Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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20 marzo 2023

In libreria


Bianca Gaudenzi
Fascismi in vetrina.
Pubblicità e modelli di consumo nel Ventennio e nel Terzo Reich
Viella editore, Roma, 2023, pp. 324.
Descrizione
L’abile uso dei media e della propaganda rappresenta una delle caratteristiche più evidenti dell’era fascista e nazista. Finora la storiografia si è concentrata prevalentemente sul lato politico di questa storia, tralasciando la cosiddetta «propaganda commerciale», la pubblicità, che nell’arco degli anni Trenta venne a costituire uno degli elementi chiave della strategia del consenso di entrambi i regimi. Attraverso un misto di terrore e seduzione, i totalitarismi reclutarono ampi settori dell’industria pubblicitaria per fabbricare una visione distintamente fascista di (futura) prosperità da proiettare sulle masse di aspiranti consumatrici e consumatori. Basandosi su approfondite ricerche d’archivio in Italia, Germania e negli Stati Uniti, questo studio propone una sostanziale reinterpretazione del rapporto tra fascismi e consumi, sfatando così il mito della natura imprescindibilmente democratica delle società dei consumi. 

Link all' Indice del libro

16 agosto 2020

Emozione pubblica

 "[...] la politica, come sospesa in un eterno presente, senza più passato né futuro. Nel vuoto, al posto dell'opinione pubblica regna l'emozione pubblica, che però dura al massimo due giorni. Un tweet altisonante non si nega a nessuno ... poi si passa ad altra emozione. Chi s'indigna, si tranquillizza, le classiche due fatiche, dal bonus al 
male per ordinario percorso."
Filippo Ceccarelli

*La Repubblica, 15.8.2020.

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24 marzo 2017

In libreria

Mark Thompson
La fine del dibattito pubblico.
Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia
Feltrinelli, Milano, 2017, 432 pp.
Descrizione
C’è una crisi di fiducia nei confronti della politica che attraversa il mondo occidentale. La rabbia e l’insoddisfazione per i partiti convenzionali e i loro leader aumentano di giorno in giorno. Il populismo e l’antipolitica trionfano sulla democrazia. Perché? Perché il nostro linguaggio è cambiato.
 Mark Thompson ha passato trent’anni alla Bbc, diventandone il direttore generale, per poi essere scelto come amministratore delegato del “New York Times”: è, dunque, uno dei più titolati osservatori a livello mondiale dei media, della politica, della società ma, pur avendo un ruolo di primissimo piano nella sfera pubblica, non aveva mai scritto un libro. Ora ha deciso che è tempo di parlare di un argomento fondamentale per la democrazia occidentale: il cambiamento che ha investito la lingua del dibattito pubblico. In un mondo dell’informazione sempre più sconvolto dalle tecnologie digitali, in cui le notizie si rincorrono incessantemente e hanno una vita sempre più breve, i commenti sono sempre più a caldo e privi di approfondimento, chiunque possieda un cellulare dice la sua sui social network su qualsiasi argomento e la politica sembra incapace di affrontare i veri problemi del mondo, come si fa ad avere un luogo in cui discutere seriamente dei temi importanti, prendere decisioni in modo ponderato e condiviso, formare un’opinione pubblica? Nato da un ciclo di lezioni tenute a Oxford sulla retorica e nutrito di fatti, esperienze e dettagli di una vita passata al vertice assoluto dell’informazione mondiale, La fine del dibattito pubblico rappresenta un contributo di riflessione fondamentale sul mondo di oggi, uno sguardo acuto sull’erosione del linguaggio della sfera pubblica da parte di chi può misurarne le conseguenze. La lingua dei mezzi d’informazione e della politica è ancora in grado di far funzionare la democrazia? L’amministratore delegato del “New York Times”, ed ex direttore generale della Bbc, ha una risposta. Un libro necessario per capire come salvare la nostra società dal populismo e dall’antipolitica.
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14 dicembre 2014

In libreria

Christian Salmon
La politica nell'era dello storytelling
Roma, Fazi, 2014, 180 pp.
Descrizione
Nel suo nuovo saggio, l’acclamato autore di Storytelling (2008) mette a fuoco le trasformazioni che interessano la sfera politica, specialmente nel campo della comunicazione, offrendo anche un’analisi della spettacolare campagna elettorale di Obama. L’homo politicus tradizionale è un animale in via di estinzione? Prima la rivoluzione neoliberista degli anni Ottanta, poi l’avvento della rete e della società della comunicazione: i politici sono ormai sottoposti alle ingerenze di entità esterne, come il mercato, e chiamati a dire la loro in continuazione, a mettere la faccia – e il corpo – a disposizione dei media. Il loro lavoro è sempre più una performance per catalizzare l’attenzione e suscitare emozioni intrattenendo un elettorato sempre più vorace. Non sarà che in questo nuovo circo politico-mediatico proprio i governanti finiscono vittime di un gioco sacrificale.

Dello stesso autore:
C. Salmon, Storytelling, Roma, Fazi, 2008, 179 pp.
Descrizione
L’arte di raccontare storie è nata quasi in contemporanea con la comparsa dell’uomo sulla terra e ha costituito un importante strumento di condivisione dei valori sociali. Ma a partire dagli anni Novanta del Novecento, negli usa come in Europa, questa capacità narrativa è stata trasformata dai meccanismi dell’industria dei media e dal capitalismo globalizzato nel concetto di storytelling: una potentissima arma di persuasione nelle mani dei guru del marketing, del management, della comunicazione politica per plasmare le opinioni dei consumatori e dei cittadini. Dietro le più importanti campagne pubblicitarie – ancor più dietro quelle elettorali vincenti (da Bush a Sarkozy) – si celano proprio le sofisticate tecniche dello storytelling management o del digital storytelling. Questo è l’incredibile inganno ai danni dell’immaginario collettivo svelato da Christian Salmon nel libro, frutto di una lunga inchiesta dedicata alle numerose applicazioni del fenomeno: il marketing conta più sulla storia dei brand che sulla loro immagine, i manager si servono di aneddoti per motivare i propri dipendenti, i soldati in Iraq si allenano su videogiochi progettati da Hollywood, gli spin doctor descrivono la vita politica dei loro clienti come in un racconto. L’autore ci mostra gli ingranaggi della grande “macchina narrante” che ha rimpiazzato il ragionamento razionale, ben più pervasiva dell’iconografia orwelliana della società totalitaria. Ma questo nuovo ordine narrativo non è un semplice linguaggio mediatico: il soggetto che vuole influenzare è un individuo immerso in un universo fittizio che ne filtra le percezioni, ne stimola le sensazioni, ne inquadra i comportamenti e le idee.

