Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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07 febbraio 2013

Ricordare, semplicemente ricordare


Lo scorso aprile, Loredana Cannata ci ha regalato sprazzi tratti dalla biografia di Maria Occhipinti Una donna di Ragusa resi in forma drammaturgica al teatro Lumière di Ragusa, a dimostrazione di quanto i racconti della Occhipinti restino sempre attuali. Una donna di Ragusa, una donna che per la sua Ragusa ha lottato, combattuto, perso e disdegnato. Maria Occhipinti ci racconta la sua storia, colorata di tradizioni, luoghi comuni e fallimenti. Ci racconta di se stessa come di una donna vogliosa di imparare, di sapere e di lottare, nonostante i tempi e le persone le fossero avversi.
Spedita al confino dal governo fascista, è lì che partorisce la sua bambina e inizia un vagabondaggio alla ricerca di conferme. Di quelle conferme che la città per cui aveva lottato non le aveva dato. 

Tra le sue righe si può leggere il rammarico del tradimento. Emozione più che attuale se consideriamo i tempi che stiamo vivendo, disegnati da una classe politica restia a sacrificarsi ma pronta a infliggere immolazioni al suo popolo. 
Le righe della Occhipinti disegnano anche una Ragusa speranzosa, i festeggiamenti di fine guerra inaugurati con l’incontro dei due Santi patroni della città, San Giorgio e San Giovanni. Disegna un suggestivo susseguirsi di racconti dinanzi la fine delle frenesie fasciste da guerra. 
Maria Occhipinti rappresenta un monito per le giovani generazioni. Ci insegna che nulla può essere ottenuto, conquistato o ritrovato senza la disposizione alla lotta, al sacrificio e alla volontà di affrancarsi rispetto alle critiche sollevate. 
Maria Occhipinti è un monito per l’immagine di Ragusa. Ed è rammaricante apprendere quanto poco venga ricordata nei panorami della nostra città. 
Dobbiamo ricordare. Semplicemente. 
Ricordare, per esempio, che l'Università deve essere il centro del fervore politico e culturale. Il fulcro del cambiamento sociale, del confronto, della conquista di sempre nuovi imput e dell'arricchimento personale. 
Ricordare che donne e uomini come Mazzini, per esempio, hanno immolato la propria persona per difendere questi diritti. Perchè la stampa e l'informazione venisse resa libera e allargata a tutti. Dobbiamo smetterla di accettare la realtà perchè convinti che le circostanze non possano essere cambiate. Dobbiamo iniziare, o reiniziare, a combattere per noi stessi. 
Non dobbiamo farci annichilire dal disastro nazionale in corso. Anzi, dobbiamo sfruttare le meravigliose unicità che ci contraddistinguono.
Dobbiamo apprendere da questa grande donna e mettere in atto i suoi insegnamenti per non restare relegati nell’ultimo angolo d’Italia. Dobbiamo partecipare, proporre e muoverci. 
Se non siamo soprattutto noi giovani a farci carico di quest’onere, chi potrà mai farlo per noi? 
Dunque, dobbiamo ricordare, semplicemente.
Melania Scrofani


*Maria Occhipinti

Una donna di Ragusa, 
(Prefazione di Carlo Levi) 
Palermo, Sellerio, 1994



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20 gennaio 2012

Strindberg in scena al Teatro della Corte di Genova

Valeria Solarino porta in scena al Teatro della Corte di Genova La Signorina Giulia, spettacolo tratto dalla tragedia in atto unico del 1888 di August Strindberg, Fröken Julie.
Le rappresentazioni, che hanno avuto inizio lo scorso martedì 17 gennaio e proseguiranno fino a domenica 22 gennaio, hanno finora riscosso alto successo e la Signorina Giulia della Solarino sembra essere stata molto apprezzata dal pubblico genovese.
La tragedia di Strindberg si svolge nella Svezia conservatrice di fine '800, precisamente durante la "Midsommarnatten", la notte di mezza estate, che -si pensi a Shakespeare- occupa tanta parte dell'immaginario dei paesi del nord Europa: tradizione vuole che durante questa notte dedicata a San Giovanni, si cada preda della voluttà dei sensi e ci si abbandoni a scatenamenti orgiastici. È in questa notte magica che la contessina Giulia, la padrona, e Giovanni, il servo di suo padre, varcando la soglia della distinzione di classe e andando contro al perbenismo imposto dalla retriva società svedese dell'epoca, si abbandonano al piacere, superando la consueta distinzione tra uomo e donna, servo e padrona, ritrovandosi preda di un vorticoso gioco un po' perverso, in cui tutti i ruoli sembrano invertirsi in modo inverosimile e paradossale. Sconvolgimento dei ruoli ed esperienza del diverso, dunque. Con tanto di discesa agli inferi. Il tema della discesa di Giulia è costante (scende nella cucina, regno sprofondato della servitù, dove ha luogo tutta la tragedia, compreso l'epilogo tragico, e discende nel sogno, richiamata da una forza che la attira verso il basso, cui non sa resistere). Ella scende fisicamente, recandosi nella "funesta" cucina, e metaforicamente, poiché desiderosa di contravvenire alle regole imposte, spogliandosi dei suoi abiti nobili e mischiandosi alla servitù. A fare da contraltare alla discesa c'è, dall'altro lato, il movimento in senso opposto, verso l'alto, che caratterizza il personaggio del servo Giovanni: opportunista sfacciato, Jean brama con cupidigia ossessiva la scalata sociale e sogna di arrampicarsi su un albero, sempre più su, fino a raggiungerne le vette più alte.
Valeria Solarino, attrice nata artisticamente alla Scuola dello Stabile di Torino (dove lo spettacolo è stato presentato in anteprima assoluta lo scorso 11 gennaio) e di ritorno a teatro dopo i successi cinematografici (La felicità non costa niente, Fame chimica, Manuale d'amore, e molti altri, fino al più recente Ruggine, del 2011, al fianco di Filippo Timi, Stefano Accorsi e Valerio Mastrandrea) interpreta una Giulia che diventa, in linea con gli intenti strindberghiani, una giovane donna in biblico spregiudicatezza ed isteria. Proprio l'autore del dramma, infatti, "ispirato" da un esperimento di ipnosi cui aveva assistito a Parigi presso l’ospedale della Salpêtrièreaveva, aveva voluto da subito una Giulia che andasse oltre, nevrotica e isterica, che scandalizzasse. E non è certo casuale che proprio con una singolare seduta di ipnosi, cui l’autore invita a partecipare tutta la comunità degli spettatori, si chiuda tragicamente la parabola della signorina Giulia. Valter Malosti, regista e attore a fianco della Solarino nel ruolo del servo, riesce abilmente a dare rilievo ai temi e alle atmosfere nordiche, comuni alla tradizione di Strindberg e Ibsen, e ad interpretare un Giovanni spregiudicato, a tratti romantico, a tratti di un'inquietante malvagità. Bravissima anche Federica Fracassi nei panni di Cristina, cuoca legata sentimentalmente a Giovanni: espressiva e verace, nei panni della popolana povera ma dignitosa, con uno spiccato accento tra il bresciano e bergamasco, a sottolineare la provenienza dagli strati più bassi e la mancanza di istruzione.
Al rispetto della migliore tradizione del teatro scandinavo, Malosti affianca elementi palesemente innovativi e moderni: tutta la piècesi svolge nell'ambito di una scenografia (voluta da Margherita Palli) povera ed essenziale, quasi scarna, sempre uguale e claustrofobica. In questa sorta di gabbia, con antri che accolgono i protagonisti sempre più in basso, nel ventre del palcoscenico,"Malosti e la Solarino si scatenano in un gioco ritmato da musiche techno che sembrano alludere al tonfo inarrestabile di un cuore impazzito." (La Stampa)
Elettra Antognetti
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09 gennaio 2012

