Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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23 settembre 2024

Italia 1928 Incontro con la dittatura

"Poiché, ancor più diffidente del lettore dei Paesi democratici è naturalmente quello dei paesi dittatoriali. Mentre il lettore generalmente diffida del “troppo” della notizia, quello italiano cerca dietro il “troppo poco” ancora uno spazio nascosto. Egli cerca “tra le righe”. La lettura del giornale diventa un’attività molto faticosa. Alla mia domanda ad amici che leggono il giornale: “Cosa c’è scritto?”, arrivava quasi regolarmente la risposta: “Chieda piuttosto cosa non c’è scritto!

Joseph Roth

Joseph Roth, La quarta Italia, Roma, Castelvecchi 2013   (reportage del 1928 pubblicato sul quotidiano "Frankfurter Zeitung").

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20 marzo 2023

In libreria


Bianca Gaudenzi
Fascismi in vetrina.
Pubblicità e modelli di consumo nel Ventennio e nel Terzo Reich
Viella editore, Roma, 2023, pp. 324.
Descrizione
L’abile uso dei media e della propaganda rappresenta una delle caratteristiche più evidenti dell’era fascista e nazista. Finora la storiografia si è concentrata prevalentemente sul lato politico di questa storia, tralasciando la cosiddetta «propaganda commerciale», la pubblicità, che nell’arco degli anni Trenta venne a costituire uno degli elementi chiave della strategia del consenso di entrambi i regimi. Attraverso un misto di terrore e seduzione, i totalitarismi reclutarono ampi settori dell’industria pubblicitaria per fabbricare una visione distintamente fascista di (futura) prosperità da proiettare sulle masse di aspiranti consumatrici e consumatori. Basandosi su approfondite ricerche d’archivio in Italia, Germania e negli Stati Uniti, questo studio propone una sostanziale reinterpretazione del rapporto tra fascismi e consumi, sfatando così il mito della natura imprescindibilmente democratica delle società dei consumi. 

Link all' Indice del libro

12 dicembre 2021

In libreria

 Giovanni Mari
La propaganda nell'abisso. Goebbels e il giornale nel bunker
Lindau, Torino, 2021, pp. 296.
Descrizione
Fino a dove può spingersi la propaganda politica? A quali manipolazioni e menzogne può ricorrere per tentare di travolgere l’opinione pubblica? A quale tasso di dissociazione dalla realtà può arrivare la sua narrazione e fino a che punto può distorcere l’obiettivo finale? Se ogni totalitarismo porta la propaganda all’estremo livello di tensione, il regime nazista ne fece un uso assoluto. Prima e dopo la conquista del potere, durante la guerra, e pure nelle sue tragiche battute finali. Nella Berlino in fiamme dell’aprile 1945, assediata dalle truppe dell’Armata Rossa, con il Terzo Reich ridotto a un nodo di strade, la macchina propagandistica di Joseph Goebbels, seppellito nel bunker sotto la Nuova Cancelleria, insiste con il suo canto di veleno. Lo fa attraverso l’ultimo giornale del regime, il «Panzerbär» («l’orso corazzato»), distribuito a mano e gratuitamente, quando ormai tutto è perduto e solo la paranoia di Hitler intravede un futuro diverso. Pubblicato dal 22 al 29 aprile 1945 nella voragine creata dalle granate e in mezzo al frastuono dei carri armati sovietici, racconta una realtà della guerra completamente falsificata, incitando i berlinesi a un’estrema e impossibile resistenza e condannandoli a un infimo e scontato sacrificio. Mari ricostruisce e indaga l’intera vicenda di questo foglio propagandistico per valutarne il significato, il linguaggio, le caratteristiche meramente giornalistiche e il suo impatto sull’opinione pubblica, mettendo sistematicamente a confronto realtà e narrazione. Nel volume sono anche riprodotti per la prima volta tutti gli otto numeri del giornale – compreso il primo, quasi introvabile – e sono pubblicate le traduzioni dei principali articoli. 
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09 giugno 2020

