo politico-sociale genovese, senza trascurare tuttavia i personaggi e le situazioni di richiamo nazionale.
La Baistrocchi, storica compagnia goliardica genovese, è di nuovo in scena al Politeama Genovese con lo spettacolo Si fa ma non si dice. Si tratta del novantanovesimo spettacolo della mitica Bai, storica compagnia teatrale d’avanspettacolo, tutta “made in Genova”, composta da attori e ballerini non professionisti, rigorosamente maschili. La sua fondazione risale al 1913, quando Mario Baistrocchi, studente universitario iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell'ateneo della Superba, si fece promotore del progetto di dare vita ad uno spettacolo teatrale i cui interpreti fossero soltanto studenti maschi. Ancora oggi, infatti, la compagnia è formata esclusivamente da studenti ed ex-studenti che annualmente mettono in scena spettacoli di varietà articolati su scenette con gag di satira sociale, politica e di costume, sul modello del più noto Bagaglino di Pingitore e Castellacci. Come nella migliore tradizione dell’avanspettacolo, infatti, non mancano sketches, satira, intermezzi musicali, balletti, tutto rigorosamente suggellato dall’uso di costumi luccicanti, parrucche e trucchi di scena ambiziosi e un po’ in stile "sciantosa". Le rappresentazioni sono prevalentemente concentrate a riprodurre soggetti del mondo politico-sociale genovese, senza trascurare tuttavia i personaggi e le situazioni di richiamo nazionale.
Anche in Si fa ma non si dice (spettacolo di due ore che, dopo la permanenza al Politeama approderà al Teatro Govi di Genova-Bolzaneto), per non tradire la consuetudine Bai, ad essere presi di mira sono i politici locali (il sindaco Marta Vincenzi, il presidente della giunta della Regione Liguria Claudio Burlando, ecc), le istituzioni (imprenditoria, sport, ecc.), senza risparmiare la comunicazione (i giornali e le televisioni) e, più in generale, tutto il sistema del potere e della cultura ufficiale, facendo, nei casi più fortunati, nome e cognome del malcapitato di turno e, in quelli più sfortunati, mettendone in scena una vera e propria parodia con stilemi che ricordano quelli di Oreste Lionello e Leo Gullotta. Particolarmente gradevoli, inoltre, gli intermezzi ballati dei giovani studenti che, con bravura ed auto-ironia, intrattengono il pubblico con performance di can-can, parodie di balletti classici, improvvisazioni rap, balli sudamericani, ecc.
Con ironia e uno sense of humor un po’ spiccio e sempliciotto, con battute a volte un po’ datate che puntano alla risata facile, il teatro dei baistrocchini chiama il pubblico a sé e lo incita a partecipare, a far sentire la propria voce. Bando al “siete pregati di spegnere i telefoni cellulari”, gli spettacoli della Bai interagiscono col pubblico in sala, ascoltandone le battute, commentandone gli interventi, invitando signori e signore sul palco per “giocare” con loro. Come nella migliore tradizione del teatro elisabettiano di Marlowe e Shakespeare, perchè no.
Inoltre, importantissimo ricordare l’impegno civico della compagnia, la quale dal 1976 ha scelto di devolvere in beneficenza il ricavato dei suoi spettacoli. Attraverso l’associazione benefica “Giovanni Borghi”, infatti, la Bai ha collaborato all’acquisto di strutture e mezzi per diversi istituti e dato un apporto per incentivare la ricerca su malattie.
Elettra Antognetti
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02 luglio 2011
Libri da ardere
E tu, quale libro salveresti dalle fiamme a costo della vita?
Si scatena il fuoco ed ecco materializzarsi l’inferno tragico della guerra scandito dai colpi di cannone. E come contrappunto si scatena il gelo con l’inverno pungente che penetra con cinismo nei corpi e nei cuori. Nessuna via d’uscita, tutto intorno è distruzione e morte. C’è una guerra da combattere ma il campo di battaglia non è l’unico “teatro” a vederla protagonista, si assiste ad un conflitto interiore, egoistico, un singolare ménage a trois: il professore, l’assistente e la giovane studentessa costretti dai sanguinosi eventi ad una convivenza forzata. Fabio Rivieccio con la Compagnia dello Scagno, al Teatro Instabile di Genova mette in scena l’unico testo teatrale di Amélie Nothomb, con sobrietà, ironia ed eleganza.