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09 febbraio 2014

Napoleone, stratega della comunicazione


A quasi 200 anni dalla sua scomparsa, la figura di Napoleone Bonaparte continua ad affascinare e a far parlare di sé. Sull'epopea del corso sono state scritte innumerevoli opere, dedicate a quello che fu certamente un grande generale, un impareggiabile stratega militare e politico, ma anche un tiranno senza scrupoli, disposto a tutto pur di mantenere il potere. Eppure per Roberto Race, giornalista e consulente in comunicazione e public affairs, Napoleone è stato molto di più: un eccezionale comunicatore, uno stratega del marketing di se stesso, in grado di promuovere come nessun altro la propria immagine all'interno e all'esterno della Francia. Un uomo capace di uscire dall'oblio in cui era stato rilegato dalle potenze avversarie e di imprimere il proprio marchio indelebile nella storia, attraverso quel capolavoro comunicativo rappresentato dal Memoriale di Sant'Elena, uno dei più grandi successi editoriali del XIX secolo, l'ultima grande vittoria dell'Imperatore.
Nel suo Napoleone il comunicatore. Passare alla storia non solo con le armi, l'autore ripercorre le tappe principali della vita del francese, dalla prima campagna d'Italia del 1796, all'incoronazione a imperatore alla presenza di papa Pio VII, fino alla sconfitta di Waterloo e al successivo esilio a Sant'Elena, ma lo fa da una prospettiva completamente nuova, mostrando come nell'ascesa (e caduta) del corso la comunicazione abbia rivestito un ruolo fondamentale. Race accompagna il lettore alla scoperta di un Napoleone inedito, consapevole, fin da subito, che la chiave per mantenere il potere è il consenso. Quello che conta è ergersi a modello, mostrarsi come l'unico in grado di guidare un esercito o una nazione. L'Empereur non spartisce il potere con nessuno, è il dominus unico, e tuttavia quello che il popolo o le truppe si trovano davanti non è un despota, un sovrano nel senso letterale del termine. Per raggiungere un simile risultato il francese si serve della stampa, dell'arte, dei Bollettini di Guerra, ma anche di tecniche più sofisticate e innovative, come il merchandising e la propaganda.
Dalle pagine del libro emerge la figura di un leader politico scaltro, che ha capito prima di tutti l'importanza dell'opinione pubblica. Napoleone inventa la figura del moderno capo di Stato, ma se la situazione lo richiede è in grado di agire da "populista": parla alla pancia delle persone, dice loro quello che vogliono sentirsi dire, riesce a presentarsi come l'eroe della rivoluzione nello stesso momento in cui, con il colpo di stato del 18 brumaio, vi pone definitivamente fine, imponendo una svolta autoritaria alla Francia e preparandosi a porre l'Europa intera sotto il proprio dominio per un quindicennio.
La straordinaria lungimiranza del corso porta l'autore a scorgere, in una misura apparentemente restrittiva come quella del Blocco Continentale del 1806, l'embrione della futura Unione Europea. Una considerazione ardita, ma certamente affascinante, specialmente se si rileggono le parole profetiche dello stesso Napoleone: l'Europa «troverà equilibrio solo nella riunione e nella confederazione dei grandi popoli».
Nel complesso, il libro risulta interessante e piacevole alla lettura. Race adotta uno stile semplice e appassionante, inducendo il lettore a soffermarsi anche sui più piccoli dettagli che hanno caratterizzato l'agire di un uomo sì del passato, ma ancora oggi incredibilmente moderno.
Giacomo Tasso

Roberto Race
Napoleone il comunicatore.
Passare alla storia non solo con le armi,
Milano, Egea, 2012, 141 pp.


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27 novembre 2013

Politica e Fact-checkng

Giovedì 28 novembre 2013 ore 14,30  Aula Mazzini di via Balbi 5 (terzo piano) "Onorevole Pinocchio"
Fact-checking e nuove forme di giornalismo digitale

Tavola rotonda con la partecipazione di:
Francesco Manzitti, giornalista professionista 
Raffaele Mastrolonardo, esperto del giornalismo digitale
Matteo Agnoletto,  direttore de
Il Politicometro.
La Tavola rotonda è organizzata in collaborazione con la redazione de Il Politicometro, fondato nel 2012 per iniziativa di Matteo Agnoletto ed  alcuni studenti del corso di laurea magistrale in Informazione ed Editoria.
*Link al sito de Il Politicometro .
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07 maggio 2013

