Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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16 novembre 2019

In libreria


Davide Rampello - Antonio Carnevale
L' Italia fatta a mano. I beni culturali viventi. 
Skirà, Milano, 2019, pp. 118.
Descrizione
«Sarebbe un errore pensare ai beni culturali soltanto in termini di oggetti d'arte. Beni culturali non sono solo la pittura, la scultura e l'architettura che secoli di storia ci hanno lasciato in eredità e che si aggiungono alle creazioni di artisti del presente. Esiste un altro patrimonio, meno conosciuto e meno valorizzato, che merita questa definizione, ed è il lavoro manuale dell'uomo: quell'insieme di attività che ha trasformato il territorio in frutti dell'agricoltura e in risultati dell'allevamento; che ha fatto rivivere i materiali in prodotti dell'artigianato; che ha saputo coniugare la tradizione con l'innovazione, attraverso i secoli, fino a oggi. L'Italia è anche questo. E forse l'Italia dei beni culturali è oggi soprattutto questo, visto che il nostro Paese ha ceduto il primato della creatività artistica ormai da qualche secolo, mentre le tradizioni dell'Italia fatta a mano" hanno saputo rivivere attraverso le generazioni, assegnando al nostro Paese una reputazione planetaria legata al saper fare, alla qualità dei prodotti, alla loro unicità e rarità. È di questi beni culturali che si parla in questo libro. E sono beni culturali "viventi" perché l'accento - in queste pagine - cade sempre sull'uomo: non soltanto sul suo lavoro, ma anche sul modo in cui, nelle storie di persone diverse, il mestiere, la vita, i luoghi, la memoria e un'idea personale di futuro si sono legati e hanno dato un significato nuovo alle parole "tradizione", "innovazione", "qualità"». (Antonio Carnevale). Prefazione di Ilvo Diamanti.
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10 giugno 2019

In libreria

Nicolette Mandarano
Musei e media digitali
Carocci, Roma, 2019, pp. 128.

Descrizione
Qual è il rapporto tra musei e media digitali? Quali sono i mezzi più adatti per creare un dialogo fra istituzione museale e visitatore? Il libro offre una risposta concreta a queste e altre domande. Dopo aver ripercorso brevemente la storia della relazione fra musei e comunicazione, indaga il contesto attuale in cui tale rapporto si sviluppa. Analizza gli strumenti che possono essere impiegati nei percorsi museali per coinvolgere il visitatore, agevolando la fruizione e la comprensione delle opere esposte e del loro contesto. Affronta, inoltre, il tema della comunicazione museale online, fra siti web e piattaforme social, per individuare le buone pratiche comunicative, in ambito italiano e internazionale. Chiude il libro una riflessione sulle modalità della fondamentale e irrinunciabile trasformazione digitale dei musei italiani.+++

Indice
Introduzione 
1. Tra storia e attualità: il contesto del libro - In principio era il cd-rom/I musei e la comunicazione on site/I musei e la comunicazione online 

2. On site - Totem e tavoli multimediali/App/Realtà aumentata, realtà virtuale e realtà mista/Videomapping/Chatbot/Videogiochi 
3. Online - I siti web museali in Italia e nel mondo/Le piattaforme social/I feedback: in ascolto dei propri visitatori 
4. Nuove aperture - Il museo fra on site e online/La trasformazione del museo: un’ultima riflessione 
Bibliografia

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16 febbraio 2019

In libreria

Federica Maria Marrella - Federica Muzzarelli
Iconografie del consumo
La costruzione dell’immagine femminile tra moda, arte e pubblicità

Aracne, Roma, 2019, pp. 204.

Descrizione
Il volume esamina la rappresentazione femminile nelle campagne pubblicitarie fotografiche degli otto brand italiani di maggior fatturato di Luxury prêt–à–porter nel quinquennio 2010–2015, sezione abbigliamento. L’opera si sviluppa in due parti. Nella prima si descrive l’immagine iconografica della Ninfa warburghiana, le rappresentazioni femminili descritte da Linda Nochlin, Roland Barthes, Erving Goffman e Marshall McLuhan, proseguendo poi con la delineazione dei “corpi di moda” raccontati da Roberto Grandi e degli archetipi nella fotografia analizzati da Federica Muzzarelli. Nella seconda parte viene sviluppato un percorso iconografico e comunicativo sulla donna, che inizia con l’archeologia dell’immagine e arriva al linguaggio fotografico, sociale e pubblicitario dei nostri giorni.
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01 gennaio 2017