Politica, propaganda e media


La Fabbrica delle verità di Fabio Martini (Venezia, Marsilio Editori, 2017) racconta la storia dell’uso dei mezzi di informazione da parte della politica italiana, a partire da Mussolini fino all'avvento di Grillo. I mezzi di comunicazione si sono evoluti, la tecnologia ha invaso le nostre vite, eppure, dalla carta stampata fino al web (passando da radio e televisione), la capacità di sfruttare i media da sempre rappresenta il mezzo di fare propaganda e di ottenere il consenso.
Martini, firma di tutto rilievo del quotidiano "La Stampa", ripercorre l’alternarsi delle forze politiche nel panorama italiano e ci fornisce per ciascuna di esse (siano di maggioranza o di opposizione) una chiave di lettura sulle leve utilizzate ciclicamente dai leaders per influenzare e manipolare l’opinione pubblica: ottimismo e autopromozione, vilipendio del nemico, paura. 
Il saggio inquadra, per ciascuna fase storica, contesto, fatti, sentiments, mezzi di comunicazione e personaggi chiave, consentendo al lettore di mantenere il filo grazie all'utilizzo accurato di fonti, citazioni ed eventi con cui Martini dispiega il suo racconto. Lo stile è semplice e scorrevole, anche quando il contesto da descrivere risulta particolarmente complesso: il risultato è che anche gli avvenimenti più lontani da chi legge sembrano recenti, come se fosse successo tutto pochi anni fa’. Riesce a suscitare un’attenta riflessione sullo spirito del tempo nel quale viviamo e su quanto la propaganda continui a pervadere l’immaginario collettivo: oggi, rispetto al passato, la pluralità dei mezzi di informazione (da manipolare) e il fattore tempo di una società frenetica come quella contemporanea la fanno da padrone e possono determinare il successo (o l’insuccesso) di un leader politico. 
Non si tratta solo di una cronistoria puntuale: l’autore arricchisce la lettura con una serie di retroscena che suscitano nel lettore l’idea di leggere un romanzo di spie e trame occulte, di burattinai che muovono i fili dell’immaginario collettivo sempre alla costante ricerca di mantenere o ottenere il consenso. E di cui Martini fa nomi e cognomi: da Mussolini a De Gasperi, dal Vaticano a Bernabei, fino a Berlusconi, alla Lega e al Movimento 5 stelle. Ma oggi viviamo nel tempo del “post-truth” (post-verità, parola chiave decretata come parola dell’anno 2016 da Oxford Dictionaries), inclinazione particolarmente viva in Italia ma con esempi eclatanti negli Usa e in GB: il rapporto dell’opinione pubblica con le bugie dei politici indica che i fatti oggettivi esercitano una influenza minore rispetto ai convincimenti e ai sentimenti degli individui. La censura serpeggia comunque, in maniera più o meno esplicita, a volte si trasforma in autocensura perché frutto di una manipolazione più sapiente da parte dei poteri forti.
Elena Pastorino

Fabio Martini
La Fabbrica delle verità. 
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo 
Venezia, Marsilio Editori, 2017

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09 dicembre 2019

La realtà filtrata


Fabio Martini, nato a Roma, è autore di saggi sul legame tra politica e informazione e inviato del quotidiano "La Stampa". Il suo ultimo volume La Fabbrica delle verità è una panoramica su quasi un secolo di storia. Ci mostra come i politici, a partire da Mussolini fino a Grillo, hanno sfruttato i diversi media a loro vantaggio: per ottenere e mantenere consenso e più in generale per fare propaganda. Nel testo si ripercorrono avvenimenti storici, noti e meno noti, tutti da un punto di vista “inedito”. 
Martini, infatti, cerca e riesce a farci vedere come la politica presenta (o non presenta affatto) determinate realtà tramite i diversi media, fin dagli anni ’20. Se durante il ventennio fascista Mussolini si avvarrà di censura pressoché totale, veline e cinegiornali; la Prima Repubblica della DC cercherà di delegittimare il cinema neorealista troppo vicino, nelle sue rappresentazioni, alla realtà. E una volta acquisito il monopolio della Rai, applicherà alla programmazione quell’“imperativo categorico del «va tutto bene»”, narcotizzandola. A partire dalla Seconda Repubblica assistiamo all’esodo dei politici verso i talk show, che culminerà nella figura di “un campione della popolarità, del successo, della notorietà: Matteo Renzi”. Infine, in un momento in cui le attenzioni sono tutte rivolte alla televisione, arriva l’intuizione di Beppe Grillo: Internet.
È un testo che sicuramente si presta a suscitare un effetto diverso tra le diverse generazioni: tra chi ha vissuto le vicende citate dagli anni ’50 alla fine degli anni ’90 e chi, negli anni ’90, è nato. Ecco dunque che il saggio di Martini è utile sia per rivedere le dinamiche di fatti già noti sotto una differente luce, sia per avere un chiaro dipinto di che cosa è stato il periodo tra il secondo dopoguerra fino alla contemporaneità, da parte di chi, di quel periodo, ha solo nozioni sparse. 
Lo stile del testo è piacevole, scorrevole e non appare mai ostico nella lettura. Il fatto che soprattutto a partire dalla narrazione della Prima Repubblica l’autore inserisca numerosi dati, non rende il libro particolarmente pesante ma, anzi, aiuta il lettore ad avere contezza delle dimensioni di determinati fenomeni. 
Considerando che il libro è stato pubblicato nel 2017 e la narrazione termina nel 2016, a colpire particolarmente è il modo in cui Martini tratta di figure ed avvenimenti degli ultimissimi anni, fornendoci un punto di vista estremamente lucido e non intaccato dalla vicinanza temporale. Inutile dire che si tratta di un testo importante. Infatti, fondamentale per capire quali espedienti la politica usa per comunicare con noi oggi, è innanzitutto sapere che lo ha sempre fatto ma sapere anche con quali modalità.
Marta Casagrande

Fabio Martini
La fabbrica delle verità. L'Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Marsilio Editori, Venezia, 2017.



