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18 aprile 2022
Enrico Serventi Longhi
Il dramma di un’epoca
L’affaire Dreyfus e il giornalismo italiano di fine Ottocento
Viella Editore, Roma, 2022 , pp.308.
Descrizione
Il volume ritorna sulla straordinaria vicenda di Alfred Dreyfus, accusato nel 1894 di spionaggio nei confronti della Germania, condannato all’esilio perpetuo e alla degradazione e infine “graziato” dopo un’imponente campagna internazionale in suo favore. Una folta schiera di giornalisti italiani ne seguì le alterne vicissitudini, scrivendo su organi di stampa di orientamento politico e culturale differenti e persino opposti: dal «Corriere della Sera» alla «Stampa», dalla «Tribuna» al «Secolo», fino ai giornali militanti di varia natura. Gli interventi di letterati e scienziati, esperti di affari militari e giudiziari, uomini politici e diplomatici, rivoluzionari e sacerdoti in esilio compongono un mosaico che restituisce la dimensione polifonica e internazionale di un evento capace di mettere in discussione consolidate convinzioni morali e politiche e di caratterizzare un’epoca densa di tensioni e di contraddizioni, di speranze e di illusioni.
Indice
Introduzione «L’assalto del dialettico nasconde delle collere profonde»
1. La stampa crispina e la crisi della repubblica
2. La stampa conservatrice e la difesa delle istituzioni
3. La stampa progressista e il primato della notizia
4. La stampa radicale e il trionfo della democrazia
5. La stampa non-liberale e la critica alla borghesia
6. Le questioni fondamentali: antisemitismo e militarismo
Indice dei nomi
Indice delle testate
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26 marzo 2021
In libreria
Giovanni Mari
Genova vent'anni dopo.
Il G8 del 2001. Storia di un fallimento
People, Busto Arsizio, 2021,
Descrizione
A vent’anni dal G8 di Genova, dai gravi fatti che hanno offuscato il summit e che lo hanno reso – questi sì – una svolta definitiva nella Storia d’Italia, Giovanni Mari, giornalista genovese e testimone, ripercorre i vari fallimenti che hanno connotato quell’esperienza, rendendola unica e irreversibile: il fallimento degli otto Grandi, del governo italiano, dell’intelligence, delle forze dell’ordine, della politica italiana tutta, e poi ancora della magistratura, dei mass media e, infine, anche del movimento noglobal. Una sconfitta che pesa su tutti. Questo libro è un sincero e amaro giudizio di valore che, a distanza, parla del bisogno di una dolorosa rielaborazione che conduca passo passo a una verità difficile. Il contributo di Mari getta una luce diversa sulla lettura di quel terribile snodo che ha verosimilmente segnato la rappresentanza politica e le dinamiche di piazza di questo Paese nel nuovo Millennio.
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18 novembre 2019
In libreria
Stig Dagerman
Autunno tedesco
Iperborea, Milano, 2018, pp. 160.
Descrizione
Autunno tedesco
Iperborea, Milano, 2018, pp. 160.
Descrizione
Nel 1946 furono molti i cronisti che accorsero in Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto, ma dal coro di voci si distinse quella di uno scrittore svedese di ventitré anni, intellettuale anarchico e narratore dotato di una sensibilità fuori dal comune, inviato dall’Expressen per realizzare una serie di reportage poi raccolti in un libro che è considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario. Mentre le testate di tutto il mondo offrono il ritratto preconfezionato di un Paese distrutto, che paga a caro prezzo gli orrori che ha seminato e dal quale si esige un’abiura convinta, Dagerman, libero da ogni pregiudizio ideologico e rifiutando ogni generalizzazione o astrazione dai fatti concreti e tangibili, si muove fra le macerie di Amburgo, Berlino, Colonia, su treni stipati di senzatetto e in cantine allagate dove ora vivono masse di affamati e disperati, cercando di capire nel profondo la sofferenza dei vinti. Ne emerge un quadro molto più complesso di quello che è comodo figurarsi. Mentre ci si accanisce a cercare nostalgici nazisti, Dagerman si chiede come può un padre che vede morire il figlio di stenti dichiarare che ora sta meglio di prima; mentre le potenze occupanti pensano a punire e ad allestire processi, Dagerman descrive la «messinscena» di una denazificazione di facciata e la morte spirituale di un Paese che è troppo impegnato a lottare ogni giorno con la morte per riflettere sui propri errori, perché «la fame è una pessima maestra» per educare i colpevoli. Con il suo acume analitico e la sua empatia capillare, Dagerman scava nelle contraddizioni della Germania postbellica offrendoci un manifesto di accusa contro tutte le guerre, e una riflessione amaramente attuale sul potere, la giustizia e lo Stato.
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05 febbraio 2019
"F" di Fusilado!
Cronache infedeli
è un libro scritto da Flavio Fusi, collocabile nella serie narrativa. Un libro composto
da nove capitoli, tutti avvincenti e con diversi punti in comune descritti
nella presente recensione.
L’autore. La qualità
è garantita quando un professionista di elevata caratura come Flavio Fusi mette
per iscritto le vicissitudini che un mestiere vocazionale come quello del
giornalista inviato. Non i soliti improvvisati reporter, o neofiti privi di
esperienza. Flavio Fusi è un professionista di lungo corso. Pochi come lui
possono vantare un bagaglio esperienziale e culturale. Le prove di ciò emergono
dai racconti fatti attraverso uno stile di scrittura fluente ma preciso e
dettagliato che non va mai a discapito di nulla. Il libro in questione descrive
le vicende che lo hanno riguardato nel corso della sua lunga carriera
giornalistica da inviato. Terre sparse per il mondo, molte delle quali
dimenticate da Dio. Descrive dettagliatamente ambientazioni, eventi,
personaggi, ma soprattutto contesti sociali ed economici di mondi in crisi ove
regna una realtà atipica per noi occidentali. Una realtà in cui si chiede pace
e cibo ma si ottiene guerra e miseria.
Fusi mette da subito le cose in chiaro e avvisa il lettore dei viaggi
intrisi di cruente realtà incontrate nel corso degli anni e soprattutto nel
corso degli eventi. Questo nei primi capitoli è descritto in maniera precisa e
dettagliata tanto che pensando alla miseria kosovara, serba, russa, viene da
fermarsi nella lettura e meditare sulla fortuna dell’odierno vivere di noi occidentali.
Il titolo. Contrariamente
da quanto possa far pensare il titolo, in tutti i capitoli si viaggia a fianco
di un narratore che va a braccetto con la cronaca fedele, tipica di chi il
mestiere lo conosce bene ma conscio di dover fare i conti con la memoria. E
già, perché Fusi sostiene che la memoria sia quell’elemento che ci distingue
dagli animali e che al tempo stesso ci induce in errore lasciando le cose
piacevoli e sbiadendo quelle meno. Proprio da questo ragionamento muove la
scelta del titolo che sa di ossimoro bello e buono e che nei lettori farà
sorgere da subito la voglia di scoprirne il dilemma. Per quanto si voglia, esse
non potranno mai dichiararsi fedeli in quanto il tempo ha implacabilmente
svolto uno dei suoi compiti più complessi e inspiegabili: cancellare le cose
brutte. Ciò nonostante il libro appare tutt’altro
che infedele. Viene quindi da chiedersi quali altre cose più cruente avrebbe
riportato il Fusi se solo la memoria non fosse stata a sua volta vittima...ma del
tempo; e non si comprende quindi la scelta del titolo così criptico e
leggermente fuorviante rispetto al testo.
Tratti caratteristici. I capitoli sono splendenti, scritti nel Sole, si potrebbe dire.
Non vi è pagina infatti in cui non compaiano parole luminose come quella di
Sole e quella di Luce. Come un’auto che per andar dritta ha bisogno di un buon
guidatore, così questo libro ha avuto bisogno di parole strategiche che non
lasciano cadere il lettore in un grigiore ambientalistico. D'altronde,
trattandosi di guerra e fame, il rischio è elevato. Scelta giusta.
Operazione immedesimazione. Il libro fa immedesimare e leggendolo si ha la sensazione di
essere al fianco del cronista; di far parte storia dopo storia di un componente
del suo gruppo, cameramen, fonista e altri.
Dispiace la perdita di un loro componente che racconta di aver
conosciuto in vita e che muore durante le ardite riprese di una guerriglia tra
le tante dei posti raggiunti. La tragedia è descritta bene e incute addirittura
rabbia per l’incoscienza dell’operatore. Doveva ripiegare e scappare senza
telecamera piuttosto che portare a termine il servizio e la sua vita. Questo è quello che vien da pensare dopo aver
letto le pagine che narrano il nefasto evento. Il magone è in gola, un motivo
ci sarà. In altro scenario e contesto Flavio Fusi ci racconta di quando è stato
fermato da un poliziotto. “...Fusi suena como fucilado...” così gli dice
durante il fermo per la perquisizione. Il modo in cui descrive gli scenari e i
contesti rendono meglio il senso di come una semplice recensione riuscirebbe a
fare. Operazione immedesimazione riuscita!
E’ davvero
interessante per coloro a cui piace il giornalismo di inchiesta e di guerra,
fatto in un chiave inedita, quasi intima, giacché egli stesso lo consideri un
diario. Una veste singolare che fa dimenticare in più momenti di avere tra le
mani un libro. Una capacità espositiva semplice e diretta che spiega bene la
voglia e il coraggio di vivere degli autoctoni intervistati e che ci porta a
conoscere le inquietudini vissute da persone meno fortunate di noi. Persone che
al mattino zappano la terra e alla sera difendono i propri territori con in
braccio fucili e fionde. Difficile quindi tenere su la tesi
dell’infedeltà.
Il viaggio dell'eroe. Il buon senso vuole che i cronisti di guerra raggiungano il fronte e
che dalle retrovie registrino qualche immagine, intervistino qualcuno e
abbandonino il posto quanto prima. Ma ci sono anche professionisti - come il
nostro Flavio Fusi - che decidono di affiancare i disperati per più giorni al
fine di riportare realtà certe e articoli non asettici . Come già detto, Fusi riporta
esattamente la disperazione dei fortunati - si fa per dire - messicani. Loro
sono al confine e possono sperare nella benevolenza della vicina America del
nord che talvolta concede loro opportunità di lavoro. Ma questo in pochi lo
sanno. Il problema reale proviene dai paesi limitrofi al Messico. Il libro ne
parla ampiamente.
Cronache infedeli
è un diario dal tratto particolare ove spesso l’autore descrive i luoghi
visitati in passato e verso cui fa ritorno a distanza di anni. Un viaggio
dell’eroe in loop, che non finisce
mai, e in cui il protagonista si dimostra tenace al punto di andare alla
continua conferma o smentita che il presente sia come il passato.
La riprova. Pochi
sono gli avventurieri che si porterebbero presso un’area geografica locale
interposta tra la Russia e la Turchia come quella caucasica. Pochi lo farebbero
sia per la propria incolumità e sia perchè di luoghi come il Nagorno Karaback
importa poco o nulla. L’autore stupisce e delude. Si addentra e raggiunge
questo luogo di contesa tra nazioni che sono una più povera dell’altra: l’Armenia
e l’Azerbagian. Ma delude poichè in effetti qui è infedeltà: una volta tanto
che a parlare dell’Armenia non è un armeno, il risultato è stato un pò scarno.
Cronaca di storia - questa - che non
trova pace e giustizia neanche nel suddetto libro. E’ davvero un Peccato.
Nobiltà d'animo. Non
stupisce che un giornalista come lui voglia trasmettere segreti anche ai
lettori che sognano un giorno di fare lo stesso mestiere. Fornisce un consiglio
che può salvare la vita, proprio come accaduto a lui stesso durante il
soggiorno a Nairobi:
“...nella notte i ragazzi dell’ EBU hanno asciato l’ hotel. E quando si muovo l’Ebu puoi scommetterci, qualcosa succede, sempre. si mettono in movimento significa che presto qualcosa sta per accadere e che pertanto è meglio tagliare la corda quanto prima. La prima regola del giornalista in missione: mai perdere di vista quelle canaglie dell’European Broadcastinng Union...”
Informazione che per gli addetti alle prime armi può tornare utile. Quindi, generosità e altruismo professionale.
“...nella notte i ragazzi dell’ EBU hanno asciato l’ hotel. E quando si muovo l’Ebu puoi scommetterci, qualcosa succede, sempre. si mettono in movimento significa che presto qualcosa sta per accadere e che pertanto è meglio tagliare la corda quanto prima. La prima regola del giornalista in missione: mai perdere di vista quelle canaglie dell’European Broadcastinng Union...”
Informazione che per gli addetti alle prime armi può tornare utile. Quindi, generosità e altruismo professionale.
Deformazione professionale. Si da luogo al personale vezzo di osservare e cercare di
giustificare anche le scelte grafiche della copertina e si fa notare la
presenza del soggetto ivi raffigurato: un soldato con la testa china. Che
questo sia in corsa è intuibile dalla posizione delle gambe e ancor di più da
quella della testa. Domande: è un soldato qualsiasi quello raffigurato? È in
fuga da chi? o forse sarebbe meglio dire: da cosa? Una foto che la maggior
parte di noi conosce già. Una foto archètipa e che ha preso posto in ognuno di
noi. Taluni la ricorderanno immediatamente, altri dovranno scavare un attimo
nei ricordi; e se il collegamento tarda ad arrivare poco importa; basta
giungere alla lettura del capitolo dedicato al nefasto evento tedesco perchè il
vago ricordo ritorni in mente. Il giornalismo d’inchiesta che racconta e
fotografa i disertori alla ricerca di libertà. Quella foto è presente nei libri
di storia elementare e media; solitamente è buttata lì nelle ultime pagine,
dove la storia contemporanea perde d’importanza, di valore, e viene
snobbata...perchè tanto si è a fine anno. Magari, un’altra immagine più esclusiva
e leggera poteva rendere di più sia per empatia che per strategia di marketing;
ma è pur vero che quando si parla di certi argomenti ci sia poco da
tergiversare. Una scelta grafica coerente ma non avvincente. Alcuni diranno che
un libro non si giudica dalla copertina. Beh, è vero in parte.