Una città sotto assedio, bombardamenti, spari risuonano come stridenti melodie per le strade al ritmo delle urla straziate e strazianti, un’università centro della più effervescente attività culturale ridotta ad un cumulo di macerie. Simboli di una realtà, di un’umanità disarmata, lacerata, offesa. La guerra spoglia gli animi, li mette a nudo in tutta la loro aggressività, ferocia quasi animalesca per godere di quel calore, unico sottile barlume di sopravvivenza, in un appartamento sempre più gelido e ostile. Ed è proprio quell’appartamento, strabordante di libri, il set dal quale si dipana la storia dei tre. Al centro della scena, il motore della vita e unica ancora di salvezza, una stufa metafora di esistenza per questi sopravvissuti e inferno distruttivo per la letteratura. Le drammatiche circostanze suggeriscono a Marina, fidanzata di turno di Daniel e amante per necessità, per istinto di sopravvivenza, dell’accademico, a bruciare i libri per riscaldare quelle fredde mura.
La selezione dei libri da ardere è inizialmente appannaggio della cattiva letteratura che paradossalmente non coincide con quella rigettata dai cattedratici: ironia della sorte, proprio quella letteratura oggetto di dissertazioni, commentata e celebrata durante le lezioni dal professore è la prima ad essere mandata al rogo, mentre un romanzetto d’appendice Il ballo dell’osservatorio, sottovalutato, deriso sarà destinato ad essere l’ultimo libro superstite.
Ed è proprio Marina, fautrice e ispiratrice dell’arsura dei testi universitari, ad aggrapparsi a quel romanzo. Lo difende con tutta la forza che gli è rimasta in corpo, a costo di esaurire le restanti energie come se fosse l’ultimo suo legame con la vita. D’altronde il valore di un libro non si misura dalla profondità dei temi trattati o dalla notorietà dello scrittore. C’è di più. Molto di più. C’è il valore umano che “trasuda” dalle sue pagine, c’è un ricorso ai propri ricordi, alle proprie fantasie, alle proprie emozioni. Il ballo dell’osservatorio è inquisito, sembra quasi un condannato a morte in attesa di essere giustiziato. Nessuna amnistia. È costretto ad ardere, questa è la sentenza, per soddisfare un bisogno, questa volta no, non della mente ma del corpo. La sua ultima fiammata, quel momentaneo calore sprigionato e poi il vuoto, implacabile cala il gelo. Scaffali vuoti. Nessun combustibile da bruciare per continuare a sperare, per vivere. È giunto il momento. Non rimane allora, che accelerare i tempi. Il loro tragico destino è segnato, la gelida grande piazza li attende. E quasi fosse una “litania” umana uno dopo l’altro vanno incontro alla morte per tornare cenere, in compagnia di quella stessa cenere che per antitesi li ha ancorati saldamente alla vita e che in quella stufa ha trovato il suo sepolcro.
Libri da ardere andato in scena, il 14 e il 15 maggio, può contare su un trio di interpreti molto affiatato e ben collaudato, a partire da Massimo Orsetti, che con grande ironia e spirito di immedesimazione ha reso al pubblico un’interpretazione magistrale del professore di letteratura. Le sue movenze sul palco erano naturali, il suo viso mascherava bene ogni emozione vissuta dal suo personaggio, a lui si contrappongono i due giovani. Lo scettico e irreprensibile Daniel, interpretato egregiamente dall’attore Andrea Scarel. Una prova di carattere la sua, ha “vestito” con assoluta naturalezza e carisma il giovane assistente universitario. Infine l’inquieta, profonda e nevrotica Marina, interpretata dalla bravissima Licia Di Cristina che con disinvoltura ha dato il giusto contributo al suo ruolo senza mai essere troppo scontata e melodrammatica.
In un Teatro Instabile pullulante di ricordi, si incontrano per le scale come antichi pezzi da mausoleo, abiti andati in scena a decretare il successo di una qualche rappresentazione, locandine incorniciate ai muri a rappresentare il passaggio di compagnie di attori. Accogliente e avvolgente l’aria che si respirava a pochi minuti dall’inizio del dramma teatrale.
Lucy Giovanna Principato
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15 marzo 2011
Crociate
Crociate della regia di Gabriele Vacis si presenta come liberamente ispirato a Nathan il saggio di Gotthold Ephraim Lessing, ma nello spettacolo c'è molto di più. Valerio Binasco, unico attore sulla scena, menziona altre opere: inizia con la Crociata dei bambini per introdurre l'argomento crociate, usa stralci della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso per raccontare la guerra a Gerusalemme e per descrivere l'ampolloso elmo del sultano Saladino.
Tutto svolto a forma di monologo in una scenografia spartana, essenziale. Assieme a Binasco sul palcoscenico infatti solo un lenzuolo bianco in primo piano, una sedia che non si nota subito, degli specchi che formano il pavimento che l'attore calpesta, dei gradini su cui si siede e un disco che pare una luna che lui stesso cala verso la fine. Ma non sono necessari altri elementi, la bravura dell'attore riesce a colmare i possibili vuoti lasciati e tutti i personaggi della narrazione.
