Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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04 maggio 2026

La fine delle certezze

 "[...] Nell’ultimo decennio abbiamo davvero cercato di erigere nuove forme di «contenimento passivo» dei pericoli – dagli attacchi terroristici all’immigrazione di massa, fino alle identità percepite come minacciose per le nostre, qualunque esse siano. Ma il nostro smarrimento è cresciuto di fronte a un’amara consapevolezza: i muri a cui affidiamo la nostra sicurezza non funzionano. Anzi, possono trasformarsi essi stessi in una minaccia. L’unico modo per evitare all’«altro» di superarli è di vivere in uno stato di allerta permanente, mentre quelle barriere ci impediscono di vedere ciò che accade dall’altra parte. Un muro che dovrebbe proteggerci finisce così per renderci volutamente ciechi e, al tempo stesso, più vulnerabili. [...]."
Gabriele Segre

G. Segre, La fine della fine della storia. Abitare la scomodità del mondo, Bollati Boringhieri, Milano, 2026.

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11 gennaio 2026

Sotto gli occhi del'Occidente




La cieca ferocia della regola autocratica che, respingendo ogni legalità, di fatto si fonda sull’assoluta anarchia morale, provoca la risposta altrettanto cieca e atroce di una concezione rivoluzionaria puramente utopica, votata alla distruzione ricorrendo ai primi mezzi a portata di mano”.
Joseph Conrad, 1911

Joseph Conrad, Sotto gli occhi dell'Occidente, 1911 (prima edizione italiana 1928, seguita da altre edizioni più recenti pubblicate da vari editori).
*Nel 1911 il romanzo di Conrad affrontava i fermenti della Russia zarista negli anni precedenti la Rioluzione del 1917. Non si può non notare che la citazione è adattabile a vicende e contesti del nostro tempo.

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18 maggio 2025

La lezione della Storia

 "Siamo sulla strada sbagliata se crediamo che l’umanità debba necessariamente avere una potenza egemone a capo, e che ci sia solo da sperare che sia la meno cattiva, quella che ci calpesti meno, quella il cui giogo sia meno gravoso. Nessuna potenza merita di occupare una posizione così schiacciante: né la Cina, né l’America, né la Russia, né l’India, né l’Inghilterra, né la Germania, né la Francia, né tantomeno l’Europa unita. Tutte, senza eccezione, diventerebbero arroganti, pretenziose, tiranniche e odiose se si ritrovassero onnipotenti, anche se fossero portatrici dei più nobili principi. Questa è la grande lezione che la Storia ci insegna e forse, al di là delle tragedie di ieri e di oggi, sta in questo l’inizio di una soluzione".

Amin Maalouf

*Amin Maalouf, "Il labirinto degli smarriti. L'Occidente e i sui avversari, La Nave di Teseo, 2024.
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12 agosto 2022

Conoscere i fatti per capire

 "Il non conoscere certi fatti, il trasandarne taluni, o il non li collegare insieme, il fondare sopra cotesto imperfetto e caduco edifizio troppo grandi speranze, apparecchia disinganni gravi; dai quali poi l'inscienza stessa o la negligenza de' fatti ci toglie poter dedurre utili insegnamenti per il tempo avvenire. Acciocchè dunque le recenti vicende ci fruttino, importa collegare tra loro certi fatti dispersi, accennare come meglio si può a certi altri o ignorati da molti o non voluti avvertire; i vuoti che lascia anco la storia coetanea, riempierli colle induzioni che porge l'esperienza, e la conoscenza sicura di certe particolarità quanto più minute o intime, tanto più rilevanti. La cronaca del giorno d'ieri ha anch'essa la sua critica come le indagini dell'antichità più remota: e il giudizio intero d'avvenimenti recentissimi, bisogna talvolta saperlo comporre al modo che si ricompongono i mastodonti".

Niccolò Tommaseo, 1860.

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07 luglio 2022

I Malcontenti

L’artigiano non trova lavoro ed è malcontento, sono malcontenti gli impiegati, malcontenti i giornalisti perché il pubblico ha tutt’altro in capo che i loro periodici, malcontente le madri di famiglia perché il pane costa sempre caro e i mariti guadagnano poco, e i figlioli non pensano che a spenderne e a divertirsi, malcontente le ragazze perché non trovano marito, e malcontente le maritate perché la sarta e la modista non cessa di tormentarle con la nota da pagare!” .

I Malcontenti , "La Vespa", 2.12.1856 (giornale satirico pubblicato a Genova).

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09 giugno 2022

Chi è il vandalo?


"Chi è il vandalo? No, non è affatto il contadino analfabeta che in un accesso di rabbia dà fuoco alla casa del ricco proprietario terriero. I vandali che incontro io sono tutti letterati, soddisfatti di sé, con una discreta posizione sociale e senza particolari risentimenti nei confronti di chicchessia. Il vandalo è la superba ristrettezza di vedute che basta a se stessa ed è sempre pronta a rivendicare i suoi diritti. Questa superba ristrettezza di vedute crede che il potere di adeguare il mondo alla propria immagine sia un diritto inaleienabile, e poichè il mnondo è per lo più composto di situazioni che la spiazzano lo adegua alla propria immagine distruggendolo. Così un adolescente decapita in un parco una statua colpevole di superare oltraggiosamente la sua essenza umana e, dal momento che ogni atto di autoaffermazione è appagante per l'uomo, esulta nel farlo. Gli uomini che vivono solo un presente decontestualizzato, che ignorano la continuità della storia e mancano di cultura possono trasformare la patria in un deserto privo di storia, di memoria, di echi e di ogni bellezza."
Milan Kundera, 1967

* M.Kundera, "Discorso al Congresso degli scrittori cecoslovacchi del giugno 1967" in Id. Un Occidente prigioniero, Adelphi, Milano, 2022.