Giovani giornalisti: incontro con Matteo Agnoletto


In occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, lo scorso 25 aprile si è tenuto un panel discussion dal titolo “Fact-checking all'italiana”. Tale incontro, che si è per l'appunto focalizzato su diversi progetti made in Italy di verifica delle dichiarazioni rilasciate dai politici, ha visto tra gli speaker Matteo Agnoletto. Agnoletto, laureando in Informazione ed Editoria presso l'Università degli Studi di Genova, è il fondatore del Politicometro, “strumento che misura il grado di veridicità delle dichiarazioni dei politici”, come si evince dalla descrizione presente sul sito della testata.
Matteo ha poco più di vent'anni, sta per concludere il tradizionale ciclo quinquennale universitario e negli stessi cinque anni è entrato ed è cresciuto all'interno del mondo del giornalismo. È per questo che ho reputato opportuno e significativo porgli alcune domande per conoscere e comprendere le idee, i progetti e la determinazione di un ragazzo in cui gli iscritti al corso di Informazione ed Editoria e non solo possano rispecchiarsi.
Fondatore e direttore di politicometro.it, laureando in InfoEd, nel mondo del giornalismo da cinque anni e ne hai solo 23. Quando e come sei entrato nel mondo del giornalismo?
Ho iniziato subito dopo la maturità scientifica inviando mail a tutte le redazioni di Genova. Gli unici a richiamarmi furono quelli di Minigoal, settimanale sul calcio giovanile e dilettantistico, nel novembre 2008. A gennaio 2009 lavoro per il Corriere Mercantile: fino a luglio come collaboratore e da settembre a luglio 2010 come coordinatore in redazione. Ad agosto 2010 passo alla redazione genovese del Giornale come collaboratore in cronaca, ruolo che conservo fino a marzo 2013. A gennaio 2012 nasce l'idea Politicometro, concretizzata con la messa online il 15 marzo.
Sul sito politicometro.it ho letto che l'idea è nata durante una lezione di Storia del Giornalismo. Quale ruolo ha giocato e quale ruolo giocherà la magistrale genovese sia a livello ispirazionale che sul piano pratico, del tuo percorso lavorativo?
Sul piano ispirazionale la laurea magistrale ha fatto molto, visto che mi ha dato l'input proprio durante una lezione con ospite Raffaele Mastrolonardo. Un altro aspetto importante è la frequenza alle lezioni e il seguire gli incontri proposti dal corso: spesso un'idea o un contatto possono nascere proprio in queste occasioni. A livello pratico, invece, devo confessare che non credo che questo corso di laurea basti di per sé: tutte le nozioni che dà -e non sono poche- servono solo se affiancate ad un'esperienza "da strada". In poche parole, non si diventa giornalisti solo sui libri e a lezione.
Quale titolo di laurea triennale hai conseguito? La laurea magistrale ne costituisce il naturale proseguimento o la passione per l'informazione è nata successivamente?
Nella triennale mi sono laureato in Lettere moderne e la magistrale ne è in parte il suo naturale proseguimento, essendo un'interfacoltà tra Scienze Politiche e Lettere. Nella scelta del curriculum di studi ho optato però per quello più vicino a Scienze Politiche (GPPO), in modo da ampliare il più possibile le mie conoscenze ed evitando di "ripetere" materie già studiate nella triennale. La passione per l'informazione è nata prima di ogni corso di laurea, il problema è stato canalizzarla in un percorso di studi attinente, senza puntare sulle scuole di giornalismo vere e proprie.
Tornando al Politicometro, la testata è regolarmente registrata in tribunale, siete partiti dal territorio genovese e volete estendervi a livello nazionale. È stato difficile per un gruppo di giovani studenti "professionalizzare" il progetto? Se sì, quali problemi avete dovuto affrontare?
È vero che la nostra età media è molto bassa e qualcuno di noi è ancora studente, ma siamo tutti giornalisti (chi con già il tesserino in mano, chi lo sta prendendo in questi mesi) con qualche anno di esperienza alle spalle. Per professionalizzare il progetto abbiamo cercato e cerchiamo tuttora di dare un prodotto qualitativamente molto valido e senza sbavature, in modo da essere noi stessi i primi garanti dell'autorevolezza del lavoro. Se questa autorevolezza è poi riconosciuta anche dagli utenti, il processo di professionalizzazione è già a buon punto.
Qual è il tuo giudizio su Genova? La consideri un terreno fertile per le radici di aspiranti giornalisti quali sono gli studenti di InfoEd?
Credo che Genova sia oggi uno dei terreni meno fertili per qualsiasi aspirante giornalista. Abbiamo poche testate e quasi tutte sono in crisi: entrare diventa difficilissimo e ottenere degli equi compensi pare utopico. A onor del vero, anche nel resto d'Italia la situazione non è rosea, ma esistono realtà sicuramente più aperte e con più possibilità, come Milano. Il mio consiglio -nonché quello che sto facendo io stesso- è quello di specializzarsi in più tipi di giornalismo: cartaceo, online, televisivo, radiofonico.
Il tuo giudizio sull'Italia: scappare o restare?
Oggi la situazione del Paese ci vede quasi costretti a scappare per realizzarci. Io provo a fare di necessità virtù, quindi dico: scappare oggi per formarci, migliorarci, acquisire esperienze nuove e poi tornare domani per risollevare/ricostruire il tessuto di questo Paese.
Progetti per il futuro?
Miei: apprendere il più possibile dal tirocinio a Telenord che comincerò tra pochi giorni, discutere la tesi a settembre, provare l'esperienza del tirocinio Schuman a Bruxelles, Rai a Roma o SGRT di Perugia.
Politicometro: proseguire il lavoro nazionale con un'azione di monitoraggio sul nuovo Governo, cercare di riprendere il discorso delle redazioni locali in primis a Genova, trovare un minimo di sostenibilità economica.

Enrica Orru

Link:

24 febbraio 2013

Media ed elezioni

Campagne elettorali tra “iperpoliticizzazione” all’italiana e “depoliticizzazione” à la française
 