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06 settembre 2019

In libreria

Edoardo Lombardi Vallauri
La lingua disonesta. Contenuti impliciti e strategie di persuasione
Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 288.
Descrizione
La democrazia è un sistema politico in cui le persone hanno in teoria potere di scelta su chi delegare; allo stesso modo, il libero mercato è un sistema economico in cui le persone potrebbero scegliere che cosa comprare. Di fatto, la competizione politica e quella commerciale si giocano ormai in gran parte sulla limitazione di tale potere. Questo libro si occupa delle strategie linguistiche della persuasione, che sfruttano soprattutto i contenuti impliciti. A illustrare il tema, l’autore porta una ricca messe di esempi attuali e meno attuali di pubblicità commerciali e di discorsi politici, di cui si svelano logiche e meccanismi cognitivi. Alla luce dei recenti studi sul cervello, si chiarisce poi perché è più facile far passare per vero un contenuto falso se, invece che parlarne esplicitamente, lo si dà per presupposto o si induce chi ascolta a dedurlo da sé.

*link all'Indice del libro.
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29 agosto 2018

La politica tra propaganda e consenso


La lettura del saggio La Fabbrica delle Verità offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere la storia della società italiana tramite il suo “riflesso” più importante, i media.  Nel libro di Fabio Martini, inviato de La Stampa,  ritroviamo un’ampia visione storica del panorama de “L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo” coprendo per tanto quasi un secolo di avvenimenti. L’obbiettivo del conseguimento del conseguimento e del mantenimento del potere in Italia è stato raggiunto in diversi modi.
Ogni volta che una delle forze raggiunge e consolida a lungo il proprio potere si pone il problema di come indirizzare la popolazione verso gli obbiettivi che si vogliono raggiungere, giustificare i tagli e le decisioni negative, mostrare un’immagine più compiacente della realtà alla società e in generale creare una unità di intenti tra il popolo e la classe dirigente. Strumento fondamentale per permettere questo passaggio è quello di padroneggiare (se non monopolizzare) i media e ancor di più comprendere le potenzialità dei nuovi media che di volta in volta si presentano e coglierne subito i vantaggi. Allo stesso tempo il racconto dimostra come, inevitabilmente, il consenso sia momentaneo e di come ogni input avvii il rigetto del modello della classe dominante e la conquista del potere da parte di nuove forze.
Analizzando l’evoluzione storica della propaganda e del consenso il libro prende come punto di partenza il regime di Benito Mussolini. Giornalista (politico) tra i più affermati prima e durante la Grande Guerra, il Duce una volta al potere pose subito la carta stampata sotto il suo controllo diretto imponendo le “veline” ai giornali (modelli e direttive se non articoli già preparati inviati a tutti i periodici). Si creò così un’immagine del paese finta, ogni notizia di cronaca nera, avvenimenti e persino bollettini atmosferici venivano nascosti al pubblico, presentando una immagine ottimistica dell’Italia. Fondamentali per unire le masse all’unisono col loro “condottiero” anche gli altri media vennero asserviti alla causa della propaganda. Il teatro, la radio e il cinema furono monopolizzati e usati per affermare l’immagine del paese. Ma il disincanto della guerra abbattè il fascismo. Disfattismo e paura ora aleggiavano nella società, una sfida che i partiti antifascisti dovettero affrontare ma a cui solo la Democrazia Cristiana saprà gestire.
La nuova classe dirigente non ricercava un ottimismo a tutti i costi ma puntava all’alimentazione della paura (specie verso i comunisti e l’Unione Sovietica) vilipendio del nemico e critica alla decadenza dei costumi, una narcosi della rappresentazione di tutto ciò che era troppo pessimistico o veritiero. Davanti alla voglia iniziale di evasione dopo il crollo del regime e di metabolizzare la realtà povera e vitale della nazione immortalata da grandi registi, la DC riuscì ad imporre i suoi valori e modellare la società, anche grazie alla monopolizzazione di un nuovo efficace strumento, la televisione. Proprio la televisione fu fondamentale per colmare il bisogno di evasione e distrazione degli italiani ma mantenendola entro i rigidi limiti della cultura democristiana.
In seguito le grandi trasformazioni mondiali, dal disgelo ai moti di protesta, dagli Anni di Piombo alla domanda di maggiore pluralismo nell’informazione intaccarono il sistema. I politici della “prima repubblica” cominciarono ad entrare sullo schermo, ma spesso apparendo goffi. La stessa televisione, anzitutto servizio pubblico, era chiusa in rigidi schemi comportamentali e sociali che non permettevano grandi libertà di espressione. Una sfida che le televisioni private sono state pronte ad accogliere e soprattutto il protagonista per antonomasia del panorama politico e comunicativo dell’Italia a cavallo del millennio, Silvio Berlusconi.
“Ottimismo Milanese” contro “Disfattismo Comunista”, in estrema sintesi la “seconda repubblica” è stata caratterizzata dallo scontro tra il presidente Fininvest-Mediaset e gli avversari, in uno scontro aperto a colpi di share su vari canali, tg e talk show, con protagonisti nuovi giornalisti-conduttori d’inchiesta. Ma l’invasione della politica su tutti canali ha generato in seguito un rigetto che ha portato infine all’arrivo di leader “freddi” quali Monti e Letta. Tuttavia ancora una volta il bisogno di cambiamento e il rigetto ha stravolto le carte, aprendo così da un lato la strada a Matteo Renzi col suo ottimismo e orgoglio nazionale e dall’altra all’imporsi di movimenti di protesta e “populismo”, fomentati grazie al nuovo media, il web, abilmente maneggiato da Beppe Grillo e il suo movimento.
Alla fine di questa esposizione è chiaro che la propaganda - nella prospettiva  dall’autore - può avere differenti modalità. La propaganda non è solo quella delle grandi parate, dei grandi eventi, delle grandi sceneggiature o delle urla verso il nemico, ma è anche quella più insidiosa e sottile della manipolazione della vita quotidiana, direttamente a livello dell’inconscio.
Personalmente ho trovato molto utile questo libro che mi ha aiutato ulteriormente a comprendere la realtà del nostro paese e soprattutto quella che ho vissuto nel nuovo Millennio, aiutandomi a comprendere che ciò che ho visto è frutto di una lunga evoluzione e che comunque è il popolo, facendosi condurre di volta in volta, a consegnare il potere a chi avrà saputo meglio raccogliere la sfida, creare una storia e cavalcare il consenso, sino al primo errore che inevitabilmente e ciclicamente colpisce ogni leader. Il libro è esposto in modo chiaro e scorrevole, facilmente comprensibile e molto dettagliato senza risultare troppo pomposo.
Alessandro Vinai