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19 maggio 2022

Arcipelago Russia


Lo spazio russo è enorme, Si finisce per essere sempre soli. In Italia, se si percorrono 50 chilometri, il paesaggio è sempre affollato di città, paesi, capolavori architettonici, tutti con la loro storia. Nell’ex Urss, al contrario, ci sono dimensioni enormi. L’orizzonte è quasi sempre vuoto, le persone provano un fortissimo senso di solitudine. Chi vuole continuare a mantenere la propria personalità deve avere il coraggio di affrontare la solitudine. Proprio come i protagonisti de L’Arcipelago della nuova vita. Che, alla fine, devono per forza incontrarsi, sostenersi, per non naufragare nello spazio immenso e silenzioso”.
Andreï Makine, Arcanestorie.it, 5.5.2018.
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*Andreï Makine, nato nel 1957, vive in Francia dal 1987, ma in ogni suo romanzo racconta in modo straordinario tutta la complessita del popolo russo, sempre alla prova della Storia.
- L’Arcipelago della nuova vita, La Nave di Teseo, Milano, 2017.
- La donna in attesa, Einaudi, Torino, 2014.
- La musica di una vita, Einaudi, Torino, 2003.
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03 aprile 2022

La chiusura di "Novaja Gazeta"

In questi giorni dalla Russia è giunta la notizia che la redazione ha deciso di sospendere la pubblicazione di "Novaja Gazeta", il foglio diretto dal Premio Nobel per la pace Dmitri Muratov. e ancor più noto per le corrispondenze di Anna Politkovskaja dalla Cecenia, assassinata nel 2006. La vicenda è strettamente collegata con la guerra all'Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022.
La chiusura di un giornale anche se volontaria, in un regime ha sempre valenza politica, che l'opinione pubblica deve saper decodificare per capire quel che accade nel proprio paese, non solo sotto il profilo dell'informazione. Infatti quando una testata chiude o decide di sospendere le pubblicazioni in un contesto di massima censura, proprio con quella scelta (obbligata) firma "l'editoriale" piu' politico, ben decifrabile dai lettori consolidati e da chi, pur non essendo lettore, puo' chiediersi "Perche? /che cosa sta succedendo in Russia? / forse quel che dicono a tamburo battente i media ufficiali non e' cosi' vero". E il dubbio si insinua nell'opinione pubblica attraverso il passaparola, proprio quello che a Parigi circolava all'ombra de "L'albero di Cracovia", luogo d'incontro e di scambio di notizie attendibili mentre fuori imperava la censura dell'Ancien Regime. (cfr. Robert Darnton, "L'età dell'informazione. Una guida non convrnzionale al Settecento", Adelphi, Milano, 2007).
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15 marzo 2022

L'inferno terribile di Sebastopoli 1855


"[...] Vedrete spettacoli tremendi, che lacerano l’anima; vedrete la guerra, non nel suo ordinamento regolare, bello, brillante, con la musica e il rullo dei tamburi, con le bandiere spiegate e i generali caracollanti, ma vedrete la guerra nel suo vero aspetto, – nel sangue, nelle sofferenze, nella morte... [...] Procedendo innanzi per la via e scendendo per un lieve pendio, notate che intorno a voi non ci sono più case, ma strani mucchi di rovine, di pietre, di tavole, di travi, di terra; davanti a voi, sull’altura scoscesa, vedete uno spazio nero, fangoso, solcato da fossi [...].

E sempre con la stessa premura dalle varie parti del mondo folle di uomini di diverse nazionalità e ancor più diversi desideri si fissano su questo luogo fatale. Ma la questione che i diplomatici non hanno risolta non si risolve ancora con la polvere e col sangue. (Cap. I)
[...]
Dov’è l’espressione del male che bisogna fuggire? Dove l’espressione del bene che bisogna imitare in questa novella? Qual’è l’assassino, qual’è l’eroe? Tutti son buoni e tutti cattivi".(cap. XVI)
Lev Tolstoj, "I racconti di Sebastopoli" (prima edizione 1855).

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Nei libri di storia è ricordata come la Guerra di Crimea (1853-1856), uno dei tanti conflitti che nella seconda metà del xix secolo segnò la determinazione della Russia zarista di espandersi verso il Mar Nero e oltre. La guerra impegnò Francia ed Inghilterra rimbalzando sulle pagine di tutta la stampa europea; lo stesso Camillo Cavour decise di inviare un piccolo contingente del Regno di Piemonte e Sardegna per inserire la questione italiana nelle future trattative di pace. Inoltre, proprio in quel teatro di guerra per la prima volta entrò in scena l'uso giornalistico della fotografia per iniziativa del quotidiano Times di Londra. Ma quel che colpisce nel racconto di Lev Tolstoj è la precisione con cui riuscì a documentare in ogni pagina, riga dopo riga, tutta la violenza della guerra, allora come oggi. Per questo in giorni mediaticamente così convulsi, questi racconti meriterebbero la nostra attenzione, tanto più che l'edizione integrale è disponibile in formato pdf nella piattaforma LiberLiber.
mmilan