Warhol, serigrafo fuori registro

Tra iperbolici echi mediatici di un mercato a tutto mondo, la mostra su Warhol e la Pop Society, al Palazzo Ducale di Genova sino al 26 febbraio 2017 non possiamo perderla, se vogliamo capire perché il nostro tempo è potentemente amorfo, superbamente potente.
La pop art è stata la pandemia del multiplo stonato che ci ha trascinato nel magma delirante del barocchetto digitale, genialmente compresso nel nostro deambulare quotidiano.
Obesità da pixel puntinato, retinato, bulimia molto americana, troppo.
Andrew Warhola nasce il 6 agosto 1928 a Pittsburgh. Si farà chiamare Andy Warhol: un intellettuale, un artista, uno scrittore, fotografo o cineasta o, soltanto, scaltro businessman o, forse, anche cattivo serigrafo che inciampa su un fuori registro - normali fogli di scarto in ogni stamperia - e sa trovare il pozzo di petrolio?
Su Andy l'artista, una luce l'accende la giovane famiglia Trump, con un Donald così difficile e poco emulsionante verso lui da meritarsi l'aggettivo di persona "ordinaria", e si pensi che soltanto alcuni mesi prima, nell'estate dell'81 in uno dei suoi accerchiamenti allo establishment ricco e famoso verso il quale il suo magazine Interview fungeva da testa di cuoio, Warhol definiva il biondo miliardario un bell'uomo.
Andy aveva lavorato molto producendo diversi "dipinti" nei toni del nero e dell'argento dedicati alla Trump Tower, pensati per il suo ingresso, ma i Trump ne restarono perplessi, la moglie inoltre ne fu contrariata perché i colori non si intonavano alle tappezzerie. Rimedierà, in seguito, ma non sappiamo con quanta efficacia, cercandosi le mazzette dei colori.
Andy era convinto che i Trump avrebbero capito l'importanza della sua opera d'arte dedicata al loro grattacielo-tempio tanto da dedicargli la copertina del catalogo. Sembrava una grande idea, ma solo per Andy.
Questo è il senso che si rileva sfiorando appena quella che a mio avviso è l'opera più originale di Andy, i Diari (Istituto Geografico De Agostini, 1989),  purtroppo molto poco celebrati forse perché la parte umanata è la parte vera, quella che si spinge oltre i ricchi e famosi, vip e arrivisti. Ci sono anche "checche, lesbiche e amfetamine", party e vernissage starlet, giovani artisti talentuosi, una cronaca della sua Factory argentata nella 47a e dell'America esaltante e al contempo deprimente sino alla terribilità di un colpo di pistola che quasi lo imbuca per il Creatore, esploso - si racconta - da una "lesbica pazza" che frequentava la Factory per via dei suoi film underground.
E qui, si sente il bisogno di rifugiarsi nella velocità delle arti descritte dal Vasari (inutile scomodare il Bellori, troppo colto) in cui troviamo quella densità oracolare che ci restituisce il sentiero per uscire dal buco nero dell'arte meccanica, impenetrabile e straziata, che a partire dagli anni sessanta ha mutato la società, come si osserva  anche nelle intenzioni della mostra, curata da Luca Beatrice.

"Ma se la scrittura per essere in-colta e così naturale com'io favello, non è degna de lo orecchio di Vostra Eccellenzia, scusimi, che la penna d'un disegnatore non ha forza di linearli e d'ombreggiarli; si degni di gradire la mia semplice fatica, considerando che la necessità di procacciarmi i bisogni della vita non mi ha concesso che io mi eserciti con altro mai che col pennello."

Teste, ritratti, mezze figure, accondiscendenti oppure su commissione, grandi sarti, industriali, cantanti pronti ad autoacquistarsi, superstar  e miti capaci di sedurre il mercato, Greta, Mao, la Gioconda, Nicholson, Liz, Fiorucci, Armani, Versace, Travolta, Dylan, Elvis e, naturalmente, il nostro Agnelli.
Poi simboli di ogni genere, commerciali, sociali, politici, pubblicitarie, sedie elettriche, falci e martelli, Coca Cola, dollari. Una produzione industriale di serigrafie in cui l'artista lasciava intendere troppe cose, persino un senso politico, impegnato, ma che è palesemente assente.
Di certo sappiamo che la sua firma apposta su un lavoro a stampa serigrafica, generata dalla fotomeccanica, supera strepitosamente, spudoratamente, di molto, di moltissimo il mercato di un Durer, di un Rembrandt o di un Goya che sublimemente disegnavano e incidevano direttamente sulla lastra di metallo la loro unica e fragile matrice.
E qui ricordiamo Benjamin secondo cui la riproducibilità deve fare i conti con ciò che si definisce l'aura dell'opera d'arte. Qualcosa di irreperibile, presente nelle opere del passato, un valore che ne garantiva l'autenticità, proveniente da interventi tecnici non imitabili. L'opera limitata a pochi, che manteneva integro il suo valore per tutta la comunità e mai percepita come facsimile da ognuno.
Fenomeno elettronico di massa, invece, che zampilla dai nostri pori.
Non che il nostro biondo scapigliato fosse privo di competenze artistiche, si deduce anche dalle sue illustrazioni nei libri in mostra.
Le sue polaroid - notevoli, in mostra - venivano riprodotte su acetato e per essere compiacente con la committenza lavorava di fotoritocco, aggraziava nasi, occhi, bocca, collo, l'immagine veniva poi ingrandita a 40 x 40 cm e quindi si procedeva alla serigrafia, si creava la mascheratura per la selezione dei colori: bocca, occhi, cravatte, giacche, contorni. Tutto veniva serigrafato in sovrapposizione alla foto oppure in fuori registro.
Questo era il tocco stregato che dava ai multipli di Andy specificità e folgorazione. In arte, tutto può accadere: se osserviamo gli artisti contemporanei più celebrati e le loro trovate, allora sì che Andy è un gigante. Gauguin sosteneva che le idee superano la tecnica e Warhol le idee le aveva, soprattutto su come gestire la sua rete di relazioni che arrivava molto in alto, su, su, sino ai Kennedy e al presidente degli States, Carter.
Pat Hackett, studentessa universitaria, cronista della Factory, avrebbe meritato il Pulitzer Prize for Fiction per aver reso possibile i Diari, tratti da ventimila pagine di appunti. Tutte le mattine ascoltava per ore il resoconto del giorno prima, incontri, amici, feste, spese, incassi. Andy teneva conto persino delle telefonate ed era felice quando poteva usare il telefono degli altri. Pat non riceveva paga, forse il rimborso del bus, ma non è certo. Trascriveva, correggeva, migliorava il discorso. Andy detta i suoi Diari dalla fine del settantasei sino alla sua morte, il 22 febbraio 1987, per problemi alla cistifellea.


"Ora che la fortuna mi promette pur tanto di favore, che con più commodità e con più lode mia e con più satisfazione altrui potrò forse così col pennello come anco con la penna spiegare al mondo i concetti miei qualunque si siano."
Francesco Pirella



*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova. 