Il libro di Giuliano Bobba ritrova attualità nei giorni della rovente campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento italiano. Infatti egli pone al centro della sua ricerca rapporto che lega la politica ai media in due contesti apparentemente simili, nella realtà diversi. Come scrive lo stesso autore nell’introduzione del libro, questo aspetto è stato solo parzialmente indagato dal mondo accademico benché sia fondamentale per la comprensione del funzionamento dei meccanismi democratici; la centralità della relazione che si stabilisce tra media e politica è un anello essenziale del processo che conduce alla costruzione di interpretazioni condivise della realtà.
L’autore limita questo (altrimenti troppo) complesso studio a due soli stati: Italia e Francia. I soggetti non sono stati scelti a caso, ma perché rappresentano i due esempi più peculiari di “democrazie del pubblico”. Teorizzato nel 1995 dal politologo francese Bernand Manin nel libro Principi del governo rappresentativo, il concetto di democrazia del pubblico è impiegato per descrivere quelle democrazie in cui la vita politica è scandita dai ritmi e dalle esigenze dei media, dove i sondaggi diventano una modalità usuale attraverso la quale sondare gli umori dell’opinione pubblica e dove si affermano leader politici che sperimentano con successo nuove forme di comunicazione diretta e altamente personalizzata con i cittadini. A questo proposito lo studio si concentra sui due leader più attenti al rapporto con il pubblico: Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. Le somiglianze tra le due figure in esame hanno portato alla clonazione del neologismo Berluscozy (o berlusconisation) per sottolineare la quasi identità di strategie, operato e orizzonte politico in cui i due leader si sono muovono. L’analisi sarebbe incompleta senza lo studio dei loro rispettivi avversari Romani Prodi e Ségolène Royal impegnati nell’utilizzo delle primarie come espressione della partecipazione diretta del singolo cittadino alla politica.
Procedendo secondo la logica del confronto, l’autore analizza il coverage politico della stampa e della televisione durante il momento più delicato e interessante del rapporto media-politica, vale a dire la campagna elettorale (del 2007 in Italia e del 2006 in Francia). L’autore, benché cosciente dell’importanza del web (che lui stesso cita più volte come attore mediatico fondamentale), non si sofferma sulla campagna on-line che influenza sempre di più la politica, ma soprattutto il modo di fruire della politica da parte del cittadino. Questa mancanza può anche essere attribuita al fatto che l’autore non abbia a disposizione dati e statistiche sullo specifico rapporto tra politica e internet che caratterizza quella che lui stesso chiama “la nuova fase della post-mediazione”. La tendenza in atto è quella della “disintermediazione”: internet ha dato alla politica la possibilità di realizzare rapporti immediati, cioè privi di mediazione giornalistica, con il cittadino-elettore.
Entrando nello specifico dell’analisi ritengo utile riportare qui solo alcuni dei passaggi più significativi del confronto tra l’Italia e la Francia.
Lo schieramento politico della stampa è un fenomeno che riguarda sia i quotidiani italiani sia quelli francesi. Infatti, non è difficile stabilire la posizione politica dei principali quotidiani, lungi dal fornire un’informazione super partes. Indipendenti ed equidistanti dai poteri politici ed economici si professano Il Corriere della Sera e Le Monde. Schierati a favore della sinistra sono La Repubblica e, su posizione ancor più estremiste Libération. Le Figaro dichiara apertamente di trovarsi su posizioni di destra. Più ibrida è la posizione de La Stampa che, figlia dell’editoria impura, tenta di mantenere una posizione di equidistanza strizzando l’occhio di tanto in tanto agli interessi degli industriali e di chi politicamente li appoggia. Inoltre, sia in Italia che in Francia la pressione che gli editori esercitano sui propri quotidiani è piuttosto forte.
In entrambi i paesi, la televisione, nonostante l’alto numero di emittenti che farebbe pensare al rispetto del pluralismo dell’offerta, è in mano a pochi. In Italia assistiamo a un duopolio quasi perfetto tra Rai e Mediaset mentre oltralpe a un oligopolio spartito fra tre operatori, France Télévision (pubblica), Tf1 e M6 (private). Un dato interessante è la fiducia che i cittadini dimostrano di avere nella televisione che risulta più elevata in Francia che in Italia. Soltanto il 30%  degli italiani ha fiducia nella televisione contro il 48% dei francesi.
Lo studio ha evidenziato, incrociando i dati sul numero articoli dedicati alla politica e sulla loro visibilità all’interno del giornale, come in Italia esista una maggiore offerta di notizie politiche, mentre la Francia si caratterizza per una copertura più contenuta. Stesso risultato per quanto riguarda le notizie offerte dai telegiornali.
La prospettiva comparata impiegata dall’autore del libro unita alla quantità di dati che egli possiede, rivela che le due “democrazie del pubblico” prese in esame si riferiscono in realtà a contesti articolati e complessi che spesso evidenziano peculiarità nazionali. Si potrebbe parlare di democrazia del pubblico all’italiana e democrazia del pubblico à la française.
In conclusione, l’Italia si caratterizza per un’ampia copertura mediatica del campo politico e per centralità che esso continua ad avere nel dibattito pubblico, la Francia sembra subire un destino per molti versi opposto, caratterizzato dalla perdita di importanza della politica sulla stampa e televisione. Si parla dunque di “iperpoliticizzazione” italiana e, all’opposto, di “depoliticizzazione” francese.
Ed è per questo motivo che, secondo me, l’approccio comparato è stato un’ottima scelta da parte dell’autore che, in questo modo, orienta il lettore più o meno preparato in materia, nel complesso mondo dei media italiani e francesi senza perdere di vista l’obiettivo e senza creare confusione o lasciare dubbi. A parer mio, visto il risultato cui l’indagine arriva, sarebbe stato utile che l’autore si soffermasse maggiormente sulle differenze dei due sistemi e sorvolasse sulle somiglianze più evidenti.
Monica Scotto


Giuliano Bobba
Media e politica in Italia e Francia.
Due democrazie del pubblico a confronto.
Milano, Franco Angeli, 2011.
 

08 febbraio 2013

Il diavolo oggi è l’approssimativo ...

"Il diavolo oggi è l’approssimativo. Per diavolo intendo la negatività senza riscatto, da cui non può venire nessun bene. Nei discorsi approssimativi, nelle genericità, nell’imprecisione di pensiero e di linguaggio, specie se accompagnati da sicumera e petulanza, possiamo riconoscere il diavolo come nemico della chiarezza, sia interiore sia nei rapporti con gli altri, il diavolo come personificazione della mistificazione e dell’automistificazione. Dico l’approssimativo, non il complicato; quando le cose non sono semplici, non sono chiare, pretendere la chiarezza, la semplificazione a tutti i costi, è faciloneria, e proprio questa pretesa obbliga i discorsi a diventare generici, cioé menzogneri. Invece lo sforzo di cercare di pensare e d’esprimersi con la massima precisione possibile proprio di fronte alle cose più complesse è l’unico atteggiamento onesto e utile. Riuscire a definire i propri dubbi è molto più concreto che qualsiasi affermazione perentoria le cui fondamenta si basano sul vuoto, sulla ripetizione di parole il cui significato si è logorato per il troppo uso".
Italo Calvino

*I. Calvino, Una pietra sopra. Note sul linguaggio politico. Torino, Einaudi, 1980.

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26 ottobre 2012

I giovani “choosy”

La monotonia del posto fisso e la decadenza giuridica del lavoro: ovvero il governo dei non-retori