La storica compagnia Baistrocchi al Politeama Genovese

Un tuffo nella cultura e nei costumi della Superba
La Baistrocchi, storica compagnia goliardica genovese, è di nuovo in scena al Politeama Genovese con lo spettacolo Si fa ma non si dice. Si tratta del novantanovesimo spettacolo della mitica Bai, storica compagnia teatrale d’avanspettacolo, tutta “made in Genova”, composta da attori e ballerini non professionisti, rigorosamente maschili. La sua fondazione risale al 1913, quando Mario Baistrocchi, studente universitario iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell'ateneo della Superba, si fece promotore del progetto di dare vita ad uno spettacolo teatrale i cui interpreti fossero soltanto studenti maschi. Ancora oggi, infatti, la compagnia è formata esclusivamente da studenti ed ex-studenti che annualmente mettono in scena spettacoli di varietà articolati su scenette con gag di satira sociale, politica e di costume, sul modello del più noto Bagaglino di Pingitore e Castellacci. Come nella migliore tradizione dell’avanspettacolo, infatti, non mancano sketches, satira, intermezzi musicali, balletti, tutto rigorosamente suggellato dall’uso di costumi luccicanti, parrucche e trucchi di scena ambiziosi e un po’ in stile "sciantosa". Le rappresentazioni sono prevalentemente concentrate a riprodurre soggetti del mondo politico-sociale genovese, senza trascurare tuttavia i personaggi e le situazioni di richiamo nazionale.
Anche in Si fa ma non si dice (spettacolo di due ore che, dopo la permanenza al Politeama approderà al Teatro Govi di Genova-Bolzaneto), per non tradire la consuetudine Bai, ad essere presi di mira sono i politici locali (il sindaco Marta Vincenzi, il presidente della giunta della Regione Liguria Claudio Burlando, ecc), le istituzioni (imprenditoria, sport, ecc.), senza risparmiare la comunicazione (i giornali e le televisioni) e, più in generale, tutto il sistema del potere e della cultura ufficiale, facendo, nei casi più fortunati, nome e cognome del malcapitato di turno e, in quelli più sfortunati, mettendone in scena una vera e propria parodia con stilemi che ricordano quelli di Oreste Lionello e Leo Gullotta. Particolarmente gradevoli, inoltre, gli intermezzi ballati dei giovani studenti che, con bravura ed auto-ironia, intrattengono il pubblico con performance di can-can, parodie di balletti classici, improvvisazioni rap, balli sudamericani, ecc.
Con ironia e uno sense of humor un po’ spiccio e sempliciotto, con battute a volte un po’ datate che puntano alla risata facile, il teatro dei baistrocchini chiama il pubblico a sé e lo incita a partecipare, a far sentire la propria voce. Bando al “siete pregati di spegnere i telefoni cellulari”, gli spettacoli della Bai interagiscono col pubblico in sala, ascoltandone le battute, commentandone gli interventi, invitando signori e signore sul palco per “giocare” con loro. Come nella migliore tradizione del teatro elisabettiano di Marlowe e Shakespeare, perchè no.
Inoltre, importantissimo ricordare l’impegno civico della compagnia, la quale dal 1976 ha scelto di devolvere in beneficenza il ricavato dei suoi spettacoli. Attraverso l’associazione benefica “Giovanni Borghi”, infatti, la Bai ha collaborato all’acquisto di strutture e mezzi per diversi istituti e dato un apporto per incentivare la ricerca su malattie.
Elettra Antognetti
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23 novembre 2011

In libreria

Anna Maria Monteverdi
Nuovi media, nuovo teatro. Teorie e pratiche tra teatro e digitalità
Milano, Franco Angeli, 2011, 288 pp.
Descrizione
Nuove frontiere per il teatro si aprono grazie alle caratteristiche di immersione, integrazione, ipermedialità, interattività, narratività non lineare propri del sistema digitale: dall'evoluzione nel web delle performance alla creazione di ambienti teatrali interattivi, all'elaborazione di una nuova drammaturgia multimediale. Nella prospettiva di una networked culture il palcoscenico è solo uno dei possibili teatri dell'azione performativa: la scena può estendersi (spazialmente e temporalmente) in più ambienti interconnessi, dalle piattaforme multitasking dove diverse applicazioni possono operare contemporaneamente, alle community web e alle diverse reti telematiche, in una strategia di territorializzazione multipla che non ha precedenti. Il libro percorre le più fruttuose sperimentazioni italiane e internazionali (Dumb Type, Studio azzurro, Giardini Pensili, Fortebraccio teatro, Motus, Big Art Group, Robert Lepage, Xlabfactory) e le linee teoriche più avanzate relative ai media studies.
*link all'Indice del libro.
*segnalato da C.S.
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22 novembre 2011

In libreria

Giovanni Antonucci
Lo spettatore non addormentato.
Quarant’anni di spettacoli in Italia e nel mondo
Milano, Studium, 2011, 224 pp.
Descrizione
Il libro propone un lungo e avvincente itinerario nella drammaturgia di tutti i tempi, dai classici ai contemporanei, italiani e stranieri, rievocando in maniera lucida e appassionata grandi interpreti quali, fra gli altri, Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene, Tino Buazzelli, Paolo Stoppa, Mario Scaccia, Ernesto Calindri, Romolo Valli, Gianrico Tedeschi, Glauco Mauri, e attrici del talento di Sarah Ferrati, Rina Morelli, Rossella Falk, Mariangela Melato, Anna Maria Guarnieri. L?autore descrive le migliori produzioni della scena straniera, da New York a Londra e Parigi, e offre un ritratto vivace e mai conformista di maestri della regia come Orazio Costa, Giorgio Strehler, Giorgio De Lullo, Luca Ronconi, Peter Brook, Tadeusz Kantor, Jersy Grotowski, Robert Wilson, autori di spettacoli che sono rimasti nella memoria di intere generazioni e oggi noti anche al pubblico più giovane. Discorso critico e informazione, realtà scenica e memoria si coniugano in un sapiente alternarsi di scoperte e rivelazioni nate dal palcoscenico.
*segnalato da C.S.
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02 luglio 2011

