Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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10 aprile 2021

In libreria

Luca Barra e Giuliana C. Galvagno (a cura di) 
Media-storie. Lezioni indimenticate di Peppino Ortoleva
Viella, Roma,  2020, pp. 104.

Descrizione
Questa raccolta sottolinea la ricchezza degli interessi accademici e intellettuali di Peppino Ortoleva, la molteplicità dei suoi punti di vista, la profondità e originalità delle sue analisi, la generosità nell’aprire campi inesplorati o percorrere traiettorie meno battute. E, insieme, testimonia con forza quanto il suo modo di studiare la storia contemporanea, e la storia dei media in particolare, sia stato fecondo. Ogni capitolo riprende un intervento, un seminario, una relazione in un convegno, un’introduzione, uno scritto d’occasione, un momento di insegnamento o di divulgazione tra i molti che non hanno trovato spazio altrove. Queste “lezioni indimenticate” sono qui trascritte o parafrasate, in forma completa o per ampi stralci, così da consentire un accesso diretto a queste riflessioni, da metterne in luce varietà e ricchezza, da fissarle e da lasciarle a disposizione. Ogni contributo funziona inoltre da innesco a una riflessione e un inquadramento generale. Per riprendere Marshall McLuhan, questo libro è un medium “freddo”, che offre una conoscenza frammentaria, ma al tempo stesso obbliga il lettore a unire i puntini, a inserirsi in prima persona e farsi parte di un percorso intellettuale

*link all' Indice del libro.

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28 gennaio 2020

Visual Journalist: un libro per reagire alla cultura visiva



È possibile essere dei buoni giornalisti con un pubblico di non-lettori?
L’opera di Paolo Schianchi è una finestra che si spalanca sulle condizioni attuali del mondo dell’informazione. Già dalle prime pagine l’autore contestualizza il lavoro del visual journalist, facendo emergere l’essenzialità di una professione che merita una particolare attenzione.
Siamo nel pieno della cultura visiva, le immagini permeano la nostra quotidianità ed è sempre più comune la tendenza a informarsi guardando. Date le caratteristiche dell’epoca attuale, il visual journalist ha il compito di scrivere visivamente una notizia, il cui contenuto deve essere leggibile dagli utenti. Attraverso molti esempi efficaci, Schianchi illustra come le immagini stiano diventando indipendenti dalle parole, quando prima ne erano un completamento. Chi svolge la professione ha la responsabilità di comporre notizie che siano comprensibili a tutti e immediatamente chiare, attività che richiede ben di più di una resa esteticamente piacevole. Come afferma l’autore, “un visual journalist sa governare l’emozione dell’immagine per diffondere il suo messaggio, in quanto padroneggia le raffigurazioni dal punto di vista compositivo, lessicale e tecnico.”
È fondamentale capire come si possa realizzare una buona informazione cavalcando il cambiamento mediatico e l’intento di Schianchi è spiegare come il visual journalism possa essere una disciplina efficace, senza screditare l’importanza delle parole. Infatti, queste ultime sono ancora il potente mezzo che permette di approfondire la conoscenza e hanno un primato da reputarsi tuttora ineguagliabile. Ciononostante, è sempre più opportuno reagire al cambiamento della comunicazione con novità intelligenti che valga la pena conoscere, perché informando meglio, si preserva la vera ricchezza dell’essere umano.
Marta Massardo

Paolo Schianchi,
Visual Journalist. L'immagine è la notizia
Franco Angeli, Milano, 2018.


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17 giugno 2019

In libreria


Francesco Faeta,
Il nascosto carattere politico. 
Fotografie e culture nazionali nel secolo Ventesimo
Franco Angeli, Milano, 2019, pp. 284.
Descrizione
Sviluppando una serrata analisi, centrata soprattutto sulla realtà italiana ma attenta anche a quella internazionale, l'autore ci conduce, con dovizia di riferimenti alla critica e alla storia del mezzo e con un innovativo taglio antropologico-culturale, alla scoperta di realtà piccole e grandi che compongono il mosaico delle culture nazionali nel secolo Ventesimo: la fotografia è vista come dispositivo, nel senso foucaultiano del termine, atto a promuovere la formazione di una comunità nazionale e l'affermazione dello Stato, attraverso la creazione di specifici regimi discorsivi e di specifiche comunità di pratica. Dalle immagini del Gabinetto Fotografico Nazionale a quelle dei fantaccini della prima guerra mondiale; da quelle di un antropologo africanista di chiara fama alle inquietanti costruzioni di una femminilità in cerca di una sua definizione identitaria nelle opere di affermate artiste; dai reiterati anacronismi delle rappresentazioni della Sardegna alle benjaminiane raffigurazioni di città e alle problematiche poetiche che presiedono all'artificazione della fotografia: uno sguardo sul mezzo che dimostra l'imperioso e complesso tratto performativo che ha assunto in epoca di tarda modernità e che ne svela, ancora con Walter Benjamin, il nascosto carattere politico.
Indice
Introduzione
Parte I Uomini, paesaggi, rovine. Una certa idea del Paese, una certa pratica della fotografia
Guerra, Stato nazionale, dispositivo fotografico / Etnografia, fotografia e cultura nazionale. Paul Scheuermeier, l'Abruzzo, l'Italia Fotografia, public history, antropologia. Immagini e uso pubblico della Storia
Parte II Scivolare fuori del tempo. Dispositivo fotografico e costruzioni dell'alterità
Parte III Cinque mostre americane
Mostrare un album di famiglia. Il caso di Rocco Scotellaro
Incontri: un fotografo e le città
Nascita e morte tra gli Acioli. Piccola nota su una piccola mostra
Una progressiva emersione dall'ombra, una progressiva attribuzione di senso.
Attorno a una mostra di Arturo Zavattini
Psichiatria, antipsichiatria e dispositivo fotografico. Una nota a margine
delle immagini di Luciano D'Alessandro
L'invenzione della fotografia come oggetto artistico: un processo incostante
Fotografia e città moderna: appunti per una lezione
Bibliografia e filmografia
Le immagini.

