Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

_________________

Scorrendo questa pagina o cliccando un qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie presenti nel sito.



Visualizzazione post con etichetta Spettacolo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spettacolo. Mostra tutti i post

31 marzo 2026

Libertà di informazione

 "[...] L’informazione, ogni giorno di più, si modella su format che non le appartengono e sono estranei alla sua funzione: che non è dare spettacolo, non è emozionare, non è scandalizzare, è dare notizie. I media, come è ovvio, devono rendere conto del presente, ma senza farsene colonizzare. Selezionare con intelligenza e con rispetto umano i materiali che si pubblicano fa parte, a pieno titolo, della libertà di informazione".
Michele Serra

M. Serra, Libertà di informazione, La Repubblica, 31.3.2026 (L'Amaca)


_____

12 dicembre 2018

In libreria

Stefano Mannucci
 L’Italia suonata
 Dagli anni del boom al nuovo millennio: la storia e la musica 
Mursia e Rtl 102.5, Milano, 2018, pp. 780. 
Descrizione
C’è un sentiero che unisce i fatti della storia e la colonna sonora della nostra vita. La prima e unica storia d’Italia suonata a ritmo di pop e rock. Con Modugno gli italiani sognano di volare e si risvegliano nella notte del Vajont. Si scandalizzano con gli amori proibiti di Mina e la follia di Celentano. E poi gli enigmi della morte di Tenco, Gaber che rivendica la libertà dal conformismo, il processo degli autonomi a De Gregori, De André che solidarizza con i suoi rapitori, Dalla elogiato da Berlinguer, Guccini all’osteria con Wojtyla. E ancora: Rino Gaetano, l’irregolare, la rivalità tra Vasco e Ligabue, Pelù di fronte a Gelli, Pino Daniele e i lazzari moderni di Napoli. E mille altre storie, fra stragi impunite, terrorismo, il caso Moro, Tangentopoli e le tragedie dei migranti. Un mare di canzoni indimenticabili per chi c’era e per i millennial che cercano di suonare il futuro. 
Stefano Mannucci, nato a Roma nel 1958, è il Doctor Mann del canale rock Radiofreccia (Gruppo RTL) e scrive su «il Fatto Quotidiano». Dal 1995 al 2016 è stato caporedattore, responsabile del Servizio Spettacoli e inviato de «Il Tempo». Negli anni Ottanta e fino a metà dei Novanta è stato tra i conduttori di Rai Stereonotte e tra le firme di punta del prestigioso periodico specializzato «Rockstar». Con Mursia ha pubblicato Il suono del secolo. Quando il rock ha fatto la storia (2017).
_____

