Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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16 agosto 2026

Le nuove tecnologie dell'informazione

 "[…] Perché il cittadino - italiano, europeo, cosmopolita - sia consapevole dei suoi diritti e delle sue responsabilità e riconosca nella sinistra una forza motrice della democrazia (non un veicolo per percorrere la via al socialismo), occorre che i prodotti culturali forniti dagli intellettuali siano resi accessibili su un vasto mercato, alla portata di tutti i cittadini. Perciò un aspetto essenziale della rianimazione e del rinnovamento culturale, per la sinistra ma anche per tutte le forze politiche operanti nella democrazia, è la promozione e diffusione della cultura attraverso i mezzi di comunicazione di massa, i quali invece - a quel che mi capita di vedere sfogliando i giornali e accendendo la televisione - espongono a getto continuo violenza e barbarie e quando descrivono miserie, sofferenze, atrocità, sembrano farlo più per suscitare stupore e orrore e così attirare spettatori che non per promuovere senso di responsabilità e solidarietà. Insomma: disponiamo di una nuova formidabile tecnologia dell'informazione, componente ormai essenziale della nostra civiltà tecnologica, che potrebbe esser una straordinaria efficacissima risorsa per l'educazione di massa e la utilizziamo invece per diffondere esempi di gesta violente e barbare e addirittura istruzioni sul modo di imitarle. Così l'ammirazione e l'emulazione s'indirizzano a chi è bravo a sopraffare l'altro (magari uccidendolo), non ad aiutarlo. Inoltre, come ho già accennato (ma giova insistere), la simultaneità dell'informazione e della partecipazione diretta attraverso l'immagine e non soltanto la comunicazione verbale, su scala mondiale, fa sì che "cittadino del mondo" da metafora può dìvenire reaItà, può significare la dimensione mondiale dei diritti e dei doveri, dei concetti di solidarietà e responsabilità che sono fondanti per una cultura della sinistra.[...]".

Antonio Giolitti

*A. Giolitti, "Lettere a Marta. Ricordi e riflessioni", Bologna, Il Mulino, 1992, pp. 240-241.


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03 settembre 2024

In libreria

 Francesco Filippi, 500 anni di rabbia. Rivolte e mezzi di comunicazione da Gutenberg a Capitol HillBollati Boringhieri, 2024, 244 pp.

"Perché è chi domina il racconto pubblico che può orientare, attraverso un processo di legittimazione, la misura del proprio potere". (p. 11).

[...] A volte però, ad esempio quando il progresso tecnico porta un’innovazione nel mondo degli strumenti di comunicazione, può accadere che vi sia un lasso di tempo più o meno ampio tra la propagazione del mezzo e la sua presa di controllo da parte degli «spacciatori ufficiali» del racconto pubblico. Che succede nel momento in cui chi domina non ha più il controllo dei mezzi di narrazione? Può accadere che la produzione del racconto sfugga allo stretto controllo dei detentori del monopolio e si formi una sorta di narrazione «non certificata», che si propaga tra il pubblico senza che possa essere controllata sul breve periodo. Una sorta di «fuga di notizie» sul presente o sul passato che si avvale di strumenti e tecniche non ancora addomesticati da chi domina la società. Racconti altri, liberi di trasmettere valori non conformi o addirittura divergenti rispetto al solito. (pp. 16-17).


27 novembre 2021

In libreria


"Detta in parole semplici: non siamo più noi a scegliere da dove attingere alle notizie, ma sono gli algoritmi a decidere al nostro posto. Oggi il 54,5% dell’utenza, secondo il Rapporto sul consumo di informazione di AgCom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), accede all’informazione online prevalentemente attraverso i social network e i motori di ricerca. Ed è qua che si annida una pericolosa insidia. Perche´ nel momento in cui un motore di ricerca o una piattaforma social decidono per noi, l’algoritmo ci proporrà informazioni e opinioni considerate più in linea con i nostri « gusti » e le nostre aspettative. Un processo che finisce per alterare la nostra percezione della realtà, rappresentandola ai nostri occhi in modo parziale e rafforzando i nostri pregiudizi. Disinformazione, bufale, post-verità, clickbait, overloading information, infodemia, fonti algoritmiche: sono queste le ombre che si allungano ogni giorno di più sul nostro diritto a essere informati. A queste si uniscono no il potere discrezionale delle piattaforme, la crisi del giornalismo, la notizia trasformata in prodotto, la manipolazione di regime, la gestione del potere politico attraverso i social network, la propaganda prodotta da una campagna elettorale non-stop, il complottismo. (Matteo Grandi, 2021, pp. 12-13)


Matteo Grandi 
"La verità non ci piace abbastanza. 
Il virus della disinformazione fra bufale, web e giornali
Longanesi, Milano, 2021, pp. 288. 
Descrizione
Oggi la disinformazione è un mostro tentacolare che si allarga a macchia d’olio e che può contare su una rete di fiancheggiatori, più o meno consapevoli, molto nutrita. Dalla politica che ha scelto le fake news come nuova forma di propaganda, al giornalismo tradizionale che, travolto dalle nuove tecnologie e dalla competizione con le dinamiche del web, sta rincorrendo sensazionalismo e clic spesso a scapito della veridicità e della qualità delle notizie, fino all’enorme potere di mediazione delle piattaforme, nuovi arbitri (interessati) della verità. Ne parla nel suo nuovo saggio, edito da Longanesi, Matteo Grandi, giornalista e autore televisivo (e di testi musicali), molto attivo sui social.
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23 settembre 2018

In libreria

Adriano Fabris
Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione
Carocci, Roma, 2018, pp. 128.