04 ottobre 2014

Frida Khalo e Diego Rivera: una mostra bella e rivoluzionaria



Diego e Frida 1934 (Martin Munkacsi)

Un braccio teso muove il pennello, posa il colore sulla tela bianca, gli occhi guardano lo specchio: ecco il volto, lo sguardo, ricambiato, restituito, faccia a faccia, è qui, adesso, speculare, nella stanza, insieme con il suo reale impalpabile. Tutto il resto del mondo è svanito.
I colori esistono nella loro purità, con essi il ritratto danza, grida, cerca. Deve pur esserci un'altra esistenza. La fatica che pare spingersi sull'orlo di un precipizio non è per riprodurre l'originale ma atomi, atomi con i colori dell'iride. Il mondo è fatto di atomi per la sfera dell'esistere, e questo Frida lo sapeva.
Frida Khalo
Muore, appassionata, la notte del 13 luglio 1954. Aveva 47 anni. Quella notte la Llorona, donna piangente della canzone popolare, cantò più forte che mai e in molti a Coyoacàn, il suo paese messicano, udirono il pianto disperato. Cantava il martirio di lei trafitta da un tubo di ferro, cantava i suoi amori: il marito Diego Rivera, gli amanti e le amanti. Cantava la sua arte, libera. Un'antenna sulla verità del dolore e della bellezza, fin troppo terrena, delle donne. Intensa, quanto il suo amore per Diego.
Aveva 18 anni quando avvenne il drammatico incidente sul tram. Dopo aver frantumato in più punti la spina dorsale, il ferro, sdegnoso della sua libertà, squarciò la sua vagina e i suoi trampoli per correre alla vita. Si lasciò la giovinezza alle spalle, fu un attimo. L'anamnesi di Frida Khalo parla anche di fratture alla pelvi, al piede destro, al gomito sinistro. Per lunghi mesi chiusa nel suo stampo di gesso. Non potrà avere una vita normale, mai. Stanchezza, dolori alla colonna, alla gamba destra e innumerevoli complicazioni la accompagneranno tutta la breve vita (l'atrofia alla gamba in seguito amputata, ritrae i tendini, una considerevole scoliosi, un'ulcera trofica al piede destro). Tutto rende difficile la deambulazione, i movimenti.
Ospedali, il tormento del dolore. La colonna legata da una placca di metallo lunga 15 cm. La gamba le si accorcia e si rende necessario livellare la scarpa. Anche il busto sarà in acciaio e senza quel sostegno, non sopportabile, non si regge in piedi.
Frida Khalo sapeva dipingere e sapeva pensare. Può essere che Diego non resistette alla pennellata correttiva sul lavoro di Frida, ma furono gesti di tenerezza e come tali la sposa li accettò, ancora per amore. Ne poteva fare a meno, non aggiungeranno null'altro che amore sulle tele di Frida.
Il suo curriculum artistico è la sua cartella clinica. Qui si capisce che il confronto con certi celebrati colleghi del tempo, Diego incluso, non regge. Non fosse altro, con rispetto parlando, perché posare il loro deretano davanti al cavalletto e produrre, produrre, come il mercato impone, era del tutto naturale. Per Frida no. Ogni atto era accompagnato da una disperata speranza di farcela. Trascorrere lunghe e lunghe ore ad aggiustare nasi e bocche, ad avvicinare occhi, ad alzare orecchie, accademicamente, si intende, era come vincere i 100 metri a ostacoli.

Nel carrozzone dell'arte e delle mostre acclamate per la pubblica visione, quella dedicata a Frida Khalo e a Diego Rivera, risulta rivoluzionaria: è seria, è bella.Ideata da MondoMostre Skira insieme a Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, per il Comune di Genova. La curatrice Helga Prignitz-Poda, la pronipote di Frida, Cristina Khalo, la figlia di Diego, Guadalupe Riverae il nipote Juan Coronel Rivera, autorità messicane hanno voluto accompagnare Frida e Diego, artisti, immensi, sino a Genova, portarci i loro atomi con i colori dell'iride, esposti sino all'otto febbraio 2015. Sono innumerevoli i capolavori, i dipinti e i disegni, le fotografie. Tutto in mostra a Genova, nel medioevale Palazzo Ducale.
Francesco Pirella


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16 ottobre 2013

Arte migrante

Vite in transito
Adrian Paci
In mostra dal 5 ottobre 2013 sino al 6 gennaio 2014 al PAC di Milano le opere dell'artista-profugo albanese.

Dal 5 ottobre 2013 è in mostra, presso il PAC, la retrospettiva di Adrian Paci. Paci è un'artista albanese che sbarcò, da profugo, a Bari nel 1991 e si stabilì a Milano nel 1997.
La rassegna dei suoi lavori artistici, dal titolo Vite in transito, è un omaggio alla condizione del migrante. L'argomento, messo spesso in relazione alla clandestinità, è all'ordine del giorno come ospite di talk show televisivi, spina nel fianco di politicanti professionisti, protagonista dei media di ogni sorta. La causa scatenante del trambusto mediatico risiede nella tragica morte di centinaia di persone al largo di Lampedusa. Migranti o clandestini? Uomini.
In giorni in cui si discute di emendamento sul reato di clandestinità e si dibatte sull'accoglienza, il salotto più adeguato per una riflessione in merito, potrebbe essere la mostra di Adrian Paci. La mente creativa rende protagonista assoluto l'uomo come viaggiatore errante, il quale, in virtù della speranza e dell'immaginazione, corre a briglia sciolta verso meravigliosi orizzonti. Immaginati, certo, ma pur sempre meravigliosi.La mostra è occasione per l'artista di raccontare una storia, quella dei flussi migratori, impregnati della sua personalissima esperienza. Adrian Paci stesso ha dichiarato ad un editoriale on line: “Ho deciso di mescolare la mia esperienza con la mia arte” e ancora: “Il discorso si amplifica e si estende ad una condizione che riguarda tutti; vuol dire per ciascuno di noi appartenere ad un contesto. Con questi lavori racconto lo sforzo della quotidianità a individuare, anche altrove, questo rifugio”.
La verità. La storia è fatta di migrazioni. L'uomo è un nomade da sempre, ma bisognoso di trovare una sua dimensione, se pur piccola, ovunque si trovi. Chi sono dunque i migranti? Chi i clandestini? Lasciamo, per un giorno, le stucchevoli dissertazioni politiche e abbandoniamoci all'unica riflessione coerente e possibile: la ragione dell'arte.
Flavia Torretta
 