09 gennaio 2012

La storica compagnia Baistrocchi al Politeama Genovese

Un tuffo nella cultura e nei costumi della Superba
La Baistrocchi, storica compagnia goliardica genovese, è di nuovo in scena al Politeama Genovese con lo spettacolo Si fa ma non si dice. Si tratta del novantanovesimo spettacolo della mitica Bai, storica compagnia teatrale d’avanspettacolo, tutta “made in Genova”, composta da attori e ballerini non professionisti, rigorosamente maschili. La sua fondazione risale al 1913, quando Mario Baistrocchi, studente universitario iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell'ateneo della Superba, si fece promotore del progetto di dare vita ad uno spettacolo teatrale i cui interpreti fossero soltanto studenti maschi. Ancora oggi, infatti, la compagnia è formata esclusivamente da studenti ed ex-studenti che annualmente mettono in scena spettacoli di varietà articolati su scenette con gag di satira sociale, politica e di costume, sul modello del più noto Bagaglino di Pingitore e Castellacci. Come nella migliore tradizione dell’avanspettacolo, infatti, non mancano sketches, satira, intermezzi musicali, balletti, tutto rigorosamente suggellato dall’uso di costumi luccicanti, parrucche e trucchi di scena ambiziosi e un po’ in stile "sciantosa". Le rappresentazioni sono prevalentemente concentrate a riprodurre soggetti del mondo politico-sociale genovese, senza trascurare tuttavia i personaggi e le situazioni di richiamo nazionale.
Anche in Si fa ma non si dice (spettacolo di due ore che, dopo la permanenza al Politeama approderà al Teatro Govi di Genova-Bolzaneto), per non tradire la consuetudine Bai, ad essere presi di mira sono i politici locali (il sindaco Marta Vincenzi, il presidente della giunta della Regione Liguria Claudio Burlando, ecc), le istituzioni (imprenditoria, sport, ecc.), senza risparmiare la comunicazione (i giornali e le televisioni) e, più in generale, tutto il sistema del potere e della cultura ufficiale, facendo, nei casi più fortunati, nome e cognome del malcapitato di turno e, in quelli più sfortunati, mettendone in scena una vera e propria parodia con stilemi che ricordano quelli di Oreste Lionello e Leo Gullotta. Particolarmente gradevoli, inoltre, gli intermezzi ballati dei giovani studenti che, con bravura ed auto-ironia, intrattengono il pubblico con performance di can-can, parodie di balletti classici, improvvisazioni rap, balli sudamericani, ecc.
Con ironia e uno sense of humor un po’ spiccio e sempliciotto, con battute a volte un po’ datate che puntano alla risata facile, il teatro dei baistrocchini chiama il pubblico a sé e lo incita a partecipare, a far sentire la propria voce. Bando al “siete pregati di spegnere i telefoni cellulari”, gli spettacoli della Bai interagiscono col pubblico in sala, ascoltandone le battute, commentandone gli interventi, invitando signori e signore sul palco per “giocare” con loro. Come nella migliore tradizione del teatro elisabettiano di Marlowe e Shakespeare, perchè no.
Inoltre, importantissimo ricordare l’impegno civico della compagnia, la quale dal 1976 ha scelto di devolvere in beneficenza il ricavato dei suoi spettacoli. Attraverso l’associazione benefica “Giovanni Borghi”, infatti, la Bai ha collaborato all’acquisto di strutture e mezzi per diversi istituti e dato un apporto per incentivare la ricerca su malattie.
Elettra Antognetti
____

23 marzo 2011

Il cuore pensante di Etty




"Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile."
Etty Hillesum

Il cuore pensante di Etty
Reading dal DIARIO 1941-1943
di Etty Hillesum

spettacolo teatrale con le allieve del Laboratorio Teatro & Contorni: Gabriella Aimo, Franca Bianchi, Manuela Blandino, Daniela Bonfanti, Vanda Carlevaro, Anna Maria De Angelis, Giovanna Garzini, Mina Mancuso, Floriana Masala, Daniela Pasero, Biancalice Sanna e Luciana Scarrone. Regia di Patrizia Ercole.


Venerdì 25 marzo 2011 - ore 18.00
Salone Nobile del Municipio 2 - Centro Ovest
Via Sampierdarena 34 16149 Genova



*scritti di di Etty Hillesum:
Diario 1941-1943, Roma, Adelphi, 1994.
Lettere, Roma, Adelphi, 1990