19 aprile 2019

in libreria

Neri Fadigati, 
Il mestiere di vedere. Introduzione al fotogiornalismo
Pisa University Press.2019. pp. 207

Descrizione
Il ruolo centrale avuto dalla fotografi a negli anni d’oro della grande stampa periodica. Le vite di alcuni testimoni della storia del ’900 come R. Capa, W.E. Smith, M. Bourke-White. L’importanza del lavoro del fotografo, che senza mettersi in mostra fa vedere la realtà, introducendo un “commento”, un valore aggiunto per l’informazione giornalistica. Infine alcuni consigli pratici di solito non reperibili sui manuali. È questo il contenuto del volume, primo tentativo di organizzazione sistematica di una materia finora poco approfondita sul piano teorico. Senza dare risposte definitive il libro si propone di fornire gli strumenti necessari per avvicinarsi alla tecnica che promette di conservare certezze, ma si rivela sfuggente come la luce che gli dà forma. E di sgombrare il campo dagli equivoci che l’hanno accompagnata nel corso della sua breve storia.

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29 ottobre 2018

In libreria

Dario Mangano
Che cos'è la semiotica della fotografia
Carocci, Roma, 2018, pp. 144.

Descrizione
L’idea che la fotografia possa essere considerata un linguaggio è talmente diffusa che non ci facciamo neanche più caso, certi che quella miriade di immagini che scattiamo e guardiamo abbia a che fare con la nostra capacità di comunicare. Difficilmente quindi ci soffermiamo a riflettere su cosa ciò comporti, a chiederci “come” essa significhi, più di “cosa” voglia dire. È proprio di questo che parla il libro: utilizzando la semiotica contemporanea, scienza che studia i diversi sistemi di significazione, mira a ricostruire i meccanismi che caratterizzano la fotografia in quanto fenomeno di produzione di senso. Si scopre allora, fra l’altro, che non si tratta di un unico linguaggio ma di tanti, e che l’attività semiotica che riguarda la fotografia comincia molto prima della visione, quando ci si mette in mano un apparecchio progettato per fare di un uomo un fotografo.
Indice
Introduzione
 1. Corpi
 Io, fotografo/ Critica della ragione tecnica/ Corpi-macchina/ L’atto fotografico/Impugnare/trasportare/ Inquadrare/ L’obiettivo/ Regolare/ Scattare
 2. Segni
 Il senso di un saluto/Retoriche dell’immagine/La ricerca dell’essenza/Il ritorno del segno/Modelli di segno a confronto/Lo specchio del reale: l’icona/La trasformazione del reale: il simbolo/La traccia del reale: l’indice/Oltre il segno/Il fare fotografico/Studium e punctum/Verso un nuovo paradigma
 3. Testi
«Flagranti reati»/«Forme dell’impronta»/ Dal segno al testo/ Linguaggi della fotografia/Dimensione topologica/Dimensione eidetica/ Dimensione cromatica
 4. Discorsi
 Fotografia testimonianza/ Dal testo al discorso/ Realtà parallele/ Fotografia opera/ Fotografia ludica/ Fotografia tecnica/ Generi comunicativi/ Fotografia referenziale/ Fotografia mitica/ Fotografia sostanziale/ Fotografia obliqua/ Strategie fotografiche
 Riferimenti bibliografici
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05 giugno 2018

In libreria

Pierre Bourdieu
Un’arte media. Saggio sugli usi sociali della fotografia 

a cura di Milly Buonanno, 
Meltemi editore, Milano, 2018, pp. 372.
Descrizione 

Nell’età del selfie e della compulsione a scattare e inviare immagini, questo classico di Pierre Bourdieu sugli usi sociali della fotografia assume un’importanza particolare. Si tratta, infatti, del primo tentativo di elaborare una sociologia delle pratiche legate alla fotografia, nella loro accezione più ampia, da quelle professionali o artistiche a quelle documentarie, passando per quelle turistiche o legate alla semplice volontà di immortalare un attimo o un evento.
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30 ottobre 2017

In libreria

"Intorno alla fotografia si deve costruire un sistema radiale che le consenta di essere vista in termini allo stesso tempo personali, politici, economici, drammatici, quotidiani e storici” - John Berger

John Berger

Sul guardare
Il Saggiatore, Milano, 2017, 266 pp. 
Descrizione

Osservare il linguaggio sgretolarsi in un’opera di Magritte. Scoprire la medesima, disperata assenza in un volto urlante di Bacon e in un animale antropomorfo di Walt Disney. Guardare il sangue nero e denso in una foto di guerra di Don McCullin. Scrutare l’abisso che si apre negli occhi di un elefante rinchiuso dietro le sbarre di uno zoo. Rivedere, a distanza di dieci anni, la pala d’altare di Grünewald a Colmar, e riconoscere la propria epoca tra le sfumature di una luce antica, dipinta cinque secoli prima. Sul guardare è un libro di immagini che interrogano la scrittura. Ma è tutta l’opera di John Berger a confermare questo vincolo indissolubile tra visione e linguaggio: dal guardare si irradia l’enigma del senso, si innesca il racconto come tentativo di fissare la propria esistenza nel tempo, che può assumere la forma di romanzo o critica d’arte, poesia o intervento politico. Come si legge in Questione di sguardi, «Il vedere viene prima delle parole. Il bambino guarda e riconosce prima di essere in grado di parlare». Attraversando il pensiero di Walter Benjamin e Susan Sontag, John Berger mette in luce come la fotografia abbia trasformato la memoria in spettacolo; analizzando la Tempesta di neve di Turner, si trova avvolto dalla violenza della natura come in un maelstrom; osservando una foto di Cartier-Bresson che ritrae Giacometti mentre cammina sotto la pioggia, riconosce la stessa solitudine che anima tutte le sue sculture. Sul guardare – che il Saggiatore propone in una nuova traduzione di Maria Nadotti – è molto più di una raccolta di saggi critici: è un testo organico in cui ogni immagine è un evento inatteso e perturbante, ogni incontro con l’opera d’arte un’esperienza reale o, per usare le parole di John Berger, un «momento vissuto» che diviene scrittura.