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17 febbraio 2022

Se la scuola ha una funzione educativa

Premesso che non solo i docenti devono sempre ben calibrare ogni parola e ben valutare il contesto, tanto più in tempi in cui in ogni ambito il linguaggio è slabbrato, intriso di espressioni volgari. Forse quel che è accaduto al liceo Righi di Roma deve essere inquadrato in un prima, un durante e un dopo per valutare senza pregiudizio i fatti. Dopo l'esplosione su tutti i media del caso a Radio24 è stata intervistata la Preside del liceo ed è saltato fuori che la studentessa nell'intervallo della ricreazione ballava sul banco con mosse poco appropriate mentre la scena era ripresa con alcuni cellulari e il video era destinato alla chat di alcune classi, come già era accaduto per altri episodi che rasentavano il cyberbullismo. Non a caso nella stessa scuola era stata istituita una commissione ad hoc. Se nel 'prima' la scena era stata quella descritta, cambia radicalmente la valutazione del fatto, senza dover criminalizzare l'insegnante, probabilmente sconcertata per quel che aveva visto con i propri occhi entrando in classe. Si è anche saputo che la stessa docente fa parte della commissione sul cyberbullismo (con buona soddisfazione degli studenti, che avevano approvato la scelta). Soprattutto dovremmo chiederci se la Scuola debba (o possa) continuare ad avere una funzione formativa della Persona nella sua interezza. Perchè a Scuola esiste una infinità di modi appropriati per fare ricrerazione in tutta allegria onorando la dignità dell'Istutizione e di tutti coloro che la frequentano o vi lavorano. Perché il contenimento del fenomeno del cyberbullismo dovrebbe partire proprio da un'aula scolastica dove si fa un uso smodato e improprio dei cellulari.
mmilan
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02 dicembre 2021

Scrittura e libertà

 "Se vuoi affrontare questioni complesse hai bisogno della parola scritta. E io mi riferisco sia alla riflessione intellettuale sia all’elaborazione del tuo vissuto personale. La scrittura è un formidabile strumento di libertà: chi scrive è proiettato in una dimensione di invenzione permanente. La scuola insegna a tutti questa capacità di padroneggiare idee e sentimenti, che poi porterà ad occupare ruoli medi e alti nella società e ad avere una vita abbastanza sofisticata. Se noi neghiamo alla scuola questa funzione, di cui la prova scritta alla maturità è il simbolo più potente, certifichiamo una cosa orribile: che la capacità di scrivere e quindi di leggere sarà patrimonio solo di chi se la ritrova in famiglia. La società può delegare alle famiglie uno strumento così importante?".
Andrea Graziosi  

*Simonetta Fiori, Ridiamo fiducia alla maturità, La Repubblica, 2.12.2021 (intervista  a Andrea Graziosi).

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08 novembre 2021

Tra pandemia e infomedia

"Nel mondo digitale, non si scrivono più soltanto i messaggi, ma anche i mezzi. L'architettura dei mezzi diventa decisiva per la qualità delle comunicazioni. La responsabilità di chi lavora nei media non è soltanto quella di scrivere e ricevere messaggi socialmente costruttivi, ma anche di scrivere mezzi socialmente costruttivi. Pensando al breve termine. Ma anche pensando al lungo termine.".

Luca De Biase 


*L. De Biase, Riflessioni sull'infodemia,  29.7.2021 (testo integrale).

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29 ottobre 2021

Tempi pandemici

Ogni anno milioni di italiani devono compilare la dichiarazione dei redditi su moduli prestampati che comprendono anche gli spazi riguardanti la dichiarazione riguardante la destinazione dell'8/mille, ogni anno milioni di italiani sono implicitamente invitati ad indicare la loro appartenenza religiosa sottoscrivendo una delle caselle di riferimento (elencate sulla base di precisi accordi tra le Stato italiano e i vari culti, prima tra tutte la Chiesa cattolica). Personalmente, fin dalla prima volta, ho sempre considerato inaccettabile questa opzione da controfirmare nero sue bianco ritenendo che ogni posizione su una qualsiasi fede religiosa non debba riguardare lo Stato, per cui ho sempre scelto di barrare tutte le caselle, dalla prima all'ultima, tutte indistintamente negando sempre allo Stato ogni possibilità di appropriarsi di una informazione che non gli deve competere (in tal caso l'8/mille è destinato allo Stato, con qualche distinguo). Ora, di fronte a questa polemica surreale sul green pass, sarebbe utile sapere quanti "NOgreenpass" si sono percepiti come "schedati" di fronte alla compilazione del format dell'8/mille? quanti hanno ritenuto di NON dover indicare la propria appartenenza religiosa o la posizione di atei o non credenti, considerando la richiesta di questo dato una forma di intrusione ingiustificata?. E' quasi certo che nell'Italia della "incerta fede" (citando il titolo dell'indagine di R.Cipriani edita da FrancoAngeli nel 2020) nella stragrande maggioranza i contribuenti abbiano firmato la casella scelta senza porsi domande sulla legittimità di questa richiesta in uno Stato laico. Inoltre, da sempre e in molte circostanze, gli italiani si ritrovano (inconsapevolmente) a consegnare i propri dati sensibili a soggetti pubblici o a privati, sottoscrivono adesioni a ogni tipo di richiesta, al supermercato. per la strada, nel Web, senza chiedersi se le persone che hanno di fronte hanno i requisiti di legge per richiedere una firma o una serie di risposte a quesiti di tipo riservato. E tra questi ci sono anche i "NOgreenpass" che (inconsapevolmente) hanno firmato senza neppure verificare la qualità e la legittimità della richiesta. Perché ora, di fronte al Green pass, uno strumento che deve definire la reciproca e serena convivenza tra vaccinati e tamponati, emergono i cavilli della discriminazione, con sistematici parallelismi con le vere e inenarrabili discriminazioni applicate durante il nazifascismo a ebrei, rom, omossessuali e disabili, fino agli orrori dei campi di sterminio?
mmilan
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24 ottobre 2021