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26 febbraio 2013

Se l'arte è provocazione


“Sono convinto che la realtà sia più provocatoria della mia arte. Se pensate che la mia opera sia molto provocatoria, allora significa che la realtà è estremamente provocatoria”  - Maurizio Cattelan

Nell'arte contemporanea uno dei personaggi che si è contraddistinto per la sua emblematica personalità e irriverenza artistica è Maurizio Cattelan, padovano, classe 1960, uno dei pochi artisti italiani che è riuscito a raggiungere la notorietà a livello internazionale. Tutti i suoi lavori ruotano intorno al potere delle immagini, dell’informazione e alla loro ambiguità; egli decontestualizza situazioni ed oggetti, trasmettendo semplicemente la tragicomica complessità della banalità odierna, trasformando le proprie debolezze e quelle dell'essere umano in arte, deridendo e insultando tutto ciò che ci circonda. Attraverso le sue opere siamo portati a riflettere.
Nel 1992 si trasferisce a New York e per 20 anni, farà la spola tra Milano e New York partecipando con i propri lavori alle Biennali, alle mostre, legandosi ai galleristi e ai critici più in voga, attraverso le proprie opere artistiche è riuscito a esprimere il mondo reale e i paradossi della società contemporanea che condividiamo quotidianamente suscitando ogni volta scandalo, irritazione, simpatia, sgomento.
Ricordiamo come per il suo debutto a New York con “Warning! Enter at your own risk. Do not touch, do not feed, no smoking, no photographs, no dogs, thank you”, installa un lampadario con al di sotto un asino vivo, emblema riconosciuto di ottusità per rappresentare al meglio la sua posizione nel mondo dell’arte.
L’artista padovano si prende gioco di tutti, addirittura dei principali personaggi che hanno segnato, la storia di questo secolo costruendo delle opere sui limiti e sugli abusi di potere: John Fitzgerald Kennedy, Papa Giovanni Paolo II, Adolph Hitler. I suoi messaggi non devono essere univoci ma ambigui e confusionari. Il Potere mediatico, culturale, sociale si intersecano: rendere pieno il vuoto e sacro il nulla, la visibilità nell'arte contraddistingue il nostro tempo.
Jenniffer Flores Guevara

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06 febbraio 2013

Una vetrina per tutti gli artisti



"Siamo aperti all’arte, nelle sue più svariate sfaccettature.
L’arte non conosce confini. Regionali, nazionali o ch’è che siano."


Esordisce uno dei tanti che al Palazzo Ducale di Genova collabora con la Fondazione per la cultura. Luca Borzani ne è presidente e Pietro Da Passano direttore.
Presso le eleganti stanze del Palazzo Ducale, storicamente la residenza del Doge, prima della proclamazione della Repubblica Ligure, e adesso adibite a museo, vengono allestite le mostre più disparate. Dal 5 ottobre si può ammirare Mirò, dal 18 dello stesso mese e fino al 24 febbraio, si tiene la mostra fotografica , dal titolo "Viaggio intorno all’uomo" di Steve Mc Curry, il celebre fotoreporter statunitense, conosciuto principalmente per la fotografia Ragazza afgana, pubblicata come copertina del National Geographic Magazine di giugno 1985, divenuta la più nota uscita della rivista. La foto dell’orfana dodicenne, scattata in un campo profughi, divenne una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta.
Ma il repertorio non si esaurisce qui. Contemporaneamente, nelle stanze più piccole, si tengono svariate altre mostre.
La cosa più interessante, tuttavia, è la scoperta della Sala Dogana che raccoglie le Giovani Idee in transito. È uno spazio dedicato alla creatività giovane per la produzione culturale emergente, la sperimentazione, lo sviluppo di nuove tendenze e la contaminazione dei linguaggi. L’organizzazione è più che perfetta, basti pensare che da novembre 2010 si sono tenuti 8 eventi, ospitati 58 artisti, con più di 5000 presenze, in un susseguirsi vertiginoso di mostre, workshop, incontri, proiezioni, istallazioni, spettacoli e performance. La possibilità di partecipare è aperta a tutti, basta collegarsi al sito internet, alla pagina ufficiale di fb "Sala Dogana Genova" o mandando una mail all'indirizzo sala dogana@comune.genova.it
 Tra l'altro, il presidente Luca Borzani a furia di presentare e leggere libri, ne ha scritto uno tutto suo, dal titolo "La guerra di mio padre", che presenterà giovedì 7 febbraio, ore 17.30, presso la Sala di Rappresentanza di Palazzo Tursi a Genova (via Garibaldi 9).
Con l'autore, intervengono Marco Doria, Vittorio Coletti, Silvio Ferrari,Giuliano Galletta, Antonio Gibelli. L’oggetto di questo libro è la storia di un prigioniero di guerra italiano, raccontata, però, nella più ampia prospettiva di quella che fu una vera e propria guerra civile.
Luca Borzani è prima di tutto uno storico, e lo sguardo è quello dello storico, che spiega quello che succede in un determinato contesto e sulla base di documenti e di fonti. Parte dalle lettere e del diario del padre Giovanni, integrandoli con documenti, lettere e diari di altri, tra i quali, sia per lo stile, sia per l’immancabile ironia, spicca quello di Giovanni Guareschi.
Melania Scrofani