Fabio Martini
La Fabbrica della Verità.
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Marsilio. Venezia, 2017.
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06 febbraio 2018

Da “quarto potere” a “quarta arma”: la propaganda oggi


“L’appello alle emozioni e alle convinzioni personali, il tutto condito da abili menzogne, è una pratica antica. Antica come la caccia al consenso. Antica come l’istinto propagandistico. […] Saper emozionare e suggestionare, è sempre stata la via maestra di chiunque abbia dovuto convincere una folla.”

C’è sempre stata una netta differenza tra la realtà politica e sociale dell’Italia, e l’immagine che del paese è stata data agli elettori: per questo si parla di Italia “immaginaria”, un paese artificioso, ricostruito, in qualche modo riletto secondo gli intenti e i voleri del politico di turno che nella sua caccia al consenso sceglie come vittime sacrificali talvolta quella rappresentazione del vero, talvolta quell’altra, a seconda del momento storico. E’ questo argomento, fatto di trame politiche e di manipolazione della realtà, che Fabio Martini affronta nel suo “La fabbrica delle verità. l’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo”, con il tono critico e il linguaggio chiaro del giornalista che vuole condannare e allontanarsi dai termini difficili e insidiosi del “politichese”, come egli stesso lo definisce.
Muovendosi con accurati passi nel passato più difficile del nostro paese, Martini torna all’epoca dell’instaurazione del fascismo, mettendo in luce il modo in cui Benito Mussolini -un giornalista militante, dunque un uomo ben consapevole dell’influenza che la stampa poteva avere sul popolo- abbia ben operato per far sì di avere la prima e anche l’ultima parola su ogni singola informazione che venisse pubblicata su qualunque giornale non solo italiano, ma spesso, per quanto possibile, anche estero. Usare la stampa come strumento di propaganda per creare il mito intorno alla propria persona era stato il primo obiettivo di Mussolini: consapevole che solo con il favore del popolo avrebbe potuto ultimare la sua opera di fascistizzazione dell’Italia. Propaganda, dunque, e non certo veritiera: ma efficace, perché gli esseri umani sono sensibili ai messaggi che ricevono, devono essere in grado di decodificarli per comprenderli, ma se gli unici strumenti che ricevono sono unidirezionali, chiaramente la folla viene portata a scegliere il Barabba del momento.
I nuovi media hanno esasperato e messo maggiormente in luce questo processo, che oggi viene definito con il termine post-truth, ovvero post-verità: quella propaganda, quei messaggi codificati, che mirano ad emozionare, a suggestionare, a “prendere di pancia” gli elettori per condizionarne le scelte, in un circolo che si ripete oggi come si è ripetuto in passato.
Nel suo libro che si pone come stile a metà strada tra un ricco approfondimento giornalistico e una critica illuminata alla società moderna, Martini mette in luce la tendenza dei governi a rispolverare antiche tendenze propagandistiche sfruttando i media maggiormente influenti nell’immaginario collettivo del momento: con il governo della DC dopo le elezioni del 1948, nel pieno del secondo dopoguerra segnato da un disfattismo eclatante e da un rigore morale incredibilmente condizionato dalla chiesa, alle veline di epoca mussoliniana erano stati sostituiti nuovi decreti con i quali i governi si riservavano di intervenire sulle pellicole cinematografiche che mostravano troppi lati “veri” e scomodi di un’Italia da rifare.
Ma l’avvento della televisione produce anche un altro effetto: durante gli anni del terrorismo dopo la strage di piazza Fontana a Milano, la realtà irrompe sulla televisione, e la nuova faccia della politica sarà determinata proprio da coloro che sapranno cogliere questa innovazione e non avranno timore di utilizzarla.
I talk show televisivi nel ventesimo secolo sono ciò che la radio e il cinema erano stati per Mussolini nel ventennio fascista: e Berlusconi cavalca l’onda delle televisioni private ottenendone un successo che richiama coloro che prima di lui avevano saputo sfruttare la tecnologia del momento.
I media subiscono un “circolo” che si ripropone sempre all’alba delle nuove “rivoluzioni” tecnologiche e l’avvento di Grillo e dei Cinque Stelle ai giorni nostri sono l’ennesima dimostrazione, ci dice Martini, della veridicità di questo processo. I sistemi di propaganda, la tentazione di puntare sull’indignazione, sui sentimenti più profondi del popolo, sono sempre gli stessi: cambiano i mezzi con cui questi stessi procedimenti si mettono in moto, ma le persone, e il sistema di informazione nel suo complesso, sono sempre egualmente condizionati da queste verità “costruite” macchinalmente, perché la propaganda più efficace, chiarisce l’autore, “agisce in modo occulto, e parla all’inconscio.
Micaela Ferraro