In libreria

 Craig Whitlock  
Dossier Afghanistan 
 Newton Compton, Roma, 2021, pp. 352.   

Descrizione
Un racconto esatto e serrato su come tre presidenti degli Stati Uniti e i loro capi militari abbiano ingannato il mondo per venti lunghi anni per giustificare un conflitto infinito costato oltre 2300 miliardi di dollari e 241.000 morti. Proprio come I Pentagon Papers hanno cambiato la comprensione del pubblico del Vietnam, gli Afghanistan Papers riportati nel libro contengono rivelazioni sorprendenti di persone che hanno avuto un ruolo diretto nella guerra, dai leader della Casa Bianca e del Pentagono ai soldati e agli operatori umanitari in prima linea. Con un linguaggio schietto, gli intervistati ammettono che le strategie del governo sono state un disastro, che il progetto di ricostruzione della nazione è stato un colossale fallimento e che la corruzione ha preso il sopravvento sul governo afghano. Il resoconto si basa su interviste con più di 1000 persone che sapevano che il governo degli Stati Uniti stava presentando una versione distorta, e talvolta interamente inventata dei fatti. Craig Whitlock, reporter del «Washington Post» e tre volte finalista al Premio Pulitzer, mostra che il presidente Bush non conosceva il nome del suo comandante in Afghanistan e non aveva alcun interesse a incontrarlo. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha ammesso di non avere «nessuna idea su chi fossero i cattivi». Il suo successore, Robert Gates, ha dichiarato, ancora più esplicitamente: «Non sapevamo nulla di al-Qaeda».
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12 ottobre 2021

"La scomparsa della conversazione"

"La quasi totale scomparsa della conversazione (probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati) ha fatto sì che lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano intorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato assiste al loro colloquio. Talvolta i conversatori appaiono sul video, talaltra sono presenti in carne ed ossa in una sala, di fronte a un certo numero di invitati. I conversatori esprimono le loro idee, le loro opinioni. C’è qui qualcosa di anacronistico perché anche le opinioni – materia prima di ogni conversazione non meramente utilitaria – hanno da tempo seguito la stessa sorte dell’arte del conversare: sono scomparse. Naturalmente non si dà scomparsa senza sostituzione dell’ente o dell’oggetto sparito; e in questo caso le opinioni, che sono giudizi di valore, indipendenti dalle fluttuazioni provvisorie del gusto e del costume, sono costituite da fiato di voce, da chiacchiere prive di consistenza ma dotate di una provvisoria efficacia. Coloro che reggono la vita pubblica (politici amministratori, uomini d’affari) non potrebbero impunemente mostrarsi a vuoto di idee generali, di opinioni; e quanto più il vuoto è reale tanto più essi sono tenuti a coprirlo col vento della loro verbosità. Non altrimenti potrebbero andare le cose, perché il linguaggio – veicolo di ogni opinione – è anch’esso in crisi. Una importante scuola filosofica si è sforzata di dimostrare che il linguaggio non afferra enti reali ma fantasmi. L’uomo, sostanzialmente, non sa nulla di sé, ma per vivere deve darsi significati del tutto provvisori. Il filosofo è consapevole della sua ignoranza, ma è necessario impedire che l’uomo della strada si renda conto dell’ignoranza dei clercs e dei filosofi.