L'inizio fa pensare che tutto lo spettacolo segua un altro corso. Con un gioco di luci e di specchi che muove l'attore inginocchiato, sul lenzuolo disteso verticalmente rivolto alla platea vengono proiettati visi di bambini, e Binasco di volta in volta ci mostra gli occhi, il naso o la bocca di queste proiezioni. Questo per introdurre il tema delle crociate, le crociate dei bambini, e per continuare la scena nella classe di quando era bambino a fianco del suo compagno di banco balbuziente Paolo Battazzi che riusciva a porre alla maestra domande pungenti che gli sono costate anche l'uscita dall'aula.
Tutta l'opera si dirama quindi tra l'interpretazione dell'opera illuministica di Lessing, i due bambini a scuola e le spiegazioni che l'attore fa al suo pubblico che, per essere più intime, si rivolge dagli scalini del palcoscenico e con la sua vera voce, con l'umiltà di chi vuole spiegare le cose in modo facile, perché il dolore, le guerre, le “piscine di sangue” che ci sono state durante le crociate, non sono nulla di diverso da quello che si ripete in continuazione nel mondo moderno, ma soprattutto oggi.
Tanti i temi trattati: la tolleranza, la guerra, la religione, l'amicizia che varca le differenze. La Storia ci insegna sempre qualcosa ma qui, più che la Storia è un racconto che vuole guidarci a comprendere che quello che è stato fatto, il fanatismo religioso che nascondeva ben altri interessi, persone che partivano in nome di Dio, che non erano guidati dal altri che dal Papa, dai Re che vedevano interessi di conquista, interessi economici, che pensavano solo a privilegiare su un'altra religione che sembrava sempre quella sbagliata, mentre loro quelli giusti, quelli civili che dovevano andare a sconfiggere il cattivo, il burbero il rozzo ebreo o musulmano.
Dalla voce del bambino Battazzi si chiede: "Come mai non esiste mai una Pace Santa, ma solo alla guerra si associa questo aggettivo?". E la maestra non sa rispondere, perché non si trova una risposta. E forse è questa la domanda che veleggia su di noi che abbiamo assistito alla rappresentazione: più che chiederci quale religione è più importante e perché Dio vuole una cosa e non un'altra, cose che sappiamo già, ma di sicuro non capiamo perché nessuno chieda la pace in nome di Dio, ma solo la guerra.
Valerio Binasco è riuscito benissimo nel suo ruolo di narratore, tipico del teatro narrato di Gabriele Vacis. Riesce a raccontare seriamente, con alcune battute, sottolineate dalla platea con troppa ilarità, ma è erroneo chiamarle così, forse è meglio dire gioco di parole utilizzate per smorzare la tensione dell'argomento non giocoso, tanto che ad uno scoppio di risata degli spettatori è intervenuto con un “No, no!”. L'argomento era serio eccome, e pure molto sentito, ed è riuscito a trasmettere il pathos giusto interpretando da solo quasi una decina di personaggi, e riuscendo ogni volta a dare loro dei tratti che diventavano, all'interpretazione successiva, familiari, così che capissi subito se a parlare era il vecchio Nathan, il templare graziato, il sultano Saladino o il suo compagno di scuola Battazzi.
Quel lenzuolo della scena viene usato come riflesso della scena. Perennemente puntato addosso un faretto che gli dà una venatura per non lasciare il telo bianco candido è un elemento di moto che modifica ogni volta l'atmosfera che accompagna, infatti quando si parla dei templari viene proiettata una croce rossa. Viene anche usato come mantello dei monaci guerrieri o di tonaca del Papa. Viene alzato e riabbassato, sempre da Binasco che funge, oltre che da autore, anche da tecnico scenografico.
Sul palco per un'ora e mezza circa accompagnato da luci che scuriscono e si alzano tanto da illuminare addirittura le prime file degli spettatori, ma soprattutto dalla musica. Una musica moderna anche, canzoni conosciute e orecchiabili, come l'immortale We will rock you dei Queen.
Al termine l'attore è dovuto uscire tre volte prima che gli applausi finissero, anzi li ha quasi dovuti interrompere lui con il tipico movimento da maestro d'orchestra. Un opera di pathos che fa anche riflettere con quel pizzico di amara ironia e un Valerio Binasco bravo e commovente al tempo stesso.
Silvia Dessì
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26 gennaio 2011
Il critico teatrale ed il suo ruolo
Per comprendere quale sia il senso profondo del libro di Massimo Marino è sufficiente leggere l'intestazione del primo capitolo (Che cos'è la critica teatrale?) ed il titolo dell'ultimo paragrafo (Contraddizioni e consigli per non concludere). Difatti l'ampia trattazione si infrange, con la piena consapevolezza dell'autore è bene dirlo subito, contro l'impossibilità di una definizione in qualche modo univoca di cosa sia oggi il teatro, e quindi di quale sia il ruolo del critico contemporaneo.