21 settembre 2017

In libreria

Italo Zannier
La lanterna della fotografia. Dall’invisibile all’ignoto
La Nave di Teseo, Milano, 2017, pp. 98.
Descrizione 
 La fotografia, fin dalla sua nascita e dai primi esperimenti col dagherrotipo nell’Ottocento, è stata circondata da un alone magico, unico mezzo capace di riprodurre la realtà e fermare il movimento. Dalla pratica alchemica degli esordi, quando i fotografi erano piccoli chimici alle prese con sali d’argento e fosforo, l’immagine fotografica ha conquistato l’attenzione di artisti e filosofi, via via accusata di rubare l’anima ai soggetti ritratti o di sostituire l’esperienza della realtà con un duplicato posticcio. Si è arrivati così fino agli eccessi della società tecnologica di oggi, che ha visto il moltiplicarsi delle fotocamere, ormai incluse nei cellulari che abbiamo sempre con noi, e il proliferare compulsivo della fotografia di massa, che apparentemente nega il valore stesso dell’immagine, quello di essere un mezzo per scoprire l’invisibile. Da uno dei più grandi critici e divulgatori della fotografia, un percorso accessibile, vivace e completo all’evoluzione di una delle arti più influenti e discusse dell’ultimo secolo.


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07 luglio 2016

Genova in libreria

Vivere d'immagini
Fotografi e fotografia a Genova 1839-1926
a cura di Elisabetta Papone e Sergio Rebora 
Scalpendi, Milano, 2016, 336 pp.
Descrizione
Sostenuto da un articolato saggio di Elisabetta Papone, che identifica e mette a fuoco alcuni momenti salienti della storia della fotografia a Genova, il volume comprende un repertorio di oltre 600 nominativi di fotografi e venditori di fotografie, apparecchiature e materiali fotografici attivi in città e nelle località poi entrate a far parte del suo territorio comunale: le singole voci biografiche sono frutto di una ricerca filologica condotta quasi interamente su fonti di prima mano, a cominciare dalle interessanti e vivaci testimonianze fornite dalla stampa dell'epoca e dai preziosi documenti conservati presso gli archivi dello Stato Civile e della Camera di Commercio. Accompagna il volume un ricco corredo di immagini, scelte tra i materiali appartenenti alle principali istituzioni culturali genovesi e tra quelli messi generosamente a disposizione da raccolte private, in prevalenza inedite.
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04 giugno 2016

Genova in libreria

Uliano Lucas
Il tempo dei lavori

Il Canneto editore, Genova, 2016, 114 pp.
Descrizione
In occasione dei 120 anni dalla nascita della Camera del Lavoro di Genova, il fotografo Uliano Lucas, autore di reportage che vanno dalla cronaca al documento politico e sociale, torna a “spiegare, dare emozione, e far ragionare” su quello che è oggi effettivamente il lavoro in Italia, e in particolare a Genova. Istantanee in bianco e nero che variano dagli operai delle storiche fabbriche dell’acciaio nel Ponente ligure ai responsabili dell’acquario di Genova, dai vigili del fuoco ai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Ogni fotografia di Lucas coglie perfettamente l’importanza che la storia delle lavoratrici e dei lavoratori, nonostante il peso crescente del progresso tecnologico, assume nel nostro Paese. Prefazione di Susanna Camusso e contributi di Ivano Bosco e Luca Borzani.
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30 novembre 2015

Istantanee della storia della fotografia e dell’Europa

Ci sono immagini che sfuggono dalle mani di chi le ha prodotte e si trasformano in qualche cosa di più grande, divenendo simbolo universale, quasi inconsapevole, della storia. È stato il destino degli scatti praghesi di Koudelka, dell’immagine dell’anziano sarto, fotografato da McCurry durante la stagione dei monsoni in India o delle due fontanelle nel sud degli Stati Uniti, simbolo della segregazione razziale negli USA, immortalate da Erwitt. Queste sono solo una minima parte delle immagini e delle storie raccontate nell’ultimo libro di Mario Calabresi A occhi aperti. Nel volume sono raccolte le testimonianze dei più grandi fotoreporter viventi, i quali spesso sono andati oltre la semplice descrizione della loro esperienza professionale, lasciando trasparire molto della loro personalità e delle loro vite. 
L’autore si affretta a chiarire già nella premessa che il suo non è un manuale di fotografia; piuttosto è un libro sul giornalismo e sulla valenza socioculturale che possono avere le immagini. Non si parla delle foto in se o delle tecniche con cui queste siano state prodotte. Si racconta «cosa è accaduto un attimo prima e un attimo dopo lo scatto» e come queste immagini siano divenute una finestra su alcuni dei fatti più importanti, troppo spesso tragici, della seconda metà del Novecento: che si tratti della primavera di Praga, della guerra civile in Libano o del treno funebre su cui venne trasportato il feretro di Bob Kennedy. 
L’autore, attraverso i suoi dialoghi con McCurry, Koudelka McCullin, Erwitt, Fusco, Basilico, Abbas, Pellegrin e Salgado ci racconta il carattere degli autori e i momenti in cui il loro lavoro è diventato un fermo immagine della storia. Quando si leggono le vicende dei grandi della fotografia intervistati da Calabresi si è come trasportati in un viaggio per il mondo, attraverso epoche, guerre e continenti. Ogni fotoreporter ci fornisce della fotografia una chiave di lettura diversa, ma mai contrastante con le altre. Il punto in comune che emerge tra tutti i protagonisti del libro è il rispetto di una massima di Robert Capa: «se una foto non è buona significa che non sei abbastanza vicino». 
Il libro, edito da Contrasto, si legge con piacere. Calabresi ha il merito riportarci le parole e i pensieri degli artisti senza cadere nel semplice resoconto di un dialogo: sono aggiunti dettagli, descrizioni e aneddoti che riescono a far sentire il lettore presente alla conversazione. A occhi aperti si rivolge a un pubblico ampissimo: è capace di stimolare appassionati e professionisti della fotografia ma anche attrarre coloro che di questa non si occupano. Il libro è scritto in maniera elegante e allo stesso tempo di semplice comprensione. La qualità di stampa delle fotografie è buona, anche se, vista la caratura delle immagini, un formato più grande per il volume avrebbe reso maggiormente giustizia alle foto in esso contenute e favorito la consultazione. Proprio a causa del formato, talvolta, mentre ci si trova a leggere riguardo i dettagli di uno scatto, per poterlo vedere è necessario “cercarlo” nelle pagine successive o precedenti.
Mario Calabresi, giornalista e scrittore, dirige il quotidiano torinese La Stampa, incarico che dal prossimo dicembre lascerà per passare alla direzione di Repubblica, sostituendo Ezio Mauro. A soli due anni, nel 1972, Calabresi perde il padre, Luigi, commissario di polizia assassinato dalle Brigate Rosse. Dopo aver conseguito a Milano una laurea in Giurisprudenza e una in Storia intraprende la carriera di giornalista: come cronista politico per l’ANSA e Repubblica per poi approdare a La Stampa facendo l’inviato. A occhi aperti è il quarto libro di Mario Calabresi, tra i precedenti ricordiamo: Spingendo la notte più in là, libro autobiografico sul terrorismo in Italia, e La fortuna non esiste, raccolta di testimonianze di persone che, nonostante “la crisi” e le difficoltà, sono riuscite a rialzarsi dopo insuccessi e  fallimenti.
Claudio Gastaldo