Conclusioni. Per
conoscere altri posti visitati da questo grande giornalista basta leggere il
suo libro composto così egregiamente e attento ai particolari che a suo modesto
avviso “...sono meno di quelli che la
mente gli ha concesso di ricordare...”
Durante il corso
della presente recensione ci si è più volte posto il quesito se il titolo fosse
o meno appropriato e si è lasciato il dubbio che questo non lo fosse. Ciò non
per ammonimento ma per riconoscenza di merito di un professionista che ricorda
un pò il primo della classe, quello che dice di non aver studiato ma che poi
prende 10. La sostanza è tutta dentro e le prove sono tra le pagine, piene di
particolari che mai affaticano il lettore neanche quando parla di tribù e
avvicendamenti al potere di paesi del sud-Africa e del sud-America. Il
giornalista accetta la sfida di descrivere anche i nomi delle tribù locali.
Una scelta audace, che sicuramente rallenta la lettura ma che dimostra una
lealtà intellettuale che chiede e ottiene fiducia.
Insomma
un libro davvero ben fatto e che riempie di emozioni sin dalla premessa che lo
apre. Si legge tutto d’un fiato e fa giungere al termine con una maggiore
consapevolezza. La consapevolezza che l’essere umano è egoista, cattivo e
irrazionale come nessun altro, materializzandoli in morte, fame e miseria
generale. Magari fossero infedeli queste cronache.
Joannes Timurian
Flavio Fusi
Cronache Infedeli
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
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02 febbraio 2019
Le verità non dette
Il male inutile di Marco Lupis, edito da Rubettino nel 2018, è un libro coinvolgente caratterizzato dalla costante ricerca della verità e dalla necessità di testimoniare per non dimenticare.
L’autore, un reporter di guerra che ha collaborato con testate del calibro di Panorama, La Repubblica, L’Espresso e Il Tempo, conduce il lettore sul campo mettendolo a contatto con una realtà che, forse, per un meccanismo di autodifesa, troppo spesso non riceve la giusta considerazione.
Attraverso i suoi reportage Lupis racconta le vicende che si sono verificate tra gli anni novanta e gli anni duemila in territori che vanno «dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali». In ogni testimonianza emerge l’importanza del ruolo svolto dall’inviato di guerra, il cui compito consiste nel far luce su quelle che sono le verità non dette durante lo svolgimento di un conflitto, raccontando i retroscena di queste vicende e le scelte che i governi e gli eserciti dicono di fare in nome dei cittadini ma che poi, frequentemente, cercano di nascondere.
L’obiettivo è quello di riportare l’attenzione collettiva sulle molteplici guerre che vengono facilmente dimenticate, sui crimini rimasti impuniti, sulle atrocità che l’essere umano è in grado di compiere, su coloro che hanno dedicato e che dedicano la loro vita a degli ideali cercando di
combattere le ingiustizie, sull’importanza del ruolo svolto dal giornalista-testimone ma soprattutto sul dolore e sulla sofferenza di tutte le vittime innocenti.
Tra le esperienze che vengono narrate nel testo quella che suscita un forte impatto emotivo è la testimonianza dei massacri che hanno avuto luogo a Timor Est. Dopo il 1975 quando l’Indonesia decise di annettere con la forza questo territorio, un’ex colonia portoghese, seguirono molti anni di guerra civile che portarono alla morte di gran parte della popolazione. Un vero e proprio genocidio del quale è possibile avere memoria grazie al lavoro svolto dai giornalisti che hanno deciso di sfidare la «sottile linea rossa», che separa la vita dalla morte, in nome della conoscenza.
Un libro utile di fronte all’inutilità del male, un libro per capire, un libro per non dimenticare «perché ciò che viene scritto non può essere cancellato. Scrivere una storia di abusi, raccontare di qualcuno che è stato terrorizzato, picchiato o ucciso, può davvero servire per ottenere giustizia, per trovare e punire i responsabili, anche se […] in tempo di guerra il percorso della giustizia può diventare lunghissimo. E più ancora dopo».
Elena Sofia Guareschi
Marco Lupis
L’obiettivo è quello di riportare l’attenzione collettiva sulle molteplici guerre che vengono facilmente dimenticate, sui crimini rimasti impuniti, sulle atrocità che l’essere umano è in grado di compiere, su coloro che hanno dedicato e che dedicano la loro vita a degli ideali cercando di
combattere le ingiustizie, sull’importanza del ruolo svolto dal giornalista-testimone ma soprattutto sul dolore e sulla sofferenza di tutte le vittime innocenti.
Tra le esperienze che vengono narrate nel testo quella che suscita un forte impatto emotivo è la testimonianza dei massacri che hanno avuto luogo a Timor Est. Dopo il 1975 quando l’Indonesia decise di annettere con la forza questo territorio, un’ex colonia portoghese, seguirono molti anni di guerra civile che portarono alla morte di gran parte della popolazione. Un vero e proprio genocidio del quale è possibile avere memoria grazie al lavoro svolto dai giornalisti che hanno deciso di sfidare la «sottile linea rossa», che separa la vita dalla morte, in nome della conoscenza.
Un libro utile di fronte all’inutilità del male, un libro per capire, un libro per non dimenticare «perché ciò che viene scritto non può essere cancellato. Scrivere una storia di abusi, raccontare di qualcuno che è stato terrorizzato, picchiato o ucciso, può davvero servire per ottenere giustizia, per trovare e punire i responsabili, anche se […] in tempo di guerra il percorso della giustizia può diventare lunghissimo. E più ancora dopo».
Elena Sofia Guareschi
Marco Lupis
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali le testimonianze di un reporter di guerra, Rubettino, Soveria Mannelli, 2018, pp. 248.
01 febbraio 2019
La costruzione dell’Islam in Occidente
Nato come ideale prosecuzione di Orientalismo (1978) e La questione Palestinese (1992), Covering Islam, del noto critico del concetto di “orientalismo” Edward W. Said, consiste nell’analisi dei processi che hanno portato alla “rappresentazione” e contemporaneamente alla “copertura” del mondo islamico da parte dei media e delle istituzioni occidentali. Lungi dal prendere le difese di quelle società islamiche in cui la repressione delle libertà individuali e i regimi minoritari vengono legittimati, il testo si dimostra utile a comprendere i percorsi che hanno caratterizzato la dialettica tra il mondo Occidentale e quello del Medioriente negli ultimi quarant’anni. Oggi più che mai, è utile comprendere le dinamiche inerenti al mondo islamico che, raccontate all’ordine del giorno, vengono assunte come dati di fatto e accompagnate troppo spesso da affermazioni non ponderate e tanto meno accorte. Solo mettendo in luce il ruolo che i media statunitensi hanno avuto nel veicolare un’immagine dell’Islam semplificata e fuorviante, potremmo essere capaci di cogliere gli obiettivi manipolatori di giornalisti, intellettuali e sedicenti esperti di Islam messi al servizio di una narrazione stereotipata dell’Altro.
Grazie alla costruzione simbolica del nemico islamico, il diverso da “noi” è diventato capro espiatorio, colpevole di una resistenza al progresso offerto dalla modernizzazione. Con minuzia e sagacia, Said ripercorre la cronaca e i dibattiti che hanno trattato i momenti salienti della storia dell’Iran e gli episodi che hanno segnato la memoria dei cittadini americani. Come nel caso della “crisi degli ostaggi” in Iran del 1981, che mette in luce gli ingranaggi mediatici attivati per orientare l’opinione pubblica, lungo le pagine scopriamo come il governo americano abbia gestito notizie e immagini a favore di una visione frammentata della fede musulmana e della situazione politica interna agli stati islamici. Così, attraverso l’attenta rilettura delle affermazioni generali e pressapochiste di accademici e intellettuali intervenuti nel dibattito, il quadro che si compone mostra come gli attacchi tendenziosi all’Islam siano stati sempre più considerati legittimi e legittimati. L’ideologia della modernizzazione, come accusa Said, ha prodotto giudizi ampiamenti contestabili ma rafforzati dalla visione canonica del discorso orientalista e da quella eurocentrica, assunti che, a distanza di più di un ventennio dalla pubblicazione del testo, rimangono attuali e si sono ulteriormente radicati. La più diffusa conoscenza dell’Occidente viene dunque ricondotta dall’autore a una produzione ad hoc, incentrata su una logica di dominio e conquista che ha riscosso enorme successo in particolare negli Stati Uniti, dove per via di una mancata storia coloniale e a causa dei forti interessi petroliferi, la diffidenza nei confronti di una cultura distante migliaia di chilometri si è dimostrata un ottimo deterrente. Ciò che del testo rimane interessante e utile al pubblico contemporaneo, è il tentativo che l’autore fa di aprire una finestra di comprensione e tolleranza sul dialogo tra i due mondi ormai contrapposti, accompagnando il lettore verso un ideale approccio non coercitivo e situazionale, capace di interpretare la conoscenza di una cultura diversa in maniera relativa e non assoluta.
Chiara Rodino
Edward W. Said
Grazie alla costruzione simbolica del nemico islamico, il diverso da “noi” è diventato capro espiatorio, colpevole di una resistenza al progresso offerto dalla modernizzazione. Con minuzia e sagacia, Said ripercorre la cronaca e i dibattiti che hanno trattato i momenti salienti della storia dell’Iran e gli episodi che hanno segnato la memoria dei cittadini americani. Come nel caso della “crisi degli ostaggi” in Iran del 1981, che mette in luce gli ingranaggi mediatici attivati per orientare l’opinione pubblica, lungo le pagine scopriamo come il governo americano abbia gestito notizie e immagini a favore di una visione frammentata della fede musulmana e della situazione politica interna agli stati islamici. Così, attraverso l’attenta rilettura delle affermazioni generali e pressapochiste di accademici e intellettuali intervenuti nel dibattito, il quadro che si compone mostra come gli attacchi tendenziosi all’Islam siano stati sempre più considerati legittimi e legittimati. L’ideologia della modernizzazione, come accusa Said, ha prodotto giudizi ampiamenti contestabili ma rafforzati dalla visione canonica del discorso orientalista e da quella eurocentrica, assunti che, a distanza di più di un ventennio dalla pubblicazione del testo, rimangono attuali e si sono ulteriormente radicati. La più diffusa conoscenza dell’Occidente viene dunque ricondotta dall’autore a una produzione ad hoc, incentrata su una logica di dominio e conquista che ha riscosso enorme successo in particolare negli Stati Uniti, dove per via di una mancata storia coloniale e a causa dei forti interessi petroliferi, la diffidenza nei confronti di una cultura distante migliaia di chilometri si è dimostrata un ottimo deterrente. Ciò che del testo rimane interessante e utile al pubblico contemporaneo, è il tentativo che l’autore fa di aprire una finestra di comprensione e tolleranza sul dialogo tra i due mondi ormai contrapposti, accompagnando il lettore verso un ideale approccio non coercitivo e situazionale, capace di interpretare la conoscenza di una cultura diversa in maniera relativa e non assoluta.
Chiara Rodino
Edward W. Said
Covering Islam. Come i media e gli esperti determinano la nostra visione del resto del mondo, Massa, Transeuropa, 2017 (ed. or. Covering Islam: How the Media and the Experts Determine How We See The Rest of the World, 1996).
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12 gennaio 2019
Giornalismo, terrorismo e segreto di stato
Qual è il legame tra servizi segreti e giornalismo? Fino a che punto la divulgazione di informazioni riservate è legittima e non mette in pericolo la sicurezza nazionale di un Paese?
John Lloyd, nel suo Journalism in an Age of Terror, pubblicato nel 2017 ed edito da Reuters Institute for the Study of Journalism, si pone questi quesiti e ripercorre l’evoluzione dei servizi segreti e dei rapporti col mondo del giornalismo in tre Paesi in particolare: Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Alla base dell’analisi di Lloyd c’è una grande verità: la politica è sempre stata e sempre sarà connessa al mondo del giornalismo. Partendo da questo assunto, Lloyd evidenzia che sin dalla seconda guerra mondiale gli stati si erano dotati di un efficiente sistema di spionaggio: era fondamentale per vincere la guerra. La grande differenza con i servizi segreti odierni è che oggi non sempre la segretezza è garantita. Lo scandalo Watergate, poi la divulgazione dei documenti del Pentagono relativi alla guerra in Vietnam e il più recente scandalo di Wikileaks, a cui è seguito il caso Edward Snowden. Insomma, i governi di tutto il mondo hanno sempre tenuto nascoste certe notizie ai cittadini, e poi, da un momento all’altro, queste notizie sono state gettate in pasto all’opinione pubblica, scatenando ovviamente uno scandalo.