Fabio Martini
La fabbrica delle verità 
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo 
Marsilio editori, Venezia, 2017.
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08 dicembre 2017

In libreria

Giuseppe Ghigi
Oro e piombo. Il mercato della Grande guerra.
Pubblicità, cinema, propaganda. 1914-1918
Rubettino, Soveria Mannelli, 2017, pp. 264.
Descrizione
Nella prima Guerra mondiale, la propaganda che aveva il compito di mobilitare le masse trasse spunto dalla pubblicità e la pubblicità sfruttò il conflitto per vendere al meglio le merci, diventando al contempo parte integrante della comunicazione bellica. In definitiva la pubblicità si trasformava in propaganda così come la propaganda utilizzava la pubblicità: un intreccio diabolico costruito per vendere sia le merci che la guerra. Incuranti del massacro, della violenza, dei sacrifici che milioni di uomini erano costretti a subire, le aziende del fronte interno sfruttavano l'evento per aumentare i loro profitti: il patriottismo degli affari non aveva alcun pudore. Lo Stato divenne onnipresente nella vita sociale, e il marketing patriottico collaborò traendo profitto dalla guerra delle immagini. È in questo tragico contesto che nasce la moderna fabbrica del consenso.
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30 maggio 2015

Bugie di guerra

"Ma per adesso il compito più urgente è di raccogliere i materiali. È tempo di aprire un’inchiesta seria sulle false notizie della guerra, perché i quattro anni terribili già si allontanano verso il passato e, prima di quanto si creda, le generazioni che li hanno vissuti cominceranno lentamente a sparire. Chiunque ha potuto e saputo vedere deve sin da ora raccogliere i suoi appunti o mettere per iscritto i suoi ricordi. Soprattutto non lasciamo il compito di svolgere queste ricerche a uomini del tutto impreparati al lavoro storico. […] Affrettiamoci a trarre profitto da un’occasione, che dobbiamo sperare unica."
Con queste parole March Bloch termina il suo volume La guerra e le false notizie, il quale si potrebbe definire un libro di storia piuttosto atipico. Per comprendere ciò è necessario fare delle premesse biografiche sull’autore.
Bloch, nato a Lione nel 1886 e figlio di un professore di storia antica, dettaglio sicuramente non da trascurare, studiò a Parigi, Berlino poi a Lipsia. Fu ufficiale di fanteria durante la prima Guerra mondiale, e, una volta terminata questa, insegnò all’Università di Strasburgo e poi alla Sorbona. Dovette abbandonare la cattedra di storia economica nel 1939, anno in cui, scoppiata la guerra, decise di arruolarsi nuovamente come capitano addetto ai rifornimenti. Tradito dalla politica ufficiale francese che si era poi alleata con il fascismo, nel 1942 partecipò alla resistenza francese presso Lione. Durante l’occupazione tedesca della Francia, Bloch, per le sue azioni nella Resistenza francese e per le origini ebraiche, dapprima fu fatto prigioniero per qualche mese, dopodiché fu fucilato sempre a Lione dalla Gestapo nel 1944.
Bloch pubblicò le sue riflessioni da storico in numerosi volumi, tra i quali Apologia della storia, e nella rivista "Annales d’histoire économique et sociale", fondata insieme allo storico e amico Lucien Febvre. Seppur i suoi studi si indirizzassero prevalentemente sul feudalesimo, fu uno dei primi storici francesi a interessarsi allo studio comparato delle civiltà e alla storia del pensiero, vista come storia antropologica. Il suo pensiero fonda sulla comprensione del presente mediante il passato e del passato mediante il presente. La sua opera è molto variegata all’interno, ha trattato di storia medievale da studioso, ma ha prestato la sua abile riflessione critica anche agli eventi della sua epoca: le due guerre.
Così variegata al suo interno, la riflessione di Bloch è caratterizzata da un fil rouge che si ritrova in tutti i suoi volumi: la professione dello storico. Questo tema lo ritroviamo anche ne La guerra e le false notizie. Diviso in sue sezioni ben distinte, nella prima parte Bloch ha raccolto i ricordi della prima guerra mondiale trascritti nel proprio diario. Partito per il fronte nell’agosto del 1924, partecipò alla guerra come ufficiale di fanteria durante cinque mesi, sino al gennaio 2015 quando fu costretto a tornare a Parigi a causa di una grave febbre tifoide. Questa prima parte ripercorre i ricordi dello storico impegnato durante numerose battaglie contri i tedeschi, e contro una durissima guerra combattuta in trincea. Il nemico prima ancora del tedesco sembra essere la trincea. Nonostante le insidie quotidiane emerge la straordinaria capacità dei militari di saper apprezzare le piccole cose, come un tozzo di pane in più.
Nella seconda parte invece riflette sulle false notizie che si diffondono durante la guerra. Prima di analizzare dei falsi storici, Bloch rileva l’importanza di una scienza nuova, quale la psicologia della testimonianza, la quale potrebbe aiutare gli storici nella ricostruzione degli eventi. Gli psicologi danno una lezione di scetticismo: in una deposizione normale niente è più inesatto di ciò che tocca tutti i piccoli particolari materiali, come se la maggior parte degli uomini si muovessero con gli occhi socchiusi in un mondo esterno che non si degnano di guardare. In base agli studi della psicologia della testimonianza, dice Bloch, sembrerebbe impossibile dover credere a tutti quei brani descrittivi su episodi da guerra. Il compito dello storico, qualora non avesse assistito agli eventi direttamente, sta nel cercare di eliminare in tutti i modi questo errore. Questa è la prima minaccia per lo storico, la seconda risiede nei falsi racconti tramandati dalla cosiddetta voce pubblica. Queste false notizie pullulano durante gli anni della guerra, sono pericolose poiché hanno il potere di turbare o sovreccitare la folla e i militari. Bloch lo sa bene, in cinque mesi ha assistito alla nascita e diffusione di ciò. Nelle trincee prevaleva l’opinione che tutto poteva essere vero, ad eccezione di quello che si consentiva di stampare. La censura della stampa cui si aggiungeva un rinnovo prodigioso della tradizione orale, porta la società delle trincee a credere senza esitazioni al narratore che viene da lontano, il quale propaga delle notizie sentite di sfuggita senza alcun fondamento. Queste notizie diventavano leggende dotate di una vitalità assai forte che attraversavano la società delle trincee e a ogni passaggio si coloravano di nuove tinte. Bloch sostiene questa tesi portando esempi di false notizie diffuse in trincea, come un nome quale Brema possa diventare nella leggenda Braisne comportando la nascita di notizie piuttosto folkloristiche.
Questo volume vuole essere ricostruzione diretta degli eventi ed esempio di come si ricostruisca la storia da parte di persone che non l’hanno vissuta direttamente. Lo storico, ma anche il giornalista, deve prestare attenzione alla voce pubblica che tramanda false leggende che talvolta sono presentate come notizie vere. Il libro di Bloch termina però con un’esortazione  poiché, di fronte al propagarsi di queste false notizie, è necessario che coloro i quali abbiano vissuto gli eventi direttamente raccolgano ciò che hanno visto per costituire la memoria storica. Qui risiede la peculiarità di Bloch, per lui il lavoro dello storico risiede nel ricostruire eventi lontani nel tempo sapendo discernere tra verità e falsa notizia, ma contemporaneamente costituire memoria storica del presente per il futuro.
Valentina Fiori