 Descrizione
In che modo le tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno cambiando la nostra vita? Come possiamo interagire correttamente con i dispositivi che utilizziamo sempre di più? Come possiamo abitare in modo sano i mondi virtuali a cui tali dispositivi danno accesso? Per rispondere a queste domande, il libro approfondisce anzitutto i concetti di fondo che ci permettono di capire le varie tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Discute poi, in prospettiva deontologica ed etica, i problemi legati all’uso dei dispositivi più diffusi: i computer, gli smartphone, i sistemi automatizzati di comunicazione. Esplora infine gli ambienti virtuali a cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione danno accesso, con particolare riferimento a Internet. In sintesi, offre una bussola etica per navigare nel gran mare delle tecnologie comunicative, e per non annegarvi.

02 febbraio 2018

Le minacce della proliferazione tecnologica

Per procedere alla disamina di questo volume è necessario partire da un concetto fondamentale: la disinformazione è legata all’uso (e abuso) del potere e al mantenimento di quest’ultimo. Lo sappiamo non solo grazie alla lettura delle innumerevoli opere distopiche del Novecento – da George Orwell ad Aldous Huxley, passando per Karin Boye e Margaret Atwood – ma soprattutto guardando alla nostra storia e al nostro presente. I romanzi distopici infatti, sono solitamente ambientati in un futuro lontano e poco auspicabile, ma noi sappiamo bene di non avere alcun bisogno di rivolgere il nostro sguardo a mondi così distanti per renderci conto degli effetti della manipolazione, intesa come distorsione della realtà volta al raggiungimento dei propri interessi. Le tecniche di manipolazione e persuasione hanno subìto un notevole potenziamento nell’era del cyber-power, caratterizzata dallo sviluppo convulso dei nuovi media come Facebook e social network affini, blog e siti web di ogni sorta. Questa “proliferazione tecnologica” – nonostante i risvolti incredibilmente positivi – ha prodotto (e continua a produrre) conseguenze negative, come la maggiore vulnerabilità dei singoli e dei governi alla disinformazione. Lo scopo dell’opera – che si presenta come una raccolta degli interventi presentati durante il convegno omonimo tenutosi nel 2015 a Roma – è proprio quello di analizzare l’evoluzione della disinformazione nell’era tecnologica per trovare strategie adatte a contrastare la manipolazione delle percezioni dell’opinione pubblica. Prima di discutere eventuali soluzioni, è necessario fare un passo indietro e capire cosa si intende per disinformazione. Lo stesso Germani, coordinatore scientifico del convegno, spiega la differenza tra deception, misrepresentation e disinformazione. La deception riguarda la disinformazione esclusivamente nell’ambito militare, diplomatico e dell’intelligence. Con misrepresentation si intende la malainformazione non intenzionale, diffusa a causa della superficialità e dell’ignoranza. La disinformazione, invece, è un’azione pianificata e deliberatamente ostile, che persegue un fine occulto attraverso la diffusione di notizie false o distorte. Proprio per questa sua natura programmatica, la disinformazione – ci spiega François Géré nel suo intervento – si distingue dalle cosiddette hoax, le “bufale” diffuse in rete da singoli o piccoli gruppi, e dalla propaganda, in quanto quest’ultima è palese. La difficoltà di trovare delle soluzioni definitive da parte degli Stati e dei loro servizi di intelligence risiede proprio nella struttura rigida della disinformazione. Un altro elemento da tenere in considerazione riguarda il fatto che in Italia - nonostante i notevoli passi avanti fatti nell’ultimo periodo   circa il dibattito sulle fake news - si discute ancora poco di disinformazione, sicuramente meno che in altri paesi come la Cina e la Russia, i quali fanno largo uso della cosiddetta information warfare, basata sul controllo dell’informazione con l’obiettivo di ottenere un vantaggio, soprattutto dal punto di vista militare. Indubbiamente questi due paesi hanno una storia differente rispetto alla nostra, basti pensare alla dezinformacija sovietica durante la Guerra Fredda, utilizzata ancora oggi dal governo Putin sia in politica estera, per screditare l’Occidente, sia in politica interna, per mantenere la stabilità del regime. Sebbene il dibattito sia (ancora) carente, la disinformazione è una minaccia reale in Italia e si presenta sotto molteplici forme, dalle campagne di disinformazione economica e finanziaria al depistaggio di indagini giudiziarie da parte di organizzazioni criminali, prima fra tutte la mafia. A questo punto sorge spontanea una domanda. Se, come abbiamo visto, la disinformazione è un’arma utilizzata sia dagli Stati che da attori non-statuali leciti e illeciti (come vengono definiti da Germani), ossia la criminalità organizzata e i gruppi terroristici, allora quali sono le soluzioni definitive al problema? Cosa possiamo fare concretamente? Ciò che colpisce, durante la lettura delle diverse presentazioni, è proprio la difficoltà nel trovare rimedi efficaci. Francesco Vitali, autorità garante per la protezione dei dati personali, affronta la questione dei big data, cioè quell’insieme di tecnologie utilizzate per estrapolare un’enorme quantità di dati al fine di analizzare determinati fenomeni e prevedere quelli futuri. Il problema, come spiega lo stesso Vitali, è che le capacità predittive di tali tecnologie possono rappresentare un rischio per la democrazia, in quanto il loro uso implica una mancanza di trasparenza. Inoltre, a parer mio, un’analisi quantitativa basata su dati non è sufficiente per comprendere e risolvere un tale fenomeno nella sua globalità.                                                            
Una soluzione più consona, seppur di difficile applicazione, potrebbe essere quella proposta da François Géré, presidente dell’Institut Français d’Analyse Stratégique. Secondo Géré per contrastare la disinformazione si può agire in tre modi. Innanzitutto, si può cercare di ristabilire la verità, anche se di solito è troppo tardi. Oppure, si può attuare una contro-disinformazione, cioè una disinformazione in senso opposto, ma anche qui la difficoltà sta nel sincerarsi che ci sia stata effettivamente un’azione disinformativa. Un’altra via potrebbe essere quella della prevenzione, della previsione delle mosse dell’avversario, ma per fare in modo che funzioni dobbiamo conoscere perfettamente gli strumenti utilizzati dai nostri “rivali” e impegnarci ad usarne altri altrettanto efficaci. Sicuramente la questione non può avere una risoluzione immediata, anche a causa del continuo evolversi della tecnologia, con il quale è complicato tenere il passo. Il libro, che si propone come un compendio di interventi di analisti ed esperti di istituzioni civili e militari, ha in quanto tale un taglio molto tecnico, che rischia di lasciare spaesato il lettore di fronte a circostanze già così complesse. L’idea che sta alla base del convegno però, è ottima e indiscutibile perché, come detto in precedenza, in Italia c’è bisogno di avviare un dibattito di questo tipo in modo puntuale e approfondito. Detto questo, credo che il vero cambiamento debba partire da ognuno di noi, singolarmente, attraverso l’esercizio del nostro spirito critico e della nostra capacità di discernimento. Non sarà forse questa la vera utopia?
Francesca Lasi