Ma la domanda è: è giusto che le persone sappiano come opera la CIA? È giusto informarli sull’esistenza di programmi di sorveglianza di massa come quelli della NSA (National Security Agency)? Tutto questo non compromette l’efficacia stessa dei servizi segreti? La questione è sicuramente complicata, oggi più che mai. In un’epoca in cui la minaccia del terrorismo e delle armi di distruzione di massa sembra più forte che mai, il confine tra privacy e sicurezza nazionale invece è sempre più labile. Non sono altro che due facce della stessa medaglia: impossibile pretendere una cosa senza essere disposti a rinunciare a un po’ dell’altra. Se i governi devono controllare tutti per sconfiggere la nuova minaccia dell’Isis, allora anche le nostre care conversazioni Whatsapp devono essere sotto l’occhio del grande fratello di Orwell.
John Lloyd nel suo libro cerca di districarsi all’interno di questo mondo così complesso: entrano in gioco tanti fattori e ognuno di essi è importante e merita attenzione. L’obbiettivo dell’autore è far riflettere il lettore su una realtà più che mai attuale, mostrandogli che anche lui è coinvolto in questa trama così oscura. Attraverso estratti di interviste a giornalisti premi Pulitzer come Dana Priest e a ex capi di alcune agenzie di intelligence, Lloyd riesce a trovare un filo conduttore all’interno della problematica e offre così al lettore un’analisi chiara e logica. Il linguaggio che usa è conciso e lineare, il testo è ricco di testimonianze dirette che aiutano a vedere la questione sotto diversi punti di vista. Insomma, lo scrittore ci offre la chiave di lettura di un problema tanto complesso quanto affascinante, ma lascia sempre il pubblico libero di farsi un’idea propria.
Con un ritmo sempre più incalzante Lloyd finisce per insinuare nel lettore la consapevolezza di essere come un cane che si morde la coda: non vuole essere spiato, vuole che la sua privacy sia rispettata, ma al tempo stesso pretende che il governo lo difenda da tutti i mali. E questo perché ha paura, perché nella sua testa risuonano ancora le parole dell’ex Presidente della Repubblica francese François Hollande in seguito agli attentati di Parigi: “Siamo in guerra”.
John Lloyd, nel suo Journalism in an Age of Terror, pubblicato nel 2017 ed edito da Reuters Institute for the Study of Journalism, si pone questi quesiti e ripercorre l’evoluzione dei servizi segreti e dei rapporti col mondo del giornalismo in tre Paesi in particolare: Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Alla base dell’analisi di Lloyd c’è una grande verità: la politica è sempre stata e sempre sarà connessa al mondo del giornalismo. Partendo da questo assunto, Lloyd evidenzia che sin dalla seconda guerra mondiale gli stati si erano dotati di un efficiente sistema di spionaggio: era fondamentale per vincere la guerra. La grande differenza con i servizi segreti odierni è che oggi non sempre la segretezza è garantita. Lo scandalo Watergate, poi la divulgazione dei documenti del Pentagono relativi alla guerra in Vietnam e il più recente scandalo di Wikileaks, a cui è seguito il caso Edward Snowden. Insomma, i governi di tutto il mondo hanno sempre tenuto nascoste certe notizie ai cittadini, e poi, da un momento all’altro, queste notizie sono state gettate in pasto all’opinione pubblica, scatenando ovviamente uno scandalo.
Ma la domanda è: è giusto che le persone sappiano come opera la CIA? È giusto informarli sull’esistenza di programmi di sorveglianza di massa come quelli della NSA (National Security Agency)? Tutto questo non compromette l’efficacia stessa dei servizi segreti? La questione è sicuramente complicata, oggi più che mai. In un’epoca in cui la minaccia del terrorismo e delle armi di distruzione di massa sembra più forte che mai, il confine tra privacy e sicurezza nazionale invece è sempre più labile. Non sono altro che due facce della stessa medaglia: impossibile pretendere una cosa senza essere disposti a rinunciare a un po’ dell’altra. Se i governi devono controllare tutti per sconfiggere la nuova minaccia dell’Isis, allora anche le nostre care conversazioni Whatsapp devono essere sotto l’occhio del grande fratello di Orwell.
John Lloyd nel suo libro cerca di districarsi all’interno di questo mondo così complesso: entrano in gioco tanti fattori e ognuno di essi è importante e merita attenzione. L’obbiettivo dell’autore è far riflettere il lettore su una realtà più che mai attuale, mostrandogli che anche lui è coinvolto in questa trama così oscura. Attraverso estratti di interviste a giornalisti premi Pulitzer come Dana Priest e a ex capi di alcune agenzie di intelligence, Lloyd riesce a trovare un filo conduttore all’interno della problematica e offre così al lettore un’analisi chiara e logica. Il linguaggio che usa è conciso e lineare, il testo è ricco di testimonianze dirette che aiutano a vedere la questione sotto diversi punti di vista. Insomma, lo scrittore ci offre la chiave di lettura di un problema tanto complesso quanto affascinante, ma lascia sempre il pubblico libero di farsi un’idea propria.
Con un ritmo sempre più incalzante Lloyd finisce per insinuare nel lettore la consapevolezza di essere come un cane che si morde la coda: non vuole essere spiato, vuole che la sua privacy sia rispettata, ma al tempo stesso pretende che il governo lo difenda da tutti i mali. E questo perché ha paura, perché nella sua testa risuonano ancora le parole dell’ex Presidente della Repubblica francese François Hollande in seguito agli attentati di Parigi: “Siamo in guerra”.
Simona Rizzo
John Lloyd
Journalism in an Age of Terror
Reuters Institute for the Study of Journalism, London, 2017, pp. 272.
Journalism in an Age of Terror
Reuters Institute for the Study of Journalism, London, 2017, pp. 272.
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14 dicembre 2018
In libreria
Raffaele Simone
L'ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l'Europa
Garzanti, Milano, 2018, pp. 262.
L'ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l'Europa
Garzanti, Milano, 2018, pp. 262.
Descrizione
La storia ricorderà i nostri anni come gli anni della Grande Migrazione, cioè quel processo attraverso cui milioni di persone in fuga dall'Africa e dall'Asia si sono messe in marcia verso il continente europeo sperando di trovarvi salvezza e benessere. Mai nella storia si era avuto un flusso tanto imponente e inarrestabile. Per quanto sia difficile stabilirne la portata complessiva, è evidente fin d'ora che esso costituisce uno dei tratti salienti del nuovo mondo che la globalizzazione sta modellando. Per l'identità europea, questa ondata (quasi interamente islamica) comporterà differenze difficilissime a assorbirsi e ancor più a integrarsi: punti di vista drasticamente difformi su temi-chiave per l'Occidente (la laicità, l'uguaglianza uomo-donna, l'amministrazione della giustizia, la separazione tra Stato e fedi), concezioni religiose talvolta aggressive, idee premoderne sullo Stato. Irresponsabilmente, l'Europa ha lasciato entrare queste masse senza avere alcun piano di azione comune, consegnando così l'intera questione alle destre. La pubblica opinione, per parte sua, si è divisa tra chi vede nello straniero che attraversa il mare un ospite da accogliere e aiutare e chi invece lo addita come un pericoloso nemico. Il libro di Raffaele Simone assume questa contrapposizione e l'analizza fino in fondo. Distinguendo la retorica politica dai fatti, intrecciando una scrupolosa cura dei dati con originali elaborazioni concettuali, dando nomi e definizioni alle nostre paure quotidiane dinanzi al diverso e sfidando i rischi del Politicamente Corretto, Simone offre una riflessione dura, pungente e libera da ideologie, e propone categorie e criteri per capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà la Grande Migrazione per il Vecchio Continente.
La storia ricorderà i nostri anni come gli anni della Grande Migrazione, cioè quel processo attraverso cui milioni di persone in fuga dall'Africa e dall'Asia si sono messe in marcia verso il continente europeo sperando di trovarvi salvezza e benessere. Mai nella storia si era avuto un flusso tanto imponente e inarrestabile. Per quanto sia difficile stabilirne la portata complessiva, è evidente fin d'ora che esso costituisce uno dei tratti salienti del nuovo mondo che la globalizzazione sta modellando. Per l'identità europea, questa ondata (quasi interamente islamica) comporterà differenze difficilissime a assorbirsi e ancor più a integrarsi: punti di vista drasticamente difformi su temi-chiave per l'Occidente (la laicità, l'uguaglianza uomo-donna, l'amministrazione della giustizia, la separazione tra Stato e fedi), concezioni religiose talvolta aggressive, idee premoderne sullo Stato. Irresponsabilmente, l'Europa ha lasciato entrare queste masse senza avere alcun piano di azione comune, consegnando così l'intera questione alle destre. La pubblica opinione, per parte sua, si è divisa tra chi vede nello straniero che attraversa il mare un ospite da accogliere e aiutare e chi invece lo addita come un pericoloso nemico. Il libro di Raffaele Simone assume questa contrapposizione e l'analizza fino in fondo. Distinguendo la retorica politica dai fatti, intrecciando una scrupolosa cura dei dati con originali elaborazioni concettuali, dando nomi e definizioni alle nostre paure quotidiane dinanzi al diverso e sfidando i rischi del Politicamente Corretto, Simone offre una riflessione dura, pungente e libera da ideologie, e propone categorie e criteri per capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà la Grande Migrazione per il Vecchio Continente.
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04 febbraio 2018
Così andava il giornalismo
Sentivo in me la
reazione di chi è stato educato al giornalismo in un certo modo: non si
nasconde niente.”
Gianni Minà,
giornalista da più di cinquant’anni, ha mosso i primi passi all’interno di Tuttosport
per approdare poi alla RAI; nel corso della sua carriera ha seguito e
documentato otto mondiali di calcio e sette olimpiadi sportive, ha incontrato e
intervistato grandi figure artistiche, sportive e politiche della storia
contemporanea come Muhammed Ali, Fidel Castro, Chico Buarque, Lula da Silva, il
subcomandante Marcos, Hugo Chávez.
Ma più di tutto il suo lavoro si è caratterizzato per un grande amore,
accompagnato da diversi documentari e libri, per l’America Latina.
Ora, insieme all’attivista
Giuseppe De Marzo, nella conversazione-intervista lunga 240 pagine dal titolo Così
va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà edita da
Edizioni Gruppo Abele per la collana Palafitte, ci fornisce un nuovo punto di
vista sul mondo e sulle dinamiche che lo animano.
Attraverso le sue
esperienze come giornalista e reporter ma soprattutto come uomo, Gianni Minà ci
porta all’interno di un universo, quello dei paesi del Centro e Sud America,
ricco di storia, di cultura, di ideali politici e rivoluzioni sociali vissute
da un popolo pronto a non arrendersi, un universo ancora imprigionato nella
gabbia degli interessi del neoliberalismo e di un sistema economico
capitalistico ormai antiquato ed anacronistico. Grazie alla musica conosce prima
il Brasile all’inizio degli anni Settanta, durante gli anni più duri della
dittatura militare, e scopre il dramma dell’ingiustizia sociale in una parte
del mondo priva delle logiche occidentali; poi l’Argentina, nel vivo della Operacion
Condor e della crudele realtà dei desaparecidos; nel 1987 e nel 1990
incontra e intervista Fidel Castro, protagonista indiscusso del Novecento,
artefice della Rivoluzione cubana; nel 1996 riesce ad intervistare il
subcomandante Marcos, portavoce dell’Esercito Zapatista di Liberazione
Nazionale e della resistenza nella regione del Chiapas in Messico.
Il racconto però non
si dimentica di ricordare come gli Stati Uniti, protagonisti indiscussi del
contesto globale dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, abbiano avuto il ruolo
di regista negli eventi passati e recenti di una zona del mondo in cui la
democrazia ha faticato e tuttora fatica ad affermarsi, in cui le lotte
socialiste hanno prodotto risultati ben diversi rispetto all’Occidente e in cui
la lotta per il diritto alla vita non si è mai esaurita. Gli stessi Stati Uniti
che oggi sembrano essere lo specchio di una crisi che vede l’implosione di
un’economia basata sugli interessi delle grandi multinazionali e sul consumismo
e la sempre più evidente collisione tra libertà e giustizia sociale, crisi che
si personifica nel neoeletto Presidente degli USA, Donald Trump che, come
sostiene Minà, “rappresenta perfettamente questo momento di grande
mediocrità della civiltà occidentale”. Civiltà occidentale a cui appartiene
anche l’Italia che dagli anni Sessanta, con la “strategia della tensione” e
l’allarme terrorismo, ad oggi, con le stime più basse di partecipazione
politica e governi di sinistra interessati solo a favorire il mercato
capitalistico, ha attraversato decenni di decadimento con cui la cittadinanza
sembra non aver fatto ancora i conti.
Da queste esperienze
prendono spunto le critiche di Minà al sistema di informazione (o meglio
disinformazione, mancata informazione, informazione manipolata) italiano ed
internazionale che ha dimenticato il proprio scopo, servire la cittadinanza e
fare servizio sociale. Il giornalismo ha chiuso gli occhi di fronte agli
avvenimenti, per convenienza o per obbedienza, per non tradire un modello di
civiltà all’apparenza liberale e democratico che non accettava alternative, e
questo, secondo gli autori di Così va il mondo, ha creato un clima di
paura, menefreghismo, cattiveria, mancanza di giudizio: un clima da cui uscire
solo attraverso un radicale cambiamento di rotta.
