Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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27 novembre 2021

In libreria


"Detta in parole semplici: non siamo più noi a scegliere da dove attingere alle notizie, ma sono gli algoritmi a decidere al nostro posto. Oggi il 54,5% dell’utenza, secondo il Rapporto sul consumo di informazione di AgCom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), accede all’informazione online prevalentemente attraverso i social network e i motori di ricerca. Ed è qua che si annida una pericolosa insidia. Perche´ nel momento in cui un motore di ricerca o una piattaforma social decidono per noi, l’algoritmo ci proporrà informazioni e opinioni considerate più in linea con i nostri « gusti » e le nostre aspettative. Un processo che finisce per alterare la nostra percezione della realtà, rappresentandola ai nostri occhi in modo parziale e rafforzando i nostri pregiudizi. Disinformazione, bufale, post-verità, clickbait, overloading information, infodemia, fonti algoritmiche: sono queste le ombre che si allungano ogni giorno di più sul nostro diritto a essere informati. A queste si uniscono no il potere discrezionale delle piattaforme, la crisi del giornalismo, la notizia trasformata in prodotto, la manipolazione di regime, la gestione del potere politico attraverso i social network, la propaganda prodotta da una campagna elettorale non-stop, il complottismo. (Matteo Grandi, 2021, pp. 12-13)


Matteo Grandi 
"La verità non ci piace abbastanza. 
Il virus della disinformazione fra bufale, web e giornali
Longanesi, Milano, 2021, pp. 288. 
Descrizione
Oggi la disinformazione è un mostro tentacolare che si allarga a macchia d’olio e che può contare su una rete di fiancheggiatori, più o meno consapevoli, molto nutrita. Dalla politica che ha scelto le fake news come nuova forma di propaganda, al giornalismo tradizionale che, travolto dalle nuove tecnologie e dalla competizione con le dinamiche del web, sta rincorrendo sensazionalismo e clic spesso a scapito della veridicità e della qualità delle notizie, fino all’enorme potere di mediazione delle piattaforme, nuovi arbitri (interessati) della verità. Ne parla nel suo nuovo saggio, edito da Longanesi, Matteo Grandi, giornalista e autore televisivo (e di testi musicali), molto attivo sui social.
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23 giugno 2021

Libertà d' informazione

"La libertà d'informazione sarà sempre molto relativa: implicherà sempre la costante ricerca di un equilibrio instabile tra le necessità d' ordine sociale, le imprese dei padroni del potere favorite dal perfezionamento delle tecniche, e le forze della libertà. Ma tutto dobbiamo fare per raggiungere questo equilibrio: poichè la posta in gioco è un diritto fondamentale dell' uomo, il diritto d'informarsi e di esprimersi, il diritto d' essere uomo che conosce e fa conoscere".
Fernand Terrou

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10 agosto 2019

In libreria

Pieremilio Sammarco
Giustizia e social media 
 Mulino, Bologna, 2019, pp. 312.
Descrizione
Il rapporto tra l’attività giurisdizionale e la sua conoscenza da parte del pubblico è storicamente complesso: sono note le interazioni tra informazione e processo giudiziario e le influenze reciproche che possono determinare distorsioni sull’accertamento della verità e sul rispetto dei diritti fondamentali dei soggetti coinvolti. Internet e soprattutto i social media alimentano incessanti flussi informativi che coinvolgono anche il processo giudiziario e i suoi protagonisti (giudici, avvocati e parti) provocando effetti che non si erano mai prodotti precedentemente. Dallo streaming del processo, alle sue rappresentazioni mediatiche, passando per le petizioni online, fino al profluvio di commenti presenti sui social media sui casi giudiziari di maggior interesse pubblico, anche in considerazione della natura della rete telematica che rende oltremodo difficoltoso il controllo circa la legittimità delle informazioni, la tutela e la dignità della persona sono fortemente compromesse e il principio di innocenza costantemente disatteso. Questo volume, nel descrivere l’attuale fenomeno della giustizia mediatica, anche esaminando le esperienze straniere, si interroga sui possibili rimedi.

*Link all'Indice del libro.

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12 gennaio 2019

Giornalismo, terrorismo e segreto di stato


Qual è il legame tra servizi segreti e giornalismo? Fino a che punto la divulgazione di informazioni riservate è legittima e non mette in pericolo la sicurezza nazionale di un Paese?
John Lloyd, nel suo Journalism in an Age of Terror, pubblicato nel 2017 ed edito da Reuters Institute for the Study of Journalism, si pone questi quesiti e ripercorre l’evoluzione dei servizi segreti e dei rapporti col mondo del giornalismo in tre Paesi in particolare: Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Alla base dell’analisi di Lloyd c’è una grande verità: la politica è sempre stata e sempre sarà connessa al mondo del giornalismo. Partendo da questo assunto, Lloyd evidenzia che sin dalla seconda guerra mondiale gli stati si erano dotati di un efficiente sistema di spionaggio: era fondamentale per vincere la guerra. La grande differenza con i servizi segreti odierni è che oggi non sempre la segretezza è garantita. Lo scandalo Watergate, poi la divulgazione dei documenti del Pentagono relativi alla guerra in Vietnam e il più recente scandalo di Wikileaks, a cui è seguito il caso Edward Snowden. Insomma, i governi di tutto il mondo hanno sempre tenuto nascoste certe notizie ai cittadini, e poi, da un momento all’altro, queste notizie sono state gettate in pasto all’opinione pubblica, scatenando ovviamente uno scandalo.
Ma la domanda è: è giusto che le persone sappiano come opera la CIA? È giusto informarli sull’esistenza di programmi di sorveglianza di massa come quelli della NSA (National Security Agency)? Tutto questo non compromette l’efficacia stessa dei servizi segreti? La questione è sicuramente complicata, oggi più che mai. In un’epoca in cui la minaccia del terrorismo e delle armi di distruzione di massa sembra più forte che mai, il confine tra privacy e sicurezza nazionale invece è sempre più labile. Non sono altro che due facce della stessa medaglia: impossibile pretendere una cosa senza essere disposti a rinunciare a un po’ dell’altra. Se i governi devono controllare tutti per sconfiggere la nuova minaccia dell’Isis, allora anche le nostre care conversazioni Whatsapp devono essere sotto l’occhio del grande fratello di Orwell.
John Lloyd nel suo libro cerca di districarsi all’interno di questo mondo così complesso: entrano in gioco tanti fattori e ognuno di essi è importante e merita attenzione. L’obbiettivo dell’autore è far riflettere il lettore su una realtà più che mai attuale, mostrandogli che anche lui è coinvolto in questa trama così oscura. Attraverso estratti di interviste a giornalisti premi Pulitzer come Dana Priest e a ex capi di alcune agenzie di intelligence, Lloyd riesce a trovare un filo conduttore all’interno della problematica e offre così al lettore un’analisi chiara e logica. Il linguaggio che usa è conciso e lineare, il testo è ricco di testimonianze dirette che aiutano a vedere la questione sotto diversi punti di vista. Insomma, lo scrittore ci offre la chiave di lettura di un problema tanto complesso quanto affascinante, ma lascia sempre il pubblico libero di farsi un’idea propria.
Con un ritmo sempre più incalzante Lloyd finisce per insinuare nel lettore la consapevolezza di essere come un cane che si morde la coda: non vuole essere spiato, vuole che la sua privacy sia rispettata, ma al tempo stesso pretende che il governo lo difenda da tutti i mali. E questo perché ha paura, perché nella sua testa risuonano ancora le parole dell’ex Presidente della Repubblica francese François Hollande in seguito agli attentati di Parigi: “Siamo in guerra”.
Simona Rizzo