Disinformazione e manipolazione delle percezioni. 
Una nuova minaccia al sistema-paese
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.

04 luglio 2014

In libreria

 Jon Agar
Sempre in contatto
Storia sociale del telefono cellulare

Bari, Dedalo, 2014, 240 pp.

Descrizione
È innegabile: ormai il cellulare rappresenta un’estensione di chi lo possiede. Oltre a garantire un contatto costante con le persone che conosciamo, ci fa sentire partecipi del mondo, soprattutto da quando è diventato smartphone e ha fatto sue le caratteristiche un tempo esclusive dei computer. Grazie a uno stile fresco e scorrevole e a una spiccata capacità di analisi, Jon Agar ci conduce con disinvoltura attraverso le tappe della storia del telefonino, svelandoci i retroscena interessanti e curiosi della tecnologia dei dispositivi mobili. Dal telegrafo senza fili di Marconi alla svolta epocale del­l’iPhone, dal ruolo del telefono cellulare nella storia del cinema agli scandali delle intercettazioni, l’autore offre un’acuta riflessione su un fenomeno tecnologico e sociale che ci riguarda tutti da vicino.

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19 novembre 2011

In libreria

Gabriele Balbi

Le origini del telefono in Italia.
Politica, economia, tecnologia, società
Milano, Bruno Mondadori, 2011, 240 pp.
Descrizione
Il volume, grazie a un apparato documentario finora inedito, analizza le prime fasi di sviluppo del telefono in Italia tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e la prima guerra mondiale. Come venne accolto, interpretato e “metabolizzato” il nuovo mezzo di comunicazione nella società dell’epoca? Quali gruppi sociali compresero le sue potenzialità e quali, invece, lo trascurarono o addirittura ne ostacolarono la diffusione? Chi furono i primi abbonati al telefono, come lo utilizzarono e cosa significò per loro? Si possono individuare delle caratteristiche peculiari nello sviluppo del telefono nel nostro paese tali da delineare una sorta di “via italiana alle telecomunicazioni”? Le origini del telefono in Italia mira a rispondere a queste e ad altre domande, analizzando una fase della storia della comunicazione italiana fino a oggi poco considerata ma fondamentale per comprendere appieno l’evoluzione delle telecomunicazioni, un settore sempre più al centro della vita politica, economica e culturale della società contemporanea.
*link all'Indice del libro.
*segnalato da C.S.
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17 ottobre 2011