Grazie a questa
intervista Minà ci fornisce una nuova chiave interpretativa della storia
mondiale e ci aiuta a comprendere i nuovi fenomeni geopolitici, partendo dal
terrorismo ideologico e dai flussi migratori verso l’Europa, ma anche, e
soprattutto, quale dovrebbe essere il ruolo del giornalismo e dei giornalisti
nel nuovo scenario globale economico, politico e sociale. Un’intervista, in
definitiva, che ha molto da dire, che riflette e fa riflettere sull’attualità,
sul presente e sul futuro del mondo occidentale e non.
Alessia Malcaus
Così va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2017, pp. 240.
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2017, pp. 240.
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02 febbraio 2018
Le minacce della proliferazione tecnologica
Per
procedere alla disamina di questo volume è necessario partire da un concetto
fondamentale: la disinformazione è legata all’uso (e abuso) del potere e al
mantenimento di quest’ultimo. Lo sappiamo non solo grazie alla lettura delle
innumerevoli opere distopiche del Novecento – da George Orwell ad Aldous
Huxley, passando per Karin Boye e Margaret Atwood – ma soprattutto guardando
alla nostra storia e al nostro presente. I romanzi distopici infatti, sono
solitamente ambientati in un futuro lontano e poco auspicabile, ma noi sappiamo
bene di non avere alcun bisogno di rivolgere il nostro sguardo a mondi così
distanti per renderci conto degli effetti della manipolazione, intesa come
distorsione della realtà volta al raggiungimento dei propri interessi.
Le tecniche di manipolazione e persuasione hanno subìto un notevole potenziamento
nell’era del cyber-power, caratterizzata dallo sviluppo
convulso dei nuovi media come Facebook e social network affini, blog e siti web
di ogni sorta. Questa “proliferazione tecnologica” – nonostante i risvolti
incredibilmente positivi – ha prodotto (e continua a produrre) conseguenze
negative, come la maggiore vulnerabilità dei singoli e dei governi alla
disinformazione. Lo scopo dell’opera – che si presenta come una raccolta degli
interventi presentati durante il convegno omonimo tenutosi nel 2015 a Roma – è
proprio quello di analizzare l’evoluzione della disinformazione nell’era
tecnologica per trovare strategie adatte a contrastare la manipolazione delle percezioni
dell’opinione pubblica.
Prima di discutere eventuali soluzioni, è necessario fare un passo indietro e capire
cosa si intende per disinformazione. Lo stesso Germani, coordinatore
scientifico del convegno, spiega la differenza tra deception, misrepresentation e disinformazione. La deception riguarda la disinformazione
esclusivamente nell’ambito militare, diplomatico e dell’intelligence. Con misrepresentation si intende la malainformazione non
intenzionale, diffusa a causa della superficialità e dell’ignoranza. La
disinformazione, invece, è un’azione pianificata e deliberatamente ostile, che
persegue un fine occulto attraverso la diffusione di notizie false o distorte.
Proprio per questa sua natura programmatica, la disinformazione – ci spiega
François Géré nel suo intervento – si distingue dalle cosiddette hoax, le “bufale” diffuse in rete da
singoli o piccoli gruppi, e dalla propaganda, in quanto quest’ultima è palese.
La difficoltà di trovare delle soluzioni definitive da parte degli Stati e dei loro
servizi di intelligence risiede proprio nella struttura rigida della
disinformazione. Un altro elemento da tenere in considerazione riguarda il
fatto che in Italia - nonostante i notevoli passi avanti fatti nell’ultimo
periodo circa il dibattito sulle fake
news - si discute ancora poco di disinformazione, sicuramente meno che in altri
paesi come la Cina e la Russia, i quali fanno largo uso della cosiddetta information warfare, basata sul controllo
dell’informazione con l’obiettivo di ottenere un vantaggio, soprattutto dal
punto di vista militare. Indubbiamente questi due paesi hanno una storia
differente rispetto alla nostra, basti pensare alla dezinformacija sovietica durante la Guerra Fredda,
utilizzata ancora oggi dal governo Putin sia in politica estera, per screditare
l’Occidente, sia in politica interna, per mantenere la stabilità del regime.
Sebbene il dibattito sia (ancora) carente, la disinformazione è una minaccia
reale in Italia e si presenta sotto molteplici forme, dalle campagne di disinformazione
economica e finanziaria al depistaggio di indagini giudiziarie da parte di
organizzazioni criminali, prima fra tutte la mafia.
A questo punto sorge spontanea una domanda. Se, come abbiamo visto, la
disinformazione è un’arma utilizzata sia dagli Stati che da attori non-statuali
leciti e illeciti (come vengono definiti da Germani), ossia la criminalità
organizzata e i gruppi terroristici, allora quali sono le soluzioni definitive
al problema? Cosa possiamo fare concretamente? Ciò che colpisce, durante la
lettura delle diverse presentazioni, è proprio la difficoltà nel trovare rimedi
efficaci. Francesco Vitali, autorità garante per la protezione dei dati
personali, affronta la questione dei big data, cioè quell’insieme di tecnologie utilizzate per estrapolare un’enorme
quantità di dati al fine di analizzare determinati fenomeni e prevedere quelli
futuri. Il problema, come spiega lo stesso Vitali, è che le capacità predittive
di tali tecnologie possono rappresentare un rischio per la democrazia, in quanto
il loro uso implica una mancanza di trasparenza. Inoltre, a parer mio,
un’analisi quantitativa basata su dati non è sufficiente per comprendere e
risolvere un tale fenomeno nella sua globalità.
Una
soluzione più consona, seppur di difficile applicazione, potrebbe essere quella
proposta da François Géré, presidente dell’Institut Français d’Analyse Stratégique. Secondo Géré per contrastare la
disinformazione si può agire in tre modi. Innanzitutto, si può cercare di
ristabilire la verità, anche se di solito è troppo tardi. Oppure, si può
attuare una contro-disinformazione, cioè una disinformazione in senso opposto,
ma anche qui la difficoltà sta nel sincerarsi che ci sia stata effettivamente
un’azione disinformativa. Un’altra via potrebbe essere quella della
prevenzione, della previsione delle mosse dell’avversario, ma per fare in modo
che funzioni dobbiamo conoscere perfettamente gli strumenti utilizzati dai
nostri “rivali” e impegnarci ad usarne altri altrettanto efficaci.
Sicuramente la questione non può avere una risoluzione immediata, anche a causa del
continuo evolversi della tecnologia, con il quale è complicato tenere il passo.
Il libro, che si propone come un compendio di interventi di analisti ed esperti
di istituzioni civili e militari, ha in quanto tale un taglio molto tecnico,
che rischia di lasciare spaesato il lettore di fronte a circostanze già così
complesse. L’idea che sta alla base del convegno però, è ottima e indiscutibile
perché, come detto in precedenza, in Italia c’è bisogno di avviare un dibattito
di questo tipo in modo puntuale e approfondito.
Detto questo, credo che il vero cambiamento debba partire da ognuno di noi,
singolarmente, attraverso l’esercizio del nostro spirito critico e della nostra
capacità di discernimento. Non sarà forse questa la vera utopia?
Francesca Lasi
Disinformazione
e manipolazione delle percezioni.
Una nuova minaccia al sistema-paese
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.
Una nuova minaccia al sistema-paese
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.
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15 dicembre 2017
La guerra di Francesca
La Guerra Dentro, non è un classico réportage; è un diario. Una narrazione. Una narrazione che non è lineare, non è fluida. È appositamente pensata e costruita da Francesca Borri, free lance classe 1980, che spezza il filo del suo scrivere insieme ai colpi dei mortai e ai proiettili di cecchini che le sfiorano la testa.
Ci porta con lei in Siria, nella sua Siria.
Quella Siria che viene presa in considerazione nell'agosto del 2013, quando viene sferrato un attacco chimico alla periferia di Damasco. Peccato, però, che la guerra civile siriana sia in corso già da due anni.
Quella Siria che riprende il suo posto nel dimenticatoio quando Obama decide, con grande delusione dei giornalisti, di non intervenire, evitando di bombardare le forze governative di Assad.
Quella Siria che viene confusa con la Libia, con l'Iraq, addirittura con l'Egitto.
“Ma sai che lei sta ad Aleppo? Ad Aleppo?
Ma Gheddafi non era stato ucciso? Credevo la guerra fosse finita.
Ma no, quella è la Libia. Lei sta in Siria. Sta con i talebani.
Due anni. E nessuno sa niente.” (Borri, p. 226).
Quella Siria che è straziata due volte: dalle bombe prima e dall'ignoranza occidentale dopo. Da quei giornalisti che ricercano solo lo scoop, la storia-icona del bambino soldato che, sigaretta in bocca e kalashnikov in mano, vuole uccidere gli infedeli.
Possibilmente tagliando loro la gola.
Perchè al direttore di testata cosa importa della vita quotidiana del Signor X, civile siriano che, tra un cecchino e una mina, si preoccupa principalmente di arrivare, più che a fine mese, integro a fine giornata? Scrivere un pezzo su di lui non lo farà guadagnare.
È anche questa la guerra di Francesca.
Contro il cinismo delle redazioni giornalistiche, contro un'informazione che non scava in profondità, che non vuole le persone, ma lo scoop che faccia sensazione. Quello scoop che se non c'è viene creato ad hoc. Contro quei giornalisti che pretendono di scrivere di Siria dalla loro scrivania a Roma.
Crudele e lucida, ogni pagina è un grido di rabbia e di frustrazione, sapientemente strutturata per farci vivere tutto l'orrore, la devastazione e il senso di impotenza.
Per farci capire che la guerra la sta vivendo lei stessa dentro di sé. Non solo in Siria.
“Adesso sono qui, che provo a scrivere, a raccontare, ma mi alzo nervosa ogni cinque minuti, leggo, telefono, mi distraggo, ogni volta cerco un pretesto per interrompere, per rinviare. Scappo dalla pagina perché quando hai scritto, poi non puoi più dimenticare, quando hai visto, non puoi più non vedere”(Borri, p. 228).
È anche questa la guerra di Francesca: il dover imparare a conviverci.
Perché una volta che la vivi, la guerra, diventa parte di te.
Quella Siria che è straziata due volte: dalle bombe prima e dall'ignoranza occidentale dopo. Da quei giornalisti che ricercano solo lo scoop, la storia-icona del bambino soldato che, sigaretta in bocca e kalashnikov in mano, vuole uccidere gli infedeli.
Possibilmente tagliando loro la gola.
Perchè al direttore di testata cosa importa della vita quotidiana del Signor X, civile siriano che, tra un cecchino e una mina, si preoccupa principalmente di arrivare, più che a fine mese, integro a fine giornata? Scrivere un pezzo su di lui non lo farà guadagnare.
È anche questa la guerra di Francesca.
Contro il cinismo delle redazioni giornalistiche, contro un'informazione che non scava in profondità, che non vuole le persone, ma lo scoop che faccia sensazione. Quello scoop che se non c'è viene creato ad hoc. Contro quei giornalisti che pretendono di scrivere di Siria dalla loro scrivania a Roma.
Crudele e lucida, ogni pagina è un grido di rabbia e di frustrazione, sapientemente strutturata per farci vivere tutto l'orrore, la devastazione e il senso di impotenza.
Per farci capire che la guerra la sta vivendo lei stessa dentro di sé. Non solo in Siria.
“Adesso sono qui, che provo a scrivere, a raccontare, ma mi alzo nervosa ogni cinque minuti, leggo, telefono, mi distraggo, ogni volta cerco un pretesto per interrompere, per rinviare. Scappo dalla pagina perché quando hai scritto, poi non puoi più dimenticare, quando hai visto, non puoi più non vedere”(Borri, p. 228).
È anche questa la guerra di Francesca: il dover imparare a conviverci.
Perché una volta che la vivi, la guerra, diventa parte di te.
Anita Caprioli
Francesca Borri
La Guerra Dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 236.
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14 dicembre 2017
Kapuscinski giornalista del mondo
Trenta fotografie metà delle quali a colori e l’altra in bianco e nero chiudono il libro di Ryszard Kapuscinski Nel turbine della storia (2015) . Questo testo non si limita a mostrarci l’autore in veste di reporter e di scrittore, corrispondente estero dell’Agenzia di stampa polacca (Pap), ma rivela una sua sorprendete preparazione professionale. Kapuscinski era uno storico di formazione, conosceva la storia e la cultura delle regioni nelle quali si recava.
Immagini significative che raccontano di guerre, di uomini e donne rassegnati, disperati, che pregano.. Immagini che rivelano come la civiltà dei media cerchi di imporre gli standard di massa (Jeans, Coca-Cola..) ai quali le culture, rimaste fedeli ai loro valori nazional-religiosi si oppongono.
D’altro canto, Ryszard Kapuscinski ha trascorso la sua vita professionale ad osservare il “divenire” della storia della seconda metà del XX secolo, chiedendosi fino a che punto i nostri strumenti siano in grado di rispecchiare questo “fluire”; fino a che punto si riesca a comprenderne l’intero corso e fino a che punto sia possibile farne poi una sintesi.
Le foto fanno riflettere, così come colpisce la narrazione.
L’autore parte da molto lontano, evoca Erodoto su una domanda fondamentale: vuole scoprire le cause della guerra. Si chiede come mai gli avversari si combattano tra loro.
Considera molto importante la memoria personale che differenzia ognuno di noi, sulla quale ha una sua tesi molto singolare: sostiene, infatti, che l’uomo cominci ad essere “uomo”, in quanto essere umano, partendo dal suo ricordo più remoto, definendolo una parte essenziale della coscienza umana.