*evento segnalato da
Lorenzo Rizzo

___ 

27 novembre 2010

Amleto

Piedi nudi, vestiti bianchi, sei attori in piedi faccia al pubblico ed Amleto (Alex Sassatelli) vestito di scuro inginocchiato a destra quasi in proscenio davanti ad una scacchiera. Un lungo silenzio segue l'apertura del sipario. Attorno teli pesanti rossicci chiudono la scena sui tre lati. Di scatto Amleto fa cadere tutti i pezzi della scacchiera vestiti come gli attori che all'unisono crollano a terra come i loro corrispondenti inanimati.
Così inizia l'Amleto curato da Maria Grazia Cipriani per il Teatro del Carretto. Un allestimento di sicuro interesse, benché in alcune parti disomogeneo. Attraverso una recitazione caricata e stravolta al limite della falsità, suoni ed effetti luminosi che ricordano da vicino gli stilemi dei film thriller si snoda la vicenda del principe di Danimarca. E qui è forse il primo e principale punto debole dell'allestimento. Difatti, benché gli effetti luminosi e sonori siano sapientemente orchestrati dall'ingegnere del suono Hubert Westkemper, a teatro è estremamente difficile indurre nello spettatore la medesima tensione, la quasi paura, che al contrario un film è in grado di realizzare.
I teli laterali che costituiscono la semplice scenografia sono poi continuamente attraversati dagli attori in un sapiente gioco di entrate/uscite capace di non far mai calare l'interesse del pubblico.
Gli attori dimostrano inoltre una straordinaria capacità di utilizzo del corpo. La recitazione è difatti non solo caricata nella voce, ma anche negli atteggiamenti e nei movimenti. Ogni emozione ed ogni gesto sono estremizzati, al limite della stilizzazione. Si tratta di una recitazione antinaturalistica per addizione, nella quale cioè consapevolmente si enfatizzano emozioni, gesti ed azioni per meglio rappresentarne l'essenza sfuggendo al semplice e banale (e tecnicamente irrealizzabile) naturalismo. E questo è il tratto più interessante dell'intero allestimento. Una recitazione che non rinuncia alle emozioni ma che al tempo stesso cerca di allontanarsi dal linguaggio scenico dominante.
Ma forse rendendosi conto che lo spettacolo corre il rischio di prendersi troppo sul serio, ecco che la regista Maria Grazia Cipriani inserisce il colpo di genio. Una esilarante danza dei morti sulle note della Marcia funebre per marionetta di Charles Gounod (quella della serie Alfred Hitchcock presenta). Mentre Amleto è difatti completamente concentrato ad osservare la statuina di uno scheletro, entrano gli altri attori in completo bianco e maschera da teschio e si lanciano in un balletto nel quale, abbandonando l'atmosfera cupa e lugubre, prendono le movenze dei clown. A prima vista quindi questo brano parrebbe non c'entrare nulla col resto dello spettacolo. Ma non è così. La danza dei morti è la presa in giro, il distacco critico dall'atmosfera seria e caricata di tutto il resto dell'allestimento.
Interessante è infine il rapporto di Amleto con la scacchiera ed i suoi pezzi. Ora, se è ovvio che essi rappresentano i personaggi nelle mani di Amleto (gioco di una mente bambina e malata?) – si veda a questo proposito la bellissima scena del duello con Laerte e l'ecatombe conseguente prima mimata e raccontata con i pezzi e poi rappresentata in carne e ossa in maniera completamente muta e stilizzata – è altrettanto vero che il gioco non è portato sino in fondo. Difatti se in certi momenti i personaggi entrano in scena come richiamati di Amleto attraverso il loro simulacro, in altri l'azione procede in maniera completamente autonoma rispetto alla scacchiera abbandonata per terra. E non vi è una un'apparente spiegazione a questo doppio binario. Peccato, perché l'idea, sebbene non nuovissima ma sino ad ora applicata quasi esclusivamente ai testi di Beckett (ed in particolare a Finale di partita), potenzialmente foriera di infinite soluzioni, giochi scenici ed approfondimenti del rapporto di Amleto con gli altri personaggi, non viene condotta sino alle sue estremamente conseguenze.
Andrea Scarel

Amleto, da William Shakespeare
Con Alex Sassatelli, Elsa Bossi, Giacomo Vezzani, Giacomo Pecchia, Nicolò Belliti, Carlo Gambaro, Jonathan Bertolai
Scene e costumi di Graziano GregoriSuono di Hubert Westkemper
Luci di Angelo Linzalata
Adattamento e regia di Maria Grazia Cipriani
Produzione Teatro del Carretto
____