Se si dovesse consegnare un “pagellino” di valutazione pseudo-scolastica agli attuali inquilini di Palazzo Chigi, la sezione “retorica/dialettica/espressività” riceverebbe una bella insufficienza, con tanto di biasimo da parte della commissione giudicatrice. Ebbene, in questi quasi dodici mesi di governo tecnico Monti e compari hanno fatto pressoché di tutto per smuovere l’opinione pubblica (peraltro neanche troppo tenera nei loro confronti) con trovate, pensieri, riflessioni, dichiarazioni e battute a dir poco sconvolgenti e scioccanti, sentenze da far rabbrividire persino il peggiore degli imbonitori. Mattatori per eccellenza di questo delirio comunicativo sono stati il premier e la solita Elsa Fornero: a loro, difatti, va attribuita la teoria dell’impiego fisso monotono e il postulato del dinamismo del precariato, il nuovo scandaloso assioma giuridico del lavoro come non-diritto (presentato in anteprima in un’intervista all’Economist) e, ultimo in ordine di pronunciamento, la condanna inquisitoria dei giovani italiani, definiti con un pizzico di inappropriata estero-anglofilia, choosy, ovvero “schizzinosi” e capricciosi di fronte a un mercato del lavoro elastico, flessibile e in perenne movimento che non permette scelte discrezionali e arbitrarie. Insomma, il consesso ministeriale post-Berlusconismo è sempre più una desolante miniera di illazioni, offese, parole confuse, vilipendi, fraintendimenti, minacce velate e demagogia di terza scelta e le dovute conseguenze di questi atteggiamenti retorici, ovvero la moltitudine di indignati – specie giovani – che affollano le bacheche dei network sociali con violenti contro-insulti al mittente, dimostrano che questo Governo, già aspramente criticato per i cospicui tagli, il pressing fiscale e le varie ghigliottinate al sistema degli enti locali, non sappia neanche parlare ed esprimersi correttamente, perlomeno con una terminologia adeguata a rapportarsi con l’odierno complesso contesto sociale. Fallimento professionale di portavoce, addetti stampa, manager della comunicazione e filosofi-retori al servizio del sovrano? Chi può dirlo.
Le carenze espressive di Monti, Fornero & co. non sono tuttavia uno strumento subdolo e velato per mobilitare, facendola infuriare e scatenare uno tsunami di tweet, share, post e creazioni artistico-grafiche di protesta, l’opinione pubblica, né rappresentano la metamorfosi verbale delle loro teorie. Chi mai avrebbe il coraggio di affermare, intenzionalmente e consapevolmente, che il lavoro non è un diritto? Quale sarebbe l’individuo capace di bollare impietosamente come “schizzinosi” (oppure, à la mode anglaise, choosy) una moltitudine di under-30, fra cui brillanti laureati, ingegnosi dottori, elastici freelance e menti raffinate, impantanati nel baratro della disoccupazione e del precariato? E fatemi il nome del politico di turno fermamente convinto della monotonia del posto fisso e della necessità di una migrazione professionale da un impiego all’altro. Nessuno, infatti. Nessuno.
La questione è invece più semplice. Presidente e ministri sono solo pessimi retori, scarsi parlatori, latori di un’espressività verbale carente, inadeguata, ambigua e aperta alle più svariate interpretazioni. Il chiosare che “il lavoro non è un diritto” indica la mancanza – in questo caso della sig.ra Fornero – di chiarezza nella stesura di un discorso ben più articolato e argomentato, mal riassumibile nella forma base soggetto-verbo-complemento, l’accoppiata posto fisso monotono e precariato “divertente” suggerisce d’altro canto un maldestro tentativo di soffocamento degli allarmismi e delle preoccupazioni sociali, come pure il “famigerato” choosy tenta (senza successo) la strada anglofila (e modaiola) della mitigazione linguistica di un concetto considerato poco assimilabile se espresso nell’idioma nazionale.
Dunque, dobbiamo ancora inorridire di fronte a un Governo poco cauto persino nel risolvere problematiche unicamente orali e retoriche? L’unica soluzione è forse l’attesa di un nuovo esecutivo capace almeno di parlare bene e di esprimersi correttamente, notabili che possano dimostrare – in mancanza di altre doti – il minimo senso della lingua, il suo utilizzo e le sue strategie. Anche con l’ausilio di pratici manuali consultativi per demagoghi principianti.
Paolo Giorcelli
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23 luglio 2012

Napoleone il comunicatore

"Le sole conquiste che non lasciano nell’animo
l’amarezza sono quelle si vincono contro l’ignoranza”.
Napoleone

Da poco ho terminato di leggere Napoleone il comunicatore e già la mia mente ha difficoltà a liberarsi dalla “vischiosità” della parola. Ennesima conferma della sua forza. Sul grande Condottiero si è scritto in lungo ed in largo, ovunque si colgono luccichii delle sue capacità tattiche, ma sempre mettendone in risalto l’arte della guerra. Una guerra fatta con la forza dei numeri e delle armi da fuoco che sembravano le sole a poter determinare le sorti delle battaglie. Eppure dietro a sciabole e fucili si celava un’arma che, allora come oggi, ha mantenuto inalterata la sua forza. Un’arma che non subisce il logorio del tempo, che si presenta invincibile anche là dove il possesso di quelle più sofisticate sembrerebbe provare il contrario. Ma di cosa stiamo parlando? Semplicemente della parola. Ebbene Napoleone seppe sfruttarla in modo raffinato e, appunto, invincibile. Seppe precorrere i tempi per quella che, solo oggi però, siamo abituati a definire opinione pubblica. Ne comprese la forza: "L’opinione pubblica è una potenza invisibile, misteriosa, alla quale nulla resiste". E ancora il merchandising, termine di provenienza commerciale ed entrato nell’uso comune, dal quale trasse la giusta forza con l’aquila imperiale e la N che campeggiava ovunque come simbolo di supremazia. Venditore di sogni, con la Legion d’onore, in grado di trasformare la vita dei francesi con la svolta epocale di premiare il merito anziché il ceto. Editore in pectore scriverà al Direttorio: “Di qui partiranno i giornali e gli scritti di ogni genere che infiammeranno l’Italia.” Accompagnato dalla forza della parola scenderà tra la folla, incontrando gli umili, rispondendo con prontezza ed affabilità alle loro domande distinguendosi, sapientemente, dai regnanti del passato. Vinse battaglie epiche e fu ad un passo dal conquistare il Mondo, semplicemente, perché seppe comunicare.
Fabrizio Pronzalino

Roberto Race
Napoleone il comunicatore.
Passare alla storia non solo con le armi
Milano, Egea, 2012, 144 pp.

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22 giugno 2012

In libreria

Roberto Race
Napoleone il comunicatore. Passare alla storia e non solo con le armi
Milano, Egea, 2012, 144 pp.
Descrizione
C’è un filo rosso che attraversa tutta l’epopea di Napoleone. Dalla spedizione italiana alla missione in Egitto, fino ai trionfi di Ulm o Austerlitz, alle successive disfatte e al doppio esilio. È la sua straordinaria, modernissima, visionaria, profetica capacità di comunicare. Napoleone ha inventato l’opinione pubblica così come siamo abituati a intenderla oggi. Ha utilizzato per la prima volta il merchandising, ha saputo promuovere la sua immagine mentre guidava la Grande Armée alla conquista di mezza Europa. In questo libro Roberto Race spiega modalità ed eventi che segnano l’ennesimo primato del generale Bonaparte, meno conosciuto dei tanti conquistati nelle battaglie condotte per mezza Europa. Un volume utile sia a chi intenda approfondire le radici delle tecniche moderne di comunicazione, sia a chi voglia entrare in contatto con una dimensione ancora non completamente esplorata di una delle figure più originali della storia moderna.
*link all'Indice e all'Introduzione