Nel secondo capitolo del libro analizza il fenomeno della cosiddetta decolonizzazione. All’inizio del XX secolo il piccolo ma importante gruppo di Stati che governavano il pianeta erano i padroni delle colonie d’oltremare, territori a loro assoggettati e da loro dipendenti nel Sud del mondo, oggi, a distanza poco più di cento anni queste colonie sono comparse.
Circa 200 Stati profondamente diversi tra loro, formalmente indipendenti, sono nati attraverso il processo della cosiddetta decolonizzazione che si è svolta quasi ovunque secondo un medesimo schema, ossia: forze politiche che al termine della seconda guerra mondiale si sono raggruppate, quasi sempre attorno ad un fronte unitario composto in maggioranza da intellettuali.
La divisione dei “tre mondi” risale alla metà del secolo scorso e la denominazione “Terzo Mondo” proviene dal demografo francese Alfred Sauvy.
Nel capitolo l’autore si trova ad analizzare l’epoca coloniale, nello specifico valuta l’Africa occidentale ove la conquista si è compiuta sotto forma di graduale penetrazione economica.
L’autore descrive l’Africa come la più preziosa di tutte le sue esperienze. Sostiene che la parola “Africa” sia un modo molto riduttivo per definirne il continente, mentre, in realtà si tratterebbe di un mondo quanto mai variegato.
Negli anni della Guerra Fredda nel continente si intromisero subito le grandi potenze, che favorirono personaggi di infimo grado, magari non troppo perspicaci ma obbedienti: Mobuto, Bokassa, Idi Amin, Menghistu, Hailè Mariam solo cinici opportunisti, disposti a tutto e dotati di astuzia animalesca.
Gli anni 60 furono il decennio dei colpi di stato militari. Durante le guerre etniche gli intellettuali divennero “selvaggina cui dare la caccia”. Massacri sanguinosi e lontani dalla nostra “Europa” spesso dimenticati dal resto del Mondo.
È anche una denuncia ai paesi occidentali che quando non erano direttamente coinvolti in un conflitto, vi mantenevano comunque i loro interessi economici, e stavano ben attenti alla loro immagine “pulita” nei confronti dell’opinione pubblica.
Il comportamento delle nazioni si riflette in quello dell’informazione.
I corrispondenti spesso vengono inviati sul posto solo dopo lo scoppio dei conflitti e una volta sul posto fanno solo il conto dei morti e feriti per poi andarsene. Il giornalista è cosi sballottato da una zona di guerra all’altra, strumentalizzato dalle forze politiche. Kapuscinski cercava di scoprire e di andare oltre la facciata e le scarne informazioni che gli arrivavano dalle fonti istituzionalizzate.
Nel terzo capitolo Kapuscinski racconta di quando arrivò nel Congo (1960) con la stampa mondiale che traboccava di articoli sull’estrema pericolosità del conflitto in atto. Si temeva il peggio, l’Africa era sempre associata a qualcosa di molto pericoloso e di incerto.
Anche se le nazioni occidentali si facevano promotrici dei diritti umani e della tutela della libertà di ogni persona nel mondo, nei casi di genocidio e di conflitto nei paesi Africani e nel Medioriente, la popolazione civile era spesso dimenticata, riducendo il tutto a scontri tribali, brutali e privi di senso. Kapuscinski descrive le difficoltà che il corrispondente estero si trovava ad affrontare una volta arrivato sul posto.
I capi della Pap proposero a Kapuscinski di diventare il loro corrispondente fisso dall’America Latina. Partito nell’autunno del 1967 vi trascorse quattro anni fino al 1972. Vi giunse per la prima volta due mesi dopo la morte, a 39 anni, di Ernesto Che Guevara e la brutale liquidazione del suo reparto partigiano in Bolivia. Tuttavia la figura del Che continua a sopravvivere nelle memorie e nelle coscienze. La sua morte chiudeva la fase del cruento e violentissimo scontro impersonato dalla lotta armata e dai moti partigiani dei contadini contro le élite al governo quasi sempre dominate dai militari.
Per trovare informazioni e scoop bisognava sapersi destreggiare tra pratiche burocratiche molto severe e segreti militari che non ammettevano l’uscita di alcun tipo di notizia. Ci sono rigide regole a cui il giornalista deve attenersi se non vuole incorrere a gravi conseguenze o esporsi ai rischi che un’area di guerra può dare.
In America latina la scena politica era divisa in due partiti: quello dei militari e quello dei civili. La storia di questi paesi si riduceva alla continua lotta tra i due gruppi diventando una delle caratteristiche distintive dei regimi dell’America Latina: l’alternarsi di governi militari e civili.
Kapuscinski incontra l’islam nel 1956 durante il suo primo viaggio in India, Pakistan e Afghanistan. Nel capitolo quinto narra di questa sua nuova esperienza. Islam è una delle grandi religioni planetarie che penetra i continenti, culture e lingue quanto mai diversi tra loro. Rilevava il profondo senso religioso della vita dei mussulmani che conferisce loro un sentimento straordinariamente forte di identità, di comunione, di unità.
Intorno all’islam, oggi, vi è in corso un grande gioco politico, i media cercano di creare nell’inconscio dello spettatore di massa un associazione islam-terrorismo anche se in realtà i movimenti terroristici non costituiscono che una minima parte del mondo islamico.
Nel capitolo sesto Kapuscinski racconta di quando visita la Russia e ne analizza la storia. La descrive come un immenso paese situato in una posizione molto importante del nostro pianeta. La storia della Russi è stata per secoli la storia di un’incessante espansione, improntata per centinai di anni allo spirito di scoperta di nuove zone del mondo. Ma le sue dimensioni, all’inizio del XX secolo sono diventate una sorta di trappola. Nessuno è riuscito a prevedere il momento della caduta dell’impero sovietico, la caduta è da ricollegare a vari motivi, il principale, secondo Kapuscinski, era l’enorme dispendio di risorse per tenere testa alla corsa al potenziamento dell’arsenale nucleare messo in atto dall’amministrazione americana nell’era Regan. La peculiarità è che la Russia pur non essendo mai stata sconfitta sul campo, è crollata per la sua stessa incapacità di adeguarsi ai cambiamenti. Il crollo della struttura statale e di quella ideologica innescarono un inevitabilmente periodo di crisi profonda.
Oggi la Russia si trova ad un bivio ove si trovano a scontrarsi due forze: quella degli slavofili che vorrebbero mantenere la Russia come un mondo a parte e quella degli occidentalisti che vorrebbero annettere la Russia all’Occidente.
Nel settimo capitolo Kapuscinski afferma di essersi occupato per interi decenni del Terzo Mondo convinto che solo li si svolgesse la vera storia. Riportando però il suo interesse sull’Europa, si accorse la presenza di “due Europe”: quella occidentale “sviluppata” e quella orientale “sottosviluppata”. Sostiene inoltre, che in seguito ai suoi viaggi tra i Paesi dell’ex Unione Sovietica e in Russia la divisione in due Europe non solo permane ma si è addirittura approfondita. L’emigrato russo Heller sostiene che il comunismo è stato sconfitto su tutti i fronti tranne che su quello dell’educazione dell’uomo. Si tratta di un sistema che lascia tracce durature nella mentalità, nel modo di vedere il mondo, nella valutazione della realtà.
Nel 1989 subito dopo la caduta del muro ci fu un grande momento di euforia, presto seguito dalla delusione. Quello che ha colpito Kapuscinscki è stata la mancanza da entrambe le parti dell’Europa, di un tentativo di avvicinamento, del desiderio di conoscersi a vicenda e di cercare una piattaforma comune. In realtà, sostiene Kapuscinski l’Europa occidentale: “parla molto della creazione di un’unica Europa, ma in realtà non la vuole”. La nuova configurazione si traduce in sempre più società e sempre meno stato. Oggi che non esiste più il mondo bipolare le questioni sono diventate molto più complicate e complesse.
Negli ultimi 5 secoli, ossia dal tempo delle spedizioni di Colombo la cultura dominante del nostro pianeta era quella europea i cui modelli, i cui simboli hanno rappresentato un criterio universalmente accettato.
Visitare il mondo, oggi, riferisce l’autore, significa partire per zone contrassegnate da caratteristiche molto più specifiche di una volta. Un tempo la dominazione europea ci faceva sentire a casa nostra più o meno in tutto il mondo. Oggi la presenza europea si va sempre più restringendo. È iniziata la detronizzazione dell’Europa. Una volta erano solo gli europei a viaggiare per il mondo ora si assiste al processo inverso: gli europei si ritirano in Europa.
L’esclusività dell’Europa occidentale è finita, la tanto sognata Europa non esiste più. Il processo di creazione di un’Europa multiculturale si svolgerà ad un ritmo sempre più veloce. Le trasformazioni demografiche in atto nel mondo assumono proporzioni delle quali nemmeno ci rendiamo conto.
L’Europa sta perdendo la sua identità tradizionale: è sempre meno un continente di cristiani bianchi e sempre più una zona multiculturale e multireligiosa. Il rapporto con l’islam sta diventando un problema interno del mondo europeo. Gli americani rimproverano gli europei occidentali di essersi chiusi in sé stessi, una chiusura che oggi è il punto più debole della cultura del Vecchio continente. L’Europa deve trovarsi un nuova collocazione sulla mappa del Mondo, l’autore è convinto che stiamo passando dall’ “Europa-Mondo” all’ “Europa nel Mondo”, questa, è la grande svolta davanti alla quale si trova il nostro continente.
Nell’ottavo capitolo Kapuscinski apre una profonda riflessione sul mondo attuale sopravvissuto a tutti gli sconvolgimenti del XX secolo: un mondo multiforme una sorte di variegato collage.
Kapuscinski non esista a ritornare su Erodoto: “ci si rende conto dell’impossibilità di conoscere la propria cultura senza conoscere quella degli altri”, si tratta della “teoria degli specchi”, secondo la quale la nostra cultura si specchia nelle altre, solo a quel punto inizia a diventare comprensibile. Le altre culture sono specchi nei quali ci riflettiamo e nei quali riusciamo realmente a vederci come siamo. Quello che dobbiamo chiederci è se, vivendo in culture, civiltà e religioni diverse, vogliamo cercarvi gli aspetti peggiori per rafforzare i nostri stereotipi, oppure sforzarci di scoprirvi dei punti di contatto.
Siamo 6 miliardi di individui che vivono in decine di culture, religioni e lingue diverse, con migliaia di interessi e bisogni diversi.
Diffondere oggi il conflitto di civiltà è pericoloso. Il problema sta nel vedere che cosa finirà per dominare il mondo.
L’autore pone il focus della questione sulla tragedia dell’11 settembre che in ultima analisi considera una conseguenza del prevalere dell’economia sulla politica.
In tutto il mondo si nota un progressivo indebolimento dello Stato, in effetti lo Stato ha perso i suoi principali attributi di governo e di controllo, a causa dell’odierno stratosferico sviluppo dei mezzi di comunicazione e di collegamento globale. L’economia del mondo sfugge al controllo statale, essendo la Stato una forza di tipo prettamente territoriale. Tutto ciò accade perché dalla fine del XX secolo è avvenuto un forte processo di eliminazione del controllo sociale sul potere. Conseguentemente tutti i meccanismi di controllo, di pressione e di correzione, una volta potenti, sono stati completamente esautorati, le sedi in cui vengono prese le decisioni si sono liberate da ogni controllo sociale. In base a questa consapevolezza molte persone non va più nemmeno a votare. Il voto è considerato un gesto puramente formale, tale atteggiamento esprime la totale indifferenza della società verso il potere, dovuta ad un senso di impotenza.
Affrontando il contemporaneo problema del terrorismo Kapuscinski rileva come i grandi Stati tentino di reagire al fenomeno con metodi puramente militari, dimenticando in tal modo che lo si può limitare, spiare, indebolire.. ma non liquidare. Qui l’autore giunge al nucleo centrale della riflessione: il terrorismo in prospettiva richiederà una guerra lunga di fronte alla quale non ci saranno né effetti immediati, né soluzioni spettacolari.
Ritornando sulla questione della globalizzazione Kapuscinski ci avvisa di tutta una serie di minacce incombenti sul mondo: il modo ricco non riuscirà più a isolarsi e a starsene per proprio conto, le riserve mondiali sono troppo esigue e i meccanismi della loro distribuzione o redistribuzione troppo imperfetti.
Secondo la propaganda semplificante dei grandi media la globalizzazione rappresenterebbe la via del benessere per tutti, ma non è proprio così, a guadagnarci, di fatto, sono solo i più potenti: banche, corporazioni che tengono al libero mercato. Esiste una teoria secondo la quale la globalizzazione sarebbe una diversa forma di colonizzazione.
Queste riflessioni ci consentono d’interpretare in maniera diversa gli avvenimenti dell’11 settembre, in quanto ci dimostrano che abbiamo a che fare con forze che nessuno realmente controlla e che in futuro saranno ancora più difficili da dominare. Kapuscinski afferma che si potrebbe identificare l’11 settembre come un sintomo delle malattie che pesano sul Mondo e, di conseguenza, si dovrebbe aprire un dibattito su quelle forze che, accumulatesi per anni, hanno finito poi per manifestarsi in modo così atroce.
Il libro non finisce senza una nota di speranza. Nel nono capitolo Kapuscinski individua nell’Asia centro-orientale, definita “la civiltà del Pacifico” la nuova nascente civiltà del XXI secolo, ove attualmente si concentra la maggior parte del capitale. È lì che si sposta il cuore pulsante dell’economia mondiale, il capitale vi affluisce non solo per motivi economici, ma anche culturali. Esiste una condizione particolarmente favorevole proprio nell’ambito delle culture asiatiche, che offrono la possibilità di coniugare tre importanti elementi della cultura asiatica tradizionale: il lavoro, il risparmio e la disciplina.