John Lloyd
Journalism in an Age of Terror
Reuters Institute for the Study of Journalism, London, 2017, pp. 272.
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21 giugno 2018

In libreria

Ruben Razzante (a cura di)
L'informazione che vorrei. La Rete, le sfide attuali, le priorità future
Franco Angeli, Milano, 2018, pp. 132.

Descrizione
Conoscenza vuol dire potere. I colossi della Rete l'hanno capito e, con la forza di un algoritmo insondabile, orientano la nostra selezione delle informazioni e indirizzano le nostre scelte in ogni campo. Manipolazioni, distorsioni e prevaricazioni sono dietro l'angolo, se i decisori istituzionali e gli addetti ai lavori non intervengono per disinnescare le insidie del web e assicurare a tutti gli utenti un'efficace tutela dei diritti. Ecco una fotografia dello stato dell'arte e un'agenda delle cose da fare per ripensare e rilanciare l'informazione professionale e per riequilibrare la filiera di internet. Sfuggire all'"algocrazia" e inaugurare un nuovo "umanesimo digitale" fondato su un equilibrio dialettico tra libertà e responsabilità. Col
concorso di tutti, dai legislatori agli operatori del settore (produttori, aggregatori, diffusori e fruitori di informazioni), il traguardo è a portata di mano. L'Italia e l'Europa stanno vivendo cambiamenti epocali per il futuro dell'informazione digitale e della produzione e diffusione dei contenuti in Rete. Occorrono scelte coraggiose e politiche illuminate che possano coinvolgere attivamente tutti gli attori in campo e assicurare la crescita sociale ed economica del mondo dei media e un corretto funzionamento della web democrazia, nell'interesse degli utenti.  I saggi contenuti in questo volume affrontano le criticità attuali, delineano le priorità dei prossimi anni e intendono offrire stimoli e soluzioni ai decisori istituzionali, al management delle imprese editoriali e alle categorie professionali coinvolte, ma anche chiavi di lettura ai cittadini, affinché possano sentirsi parti in causa nei processi di radicale trasformazione che interessano il mondo dell'informazione, soprattutto in Rete.  "L'informazione che vorrei" intende essere una sorta di manifesto programmatico per la prossima legislatura, che spieghi a un pubblico generalista, dal punto di vista degli addetti ai lavori (authority, motori di ricerca, editori, giornalisti, professionisti della comunicazione, manager del settore, esperti), quali saranno gli impegni che Parlamento e Governo dovranno prendere in questi ambiti e quali saranno le sfide più impegnative e avvincenti che attendono l'Europa multimediale e digitalizzata.
Indice
Ruben Razzante, Introduzione. Informazione, democrazia della Rete e ruolo
della politica

 Marcello Cardani, Il futuro dell'informazione digitale e della produzione e
diffusione di contenuti

Elio Catania, Il digitale, una sfida per la leadership, un'opportunità per l'Unione europea
 Maurizio Costa, L'informazione che verrà. Anzi no, è già qui
 Carlo D'Asaro Biondo, Riflessioni sul futuro dell'ecosistema (digitale) dell'informazione
Pasquale D'Innella Capano, Media monitoring, tecnologie e nuovi diritti per
la editoria del nuovo secolo

 Luciano Fontana, Qualità dell'informazione, qualità della democrazia
Giovanni Pitruzzella, Come internet cambia l'assetto dell'informazione
Lorenzo Sassoli de Bianchi, Ripensare la filiera e gestire al meglio le piattaforme digitali
 Franco Siddi, Radio e televisione: un patrimonio per lo sviluppo dell'Agenda digitale
 Antonello Soro, I nuovi orizzonti della protezione dati
 Carlo Verna, Informazione di qualità e deontologia dei giornalisti
Ruben Razzante, Conclusioni. Le cose da fare, le sfide da vincere, le virtù
e le regole.
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08 febbraio 2016

Tutti sorvegliati?

