Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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07 gennaio 2022

Dott. John Prentice / Jacopo Ortis



Il 6 gennaio, nel giorno in cui è morto l'attore Sidney Poitier la7 ha modificato il palinsesto con la riproposta di Indovina chi viene a cena? (1967, regia di Stanley Kramer). Si poteva cambiare canale per un film visto e rivisto mille volte, ogni volta con sguardo nuovo? Ieri sera ho scoperto che quel confronto tra il padre postino e il figlio John Prentice, medico affermato (per me nodo centrale di tutto il dibattito sul problema razziale) è il replay di quel dialogo tra Jacopo Ortis e l'anziano poeta Giuseppe Parini a Milano nel romanzo epistolare di Ugo Foscolo Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802)*.
Nel ricordo di Foscolo il Parini è "il personaggio più dignitoso e più eloquente ch’io m’abbia mai conosciuto"... Ortis ascolta le parole del Poeta, definitivamente rassegnato alla irreversibilità del sistema politico esistente, con tutte le sue distorsioni ben evidenti. Il giovane Ortis/Foscolo ascolta con devota attenzione ogni parola ma poi scrive "Allora io guardai nel passato – allora io mi voltava avidamente al futuro," perchè nel futuro sarà il mondo nuovo.
E nel film che cosa risponde il giovane medico di colore al padre, certo che non si possa sfidare l'intera società americana fondata sul primato dei bianchi e l'emarginazione dei neri? Il dott. Prentice (nero americano del 1967) con tutta la sua determinazione replica che il mondo nuovo è là fuori e ora tocca a me/a noi dargli forma, anche sposando una donna bianca.

*Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis (prima edizione 1802). Per il dialogo tra Parini e Foscolo cfr. l'edizione digitale in liberliber.it, pp. 133-134 (lettera 4.12. 1798).
mmilan
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03 dicembre 2018

In libreria

Nicola Attadio
Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly
Bompiani, Milano, 2018, pp. 204.
Descrizione
Settembre 1887: una ragazza bussa alla porta di John Cockerill, direttore del ''New York World'' di Joseph Pulitzer. Chiede di essere assunta come reporter. Nessuna donna aveva mai osato tanto. Il suo nome è Elizabeth Cochran, ha ventitré anni, ma già da tre scrive per un quotidiano di Pittsburgh firmandosi Nellie Bly. Una donna reporter non si è mai vista, ma la sua idea di un'inchiesta sotto copertura a Blackwell Island, manicomio femminile di New York, convince Cockerill e Pulitzer ad accettare la sfida. Ne nasce un reportage che farà la storia del giornalismo. Da qui, in un crescendo di popolarità e sotto mille travestimenti, Nellie racconterà l'America agli americani. Diventerà l'incubo di politici e benpensanti, viaggerà in tutto il mondo, vivrà amori e fallimenti. Mentre i grattacieli, i treni, il telegrafo e poi la guerra trasformano la realtà, Nellie Bly si trova a essere pioniera di una figura mai esistita prima: la donna indipendente, artefice del proprio destino, la giornalista intrepida armata solo del proprio sguardo libero e della propria voce.

07 febbraio 2018

Pulitzer, genio del giornalismo


La storia del giornalismo è stata segnata nel corso dei secoli, da eventi e persone eccezionali. Fu un uomo di umili origini a cambiare per sempre il modo di creare ediffondere, notizie. Il suo nome era Joseph Pulitzer. 
Nacque a Makó, in Ungheria, e nel 1847, all’età di diciassette anni dopo aver tentato di arruolarsi prima nell’esercito austriaco e poi in quello napoleonico, arrivò negli Stati Uniti dove entrò a far parte dell’esercito nordista tra le cui fila combatté la guerra di secessione.