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01 giugno 2012

Perché la “casta” non sa comunicare

Giovanna Cosenza nel suo nuovo libro mette sotto esame i politici valutandone la capacità comunicativa e, visto che sembra essercene bisogno, fornisce anche qualche consiglio tecnico. Docente di Filosofia e Teoria dei Linguaggi all’Università di Bologna, Cosenza è anche autrice dal 2008 del blog Dis.amb.iguando, un importante punto di riferimento per l’analisi semiotica della comunicazione, che lei stessa definisce “Un blog per studiare, fare, disfare comunicazione”. Anche dal lavoro svolto sul web con il contributo di studenti, professori e non solo, è nato Spotpolitik.
Con il neologismo Spotpolitik, l’autrice si riferisce a quel tipo di comunicazione
politica che si riduce a uno spot pubblicitario, a uno slogan banale e superficiale unito a uno sfondo dai colori tenui e rassicuranti. Un’analisi, la sua, che non salva nessuno degli schieramenti politici attuali e tenta di promuovere una riflessione sugli errori commessi finora e sulle debolezze di un simile genere comunicativo. Iniziativa utile anche per i cittadini, “Per scoprire come sia stato possibile accettare (e votare) quella roba.”
Nel tracciare un quadro della comunicazione politica dell’ultimo decennio, è obbligato l’accenno alla rivoluzione del linguaggio operata da Berlusconi, vero antesignano nel riscorso alle tecniche pubblicitarie per la propagazione di messaggi politici, nonché strenuo promotore dell’uso del linguaggio comune. L’analisi, però, non si ferma a questo. Vengono, infatti, prese in esame intere campagne elettorali e discorsi politici di entrambe le fazioni, così come singole metafore di cui si sono serviti i personaggi della politica e la sintassi di altri. Si scopre, così, come il difetto, dal punto di vista comunicativo, non sia tanto la vuotezza di contenuti e argomenti politici, quanto il modo di comunicarli.
Chi sembra non aver recepito, o non voler accettare, il cambio di direzione verso un linguaggio più semplice sono i partiti di centrosinistra. Sono loro, infatti, a uscire sconfitti da questa analisi. La maggior parte dei politici di sinistra è rimasta ancorati
a un linguaggio difficile che soddisfa solo la parte dei “fedelissimi”, sempre più esigua a dire il vero, ma che non attrae quella sempre più nutrita fetta di indecisi su cui, invece, i partiti dovrebbero saggiamente puntare. Anche rispetto all’utilizzo del web, sebbene la
sinistra possa dire di essersene servita abbastanza presto, il risultato sembra piuttosto deludente. Tentativi poco dinamici quelli a cui si è assistito, che denotano una sottovalutazione delle potenzialità di un mezzo che, per altri partiti come il Movimento Cinque Stelle, è stato invece fondamentale per raggiungere l’elettorato.
Un’indagine che tocca i punti nevralgici della politica italiana, con un occhio di
riguardo alla situazione femminile, cui dedica un intero capitolo. Lungi dallo scadere in facili moralismi, Spotpolitik ha il pregio di essere un lavoro che, con ironia e disincanto, dimostra come non basti scimmiottare gli avversare o gli americani per fare politica, ma sia indispensabile saper comunicare, oltre che, molto più semplicemente, avere qualcosa da comunicare.
Camilla Trombi

Giovanna Cosenza
Spotpolitik. Perché la “casta” non sa comunicare

Roma-Bari,  Laterza, 2012, 218 pp.

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30 giugno 2011

In libreria

Massimo Ragnedda
Comunicazione e propaganda.
Il ruolo dei media nella formazione dell'opinione pubblica

Roma, Aracne, 2011, 224 pp.
Descrizione
La propaganda promuove una particolare idea o dottrina e tende a far sorgere intorno a essa il più vasto consenso possi-bile, servendosi di tecniche provenienti dalla sociologia e dalla psicologia e facendo un uso organizzato e deliberato di varie forme di comunicazione ben coordinate tra di loro, con lo scopo di influenzare l’opinione pubblica a favore del propagandista o del gruppo di interesse. Il volume ricostruisce l’evoluzione del fenomeno “propaganda”, sia nelle dittature sia nelle libere società, mette in luce le principali tecniche comunicative utilizzate e punta l’accento sulla sua connessione con le scienze sociali, senza le quali non si avrebbe la propaganda moderna. Nell’ultima parte si esaminano le guerre in Afghanistan e in Iraq e si ricostruiscono le tappe che hanno portato alla conquista dell’opinione pubblica.
*Link all' Introduzione del libro.

 

dello stesso autore vedi anche:
- La società postpanottica. Controllo sociale e nuovi media
Roma, Aracne, 2008, 208 pp.
*Link alla scheda del libro

- Eclissi o tramonto del pensiero critico?
Il ruolo dei mass media nella società postmoderna
Roma, Aracne, 2006, 160 pp.
*link alla scheda del libro


10 giugno 2011

Mr. Berlusconi

L'articolo pubblicato il 9 giugno 2011 sull'Economist riguardo al Premier italiano non mi ha particolarmente impressionata o scioccata, del resto sono fatti e considerazioni note a chiunque presti attenzione alla situazione politica e sociale del nostro paese. Vorrei però mettere il risalto i commenti all'articolo che si posso trovare sul sito dell'Economist, divisi tra pro e contro Berlusconi, riescono a mio avviso a dare uno spaccato sul pensiero degli italiani.
A favore di Mr Berlusconi
federicom99 wrote: Jun 9th 2011 4:05 GMT .In my opinion, YOU Brits should think more about your problems, instead of keeping on deprecate the italian politics and politicians like Berlusconi. Just give me a valid alternative to him: the communists? The "Rubygate" is a gigantic bullshit, as well as all the other trials where Berlusconi is involved, set up by the communists with the help of accomodating judges: he's never been sentenced and never he will..

LucaBartolozzi wrote: Jun 9th 2011 4:39 GMT .for the readers who actually would like some REAL information about Berlusconi's government action, apart of that written by a stupid journalist with no name and obviously paid by some italian left politician:
1) reform of pension system, considered now the second best in Europe
2) reform of school to a system much closer to that of anglosaxon world
3) reform of university to a system closer to that of USA and northern europe (against the mafia of old barons/professors)
4) informatization of public administration
5) management of Aquila's Earthquake that alone caused -1% reduction of GNP in 2008 in Italy, not to mentions deaths, expenses to rebuild etc etc
6)management of world financial crisis without growing taxes and protecting all workers thanks to "cassa integrazione"
7)no italian bank failed, we can say the same for UK fo France or Germany
8)fight to Mafia with improved laws and people that allowed to arrest 29 of 30 most wanted criminals
9)stop of illegal foreigners to Italy
10)grow of production of alternative energy power production to 2nd place in Europe after Germany
11)now italy is number 2 in europe and 3 in the world for production of advanced mechanics, best are just Germany and Japan, may be this year Italy will overcome Japan
12)Alitalia saved and making money
13)opening of fast train system all over italy, Uk lacks of it...
14)Italy is number one for Fashion, Food&Wine, luxury&art tourism (let low cost tourism to Zapatero's Spain)
15)reduction od 35% of absenteism (not working for any real reason) among public administration employees
unfortunately the list is quite long
16)unemployment rate lower than EU average, same for inflation
MAY BE YOU CAN CHECK BY YOURSELF, IF YOU DARE THE TRUTH AND NOT THE S...T FO THE ECONOMIST



A favore dell'articolo:
cecilia57 wrote: Jun 10th 2011 9:05 GMT .Thank you so much for your help in unmasking Berlusconi's evil deeds. We need free press.
Actually the real problem is the part of Italians who can't understand how this man is ruining Italy. They let themseves manipulate from Berlusconi's media and tricks or they have self-interest in his politics. It is enough to see how they believe the invention of communists (who don't exist anymore!) but on the other hand they vote the best (and only) friend of ex KGB chief Putin, the last communist politician in !! Please, don't care about their abuses.