Ci siamo tutti, siamo tutti lì, come in un piccolo paese si sa tutto di tutti: chi tradisce, chi va in vacanza, dove e quanto ha speso.
Ma è più grande di un paese, molto, è il mondo e il nostro vicino sta dall'altra parte dell'emisfero; e ci sono i  cattivi che possono rovinare questo paese con tutto quello che sanno.... un' intelligenza malvagia che può privarci della libertà.
Non è un film, è internet e le chiacchiere sono le tracce che noi lasciamo nella rete e dicono tutto di noi a chi ci vuole controllare mentre navighiamo in questo spazio virtuale assaporando la libertà e nuove conoscenze.
Questi sono gli argomenti trattati nel libro, appena edito di G. Ziccardi, professore di informatica giuridica e coordinatore del corso di perfezionamento in Investigazioni digitali presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli studi di Milano che, nel testo ha particolare riguardo ad aspetti tecnici e giuridici inerenti l'uso di internet delle odierne tecnologie: dai cellulari ai droni, dal security by design al GlobalLeaks passando per microspie e profili di sicurezza.
Una traccia affiancata sempre dall'attenzione ai diritti del singolo fino ai diritti in internet.
La teoria trova riscontri in fatti, recentemente verificatisi, di portata mondiale come i noti Wikileaks e Datagate e si sviluppa in considerazioni di ordine politico,giudiziario e legislativo con la citazione di esperti delle varie discipline: dal Presidente S. Rodotà a Julian Assange, da David Lyon, uno dei teorici più noti relativamente ai problemi correlati alla sorveglianza nell'età,  moderna a Geoffrey R. Stone, lo studioso incaricato da Barak Obama di proporre, nell'ambito dei lavori di una commissione appositamente creata, idee riformatrici della National Security Agency.
Lo studio approfondisce in particolare gli aspetti legati alla sorveglianza ma non tralascia alcuni suggerimenti tecnici a tutela del singolo e della privacy attraverso i quali potrebbe passare l'apertura ad uno scenario nuovo e positivo che argini ed escluda la sorveglianza globale.
L'induzione a nuovi comportamenti dell'utente che , mentre garantiscono la protezione dei dati, restituiscono  valore alla sfera intima del soggetto.
Partendo da un'idea bibliografica orwelliana, attraverso una filmografia di genere, il libro di Ziccardi imposta, in una godibilissima lettura, i profili di una materia che può apparire solo per addetti ai lavori ma che invece pervade le nostre vite e che è bene conoscere se vogliamo continuare ad avere di queste ultime il controllo e, possibilmente, migliorarne i contenuti senza cederne, inconsapevolmente, i diritti a terzi.
Cinzia Aluigi

Giovanni Ziccardi
Internet, controllo e libertà. 
Trasparenza, sorveglianza e segreto nell'era tecnologica 
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015, 252 pp.
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17 ottobre 2014

Il diritto diventa virtuale


L’evoluzione dei media costringe la nostra società a confondere il reale con l’immaginario.
Reale è la partecipazione del presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha istituito una commissione ad hoc per realizzare una prima bozza della Carta della Rete, una sorta di “Costituzione del web”. Così come reale è l’evidenza, posta dalla stessa Boldrini, su come i diritti sociali possano meritare l’attenzione della UE esattamente come il pareggio di bilancio.
Difendere i diritti umani sembra un’ovvietà. Ma se le istituzioni si mobilitano per regolamentare Internet, vuol dire che l’ovvietà è mutata in qualcosa di più importante. Forse troppo importante. Essere connessi è vitale come essere collegati al cordone ombelicale del mondo. Essere sconnessi è mortale come essere seppelliti nel mondo.
L’identità e le relazioni si sono trasferite dalla televisione alla rete internet, spostando il baricentro del potere e del diritto all’interno della connessione digitale. Tutto ciò è reale e quasi ovvio. Meno reale e banale è pensare che le istituzioni, nel contesto di un mondo dove il bene più esportato sembra essere la democrazia, si dimentichino dei diritti di quelle categorie di persone che la rete non la possono usare perché lasciate ai margini della società come i poveri, o gli anziani, considerati ormai di troppo, o come i “diversi”, evitati in quanto difficili da manovrare. Senza tralasciare gli immigrati, i diseredati, i disoccupati o gli esodati, ecc… Tutte quelle categorie di persone prive di spazio e voce.
Sorge il sospetto che il “pensiero debole” di questi ultimi anni sia improvvisamente diventato “forte” solo colonizzando l’universo del web. O forse che la Rete sia magicamente in grado di purificare le coscienze che nella vita reale rimangono insudiciate da bugie e scandalose defezioni. Una sorta di grande lavatrice dove centrifughiamo ogni vergogna e viltà, dove prevale lo smarrimento davanti a un oceano di parole e di visioni che confondono e, strategicamente, distraggono. Così, la certificazione della nostra esistenza deve passare per forza dalla paura di non essere presenti in tale mondo virtuale poiché si potrebbe correre il rischio di essere dimenticati. Ma a ricordarci che contiamo qualcosa ora ci pensa il Governo con la nuova Carta di Internet presentata alla Camera in formato “bozza”, in attesa di essere sottoposta all’attenzione popolare dal prossimo 27 ottobre. Parteciperemo entusiasti a questo nuovo “gioco” per ridefinire il rapporto tra pubblico e privato e, forse, vinceremo anche un premio inatteso: la partecipazione al processo democratico del controllo sociale. Finalmente anche a Roma si sono accorti che, oggi, il consenso si crea utilizzando la Rete. (Ne hanno scritto tutti i principali quotidiani: dal “Corriere della Sera” a “Repubblica” al “Sole 24ore” del 14 ottobre 2014).
Nella Carta si parla di “diritto d’identità”, di “diritto di accesso”, di “diritto all’educazione”, persino di “diritto all’oblio”. E ancora di sicurezza, di anonimato, di parità e soprattutto di libertà. Sembra di essere ai tempi della Rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité.
Peccato che, nella vita reale, quegli stessi diritti, ogni giorno, vengano regolarmente disattesi, violati, ignorati proprio da quelle stesse istituzioni.
Essere una società civile, evoluta e democratica, a quanto pare, consente di possedere una doppia identità. Una virtuale, carica di simboli e valori, che sta cercando di creare delle regole per definire il suo caos. L’altra, quella reale, che al caos ormai si è abituata e ha trovato pure il modo di farlo sembrare un grande passo verso la democrazia.

 Anna Scavuzzo      

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22 luglio 2014

In libreria

Rosanna Bianco
Il diritto nell'editoria digitale
Genova, Red@zione, 2014, 184 pp.