... è l'ora di ubriacarsi

Rileggendo i post su Steve Jobs in cui sono state spesso citate e commentate le parole “stay hungry, stay foolish” mi viene in mente un poemetto in prosa di Charles Baudelaire, intitolato "Ubriacatevi" dal francese "Enivrez-vous".
Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l'unico problema. Per non sentire l'orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, poesia o di virtù : come vi pare. Ma ubriacatevi. E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all'orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l'orologio, vi risponderanno: "E' ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù , come vi pare".
Il fatto che Baudelaire, sia noto non solo per le sue poesie ma anche per la sua vita sregolata, chiamato a questo proposito “poeta maledetto”, ci può indurre a pensare che questo scritto sia un inno a una vita fatta di eccessi, di perdita di controllo della realtà, ma in realtà è esattamente l’opposto, è un inno per farci prendere in mano la situazione, per permetterci di gestire al meglio le nostre vite con lo scopo di “non essere schiavi martirizzati del Tempo”.
Il poema è stata scritto nel XIX secolo e sorprende vedere come i consigli dati oggi da Steve Jobs sono un po’ gli stessi dati da Baudelaire anni fa, negli anni cambia la società, cambiano le tecnologie, i mezzi di trasporto, cambiano le strade, le città, le prospettive lavorative, ma la ricerca di un senso dell’esistenza è sempre la stessa, per ogni epoca e per ogni vita di ognuno di noi si è sempre alla ricerca di una strada da intraprendere. Stare affamati, ubriacarsi, che vuol dire? significa riempirsi la vita di conoscenza, di cultura, di esperienze. “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” diceva l’Ulisse dell’Inferno dantesco. Un consiglio per non stare con le mani in mano. Allora dico grazie a Steve Jobs e a Charles Baudelaire perché mai come adesso, noi giovani nel momento in cui ci troviamo, abbiamo bisogno di una guida e di consigli per trovare una via che ci permetta di costruire la nostra identità.
Maria Vittoria Dapino
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12 ottobre 2011

Post-coccodrillo per Steve Jobs


Se qualcuno ha la prova che Gutenberg abbia inventato qualcosa - un carattere mobile o stampato un libro - ce lo dica. Il concetto vale anche per Steve Jobs. Ma se del primo non ci sentiamo di escludere del tutto che possa essere stato un inventore, del secondo sì. Jobs ha semmai cavalcato meglio degli altri la rivoluzione di Alan Turing, che nel 1936 intuì la possibilità di "inventare un'unica macchina che può essere usata per computare qualsiasi sequenza computabile".
Al pari di Bill Gates, Jobs è stato un carismatico pioniere di quell'impresa digitale che ci fa sentire superati attimo per attimo dalla nostra tecnica e dalla nostra scienza sino a capovolgerci le prospettive del mondo conosciuto.
Più che inventore dunque è stato un enciclopedista che, con spirito illuminato e profondo, ha saputo mettere in relazione il pensiero speculativo e l'attività pratica nella sua officina dei sogni di Cupertino.
Ma sopra ogni cosa il suo capolavoro sono state le strategie, le soluzioni organizzative adottate per un marketing globale. E lo si è visto: la "ola" mediatica del pianeta battezza Jobs come il nuovo Gutenberg, un genio al pari di Leonardo da Vinci, ecc.
“D'ora in poi la socializzazione avverrà nel computer”: le parole dell'aspirante profeta Nicolas Negroponte ("Essere digitali”", 1995) si sono materializzate in oracoli del gusto e del desiderio, fino ad assumere le sembianze della geniale invenzione.
Francesco Pirella

*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova.



*pubblicato per gentile concessione dell'autore. 
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10 ottobre 2011

Da Gutenberg a Harry Potter

Alla metà del Quattrocento risale una delle invenzioni che più cambiarono il modo di vivere dell'uomo: nel 1439, Gutenberg inventa la stampa a caratteri mobili, strumento che dà la possibilità di considerare il libro non più come un elemento da consultare solo in biblioteca, ma come oggetto che può far parte della quotidianità. Quest'invenzione si diffonde rapidamente e si diffondono altrettanto rapidamente i primi giornali. Con il trascorrere dei secoli, si è passati dalla stampa a caratteri mobili alla macchina da scrivere e, in seguito, al computer.
In questi ultimi anni, un'altra grande rivoluzione si sta inserendo nella pratica giornalistica: grazie all'uso di iPhone o smartphone in tasca i reporter hanno sempre con sé una redazione portatile. Si ha infatti la possibilità di scattare fotografie, montare dei video, di accedere alle fonti del web e di trasmettere istantaneamente qualsiasi informazione in redazione. Questi nuovi giornalisti sono stati definiti in linguaggio informatico: Giornalisti 3.0.
Parlando di Steve Jobs, Bruno Ruffilli afferma che "le lezioni di calligrafia di cui parla servirono anche a dare una veste grafica più elegante a giornali e libri, realizzati spesso da giovani alle prime esperienze, affascinati dalle possibilità che la piattaforma Apple offriva. Una generazione di giornalisti e grafici si è formata con Illustrator e Freehand, ha scoperto le magie di Photoshop, esplorato i font con Suitcase, disegnato pagine con PageMaker e Quark Xpress. Prima ancora della sua scomparsa, Steve Jobs era già visto come il Gutenberg dell’era digitale, per aver portato sull’iPad giornali ed eBook o per iniziative come il Daily, primo quotidiano solo su tablet: giusto, ma la sua rivoluzione era cominciata ventisette anni fa".
Riporto, infine, una notizia letta qualche settimana fa: a Dublino, il quotidiano "Metro Herald" contiene alcuni elementi pubblicitari ed editoriali che, semplicemente passandovi sopra con uno strumento come l'iPhone o l'iPad, si animano o diventano tridimensionali. Siamo arrivati, dunque, grazie alle nuove tecnologie, a rendere possibili le fantastiche magie lette nei libri di Harry Potter, in cui i personaggi ritratti nelle fotografie dei giornali si muovevano e si spostavano a loro piacimento. 
A tanto hanno portato le innovazioni tecnologiche di personaggi che spesso sono stato definiti pazzi e visionari: in realtà, solo quelli che hanno avuto la possibilità di guardare oltre, sono riusciti a raggiungere l'impossibile.
Martina Zavagna