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04 agosto 2012

In libreria

Irene Brin 1911-1969
Claudia Fusani
Mille Mariù. Vita di Irene Brin
(Prefazione di Concita De Gregorio)
Roma, Castelvecchi, 2012, 278 pp.
Descrizione
Irene Brin ha inventato un nuovo linguaggio, capovolto il punto di vista sulla realtà, rotto gli schemi linguistici e narrativi della cronaca giornalistica in un Paese, l'Italia del Ventennio fascista, in cui la donna doveva rispettare il modello predefinito di moglie-madre-regina. Coraggiosa, snob forse, inquieta, insolente, autodidatta, bellissima, dispotica, insuperabile commerciante, sognatrice, autrice di parole che si trasformano in ritratti fotografici, nemica dell'ipocrisia e del perbenismo. La biografia di Irene Brin, nom de piume di Maria Vittoria Rossi - che è stata anche Marlene, Mariù, Contessa Clara e decine di altri nomi e altrettanti personaggi - è un viaggio inedito e pieno di sorprese nel secolo scorso. La vediamo in Liguria ragazzina, figlia di un generale e di una viennese ebrea che le insegna cinque lingue, la sottrae dalla scuola fascista e non la ferma quando mette piede nella redazione tutta piombo e uomini de "Il Lavoro". Poi Roma, il matrimonio con Gaspero, la vita quotidiana con Leo Longanesi e il dietro le quinte della redazione di "Omnibus". Irene inviata di guerra al seguito del marito. Una vita, mille vite: il dopoguerra, la povertà, la scoperta della moda e del made in Italy. Le avanguardie artistiche che giungono da tutta Europa e dal nuovo mondo alla galleria L'Obelisco di via Sistina. Il cinema e il rapporto con Audrey Hepburn e Gregory Peck nelle pause di Vacanze romane.
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17 maggio 2012

L'incontro tra Letteratura e Arte

Professione: giornalista di cronaca nera.
Stato d’animo: dello stesso colore della cronaca.
Una carta d’identità inusuale ma che descrive in modo netto i tratti principali della personalità di Mara, la protagonista del libro La distanza necessaria scritto da Emilia Marasco, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e di Scrittura Creativa all’Accademia Ligustica di Belle Arti.
A dispetto di quanto è stato detto, il vero protagonista della storia non è un personaggio, e dunque non è propriamente Mara.
Vero centro del libro è un quadro. Christina’s world è forse il dipinto più famoso del celebre pittore americano Andrew Wyeth.
Quante volte un quadro rapisce la nostra attenzione più di altri, magari molto più belli ma che non hanno quella strana magia capace di catturare l’attenzione? Mara subisce il fascino di quella tela, vista per caso ad una mostra alla quale sino all’ultimo aveva avuto poca voglia di andare. Sarà l’amico pittore a convincerla e a donarle senza volere (o forse sì) il regalo più bello che Mara potesse ricevere: il tempo per trovare sé stessa.
Completamente rapita da quell’immagine che non vuole svanire davanti ai suoi occhi, Mara decide di approfondire la storia di quella giovane ragazza dipinta mentre, seduta su un prato, sembra tendere con tutte le forze verso la casa di fronte. Inizia, così, un duplice viaggio fisico e mentale. Mara si dirige nel Maine dove decide di restare per una anno intero, per rivivere la storia di Christina, soggetto del quadro, e capire cosa rappresentassero in realtà quel luogo e quella casa, riprodotti dal pittore.
Cosa si cela dietro quell’immagine? Mara riuscirà a trovare il pittore? Ma soprattutto, Mara, troverà sé stessa? Tanti interrogativi a cui l’autrice risponde, in un susseguirsi di capitoli strutturati, a loro volta, come piccoli quadri.
Emilia Marasco riesce a mostrarci il Maine, le persone del posto e le sensazioni con gli occhi della protagonista. Come se anche noi potessimo immergerci nelle pagine del libro, quasi come Mara è “entrata” nel quadro. La distanza necessaria a Mara per guardare il quadro sarà la stessa che le servirà a guardare la vita. Una distanza che per noi lettori nei confronti della storia, si riduce pagina dopo pagina.
Sara Azza

Emilia Marasco
La distanza necessaria
Genova, Il Canneto, 2012, 142 p.

23 gennaio 2012

...Azzurro, grigio e verde: Raffaella Marinacci....