Descrizione
Una materia in buona parte ancora “fluida”: il diritto – e in particolare il diritto d’autore – nell’web sta  trasformando il tradizionale “copyright” soprattutto sulla base delle contrapposizioni di movimenti antagonisti. L’editoria digitale caratterizzata dalla  dematerializzazione del prodotto editoriale e dalla disintermediazione pone tutta una serie di nuovi problemi ai quali gli ordinamenti dei vari Stati cercano di rispondere. In questo volume, che per la prima volta tratta in modo organico un settore tanto delicato e in evoluzione, vengono analizzati il quadro normativo, le Convenzioni e gli accordi internazionali, con focus su alcuni Paesi e sull’Unione europea, e le norme sull’editoria digitale nell’ordinamento italiano.  Particolare attenzione viene data alla normativa internazionale sul diritto d’autore e sulla proprietà intellettuale e ai nuovi modi di concepire (e anche di negare, “pirateria” compresa) il diritto d'autore. E i nuovi problemi legati al file sharing, al free software, al copyleft, alle creative commons public licenses, agli user generated contents  e all'open source. Vengono anche analizzati, sia attraverso le norme sia attraverso le principali sentenze, le responsabilità penali nella stampa telematica, i ruoli di direttori responsabili e di blogger, il reato di diffamazione e l’applicabilità o meno degli altri reati di stampa all’web,  anche in relazione all’attività dell’Internet service provider (Isp).
Rosanna Bianco, iscritta all’Ordine degli avvocati di Genova dal 22 gennaio 1975,  giudice onorario presso la Pretura di Genova (1989-1997), insegna Diritto delle comunicazioni di massa  nel corso di laurea magistrale in Informazioni ed editoria dell'Università di Genova e Diritto processuale civile nel corso di Giurisprudenza. Ha pubblicato tra l’altro “Diritto delle comunicazioni di massa” (Laterza, 2007) e “Il diritto del giornalismo” (Cedam, 1997).



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04 dicembre 2013

In libreria

Fabio Macaluso
E Mozart finì in una fossa comune. Vizi e virtù del copyright
Milano, Egea, 2013, 184 pp. (disponibiler anche in formato ebook)

Descrizione
Che cosa c’entra Kant con Woody Allen, Amartya Sen con Topolino? E perché un genio come Mozart finì sepolto in una fossa comune del cimitero di Vienna? Il filo che lega questi personaggi – e congiunge le risposte a queste domande – si chiama “copyright”. È un tema che tocca da sempre questioni universali come lo sviluppo delle attività creative, la libertà di espressione, il diritto alla fruizione del sapere e dell’arte. Ma la rapida diffusione dei contenuti d’autore sul web lo rende oggi ancora più delicato e controverso. In questo brillante saggio se ne parla in modo nuovo e senza posizioni pregiudiziali a sostegno di schieramenti ideologici o corporativi. Il diritto d’autore viene setacciato nelle sue diverse manifestazioni per estrarne virtù, vizi, vantaggi e rischi. Viene messo faccia a faccia con la sua principale nemica, la pirateria. E infine ne viene proposta una “rifondazione” in linea con le esigenze della società della comunicazione e dei diversi interessi che vi confluiscono, ma tenendo sempre al centro l’autore, vero fulcro dell’avanzamento del pensiero umano. E Mozart finì in una fossa comune è un libro chiaro e accattivante, utile non solo agli “addetti ai lavori” ma a tutti i quotidiani consumatori (e produttori) di contenuti creativi, culturali o tecnici, dentro e fuori la rete.
*link all'Indice e all'Introduzione sul sito dell'editore Egea.

06 gennaio 2013

Perchè qualcuno dovrebbe leggere questo libro?

Questo si chiedono nella prefazione del manuale gli autori, esperti in diritto dell'informazione. L'approccio al testo appare da subito, per la chiarezza dei contenuti, adatto  tutti. Quest'analisi di lettura é rivolta in particolare, a giovani inesperti giornalisti e free lance. Il volume, nonostante i tecnicismi giuridici e le citazioni delle sentenze di Cassazione, é comunque facilmente fruibile da un pubblico eterogeneo e da tutti coloro che desiderano conoscere le norme e i limiti del diritto dell'informazione.
Già nel titolo e nel sottotitolo: Le Regole dei Giornalisti: istruzioni per un mestiere pericoloso é esplicito il contenuto dell'opera, che si articola in un percorso dove temi diversi si susseguono e si intrecciano. Si passa dal diritto all'informazione al diritto della persona, dal diritto di cronaca al diritto di critica, fino ad analizzare dettagliatamente l'area che distingue il confine tra lecito ed illecito nei settori dell'informazione, del trattamento dei dati personali, della pubblicità e del mondo virtuale.
A tre mani, gli autori presentano la complessità e la difficoltà interpretativa delle norme, districandosi in un percorso fatto di “lacci e lacciuoli” in tema di privacy, sanzioni disciplinari e tutela delle fonti.
Le democrazie attuali controllano spesso, ciò che ogni esperto del settore liberamente vuole scrivere: il rischio é sempre in agguato e facilmente il giornalista inciampa, cadendo in una rete di procedimenti giuridici e sanzioni per ingiuria, calunnia e diffamazione.
Fin dalle prime pagine si delinea un excursus storico sulla pericolosità dello scrivere.
Nelle XII Tavole del diritto romano, infatti, è contemplato il reato di diffamazione, punito con la fustigazione, mentre in epoca medioevale, le pene per ingiuria prevedevano il taglio della lingua.
Nella metà del XVII secolo, personaggi come Giovanni Quorli e nel 1603 Michelangelo Merisi da Caravaggio, ebbero a che fare con la giustizia per aver pubblicato testi a contenuto “illecito”.
Con l'affermarsi dello Stato liberale si procede a un cambiamento fondamentale nella libertà di informazione e di stampa. Celebre é rimasto l'art. 11 della Dichiarazione dei Diritti dell'uomo che prevede: “l'abolizione dell'autorizzazione della censura sulla stampa e l'obbligo che ogni intervento limitativo di tale libertà sia previsto dalla legge”.
Durante il periodo fascista sono molti i martiri caduti in nome della libertà di opinione, così come numerose sono le normative erogate, che ancora oggi stentano ad essere abrogate.In postfazione un contributo é riservato all'attività giornalistica di Francesco Merlo, che in Vita da Querelato, testimonia la sua esperienza professionale di cronista: una vita la sua, sospesa tra libertà di stampa, censura e sanzioni.
Alla domanda conclusiva e un po' provocatoria degli autori, se valga ancora la pena fare questo mestiere, la risposta seppur complessa, non può che essere affermativa. Sicuramente la professione é rischiosa, ma pur sempre emozionante, soprattutto nel momento in cui si annusa lo scoop giusto e si riesce ad incrinare ed abbattere la cortina grigia dell'informazione ufficiale.
Christian Humouda


*Caterina Malavenda, Carlo Melzi D'Eril, Giulio Enea Vigevani
Le regole dei giornalisti: istruzioni per un mestiere pericoloso
Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 178.
 