25 febbraio 2010

Italia, amore mio

Dialogo (a senso unico, forse senza senso) sulla democrazia
Italia, amore mio, sei tu una monarchia fondata sul televoto quindi? Posso chiederti, Italia, come mai ti opponi a ogni opportunità? Ti spiego: io, sai, sono dell’estrema Liguria d’occidente e qui il Festival di Sanremo si segue. Ha vinto un amico di Maria come l’anno scorso… la conosci Maria no? Sì, conoscerai anche il pupo e il principe che sono arrivati secondi, e anche i due ragazzetti col bel viso, bella voce e, evidentemente, l’x-factor, che sono arrivati uno terzo tra i grandi e l’altro primo tra i giovani. Li conoscerai tutti sì, so che guardi tanta tivù. Ecco, leggevo Repubblica l’altro giorno… come cosa vuol dire? Ah vero, non leggi i giornali: no no, non sto cospirando (semmai sospirando), “repubblica” è solo il nome di un quotidiano, se vuoi anche una forma... vabé, non importa ora (so che non sei in forma). Allora, dicevo: ho letto un interessante intervento di Ilvo Diamanti che dice che «c'è il popolo informato e interessato, che corrisponde alla giuria popolare, selezionata da Ipsos (…) rappresentativa delle persone che acquistano musica (…) o comunque la conoscono e la ascoltano con regolarità. Sono elettori esperti. Poi, ci sono gli specialisti. I maestri orchestrali. Più che elettori interessati: veri e propri militanti. In grado di valutare le qualità dei concorrenti e della loro offerta. Le canzoni e i cantanti. I programmi e i candidati. Infine ci sono gli elettori disinteressati. Quelli che ascoltano la musica in modo disattento. Quando passa in tivù. Interessati ai personaggi più che alle canzoni. Non indifferenti alle qualità canore dei concorrenti, ma assai più attenti alla loro immagine e al loro appeal mediatico». Sono giorni questi sia di canzoni che di elezioni, sono giorni in cui si discute di come (e se) comunicare in regime… di par condicio. Sono stati anni in cui si è parlato di conflitto d’interessi, di sistema televisivo, di personalismo (a dire la verità di molte cose che finiscono in –ismo), di liste e lustrini, paillettes e pagliativi. Vedi, Italia, come è importante l’informazione? Più che l’informazione anzi, la comunicazione, avanzi solo avanzi. «Perché stupirsi o, peggio, scandalizzarsi, allora? Quando la televisione prende il sopravvento e la tivù diventa l'unica arena della competizione - musicale, ma anche politica - vince chi recita meglio la parte. Chi è più telegenico, chi è più conosciuto dal pubblico, chi dispone di consulenti e bravi e impresari potenti. È la democrazia del pubblico». Vedi, Italia, si parla ormai di pubblico, non più di popolo. La doppia “b” di “pubblico” ricorda, rafforza, più la “plebe” che non il “popolo”, vero? Tu non lo sai perché ancora non esistevi, eri a pezzi, ma già Eleonora Fonseca Pimentel, una giornalista di tre secoli fa (è morta per le sue idee, sai?), distingueva tra “plebe” e “popolo”. Il primo senza possibilità d’esprimersi e forse nemmeno pensante, il secondo alla ricerca d’espressione e desiderio d’esser pesante. Oggi c’è “il pubblico”: si esprime, pesa e forse non pensa. È la gente del televoto che vota la gente dal televolto. Capisci, Italia, come è importante la comunicazione. Cosa si vuol far sapere e cosa no, anzi: chi e come lo dice o non lo dice (duce, avanzi solo avanzi). A me il televolto fa paura, so che non esiste, ma Italia, il problema è che resiste. È più reale del reale. Virtualizzando la realtà, realizza la virtualità. Torniamo al Festival: hanno vinto tutti quei telecantanti che sanno usare meglio il teleschermo, quel telepubblico che sa usare meglio il televoto, che è peggio. Amici, pupi e principi, ragazzine e nonnette. Ma sono solo canzonette, Italia amore mio, tu, tu continua a ballare sotto le stelle.
Ma lascia che ti canti una canzone, quella di Simone Cristicchi (è arrivata tra gli ultimi al Festival, come quella di Malika Ayane, arrivati prima però per gli orchestrali, gli elettori specializzati):
La gente non ha voglia di pensare cose negative / la gente vuol godersi in pace le vacanze estive / Ci siamo rotti il pacco di sentire che tutto va male, della valanga di brutte notizie al telegiornale / C’è l’Italia paese di Santi, pochi idraulici e troppe badanti / C’è l’Italia paese della Liberté, Egalité e del Gioca Giuè! / C’è l’Italia s’è desta ma dipende dai punti di vista / C’è la crisi mondiale che avanza e i terremotati ancora in vacanza / Meno male che c’è Carla Bruni / Siamo fatti così - Sarkonò Sarkosì / Che bella Carla Bruni, se si parla di te il problema non c’è /io rido… io rido… / Ambarabàciccicoccò soldi e coca sul comò / C’è l’Italia dei video ricatti / c’è la nonna coi seni rifatti e vissero tutti felici e contenti, ma disinformati sui fatti / Osama è ancora latitante, l’ho visto ieri al ristorante! / Lo so che voi non mi credete / se sbaglio mi corigerete (...) La verità è come il vetro, che è trasparente se non è appannato, per nascondere quello che c’è dietro basta aprire bocca e dargli fiato! Io me la prendo con qualcuno / tu te la prendi con qualcuno / lui se la prende con qualcuno / E sbatte la testa contro il muro / Io me la prendo con qualcuno / tu te la prendi con qualcuno / lui se la prende con qualcuno /noi ce la prendiamo...
Alessandro Ferraro