Libri da ardere

E tu, quale libro salveresti dalle fiamme a costo della vita?
Si scatena il fuoco ed ecco materializzarsi l’inferno tragico della guerra scandito dai colpi di cannone. E come contrappunto si scatena il gelo con l’inverno pungente che penetra con cinismo nei corpi e nei cuori. Nessuna via d’uscita, tutto intorno è distruzione e morte. C’è una guerra da combattere ma il campo di battaglia non è l’unico “teatro” a vederla protagonista, si assiste ad un conflitto interiore, egoistico, un singolare ménage a trois: il professore, l’assistente e la giovane studentessa costretti dai sanguinosi eventi ad una convivenza forzata. Fabio Rivieccio con la Compagnia dello Scagno, al Teatro Instabile di Genova mette in scena l’unico testo teatrale di Amélie Nothomb, con sobrietà, ironia ed eleganza.
Una città sotto assedio, bombardamenti, spari risuonano come stridenti melodie per le strade al ritmo delle urla straziate e strazianti, un’università centro della più effervescente attività culturale ridotta ad un cumulo di macerie. Simboli di una realtà, di un’umanità disarmata, lacerata, offesa. La guerra spoglia gli animi, li mette a nudo in tutta la loro aggressività, ferocia quasi animalesca per godere di quel calore, unico sottile barlume di sopravvivenza, in un appartamento sempre più gelido e ostile. Ed è proprio quell’appartamento, strabordante di libri, il set dal quale si dipana la storia dei tre. Al centro della scena, il motore della vita e unica ancora di salvezza, una stufa metafora di esistenza per questi sopravvissuti e inferno distruttivo per la letteratura. Le drammatiche circostanze suggeriscono a Marina, fidanzata di turno di Daniel e amante per necessità, per istinto di sopravvivenza, dell’accademico, a bruciare i libri per riscaldare quelle fredde mura.
La selezione dei libri da ardere è inizialmente appannaggio della cattiva letteratura che paradossalmente non coincide con quella rigettata dai cattedratici: ironia della sorte, proprio quella letteratura oggetto di dissertazioni, commentata e celebrata durante le lezioni dal professore è la prima ad essere mandata al rogo, mentre un romanzetto d’appendice Il ballo dell’osservatorio, sottovalutato, deriso sarà destinato ad essere l’ultimo libro superstite.
Ed è proprio Marina, fautrice e ispiratrice dell’arsura dei testi universitari, ad aggrapparsi a quel romanzo. Lo difende con tutta la forza che gli è rimasta in corpo, a costo di esaurire le restanti energie come se fosse l’ultimo suo legame con la vita. D’altronde il valore di un libro non si misura dalla profondità dei temi trattati o dalla notorietà dello scrittore. C’è di più. Molto di più. C’è il valore umano che “trasuda” dalle sue pagine, c’è un ricorso ai propri ricordi, alle proprie fantasie, alle proprie emozioni. Il ballo dell’osservatorio è inquisito, sembra quasi un condannato a morte in attesa di essere giustiziato. Nessuna amnistia. È costretto ad ardere, questa è la sentenza, per soddisfare un bisogno, questa volta no, non della mente ma del corpo. La sua ultima fiammata, quel momentaneo calore sprigionato e poi il vuoto, implacabile cala il gelo. Scaffali vuoti. Nessun combustibile da bruciare per continuare a sperare, per vivere. È giunto il momento. Non rimane allora, che accelerare i tempi. Il loro tragico destino è segnato, la gelida grande piazza li attende. E quasi fosse una “litania” umana uno dopo l’altro vanno incontro alla morte per tornare cenere, in compagnia di quella stessa cenere che per antitesi li ha ancorati saldamente alla vita e che in quella stufa ha trovato il suo sepolcro.
Libri da ardere andato in scena, il 14 e il 15 maggio, può contare su un trio di interpreti molto affiatato e ben collaudato, a partire da Massimo Orsetti, che con grande ironia e spirito di immedesimazione ha reso al pubblico un’interpretazione magistrale del professore di letteratura. Le sue movenze sul palco erano naturali, il suo viso mascherava bene ogni emozione vissuta dal suo personaggio, a lui si contrappongono i due giovani. Lo scettico e irreprensibile Daniel, interpretato egregiamente dall’attore Andrea Scarel. Una prova di carattere la sua, ha “vestito” con assoluta naturalezza e carisma il giovane assistente universitario. Infine l’inquieta, profonda e nevrotica Marina, interpretata dalla bravissima Licia Di Cristina che con disinvoltura ha dato il giusto contributo al suo ruolo senza mai essere troppo scontata e melodrammatica.
In un Teatro Instabile pullulante di ricordi, si incontrano per le scale come antichi pezzi da mausoleo, abiti andati in scena a decretare il successo di una qualche rappresentazione, locandine incorniciate ai muri a rappresentare il passaggio di compagnie di attori. Accogliente e avvolgente l’aria che si respirava a pochi minuti dall’inizio del dramma teatrale.
Lucy Giovanna Principato

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23 marzo 2011

Il cuore pensante di Etty




"Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile."
Etty Hillesum

Il cuore pensante di Etty
Reading dal DIARIO 1941-1943
di Etty Hillesum

spettacolo teatrale con le allieve del Laboratorio Teatro & Contorni: Gabriella Aimo, Franca Bianchi, Manuela Blandino, Daniela Bonfanti, Vanda Carlevaro, Anna Maria De Angelis, Giovanna Garzini, Mina Mancuso, Floriana Masala, Daniela Pasero, Biancalice Sanna e Luciana Scarrone. Regia di Patrizia Ercole.