Marc Bloch
La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921)
Fazi Editore, Roma, 2014
, 120 pp.

14 febbraio 2015

Guerre, informazione, propaganda


Giovanni Porzio, giornalista milanese, nasce nel 1951. Si appassiona alla fotografia durante gli studi di Scienze Politiche e dal 1979 lavora per il settimanale Panorama, di cui è inviato speciale. Ha realizzato servizi e reportage in 124 paesi tra Medio Oriente, Africa, Europa e America, specializzandosi nel giornalismo di guerra. In Cronache dalle Terre di nessuno, sedici anni da inviato sulla linea del fuoco. Guerre, informazione, propaganda il giornalista ripercorre la propria esperienza come inviato. Dalla Prima Guerra del Golfo nel 1991 fino alla guerra in Iraq del 2002, ci presenta un racconto e un analisi, talvolta pungente, della mediatizzazione dell'informazione.
 Nel 1991 Giovanni Porzio é l'inviato di Panorama a Baghdad, dove è in corso la Prima Guerra del Golfo. L'informazione mediatica é strettamente controllata, i giornalisti sono accreditati dal JIB (Joint Information Bureau), che dispensa le regole fondamentali della comunicazione: le round rules. Per motivi militari vige il divieto di divulgare notizie relative all'ubicazione, agli armamenti, alle basi e agli spostamenti dei contingenti alleati. Ma è anche vietato filmare o fotografare soldati feriti o uccisi, descrivere le operazioni militari e l'armamento nemico, il linguaggio deve essere moderato e le informazioni riguardanti luoghi e date devono essere generalizzate e imprecise. Il governo americano si impone come organo di propaganda e censura. Avviene però una svolta nel giornalismo di guerra: la CNN ottiene il permesso di riprendere in diretta televisiva l'operazione militare Tempesta nel deserto. I giornalisti Peter Arnett e Robert Wiener sono gli unici ad avere il permesso accordato dallo stesso Saddam di rimanere in Iraq, strettamenti controllati e senza avere il reale potere di fare alcun scoop che non sia accordato da entrambe le fazioni e con il divieto di avvicinarsi alle zone di guerra.  Le informazioni divulgate come breaking news raccolte sul campo sono in realtà veline approvate dal Pentagono, le immagini sono riprese a chilometri di distanza dal fronte e negano la verità dei fatti. Le reazioni indignate dei media non tardano a manifestarsi e negli USA i principali organi di informazione si mobilitano per chiedere l'abolizione della censura. Molti giornalisti, come lo stesso Porzio, scelgono di raggiungere la linea del fuoco illegalmente, con il conseguente arresto. Tuttavia i sondaggi pubblici sembrano sostenere le decisioni del Pentagono: il 78 per cento degli americani approvava la restrizione informativa e il 60 per cento era favorevole a controlli più severi.
La Guerra civile somala, che segue di poco la conclusione dell'operazione "Tempesta nel deserto", é in un primo momento totalmente ignorata dai media e dall'opinione pubblica occidentale, finché dal 1992 il conflitto non si trasforma in una crisi umanitaria. La sensibilizzazione dell'opinione pubblica comincia con la serie di documentari realizzati dall'attrice Audrey Hepburn per conto delle Nazioni Unite, alla quale segue anche un intervento di Sophia Loren nella città di Baidoa. Subito dopo Washington approverà l'impegno di trentamila soldati per distribuire alimenti e combattere la carestia. In questa occasione la censura non è necessaria, l'interesse dell'opinione pubblica é totalmente concentrato sull'intervento occidentale a sostegno della popolazione somala e non dal tragico conflitto avvenuto in precedenza. Lo sbarco dei Marines è programmato per essere un evento mediatico: l'ora coincide con il prime time americano e le spiagge somale vengono trasformate in un set cinematografico. Nella realtà l'intervento delle Nazioni Unite degenera in uno scontro armato, Porzio si trova a Mogadiscio e ne è testimone diretto. Le cronache provenienti dalla capitale Somala, però, non fanno notizia in occidente. La battaglia di Mogadiscio sarà l'ultimo grande evento di interesse per i media prima del definitivo abbandono della Somalia da parte dei giornalisti. I pochi che rimangono lo fanno mettendo a repentaglio la propria incolumità, come testimonia la tragica l'uccisione di Ilaria Alpi.