Si riesce a impedirlo? Un tempo si riusciva, perché gli uomini di dottrina, col sussidio della religione o di qualche filosofia positiva, erano ancora uomini di opinione; e soprattutto perché gli uomini indotti erano tenuti fuori dal circolo del pensiero. Gli uomini autorizzati a pensare erano pochi; la bomba del pensiero era custodita da rari specialisti che non avevano alcun interesse a farla scoppiare. Oggi la bomba è scoppiata e anche l’analfabeta ha il sospetto che la sua ignoranza valga la più scaltrita dottrina.
Reso balbuziente il linguaggio – al quale si riconosce una utilità non più che pratica, di segno utilitario – si mostra inutile la conversazione, ridicola l’affermazione di opinioni che pretendano di cristallizzare in un senso o nell’altro il flusso della vita. Resta il problema della comunicazione, tutt’altro che insolubile sul piano della vita pratica. Si possono comunicare non idee, ma fatti e bisogni, con l’arte del segno, dell’allusione, con l’impiego di particolari cifrari; e a questo provvede la scienza delle comunicazioni visive. Un laureato in lettere che non avesse mai messo piede in un cinema non saprebbe comprendere i mille stenogrammi di cui è gremito un film moderno; mentre milioni di quasi analfabeti sono iniziati a quel tipo di linguaggio. Comunque, la sostituzione della parola con altro dalla parola, con differenti mezzi espressivi, rende sempre più affannosa la proliferazione dei mezzi visivi e magari acustici. Perché i pittori non dipingono più la figura umana e il paesaggio in cui vive l’uomo? Perché dietro l’uomo e dietro il suo reale habitat è pur sempre nascosta l’insidia della parola. Un’opera d’arte che si possa spiegare, tradurre in termini di linguaggio appartiene ancora al vecchio mondo che si alludeva di spiegare, di giustificare, di capire: è un’opera che non si muove, che nasce vecchia.
Così per la musica. Il tradizionale tonalismo era il prodotto di un’umanità ancora pensante e parlante; dietro il do maggiore c’era una concezione della vita che i filosofi e gli scienziati d’oggi respingono. Il passo da compiere era quello di dar corso legale alla dissonanza; e a questo si è arrivati in pochi anni. Non si era tenuto conto, tuttavia, di un fatto: che l’uomo aspira al caos ma non rinunzia al comfort, non rinunzia a un margine di sicurezza fisica. E a questo bisogno è stato facile provvedere imprigionando il caos musicale entro un sistema di regole fisse più o meno matematiche e in ogni caso arbitrarie. Oggi il disordine musicale non è più una minaccia, è un gioco di società. S’intende che un simile new deal musicale lascia inquieti e dissenzienti non pochi musicisti appartenenti all’ala sinistra del movimento modernista. Un giorno mi accadde di ascoltare una musica tutta fatti di sibili e di ruggiti, ma tale da permettere ancora qualche riferimento umano in virtù di un titolo che accennava a episodi della Resistenza. Il pubblico applaudì con moderata convinzione; ma un giovane e già stimato compositore straniero che assisteva al concerto dette in escandescenze e uscì dalla sala gridando: basta con questo umanesimo.
Dal suo punto di vista quello scalmanato aveva ragione: se l’uomo si vergogna di essere uomo è perfettamente logico che egli espunga dalle sue manifestazioni (non dico dal suo linguaggio, perché si tratta di ben altro) ogni riferimento alla sventurata condizione umana.
In realtà coloro che rifiutano davvero la condizione umana, fra gli artisti e i filosofi, sono pochi. Non mancano, fra questi ultra del mondo espressivo, i casi della rinunzia, del suicidio o della pazzia. Si tratta pur sempre di rispettabili e altamente comprensibili casi isolati. I più hanno compreso che la rinunzia, la protesta, il grido di chi non si rassegna e vuol morire sulla breccia sono, in se stessi, una eccellente materia di commercio. Sorge così la figura moderna di chi, tutto rifiutando e deplorando, prospera e impingua sulle macerie di un mondo che si suppone essere in disfacimento, ma che in verità gode di un benessere medio che non ha precedenti nella storia. Dimostrando che il linguaggio è una finzione priva di ogni contenuto e che l’uomo è sorto per caso dal nulla e che il nulla è la sua vera vocazione, il filosofo può conquistare cattedre e assurgere a reputazione mondiale. Distruggendo l’ipotesi stessa di ogni possibile arte, un artista di oggi può acquistare larga fama e vivere alle spalle del mondo borghese da lui detestato.
Il caso di chi vuol distruggere tutti e tutto ma non potrebbe vivere in un mondo diverso e trae buon partito dalla situazione ch’egli, spesso in buona fede, detesta, non si può, in ogni modo, generalizzare. Sono molti, ma non moltissimi, quelli che fanno mercato, e vantaggioso mercato, dell’equivoco in cui vivono. I più, la grande maggioranza, sono coloro che seguono passivamente la corrente e traducono in prodotto vendibile i gesti, gli atteggiamenti che sono nati da un autentico sentimento d’insoddisfazione e di protesta. Qui non c’è più equivoco, e non c’è nemmeno l’innegabile talento dei grandi mastri dell’equivoco. C’è la scaltrezza artigiana di chi segue – e a volte prevede e a volte addirittura determina – i bisogni della clientela.
Quale imbecille ha potuto affermare che manca nel mondo attuale ogni possibilità di comunicazione? Mai sono esistiti tanti mezzi di comunicare, né così facili né così irresistibili. L’importante è che fra questi mezzi sia sacrificata la parola, che ha il torto di non essere abbastanza polivalente e di pretendere a qualche durevole verità. L’industria della comunicazione sarebbe minata alla base se i mezzi espressivi pretendessero di avere qualche durata nel tempo. Quel che occorre non è il linguaggio, ma l’interiezione, l’accenno, il grido, il lampo, l’arabesco che nasce e muore nel giro di pochi istanti. Quel che abbisogna è ciò che si vede, si ascolta, si tocca per un attimo solo e poi viene bruciato e sostituito da un’altra analoga eccitazione.
In questa corsa verso il nulla la letteratura sembra alquanto sacrificata. Non rinunzia però ad aggiornarsi. I romanzieri descrivono ancora l’uomo ma lo riducono alla figura dei mannequins di De Chirico, ignorandone i pensieri e i sentimenti. Restano in coda gli scrittori tradizionali, che dell’uomo pretendono di non ignorare nulla. Battono una strada buona, ma sono quasi tutti mediocri, e per essi resta vero che la cattiva letteratura si fa coi buoni sentimenti. Eppure è proprio su quella strada che presto o tardi noi incontreremo ancora – di tanto in tanto – qualche scrittore leggibile.
Eugenio Montale,