Venerdì 25 marzo 2011 - ore 18.00
Salone Nobile del Municipio 2 - Centro Ovest
Via Sampierdarena 34 16149 Genova



*scritti di di Etty Hillesum:
Diario 1941-1943, Roma, Adelphi, 1994.
Lettere, Roma, Adelphi, 1990

*evento segnalato da
Lorenzo Rizzo

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15 marzo 2011

Crociate

Crociate della regia di Gabriele Vacis si presenta come liberamente ispirato a Nathan il saggio di Gotthold Ephraim Lessing, ma nello spettacolo c'è molto di più. Valerio Binasco, unico attore sulla scena, menziona altre opere: inizia con la Crociata dei bambini per introdurre l'argomento crociate, usa stralci della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso per raccontare la guerra a Gerusalemme e per descrivere l'ampolloso elmo del sultano Saladino.
Tutto svolto a forma di monologo in una scenografia spartana, essenziale. Assieme a Binasco sul palcoscenico infatti solo un lenzuolo bianco in primo piano, una sedia che non si nota subito, degli specchi che formano il pavimento che l'attore calpesta, dei gradini su cui si siede e un disco che pare una luna che lui stesso cala verso la fine. Ma non sono necessari altri elementi, la bravura dell'attore riesce a colmare i possibili vuoti lasciati e tutti i personaggi della narrazione.
L'inizio fa pensare che tutto lo spettacolo segua un altro corso. Con un gioco di luci e di specchi che muove l'attore inginocchiato, sul lenzuolo disteso verticalmente rivolto alla platea vengono proiettati visi di bambini, e Binasco di volta in volta ci mostra gli occhi, il naso o la bocca di queste proiezioni. Questo per introdurre il tema delle crociate, le crociate dei bambini, e per continuare la scena nella classe di quando era bambino a fianco del suo compagno di banco balbuziente Paolo Battazzi che riusciva a porre alla maestra domande pungenti che gli sono costate anche l'uscita dall'aula.
Tutta l'opera si dirama quindi tra l'interpretazione dell'opera illuministica di Lessing, i due bambini a scuola e le spiegazioni che l'attore fa al suo pubblico che, per essere più intime, si rivolge dagli scalini del palcoscenico e con la sua vera voce, con l'umiltà di chi vuole spiegare le cose in modo facile, perché il dolore, le guerre, le “piscine di sangue” che ci sono state durante le crociate, non sono nulla di diverso da quello che si ripete in continuazione nel mondo moderno, ma soprattutto oggi.
Tanti i temi trattati: la tolleranza, la guerra, la religione, l'amicizia che varca le differenze. La Storia ci insegna sempre qualcosa ma qui, più che la Storia è un racconto che vuole guidarci a comprendere che quello che è stato fatto, il fanatismo religioso che nascondeva ben altri interessi, persone che partivano in nome di Dio, che non erano guidati dal altri che dal Papa, dai Re che vedevano interessi di conquista, interessi economici, che pensavano solo a privilegiare su un'altra religione che sembrava sempre quella sbagliata, mentre loro quelli giusti, quelli civili che dovevano andare a sconfiggere il cattivo, il burbero il rozzo ebreo o musulmano.
Dalla voce del bambino Battazzi si chiede: "Come mai non esiste mai una Pace Santa, ma solo alla guerra si associa questo aggettivo?". E la maestra non sa rispondere, perché non si trova una risposta. E forse è questa la domanda che veleggia su di noi che abbiamo assistito alla rappresentazione: più che chiederci quale religione è più importante e perché Dio vuole una cosa e non un'altra, cose che sappiamo già, ma di sicuro non capiamo perché nessuno chieda la pace in nome di Dio, ma solo la guerra.
Valerio Binasco è riuscito benissimo nel suo ruolo di narratore, tipico del teatro narrato di Gabriele Vacis. Riesce a raccontare seriamente, con alcune battute, sottolineate dalla platea con troppa ilarità, ma è erroneo chiamarle così, forse è meglio dire gioco di parole utilizzate per smorzare la tensione dell'argomento non giocoso, tanto che ad uno scoppio di risata degli spettatori è intervenuto con un “No, no!”. L'argomento era serio eccome, e pure molto sentito, ed è riuscito a trasmettere il pathos giusto interpretando da solo quasi una decina di personaggi, e riuscendo ogni volta a dare loro dei tratti che diventavano, all'interpretazione successiva, familiari, così che capissi subito se a parlare era il vecchio Nathan, il templare graziato, il sultano Saladino o il suo compagno di scuola Battazzi.
Quel lenzuolo della scena viene usato come riflesso della scena. Perennemente puntato addosso un faretto che gli dà una venatura per non lasciare il telo bianco candido è un elemento di moto che modifica ogni volta l'atmosfera che accompagna, infatti quando si parla dei templari viene proiettata una croce rossa. Viene anche usato come mantello dei monaci guerrieri o di tonaca del Papa. Viene alzato e riabbassato, sempre da Binasco che funge, oltre che da autore, anche da tecnico scenografico.
Sul palco per un'ora e mezza circa accompagnato da luci che scuriscono e si alzano tanto da illuminare addirittura le prime file degli spettatori, ma soprattutto dalla musica. Una musica moderna anche, canzoni conosciute e orecchiabili, come l'immortale We will rock you dei Queen.
Al termine l'attore è dovuto uscire tre volte prima che gli applausi finissero, anzi li ha quasi dovuti interrompere lui con il tipico movimento da maestro d'orchestra. Un opera di pathos che fa anche riflettere con quel pizzico di amara ironia e un Valerio Binasco bravo e commovente al tempo stesso.
Silvia Dessì