In Rwanda e nello Zaire Porzio assiste al genocidio degli Hutu per mano dell'etnia Tutsi: "mi misi subito al lavoro per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti. Le pagine dei miei taccuini si riempivano di orrori". Come in Somalia, l'interesse dei media si scatena tardivamente, quando lo scontro è già tragedia e l'opinione pubblica viene mobilitata da un intervento umanitario dell'occidente. I giornalisti sono liberi di circolare e raccogliere informazioni, non esiste nessun tipo di controllo sul flusso delle notizie. In questo caso sono stati i media locali ad avere fondamentale importanza come strumento di propaganda nel fomentare le rivolte e le rappresaglie e ad istigare il genocidio. Mentre in Africa la guerriglia, la carestia e le malattie uccidono, in occidente l'opinione pubblica resta indifferente: "Le immagini televisive puntavano a suscitare il riflesso emotivo della comprensione senza compassione: un meccasismo psicologico che i mezzi di comunicazione di massa sfruttani ampiamente per aumentare l'audience senza appesantire lo spettacolo con troppe analisi e noiose spiegazioni".
Durante il reportage sul Kosovo Giovanni Porzio si unisce all'Associazione di amicizia Italia-Albania. Quando arriva a Tirana la guerra civile sembra ormai inevitabile. Qui i giornalisti non possono seguire gli avvenimenti di persona, seguono i notiziari della BBC da un albergo e riportano solo notizie di seconda mano. L'apparato propagandistico della Nato fu ampliato creando il Media operation center, mentre gli indipendentisti kosovari avevano affidato la loro immagine alla società americana di pubbliche relazioni Ruder & Finn. Le notizie arrivano in occidente manipolate attraverso i briefing di Bruxelles e le veline della Nato.
La seconda metà del libro di Porzio è interamente dedicata alla questione medio-orientale e alla guerra in Iraq. A causa dei numerosi scontri sul territorio palestinese le notizie non erano difficili da reperire: Dovunque andavamo ci imbattevamo in una storia buona per il Tg di Gabriella o per il mio giornale. Ma il conflitto arabo-israeliano è un terreno difficile per qualsiasi giornalista: ogni servizio rischia di assumere una posizione politica e la censura pesa su ogni dichiarazione. I reporter devono fare i conti con il potere israeliano, ma non possono restare indifferenti di fronte alla negazione dei diritti dei palestinesi. In un simile contesto propaganda e disinformazione condizionano pesantemente l'opinione pubblica nazionale e internazionale. Dopo l'11 settembre 2001 sono gli Stati Uniti a tenere le redini della propaganda, costituendosi simbolo della democrazia e della lotta al terrorismo. Sul fronte opposto Bin Laden ha una grande familiarità con i meccanismi dell'informazione globale e un'intima conoscenza della psicologia dei popoli arabi. Anche in Afghanistan Porzio conduce da solo le proprie indagini, in quanto ritiene che ottenere un embedding con gli americani non sia vantaggioso e quello italiano non gli permetterebbe di avvicinarsi alle zone di guerra. I governi occidentali costituiscono l'Office of Strategic Influence, per intervenire preventivamente sul flusso di notizie in uscita dall' Afghanistan. I media americani, sopratutto Fox News emittente di Rupert Murdoch, fungono da organo propagandistico del Governo Americano. In Iraq ottenere il visto è ancora più complicato, il regime di Saddam seleziona i giornalisti in base all'importanza della testata e alla fiducia che ripone nei singoli inviati, essere accreditati sognifica quindi sottostare a dei compromessi e a delle regole molto rigide che influenzano inevitabilmente la libertà d'espressione del giornalista.
Dopo l'impiccagione di Saddam accreditarsi diventa ancora più complicato. Oltre a tesserino stampa, lettera del giornale e passaporto, è necessario firmare l'elenco delle ground rules e la liberatoria in caso di morte o ferimento. I giornalisti vengono schedati attraverso foto digitali, dell'iride e attraverso la rilevazione delle impronte. La procedura richiede giorni di attesa, dopodiché è possibile accedere alla zona verde dei combattimenti, così diversa dalla zona rossa teatro di massacri irreali. Il susseguirsi degli attentati e delle stragi satura l'opinione pubblica occidentale al punto che l'Iraq non ottiene le prime pagine se i morti non sono almeno centinaia.