Tre anni più tardi, rinunciò ai suoi legami con L’impero austroungarico e divenne cittadino americano. La sua carriera giornalistica ebbe inizio nell’anno 1868, nella città di Saint Louis, dove venne assunto dal "Westliche Post", una testata in lingua tedesca. Grazie alle sue brillanti capacità riuscì, in giovane età, a diventare proprietario di due giornali e a fonderli in un'unica impresa. La sua scalata editoriale era solamente all’inizio.
Nel 1883 acquistò il "New York World" salvandolo dal fallimento e trasformandolo in pochi anni in un quotidiano venduto in oltre 300 mila copie. A causa della sua dedizione maniacale per il lavoro, e ad alcune battaglie legali che lo coinvolsero in prima persona, la sua salute venne compromessa gravemente. Pulitzer perse la vista e per via di disturbi nervosi, fu costretto a ritirarsi dal lavoro ed a passare gran parte dell’anno a bordo del suo yacht o nelle sue residenze. Nonostante la lontananza fisica non smise mai di seguire la vita del suo giornale grazie al lavoro certosino dei suoi segretari particolari, che lo tenevano informato su tutto quello che accadeva, proteggendolo però dai rumori del mondo.
Fu proprio uno dei suoi ultimi assistenti a descrivere in un saggio, gli ultimi otto mesi di vita di quell’uomo sempre alla ricerca di uno stimolo per la sua mente famelica ed in costante movimento. Sin dalle prime pagine della narrazione , grazie all’incredibile capacità descrittiva dell’autore, si può evincere che il signor Pulitzer non fu una persona qualsiasi.
Fra le strade di Amburgo, deliziosamente profumate di autunno, incominciò l’avventura di Alleyne Ireland, che mai si sarebbe aspettato di diventare segretario di uno dei più grandi magnati dell’informazione di quel secolo. Fu un semplice annuncio sul “Times” ad attirare la sua attenzione. Da quel momento, la sua vita cambiò per sempre. Si ritrovò al cospetto di un uomo energico nonostante la malattia invalidante. Il signor Pulitzer fu da subito molto esigente con il nuovo arrivato, cercò di scovare ogni suo punto debole e, mise spesso alla prova la sua pazienza. Dopo le prime difficoltà, Ireland, immerso nel lusso e nel benessere adattò la sua vita per tenere il passo con la fame di cultura, incolmabile del tycoon. In quanto assistente, il suo compito era quello di tenerlo aggiornato grazie all’aiuto innumerevoli articoli di giornale di differente argomentazione, che era solito leggergli durante i pasti o le loro passeggiate. Alle sue dipendenze fece numerosissime di esprimere ed imparò a conoscerlo, oltre il suo carattere particolare e le frequenti crisi di depressione.
Fra i due nacque un rapporto amichevole che contribuì , insieme alla grande quantità di ore che passavano in compagnia, e alla stima reciproca, a rendere quei momenti indelebili nella mente del narratore. A causa della debolezza di Pulitzer, durante la permanenza con la famiglia nella residenza di Bar Harbor, furono costretti a partire per una breve crociera a bordo del Liberty, il panfilo di loro proprietà. Le sue condizioni di salute peggiorarono quasi improvvisamente e, nel pomeriggio del 29 ottobre del 1911, il genio del giornalismo, si spense. 
Un anno più tardi, la Colombia University utilizzò il lascito di J.P per creare la Scuola di studi avanzati di giornalismo. Nel 1917 seguendo le istruzioni date, nacque il Premio Pulitzer per il giornalismo e la lettura. Oggi è ancora il massimo riconoscimento della categoria tanto amata dall’uomo che aveva rivoluzionato il mondo della carta stampata.
Andrea Buffa

Alleyne Ireland
 Joseph Pulitzer. L'uomo che ha cambiato il giornalismo
ADD editore, Torino, 2017,  pp.192.