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26 gennaio 2011

Il critico teatrale ed il suo ruolo


Per comprendere quale sia il senso profondo del libro di Massimo Marino è sufficiente leggere l'intestazione del primo capitolo (Che cos'è la critica teatrale?) ed il titolo dell'ultimo paragrafo (Contraddizioni e consigli per non concludere). Difatti l'ampia trattazione si infrange, con la piena consapevolezza dell'autore è bene dirlo subito, contro l'impossibilità di una definizione in qualche modo univoca di cosa sia oggi il teatro, e quindi di quale sia il ruolo del critico contemporaneo.
È meglio però procedere con ordine. Il libro di Marino nasce, come denuncia il sottotitolo, dall'esperienza pratica dei laboratori di critica teatrale condotti dall'autore stesso presso il Cimes dell'Università di Bologna. E l'esperienza laboratoriale è ben presente nel filo conduttore della trattazione; non tanto nelle esercitazioni consigliate al termine di ciascun capitolo, ma nella precisa ed evidente definizione del pubblico a cui è destinata l'opera. Vale a dire studenti universitari provvisti di conoscenze di base della storia e dei linguaggi teatrali. Difatti, seppure è vero che la prima parte del libro costituisce una rapida panoramica del teatro novecentesco, è altrettanto vero che questa stessa trattazione risulta poco comprensibile senza conoscenze pregresse. Da notare inoltre come il punto di vista di Marino sia sempre quello del critico. Le evoluzioni teatrali del '900 sono raccontate attraverso lo sguardo dei critici del tempo; egli difatti raccoglie e mette in relazione pensieri e riflessioni di alcuni dei più importanti, e preparati, critici italiani (Silvio D'Amico, Roberto De Monticelli, Franco Quadri, Oliviero Ponte di Pino, ecc.). Attraverso essi l'autore riepiloga per sommi capi la morte del grande attore ottocentesco e la nascita, il declino e gli attuali tentativi di superamento del teatro di regia. Questo perché non è possibile oggi scrivere di teatro senza conoscere i percorsi complessi, variegati e spesso contraddittori dei differenti gruppi di ricerca oggi presenti in Italia.
Venendo ora all'argomento principale del libro, vale a dire chi sia il critico teatrale e quale sia il suo ruolo attuale, bisogna subito notare come Marino affronti l'argomento facendo dialogare diverse posizioni senza prendere posizione tra esse.
Per prima cosa egli pone il fondamento della critica teatrale nella sequenza di due atti ben distinti tra loro, lo sguardo e la scrittura. Entrambi i momenti vengono analizzati con dovizia di particolari e citazioni guardando sia al passato sia al presente. Il momento della scrittura viene analizzato inoltre in rapporto al mezzo per il quale l'articolo è destinato, sia un quotidiano o un settimanale specializzato, una radio o una pagina di internet.
A proposito degli stili di scrittura e delle capacità della critica di scavare nelle profondità artistiche del teatro contemporaneo, Marino propone il raffronto tra diversi articoli intorno all'episodio R.#7 della Tragedia endogonidia della Societas Raffaello Sanzio (forse la compagnia di ricerca più radicale attualmente in Italia). Attraverso gli esempi proposti di Marino risulta del tutto evidente come la conoscenza del percorso del gruppo (in particolare qui dell'intero ciclo) o del singolo artista siano oggi elementi imprescindibili per una corretta e puntuale critica teatrale. È pur vero che la Tragedia endogonidia costituisce un esempio estremo, e forse per questo scelto da Marino, ma è altrettanto vero che nella maggior parte dei casi il teatro che esula dagli stilemi dominanti risulta incomprensibile a chi non è preparato (sia esso critico o pubblico).
E davanti ad un teatro del genere, ma anche ad opere decisamente più comprensibili e tradizionali, quale deve essere il ruolo del critico? Deve essere la voce di un ipotetico spettatore medio? Deve limitarsi a raccontare e spiegare quello che ha visto? Deve essere un severo censore al servizio di uno stile, di un metodo o di un'ideologia? O altro ancora? Ed è proprio la ricerca della risposta a queste domande a costituire l'ossatura del libro in questione. Ma Marino, pur affermando dalla prima all'ultima pagina la necessità di superare gli stanchi e ripetitivi stilemi teatrali dominanti, non propone una sua risposta. Il compito che si è prefisso è quello di porre questioni, non di dare soluzioni. Forse perché non vuole proporre/imporre il proprio punto di vista, o forse perché, dopo tanti anni di carriera, queste risposte lui non le possiede. Comunque è questo al tempo stesso il pregio ed il limite del libro. Anche perché chiunque si cimenti nella difficile arte di scrivere di teatro dovrebbe almeno tentare di rispondere a quesiti così importanti. Con la consapevolezza della precarietà della scelta, del rischio dell'errore e quindi della possibilità di cambiare rotta. Ma Marino, forse travolto dalle estreme sfaccettature della scena contemporanea, decide di non porre sufficiente in risalto (nel libro mai la questione viene posta come dirimente per il futuro critico) quello che è invece un semplice dovere di onestà intellettuale personale.
Andrea Scarel


Massimo Marino
Lo sguardo che racconta. Un laboratorio di critica teatrale

Roma, Carocci, 2006, pp. 185
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14 dicembre 2010

In libreria

Ennio Flaiano
Lo spettatore addormentato a cura di Anna Longoni
Milano, Adelphi, 2010, 267 pp.


Scheda
Chiunque si sia appisolato a teatro o durante un concerto – sostiene Flaiano – sa bene che è nel passaggio dalla veglia al sonno che «la rappresentazione o la melodia o il dialogo si liberano da ogni scoria»: in quei brevi istanti, insomma, si ha «lo spettatore perfetto». In realtà, nella sua lunga attività di critico teatrale, Flaiano è stato uno spettatore tutt’altro che ‘addormentato’: appassionato, semmai, vigile e sferzante. Come quando irride il repertorio blandamente ameno ed ‘evasionista’ dei primi anni Quaranta, denso «di buoni sentimenti, di gioia di vivere e di grossi stipendi», e così rispondente ai desideri del pubblico che – profetizza – «non è lontano il giorno in cui le commedie, all’Eliseo, sarà lo stesso pubblico a scriverle e a rappresentarle». E nel 1943 scriverà veemente: «Amo Shakespeare, Calderón, Molière che hanno lasciato centinaia di opere tuttora vive ma ammiro quei loro spettatori che pretesero opere tanto perfette con il loro enorme e sapiente appetito». Il fatto è che in un Paese dove è lecito essere anticonformisti solo «nel modo giusto, approvato», Flaiano è riuscito a esserlo sino in fondo, caparbiamente: che recensisse la Salomè di Carmelo Bene, il Marat-Sade messo in scena da Peter Brook o Ciao Rudy di Garinei e Giovannini. Senza mai dimenticare la vocazione satirica: dalla Piovana di Ruzzante a una rivista musicale di Terzoli e Zapponi, ogni spettacolo è un’occasione per appuntare il suo sguardo micidiale sulla nostra società, dove «l’uo­mo medio sente molto il ridicolo degli altri e pochissimo il ridicolo di se stesso», e «la mediocrità di un personaggio, purché largamente diffusa, suscita ammirazione». Talché la conclusione, folgorante nella sua preveggenza, non può essere che questa: «Ab­biamo sostituito la pubblicità alla morale».
*segnalato da C.S.