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09 ottobre 2011

"Stay hungry. Stay foolish" (S.J)



"Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog [...] E’ stata creata da Stewart Brand [...] Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog, e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale.[...] Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina [...] Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi.
Stay Hungry. Stay Foolish."
Queste quattro semplici parole le abbiamo sentite spesso negli ultimi giorni. Pronunciate da Steve Jobs nel 2005, in occasione della consegna dei diplomi di laurea, nonchè della sua stessa laurea ad honorem alla Standford University, genio informatico che ci ha lasciati pochi giorni fa, vinto dal male del secolo.
Non sono qui per parlare della sua brillante carriera, nè tantomeno delle sue invenzioni tecnologiche, non ne avrei le capacità, sinceramente. Vorrei invece riflettere su questa semplice frase, che sta rimbalzando dai giornali, alla televisione, al web: "Stay hungry. Stay foolish", pronunciata da Mr. Jobs. Una sorta di "testamento spirituale", tanto semplice quanto potente ed esplosivo.
Cosa significano queste parole, "Stay hungry. Stay foolish"?
Traducendo semplicemente dall'inglese diventerebbe: "siate affamati, siate folli".
Un po' riduttivo, forse, dargli soltanto questo significato.
Questa bellissima frase mi colpì particolarmente nel 2005, ed è affiorata alla mia memoria pochi giorni fa, in occasione della tragica notizia.
Non credo abbia un vero e proprio significato universale e categorico, può essere interpretata in moltissimi modi diversi; a grandi linee si è tutti d'accordo nel pensare che l'augurio che Steve intendeva fare ai giovani laureati che si affacciavano alla vera vita, quella difficile, quella spinosa era una speranza.
Una speranza di non dimenticarsi mai di cercare, scoprire, documentarsi, essere letteralmente "hungry", affamati di cultura, di novità, di vita. Tutto ciò condito con un pizzico di "follia", di volontà di non arrendersi e di prendere le situazioni di petto, anche con un po' di incoscienza, se è il caso.
Credo che, preso da questo punto di vista, sia il migliore augurio che un uomo adulto, che già vive nella "vita reale" possa fare a dei ventenni.
Ma poi, quello che mi ha maggiormente colpito è l'impalpabilità di questo messaggio, "Siate folli", folli? Affamati? Ingordi di vita?
Bè, è molto particolare sentirlo dire da uno degli informatici più famosi al mondo, un uomo che dal nulla ha progettato un Machintosh. Un uomo che, apparentemente, con la follia ha ben poco a che fare: i personal computer, una sequenza di codici, impulsi elettrici e fili, così logici, così materiali, come logico e materiale deve essere il tecnico che li costruisce e li progetta.
E invece? E invece quella persona così logica e quadrata spera che la generazione di domani sia si responsabile, pragmatica e razionale ma anche libera, leggera, piena di sogni nel cassetto..."foolish".
Ma alla fine, poi, è tutto comprensibile: un uomo non ha una sola personalità, ne ha mille, mille diverse, opposte, simili o contrarie.
Si, è vero, si dice che chi nasce tondo non diventerà mai quadrato, ma chi non nasce ne tondo ne quadrato può assumere la forma che vuole.
E forse Steve Jobs era così, poliforme.
Francesca Alberti
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08 ottobre 2011

Steve Jobs e l'arte della calligrafia


"[... ] Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la migliore formazione del Paese in calligrafia. In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con grafie bellissime. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito il corso di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai i caratteri serif e sans serif, la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, quello che rende eccezionale un’eccezionale stampa tipografica. Era bello, storico, artistico e raffinato in un modo che la scienza non è in grado di offrire e io ne ero completamente affascinato.[...]". - Steve Jobs, 2005.
Colpisce davvero che la geniale avventura umana di Steve Jobs sia partita da un corso di calligrafia, quando questa disciplina era già fuori moda. Che cosa c'è di più "formale" della calligrafia, che cosa ci può essere di più sostanziale nella calligrafia? La calligrafia è l'arte di saper fare bene, con precisione ogni tratto di penna, senza errori, senza sbavature con l'eleganza della leggerezza. Steve Jobs partendo dalla calligrafia scoprì Leon Battista Alberti e il Rinascimento italiano e da allora cercò e praticò la bellezza della perfezione, l'eccellenza in ogni cosa che si fa. Che lezione per noi che neppure sappiamo chi fosse Leon Battista Alberti ed aboliamo la storia dell'arte dai programmi del liceo. Che lezione per la nostra contemporaneità, sempre impegnata a correre verso la mediocrità, a sottrarre bellezza la dove c'é. Il discorso di Jobs del 2005 agli studenti dell'Università di Stanford (che nella prospettiva ricorda la metafora della cattedrale di S. Vito Praga di Vaclav Havel) è uno straordinario progetto di futuro, innestato sul cammino lungo della storia perché nella bella calligrafia "...non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi indietro. Dovete aver fiducia che, in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire".
mmilan