Nella storia dell’umanità esistono dei momenti in cui il mondo sboccia producendo una meravigliosa esplosione del pensiero umano. Purtroppo finora nessuno ha mai pensato di accomunare, in modo concreto, le culture gravitanti sulle diverse sponde del Pacifico. Oggi, grazie alla rivoluzione elettronica e tecnologica questa civiltà, si auspica, potrà finalmente organizzarsi.
La Cina è lo Stato demograficamente più vasto del mondo e in continua crescita. Come l’islam, la civiltà cinese si dimostra refrattaria agli influssi della civiltà americana. La Cina, molto ambiziosa, aspira a svolgere un ruolo egemone nella cosiddetta “Civiltà del Pacifico”.
Su questa riflessione Kapuscinski innesta il fenomeno delle migrazioni. Oggi gli immigrati stanno fisicamente in un luogo, ma attingono altrove la loro aspirazione culturale. L’emigrazione è un’unione tra la speranza ed il movimento. La speranza si avvera grazie al movimento. La gente cerca di migliorare le proprie condizioni di vita attraverso il movimento spostandosi da un luogo che considera “cattivo” ad un luogo che considera “buono”. Kapuscinski afferma che si tratta di un processo irreversibile, profondamente connaturato al pensiero dell’uomo. L’emigrazione è un processo che esiste da sempre, ma la scala su cui attualmente si svolge è immensa e finora mai riscontrata nella storia.
La storia tradizionale è stata una “storia di popoli”. Oggi per la prima volta dai tempi dell’Impero romano esiste la possibilità di creare una “storia delle civiltà”.
Questa nascente civiltà del Pacifico, rivela Kapuscinski con grande suggestione, rappresenterà un nuovo tipo di rapporto tra il mondo sviluppato e quello sottosviluppato, un rapporto basato sull’apertura, sulla speranza, sulla pluri-nazionalità.
Kapuscinski ci lascia con l’auspicio di un mondo trasformato dove i rapporti saranno improntati più alla collaborazione e costruttività, che allo sfruttamento e alla distruzione.
Giuseppe Angelini
Immagini significative che raccontano di guerre, di uomini e donne rassegnati, disperati, che pregano.. Immagini che rivelano come la civiltà dei media cerchi di imporre gli standard di massa (Jeans, Coca-Cola..) ai quali le culture, rimaste fedeli ai loro valori nazional-religiosi si oppongono.
D’altro canto, Ryszard Kapuscinski ha trascorso la sua vita professionale ad osservare il “divenire” della storia della seconda metà del XX secolo, chiedendosi fino a che punto i nostri strumenti siano in grado di rispecchiare questo “fluire”; fino a che punto si riesca a comprenderne l’intero corso e fino a che punto sia possibile farne poi una sintesi.
Le foto fanno riflettere, così come colpisce la narrazione.
L’autore parte da molto lontano, evoca Erodoto su una domanda fondamentale: vuole scoprire le cause della guerra. Si chiede come mai gli avversari si combattano tra loro.
Considera molto importante la memoria personale che differenzia ognuno di noi, sulla quale ha una sua tesi molto singolare: sostiene, infatti, che l’uomo cominci ad essere “uomo”, in quanto essere umano, partendo dal suo ricordo più remoto, definendolo una parte essenziale della coscienza umana.
Nel secondo capitolo del libro analizza il fenomeno della cosiddetta decolonizzazione. All’inizio del XX secolo il piccolo ma importante gruppo di Stati che governavano il pianeta erano i padroni delle colonie d’oltremare, territori a loro assoggettati e da loro dipendenti nel Sud del mondo, oggi, a distanza poco più di cento anni queste colonie sono comparse.
Circa 200 Stati profondamente diversi tra loro, formalmente indipendenti, sono nati attraverso il processo della cosiddetta decolonizzazione che si è svolta quasi ovunque secondo un medesimo schema, ossia: forze politiche che al termine della seconda guerra mondiale si sono raggruppate, quasi sempre attorno ad un fronte unitario composto in maggioranza da intellettuali.
La divisione dei “tre mondi” risale alla metà del secolo scorso e la denominazione “Terzo Mondo” proviene dal demografo francese Alfred Sauvy.
Nel capitolo l’autore si trova ad analizzare l’epoca coloniale, nello specifico valuta l’Africa occidentale ove la conquista si è compiuta sotto forma di graduale penetrazione economica.
L’autore descrive l’Africa come la più preziosa di tutte le sue esperienze. Sostiene che la parola “Africa” sia un modo molto riduttivo per definirne il continente, mentre, in realtà si tratterebbe di un mondo quanto mai variegato.
Negli anni della Guerra Fredda nel continente si intromisero subito le grandi potenze, che favorirono personaggi di infimo grado, magari non troppo perspicaci ma obbedienti: Mobuto, Bokassa, Idi Amin, Menghistu, Hailè Mariam solo cinici opportunisti, disposti a tutto e dotati di astuzia animalesca.
Gli anni 60 furono il decennio dei colpi di stato militari. Durante le guerre etniche gli intellettuali divennero “selvaggina cui dare la caccia”. Massacri sanguinosi e lontani dalla nostra “Europa” spesso dimenticati dal resto del Mondo.
È anche una denuncia ai paesi occidentali che quando non erano direttamente coinvolti in un conflitto, vi mantenevano comunque i loro interessi economici, e stavano ben attenti alla loro immagine “pulita” nei confronti dell’opinione pubblica.
Il comportamento delle nazioni si riflette in quello dell’informazione.
I corrispondenti spesso vengono inviati sul posto solo dopo lo scoppio dei conflitti e una volta sul posto fanno solo il conto dei morti e feriti per poi andarsene. Il giornalista è cosi sballottato da una zona di guerra all’altra, strumentalizzato dalle forze politiche. Kapuscinski cercava di scoprire e di andare oltre la facciata e le scarne informazioni che gli arrivavano dalle fonti istituzionalizzate.
Nel terzo capitolo Kapuscinski racconta di quando arrivò nel Congo (1960) con la stampa mondiale che traboccava di articoli sull’estrema pericolosità del conflitto in atto. Si temeva il peggio, l’Africa era sempre associata a qualcosa di molto pericoloso e di incerto.
Anche se le nazioni occidentali si facevano promotrici dei diritti umani e della tutela della libertà di ogni persona nel mondo, nei casi di genocidio e di conflitto nei paesi Africani e nel Medioriente, la popolazione civile era spesso dimenticata, riducendo il tutto a scontri tribali, brutali e privi di senso. Kapuscinski descrive le difficoltà che il corrispondente estero si trovava ad affrontare una volta arrivato sul posto.
I capi della Pap proposero a Kapuscinski di diventare il loro corrispondente fisso dall’America Latina. Partito nell’autunno del 1967 vi trascorse quattro anni fino al 1972. Vi giunse per la prima volta due mesi dopo la morte, a 39 anni, di Ernesto Che Guevara e la brutale liquidazione del suo reparto partigiano in Bolivia. Tuttavia la figura del Che continua a sopravvivere nelle memorie e nelle coscienze. La sua morte chiudeva la fase del cruento e violentissimo scontro impersonato dalla lotta armata e dai moti partigiani dei contadini contro le élite al governo quasi sempre dominate dai militari.
Per trovare informazioni e scoop bisognava sapersi destreggiare tra pratiche burocratiche molto severe e segreti militari che non ammettevano l’uscita di alcun tipo di notizia. Ci sono rigide regole a cui il giornalista deve attenersi se non vuole incorrere a gravi conseguenze o esporsi ai rischi che un’area di guerra può dare.
In America latina la scena politica era divisa in due partiti: quello dei militari e quello dei civili. La storia di questi paesi si riduceva alla continua lotta tra i due gruppi diventando una delle caratteristiche distintive dei regimi dell’America Latina: l’alternarsi di governi militari e civili.
Kapuscinski incontra l’islam nel 1956 durante il suo primo viaggio in India, Pakistan e Afghanistan. Nel capitolo quinto narra di questa sua nuova esperienza. Islam è una delle grandi religioni planetarie che penetra i continenti, culture e lingue quanto mai diversi tra loro. Rilevava il profondo senso religioso della vita dei mussulmani che conferisce loro un sentimento straordinariamente forte di identità, di comunione, di unità.
Intorno all’islam, oggi, vi è in corso un grande gioco politico, i media cercano di creare nell’inconscio dello spettatore di massa un associazione islam-terrorismo anche se in realtà i movimenti terroristici non costituiscono che una minima parte del mondo islamico.
Nel capitolo sesto Kapuscinski racconta di quando visita la Russia e ne analizza la storia. La descrive come un immenso paese situato in una posizione molto importante del nostro pianeta. La storia della Russi è stata per secoli la storia di un’incessante espansione, improntata per centinai di anni allo spirito di scoperta di nuove zone del mondo. Ma le sue dimensioni, all’inizio del XX secolo sono diventate una sorta di trappola. Nessuno è riuscito a prevedere il momento della caduta dell’impero sovietico, la caduta è da ricollegare a vari motivi, il principale, secondo Kapuscinski, era l’enorme dispendio di risorse per tenere testa alla corsa al potenziamento dell’arsenale nucleare messo in atto dall’amministrazione americana nell’era Regan. La peculiarità è che la Russia pur non essendo mai stata sconfitta sul campo, è crollata per la sua stessa incapacità di adeguarsi ai cambiamenti. Il crollo della struttura statale e di quella ideologica innescarono un inevitabilmente periodo di crisi profonda.
Oggi la Russia si trova ad un bivio ove si trovano a scontrarsi due forze: quella degli slavofili che vorrebbero mantenere la Russia come un mondo a parte e quella degli occidentalisti che vorrebbero annettere la Russia all’Occidente.
Nel settimo capitolo Kapuscinski afferma di essersi occupato per interi decenni del Terzo Mondo convinto che solo li si svolgesse la vera storia. Riportando però il suo interesse sull’Europa, si accorse la presenza di “due Europe”: quella occidentale “sviluppata” e quella orientale “sottosviluppata”. Sostiene inoltre, che in seguito ai suoi viaggi tra i Paesi dell’ex Unione Sovietica e in Russia la divisione in due Europe non solo permane ma si è addirittura approfondita. L’emigrato russo Heller sostiene che il comunismo è stato sconfitto su tutti i fronti tranne che su quello dell’educazione dell’uomo. Si tratta di un sistema che lascia tracce durature nella mentalità, nel modo di vedere il mondo, nella valutazione della realtà.
Nel 1989 subito dopo la caduta del muro ci fu un grande momento di euforia, presto seguito dalla delusione. Quello che ha colpito Kapuscinscki è stata la mancanza da entrambe le parti dell’Europa, di un tentativo di avvicinamento, del desiderio di conoscersi a vicenda e di cercare una piattaforma comune. In realtà, sostiene Kapuscinski l’Europa occidentale: “parla molto della creazione di un’unica Europa, ma in realtà non la vuole”. La nuova configurazione si traduce in sempre più società e sempre meno stato. Oggi che non esiste più il mondo bipolare le questioni sono diventate molto più complicate e complesse.
Negli ultimi 5 secoli, ossia dal tempo delle spedizioni di Colombo la cultura dominante del nostro pianeta era quella europea i cui modelli, i cui simboli hanno rappresentato un criterio universalmente accettato.
Visitare il mondo, oggi, riferisce l’autore, significa partire per zone contrassegnate da caratteristiche molto più specifiche di una volta. Un tempo la dominazione europea ci faceva sentire a casa nostra più o meno in tutto il mondo. Oggi la presenza europea si va sempre più restringendo. È iniziata la detronizzazione dell’Europa. Una volta erano solo gli europei a viaggiare per il mondo ora si assiste al processo inverso: gli europei si ritirano in Europa.
L’esclusività dell’Europa occidentale è finita, la tanto sognata Europa non esiste più. Il processo di creazione di un’Europa multiculturale si svolgerà ad un ritmo sempre più veloce. Le trasformazioni demografiche in atto nel mondo assumono proporzioni delle quali nemmeno ci rendiamo conto.
L’Europa sta perdendo la sua identità tradizionale: è sempre meno un continente di cristiani bianchi e sempre più una zona multiculturale e multireligiosa. Il rapporto con l’islam sta diventando un problema interno del mondo europeo. Gli americani rimproverano gli europei occidentali di essersi chiusi in sé stessi, una chiusura che oggi è il punto più debole della cultura del Vecchio continente. L’Europa deve trovarsi un nuova collocazione sulla mappa del Mondo, l’autore è convinto che stiamo passando dall’ “Europa-Mondo” all’ “Europa nel Mondo”, questa, è la grande svolta davanti alla quale si trova il nostro continente.
Nell’ottavo capitolo Kapuscinski apre una profonda riflessione sul mondo attuale sopravvissuto a tutti gli sconvolgimenti del XX secolo: un mondo multiforme una sorte di variegato collage.
Kapuscinski non esista a ritornare su Erodoto: “ci si rende conto dell’impossibilità di conoscere la propria cultura senza conoscere quella degli altri”, si tratta della “teoria degli specchi”, secondo la quale la nostra cultura si specchia nelle altre, solo a quel punto inizia a diventare comprensibile. Le altre culture sono specchi nei quali ci riflettiamo e nei quali riusciamo realmente a vederci come siamo. Quello che dobbiamo chiederci è se, vivendo in culture, civiltà e religioni diverse, vogliamo cercarvi gli aspetti peggiori per rafforzare i nostri stereotipi, oppure sforzarci di scoprirvi dei punti di contatto.