Andreas82 wrote: Jun 10th 2011 6:41 GMT .I am an Italian citizen and I must say this article describes well Italy's situation and Berlusconi's failures. Reading the comments of some "berlusconians" here who are still obsessed with "communists" I can't say if they're joking or they are real. Maybe they are part of a special "propaganda office" set up by miss Brambilla (one of Mr.Berlusconi's "friends") to react against "hostile" articles in the foreign press. They still think that it's possible to change foreigners' views on the country using Mussolini-style bombastic propaganda about "sun, fashion and shops" instead of showing FACTS and NUMBERS.
Please don't believe in those who say that "Berlusconi is loved by Italians", because it's simply not true. He has never had more than 30% of the votes and his allies of the Northern League can't stand him, they are just trying to use him to obtain advantages for the northern regions. Berlusconi's town, Milan, has recently voted against him despite his commitment to confirm the centre-right mayor. This ridicolous man is not the portrait of the majority of Italians, but he has an immense economic power and a number of "fans" who "believe in him" like a religion.
*Commenti dal sito dell'Economist
Anna Maria Giuliani
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30 dicembre 2010

Il paradosso di una riservatezza fittizia

Il privato ha senso solo se inserito in una dimensione pubblica. E’ la strana deriva della società italiana di oggi, il paradosso di una riservatezza fittizia che si realizza appieno nel suo rendersi visibile, fruibile.
I fatti di cui ogni giorno siamo informati sono una minuscola frazione della totalità dei fatti che avvengono. E un fatto che non viene mediatizzato è come se non esistesse, o almeno questa è l’impressione che ricaviamo dai mezzi di comunicazione. Allo stesso modo, una persona che non trova spazio nel mondo mediatico può temere di non esistere. Ne sono una prova l’affollamento dei social network come Facebook, il proliferare dei blog, il successo di YouTube.
Sembra che nessuno di noi sia più in grado di vivere senza mettersi in scena. Sembra che si possa prendere sul serio solo ciò che passa per la televisione. Come si è arrivati a questa situazione paradossale?
Anna Tonelli nel suo saggio Stato spettacolo, risponde a questa domanda prendendo in esame il rapporto tra pubblico e privato nel panorama italiano degli ultimi trent’anni. Un’analisi inedita su un tema di forte attualità, condotta con chiarezza espressiva e argomentativa.
Lo Stato spettacolo è uno Stato che si mette in vetrina. Il vissuto individuale e collettivo viene spettacolarizzato, il confine tra dimensione privata e dimensione pubblica diventa sempre più labile. Ed è una trasformazione che coinvolge ambiti diversi e interrelati, dalla società all’etica, dalla comunicazione alla politica.
A rendere apparentemente illogico questo processo è il punto di partenza: l’individualismo che si afferma all’inizio degli anni Ottanta. Da un lato si esaurisce la stagione della partecipazione attiva alla vita del Paese. Forse per effetto di una politica incapace di innovare, ci si rifugia nel privato. Dall’altro lato la ripresa economica consente ai consumi di crescere e il benessere diventa l’obiettivo da raggiungere.
La cultura del lusso si trasforma facilmente in ostentazione: ecco il passaggio affatto logico da individualismo a spettacolarizzazione. Ed è un processo che, pur nascendo nella sfera economica, si espande in ogni altro ambito della vita individuale e collettiva.
Cambia il modo di percepire il corpo: la “bella presenza” diventa requisito di affermazione sociale. Si trasforma il modo di vivere i propri sentimenti e la sessualità. Tutto ciò che rientra nella sfera strettamente personale diventa oggetto di consumo, ne sono un esempio le più recenti vicende di cronaca nera. Il privato irrompe nei media.
I partiti assumono un ruolo determinante nel rilanciare la socialità. Per primo il PSI guidato da Craxi comprende appieno la portata e le potenzialità della trasformazione in atto. Si spalancano le porte alla spettacolarizzazione e alla personalizzazione della politica: l’immagine diventa il cuore della comunicazione con il pubblico e la televisione dà un contributo essenziale a questa tendenza.
Gli anni di Tangentopoli spingono i leader politici a cercare nuove forme di dialogo con il Paese, per recuperare un senso di appartenenza. Si pensi al celodurismo di Bossi o alla telepolitica di Berlusconi.
I confini tra privato e pubblico oggi sono così sovrapposti da confondersi: l’esibizione del privato diventa strumento di costruzione della propria identità e la comunicazione politica si adegua. La famiglia diventa un bene da esporre, o da occultare quando deve prevalere la componente sessuale, e temi sempre più legati al privato, dalle unioni civili all’aborto, diventano oggetto di discussione in Parlamento. I valori dello Stato spettacolo sono elevati all’ennesima potenza.
L’analisi di Anna Tonelli scorre fluida e lineare. Il ragionamento è condotto in modo tanto lucido che, a lettura conclusa, si ha l’impressione di aver afferrato il meccanismo che sta dietro alla spettacolarizzazione del privato, spesso spacciata per informazione, comunicazione, o aggregazione sociale.
Elisa Mallegni




Anna Tonelli

Stato spettacolo. Pubblico e privato dagli anni ’80 a oggi
Milano, Bruno Mondadori, 2010, 183 pp.


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17 novembre 2010

Eterogenesi della comunicazione

Università degli studi di Genova
Facoltà di Scienze Politiche

Eterogenesi della comunicazione
I Media, l’Editore, l’Istituzione
Seminario creditizzato (1 CFU)


18 novembre 2010, h. 15 Enrico Caniglia Docente di Comunicazione politica - Università di Perugia
25 novembre 2010, h. 15 Anna Desimio Funzionario editoriale - Franco Angeli Editore
2 dicembre 2010, h. 15 Barbara Fiorio Portavoce del Presidente della Provincia di Genova
Gli incontri si svolgeranno presso la Facoltà di Scienze Politiche
Via Balbi 5, terzo piano – Aula VI.
Docente responsabile Prof. Andrea Pirni

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26 ottobre 2010

In libreria

Carlo M. Marletti
La Repubblica dei media. L'Italia dal politichese alla politica iperreale
Bologna, Il Mulino, 2010, 172 pp.