Mario Calabresi
A occhi aperti
Contrasto, Roma, 2013 pp. 206.

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05 maggio 2015

Fotografia: ieri e oggi

Mostra "August Sander. Ritratto del XX secolo" 
11 aprile – 23 agosto 2015
Genova - Sottoporticato, Palazzo Ducale



La fotografia, ieri quanto oggi, è la nostra finestra sul mondo, costituita da modi, tempi ed utilizzi molto diversi tra loro.
Se  August Sander ci ha fatto esplorare le bellezze dei nostri dettagli meramente fisici, come le mani, gli occhi, la barba, il volto e le orecchie, passando poi all'aspetto esclusivamente emozionale raffigurato dai soggetti delle sue foto (Il soldato tedesco delle SS, L'architetto, Lo studente liceale, Il facchino, La donna delle pulizie, Gli artisti di circo, Il Farmacista, il Cuoco e così di seguito), noi vediamo che cosa? Innanzitutto che la "Bellezza" così come oggi siamo abituati a pensarla in realtà non è altro che un prodotto commerciale che ci è stato proposto e somministrato in toto. Pertanto definiremo il concetto di bellezza in base a dei parametri ben precisi, sebbene cambino nel corso dei decenni, e sottolineino, ognuno a proprio modo, che se non si hanno specifiche "caratteristiche" non si può definire un oggetto o una persona come belli.
La singolarità delle opere di Sander vuole gridare agli arbori del '900 che le cose non sono belle o brutte in senso oggettivo, ma semplicemente sono; al contrario invece di una possibile preferenza o gradevolezza soggettiva.
La galleria delle sue esposizioni  sintetizza due ventenni, attraverso cui sono rivelate con fredda lucidità le pieghe sotterranee e rivelatrici del suo tempo. E ciò che sbalordisce in modo assoluto è la  lucida percezione personale che aveva del presente. Essa è la naturalezza dei corpi che emerge dal quadro "I pugili" (oggi li definiremmo poco atletici e affatto attraenti, come se per un pugile fosse rilevante esserlo, dato il mestiere) e segnatamente la stanchezza nei volti dei lavoratori e delle lavoratrici. Non ci si vergognava quando il viso era cavo per l'estremo lavoro; se ne prendeva atto, si era stanchi; ovunque affiora la spontaneità della maggior parte dei soggetti da lui ripresi.
Questa parentesi circa il fotografo tedesco ci rimanda ad una peculiarità che potremmo definire “dimensione yo-yo“, replicando proprio l'effetto di qualcosa che sale e scende oppure che parte e poi torna indietro.
Se in origine la fotografia serviva a "fare vedere" a "mettere in mostra" a "tirar fuori dall'oscuro", oggi, attraverso ritocchi, ridimensionamenti, fotomontaggi ed altre correzioni, siamo passati a fare l'esatto contrario: coprire.
La domanda da porsi è: cos'è accaduto a quell'ardore avanguardisco e lungimirante di Giacomo Balla che, tramite il famoso dipinto Dinamismo di un cane al guinzaglio, ci rimanda agli arbori del 1900? Fotografia in stato emergente e pittura dalle movenze olistiche segnano la storia della bellezza, di una bellezza mai vista prima. Affascinante, curiosa, precisa, dettagliata.
La risposta potremmo individuarla così: in un mondo dove ogni cosa è invilita perché passibile della critica “dell'esperto dell'anno”, allora forse non occorre fotografare per mettere in luce, ma servirsi di questo mezzo per giungere ad uno scopo, di qualsivoglia natura. E lasciare alla mercede altrui il potere di negoziare.
Astrid Amodeo


*link al sito dedicato alla Mostra:
http://www.palazzoducale.genova.it/august-sander/
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17 giugno 2014

In libreria

Mario Dondero
Lo scatto umano. Viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York
Roma-Bari, Laterza, 2014, 160 pp.

disponibile anche in formato ebook
Descrizione
La grande stagione del fotogiornalismo internazionale, raccontata e vissuta da uno dei più importanti e originali fotografi europei. Questo è un viaggio nel cuore della più bella stagione del fotogiornalismo internazionale. Da Parigi a Londra, da New York a Roma, da Budapest a Mosca, da Kabul alle pianure della Cambogia, Mario Dondero svela le storie che stanno dietro le fotografie sue e di altri, il confronto con mostri sacri come Robert Capa, i grandi eventi del XX secolo, dalla guerra di Spagna alla Grande Depressione americana, dalla caduta del muro di Berlino alla guerra in Iraq. Nelle sue parole sottili, ironiche, appassionate, scopriremo chi sono stati i primi fotoreporter, i primi creatori di agenzie, le ferree regole del mercato e quello che impongono. Ma, soprattutto, troveremo cosa rende straordinario il mestiere del fotoreporter, lo spirito nomade, il misto di adrenalina e paura nelle situazioni di pericolo, l’impegno civile, la curiosità per l’altro. Una storia ricca di persone e umanità, la vera cifra della migliore fotografia perché «non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono. Diversamente, il fotogiornalismo sarebbe soltanto una sequenza di scatti senz’anima.»

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05 giugno 2014

Pochi sono i poeti


«Ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta. […] Queste foto, che hanno plasmato il nostro immaginario collettivo, mi hanno spinto ad andare a cercare i loro autori, per farmi raccontare il momento in cui hanno incontrato la Storia e hanno saputo riconoscerla».