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07 ottobre 2011

Steve Jobs, genio folle

Oggi il mondo è attonito perchè è consapevole di aver perso un vero fantastico genio: Steve Jobs il creatore della Apple (Classe 1955).
Questa invenzione straordinaria e le altre che verranno in seguito, hanno letteralmente rivoluzionato in meglio la vita di noi tutti facendone degli oggetti insostituibili perchè grazie a loro, gli uomini si sono sentiti meno soli perchè la facile comunicazione ha sconfitto la solitudine e la musica è diventata un'amica inseparabile.
Ma chi era ai miei occhi Steve Jobs?
Un personaggio carismatico che ha saputo conquistare il cuore di noi giovani rivolgendosi con semplicità, calma e fermezza. Ci ha fatto credere ancora nel futuro e ci è riuscito usando semplicemente delle parole che ci hanno trasmesso coraggio e fiducia e facendoci capire che solo usando il nostro intuito e il nostro cuore riusciremo a conquistare le nostre aspirazioni.
Il punto è: non dobbiamo farci sconfiggere dalle opinioni così negative che la società oggi tende a farci credere scoraggiandoci ma dobbiamo cercare e trovare ciò che veramente amiamo perchè il giusto lavoro riempirà gran parte della nostra vita e sarà l'unico modo per essere veramente soddisfatti.
A questo proposito mi viene in mente un altro personaggio che ha lasciato un testamento spirituale che ormai è già scritto nella storia: Papa Wojtyla. Anche lui grande amico di noi ragazzi. Mai un Papa si era avvicinato così tanto al mondo dei giovani di ogni colore, nazionalità e classe sociale.
" Fate della vostra vita un autentico e personale capolavoro, non abbiate paura!". Questa è una delle frasi che non dimenticherò più.
Anche il discorso che Steve Jobs ha fatto in occasione della consegna dei diplomi celebratesi il 12 giugno 2005 all'università di Stenford, è ricco di frasi indimenticabili. Quella che però mi ha lasciato più sbalordita è la seguente: "Nessuno vuole morire. Neanche chi vuole andare in Paradiso vuole morire per arrivarci. E nonostante tutto, la morte è la destinazione che condividiamo. Nessuno vi è mai sfuggito. E così dovrebbe essere perchè la Morte è probabilmente l'unica, migliore invenzione della Vita. E' l'agente di cambiamento della Vita. Elimina il vecchio per far spazio al nuovo".
In una società in cui noi abbiamo perso il senso di un destino collettivo e quindi sentiamo la nostra morte come un evento esclusivamente individuale, definitivo e perciò inaccettabile, Jobs riesce a spiegarci nuovamente che senza la morte la vita che cosa è? La morte non è solo la conclusione inevitabile ma è la precondizione della vita. L'uomo si deve sentire di fare parte di un destino più ampio, della famiglia, della comunità, della specie, della natura stessa, in cui la sua vita e la sua morte si sciolgono nell'eterno gioco nel passaggio di testimone fra generazioni, fra i vecchi e i giovani. Questi sono i motivi che consentono all'uomo di accettare la morte con una certa serenità.
Jobs sapeva che prima o poi questa battaglia così dura che stava combattendo dal 2004 contro il nemico oscuro e incurabile sarebbe prima o poi finita. Ci ha messo tutto il suo coraggio, il suo ottimismo ma il male ha vinto. Mr Jobs consapevole che le sue forze prima o poi l' avrebbero lasciato, ha voluto regalarci questo importante messaggio.
"Questa sera sono stata un po' folle, per seguire l'insegnamento di Jobs, ho scritto in suo onore il mio primo articolo."
Elena Astengo



05 ottobre 2011

Steve Jobs

Oggi muore Steve Jobs, creatore di una nuova era multimediale, inventore del primo personal computer, fondatore della Apple, oggi prima azienda in campo di sistemi operativi informatici.
Il mondo piange l'inventore del Macintosh, dell'Ipod e dell'Ipad, sigle che abbiamo imparato a conoscere come sinonimi di innovazione, modernità, che hanno rivoluzionato dal campo musicale fino a quello editoriale. Ognuno vuole esprimere il proprio dolore, dall'America fino all'Europa la notizia rimbalza suscitando sgomento. La CNN ha parlato di un generale sentimento di Isad. La Apple ha addirittura istituito un indirizzo, rememberingsteve@apple.com, per inviare pensieri e condoglianze in sua memoria.
Quasi come una rockstar se ne celebra la scomparsa e si delineano già i contorni di un mito, il popolo del web chiede già la santificazione.
Ma cosa c'è di interessante in quest'uomo? Cosa rappresenta per il mondo occidentale?
Basta entrare in un mega store della Apple a Londra per capirlo: ha compreso l'importanza di sposare la tecnologia al design, ha dato un tocco di fantasia a strumenti elettronici fino agli anni Novanta incomprensibili per la maggior parte della gente comune. Ora perfino le nonne possono facilmente usare un Ipod.
Ha saputo essere un imprenditore astuto, ha fiutato i gusti e le aspettative del mercato, ha fatto delle presentazioni dei suoi prodotti dei veri e propri show.
Da perdente, scalzato nell'era di Windows dell'acerrimo nemico Bill Gates, ha saputo riconquistarsi una posizione se non un primato, lanciandosi nel mondo della produzione cinematografica digitale di cartoni animati Pixar.
Jobs è stato molto più di un mito da copertina, è stato un ragazzo pieno di fantasia che ha saputo comunicare al mondo la scoperta di un nuovo linguaggio per il villaggio globale. E' stato un eccentrico sognatore, un rivoluzionario, un uomo che non si è accontentato degli schemi precostituiti, un ex figlio dei fiori assetato di conoscenza. La mela è stato il simbolo della sua azienda, la Apple, e per il suo primo prodotto, Machintosh.
E credo che proprio qui stia la sua grandezza: essere diventato lui stesso il simbolo di una rinnovata imprenditoria, basata di nuovo sulla conoscenza, sulla sete di sapere e di far sapere. E oggi il suo messaggio è il discorso fatto a dei ragazzi universitari: “stay hungry, stay foolish”, conosci e sii un folle, uno “stra-ordinario” e, come diceva Socrate: Γνῶθι σαυτόν, conosci te stesso.
Manuela Prigelli
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02 luglio 2010