01 febbraio 2018

John Steinbeck alla guerra

Se c'è una cosa che si può certamente affermare su John Steinbeck, tra gli autori più prolifici della cosiddetta lost generation americana, è che non sia mai stato un narratore scontato. Lo si può intuire soltanto pensando ad una delle sue ultime opere, Le gesta di Re Artù e dei suoi nobili cavalieri, uscita postuma nel 1976, così diversa per contenuti e stile dallo Steinbeck lucido, ottimista ed ermetico che tutti conoscevano. Ebbene, anche questa raccolta di lettere che il letterato americano raccolse per il quotidiano "Newsday" come inviato sul campo durante il lungo conflitto vietnamita, dal dicembre 1966 al maggio 1967, presentano un aspetto tutt'altro che banale. L'impressione però è che questa volta lo stesso autore / narratore fosse particolarmente confuso riguardo alla guerra in Vietnam, un conflitto unico nella storia per geografia e andamento, come lo stesso Steinbeck non mancò di notare a pochi giorni dal suo sbarco nel Sud Est asiatico. Se infatti nei primi dispacci, e per gran parte dell'intera opera, lo scrittore, pur nella sua analisi estremamente lucida, fa tutto il possibile per supportare e giustificare l'intervento militare statunitense (a differenza della quasi totalità della letteratura a lui contemporanea e/o futura), nelle ultime lettere, ed in particolare dopo il ritorno in patria, Steinbeck sembra nutrire profondi dubbi sulla bontà di un conflitto tanto lungo quanto dispendioso. D'altronde, come nota l'autore, a differenza del secondo conflitto mondiale (di cui Steinbeck fu giornalista inviato in Europa), la guerra del Vietnam è una guerra senza confini ed eserciti precisi, "una guerra di sensi, senza fronti e senza retrovie", dove il discrimine tra libertà e occupazione, tra omicidio e missione militare, è davvero più labile che ma. In un racconto tanto indecifrabile sia per lo stesso narratore che per i lettori, pochi aspetti mantengono una propria persistenza e continuità: la critica spietata di Steinbeck per i metodi e per le subdole strategie attuati dai Vietcong alle spese della popolazione rurale del Sud (con buona pace delle tante critiche che spesso hanno bollato Steinbeck come un "simpatizzante dei rossi"), tuttavia non fomentate da una pura contrapposizione ideologica (vedasi la brillante critica alla diplomazia americana nell'insistere a definire Taiwan "la vera Cina" pur di non riconoscere Mao), ma al limite velate da quel patriottismo quasi connaturato che nasce sul campo di battaglia (a tale proposito, vedasi la spietata denuncia all'uso da parte dei comunisti di bambini nelle missioni di guerra, salvo poi proporre subito dopo allo stesso Vietnam di fare lo stesso a parti invertite). Un'altra costante del racconto è la curiosità mostrata da Steinbeck in ogni pagina di questa nuova avventura ("Non guarirò mai da questa curiosità esagitata. Mi sento ancora come quando da bambino andavo da Salinas a San Francisco, addirittura a cento miglia di distanza!"), una curiosità ancor più ammirabile se consideriamo che quando Steinbeck scrisse le lettere aveva sulle spalle già 64 anni di vita, di cui sei mesi in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, decine di romanzi pluri-premiati, e perfino un Nobel per la letteratura. L'atteggiamento mostrato dall'autore, che tanto gradevolmente traspare dalla sue parole, è a mio parere un vero e proprio manifesto del giornalismo. Una cronaca lucida, sincera, ma allo stesso tempo appassionata, che non manca di aneddoti personali e talvolta ridicoli, alternati a riflessioni geopolitiche assolutamente non scontate. A tratti lo Steineck giornalista di guerra appare tale e quale a quello conosciuto nel 1943, incanalato tra il New Deal rooseveltiano e il nazionalismo, esaltato dalla descrizione delle armi e dei mezzi militari, critico verso il pacifismo ipocrita e fine a se stesso, abile nel definire in modo spietato e incorruttibile il "nemico". In altri tratti invece prevale lo Steinbeck romanziere, quello difensore dei contadini vietnamiti e thailandesi (così simili per certi versi agli okies, protagonisti di Furore), e capace di regalare al pubblico del Newsday personaggi che sembrano davvero resuscitati dalle pagine di un romanzo, come il Venerabile Giac, il maestro di judo pacifista che insegna la quiete interiore ai bambini di Saigon, o il generale di polizia thailandese che non riesce a capire come Playboy sia diventato "la bibbia dei giovani americani". In particolare nelle ultime lettere, dedicate alla sua permanenza in Laos ed in Giappone prima del rimpatrio, l'autore riesce davvero a fondere questi due mestieri, il giornalista ed il romanziere, in un connubio di entusiasmo, capacità comprensiva, esperienza e persino romanticismo, che per un poco fanno vedere anche gli aspetti più umani di un conflitto definito disumano da tutta la critica del tempo, da Bob Dylan a Norman Mailer, passando per John Lennon e Noam Chomsky. A prescindere dall'aspetto contenutistico, l'opera, uscita postuma (Steinbeck morirà nel 1968, appena un anno dopo l'esperienza vietnamita), può essere vista come un lascito testuale del romanziere. La storia ci ha consegnato tanti John Steinbeck: lo Steinbeck sognatore californiano, lo Steinbeck socialista dopo la crisi di Wall Street, lo Steinbeck pacifista, lo Steinbeck ospite di Roosevelt alla Casa Bianca, inviato di guerra, nazionalista, comunista e anti-comunista. In fin dei conti John Steinbeck ebbe la grande capacità di vedere e interpretare la realtà dei suoi tempi, una realtà mai univoca e che quindi mai può essere letta in bianco e nero. Proprio per questo motivo mi piacerebbe chiudere questa scheda di lettura con la piccola digressione che l'autore si concede nella lettera del 3 febbraio 1967, dove scrive la sua interpretazione sull'effettivo valore della guerra:
"Per me tutte le guerre sono cattive. Non esistono buone guerre e non credo che esista un soldato pronto a darmi torto. Però non riesco a capire quelli che credono di essere innocenti solo perché distolgono lo sguardo e girano le spalle: quelli che distolgono lo sguardo hanno forse scoperto che una guerra è buona e una è cattiva? Masterson, il soldato semplice di marina che guada le paludi pullulanti di sanguisughe, la famiglia di contadini delle risaie che si rintana terrorizzata nella sua capanna minata all'estremità di un sentiero pieno di trappole esplosive, io che ho visto questa guerra da vicino: tutti saremmo d'accordo nel dire che è tutto cattivo. Ma tutto il male va eliminato in una volta sola, altrimenti continuerà ad esistere come è sempre esistito".
Francesco Massardo