È meglio però procedere con ordine. Il libro di Marino nasce, come denuncia il sottotitolo, dall'esperienza pratica dei laboratori di critica teatrale condotti dall'autore stesso presso il Cimes dell'Università di Bologna. E l'esperienza laboratoriale è ben presente nel filo conduttore della trattazione; non tanto nelle esercitazioni consigliate al termine di ciascun capitolo, ma nella precisa ed evidente definizione del pubblico a cui è destinata l'opera. Vale a dire studenti universitari provvisti di conoscenze di base della storia e dei linguaggi teatrali. Difatti, seppure è vero che la prima parte del libro costituisce una rapida panoramica del teatro novecentesco, è altrettanto vero che questa stessa trattazione risulta poco comprensibile senza conoscenze pregresse. Da notare inoltre come il punto di vista di Marino sia sempre quello del critico. Le evoluzioni teatrali del '900 sono raccontate attraverso lo sguardo dei critici del tempo; egli difatti raccoglie e mette in relazione pensieri e riflessioni di alcuni dei più importanti, e preparati, critici italiani (Silvio D'Amico, Roberto De Monticelli, Franco Quadri, Oliviero Ponte di Pino, ecc.). Attraverso essi l'autore riepiloga per sommi capi la morte del grande attore ottocentesco e la nascita, il declino e gli attuali tentativi di superamento del teatro di regia. Questo perché non è possibile oggi scrivere di teatro senza conoscere i percorsi complessi, variegati e spesso contraddittori dei differenti gruppi di ricerca oggi presenti in Italia.
Venendo ora all'argomento principale del libro, vale a dire chi sia il critico teatrale e quale sia il suo ruolo attuale, bisogna subito notare come Marino affronti l'argomento facendo dialogare diverse posizioni senza prendere posizione tra esse.
Per prima cosa egli pone il fondamento della critica teatrale nella sequenza di due atti ben distinti tra loro, lo sguardo e la scrittura. Entrambi i momenti vengono analizzati con dovizia di particolari e citazioni guardando sia al passato sia al presente. Il momento della scrittura viene analizzato inoltre in rapporto al mezzo per il quale l'articolo è destinato, sia un quotidiano o un settimanale specializzato, una radio o una pagina di internet.
A proposito degli stili di scrittura e delle capacità della critica di scavare nelle profondità artistiche del teatro contemporaneo, Marino propone il raffronto tra diversi articoli intorno all'episodio R.#7 della Tragedia endogonidia della Societas Raffaello Sanzio (forse la compagnia di ricerca più radicale attualmente in Italia). Attraverso gli esempi proposti di Marino risulta del tutto evidente come la conoscenza del percorso del gruppo (in particolare qui dell'intero ciclo) o del singolo artista siano oggi elementi imprescindibili per una corretta e puntuale critica teatrale. È pur vero che la Tragedia endogonidia costituisce un esempio estremo, e forse per questo scelto da Marino, ma è altrettanto vero che nella maggior parte dei casi il teatro che esula dagli stilemi dominanti risulta incomprensibile a chi non è preparato (sia esso critico o pubblico).
E davanti ad un teatro del genere, ma anche ad opere decisamente più comprensibili e tradizionali, quale deve essere il ruolo del critico? Deve essere la voce di un ipotetico spettatore medio? Deve limitarsi a raccontare e spiegare quello che ha visto? Deve essere un severo censore al servizio di uno stile, di un metodo o di un'ideologia? O altro ancora? Ed è proprio la ricerca della risposta a queste domande a costituire l'ossatura del libro in questione. Ma Marino, pur affermando dalla prima all'ultima pagina la necessità di superare gli stanchi e ripetitivi stilemi teatrali dominanti, non propone una sua risposta. Il compito che si è prefisso è quello di porre questioni, non di dare soluzioni. Forse perché non vuole proporre/imporre il proprio punto di vista, o forse perché, dopo tanti anni di carriera, queste risposte lui non le possiede. Comunque è questo al tempo stesso il pregio ed il limite del libro. Anche perché chiunque si cimenti nella difficile arte di scrivere di teatro dovrebbe almeno tentare di rispondere a quesiti così importanti. Con la consapevolezza della precarietà della scelta, del rischio dell'errore e quindi della possibilità di cambiare rotta. Ma Marino, forse travolto dalle estreme sfaccettature della scena contemporanea, decide di non porre sufficiente in risalto (nel libro mai la questione viene posta come dirimente per il futuro critico) quello che è invece un semplice dovere di onestà intellettuale personale.
Andrea Scarel
Massimo Marino
Lo sguardo che racconta. Un laboratorio di critica teatrale
Roma, Carocci, 2006, pp. 185
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