All'alba di un nuovo illuminismo

Dentro una tavoletta di alluminio, che pesa settecento grammi, spessa 13 millimetri e più piccola di una fotocopia, fibrilla per almeno dieci ore il cuore yankee dell'iPad.
Possiamo scrivere, leggere, creare, guardare, comunicare tutto quello che siamo capaci di immaginare e di fare e la cosa più semplice sarà quella di leggere un libro o un giornale.
iPad cancellerà lentamente ciò che noi oggi chiamiamo cultura sino alla sua rivoluzionaria mutazione in un sapere nuovo? Certo segnerà la linea di demarcazione tra "l'ultimo dono di Dio" - la comunicazione a stampa con i caratteri mobili secondo quanto andava affermando Lutero intorno al 1517, quando denunciava le indulgenze inaugurando l'allontanamento dal papato e garantendosi una diffusione verticale delle sue idee grazie alla stampa - e la suprema deroga digitale annunciata, questa volta proprio da un papa, Joseph Ratzinger.
Per tentare di capire dove ci troviamo oggi saliamo sulla macchina del tempo e facciamo un viaggio a ritroso fino a guardare dentro la prima officina del libro.
Siamo nel 1455 a Magonza. Gutenberg, inizia la stampa della Bibbia delle 42 linee, opera in due ingombranti volumi che rappresenta, per convenzione, la prova in vitro che i caratteri mobili (inventati da chi?) funzionano e registrano il pensiero, duplicandolo velocemente e all'infinito.
Poco più tardi, nel 1500, il tipografo veneziano Aldo Manuzio ridisegna la proto-editoria gutenberghiana, pomposa e clericale, e avvia un progetto culturale degno di una moderna casa editrice, classici latini e greci, edizioni tascabili e raffinate.
A Parigi, nel 1751, Diderot e d'Alambert pubblicano il primo dei trentadue volumi dell'Encyclopédie: più che un fenomeno editoriale, è una saetta che squarcia le tenebre dell'ignoranza, una rivoluzione che neppure la condanna della Chiesa riuscirà a fermare.
1798, il praghese Aloys Senefelder inventa la stampa litografica: chimica naturale su matrici di pietra, la cui evoluzione in quelle in alluminio (offset) diventerà la tecnica ancora oggi usata per stampare libri e giornali.
1886, il newyorchese Ottmar Mergenthaler inventa la macchina-fonderia di caratteri in grado di comporre 6.000 lettere/ora anziché le 1.200 del compositore a mano. Una rivoluzione produttiva per libri e soprattutto giornali che, grazie alle tipografiche a motore, avranno una dinamica esponenziale.
1939, l'anglosassone Penguin Books, archetipo di tutta la produzione editoriale del tascabile a basso costo, fagociterà lentamente il libro in doppio petto. Che non appaia una cosa da poco: si raggiungerà un traguardo di divulgazione e conoscenza globale, ma sarà anche l'inizio della fine dell'epopea gutenberghiana.
La fotografia soppianta la redazione del piombo relativamente per poco, giusto il tempo perché Bill Gates - con il suo Windows battezzato dentro un cielo azzurro, un prato verde, un bimbo che corre e la scritta "Il campo non ha più steccato, il futuro non ha più limiti" - e Steve Jobs, già padre del Macintosh e ora dell'iPad, aggiungano un capitolo sul posto che occupa l'uomo nell'Universo fisico e sulle sue relazioni con tutto ciò che si può toccare.
Internet è un vero dono per l'umanità, annuncia Benedetto XVI nella Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali del 2009 e, mentre invita i giovani ad evangelizzare il continente digitale, li esorta però ad escludere ciò che alimenta l'odio, svilisce la bellezza della sessualità umana, sfrutta gli indifesi.
Sarà la mela dell'Apple l'icona sacerdotale che, ricordandoci il peccato originale del mondo fisico, ci accompagnerà nei sistemi informatici del cyberspazio dove non si simula la vita e ciò che accade può essere terribilmente reale: anche lì, in una miserabile prospettiva di replicanti, un nuovo peccato originale si è compiuto per la caramella del pedofilo morsicata da un bimbo.
Sentiamo che la scienza ci investe e ci supera alla velocità della luce, sentiamo il bisogno di guardarci indietro, toccare rassicurati la carta stampata, ma senza angosce e senza rimpianti.
Noi ci troviamo pressappoco all'alba di un nuovo illuminismo.
Non ci resta che cercare di goderci lo spettacolo dentro la nostra modernità così come hanno fatto gli enciclopedisti, loro sono ancora al nostro fianco e come noi trattengono il respiro.
Francesco Pirella
Filo d'arcal, giugno 2010

*Francesco Pirella é conservatore di Armus-Archivio Museo della Stampa di Genova.
 