Scheda di presentazione
Perché, se la televisione è così potente, Berlusconi si è premurato di avere dei giornali che lo fiancheggino, e mostra di sapersene servire contro i suoi avversari? E perché Massimo D'Alema dice di preferire la televisione, con cui si parla a tutti, mentre la sua influenza sugli affari politici è dovuta soprattutto a messaggi in chiave affidati ai giornali, di cui pochi possono cogliere pienamente le implicazioni? Dal 18 aprile 1948 ad oggi spettacolarizzazione della politica e messaggi in politichese rappresentano le due facce della democrazia in Italia, dando luogo a fasi alterne e a volte combinandosi tra loro. Nella Repubblica dei partiti i "messaggi di fumo" di Aldo Moro e il suo lessico fatto di "convergenze parallele" e "strategie dell'attenzione" risultavano funzionali per evitare tensioni politiche e sociali. Negli anni Ottanta al pubblico di massa, passivo e indifferenziato, si sostituì un'audience segmentata e mobile. Ciò ha aperto la strada alla politica pop e a Berlusconi, che servendosi degli effetti di iperrealtà generati dai media si accaparra il consenso con annunci clamorosi e promesse ottimistiche spesso non mantenute. Ma con la crisi economica il pendolo torna ad oscillare. Dalla Repubblica dei media si tornerà indietro alla Repubblica dei partiti e ai suoi rituali?

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06 giugno 2010

In libreria

Michele Mezza
Obama.net - New Media, New Politics?
Politica e comunicazione al tempo del networking

Perugia, Morlacchi editore, 2010, 290 pp.


[...] Obama ha molto contato sulle figure dei net professionals, di quei ceti professionali che producono valore connettendosi in rete. È questo il nuovo soggetto che lo sparuto candidato dell’Illinois decise di mettere in campo per mutare gli equilibri elettorali. Parliamo di circa 6 milioni di professionisti e di piccoli imprenditori, o di semplici cittadini, che trovano nella rete la ragione della propria autonomia e della capacità di produrre valore. Figure che, vedremo dopo, non sono istintivamente attratte dalle tradizionali battaglie sociali, a cominciare proprio dalla madre di tutte le rivendicazioni sociali che è appunto la riforma sanitaria. Solo un punto, un problema, lasciava intendere che i due mondi – quello dei nuovi individualisti della rete e quello delle aree di disagio sociale, in larga parte composto da popolazione di colore, che hanno votato per il candidato dell’Illinois –, potevano incontrarsi: sviluppo, dunque competitività, significa armonia e collaborazione sociale. E di conseguenza una riduzione delle cause di conflittualità e invivibilità sociale.[...]"
Michele Mazza, p. 21




*link alla scheda di presentazione del  libro sul sito dell'editore Morlacchi
*link all'Indice ed ad alcuni estratti del libro [leggi tutto]
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23 aprile 2010

Confini

In diretta la direzione: scontro Berlusconi-Fini. Vorrei riflettere su un fatto positivo e uno negativo. Quello che è successo oggi è tanto incredibile quanto credibile. La situazione continuava a precipitare sempre più, dagli appunti politici agli insulti personali, dagli interventi ai microfoni ai gesti in piedi. La situazione precipitava sempre più e sempre più la direzione partecipava: applausi e urla da stadio, brontolii e facce da bar. Incredibile che le cose andassero così, ma credibile. Il fatto positivo: il faccia a faccia davanti alle facce, quelle dei membri in auditorium e quelle degli spettatori della diretta. Non solo, sono immagini che rimarranno: le loro espressioni, gli occhi e le dita, adulti e bambini, Berlusconi e Fini. Oltre i confini. Non ci sono state porte chiuse o agenzie stampa, non ci sono stati messaggi poi raccolti o giri di parole e volti. Le cose, Silvio e Gianfranco se le sono dette, i nomi sono stati fatti, gli esempi pure, per non parlare dei rimproveri e dei rancori, delle controversie e dei colori, delle intimità e delle intimidazioni. E l’han fatto in direzione e in diretta. Da un “vogliamoci bene” poco sincero, ma sereno a un “facciamola finita” poco sereno, ma sincero: il microfono fermo, la mano magari meno e “diciamolo davanti a tutti”. Questo mi ha sorpreso, ma non mi è spiaciuto. Domani forse. Mi ha sorpreso e spiaciuto invece il fatto negativo: i confini di Fini. Credevo che Gianfranco contasse di più. Quasi un’ora d’intervento e poi via col vento, appesi a un documento e con lui appena il sette per cento. Appena, apnea. Sottolineo che non mi è sembrato in ottimo stato Fini: sia nella forma che nei contenuti. Spento. Ripetitivo, ma poco incisivo. Meno duro del solito. Sottintendo che mi è sembrato sempre lui invece Berlusconi: sia nella forma che nei contenuti. Acceso. Sintetico, ma molto incisivo. Più duro del solito. Nonostante il punto di partenza fosse un sempre più illuminato Fini e un sempre più scuro in volto Berlusconi. Gli ultimi mesi sono stati così, almeno: al netto, consenso per Fini. Avevo pensato, che semmai fosse arrivato questo momento ci sarebbero state più firme al documento. Invece oggi i nodi sì, sono venuti al pettine, ma una mano l’ha tirato, una parrucca è venuta via con tutti i nodi e un’altra ce ne sarà sotto. Berlusconi ha stravinto, anche contro Fini. E non me l’aspettavo, non in questi termini. Concludendo la mia riflessione quindi, ora all’una di notte prima di andare a letto, sono colpito sia dall’esser andati oltre i confini della politica fatta dai dirigenti, dentro le dirigenze, diretti a se stessi, diritti e dietro. Sia dall’essere Fini risistemato entro i suoi confini. Lo scrivo ora, così tardi, perché domani, già presto, sarà diverso: in questi tempi veloci saremo già abituati ai faccia a faccia davanti a mille facce, in questi tempi duri saremo già abbattuti che un leader illuminato sia spento e confinato da un leader scuro in volto. Incredibile quanto credibile: abituati e abbattuti, tutti dentro i confini. In diretta. Buonanotte.


Ps. Solo un brutto sogno notturno:
“...Ti ho già detto che ho intenzione di vendere «Il Giornale», e se vuoi, se hai un uomo vicino a te o ad An, ci accordiamo: che lo comprasse lui…”.
Per fortuna Indro gli occhi li ha chiusi, non ha visto nè letto: l'idea che aveva di informazione libera e di illuminata destra sono confinate, quasi sfinite. Io invece no, domani mattina gli occhi li riaprirò. Con Fini.

Alessandro Ferraro

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