John Steinbeck
Vietnam in guerra: dispacci dal fronte
a cura di T.E. Barden
Libreria editrice goriziana, Gorizia, 2017.
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07 gennaio 2018

L'America di Oriana Fallaci


Viaggio in America è il titolo di un’opera della celebre scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, pubblicata nel 2014. É il 1965 quando la Fallaci decide di raccontare il Paese a stelle e strisce in una serie di articoli per l’Europeo, racchiusi successivamente in questo libro da Rizzoli Editore. Oriana, curiosa di capire il mondo e gli uomini, vuole raccontare com’è l’America vista da un’italiana. L’America non appartiene solo agli americani, perciò ha il diritto di raccontare ciò che va e ciò che invece non va: «Ho il diritto di sapere chi sono, se sono felici o infelici, mascalzoni o perbene. Ho il diritto di ascoltarli, osservarli, spiarli», scrive l’autrice. Così, la vastità e la complessità degli Stati Uniti la spingono a intraprendere un viaggio per poter raccontare il Paese dopo averlo osservato più da vicino.
Il libro è suddiviso in sei parti che racchiudono straordinari ritratti di cantanti, politici, astronauti, attori e divi di Hollywood e una descrizione delle tante facce della New York degli anni Sessanta, spesso presentata come un inferno, dove possedere una rivoltella equivale ad avere la macchina per lavare i piatti, la televisione, il telefono, l’automobile, il frigorifero; e poi lo spumeggiante viaggio on the road con l’amica Shirley MacLaine per percorrere all’incontrario la strada degli antichi pionieri che nell’Ottocento si mossero dalla Virginia alla California. La silenziosa Death Valley, Las Vegas, il Grand Canyon, sono solo alcune delle numerose tappe del viaggio con la MacLaine. «L’America è così vasta, paurosamente vasta. C’è di tutto in America». Così, per sentirsi di nuovo a casa attraverserà il paese per far visita, da buona toscana, a Florence in Alabama. Ed è proprio qui, negli stati del Sud, che comprenderà il dramma d’essere nato color della notte in un Paese dove la maggioranza delle persone è color del giorno. Nelle oltre due settimane di viaggio Oriana confessa che la comodità americana è assai attraente, sì, ma anche che le manca qualcosa. In uno scenario perfetto, in una vita perfetta fatta di benessere, prati curati, piscine riscaldate, bibite fresche, campi da tennis e tecnologia, ciò di cui sono privi gli Stati Uniti sono i fantasmi. Vale a dire i fantasmi di coloro che levigarono i sassi su cui si cammina: lì non c’è memoria, non ci sono ricordi né tradizioni e i troppi comfort stanno per ingoiarla. Si sente rimbecillita da quel mondo dove tutto è troppo. L’America impaziente che non si affeziona mai a nulla, si stacca senza dolore da tutto: genitori, figli, coniugi, case, paesaggi. Sono queste, secondo lei, le cose che un europeo non può comprendere.
Il libro si conclude con un’inchiesta sui teenager americani, preziosa per capire la società dell’epoca e con delle “Lettere dall’America”, contenenti gli aneddoti più strambi come le maldestre intercettazioni telefoniche da parte della CIA o una Fallaci intenta a fumare le bucce delle banane. Un rapporto di odio e amore, quello tra Oriana e l’America. Gli USA, però, sono una continua scoperta e questo la elettrizza. L’autrice, con uno stile sfrontato e brillante, racconta di un’America che forse non è cambiata poi così tanto e che, forse, non odia poi così tanto: «Dell’America mi piacciono i western, i ponti, i biondi, la Costituzione, sebbene sia spesso dimenticata, il roast beef che qui lo cuociono bene, non bruciato di fuori e crudo di dentro, ma d’un bel rosa unito dalla buccia all’interno. Mi piace. E poi mi piace il garbo delle telefoniste che qui non sono villane, mi piace il sorriso con cui i poliziotti del Kennedy Airport mi dicono tutte le volte che torno a New York: «Welcome home», benvenuta a casa».
Paola Alemanno



Oriana Falalci
Viaggi in America
Rizzoli, Milano, 2014.
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10 agosto 2017