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27 novembre 2010

Amleto

Piedi nudi, vestiti bianchi, sei attori in piedi faccia al pubblico ed Amleto (Alex Sassatelli) vestito di scuro inginocchiato a destra quasi in proscenio davanti ad una scacchiera. Un lungo silenzio segue l'apertura del sipario. Attorno teli pesanti rossicci chiudono la scena sui tre lati. Di scatto Amleto fa cadere tutti i pezzi della scacchiera vestiti come gli attori che all'unisono crollano a terra come i loro corrispondenti inanimati.
Così inizia l'Amleto curato da Maria Grazia Cipriani per il Teatro del Carretto. Un allestimento di sicuro interesse, benché in alcune parti disomogeneo. Attraverso una recitazione caricata e stravolta al limite della falsità, suoni ed effetti luminosi che ricordano da vicino gli stilemi dei film thriller si snoda la vicenda del principe di Danimarca. E qui è forse il primo e principale punto debole dell'allestimento. Difatti, benché gli effetti luminosi e sonori siano sapientemente orchestrati dall'ingegnere del suono Hubert Westkemper, a teatro è estremamente difficile indurre nello spettatore la medesima tensione, la quasi paura, che al contrario un film è in grado di realizzare.
I teli laterali che costituiscono la semplice scenografia sono poi continuamente attraversati dagli attori in un sapiente gioco di entrate/uscite capace di non far mai calare l'interesse del pubblico.
Gli attori dimostrano inoltre una straordinaria capacità di utilizzo del corpo. La recitazione è difatti non solo caricata nella voce, ma anche negli atteggiamenti e nei movimenti. Ogni emozione ed ogni gesto sono estremizzati, al limite della stilizzazione. Si tratta di una recitazione antinaturalistica per addizione, nella quale cioè consapevolmente si enfatizzano emozioni, gesti ed azioni per meglio rappresentarne l'essenza sfuggendo al semplice e banale (e tecnicamente irrealizzabile) naturalismo. E questo è il tratto più interessante dell'intero allestimento. Una recitazione che non rinuncia alle emozioni ma che al tempo stesso cerca di allontanarsi dal linguaggio scenico dominante.
Ma forse rendendosi conto che lo spettacolo corre il rischio di prendersi troppo sul serio, ecco che la regista Maria Grazia Cipriani inserisce il colpo di genio. Una esilarante danza dei morti sulle note della Marcia funebre per marionetta di Charles Gounod (quella della serie Alfred Hitchcock presenta). Mentre Amleto è difatti completamente concentrato ad osservare la statuina di uno scheletro, entrano gli altri attori in completo bianco e maschera da teschio e si lanciano in un balletto nel quale, abbandonando l'atmosfera cupa e lugubre, prendono le movenze dei clown. A prima vista quindi questo brano parrebbe non c'entrare nulla col resto dello spettacolo. Ma non è così. La danza dei morti è la presa in giro, il distacco critico dall'atmosfera seria e caricata di tutto il resto dell'allestimento.
Interessante è infine il rapporto di Amleto con la scacchiera ed i suoi pezzi. Ora, se è ovvio che essi rappresentano i personaggi nelle mani di Amleto (gioco di una mente bambina e malata?) – si veda a questo proposito la bellissima scena del duello con Laerte e l'ecatombe conseguente prima mimata e raccontata con i pezzi e poi rappresentata in carne e ossa in maniera completamente muta e stilizzata – è altrettanto vero che il gioco non è portato sino in fondo. Difatti se in certi momenti i personaggi entrano in scena come richiamati di Amleto attraverso il loro simulacro, in altri l'azione procede in maniera completamente autonoma rispetto alla scacchiera abbandonata per terra. E non vi è una un'apparente spiegazione a questo doppio binario. Peccato, perché l'idea, sebbene non nuovissima ma sino ad ora applicata quasi esclusivamente ai testi di Beckett (ed in particolare a Finale di partita), potenzialmente foriera di infinite soluzioni, giochi scenici ed approfondimenti del rapporto di Amleto con gli altri personaggi, non viene condotta sino alle sue estremamente conseguenze.
Andrea Scarel

Amleto, da William Shakespeare
Con Alex Sassatelli, Elsa Bossi, Giacomo Vezzani, Giacomo Pecchia, Nicolò Belliti, Carlo Gambaro, Jonathan Bertolai
Scene e costumi di Graziano GregoriSuono di Hubert Westkemper
Luci di Angelo Linzalata
Adattamento e regia di Maria Grazia Cipriani
Produzione Teatro del Carretto
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25 ottobre 2010

Misura per misura

Alla fine dello spettacolo, quando le luci di sala si accendono ed il brusio del pubblico sovrasta gli ultimi applausi, una domanda sorge spontanea . Perché?
Per tentare di fornire una risposta non certo definitiva ma il più possibile ponderata, occorre fare un piccolo passo indietro ed analizzare velocemente quanto si è appena visto. Misura per misura di Shakespeare (per la regia di Marco Sciaccaluga), prima produzione del Teatro Stabile di Genova per la stagione 2010/2011, si propone di indagare temi attualissimi (del resto, in quale epoca o in quale luogo non furono tali?) quali il potere, la giustizia e la corruzione. Il duca di Vienna (Eros Pagni) difatti di finge un viaggio, lascia il pieno potere al suo braccio destro Angelo (Gianluca Gobbi) e si traveste da monaco per osservare di nascosto gli eventi in sua assenza. Il duca sa di essere stato in passato troppo buono col suo Popolo nel non applicare le leggi che condannano vizi ed adulteri, ma non vuole nemmeno venire ora additato come tiranno. E, ben conoscendo le inclinazioni puritane di Angelo, sa che egli svolgerà al meglio il compito affidatogli. Difatti questi come primo atto del nuovo regno condanna a morte il giovane Claudio reo di aver messo incinta Giulietta, la ragazza di cui è innamorato e del quale è in realtà promesso sposo. I due, in definitiva, hanno solo precorso i tempi. La causa di Claudio viene allora perorata dalla sorella e novizia Isabella (Alice Arcuri), la quale si reca da Angelo a domandarne non la liberazione, visto che il peccato è stato effettivamente compiuto, ma almeno la grazia. Ma Angelo, sino a qual momento integerrimo castigatore di vizi, è sopraffatto dalla carne e giunge a chiedere alla ragazza la sua verginità in cambio della vita del fratello. Isabella rifiuta e toccherà al duca travestito da frate, attraverso una serie di inganni e colpi di scena, dipanare la matassa, salvare Claudio, punire l'ingiusto Angelo e farsi sposare da Isabella.
Lo spettacolo è, pur con qualche sbavatura (come il balletto lascivo finale di Isabella davanti al duca completamente in contrasto col carattere che la ragazza aveva rivelato sino ad un attimo prima), ben diretto, recitato e curato. Ed è a questo punto che sorge la domanda di cui si diceva all'inizio. Perché? Perché il Teatro Stabile di Genova allestisce oggi, nel 2010, spettacoli come se avanguardie, sperimentazioni e ricerche non fossero mai esistite? O meglio, perché questo allestimento, pur essendo consapevolmente e dichiaratamente realizzato per venire incontro al gusto dominante del pubblico, strizza l'occhio alla veramodernità utilizzando qualche trovata puramente esteriore ripresa da questa o quella avanguardia? Quello che ne risulta alla fine è una commistione ben poco comprensibile. La recitazione e l'impianto generale sono difatti di tipo naturalistico (a parte un Eros Pagni ormai ingabbiato in una recitazione sempre uguale a se stessa, e qualche personaggio comico minore ridotto a macchietta), ma la scenografia è composta da due strutture praticabili mobili molto belle (scale, ripiani sopraelevati e porte) che ruotando e spostandosi danno vita ai differenti ambienti dell'azione. Da notare anche che, benché la scenografia sia decisamente di carattere medioevale, i costumi sono un miscuglio che porta addirittura Claudio e Giulietta ad essere due punk con tanto di maglietta strappata, borchie e ciocca di capelli tinta di viola. In altre scene comparivano una radio ed un registratore portatile. Forse l'intento era trasportare in qualche modo l'azione ai giorni nostri, ma allora si sarebbe dovuta percorrere questa strada sino in fondo e dare un taglio decisamente diverso all'intera messa in scena. E però sono esattamente questi elementi che, presi da avanguardie anche vecchie di cento anni (alcuni esempi di prime scenografie mobili e praticabili risalgono addirittura al futurismo russo ed alle opere di Mejerchol'd), regalano a questo spettacolo una patina di modernità che decisamente non ha. 
Detto questo è lecito allora domandarsi quale debba o dovrebbe essere il ruolo di un Teatro Stabile pubblico come quello di Genova. Salvaguardare una tradizione desueta e ben patinata che riempie la sala di abbonati, o tentare il balzo verso un reale cammino di ricerca? Lo Stabile genovese ha deciso da alcuni anni di relegare la sua modernità alla Rassegna di drammaturgia contemporanea di fine stagione. Ma qui l'attenzione è posta solo sui testi di cui si vuole provare la tenuta col pubblico e non sugli specifici linguaggi del palcoscenico (recitazione prima di tutto, poi scenografie, costumi, luci, ecc.).  E' qualcosa certo, ma può bastare? Anche perché bisogna dire che vi sono esempi positivi in questo senso, ad es. Emilia Romagna teatro coproduce gli spettacoli di Pippo Delbono, forse il regista ed attore più interessante oggi in Italia. Senza dimenticare il sostegno, tra gli altri esempi possibili, dato dal Teatro Stabile di Napoli ad Emma Dante o quello del Festival di Volterra alla Compagnia della Fortezza diretta da ArmandoPunzo.
La domanda resta senza risposta  e Misura per misura uno spettacolo ben fatto buono per passare una serata senza pensare più di tanto. 
Andrea Scarel