Da cinque anni di interviste a dieci grandi fotografi della scena internazionale nasce A occhi aperti, l’ultimo lavoro di Mario Calabresi, che per anni li ha inseguiti in ogni dove, per farsi raccontare cos’hanno provato un attimo prima e un attimo dopo aver immortalato la Storia. Non è soltanto un libro che parla di fotografia; è, soprattutto, un libro che spiega qual è l’essenza del giornalismo. Perché il lavoro di un giornalista è «andare a vedere, capire e testimoniare», ed è precisamente quello che questi dieci fotografi hanno cercato di fare col loro lavoro.
Come José Koudelka, “l’anonimo praghese”, che testimoniò la sanguinosa repressione della Primavera di Praga, realizzando uno dei più grandi reportage della storia del fotogiornalismo. «Devi capire al volo che è quello il momento in cui hai un appuntamento con la Storia», commenta Elliott Erwitt, che con i suoi scatti ha testimoniato meglio di chiunque altro il cambiamento di un Paese, gli Stati Uniti d’America, dalle tensioni razziali degli anni Cinquanta all’elezione del Presidente Obama alla Casa Bianca.
Perché se “fotografare” significa “scrivere con la luce”, questi fotografi, al pari di tanti giornalisti e scrittori, hanno raccontato storie incredibili con la loro macchina fotografica. Storie di guerra, morte e disperazione, come quelle raccontate negli scatti di Don McCullin in Vietnam e in Libano, o di Paolo Pellegrin in Iraq, ma anche storie di speranza, bellezza e umanità. In ogni caso, storie raccontate “dal di dentro”. «Le belle foto sono in quell’acqua sporca, non puoi stare ai margini, un po’ fuori e un po’ dentro: […] non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo», spiega Steve McCurry, che immerso nell’acqua sporca ha realizzato i suoi scatti migliori. Questo è il lavoro del giornalista: immergersi nel mondo e contaminarsi. Perché un giornalista non è un entomologo, provoca Calabresi: non può osservare il mondo dall’alto, come si fa con un formicaio, ma deve vivere in mezzo alle formiche.
E, possibilmente, farsi guidare dall’atteggiamento del cercatore, spinto da una grande curiosità e armato di una buona dose di pazienza. È quello che Alex Webb, il fotografo “del colore”, ha sempre tentato di fare: «Quando fotografo, io provo a capire e mentre scatto le foto comprendo sempre qualcosa in più. […] Le fotografie ci permettono di capire qualcosa visivamente e questo ci spinge a comprendere la stessa cosa intellettualmente». In molti casi, è proprio grazie alle fotografie, grazie al loro impatto visivo e alla loro forza comunicativa, che ancora oggi, a distanza di anni, continuiamo a interrogarci, a commuoverci e a indignarci di fronte agli avvenimenti della storia trascorsa.
È un viaggio nel passato quello che Calabresi regala ai suoi lettori. Sfogliando le pagine del libro, la storia degli ultimi cinquant’anni ci scorre sotto agli occhi come il panorama dal finestrino di un treno. Proprio come il panorama che Paul Fusco immortalò a bordo del Funeral Train, il convoglio di dieci vagoni su cui il feretro di Bob Kennedy partì da New York e attraversò cinque Stati per arrivare alla destinazione finale, Washington. Un milione di persone ad aspettare lungo i binari per tributare il proprio addio al candidato democratico ucciso pochi giorni prima: è il ritratto più emozionante del popolo americano mai realizzato, che ancora oggi commuove chi lo osserva.
Un viaggio come quello intrapreso da Sebastião Salgado, che con il suo progetto In cammino attraversò quaranta Paesi in sette anni, per raccontare il genocidio ruandese e le terribili conseguenze che ebbe sulla popolazione, costretta nella violenza dei campi profughi, eppure mai ritratta come povera e disperata, ma come umanità in fuga, derubata della propria dignità. È sua l’intervista con cui si conclude, affatto casualmente, A occhi aperti. Dopo tanta morte e violenza, Salgado sceglierà di tornare alla vita, con il suo ultimo progetto, Genesi: «Dopo tutto questo, ho pensato che esiste anche il dovere di fare qualcosa di bello, di mostrare a tutti l’incanto della natura». «Appassionato e contaminato del mondo che si è rivelato ai suoi occhi», così lo descrive Calabresi. Nei suoi scatti della Foresta Amazzonica e delle Isole Galapagos che illuminano le ultime pagine del volume si legge tutto l’incanto del mondo, della natura e dell’umanità.
 “Incanto” è forse la parola che meglio riassume questo libro, che è molto di più di una semplice carrellata d’interviste. Forse per l’atmosfera sospesa in cui si è immersi nel tornare indietro di anni lungo la linea del tempo, forse perché le immagini catturano, quasi risucchiano, sicuramente perché la prosa di Calabresi è chiara e precisa, e al tempo stesso delicata, evocativa, un po’ magica. In qualche modo, è un libro pieno di poesia. Lo si percepisce sin dalle prime pagine, ma è a metà del volume che diventa cosa certa, alla fine del dialogo con Elliott Erwitt. In cima alla pagina, uno scatto che ritrae Barack e Michelle Obama fotografati da centinaia di persone con telefoni o piccole macchine fotografiche. Poco sotto, una domanda: hanno ancora senso i fotografi nell’era digitale, in cui la fotografia è ormai alla portata di tutti? E, infine, la sua risposta, precisa, esauriente e chiara: «Tutti possono avere una matita e un pezzo di carta, ma pochi sono i poeti».
Marta Ghio




Mario Calabresi
A occhi aperti
Roma, Contrasto, 2013, 206 pp.