Siamo 6 miliardi di individui che vivono in decine di culture, religioni e lingue diverse, con migliaia di interessi e bisogni diversi.
Diffondere oggi il conflitto di civiltà è pericoloso. Il problema sta nel vedere che cosa finirà per dominare il mondo.
L’autore pone il focus della questione sulla tragedia dell’11 settembre che in ultima analisi considera una conseguenza del prevalere dell’economia sulla politica.
In tutto il mondo si nota un progressivo indebolimento dello Stato, in effetti lo Stato ha perso i suoi principali attributi di governo e di controllo, a causa dell’odierno stratosferico sviluppo dei mezzi di comunicazione e di collegamento globale. L’economia del mondo sfugge al controllo statale, essendo la Stato una forza di tipo prettamente territoriale. Tutto ciò accade perché dalla fine del XX secolo è avvenuto un forte processo di eliminazione del controllo sociale sul potere. Conseguentemente tutti i meccanismi di controllo, di pressione e di correzione, una volta potenti, sono stati completamente esautorati, le sedi in cui vengono prese le decisioni si sono liberate da ogni controllo sociale. In base a questa consapevolezza molte persone non va più nemmeno a votare. Il voto è considerato un gesto puramente formale, tale atteggiamento esprime la totale indifferenza della società verso il potere, dovuta ad un senso di impotenza.
Affrontando il contemporaneo problema del terrorismo Kapuscinski rileva come i grandi Stati tentino di reagire al fenomeno con metodi puramente militari, dimenticando in tal modo che lo si può limitare, spiare, indebolire.. ma non liquidare. Qui l’autore giunge al nucleo centrale della riflessione: il terrorismo in prospettiva richiederà una guerra lunga di fronte alla quale non ci saranno né effetti immediati, né soluzioni spettacolari.
Ritornando sulla questione della globalizzazione Kapuscinski ci avvisa di tutta una serie di minacce incombenti sul mondo: il modo ricco non riuscirà più a isolarsi e a starsene per proprio conto, le riserve mondiali sono troppo esigue e i meccanismi della loro distribuzione o redistribuzione troppo imperfetti.
Secondo la propaganda semplificante dei grandi media la globalizzazione rappresenterebbe la via del benessere per tutti, ma non è proprio così, a guadagnarci, di fatto, sono solo i più potenti: banche, corporazioni che tengono al libero mercato. Esiste una teoria secondo la quale la globalizzazione sarebbe una diversa forma di colonizzazione.
Queste riflessioni ci consentono d’interpretare in maniera diversa gli avvenimenti dell’11 settembre, in quanto ci dimostrano che abbiamo a che fare con forze che nessuno realmente controlla e che in futuro saranno ancora più difficili da dominare. Kapuscinski afferma che si potrebbe identificare l’11 settembre come un sintomo delle malattie che pesano sul Mondo e, di conseguenza, si dovrebbe aprire un dibattito su quelle forze che, accumulatesi per anni, hanno finito poi per manifestarsi in modo così atroce.
Il libro non finisce senza una nota di speranza. Nel nono capitolo Kapuscinski individua nell’Asia centro-orientale, definita “la civiltà del Pacifico” la nuova nascente civiltà del XXI secolo, ove attualmente si concentra la maggior parte del capitale. È lì che si sposta il cuore pulsante dell’economia mondiale, il capitale vi affluisce non solo per motivi economici, ma anche culturali. Esiste una condizione particolarmente favorevole proprio nell’ambito delle culture asiatiche, che offrono la possibilità di coniugare tre importanti elementi della cultura asiatica tradizionale: il lavoro, il risparmio e la disciplina.
Nella storia dell’umanità esistono dei momenti in cui il mondo sboccia producendo una meravigliosa esplosione del pensiero umano. Purtroppo finora nessuno ha mai pensato di accomunare, in modo concreto, le culture gravitanti sulle diverse sponde del Pacifico. Oggi, grazie alla rivoluzione elettronica e tecnologica questa civiltà, si auspica, potrà finalmente organizzarsi.
La Cina è lo Stato demograficamente più vasto del mondo e in continua crescita. Come l’islam, la civiltà cinese si dimostra refrattaria agli influssi della civiltà americana. La Cina, molto ambiziosa, aspira a svolgere un ruolo egemone nella cosiddetta “Civiltà del Pacifico”.
Su questa riflessione Kapuscinski innesta il fenomeno delle migrazioni. Oggi gli immigrati stanno fisicamente in un luogo, ma attingono altrove la loro aspirazione culturale. L’emigrazione è un’unione tra la speranza ed il movimento. La speranza si avvera grazie al movimento. La gente cerca di migliorare le proprie condizioni di vita attraverso il movimento spostandosi da un luogo che considera “cattivo” ad un luogo che considera “buono”. Kapuscinski afferma che si tratta di un processo irreversibile, profondamente connaturato al pensiero dell’uomo. L’emigrazione è un processo che esiste da sempre, ma la scala su cui attualmente si svolge è immensa e finora mai riscontrata nella storia.
La storia tradizionale è stata una “storia di popoli”. Oggi per la prima volta dai tempi dell’Impero romano esiste la possibilità di creare una “storia delle civiltà”.
Questa nascente civiltà del Pacifico, rivela Kapuscinski con grande suggestione, rappresenterà un nuovo tipo di rapporto tra il mondo sviluppato e quello sottosviluppato, un rapporto basato sull’apertura, sulla speranza, sulla pluri-nazionalità.
Kapuscinski ci lascia con l’auspicio di un mondo trasformato dove i rapporti saranno improntati più alla collaborazione e costruttività, che allo sfruttamento e alla distruzione.
Giuseppe Angelini
Kyszard Kapuscinski
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano 2015, pp. 191 (Prima edizione 2009)
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05 dicembre 2017
In libreria
Flavio Fusi
Cronache infedeli
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
Descrizione
Cronache infedeli
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
Descrizione
Un diario di viaggio. Un viaggio di trent’anni attraverso i cambiamenti di un mondo in tumulto. Nuove geografie e frontiere, fragili paesi che nascono, antiche nazioni che si spengono come stelle fredde, intere comunità costrette all’esilio. Da Sarajevo assediata a Berlino liberata dal Muro, da New York inginocchiata davanti alle rovine delle Twin Towers a Mosca che maledice il proprio passato, il cronista raccoglie e racconta, cercando di mettere ordine nel caos che lo circonda. Il cronista è un testimone incantato: di notte vengono a trovarlo in sogno gli spettri benevoli dei compagni che ha incontrato lungo i sentieri dell’Africa, nei villaggi massacrati dell’America Latina e dei Balcani, nelle province dell’Impero sovietico in agonia. Il cronista non è un giudice, ma sempre e soltanto un complice. Un libro di memorie, sogni e ricordi. Una storia vera, autentica e infedele: una storia, in fondo, sommamente bugiarda.
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30 settembre 2017
In libreria
Samar Yazbek
Passaggi in Siria
Sellerio, Palermo, 2017, pp. 348.
Descrizione
Passaggi in Siria
Sellerio, Palermo, 2017, pp. 348.
Descrizione
«Dall’istante in cui inizierete a leggere questo libro, la scrittura di Samar Yazbek vi colpirà come un pugno nello stomaco. La sua prosa è talmente raffinata che riuscirete a udire perfino gli uccellini in gabbia e a sentire il profumo di donne truccate alla perfezione. Dopodiché, da qualche parte nelle vicinanze cadrà una bomba e dal soffitto si staccherà una scheggia di intonaco, perché la storia raccontata in queste pagine è una condanna senza appello». Sono le parole di Christina Lamb, autrice di Io sono Malala, dall’introduzione all’edizione inglese di questo Passaggi in Siria, straordinaria testimonianza del conflitto siriano. All’inizio delle rivolte, nel marzo 2011, Yazbek, giornalista e scrittrice affermata, regista e sceneggiatrice per il cinema e la tv, sceglie di scendere in piazza per difendere la libertà di espressione, regolarmente negata dai regimi autoritari che si sono succeduti nel suo paese. Denuncia i crimini perpetrati da Bashar
al-Assad, rivendica maggiori diritti per le donne e l’abolizione della censura. Viene prima trattenuta dalle forze dell’ordine, poi, quando la sua voce diventa troppo invisa al governo e la sua presenza in Siria un rischio, si trasferisce a Parigi, dove persevera nel suo attivismo politico.. In esilio continua a battersi denunciando le atrocità, urlando all’Occidente il bisogno disperato di aiuti umanitari e la necessità di intervenire per fermare ulteriori spargimenti di sangue. Ma il richiamo delle radici e il senso di responsabilità si rivelano troppo forti e Samar Yazbek inizia così a migra; a ritornare in Siria illegalmente, attraversando a piedi il confine turco. Una volta dentro la scrittrice visita le zone «liberate» dal controllo del regime di Assad e occupate dal Free Army dei ribelli o dagli estremisti islamici. Si impegna per offrire sostegno alle persone bisognose. Ascolta testimonianze, storie di singoli individui e di intere famiglie, molte donne, ragazze e bambine che mutano l’orrore in parole da consegnare al mondo. Raccoglie immagini ed emozioni, assiste a scontri armati, alla crudeltà dei cecchini, ai bombardamenti. Vive lutti e speranze, e con questa materia incandescente plasma un racconto che non è un romanzo né un saggio ma li contiene entrambi, senza mai tradire la realtà. Secondo The Observer è un libro essenziale, «uno dei primi classici politici del XXI secolo».
al-Assad, rivendica maggiori diritti per le donne e l’abolizione della censura. Viene prima trattenuta dalle forze dell’ordine, poi, quando la sua voce diventa troppo invisa al governo e la sua presenza in Siria un rischio, si trasferisce a Parigi, dove persevera nel suo attivismo politico.. In esilio continua a battersi denunciando le atrocità, urlando all’Occidente il bisogno disperato di aiuti umanitari e la necessità di intervenire per fermare ulteriori spargimenti di sangue. Ma il richiamo delle radici e il senso di responsabilità si rivelano troppo forti e Samar Yazbek inizia così a migra; a ritornare in Siria illegalmente, attraversando a piedi il confine turco. Una volta dentro la scrittrice visita le zone «liberate» dal controllo del regime di Assad e occupate dal Free Army dei ribelli o dagli estremisti islamici. Si impegna per offrire sostegno alle persone bisognose. Ascolta testimonianze, storie di singoli individui e di intere famiglie, molte donne, ragazze e bambine che mutano l’orrore in parole da consegnare al mondo. Raccoglie immagini ed emozioni, assiste a scontri armati, alla crudeltà dei cecchini, ai bombardamenti. Vive lutti e speranze, e con questa materia incandescente plasma un racconto che non è un romanzo né un saggio ma li contiene entrambi, senza mai tradire la realtà. Secondo The Observer è un libro essenziale, «uno dei primi classici politici del XXI secolo».
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14 giugno 2017
Cronache di guerra
Trentadue fotografie in bianco e nero aprono il libro di Giovanni Porzio. Raccontano di guerre, di uomini disperati, di donne che pregano, di feriti e di morti. Immagini crude che catturano pezzi di realtà così come il giornalista l’ha vista. Le foto colpiscono, ma anche il racconto, quasi come in un diario, il racconto prosegue incalzante, non risparmiando nulla. L’autore si ritrova a fare reportage nei conflitti che hanno segnato la storia dell’uomo. Somalia, Ruanda, Zaire, Kosovo, Palestina, Afghanistan, Iraq. Guerre sanguinose e lontane dalla “nostra” Europa e che spesso sono state dimenticate dal resto del mondo. È una denuncia ai paesi Occidentali, che quando non sono direttamente coinvolti in un conflitto, non intervengono repentinamente ma si curano di nascondere i propri interessi economici, stando ben attenti alla loro immagine nei confronti dell’opinione pubblica. Il comportamento delle nazioni si riflette in quello dell’informazione. I reporter vengono mandati solo dopo lo scoppio dei conflitti e quando arrivano sul posto, fanno il conteggi di morti, feriti e armi, per poi andarsene. Il giornalista è così sballottato da una zona di guerra all’altra, strumentalizzato dalle forze politiche. Porzio cerca di scoprire e di andare oltre la facciata e le informazioni povere che gli arrivano dalle fonti istituzionalizzate. La sua è anche una denuncia al lavoro del giornalista che lo vede impegnato a fare conteggi di vittime e carnefici, spostandosi da una guerra all’altra. Quando Porzio arriva in Ruanda le stragi sono già finite. I massacri a colpi di machete si possono raccontare solo con i cadaveri nascosti nel bosco o nelle fosse comuni. A volte si riesce a trovare qualche testimone e i loro racconti non fanno che confermare la crudeltà delle morti di quel popolo dimenticato dal resto del mondo. Anche se le nazioni occidentali si fanno promotrici dei diritti umani e tutelartici delle libertà di ogni persona nel mondo, nei casi come i genocidi e i conflitti nei Paesi africani e del Medioriente (ma anche per casi molto vicini come il Kosovo), la popolazione viene dimenticata facilmente, riducendo il tutto a scontri tribali, brutali e privi di senso.