Un alone di luce fioca attraversa, come d’incanto, le tapparelle semisocchiuse del suo studio, illuminandole il volto per un preciso istante…. un quadro. Il sorriso dietro la tela, il suo odore inconfondibile di acquaragia: questa era Raffaella Marinacci, in arte Lella Ciccone, una tavolozza sempre in mano, i pennelli ordinati e il cavalletto a vista, la sua pennellata distinta e riposante.
Lella nasce ad Avezzano il 6 agosto 1920, ultimogenita di 4 figli. Il padre, Luigi Marinacci, è uno dei tre capofabbrica dello Zuccherificio di Avezzano. La mamma di Raffaella, Giulia Galletti, muore di tifo qualche settimana dopo averla data alla luce. Raffaella, incomincia a prendere in mano i pennelli fin da piccola, e nonostante non riesca a seguire gli studi che avrebbero desiderato fare, inizia a disegnare e a dipingere, esercitandosi per anni e anni nella copia delle opere di altri artisti. All’età di 18 anni copia una natura morta ottocentesca molto bella, unica tela della sua giovinezza che viene conservata.
Dopo essersi sposata interrompe la pittura per qualche anno, riprendendola dal 1955, per non abbandonarla mai più. E’ in questa epoca che inizia a produrre dal vero tutto ciò che la colpisce: “fiori in vaso”, “tavola con pesci”, “riva del mare con stelle marine”, “ricci e gambero”, “tavolo con selvaggina”, sono alcune delle sue prime opere. Dal 1960 vive con la famiglia a Treviso, dove il ricco paesaggio veneto di verde e di acque la ispira a produrre paesaggi, case, viali alberati, marine veneziane. Numerosi sono anche gli interni con figure. Trasferitasi con la famiglia a Padova nel 1972, inizia a viaggiare e a trarre ispirazione dai paesaggi di regioni italiane del sud e della Liguria. Nel 1979 consegue il Certificato di Studio dell’Accademia di Roma in “Storia e tecnica del disegno e delle arti grafiche”. Studia la tecnica del nudo e l’arte dell’incisione, iniziando a produrli. In quel periodo è massimala sua partecipazione a mostre e concorsi. Con uno di questi nudi vince nel 1979 il primo premio assoluto di corrente al Concorso Nazionale Gran Premio Veneto che si svolge a Vicenza.
La sua pennellata è carica di calde e dense tonalità di una tradizione figurativa paesaggistica, che oltre alle nature morte, ai fiori e agli scorci urbani, si esprime nelle intense vedute di Venezia e della riviera ligure, palpitanti di colori caldi e di luce, nonché di una grande carica emotiva.
L’immagine in questi casi porge contorni quasi magici e al classicismo elegante si innesta una vivace sintassi impressionistica. L’eleganza formale, la preziosità cromatica e il sapiente gioco dei riverberi luministici in lei non sono mai in termini di un freddo descrittivismo accademico ma spesso connaturati ad una sincera sensibilità poetica ed emozionale, ad una ispirazione spontanea, ad una serena affabilità umana e sentimentale. Azzurro, grigio e verde: nei suoi oli possiamo ammirare lo spettacolo incantevole di paesaggi luminosi come il Brenta, Asolo e dintorni, dove Lella Ciccone rivela l’amore per la semplice ma vera poesia utilizzando un linguaggio pittorico intriso di un fascino e una sensibilità fuori dal comune. Ogni sua opera è frutto di una elaborazione impegnata e costante, un’innata purezza tecnica e concettuale da cui nasce un quadro pulito, sereno, non privo di malizia, ma dolce, leggero ed elegante. La disinvoltura del tocco, la vivacità della tavolozza e l’aderenza alla realtà sono un’ esigenza spirituale del profondo animo della pittrice che dimostra, con evidenza, il suo profondo anelito a realizzare un mondo sereno, pacato,libero.
Alla prematura età di 74 anni, un male oscuro offusca la luminosità dei suoi occhi e spegne la dolcezza del suo sorriso, ma fallisce nell’intento di portare via con sé quel frammento della sua interiorità, riconducibile a una foto, un ricordo, un’immagine o meglio un quadro … cantore dell’anima, rapsodo di una speranza immortale. Era mia nonna.
Stefano Ciccone

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20 dicembre 2011

Tra arte ed economia

 

Palazzo del Melograno

Per il turista che arrivasse a Genova, indifferentemente per mare o per terra, potrebbe risultare difficile comprendere la ricchezza culturale, ed in particolare artistica, che caratterizza la nostra città: Genova è come il vecchio Arpagone, tutto chiuso in se stesso nel tentativo di nascondere i propri tesori allo sguardo estraneo. E’ difficile squarciare un velo così spesso di diffidenza ed è probabile, immagino, che per molti forestieri la ricerca si areni presto in un sommesso: “ Niente di speciale”. Noi sappiamo, o dovremmo sapere, come individui che vivono la città giorno per giorno e ne interpretano i sospiri, ne assecondano i lamenti e ne asciugano il sudore, quanta luce ci sia tra i vicoli del Centro Storico e quanto colore si nasconda dentro i portoni dei palazzi; il vociare incessante di lingue diverse eppure tutte profondamente legate in un abbraccio multietnico, rivela agli occhi, ed ancor più al cuore, la natura complessa di questa città, riflesso delle mille sfaccettature dell’animo umano.
In un tale crogiuolo di esperienze e di stratificazioni provenienti da epoche differenti, tra contraddizioni che si mescolano ed inebriano i sensi, il quadro d’insieme è articolato ma pur sempre armonioso. Passeggiando per gli stretti carruggi, in una domenica di dicembre già intrisa di Natale, non posso fare a meno di pensare alla vocazione commerciale di questa mia città, allo splendore ormai in parte perduto. E nella ricerca di regali, che anche per oggi non riuscirò a trovare, finisco in Piazza Campetto ed entro in un negozio della Upim. Non so perché, ma già un attimo prima di varcare la soglia provo una strana sensazione, quasi un senso di sospensione tra due mondi, tra due tempi che non dovrebbero incontrarsi. Abbacinato da una luce forte che sembra voler mettere a nudo ogni mio pensiero, resto un attimo immobile anche per potermi abituare allo sbalzo termico insostenibile. Respiro, resisto all’istinto di voltarmi e immergermi nuovamente nell’anonimato di mille viuzze e comincio ad ambientarmi. No, un attimo: queste colonne cosa ci fanno qui? Da quando i centri commerciali hanno adottato uno stile simile? Non c’è bisogno di un’indagine troppo accurata per conoscere i fatti: nel 2004 Upim decide di ristrutturare il negozio che occupa il Palazzo del Melograno. Il risultato è questo intreccio un po’ bizzarro ma non per questo meno interessante. Al piano terra, in fondo alla grande sala su cui dà l’ingresso, si può scorgere facilmente una Fontana con statua di Ercole che abbatte l’Idra. L’autore è Filippo Parodi, scultore italiano del periodo Barocco, nato a Genova nel 1630 e morto nel 1702 e noto soprattutto per le sue sculture in marmo. E la vista di questo Ercole, maestoso ed equilibrato allo stesso tempo, ne spiega immediatamente il motivo. L’aspetto più interessante, grottesco forse visto il posto in cui mi trovo, è che, contrariamente a quanto avvenne in pittura, Filippo Parodi fu l’unico artista genovese di quel periodo che si distinse nel campo della scultura. All’epoca, infatti, a Genova operavano soprattutto scultori lombardi. Giusto, quindi, riservargli un posto speciale. Ma non è tutto: basta salire le scale, piuttosto ampie affinchè non si dimentichi di trovarsi in un palazzo antico, e giunti al primo piano, rivolgendo lo sguardo sulla sinistra, si resta senza fiato nell’ammirare una Madonna della Misericordia di Savona che appare al beato Botta. Pare che, durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio, in un maschio murario sia stato scoperto questo capolavoro, contenuto in una nicchia completamente decorata.
Non capisco se sopraffatto dall’emozione o se in preda ad un inaspettato delirio ma, senza neanche accorgermene, mi ritrovo a selezionare alcuni capi di abbigliamento in mezzo al negozio. E, dopo un attimo, mi infilo in un camerino. Ma anche qui dentro la febbre consumistica viene inesorabilmente turbata: e così mi ritrovo, in mutande e scalzo, a fissare con sguardo ebete un soffitto affrescato come se fossi all’aperto, nel cuore della notte, sotto un cielo stellato. Qualcosa mi suggerisce che per questa domenica la mia sete e la mia fame sono state ampiamente soddisfatte ma che, sfortunatamente per l’economia del mio Paese, non spenderò neanche un soldo. Mi rivesto, il sorriso di un demente ancora ben stampato sul volto, e me ne torno a casa, forse un po’ frastornato ma altrettanto convinto di vivere in una città che, nel bene o nel male, non ha eguali.
Michele Archinà
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19 dicembre 2011