E. Montale,  "La scomparsa della conversazione" in Nel nostro tempo, 1972, pp. 65-66 (già pubblicato in Auto da fè, 1962).
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21 settembre 2021

Tempi pandemici

 Da mesi in Italia e nel mondo i no vax / no green pass / no control (che sono la minoranza) cercano in ogni modo e ovunque di istigare le persone alla rivolta, con argomentazioni pretestuose, fondate su fonti approssimative, allertano il mondo su complotti concordati dai "poteri forti", ricalcando scenari e strategie che ricordano la Germania della Repubblica di Weimar alla vigilia del Terzo Reich. Ad essi, nelle piazze delle città e negli spazi digitali, si affiancano esponenti della destra più pericolosa che esaltano Hitler, che si sono appropriati di tutte le simbologie del nazifascismo, che insultano e minacciano con modalità squadristiche scienziati, medici, governanti, politici, giornalisti e cittadini che prendono la parola per sollecitare la popolazione a tutelarsi e tutelare il prossimo con gli strumenti che la scienza, le tecnologie più avanzate e le Istituzioni hanno messo a punto per affrontare la prima pandemia del xxi secolo. Da che parte sta il "terrorismo psicologico", da che parte sta la manipolazione del mondo? Le risposte sono tutte ben evidenti nella storia del Novecento e nella vasta produzione di memorie, saggi, romanzi, documentari, film di ogni tipo pubblicati in Europa (e non solo) nel corso del Novecento. Per cominciare propongo la lettura o rilettura di un libro poco ricordato di Karl Krauss La terza notte di Valpurga, che riunisce gli articoli che pubblicò sulla propria rivista poco dopo la vittoria (elettorale) di Hitler e l'avvio accelerato del Terzo Reich, che devastò il mondo intero con il pretesto di scardinare il gran "complotto" organizzato dai poteri forti. demo-giudaico-plutocratici. E' una ri/lettura illuminante (del resto il titolo della rivista era "La Fiaccola") per capire da che parte stesse nel 1933 il "terrorismo psicologico", quanto sia stata penetrante la "manipolazione" che accecò l'intero popolo tedesco, che aderì in massa a tutte le ideologie più devastanti elaborate dal Nazismo. Poi (ma solo dopo la lettura di Krauss) propongo di vedere con sguardo riflessivo Germania anno zero di Roberto Rossellini, che più di ogni altro film ha descritto, senza nulla mascherare, le conseguenze tragiche di quella "manipolazione" per lo stesso popolo tedesco dopo la fine del Terzo Reich. Quando si aprirono i cancelli dei campi di sterminio con ogni orrore non più nascondibile, quando in ogni città, in ogni stato del continente si contavano i milioni di morti civili e militari,quando la Germania era di fatto rasa al suolo, privata di tutto e della propria dignità, tutto fu chiaro.

mmilan


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02 agosto 2021

In libreria

 Rob Brotherton 
Menti sospettose. Perchè siamo tutti complottisti
Bollati Boringhieri, Milano, 2021 pp. 320 (prima edizione italiana 2017).
Descrizione
Loro cercano di controllarci. Ci fanno credere che viviamo in società libere e democratiche e che siamo i padroni del nostro destino, ma non è così, lo sappiamo bene. Ci nascondono la verità. Basta grattare sotto la superficie: l’omicidio di Kennedy, i vaccini, l’11 settembre, gli UFO, le scie chimiche, l’uomo sulla Luna, Bin Laden, i massoni, Lady D, gli Illuminati, Elvis Presley, il Nuovo Ordine Mondiale, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, i rettiliani... Ovunque si guardi è evidente che c’è un piano colossale per manipolarci. Cosa si nasconde dietro le più articolate teorie del complotto e, soprattutto, chi sono i complottisti e come è possibile che così tante persone possano credere anche alle più ardite e immaginarie speculazioni? Rob Brotherton, che da anni studia come funziona la «mentalità complottista», analizza in questo libro, accattivante, ironico, e anche un po’ inquietante, i motivi per cui le nostre menti ci inducono tanto spesso a credere a cose implausibili, non provate e, soprattutto, in nessun modo provabili. Il fatto è che queste storie si adeguano perfettamente a certi circuiti mentali che – volenti o nolenti – tutti noi ci portiamo dentro, confortando le nostre paure più profonde, i nostri desideri più nascosti e il nostro stesso modo di interpretare il mondo. La psicologia del complotto è affascinante e svela molto su noi stessi e su come sono costruite le nostre menti. I complottismi non sono aberrazioni psichiche di pericolosi sociopatici, sono il prodotto del funzionamento del nostro cervello e la radice stessa del verbo «credere». Magari saranno in pochi a credere che il presidente degli Stati Uniti sia un mutaforma rettiliano (ma certamente sono più di quanti vorremmo che fossero!), ma sono ancora milioni (e continuano a crescere) coloro che credono alla correlazione tra autismo e vaccini (è dimostrato chiaramente che non ci sia, tanto per essere chiari). Dopo aver letto Menti sospettose saremo sorpresi nel riconoscere come sia facile cedere alla narrazione complottista ma avremo ben chiaro come sia possibile sfuggirvi. È vero che i complotti nel mondo talvolta esistono, più spesso però è meglio essere prudenti e fare attenzione a cosa scegliamo di credere perché, alla fine, potremmo scoprire che i complottisti siamo noi.