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19 ottobre 2012

In libreria

Vittorio Roidi
Cattive notizie. Dell'etica del buon giornalismo e dei danni da malainformazione
Roma, Centro di documentazione giornalistica, 2012, 287 pp.
Descrizione
Il diritto all'informazione non è un privilegio del giornalista, ma una componente della libertà del cittadino, una garanzia della democraticità del sistema". A scriverlo è Stefano Rodotà nella prefazione a questo libro. Ed è sicuramente così. Ma affinché ciò corrisponda poi alla realtà dei fatti occorre che il giornalismo sia scrupoloso, corretto e oltremodo rigoroso. Il giornalista per il ruolo che rappresenta è oggetto di pressioni, lusinghe e tentazioni. Per questo il suo corredo di regole e responsabilità deve essere chiaro. I confini della professione ben marcati e in nessun caso mobili o confusi. Cattive Notizie è un libro sui principi di un corretto giornalismo e sui danni della malainformazione. Un vademecum per il giornalista che nella sua professione non vede solo il lavoro che gli dà da mangiare ma anche il piccolo quotidiano contributo alla costruzione di una società migliore. Prefazione di Stefano Rodotà.
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17 settembre 2012

Gli archivi di WikiLeaks si aprono a chi vuole vedere

Dossier WikiLeaks. Segreti italiani, scritto dalla giornalista Stefania Maurizi  2011 potrebbe essere definito un romanzo-rivelazione.
Stefania Maurizi, collaboratrice de "ll’Espresso" e "La Repubblica" e autrice del libro è stata scelta come referente italiano nientemeno che da Julian Assange, cofondatore e caporedattore del sito WikiLeaks; individuo tuttora accusato di spionaggio dagli Stati Uniti e rifugiato politico in Ecuador.
Tutto iniziò quando, il 28 novembre 2010 il sito WikiLeaks rese pubblici oltre 251000 documenti diplomatici statunitensi etichettati come segreti o confidenziali. Una mole di file enorme che riempirebbe decine di volumi e tra i quali la giornalista stessa ammette di aver faticato a orientarsi durante le prime settimane di ricerca.
Uno di questi file riguardava l’Italia e riportava i discorsi e gli accordi presi tra coloro che si trovavano (o che ancora si trovano) ai vertici del potere: fatti che riguardano alcuni grandi e vecchi segreti italiani come la strage di Ustica, che ancora oggi aspetta di venire risolto, ma anche fatti meno sanguinosi come la crisi dei rifiuti di Napoli. L’autrice ci guida capitolo dopo capitolo tra i vari misteri e accordi riguardanti l’Italia (e non solo) e lo fa senza alcun richiamo alle teorie complottistiche per le quali non ci vorrebbe nessuna preparazione, ma anzi ponendoci di fronte ai fatti storici, alle testimonianze scomode e secretate per anni, ora tornate alla luce e riportate interamente nell’appendice del volume.
La serietà e la preparazione della giornalista rendono impossibile interrompere la lettura portando il lettore in un mondo che era sconosciuto e impensabile fino a quel momento, quando si relegavano le trame e i complotti internazionali esclusivamente ai film d’azione e ai thriller, non certo alla vita reale. Se fino a questo momento avevamo solo dei vaghi dubbi sulle verità ufficiali raccontate dai mezzi di comunicazioni nazionali, ora ne abbiamo le prove e si possono aprire finalmente gli occhi sperando che questi documenti sveglino l’Italia dal torpore culturale nel quale è caduta.
Dossier WikiLeaks è sicuramente un libro impegnativo che riporta il lettore anche a momenti dolorosi della storia italiana, ma nonostante questo la giornalista è riuscita a trattare l’argomento con disinvoltura e a rendere piacevole e accattivante la lettura grazie a uno stile scorrevole e romanzesco.
Dvina Lionello

Stefania Maurizi
Dossier WikiLeaks. Segreti italiani
Milano, BUR Rizzoli, 2011, 330 pp.

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18 giugno 2012

Il portale per la libertà di stampa e il diritto all’Informazione

LSDI – Libertà di Stampa, Diritto all’Informazione è “un gruppo di lavoro nato dall’iniziativa di alcuni amici impegnati nel mondo dell’informazione e, in parte, nella Federazione Nazionale della Stampa”, nato con l'obiettivo di :
 “far confluire in un unico spazio varie esperienze di riflessione, analisi e dibattito sui temi dell’informazione onde costituire un laboratorio di senso della professione giornalistica nel mondo contemporaneo e cercare di dare corpo all’utopia dl buon giornalismo.” .