In libreria

Alleyne Ireland
 Joseph Pulitzer. L'uomo che ha cambiato il giornalismo
ADD editore, Torino, 2017, 192 pp.
Descrizione
Pubblicato nel 1914, il libro di Alleyne Ireland è una vera riscoperta che arriva per la prima volta in Italia e che, nell’anno del centenario dell’assegnazione del primo Premio Pulitzer, permette di conoscere da vicino il genio visionario dell’uomo che ha cambiato il giornalismo. Il Premio nasce grazie al lascito di Joseph Pulitzer, uno dei più influenti editori e giornalisti di tutti i tempi, immigrato ungherese che, nel 1864, approdò negli Stati Uniti con pochi soldi e molta intraprendenza.
Uomo di straordinario talento, esigente con se stesso e con i suoi giornalisti, Pulitzer occupò la scena pubblica americana per anni, ingaggiando battaglie e polemiche dalle colonne del suo giornale, il «World» che acquistò nel 1883. Il suo modo di intendere il giornalismo era rivoluzionario, così come la sua costante ricerca dei migliori cronisti che sottraeva ai giornali concorrenti. Anni di lavoro indefesso lasciarono però su di lui i segni della fatica e Pulitzer, ancora giovane, perse la vista e venne colpito da una grave malattia nervosa. Nei suoi ultimi otto mesi di vita, passati lontano dal mondo, ma sempre con l’assoluto controllo del giornale, fa la sua comparsa l’autore di questo libro, Alleyne Ireland, viaggiatore e «uomo di mondo» inglese, il quale entra a far parte della schiera assai selezionata dei segretari di Joseph Pulitzer. Sono mesi in cui Ireland scopre la grandezza di quest’uomo, ne subisce il fascino e le vessazioni, lo asseconda nei capricci avendone in cambio un immenso appagamento intellettuale. Il libro mette insieme ammirazione e sorpresa di fronte alla grandezza: un ritratto potente e raffinato di un uomo che ha segnato la storia.
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15 ottobre 2012

In libreria

Andrew Rossi
Page One. Dentro il New York Times
Milano, Feltrinelli, 2012 , Dvd + libro di 96 pagine (collana Real Cinema)
Descrizione
Il film. “È la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente,” dice Humphrey Bogart nel film L’ultima minaccia, quarant’anni prima che internet, il meteorite che ha proiettato il mondo nel futuro, costringesse i dinosauri dell’era dei giornali a camminare sull’orlo del baratro. Page One.  Dentro il New York Times è la cronaca di un anno intero, vissuto nel cuore del più importante quotidiano del globo, al fianco di coloro che cercano di salvare la tradizione della stampa e indagano sul futuro e sul ruolo del digitale. Al fianco soprattutto dei giornalisti del media desk per raccontare dall’interno la trasformazione del sistema dell’informazione nel suo momento di maggiore incertezza, con internet che è diventato la principale fonte di notizie e molti quotidiani in tutto il mondo che chiudono per bancarotta
Il libro. Tra versioni cartacee sempre più obsolete e sfida dell’informazione online, che ne sarà della figura del giornalista tradizionale e della sua professione nel prossimo futuro? Tra i contributi: la profezia del decano del giornalismo italiano Giorgio Bocca, un caso storico analizzato da Mimmo Franzinelli, l’anatomia della rivoluzione di natura culturale, economica e tecnologica prodotta dal digitale per le news (Vittorio Zambardino e Massimo Russo; Vittorio Sabadin). E inoltre: approfondimenti e curiosità sul film e sui suoi protagonisti.
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26 marzo 2009

Caccia alle foche

Cosciente del fatto che questo mio post possa sollevare un enorme polemica decido ugualmente di scrivere.

Oggi in Canada é stato dato il via alla caccia alle foche. Questa sera i telegiornali, verso il 25 minuto, manderanno in onda un servizio su quanto sia disumana e tremenda questa pratica che massacra piccoli e innocenti cuccioli di foca (é prevista l'uccisione di 280.000 esemplari). Inorridiremo di fronte alle immagini del massacro (probabilmente immagini d'archivio), ma riusciremo comunque a dormire sonni tranquilli. Vorrei solo che ci soffermassimo a riflettere su quanti animali subiscono una vita di maltrattamenti e una morte tremenda ogni giorno, spesso solo per soddisfare non una presunta, e a mio parere falsa, necessità di tipo nutrizionale, ma un inutile capriccio (parlo di tutti gli animali usati come cavie per testare i cosmetici).

Proviamo a pensare anche a quegli animali, che magari non sono così "carini" come i cuccioli di foca, ma esistono e soffrono.

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