Misura per misura, di William Shakespeare
Con Eros Pagni, Roberto Alinghieri, Alice Arcuri, Marco Avogadro, Massimo Cagnina, Fabrizio Careddu, Gianluca Gobbi, Aldo Ottobrino, Nicola Pannelli, Roberto Serpi, Antonio Zavatteri, Antonietta Bello ed Irene Villa
Scenografie di Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl
Costumi di Jean-Marc Stehlé
Musiche di Andrea Nicolini
Luci di Sandro Sussi
Regia di Marco Sciaccaluga
Produzione Teatro Stabile di Genova

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13 ottobre 2010

Questa sera si recita a soggetto

La stagione del Teatro Stabile di Genova si è aperta martedì 12 ottobre al Teatro Duse con Questa sera si recita a soggetto di Luigi Pirandello per la regia di Alberto Giusta.
Si tratta di uno dei tre testi pirandelliani della Trilogia del teatro nel teatro (gli altri due sono Sei personaggi in cerca d'autore Ciascuno a suo modo) nella quale l'autore scandaglia, smonta e rimonta a suo piacere tutti i meccanismi della messa in scena del dramma borghese ottocentesco. Se nei Sei personaggi in cerca d'autore si analizzano i contrasti tra Attori e Personaggi ed in Ciascuno a suo modo quelli tra Attori e Pubblico, in Questa sera si recita a soggetto viene affrontato il conflittuale rapporto tra Attori e quello che oggi viene comunemente definito regista ma che nel 1929, anno della prima rappresentazione, era ancora indicato come "direttore". Il termine "regista" (derivante dal tedesco régisseur) in Italia sarà introdotto solo nel 1932 nel vocabolario Migliorini e diverrà di uso comune solo dopo la Seconda guerra mondiale. 
Questa sera si recita a soggetto mette in scena il tentativo del direttore tedesco dottor Hinkfuss di mettere una scena la novella Leonora, addio!, di Pirandello anch'essa: un tipico dramma borghese nel quale si intrecciano tradimenti, gelosia e morti drammatiche. Il direttore però vuole allestire la novella senza un copione prestabilito ma attraverso le improvvisazioni (la recitazione "a soggetto" appunto) degli attori. Attori che però non sono liberi di affrontare scene e personaggi come meglio ritengono, ma che vengono costantemente ingabbiati da un direttore che li considera meri strumenti della propria arte al pari delle scenogragie e delle luci. Dapprima gli attori tentano di seguire le indicazioni del direttore e, fra proteste ed interperanze, recitano circa tre quarti del dramma; ma la scena della drammatica morte del padre è disastrosa. Egli dovrebbe entrare in scena insanguinato per la pugnalata ricevuta al cabaret, ma il suo bussare non viene sentito dagli altri attori (impegnati a cantare un'aria del Trovatore) ed alla fine sale sul palcoscenico solo per portare le proprie rimostranze al direttore. Ne nasce una discussione nella quale il direttore dimostra quanto poco importante reputi la necessità di immedesimazione degli attori nei propri personaggi, e quanto sia invece interessato alla realizzazione della sua personale opera d'arte. A questo punto gli attori si ribellano, cacciano il direttore e concludono da soli il dramma recitando, finalmente, come vogliono. Vale a dire mettendo in pratica un'immedesimazione quanto più possibile vera e credibile col proprio personaggio. Addirittura la prima attrice avrà un vero collasso al momento della morte del personaggio. Ma vi è un colpo di scena finale: il dottor Hinkfuss ricompare ed asserisce di non aver mai smesso di guidare, anche a loro insaputa, i propri attori. Come un burattinaio tiene i fili delle proprie marionette. 
L'allestimento curato da Alberto Giusta brilla per la grande capacità dimostrata nel rendere giustizia ad un teatro umoristico (nel senso descritto dal medesimo Pirandello nel saggio L'umorismo) che però spesso viene allestito come estremamente drammatico, cervellotico e noioso. Sicuramente sono stati d'aiuto i molti tagli operati nei confronti di quelle parti didascaliche che Pirandello inseriva nei propri testi proprio perché sapeva quanto possa essere facile per gli attori travisare o distorcere volontariamente il pensiero dell'autore.
Alberto Giusta ha inoltre accentuato, nel suo dottor Hinkfuss, i tratti che rendono questo personaggio un regista-demiurgo, solo ed unico padrone della scena, il quale pone ogni elemento della rappresentazione, attori compresi, a completo servizio della sua arte. Hinkfuss indossa un frack logoro, leggermente troppo piccolo, si muove a scatti perchè nervoso, e fisicamente è quasi sempre leggermente piegato di lato. Forse leggermente stereotipata, ma l'idea dell'artista della prima metà del secolo scorso leggermente sregolato è resa alla perfezione.
Gli altri attori sono parimenti bravi nel continuo gioco di essere se stessi (non a caso si utilizzano i loro veri nomi e cognomi) ed i personaggi del dramma. In particolar modo Mariella Speranza  nella caratterizzazione popolar siciliana della signora Ignazia ed Alessia Giuliani, veramente emozionante nel confronto finale col marito/carceriere Verri (Massimo Lorino), la conseguente morte di crepacuore ed il vero malore dell'attrice. 
La scenografia di Laura Benzi e le luci di Sandro Sussi hanno ben reso l'atmosfera del piccolo teatro di provincia dove è probabilmente ambientata la rappresentazione. Su un palcoscenico libero da quinte e fondali un piccola tenda rossa, sorretta da una struttura metallica, funge da sipario. Alcuni pannelli dipinti ricordano i fondali in uso ai primi del '900; vi sono inoltre alcune sedie di legno e vimini e poco altro. Il tutto estremamente essenziale e funzionale alla rappresentazione. Interessanti poi sono tutte le luci dal basso poste da Sandro Sussi a ricordare come nei teatri primonovecenteschi usasse ancora questo tipo di illuminazione con le classiche luci sulla ribalta. 
Il giudizio generale su questo allestimento è dunque positivo. Rimane solo un dubbio. Perché, dopo la cacciata del regista, il dramma viene rappresentato in maniera così vera e credibile? Nella Trilogia del teatro nel teatro Pirandello ha non solo posto l'attenzione sui nodi focali degli allestimenti teatrali, ma ha anche (e forse maggiormente) decretato, smembrandolo e picconandone le fondamenta, la fine e l'irrapresentabilità del dramma borghese sino a quel tempo (ed anche oggi in fondo) imperante sulla scena italiana. Forse questo tema è maggiormente evidente nei Sei personaggi in cerca d'autore, ma di certo non è estraneo a Questa sera si recita a soggetto. Non sarebbe forse stato meglio portare l'ottima recitazione di Alessia Giuliani ad una carica di emozioni tali da renderla, alla fine, ridicola nel suo cercare di "essere" il personaggio? Questo, ovviamente, senza alcuna presa di coscienza da parte sua o degli altri attori. Pirandello mina la rappresentabilità del dramma borghese che invece, qui, appare ancora perfettamente realizzabileQuesta sera si recita a soggetto è sì un testo incentrato sul rapporto tra il direttore e gli attori, ma la riflessione sul teatro al suo interno è decisamente di più ampio respiro.
Un'ultima notazione. E' interessante che il direttore sia tedesco e non italiano. In Europa invece, ed anche in Germania ovviamente, sin dalla fine del secolo precedente si stava andando definendo il concetto di regista come unico e vero autore, e quindi artista, dello spettacolo. In Italia invece il direttore era inteso, secondo i dettami di Silvio d'Amico, come un garante della volontà dell'autore contro le interperanze degli attori. E' quindi altamente probabile che Pirandello abbia riversato sul dottr Hinkfuss tutta la sua diffidenza per una figura che non considerava il testo come parola sacra da restituire al pubblico, ma come un semplice strumento di lavoro da modificare a proprio piacimento.
Andrea Scarel