LSDI è dunque il portale ideale per venire a conoscenza dei tanto decantati “giornalismi possibili” attraverso la discussione aperta dei pregi e dei difetti del “vetro”. Sondaggi, riflessioni, statistiche, appuntamenti ed eventi sono solo alcuni degli spunti offerti dal sito, il quale punta moltissimo sulle realtà giornalistiche extra italiane e sui modelli d’oltreoceano, ben diversi dal “nostro” modo di fare informazione e legati a paradigmi giornalistici aperti e ben disponibili alla novità e al cambiamento. Al di là delle diffuse preoccupazioni sulle possibilità di sopravvivenza del classico metodo di fare informazione e delle grandi testate internazionali sull’orlo del collasso economico-finanziario, notevole importanza viene attribuita al citizen journalism e ai fautori del modello partecipativo, al rapporto con le fonti nell’era digitale, alla multimedialità del prodotto informativo, alla qualità dello stesso e all’evoluzione della professione del giornalista nell’epoca di Facebook e Twitter (network sociali divenuti non solo veicoli quasi primari dell’informazione - comunicazione, ma persino fonti per la costruzione, l’assemblaggio e la presentazione della notizia).
All’interno di un “calderone” in cui si scontrano senza sosta antico e moderno, professionale e amatoriale, ufficialità e self-making, crisi editoriale e sviluppo tecnologico – interattivo, flussi unidirezionali e feedback sempre più dotati di poteri decisionali, LSDI  confronta il futuro e il passato dell’informazione, promuovendo altresì discussioni a raggio allargato presso eventi, convegni, conferenze, tavole rotonde, dibattiti e festivals (uno fra tutti, il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia). Ancora, il portale presenta interessanti prospetti sulla libertà di stampa nelle varie zone del globo e sulle nuove legislazioni in merito.
Fra i vari articoli di LSDI  spiccano i report di alcuni sondaggi promossi da enti, associazioni, centri di ricerca, centri sperimentali e dipartimenti accademici, risultati che peraltro confermano la definitiva crisi dello stampato (e della fiducia riposta dalla cittadinanza dei lettori) a scapito della multimedialità web, l’aumento di blog e piattaforme virtuali personalizzate e personalizzabili, il declino del giornalisti con “penna e blocchetto” e delle grandi aziende editoriali, uno fra tutti, Rupert Murdoch, travolto congiuntamente dai drastici cali delle vendite nella madrepatria australiana (The Sun On Sunday) e dagli spinosi contenziosi giudiziari nel Regno Unito. Non per ultima, una valutazione fatta dal sito Career Cast.com che ha piazzato il cronista al 196° posto nella classifica dei lavori, appena prima dei contadini e dei soldati, completa un quadro non proprio soddisfacente della tradizionale professione giornalistica.
Accanto alle (spesso) funeste previsioni di questi sondaggi, Lsdi ha proposto anche vivaci riflessioni sulla contemporaneità dell’essere “gatekeeper” e “newsmaker” (gli scenari intravisti dal Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, la tesi di una studentessa della “Sapienza” di Roma su “passioni, vita e dolori del giornalista da precario” ...), i già citati nuovi modelli di giornalismo online tramite le piattaforme 2.0 (blog, social media...), alcuni consigli e “vademecum” per l’apprendista redattore “multitasker” alle prese con le sfaccettature della multimedialità (addirittura un manuale per diventare giornalista hacker scritto dal professor Giovanni Ziccardi e intitolato Il giornalista hacker. Piccola guida per un uso sicuro e consapevole della tecnologia), la filosofia della condivisione e dell’interazione dei network sociali, la nascita di nuovi progetti web non-profit (ad esempio la piattaforma di video giornalismo investigativo promossa dall’americana CIR – Center for Investigative Reporting) e l’impegno sociale dei “big” della virtualità contro il terrorismo e i crimini perpetrati in Rete.
Paolo Giorcelli

*link al sito di LSDI
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24 maggio 2011

Quando la morte fa vendere...gli ideali

L'ultima spiaggia del giornalismo
"Vogliamo fare un giornale per la gente che ha bisogno o desiderio di conoscere i fatti e le notizie senza fronzoli retorici, senza inutili e diluite divagazioni: un giornale il quale risponda al quotidiano e borghese 'che c'è di nuovo' che ogni galantuomo ha l'abitudine di rivolgere ogni mattina al primo amico o conoscente che incontra...". Così veniva presentato, a firma "i redattori", il primo numero del Resto del Carlino. Era il 21 marzo 1885. Un vero e proprio "manifesto" per il nostro mestiere, come amava definirlo Giorgio Mottana, autentico maestro di giornalismo.
Sono trascorsi 125 anni. Molte (troppe) cose sono cambiate. In peggio. Soprattutto negli ultimi 10-15 anni anni. La notizia è ormai un optional, la fonte non è più il mattinale della questura o il brogliaccio del pronto soccorso ma l'utilizzo indiscriminato e scriteriato di facebook, il sensazionalismo una regola, l'approfondimento merce sempre più rara, la grafica un dogma, la foto a tutta pagina un obbligo più che una necessità, meglio se di veline e starlet in cerca di pubblicità e in compagna di calciatori più o meno famosi, la commistione tra cronaca e commento una consuetudine consolidata, inesistente o quasi la verifica delle fonti, l'accertamento "de visu" della notizia, il gossip il pane quotidiano. E una contraddizione con le regole del giornalismo asettico, equilibrato, al servizio del lettore stella polare del nostro mesiere: le redazioni militarizzate.
Che ne è del nostro mestiere? Dove va il giornalismo del Terzo Millennio? Cosa fanno i giornalisti, quelli veri, cresciuti a pane e cronaca, per fare riprendere fiato e credibilità, e di conseguenza lettori, ai loro giornali. Che ne è della grande tradizione dei giornali regionali che ha trovato in Piero Ottone, Michele Tito e Carlo Rognoni, alla guida del Secolo XIX, ancorché con stili e strategie diverse, la massima espressione e il massimo successo? E ancora: ha senso sfornare centinaia e centinaia di futuri disoccupati e coltivare illusioni o creare nuovi sfruttati attraverso presunte scuole di giornalismo, master, sanatorie per abusivi e free lance? Che si fa per porre fine allo sfruttamento degli abusivi, piaga di cui sono complici, al di là delle pesanti responsabilità degli editori-squalo, gli stessi giornalisti scansafatiche?
E' su questi temi, spinosissimi ormai, che i giornalisti dovranno mettersi in discussione, rimettere a punto le regole e i canoni della professione, tornare al rispetto della deontologia professionale, svincolarsi da lacci e lacciuoli, condizionamenti per paura o per comodo. E trovare risposte adeguate per evitare che la crisi della stampa, che è anche di credibilità, a tutti i livelli, diventi irreversibile.
Dalle edicole e dai lettori arrivano già pesanti sentenze: le vendite sono in picchiata, la disaffezione cresce, la credibilità è ai minimi storici al pari della fiducia. Per vendere ogni sistema è buono. A quando, dopo cassette, dvd, carte stradali, libri, carte da gioco, fumetti, penne biro e braccialetti della salute, l'ultima spiaggia dell'abbinamento giornale-kit per aspiranti suicidi?"
Luciano Angelini (Giornalista, già condirettore del "Secolo XIX")