16 febbraio 2014

Migranti in fotografia


Quando si parla del fenomeno delle immigrazioni straniere in Italia, a cosa si pensa? È proprio questo l’oggetto della ricerca portata avanti dagli autori del testo, per conto del FIERI (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione), che analizzano in modo organico e sistematico circa 30 anni dell’immaginario collettivo creato dalle rappresentazioni fotogiornalistiche di questo fenomeno di massa. La ricerca esamina gli impaginati di alcune tra le più diffuse testate di stampa periodica italiana, suddivisa in settimanali di attualità (Panorama e L’Espresso), d’informazione (Famiglia Cristiana ed Epoca) e magazine (Sette del Corriere della Sera e Il Venerdì di Repubblica), non limitandosi a una raccolta delle immagini ma anche del loro rapporto con gli elementi paratestuali, quindi la coerenza tra il contenuto delle fotografie e gli elementi di testo come titoli, occhielli e didascalie, approccio che ha pochi precedenti in Italia. Un’altra caratteristica innovativa, ai fini di questa ricerca, è la scelta di un metodo multidisciplinare che va dalla sociologia alla storia dei media, del giornalismo e delle migrazioni, dai visual studies all’antropologia e alla semiotica, riuscendo così a dare un quadro completo di tutti gli aspetti riguardanti la costruzione dell’immaginario dei lettori a proposito di un tema che, a partire dagli anni ’80 fino ai giorni nostri, ha occupato le redazioni dei media.

Andando ora nello specifico, i curatori di questo testo si sono occupati nei primi tre capitoli di presentare tutti i dati concernenti servizi pubblicati dai periodici sopracitati riguardo agli stranieri, che per diversi motivi si sono ritrovati a soggiornare in Italia, lungo un arco temporale che va dal 1980 al 2007. Non sono però partiti dall’analisi diretta degli impaginati, bensì da quella del mercato della fotografia in Italia, delle forme di scambio di molti fotogiornalisti professionisti con le redazioni (che in Italia non hanno fotografi interni); dalle loro interviste emerge che le immagini hanno spesso per i media italiani il compito di illustrare, e non informare o documentare, gli eventi e i temi cui si riferiscono i testi. A questo proposito è interessante introdurre il concetto di framing (da frame, cornice di senso): i servizi giornalistici scelgono il tema da approfondire, secondo le leggi del mercato dell’informazione, le immagini sono poi scelte in base all’interpretazione, frame, che si vuole dare rispetto all’argomento o evento, creando spesso degli stereotipi che vengono riproposti, in maniera minore o maggiore secondo la linea editoriale della testata, da tutti periodici qui presi in considerazione. Riguardo all’immigrazione in Italia emergono i seguenti frame: sicurezza, razzismo, presenze e arrivi, religione, cultura e integrazione, azione politica; secondo l’interpretazione che si vuole dare ai testi attraverso le immagini, che hanno un forte ruolo nella costruzione di un messaggio, nascono poi i diversi stereotipi sull’immigrato, che lo etichettano ma non ci informano realmente sui motivi del suo arrivo, sulla sua condizione di persona, sulla sua storia, e sono: il clandestino, l’ambulante o vu cumprà, il lavoratore sfruttato dagli italiani, lo straniero che “ce l’ha fatta”, il criminale, l’invasore, i fanatici religiosi, la prostituzione, ma anche le “etnie buone” (indiani e filippini). Un altro dato che voglio sottolineare è che la personalizzazione dell’immigrato avviene solo in quei rari servizi dedicati agli stranieri che hanno avuto successo in Italia, rappresentati con bei vestiti, cellulari, sorridenti e quindi distinti nettamente dai “miserabili” che invadono le nostre coste sui barconi. A mio parere la forza delle immagini fotografiche potrebbe aiutare a non avere paura dell’altro, a non etichettarlo, isolandolo in una condizione comune a tutti gli stranieri, cercando invece di avvicinarlo, di conoscerlo e cercare di comprendere la sua diversità come risorsa e non come minaccia.
Valeria Piazzi

L. Gariglio, A. Pogliano, R. Zanini (a cura di),
Facce da straniero. 30 anni di fotografia e giornalismo sull’immigrazione in Italia 
Milano, Bruno Mondadori, 2010, 274 pp.

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30 marzo 2013

Il libreria

Grazia Neri
La mia fotografia. Una vita tra scatti
Milano, Feltrinelli, 2013, 468 pp.
Descrizione
L’agenzia Grazia Neri è stata una delle più importanti agenzie fotografiche d’Italia e del mondo. Questo molti lo sanno, e sanno che in quella agenzia sono passati i più grandi nomi della fotografia. Eppure sono pochi a sapere che Grazia Neri non è una fotografa. Forse è anche per questa confusione che Grazia Neri ha deciso di raccontare in cosa consiste il suo lavoro, quanta passione e quanta esperienza ha macinato nel costruire un archivio che per più di quarant’anni ha servito con eleganza, efficacia e tempestività la stampa italiana. In questo volume, prezioso e brillante, Grazia Neri racconta come si è mossa, con autorevolezza e levità, nell’ambiente dell’arte e della cultura; racconta gli incontri eccellenti, le amicizie professionali, l’amore per la fotografia di attualità, la lettura dei ritratti, le sue passioni letterarie. Racconta, con un tocco di humour e nostalgia, l’infanzia solitaria e piena di libri, l’euforia del dopoguerra, la Milano borghese e imprenditoriale degli anni cinquanta. Come accade nelle ricognizioni narrative di chi ha molto vissuto, ci si trova, progressivamente, dettaglio per dettaglio, a navigare dentro uno scenario amplissimo che è certamente una storia finalmente sprovincializzata degli italiani, e insieme la storia dell’età dell’oro della fotografia. Il volume è accompagnato da novantacinque fotografie, alcune celeberrime, tutte significative, che Grazia Neri rilegge con la straordinaria sensibilità estetica di un sismografo sociale.
 
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27 febbraio 2013

Il viaggio di Steve McCurry intorno all'uomo

"Una buona foto è se non la puoi dimenticare, se ti entra
dentro come un sentimento, da cui impari qualcosa e che
in qualche modo ti cambia e che ricordi per sempre.."
 