Natale a Genova

Anche quest'anno si svolge a Genova il Circumnavigando Festival, una manifestazione di teatro di strada organizzata in collaborazione con la mostra "I saltimbanchi di Picasso: figure in mostra tra il sogno e la realtà" (dal 16 dicembre al 29 gennaio a Palazzo Ducale). Per l'occasione, nelle giornate dal 16 al 18 dicembre numerosi artisti, non solo italiani ma provenienti anche dalla Francia e dall'Inghilterra, si sono esibiti come clown, giocolieri e trapezisti, proprio accanto alle sale che accolgono la mostra. La cornice suggestiva è diventata magica grazie a questa combinazione fra pittura e teatro di strada, con forti richiami al poetico mondo del circo. Proprio un tendone, presso il Porto Vecchio, verrà allestito dal 29 dicembre all'8 gennaio a conclusione della manifestazione. L'atmosfera magica del Natale prende vita nel centro della città. Oltre al carattersitico mercatino natalizio allestito davanti al Palazzo, i curiosi hanno avuto la possibilità di immergersi completamente in un'atmosfera affascinante, ricreata sia dai dipinti (15 opere fra acqueforti, incisioni e puntesecche prese in prestito dalla Galleria d'Arte Moderna di Albenga), che dalle esibizioni dei simpatici artisti ospiti. Davanti all'ingresso della mostra si sono esibiti un cuoco eccentrico, un giocoliere russo e la sua stravagante aiutante e altri divertenti personaggi. Ai più fantasiosi è sembrato che i soggetti dei dipinti prendessero vita, diventando magicamente reali grazie a questo incanto natalizio.
Chi non ha avuto la possibilità di assistere agli spettacoli è ancora in grado di recuperare: il 5 gennaio la compagnia Lanchilonghi si esibirà in uno spettacolo di trampolieri e saltimbanchi e il 6, il 7 e l'8 la compagnia Ribolle organizzerà una performace di danza e canto, sullo sfondo di una suggestiva coreografia di stravaganti e multiformi bolle di sapone. Il festival, organizzato dalla compagnia Sarabanda, non è indicato solo per i bambini, ma anche per gli adulti che non hanno perso il gusto di sognare. Almeno per Natale.
Ilaria Bucca

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12 ottobre 2011

In libreria

Critica e recensioni sui quotidiani in Italia e in Europa
a cura di Paolo Serafini
Torino, Allemandi, 2011, 128 pp.

Descrizione
Il volume raccoglie i contributi dei relatori intervenuti agli incontri su Lo stato della critica d’arte sui quotidiani in Italia e in Europa, tenuti all’Università La Sapienza di Roma, ed esamina, proponendo un confronto europeo, l’importanza e il significato del ruolo acquisito dalle pagine di cultura dei quotidiani nel campo storico-artistico, con particolare attenzione al valore culturale, di indirizzo e divulgativo delle recensioni delle mostre, ai rapporti tra la critica d’arte e la recensione, alla continua corsa a vantaggio dell’informazione e a scapito della riflessione.
*segnalato da C.S.
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30 settembre 2011

"Metà tà physikà..."