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27 aprile 2019

1500 anarchici a Torino


La non violenza strumentalizzata

Sabato 30 marzo 2019 1.500 persone, "anarchici", hanno sfilato in corteo a Torino per opporsi agli arresti eseguiti durante e in seguito allo sgombero dell'Asilo Occupato, uno dei tre centri sociali storici della città. La manifestazione ha coinvolto tutta la città, costringendo le forze dell'ordine a dispiegare oltre 2.000 unità più decine e decine di mezzi come camionette blindate, idranti e addirittura un elicottero. A fine giornata non ci sono stati incidenti o danni fisici a negozi e nemmeno scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, nonostante siano scattate 74 denunce. Non è stato necessario sparare nessun lacrimogeno, scagliare nessuna pietra, scontrarsi.
Eppure la stampa torinese non è stata gentile con chi ha sfilato in corteo, non ha riportato il punto di vista dei manifestanti, non ha raccontato la protesta, bensì come questa è stata combattuta. I giornalisti hanno preferito elogiare la Questura, deridere gli "anarchici resi inoffensivi" e rassicurare il cittadino che va tutto bene, ma siamo sicuri che siano le letture più corrette dell'evento?
Il 9 Febbraio di quest'anno la Questura di Torino ha ordinato lo sgombero dell'Asilo perché ritenuto vara e propria base logistica e operativa. Secondo il questore Francesco Messina gli attivisti del centro sociale sarebbero gli artefici di alcuni pacchi bomba spediti in Italia all'indirizzo di diversi Centri per l'immigrazione e il rimpatrio. Lo sgombero è durato diverse ore e ha comportato il dispiegamento di centinaia di poliziotti. Alla fine sono scattati sei arresti per alcuni anarchici del centro. Gli attivisti hanno reagito immediatamente con un corteo spontaneo in cui, dopo scontri con la polizia ed un cassonetto della spazzatura in fiamme, sono state arrestate altre undici persone.
La zona intorno al centro sociale - e tutto il quartiere Aurora - da allora è oggetto di attenzione da parte della questura che ha aumentato notevolmente la presenza della polizia nel quartiere, al punto che diversi abitanti si sono lamentati. Eppure il 1° marzo è caduta l'accusa di associazione sovversiva voluta dalla Procura di Torino per i sei anarchici arrestati durante lo sgombero.
Sabato 30 marzo più di 2.000 poliziotti hanno paralizzato Torino mentre 1.500 manifestanti hanno sfilato divisi in 5 cortei con partenze da diversi punti della città e ritrovo davanti alla stazione Porta Nuova. Quando 4 dei cortei sono arrivati al punto di ritrovo l'elicottero dei carabinieri sorvolava la zona già da mezz'ora. Ne sono arrivati soltanto quattro perché il quinto, composto da duecento persone è stato fermato e trattenuto dalla polizia in via Aosta, per eseguire controlli che hanno portato al sequestro di fumogeni, vernice, maschere antigas, oggetti contundenti e altro materiale potenzialmente pericoloso ma non sempre illegale.
Verso le 18 il corteo ha raggiunto quello che la polizia aveva deciso doveva essere il punto di non ritorno, la barriera di camionette, autopompe e manganelli oltre alla quale nessun anarchico doveva spingersi: l'incrocio tra Corso Novara e Corso Regio Parco. Il corteo dopo pochi metri in direzione della polizia ha deviato a destra verso la strada che gli era stata lasciata sgombra. Nessuno scontro, solo tanta tensione. Nel discorso finale pronunciato al megafono dagli attivisti si è sentito "..abbiamo dato una prova di civiltà davanti a tutti. Hanno dispiegato migliaia di poliziotti per cosa?".
Ogni giornalista ha visto che la polizia non ha caricato i manifestanti senza motivo e che il corteo ha deviato dal percorso cui aspirava senza cercare lo scontro. Non è successo assolutamente nulla, solo tanta tensione che, grazie ad una parte o all'altra, non ha prodotto nulla di violento. Eppure la stampa ha fatto molti elogi alla questura senza fare invece nessun riferimento al corteo che ha scelto di rinunciare al suo punto d'arrivo ideale, che non ha cercato nemmeno una volta di deviare all'improvviso scontrandosi con gli agenti, che non ha arrecato nessun danno a edifici o beni privati quando ne ha avuto l'occasione. Molti articoli descrivevano gli "anarchici" come persone violente a prescindere, nessuno si è preoccupato di riconoscere qualcosa anche a loro. Dare tutto il merito alla questura non rende giustizia a nessuna delle persone che hanno partecipato alla giornata del 30 marzo a Torino, ne da un lato ne dall'altro. Il giornalismo dovrebbe essere più imparziale se non vuole inimicarsi i manifestanti che sono parte della città e della comunità, e fare un'informazione più equa.