 
*pubblicato per gentile concessione dell'autore. 
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02 giugno 2010

Giornalisti sul Web

"[....] L’idea che l’epoca delle grandi firme, dei Grandi Giornalisti, sia arrivata alla sua fine. Una idea affiorata sulle acque di quel meraviglioso fiume dell’innovazione tecnologica che ha cambiato la nostra vita, lo splendente flusso delle notizie h24, le dirette, i satelliti, la banda larga, la immediatezza del luogo-non luogo. Che bisogno c’è di giornalisti, quando abbiamo la possibilità di stare ovunque, sempre, con un semplice click? La domanda riecheggia da anni nelle nostre redazioni, e finora è sempre più o meno finita nei seminari sull’informazione di cui il mondo è pieno. E lì sarebbe rimasta, se la caduta economica a picco del settore dell’editoria (tra gli altri) non l’avesse recuperata come il Santo Graal. Oggi l’editoria internazionale, in testa l’imprenditore dalle uova d’oro Rupert Murdoch [...], vuole passare su Internet, e vuole far pagare i contenuti. Il ragionamento funziona più o meno così: le notizie sono più o meno le stesse, prodotte da un alveare operoso ma senza nome dei vari media, e saranno dunque inevitabilmente gratis. Altro sono i contenuti e questi si faranno pagare. Dunque meno giornalisti per lavorare al corpaccione unico delle news generali, e poche pepite d’oro da far pagare care. Se si aggiunge al costo finale l’assenza della carta, con tutti gli enormi benefici anche per la «sostenibilità» (altra parola da «seminario»), voilà. A parte la complicata distinzione fra contenuti e notizie che ha già dato vita a una disputa annosa e non meno divisiva di quella sulla essenza del corpo di Cristo fra Ario e Atanasio, la domanda rimane sempre la stessa: ma che razza di contenuti sono questi da spingere a comprare in una rete gratuita e zeppa di notizie un particolare accesso a una particolare testata? Fino ad oggi nel mondo ci sono vari esempi di successo online. L’informazione economica, che è assolutamente necessaria, di Bloomberg, dei servizi speciali del Ft, o di Economist o di WSJ, e che riesce, in parte, a farsi pagare. Nell’informazione politico-generalista, ci sono esempi di altissimo livello, come «politico.com», da tutti guardato come esempio: ma anche questo sito, pur fatto da superfirme superpagate, al momento per sfidare Washington Post e New York Times rimane gratuito. Per farci pagare l’accesso al Web avremo dunque bisogno di offrire grandi cose. Notizie esclusive (scoop, si diceva quando eravamo ingenui)? Le analisi migliori? Storie senza pari? Risate irripetibili? Informazioni senza le quali non possiamo uscire? Qualunque di queste cose sia, per essere acquistate dovranno essere, appunto, uniche, irripetibili, migliori, senza pari, impossibili da ignorare. E chi farà questi strepitosi «contenuti», se non strepitosi giornalisti? [...]".
Lucia Annunziata


*L. Annunziata, Se la star dei giornali va sul Web, "La Stampa", 24 maggio 2009.
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13 dicembre 2009

Convegno "Cultura senza barriere"




"Cultura senza barriere"
Università degli studi di Padova, 18 - 20 febbraio 2010

Convegno inaugurale moderato da Emil Abirascid, giornalista, direttore di Innov’azione e collaboratore di Nova – Il Sole 24 Ore e Wired Italia.

3 giorni di seminari gratuiti su diversi temi: accessibilità del web, usabilità, architettura dell’informazione, editoria digitale, biblioteche digitali, mondi virtuali, social network, web design, politica online, sociologia della rete, open source e tecnologie innovative.

In particolare chi si occupa di informazione potra' apprezzare il seminario di Gianpiero Lotito "Emigranti digitali. La generazione che ha guidato la trasformazione del mondo" e di Mariuccia Teroni "Tecnologia, tecnica e contenuti: come pubblicare sulla Rete in modo efficace".

*link utili
Cultura senza barriere
Cose che liberano
Innov’azione

Silvia Dini

08 dicembre 2009

Il futuro della Rete tra tecnologie e applicazioni

Vª Conferenza Annuale Top.IX
INTERNET EVOLVED
La rete esce dalla rete
10 dicembre 2009 
Centro Congressi Torino Incontra


La Conferenza annuale organizzata dal Consorzio TOP.IX si articolerà in quattro sezioni: 
Le nuove frontiere della rete; Green-Web; Micro Apps; Government as a platform


*link al sito della Conferenza e al  Programma  con informazioni sui relatori e sui contenuti degli interventi previsti.
Per informazioni logistiche sulla sede e orari della Conferenza
http://conferenza.top-ix.org/main/contatti/


*link a Consorzio TOP.IX 
TOrino Piemonte Internet eXchange
 *segnalato da C.S.



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