...ovvero, oltre la natura percepibile dai sensi.
"...si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l'altro lo spettrale o il metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certoi corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possono apparire che sotto la potenza di luci artificiali..." (Giorgio De Chirico).
Una definizione, ma soprattutto un'idea che accomuna artisti come Carrà (di ritorno da una breve ma intensa parentesi futurista), De Pisis, Soffici Morandi, ma specialmente Giorgio De Chirico, e che deriva dal filosofo Aristotele, che con questo termine indicava una realtà che trascende quella conoscibile attraverso i sensi, qualcosa di più immateriale e spirituale.
In un periodo storico pieno d'incertezze quale fu quello della Prima Guerra Mondiale, le persone comuni, coloro che detenevano il potere, coloro che si ribellarono e coloro che acconsentirono senza opposizioni, ma soprattutto coloro che cercarono di dare espressione alle loro emozioni ed ideologie tramite l'arte, ebbero reazioni e menifestazioni contrastanti.
Due esempi su tutti: l'entusiastica adesione del Futurismo, con la sua esaltazione della forza della guerra, della macchina, della velocità e della modernità, contrapposta all'analisi più introspettiva della "Metafisica" di cui De Chirico fu il maggiore esponente.
L'uomo che si prepara a combattere, o a subire, la guerra, è spersonalizzato, non esiste più una figura umana vitale, dinamica, ma solo una pallida ombra, una statua, un inquietanta manichino nelle mani di un destino più grande di loro.
Le radici di questa nuova arte, a tratti pessimistica, si possono individuare nella filosofia storica di Nietzsche e nella solennità della mitologia greca, trasposta in una dimensione angosciosa e ambigua.
Così nascono le "Opere dell'Enigma", dove figure mitologiche come Ulisse scrutano un orizzonte statico, all'ombra di divinità classiche sotto forma di statue, o la serie delle "Piazze d'Italia", caratterizzate da un'architettura classica che tuttavia non permette di comprendere nè il luogo nè il momento in cui ci si trova, e che spesso si mescola ad elementi di modernità come le fabbriche, di cui si scorgono le ciminiere, in um continuo richiamo tra passato e presente.
A livello stilistico, questi concetti vengono resi da De Chirico tramite una costruzione prospettica secondo molteplici punti di fuga incongruenti tra loro, campiture di colore piatte, uniformi, prive di sfumature e chiaroscuri, figure statiche, immobili, fuori dal tempo e dallo spazio.
Analogo discorso vale per le nature morte, dove ai consueti soggetti si aggiungono elementi della classicità greca, come maschere o parti di statue.
L'arte diventa lo spazio di una rappresentazione mentale, di una dimensione interiore pervasa dall'angoscia dell'indefinito, dal dubbio che dilania l'uomo di fronte alla prospettiva della guerra.
A livello emotivo, analoghe sensazioni vengono suscitate in me dall'arte di un altro pittore del '900, Francis Bacon. Artista non riconducibile a nessuna corrente artistica, espresse anch'egli l'angoscia dell'uomo, ma questa volta dopo la sconvolgente esperienza della Seconda Guerra Mondiale.
Il suo mezzo espressivo è nel contrasto tra sfondi dal colore piatto, ordinato, e soggetti, principalmente figure umane, trasfigurati, resi attraverso grumi di colore denso steso in maniera brutale.
I suoi soggetti vengono rappresentati in momenti quotidiani, spesso intimi, come l'uomo in bagno mentre vomita, segnali di un disagio fisico e psicologico. La brutalità delle cose, dela vita, è resa anche nella dimensione religiosa: l'iconografia sacra è deformata da figure mostruose e starvolte dal dolore, addirittura i suoi ritratti di Pontefici hanno un aspetto disperato e straziato, talvolta ispirati da fotogrammi della "Corazzata Potemkin" di Eizenstein (1926).
Questi pittori credo siano un ottimo paradigma per comprendere come l'arte sia una delle forme più efficaci per comprendere ed esprimere i cambiamenti di un secolo intenso come il '900, e come questi abbiano influito in maniera spesso negativa e sconvolgente sulla psiche e sull'animo umano.
Arianna Borgoglio

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16 marzo 2009

Jr l' "artiviste"

Jr, 25 anni, francese, si autodefinisce “artiviste”, un misto tra artista e attivista e da quando, nel 2000, ha trovato una macchina fotografica sul marciapiede della metro di Parigi, non ha più smesso di fotografare ma, soprattutto, di utilizzare la fotografia come mezzo di comunicazione privilegiata con coloro che non sono i visitatori abituali dei musei e sono ben distanti dal circuito delle gallerie d’arte. Da Los Angeles a Berlino, Jr comincia ad esporre illegalmente per le strade, che considera come la sua personale galleria d’arte. Le sue gigantografie entrano dirette nello spettro visivo dei passanti, e, quasi con arroganza, obbligano lo spettatore a guardare il mondo, un pezzetto di mondo, con gli occhi dell’artista.

I suoi lavori più importanti fanno parte del progetto “28 millimetri”; il primo prende forma nel 2004, quando si stabilisce nei quartieri Des Bosquets (Monfermeil) e la Forestière (Clichè-sous-Bois) per ritrarre i giovani del posto. Questi “Portrait d’une gènèration” (così verrà definita la sua raccolta) saranno poi stampati in formato gigante ed affissi, per strada ovviamente, nei vecchi quartieri popolari di Parigi est. Con la seconda tappa del progetto “28 millimetri” si verrà a realizzare la più grande esposizione illegale al mondo. Con “Face2Face”, ritratti di israeliani e palestinesi vengono affissi faccia a faccia, appunto, in formati giganteschi in otto città d’Israele e della Palestina e anche sul grande Muro. Con questo progetto Jr valica i confini dell’impossibile, con ironia e coraggio mette a confronto due popolazioni che da decenni sono in guerra tra loro e si addentra nel cuore delle città che vivono quotidianamente il sanguinoso conflitto. La terza tappa del progetto, che ancora deve completarsi, prende il nome di “Woman Are Heroes” e fino ad ora a portato Jr in Africa, più precisamente in Kenya, Sudan, Sierra Leone e Liberia. Tutte zone devastate da terribili guerre civili. Con i suoi scatti Jr vuole ridare dignità e forza a queste donne. Le fotografie sono già state esposte, nei luoghi più disparati, in Sierra Leone e Liberia, ma anche a Bruxelles e prossimamente a Londra e a Parigi, con il preciso obiettivo di sensibilizzare la popolazione europea sulla condizione di queste donne e favorire la connessione, attraverso l’arte, di due mondi spesso troppo lontani.

Jr con le sue fotografie ricopre i muri delle abitazioni, vecchie strade in disuso, piscine vuote, treni, autobus … qualsiasi cosa purché sia alla portata di tutti, per dare modo a tutti di poterle osservare, per ridare a tutti il diritto di esprimersi, di avere una propria opinione del mondo e di gridarla, di mostrarla. Fuori, in strada, dove sono i suoi soggetti, dove ribolle la vita, dove vi sono storie vere di persone vere.

Chiara Ravano

Per saperne di più: http://www.jr-art.net/

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