Da alcuni mesi Palazzo Ducale di Genova ospita la mostra del fotografo contemporaneo di fama internazionale Steve McCurry. Quello fotografato è un mondo interiore che prende colore nei volti di un Oriente sgargiante e pensieroso. Quelle disposizioni d'animo che, inevitabilmente, facciamo nostre (passo dopo passo, foto dopo foto). I soggetti sono per di più pastori nomadi dediti alla transumanza, donne e ragazze di campi profughi afgani desolanti; questa desolazione la cogliamo nei loro occhi. Beirut, la Cambogia, dal Kuwai all'ex Jugoslavia, l'Afganistan, vissuti dal fotografo sempre in prima linea, rischiando la vita per poter proseguire il suo lavoro e realizzare le foto.
Gli sguardi fissi, rassegnati, soprattutto dei bambini, colpiscono molto perchè da questi si evince la vita dura e vagabonda alla quale sono soggetti, costretti a vivere in un mondo di adulti senza poter giocare.
Gli occhi dei soggetti fotografati ti seguono a 360°, come se osservassero da tutte le angolature.Le pose delle donne sono spontanee, delicate: sono femminili, curiose al contempo intimorite da quello strumento, la macchina fotografica, che diventa filtro di due mondi sconosciuti, che si studiano. L'autore è la firma del celebre ritratto fatto nell’84 ad una ragazza afgana, dagli occhi verdi, destinata a diventare icona del conflitto afgano, che ha reso celebre una copertina del "National Geographic"; a distanza di 17 anni, nel 2002, dopo varie ricerche, ritrova l'ormai donna, e riesce a rifare uno scatto a quegli stessi occhi, più spenti però e segnati dalle sofferenze.
La mostra organizzata nelle sale genovesi è un percorso emotivo curato da Peter Bottazzi, articolato in varie sezioni: vertigine è una galleria degli orrori senza tempo, che ricorda di cosa siano stati capaci (e purtroppo di cosa saranno ancora capaci) gli uomini; qui ogni foto che si guarda voltandosi di scatto, è come una punzecchiata di un ago sulla pelle. Alcune foto sono emblema della ricchezza e della povertà, contrapposte. Simmetricamente opposta alla stanza precedente, è quella della poesia, ove si materializzano i sogni; foto che permettono di perdersi in vite così lontane ed apparentamente così diverse dalle nostre, che però, in realtà, si scoprono vicine come esigenze, come necessità e come speranze. Poi c’è la stanza dello stupore, quel sentimento tanto puro quanto troppo spesso sopito tra gli adulti, che induce il visitatore a tornare innocente e curioso, a guardare tutto con occhio vergine, attento a non perdersi neanche un sorriso; e poi la stanza della memoria. Gli appassionati potranno trovare all'interno della mostra anche le immagini che fanno parte del progetto the last roll, ovvero l'ultimo rullino prodotto dalla Kodak, baluardo di un'era ormai conclusa.
La pazienza è una virtù necessaria per catturare l'hic et nunc, quell'attimo che è lo scatto perfetto. Incisive come l’acqua che scava la roccia, taglienti come una lama che ti sfiora la pelle e fresche come un getto d’acqua in piena estate queste foto sono capaci di toccare anche l’animo più impavido. Un viaggio intorno all'uomo per l'uomo quindi.
Serena Cellotto
 
 
 
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23 febbraio 2013

Il doppio sguardo di Eve Arnold

Eve Arnold (1912-2012)
Conosciuta ai più come la fotografa di Marylin Monroe, prima donna membro della prestigiosa agenzia Magnum Photos, Eve Arnold, scomparsa a Londra appena un anno fa all’età di 99 anni, è stata una delle più grandi personalità del fotogiornalismo novecentesco.
Nata a Philadelphia nel 1912 da una famiglia di immigrati ebrei russi, la sua passione per la fotografia nasce negli anni quaranta durante un periodo di lavoro presso un impianto di fotofinitura a New York City. Affinerà le sue abilità fotografiche grazie alla figura di Alexey Brodovitch, art director della rivista di moda “Harper Bazar” alla New School for Social Research di Manhattan. Alcuni suoi scatti alle sfilate di New York attireranno l’attenzione di Henri Cartier-Bresson che la ingaggerà alla Magnum come freelance, ne diventerà un mebro fisso nel 1957.
Il suo lavoro raccoglie cinquant’anni di scatti che fermano sguardi e volti noti della storia dell’intero ‘900, da Marlene Dietrich a Jacqueline Kennedy, da Margaret Thatcher  a Malcom X. I suoi scatti più celebri quelli  rivolti alla nota diva di Hollywood  Merylin Monroe, (con la quale la Arnold stringerà un rapporto di grande amicizia e fiducia) immortalata in centinaia di pose sia sui set cinematografici che nella vita privata. Le foto inedite della Monroe sono state raccolte in una mostra tenutasi alla Halcyon Gallery di Londra nel mese di maggio del 2005.
Ma Eve Arnold è stata anche la fotografa di volti meno noti, di quelli tutt’altro che  ricordati dalla STORIA di quest’ultimo secolo, i suoi ritratti sono rivolti anche agli occhi degli anonimi, dei poveri, dei diseredati, il suo obiettivo si posa sulle scene di vita quotidiana, sulle storie lontane di uomini e donne che si materializzano nei suoi reportage in Afghanistan in Cina in Russia e negli Emirati Arabi. Sono i lavoratori migranti, i manifestanti dell’ apartheid in Sud Africa o ancora i veterani di guerra del Vietnam ad incuriosire lo sguardo della fotografa: “Ero povera e la povertà mi ha sempre affascinato” sosteneva.
Trasferitasi definitivamente a Londra negli anni ’60 Eve Arnold ha lavorato e collaborato con diverse testate giornalistiche tra le quali il Sunday Times redazione nella quale comincerà a fare un certo uso della fotografia a colori.
Nel 1980, ha inaugurato, presso il Brooklyn Museum di New York City la sua prima mostra personale espressione del suo lavoro fotografico in Cina e nello stesso anno, ha ricevuto il Lifetime Achievement Award dalla American Society of Magazine Photographers.  Altri successi arrivano nel 1993, anno in cui sarà nominata membro onorario della Royal Photographic Society ed eletta Maestro Fotografo dal Centro Internazionale della Fotografia di New York. Qualche anno dopo otterrà anche la nomina a membro del comitato consultivo del National Media Museum (ex Museo della Fotografia, cinema e televisione) a Bradford. Ha ricevuto un OBE nel 2003.
Trascorrerà a Londra gli ultimi anni della sua vita impiegando la maggior parte del suo tempo a leggere scrittori come Dostoevskij, Thomas Mann e Tolstoj; quando l’attrice Angelica Huston le chiederà se fosse ancora disposta a fotografare, Eve Arnold risponderà: “E 'finita, non potrò mai più tenere una macchina fotografica”. A causa di una malattia si trasferirà in una casa di cura di Londra dove morirà a Gennaio del 2012.
La fotografia di Eve Arnold sembra filtrata da una doppia lente da cui si dipanano le storie di grandi celebrità accanto a quelle delle lotte per i diritti civili delle masse, un doppio sguardo, che mostra potere e gloria verità e battaglie del secolo appena trascorso. Nonostante questa apparente dicotomia, la fotoreporter dichiarò più volte di vivere la sua esperienza fotografica come qualcosa di assolutamente armonico ed univoco, il suo è in verità uno sguardo del tutto neutro e normalizzante, che rende quest’opposizione binaria ricco- povero qualcosa di totalmente naturale, tratto imprescindibile della condizione umana stessa:” Non vedo nessuno come ordinario o straordinario", ha detto in un'intervista del 1990 della BBC, "li vedo semplicemente come persone di fronte a mia lente ".
Valentina Siligato
 