L'articolo qui riprodotto, già pubblicato sul sito Uomini liberi di Savona (rubrica "L'opinione di Luciano Angelini"),  è stato redatto in occasione della polemica lanciata da Marcello Zinola, segretario dell'Associazione ligure dei Giornalisti Fnsi, con l'articolo Come uccidere due volte un sedicenne. Pietà l’è morta: chi la conserva, però, non se ne vergogni consultabile sul blog di Marco Preve "Trenette e mattoni"  http://preve.blogautore.repubblica.it/tag/marcello-zinola/.
Francesca Astengo

20 aprile 2011

In libreria

Daniel Domscheit-Berg
Inside Wikileaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo. Venezia. Marsilio, 2011, 303 p.

Descrizione
WikiLeaks negli ultimi tre anni ha letteralmente sconvolto il mondo dell’informazione e le sue regole producendo più scoop del Washington Post negli ultimi trenta, dal video sull'uccisione di civili iracheni da parte di elicotteri Apache americani, alla recente diffusione di una ingente mole di dispacci riservati della diplomazia USA. Tutti documenti che non sarebbero mai venuti alla luce senza WikiLeaks. Ma cosa c'è dietro questo sito creato nel 2006 dall'hacker australiano Julian Assange, i cui server custodiscono come in una cassaforte inespugnabile i dossier segreti inviati da gole profonde a cui viene garantito il più completo anonimato? Chi vaglia e decide cosa deve essere reso pubblico e cosa no? Quali nuovi scoop si prepara a diffondere? E chi è Assange, questo enigmatico e controverso Robin Hood dell'informazione, bestia nera del Pentagono e di molti governi e servizi segreti, che predica l'assoluta trasparenza ma la cui vita e attività restano avvolte in una cortina impenetrabile di mistero? Daniel Domscheit-Berg è la persona più adatta per condurci dietro le quinte di WikiLeaks e svelarci per la prima volta i molti segreti del suo fondatore. L'informatico tedesco infatti è stato per tre anni il numero due dell'organizzazione, che ha lasciato nel 2010 per via di contrasti insanabili con Assange, di cui era il braccio destro e che poi ha accusato di una gestione dittatoriale e poco limpida del sito che ne ha tradito la vocazione e lo spirito originari.  Proprio perché continua a credere fermamente nel progetto, Domscheit-Berg ha deciso di raccontare la storia di WikiLeaks come nessuno l'ha mai letta. E vuole essere sicuro che i futuri informatori sappiano in che mani stanno per consegnare i loro segreti.
*segnalato da C.S.

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25 maggio 2010

a Busi

Intanto sono stato rapito dal 1° Festival del Comico "Le forme del pensiero che ride" e ne parlerò prossimamente.
Intanto. Riesco ad appropiarmi di un pò di tempo e della connessione internet solo ora, e faccio quello che avrei voluto fare sin da subito: copiare ed incollare e poco più.
Intanto le parole del Presidente della Rai Paolo Garimberti al CdA: "Siamo oltre la disinformazione che pure è evidente. Il problema è la qualità del giornalista. Dopo dieci minuti il Tg1 comincia a mandare in onda servizi sugli orsetti della Siberia e sui serpenti in Australia. È chiaro, lo fa per nascondere notizie ben più importanti."
Intanto non succede nulla, sembra stia succedendo qualcosa ma in realtà non sta succedendo proprio nulla. Nulla di proporzionato. Non tutti sono come la Busi. Non tutti sono contro gli abusi. E intanto il mondo gira. Gira il mondo gira, girano gli orsetti e i serpenti, i nani e le ballerine, il mondo che ormai è il mappamondo che gira in sigla d'apertura.
Maria Luisa Busi lascia il Tg1, la lettera appesa nella bacheca della redazione del telegiornale:

"Caro direttore ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del Tg1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il Tg1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori".
"Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: 'La più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale".
"Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. E' stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del Tg1 è un'informazione parziale e di parte. Dov'è il Paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c'è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore di un nostro titolo.
E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov'è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell'Italia esiste. Ma il tg1 l'ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel Tg1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale".
"L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l'infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale".
"Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E' lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori".
"I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E' quello che accade quando si privilegia la comunicazione all'informazione, la propaganda alla verifica".

Nella lettera a Minzolini Busi tiene a fare un'ultima annotazione "più personale": "Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:
1) respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c'è più alcuno spazio per la dialettica democratica al Tg1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2)  Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.
3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l'intervista rilasciata a Repubblica 2, lettera nella quale hai sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di "danneggiare il giornale per cui lavoro", con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: 'il Tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche". Posso dirti che l'unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita 'tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali' e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno".

"Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità.
Quello che nutro per la storia del Tg1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere".

Intanto. Gira il mondo gira, gira il mappamondo alla sigla. Purtroppo non è quella di chiusura, e Minzolini è ancora lì. Gira il mondo gira, tra orsetti e serpenti, nani e ballerine. Sarà solo una vecchia canzonetta, sarà solo un vecchio modo dire. Sarà solo una nuova lettera, un'altra. Intanto è tanto. Poco.
Alessandro Ferraro

24 maggio 2010

A volte un'immagine vale più di mille parole



Ecco le immagini apparse su Repubblica.it, create da Rocco Tanica, musicista del famoso gruppo musicale "Elio e le Storie Tese". Feroce e intelligente grido d'allarme che potrebbe persino strappare qualche sorriso. Se non fosse tutto maledettamente vero...
Fabio Fundoni