Nel corso della guerra poi gli Stati Unti saranno colpiti da uno scandalo dopo l'altro anche a causa della nuova tecnologia (blog, MySpace, You Tube e le prime piattaforme sociali) che permette ai soldati di contattare le famiglie raccontanto il vero volto della guerra senza la possibilità di censura e anche all'imtervento dell'emittente televisiva Al-Jazeera che trasmette video esclusivi di americani che torturano prigionieri di guerra. The worst US foreignpolicy disaster since Vietnam, affermerà Patrick Cockburn.
Le parole di Giovanni Porzio raccontano il mondo dell'informazione con crudo realismo. Dalle cronache del giornalista emergono realtà ben diverse da quelle mostrate dai media, evidenziando ancora una volta come il lavoro del reporter sia condizionato da fattori esterni alla volontà di riportare i fatti oggettivamente.
La censura, durissima in tempo di guerra da sempre, dal 1991 viene però lentamente aggirata. Nel suo racconto Porzio ci mostra come dal tempo di "Tempesta nel deserto", in cui o eri embedded e sottostavi a regole stabiilite dall'alto o non potevi avere informazioni, si è passati alla figura del non-embedded, quel giornalista che riesce a muoversi autonomamente, a suo rischio e pericolo, non legato però a leggi di censura. Questo è possibile anche ai nuovi media che rendono il collegamento con la propria redazione possibile o, ai nostri giorni, addirittura immediato.
Nel libro di Porzio la narrazione autobiografica si intreccia con il racconto storico e la critica. Questi molteplici piani di racconto ci permettono di avere una visione a tutto tondo della guerra, sia dal punto di vista umano dei vari paesi in guerra contrapposti, sia dal punto di vista di un'esperto di informazione che analizza i mezzi di comunicazione coinvolti. I media mondiali, durante queste guerre, sono spesso anche loro impegnati in un conflitto interno per manipolare la pubblica informazione per ottenere consenso alla guerra stessa. Giovanni Porzio si sofferma più volte su quanto è facile e poco impegnativo dividere i "noi" buoni da "loro" cattivi e da sconfiggere. Divisione che anche oggigiorno è più volte ripresa come argomentazione valida per indottrinare le masse non interessante ad acquisire una visione critica della realtà.
L'inviato di Panorama ha inoltre evidenziato come vengano ancora usati organi specifici per il controllo dell'informazione, non sono per la salvaguardiadelle operazioni militari; L'Osi (Office of Strategic Influence) creato e gestito dal Pentagono in corrispondenza della guerra in Afghanistan è stato chiuso nel 2002 "travolto dalle polemiche: era emerso con evidenza che il suo obiettivo era fornire deliberatamente ai media false informazioni e notizie manipolate".
Oltre ai conflitti il libro è una splendida e emozionante testimonianza di lavoro giornalistico ed esperienza sul campo in zone di guerra. Un cambiamento degno di nota nel lavoro è dato sopratutto dal fatto che una volta il giornalista era considerato un narratore necessario sul campo di battaglia, una terza entità. Ora invece non è più così; il giornalista è considerato come merce di scambio da rapire per avere il riscatto o un potere sul nemico. La dedizione delle persone che si dedicano alla ricerca della notizia, nonostante tutto il pericolo, è più che mai lodevole e credo che sia questo che Porzio volesse far trasparire dalle sue pagine raccontanto la sua storia ma anche quella dei suoi colleghi e collaboratori. Dietro alle notizie e ai reportage di giornali e telegiornali, infatti, c'è chi mette in pericolo la propria vita per raccontare ciò che accade in guerra, per essere poi talvolta censurato o rimproverato da governi, dalla società o anche dalla propria redazione per aver raccontato troppa verità.
Purtroppo, come si è sempre verificato, non è possibile raccontare oggettivamente una guerra sui giornali o in tv, dove variabili come spazio e tempo si legano alle esigenze del mezzo di comunicazione e alla linea editoriale e politica del media. Il lettore quindi non può permettersi di apprendere una notizia passivamente ma deve documentarsi il più possibile attraverso fonti diverse per avere una visione più completa dei fatti e poter raggiungere un'opinione personale. 
Erika Repetto

Giovanni Porzio
Cronache dalle Terre di nessuno, sedici anni da inviato sulla linea del fuoco.
Guerre, informazione, propaganda
Troppa editore, Milano, 2007.

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