Questa sera si recita a soggetto, di Luigi Pirandello

con Alberto Giusta, Davide Lorino, Massimo Brizi, Mariella Speranza, Alessia Giuliani, Cristina Pasino, Alex Sassatelli, Barbara Alesse, Ernesta Argira, Manuel Zicarelli, Carlo Sciaccaluga
Scene e costumi di Laura Benzi
Luci di Sandro Sussi
Regia di Alberto Giusta
Produzione Compagnia Gank e Festival teatrale di Borgio Verezzi; in collaborazione col Teatro Stabile di Genova.
Genova, Teatro Duse, dal 12 al 24 ottobre 2010.

03 aprile 2010

Genova in libreria

Sergio Maifredi
Una regia per Genova. Cronache spettacolari da una città sequestrata (dai Comunisti)
Genova, De Ferrari, 2010, pp.128.
Dalla penna di un regista teatrale genovese doc, titolare della rubrica “ Note di regia” sull'edizione genovese de Il Giornale, nasce questa raccolta di articoli nei quali si affrontano e commentano i grandi temi culturali che hanno coinvolto Genova dal 2007. La cronaca della città partendo dal mondo, ritenuto periferico, della cultura, attraverso lo sguardo di Sergio Maifredi, candidatosi alle scorse elezioni per il consiglio comunale nelle liste di Forza Italia e quindi automaticamente eretico rispetto al suo mondo, “ altro” dalla stragrande maggior parte dei suoi colleghi. Ma i suoi articoli hanno dimostrato di non essere riconducibili agli schemi precostituiti e inutili destra-sinistra: a fianco di pezzi molto polemici nei confronti dell’ amministrazione comunale di centro-sinistra, ce ne sono altri in cui riconosce agli amministratori il merito di opere e iniziative culturali lodevoli.
[ leggi tutto sul sito dell'editore De Ferrari].

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26 dicembre 2008

La solitidine dello scrittore

Il 24 dicembre è morto Harold Pinter uno dei più grandi scrittori del Novecento, sempre implacabile contro le arroganze del potere. Nel giorno in cui ritirò il Premio Nobel per la letteratura definì il ruolo e la solitudine dello scrittore con parole che ricordano quelle pronunciate da Roberto Saviano proprio nella sede dell'Accademia dei Nobel a Stoccolma e ben segnalate da Teodora Cristalli nel post precedente di questo blog.
"La vita di uno scrittore è un'attività assai vulnerabile, quasi nuda. Non ci si deve piangere sopra. Lo scrittore fa la sua scelta e le rimane fedele. Ma è vero che si è esposti a tutti i venti, alcuni dei quali davvero gelidi. Si finisce da soli, in una posizione pericolosa. Non si trova alcun riparo, alcuna protezione - a meno che non si menta, nel qual caso naturalmente si costruisce la propria protezione e, si potrebbe concludere, si diventa un politico."

Harold Pinter
Stoccolma dic. 2005
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*Harold Pinter (10 ottobre 1930 - 24 dicembre 2008)
Premio Nobel Nobel per la letteratura nel 2005
link al
discorso pronunciato nel giorno della consegna del Nobel (dic. 2005).
link alla versione audio dello stesso discorso.
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22 luglio 2008

La satira di Michele Serra

Si è tenuta ieri sera a Genova, nel piazzale delle Feste del Porto Antico, la presentazione dell'ultimo libro del giornalista del Gruppo L'Espresso Michele Serra, "Breviario Comico". La serata rientrava nella serie di eventi proposti dal Teatro dell'Archivolto, all'interno del Genova Urban Lab Summer Festival '08. La piacevole serata si è svolta all'insegna di una allegra chiacchierata sul tema della satira, con la moderazione di Giorgio Gallione e la lettura di alcuni brani del libro da parte delle Iene Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.

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M. Serra, Breviario comico, Feltrinelli, 2008

Percorso all'insegna della satira attraverso gli articoli più accattivanti del "corsivista" di Repubblica.
Link alla scheda del libro

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