08 febbraio 2010

L'informazione sul web, quali regole per un nuovo luogo


Convegno, Orvieto, 11 febbraio 2010
Nel luogo relativamente nuovo dell'informazione sul web, la creazione dei contenuti non è più affidata solo ai professionisti, ma lascia ampio spazio all'interattività dei lettori-attori.
Mi ricorda, in chiave moderna e digitale lo spirito dei fogli e delle "gazzette" settecentesche; la generazione e la diffusione di "User Generated Content" spesso senza il controllo di editori e direttori, porta di nuovo in primo piano l'attenzione sulle problematiche connesse alla diffusione, alla qualità e alle responsabilità dei contenuti.
Ne discutono riuniti in Convegno editori, giornalisti, tecnici, giuristi l'11 febbraio 2010 al Centro Congressi di Palazzo del Popolo Sala dei Quattrocento, a Orvieto.
Silvia Dini
* Link:
Programma e info
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28 novembre 2009

Sistemi giudiziari e Media

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA

Facoltà di Scienze politiche - Scuola di Dottorato in Scienze Politiche - Cattedra Mazzini

Il Professor Francisco Jorge Letura Infante della Pontificia Università Cattolica del Cile, Santiago Visiting Professor nel quadro della Cattedra Mazzini terrà un ciclo di lezioni su

Sistemas Judiciales y Medios de Comunicación:
conflictos de derechos, imparcialidad judicial y prevención de la corrupción

Le lezioni si svolgeranno in Aula 2 (Sede Facoltà, Via Balbi 5, 3° piano) dal 2 al 18 dic. 2009, secondo il calendario affisso in bacheca e consultabile sul sito di Facoltà. Son previste forme di appoggio linguistico. Il corso di 25 ore, aperto a tutti gli studenti interessati, è creditizzato in 4 CFU, è integrativo ai corsi di Diritto Costituzionale Comparato ed Europeo e fa parte del programma dei corsi di dottorato della Scuola di Scienze Politiche.

*segnalato da Teobaldo Boccadifuoco

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30 luglio 2009

Appello per la libertà di stampa nel mondo

"L'iniziativa (lanciata da Nando dalla Chiesa dopo l'uccisione di Natalia Estemirova, ennesimo omicidio di una giornalista in un'area “calda” come l'ex Urss) prima firmataria la sindaco Marta Vincenzi, apre una fase di mobilitazione per coinvolgere la società civile in tutte le sue articolazioni con l'obiettivo di fare pressioni perché le due organizzazioni intergovernative intervengano con forza e decisione nei Paesi che calpestano il diritto di informare ed essere informati liberamente.
L'iniziativa nasce nel corso della “Settimana dei diritti” voluta per il secondo anno dal Comune di Genova e organizzata dal 16 al 22 luglio da Nando Dalla Chiesa, investito dalla sindaco Marta Vincenzi della funzione di responsabile di grandi eventi e iniziative culturali. Così, durante il dibattito del 19 luglio dedicato ai “Diritti di sapere, di informare e di comunicare” con giornalisti provenienti dalle aree “calde del mondo”, proprio Dalla Chiesa ha letto l'Appello per la Libertà di stampa rivolto a Onu e Unione Europea (primi firmatari la Vincenzi e lo stesso Dalla Chiesa) che è già stato sottoscritto da diverse centinaia di cittadini attraverso più canali e siti. Fra gli hanni hanno già aderito Annaviva (l’associazione dedicata in Italia ad Anna Politkovskaja) con Matteo Cazzulani e Andrea Riscassi, Articolo 21 con Beppe Giulietti, Federico Orlando e Tommaso Furfaro, l'Associazione dei giornalisti liguri con Marcello Zinola; Milena Gabanelli, Marco Travaglio, Concita De Gregorio, Giangiacomo Migone, Franco Rositi, Carlo Freccero, le case editrici Chiarelettere, Melampo e Abalibri, Bianca Guidetti Serra, Franco Di Mare, la redazione dell’Indice, Franco D’Alfonso, Maurizio Costanzo, Sergio Vicario, Agnese Santucci, Giovanni Cominelli, Ritanna Armeni, Oliviero Beha, Andrea Nicastro, Farian Sabahi, Roberta Torre, Dario Vergassola, Maria Pia Fusco, Roberto Di Caro, Domenico Affinito, Barbara Cupisti, Roberto Torelli, Gianfranco Sansalone, Domenico Saverni, Riccardo Noury, Oleg Brega, Roxana Smil, Gianni Barbacetto…
Le firme online vengono raccolte tra l'altro attraverso il sito Comune di Genova, il sito di Nando dalla Chiesa e diversi altri, compreso e diversi altri, compreso il Portale dei Comunicatori www.agendacomunicazione.it".

APPELLO PER LA LIBERTÀ DI STAMPA NEL MONDO

Noi sottoscritti cittadini,
- gelosi delle fondamentali libertà riconosciute nella Dichiarazione universale dei diritti umani (art.19: «ogni individuo ha diritto…di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere»);
- preoccupati per le crescenti mutilazioni e aggressioni in corso in molte aree del pianeta contro la libertà d’informazione e di stampa;
- colpiti dalla quantità di delitti compiuti contro esponenti della stampa indipendente in Paesi della ex Unione Sovietica, in un clima di intimidazione che va ben oltre le censure e i tentativi di condizionamento dell’informazione che il potere politico, quando non controllato o bilanciato, tende comunque a realizzare;

chiediamo all’Organizzazione delle Nazioni Unite e alla Unione Europea

a) di intervenire con convinzione e facendo leva su tutti i propri poteri di influenza e di persuasione in difesa della libertà di stampa, con particolare riferimento a quei Paesi in cui essa sembra, con più arroganza e ferocia, minacciata.

b) di volere promuovere tempestive ed efficaci campagne a tutela del diritto di informare, di comunicare e di sapere, emanando atti di indirizzo che riguardino le regole generali su cui deve poggiare una effettiva libertà di informazione;
c) di vigilare, anche attraverso propri gruppi di osservatori internazionalmente riconosciuti, sulle condizioni in cui viene esercitata nei singoli Paesi la essenziale funzione di informazione dei cittadini.

Convinti che solo una piena e diffusa libertà di informazione possa garantire i processi di democratizzazione del pianeta tante volte auspicati nelle sedi e nei consessi internazionali più autorevoli.

* segnalato da Gianfranco Sansalone
direttore di AbaNews
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