Amos Granata

 
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23 maggio 2018

Quel genere di giornalismo che genera sconcerto



Spesso si pensa che le caratteristiche del buon giornalismo siano meramente quelle della chiarezza espressiva e della fruibilità del testo da parte di ogni tipo di lettore. Troppo spesso, altresì,  passa in secondo piano l’importanza della scelta delle parole. Nel momento in cui scegliamo determinate parole per descrivere un’azione o un soggetto, non riportiamo semplicemente la realtà dei fatti ma creiamo realtà. L’obbiettività del giornalista risiede anche nel chiedersi se quel determinato termine, usato per descrivere una persona, è rispettoso della dignità di quest’ultima. Negli ultimi anni è tornato centrale il tema del genere e di come quest’ultimo venga attribuito, aprioristicamente, in base al nome proprio di persona; aprendo un dibattito, soprattutto nei casi in cui si parla di persone transessuali o transgender.
Il giornalista non è avulso dalla realtà sociale: il giornalista è un guardiano della laicità e dei principi essenziali che sostengono la buona comunicazione e la corretta informazione. Troppo spesso leggiamo articoli nei quali viene indicata la sessualità di una persona nonostante sia irrilevante ai fini della cronaca. La domanda da porsi è, non solo perché questo accada ma anche perché nessuno- o meglio la stragrande maggioranza delle persone- si accorga e riconosca questo abuso di potere. Un articolo deve sì essere letto e reso appetibile al lettore, ma questa priorità non deve scalfire l‘identità altrui. Il giornalista di oggi, ancor più rispetto al giornalista di ieri, ha il dovere di essere il più possibile distaccato emotivamente e idealmente dai fatti di cronaca di cui si occupa. Freddo come un investigatore che vuole contribuire alla risoluzione di un caso; freddo ma non per questo meno credibile. L’enfatizzazione di certi fatti, apparentemente comuni, seppur tragici non deve spingere a rendere notizie quelle che non lo sono; notizie che non avrebbero la stessa importanza e visibilità se non fossero state etichettate con un’ideologia omofoba o xenofoba o misogina. D’altro canto, l’informazione giornalistica della carta stampata come del web, tende a imitare il grande schermo, a renderci un continuum tra le pagliette dello spettacolo e le pagliette immaginarie attribuite, dal sentire comune, all’immagine del transessuale.
Senza scomodare vecchi articoli de Il Borghese, negli anni 50’, oggi, purtroppo, ci troviamo ancora a dover discutere dell’importanza che hanno le testate giornalistiche nella lotta  alle discriminazioni. Creare un clima di opinione pubblica, senza assecondare la maggioranza e senza ostentare le minoranze. Partendo dalla conoscenza dei fatti e delle realtà: Se una persona è diventata donna o si definisce tale dopo essere nata uomo, o viceversa, quella persona- che abbia cambiato il sesso biologico o meno- non è un/una transessuale ma una donna o un uomo. Le lotte femministe degli anni Settanta dovrebbero riportarci alla memoria la grande fatica per attuare la laicità in questo paese, se dicente laico. Dovremmo tornare a quello spirito fraterno non religioso né fazioso, scandaloso ma non deplorevole; a quel clima in cui le donne unite creavano la forza per cambiare la loro quotidiana e liberarsi da quell’ Amica oppressiva e rendere più vivibile la realtà alle donne di domani. Oggi la società è frammentata, le femministe come altri gruppi per i diritti civili tendono a creare fronti di opposizione e a non collaborare. Per questo il giornalista dovrebbe, per quanto possibile, cercare di riavvicinare queste due realtà, farle comunicare, semplicemente mettendole in uno stesso articolo- riuscendo così a farle convivere in una dimensione- chiamandole in causa e facendole sentire parte della stessa missione. Può sembrare surreale ma dal surreale che, sempre negli anni Settanta, abbiamo ottenuto il divorzio; e che evento mediatico fu, quella campagna referendaria!
Dovremmo tornare ad essere entusiasti, non di noi stessi e della nostra vetrina social; dovremmo riempire le piazze, riunirci e non schierarci da una parte ma ascoltare tutte le ragioni e rispettare tutte le sensibilità, perché queste ultime sono esperienze di vita, pelle viva.
Di recente, la presidente del Senato -prima donna in Italia a ricoprire questo ruolo- Maria Alberti Casellati, ha chiesto ai giornalisti di non essere chiamata “La Presidente” ma di usare nei suoi confronti, l’espressione, “Il Presidente”. La rete si è schierata e i salotti televisivi, pur di rendere stuzzicante  la scaletta quotidiana, ne hanno parlato e straparlato. E’ una scelta ed è incredibile come una richiesta esplicita sconvolga così tanto gli animi. E’ una scelta da rispettare, come da rispettare è stata la scelta della ex presidente della Camera, Laura Boldrini, di essere chiamata “La Presidente”. Non centra lo schieramento politico, perché a chiedere questo non è il politico o la politica ma una persona, in questo caso una donna che ha il diritto di chiedere il rispetto della sua identità; per meglio dire della sua sensibilità culturale e personale.
 Il giornalista non deve schierarsi con questa o con l’altra fazione, deve – se vuole recuperare la sua credibilità sociale e rendere vivo il giornalismo, distinguendolo dallo pseudo giornalismo-  diventare difensore della laicità, amante della critica e in primis curatore delle parole. Italo Calvino non a caso sosteneva che le parole fanno più male delle pietre.
Federica Frasconi
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14 gennaio 2018

Disinformazione



"Non sappiamo più riconoscere le cose feroci." 
Zerocalcare, 2017.


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