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16 gennaio 2012

Storia di due secoli attraverso l'occhio fotografico

La fotografia vive all’interno di un più articolato sistema di relazioni, non è solamente una forma d’arte, è una pratica” che si sviluppa e si definisce all’interno dei vari ambiti nei quali la si applica, ed è con questa frase che l’autore, Walter Guadagnini, racchiude tutta l’essenza della storia della fotografia e dell’approccio che ha scelto per raccontarla. Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo è, dunque, un insieme di storie; storie degli artisti che per primi hanno colto l’effimera essenza dell’arte fotografica; storie di mostre, libri e riviste che nel tempo hanno permesso a quest’arte di diventare Arte con la A maiuscola; storie di informazione, propaganda, documentazione e reportage.
Il libro combina così una lettura per appassionati fotografi, professionisti o amatoriali, e un manuale di storia dell’arte contemporanea, di cui peraltro l’autore è titolare di una cattedra all’Accademia di Belle Arti di Bologna.
Vengono ripercorse le tappe fondamentali della  storia della fotografia attraverso una carrellata di personaggi, i quali, mediante le loro opere, raccontano l’evoluzione del nuovo strumento fotografico a partire da un percorso che ha inizio dalla nascita della tecnica fotografica, dalla Brownic prodotta dalla Kodak, fino a giungere alla fotografia digitale dei giorni nostri. Un percorso che si concretizza agli inizi dell’Ottocento, e col tempo permette alla fotografia di imporsi come mezzo artistico al pari delle altre arti figurative.
Guadagnini prosegue con la storia fotografica attraverso le riviste che per prime hanno dato ampio spazio alla nuova tecnica; ci si può così render conto di come anche semplicemente un’immagine possa aver cambiato la percezione della realtà.
Infatti la fotografia cattura la realtà di quell’istante, coinvolgendo il lettore a una partecipazione emotiva che lo avvicina maggiormente agli avvenimenti discussi.
La fotografia diventa in questo modo il trampolino di lancio per cambiare, col tempo, la ricezione dell’informazione, mostrando la realtà così come effettivamente è; tale considerazione, al giorno d’oggi può apparire come un discorso retorico, in quanto si dispone di potenti mezzi per effettuare il fotoritocco, e che talvolta vengono usati a sproposito.
L’autore ricorda anche le più importanti mostre d’arte, e analizza come la fotografia si sia evoluta nelle innovative scuole delle avanguardie del primo Novecento, come il Bauhaus, e ancora nei movimenti Dada e Cubismo.
Proseguendo lungo questo percorso, si incontrano i primi cambiamenti che portano ad allontanare la tecnica fotografica dall’iniziale imitazione della pittura, fino a imporsi non più come ‘sostituzione/imitazione’ ma come ‘alternativa’ alla pittura stessa. Tale evoluzione trova terreno fertile negli Stati Uniti con il movimento della ‘straight photography’, il quale invita a ritrarre la gente comune, che si incontrava lungo la strada.
A queste innovazioni si accompagnano anche esperimenti di nuove tecniche, che vedono la nascita, o la crescita artistica, di grandi fotografi che si ritrovavano in gruppi artistici, come ad esempio il ‘Gruppo f/64’ dal valore in cui il diaframma fornisce la profondità di campo maggiore.
Questo vademecum fotografico è sicuramente una lettura interessante per tutti gli appassionati fotografi, soprattutto per coloro che volessero studiarne la storia senza esser costretti a leggere un manuale di storia dell’arte; e a parte qualche errore di battitura o disattenzione, è un’ottima occasione per scoprire questo ramo dell’arte contemporanea, che dimostra come non basti possedere uno strumento fotografico per essere dei bravi fotografi.
Federica Stirone

Walter Guadagnini
Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo
Bologna, Zanichelli, 2010, pp. 379.
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03 dicembre 2011

In libreria

Antonella Russo
Storia culturale della fotografia italiana
Dal Neorealismo al Postmoderno
Torino, Einaudi, 2011, 428 pp.
Descrizione
Questo volume intende ricostruire le caratteristiche e lo specifico contributo della fotografia italiana alla piú generale storia della fotografia internazionale, non solo analizzando le opere dei maggiori autori italiani, ma anche presentando il fitto tessuto culturale, sociale e istituzionale di immagini, mostre, scuole, dibattiti teorici, pubblicazioni e correnti in un ampio arco di tempo che va dal dopoguerra agli albori del digitale.
Indice del libro
Introduzione. - I. Neorealismo e fotografia. II. L'associazionismo fotografico in Italia. III. Oltre il Neorealismo: verso una fotografia italiana contemporanea. IV. Il Piano Marshall e la fotografia italiana. V. Dalla fotografia italiana alla storia della fotografia italiana. VI. La fotografia italiana nelle istituzioni. VII. Verso la promozione di una cultura fotografica. VIII. Il fotogiornalismo in Italia. IX. La fotografia italiana e la scena artistica contemporanea. X. La fotografia italiana tra gli anni Ottanta e Novanta. - Bibliografia selezionata. - Indice dei nomi.
*link all' Introduzione del libro.
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