In questo libro si parla del lavoro di reporter e delle difficoltà che si trovano ad affrontare una volta arrivati sul posto. Per trovare informazioni e scoop bisogna sapersi destreggiare tra pratiche burocratiche molto severe e segreti militari che non ammettono il trapelamento di alcun tipo di notizia. Vi sono rigide regole a cui il giornalista deve attenersi se non vuole incorrere a gravi conseguenze o esporsi ai rischi che un’area di guerra può avere. A Baghdad, Porzio e alcuni suoi colleghi, sono stati catturati dai soldati di Saddam mentre tentavano di andare sul confine per raccogliere notizie di prima mano. Furono rilasciati tutti, ma i giorni di prigionia misero a dura prova il loro spirito di adattamento.
Con l’innovazione tecnologica ci sono stati grandi cambiamenti nel mestiere del reporter. Grazie al telefono satellitare, inaugurato dalla Cnn durante la guerra del Golfo, le informazioni possono essere inviate alla redazione in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. La guerra quindi si è trasformata in un evento in diretta sulle televisioni di tutto il mondo. Chi controlla le notizie provenienti dai conflitti “lontani” ha una grande responsabilità nei confronti dell’opinione pubblica.
La propaganda per fini politici e militari è da sempre stata usata, fin dai tempi di Carlo Magno e Giulio Cesare e ora con internet e smartphone alla portata di tutti, la gestione delle informazioni è diventata una questione delicata. Ognuno è sommerso da informazioni provenienti da tutto il mondo e la verifica delle fonti non è sempre accurata come dovrebbe essere. Spesso sono gli stessi governi che attuano un rigido controllo sulle informazioni che riguardano la guerra. Le fonti limitate e sempre più istituzionalizzate portano a notizie povere di contenuto e spessore, lasciando a chi detiene il potere il pieno utilizzo delle informazioni per controllare l’opinione pubblica. E per il reporter cercare di fornire un quadro più completo e approfondito del conflitto diventa un lavoro molto difficile. Porzio ci mette di fronte alla censura e alla controinformazione che gli stessi stati attuano sulle proprie testate. Un aspetto che tendiamo a dimenticare. In Italia, prima della guerra del Golfo, la Rai aveva proibito la messa in onda dell’intervista di Saddam ottenuta da Bruno Vespa.
Tra interessi economici, politici, operazioni militari, attacchi dei nemici e rapimenti, il reporter deve riuscire a raccogliere informazione per farne notizie da inviare alla redazione. Deve rispettare le rigide regole dello stato in cui si trova, altrimenti c’è l’espulsione.
Ad ogni capitolo si è proiettati in un nuovo paese, un nuovo conflitto senza preavviso e con un ritmo incalzante. Porzio ti catapulta in realtà passate, ti descrive ciò che ha vissuto, attraverso i suoi occhi e la sua mente. Non vengono risparmiate immagini crude o pensieri scomodi. Come un diario ci si addentra nel raccontare ciò che si è visto nei telegiornali, retroscena celati, testimonianze di uomini e donne che hanno visto la guerra e le sue atrocità, ma anche di attentatori suicidi e della loro storia ricostruita a ritroso.
Porzio ci lascia con un’immagine di un mondo indifferente. Ancora oggi ci sono conflitti, genocidi da 200.000 morti e centinaia di migliaia di rifugiati di cui nessuno parla. Guerre snobbate dai media perché non rientrano negli interessi economici e strategici dell’Occidente. Scontri etichettati come “lotte tribali” o “colpi di stato falliti” senza indagare su ciò che è accaduto davvero, sulle cause o sulle soluzioni. Un giornalismo questo, rivolto alla guerra, senza considerare la pace ma che insegue gli interessi di chi detiene il potere e le risorse economiche.
Alice Mangolini
Giovanni Porzio
Cronache dalle terre di nessuno. Sedici anni da inviato sulla linea del fuoco. Guerre, informazione, propaganda
Milanostampa, Milano, 2007.Cronache dalle terre di nessuno. Sedici anni da inviato sulla linea del fuoco. Guerre, informazione, propaganda
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Recensione
10 giugno 2017
Rober Fisk, il tafano inglese
Robert
Fisk è uno dei più autorevoli giornalisti in tema di Medioriente. Vive a
Beirut, conosce perfettamente l'arabo e la società mussulmana, ma soprattutto
ha passato gli ultimi trent'anni sui principali fronti dell'Asia Minore – prima
per il Times e poi per l'Indipendent – ed è stato l'unico
giornalista occidentale a intervistare Osama Bin Laden, per ben tre volte.
Nelle sue Cronache mediorientali l'autore regala uno spaccato
obiettivo e completo della storia di questa regione negli ultimi cento anni
almeno. Una storia nella quale l'Occidente ha avuto un peso consistente e dalla
quale ne esce con un ritratto tutt'altro che lusinghiero. Egli, pugnace e
approfittatore, pare una sorta di amante per il Medioriente, spirituale e
orgogliosa: le promette più volte libertà e democrazia, ma sono vane speranze.
Sì, perché lui ha ben altri fini, più materiali. Caso emblematico è la prima
guerra del Golfo quando l'immensa coalizione occidentale andò in Iraq nel 1990
per difendere l'indipendenza del Kuwait e liberare il popolo iracheno dal suo
dittatore. Peccato che non si era mai mosso un dito per il problema
palestinese, risolto sulla carta già dal 1967 dalla risoluzione 242 dell'Onu, e
che aveva privato centinaia di famiglie arabe della loro casa, del loro paese,
della loro storia a vantaggio del sogno sionista. In realtà il vero obiettivo
non era la tutela del diritto internazionale, ma quello di mantenere immutato
il valore monetario del petrolio. E qual è stato il frutto di questo di questa
campagna per il Bene e per la Pace? Ottocento tonnellate di esplosivo (più di
quelle usate nella seconda guerra mondiale) utilizzate sulle città irachene,
senza discriminazione tra obiettivi militari e civili. La distruzione delle
infrastrutture del paese e quindi la sua messa in ginocchio. Ma la cosa
peggiore è forse il mezzo milione di bambini morti di cancro negli anni
seguenti per via dei bossoli e i brandelli di bombe occidentali all'uranio
impoverito, con i quali hanno giocato attratti dalla loro lucentezza. Bambini
che non hanno potuto neppure godere di una cura adeguata per via delle sanzioni
e l'embargo dei farmaci varati dall'Onu su richiesta degli Stati Uniti.
Ma questa è solo una delle decine di cicatrici ancora
sanguinanti che tingono qua e là il Medioriente. Fatti passati completamente in
sordina o chiamati al massimo semplici fatalità, “effetti collaterali”, come
fossero cataclismi naturali che non si potevano evitare. E Fisk è ben conscio
del fatto che ancora fanno male all'Umma (la comunità mussulmana), che dovevano
avere ineluttabili conseguenze drammatiche nei nostri paesi. Il motivo è presto
detto: ci siamo fatti odiare.
Il merito più grande dell'autore è forse quello di
dire ai suoi lettori: “Aprite gli occhi! Non esistono nella realtà i buoni e i
cattivi, come nelle favole”. Quando andiamo a fare la guerra per armi di
distruzione di massa inesistenti, uccidendo migliaia di civili che non hanno
una colpa al mondo, non siamo “buoni”. Quando ce ne infischiamo delle ruspe
israeliane da noi finanziate che radono al suolo le case palestinesi, con
all'interno bambini e paraplegici, non siamo “buoni”. Quando lasciamo che il
dittatore di turno violi per decenni ogni minimo diritto umano nelle camere di
tortura perché ci fa comodo, non siamo “buoni”. Anche i terroristi – termine
fra l'altro capzioso, che tronca fin dal principio qualsiasi forma di dialogo
ed esame critico perché tocca nel corde della paura – sono persone come tutti
noi e non, come spesso sono dipinti, “bestie” composte di pura malvagità
viscerale, semplicemente “cattivi”. Se fanno qualcosa, soprattutto un gesto
estremo come quelli che ormai siamo abituati a vedere, esiste un motivo alla
base, per quanto sia inaccettabile il risultato, un motivo che noi gli abbiamo
servito su un piatto d'argento. Allora la regola aurea secondo Fisk, quella che
ci permette di vedere al di là della coltre illusoria che governi e media ci
ondeggiano davanti agli occhi tutti i giorni, è chiedersi perché. Solo così ci
si può liberare dallo spauracchio del terrore che non ci fa pensare
razionalmente. Ma questo ovviamente non lo possiamo fare. A ogni nuovo
attentato si spendono ore di trasmissione e fiumi d'inchiostro per parlare di
tanti elementi marginali, girando torno torno al “perché” senza mai arrivarci.
Farlo significherebbe chiedersi come mai le nostre linde bandiere sono
imbrattate da così tante macchie di sangue innocente, bisognerebbe vedere in
faccia la realtà, cioè che noi abbiamo fatto di peggio.Il lavoro che svolge Fisk è certosino. Non espone semplicemente i fatti nudi e crudi, ma li basa su prove. Porta al banco della giuria articoli, documenti, interviste, estratti di dibattiti politici, rapporti della Croce Rossa Internazionale o dell'Unicef. Una enorme massa di materiale che non lascia spazio a personali giudizi. Basta farle parlare perché dicano la verità. Il libro quindi è pesante (anche moralmente), ma pure addolcito dalla penna di Fisk. Alleggerisce la cronaca quasi romanzandola. Conduce per mano il lettore, come Virgilio fa con Dante, fra i soldati iraniani gassati da quelli iracheni nella prima (quella vera) guerra del Golfo, oppure sulla uterina carlinga dell'Apache statunitense dalla quale la guerra pare un campo del Risiko e ci si sente un dio, per poi passare dalle
stelle alle stalle, cioè a terra direttamente sotto il fuoco “nemico”, dove davanti alla paura della morte niente funziona più come prima e tutto perde di senso.
Appare quindi scontata, se non addirittura un dovere morale, la lettura di questa opera, nonostante la fatica e il dolore e la vergogna che attanagliano il lettore di pagina in pagina. Questo per lo meno se si vuole riuscire a collocare le singole notizie con cui i notiziari ci bombardano nel loro reale contesto. Per giudicarle in modo obiettivo e non di pancia. Senza conoscere i passi che hanno portato a quel punto nella strada della Storia, non si può che dare giudizi scorretti e persino razzisti perché non li si può capire nella loro essenza. Se non sappiamo, le nostre parole si possono facilmente tramutare in ferri che sciolgo le carni di nuovo, corde che stringono i colli di nuovo, bombe che dilaniano i corpi di nuovo, gettando fango sugli innocenti.
Matteo Blasigh
Robert Fisk
Cronache
mediorientali. Il grande inviato di guerra inglese
racconta cent'anni
di invasioni, tragedie e tradimenti
Il Saggiatore, Milano, 2006, 1180 pp.
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29 maggio 2017
In libreria
Domenico Quirico
Ombre dal fondo
Neri Pozza, Milano, 2017, pp. 160 (con un film di Paola Piacenza*)
Descrizione
«Il giornalismo è diventato, tragico paradosso, il contrario di quello che vorrei: serve a distogliere il vostro sguardo». Cosí scrive, nelle pagine di questo libro, Domenico Quirico. Confessione intima, condotta attraverso una scrittura impeccabile e le emozionanti immagini del film di Paola Piacenza che accompagna il testo, e da cui è scaturita questa pubblicazione, Ombre dal fondo è la storia di un reporter che ci invita costantemente a non distogliere lo sguardo. Dal fronte russo-ucraino ai luoghi della sua prigionia in Siria, «dove tutto è cominciato e tutto è finito », Quirico ci conduce nel cuore di tenebra della nostra epoca, dove impera, ineliminabile, smisurato, l’orrore della guerra. Un orrore che, attraverso le sue numerose apparizioni e figure, non lascia integro chi lo narra, poiché si insinua come una crepa in chi ha visto in faccia il Male. Tuttavia, è proprio questa crepa che permette di scrivere con autenticità, e di ricondurre il giornalismo a quella che dovrebbe sempre essere la sua piú profonda natura: la narrazione quotidiana della «condizione umana».
*Paola Piacenza: Reporter e filmmaker, nello staff del settimanale del Corriere della Sera, Io donna, scrive di cinema, cultura ed esteri. È autrice di documentari che hanno esplorato il tema della frontiera, The Land of Jerry Cans (2009), girato al confine tra Iran e Iraq, In nessuna lingua del mondo (2011), tra Baltico e Balcani e In uno stato libero (2012) nel sud della Tunisia, lungo la frontiera libica. Collabora con RaiRadio3, alla trasmissione Piazza Verdi.
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24 maggio 2017
In libreria
Così va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, 2017, pp. 240.
Descrizione
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, 2017, pp. 240.
Descrizione
Oltre cinquant’anni di giornalismo con un’attenzione particolare ai diritti dei più deboli e a chi si ribella alle ingiustizie. In Italia, negli Stati Uniti, in America latina, ovunque. Nel mondo della politica, della cultura, dello sport, della musica, della televisione, della carta stampata, del cinema… In questo libro-intervista Gianni Minà racconta alcuni dei passaggi più interessanti di questo percorso, da lui vissuti. E si succedono personaggi e situazioni che hanno segnato un’epoca: Fidel Castro e il subcomandante Marcos; Muhammad Ali, il più grande di tutti; Obama e Chávez; Chico Buarque de Hollanda e Vinicius de Moraes; le madri di Plaza de Mayo e papa Francesco; la “strategia della tensione”, le stragi irrisolte e i tanti misteri italiani, come l’eccidio in Africa di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i terremoti, i giornalisti veri, i giornalisti di regime e molto altro ancora.
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