29 aprile 2009

In libreria

Vito Zagarrio
L’immagine del fascismo. La re-visione del cinema e dei media nel regime
Roma, Bulzoni, 2009, 292 p.


descrizione in quarta di copertina
Il volume affronta un problema attualissimo come quello del dibattito su intellettuali, cultura, mass media, cinema durante il fascismo. Un dibattito che percorre a volte drammaticamente gli ultimi decenni e che esplode ogni volta con un pretesto legato alla polemica ideologica: le celebrazioni della Liberazione, la ricorrenza delle leggi razziali, la vittoria di Berlusconi o quella di Alemanno, l’ultimo film di Pupi Avati o quello di Spike Lee, sono tutti pretesti per un complessivo “revisionismo” della cultura fascista. Ne sono prova un gettonato libro sulla generazione dei “redenti”, o i volumi sui giovani “repubblichini”, con conseguente rivisitazione della Resistenza. Ma ne sono prova anche i tanti programmi televisivi, i film italiani e tedeschi sui rispettivi passati scomodi, le tante fiction che recuperano sul piano umano Hitler o Speer, Ciano o Claretta Petacci, sino al recente film Sangue pazzo sulla “coppia maledetta” Ferida-Valenti. Il libro ricostruisce dunque, per la prima volta in maniera sistematica, il dibattito su fascismo, cultura e cinema dagli anni Settanta ai Duemila, e interviene sul modo in cui i mass media rappresentano il fascismo (nel cinema, nella televisione, nella stampa). Il cuore del libro è dedicato alla politica culturale in campo cinematografico e in particolare all''intervento del regime sull’industria del film negli anni Trenta, ma vengono presi in esame anche alcuni importanti casi di studio tra i film “fascisti”: analisi testuali sono dedicate ai film di Blasetti, al De Sica regista durante il fascismo, al Camerini regista della “modernità”; nozione ambigua su cui il volume riflette teoricamente, insieme al motivo costante del “doppio”. Altri tagli complementari sono quelli della storia orale, con una appendice di interviste inedite ai collaboratori della rivista «Primato» di Bottai, e un’intervista – inedita nella versione originale qui proposta – a Pietro Ingrao.
___


16 novembre 2008

“ La follia è una condizione umana”

Si può fare.

Regia di Giulio Manfredonia . Commedia , durata 111 min. Italia 2008 Warner Bros.
Cast : Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli , Bebo Storti...



“ La follia è una condizione umana” Franco Basaglia


Sono gli anni 80 e Nello (Claudio Bisio), passionale sindacalista, divenuto troppo scomodo, viene “promosso” con il nuovo incarico di dirigere la Cooperativa 180 (dalla legge Basaglia 180).
Con passione e volontà fa diventare la cooperativa da inutile ad originale e produttiva contro il parere del Dott. del Vecchio ( Giorgio Colangeli) . Al film si accompagnano molte riflessioni sulla impreparazione del paese alla legge Basaglia e la difficile integrazione dei soci nella vita di tutti i giorni viene raccontata con un giusto equilibrio di comicità, tenerezza e cruda realtà.
L’interpretazione che Claudio Bisio dà al suo personaggio è degna di lode.


Per approfondiment e curiosità:
-legge basaglia


*Antonietta Scuderi

11 novembre 2008

"Vintage e Revival" dalla moda alla tv che ama il passato

La televisione come la moda, alla riscoperta del passato. Gli anni '60 e '70, gloriosi per la tv italiana, sono proposti costantemente in programmi poco costosi che colpiscono il pubblico andando a scavare nel baule (archivio) dei ricordi. La moglie di Corrado Mantoni ha acquistato il "format" di "Portobello" e lo riproporrà ai telespettatori in versione aggiornata, per maggiori informazioni:


http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/spettacoli_e_cultura/portobello-rinasce/portobello-rinasce/portobello-rinasce.html

Daniele Martina

19 settembre 2008

Notte Bianca 2008: Piero Parodi

Mi piace pensare che per un genovese più o meno legato alle proprie origini Piero Parodi non abbia bisogno di presentazioni: non solo è la canzone genovese in persona ma è anche uno dei più noti ambasciatori della nostra cultura natale.
Poterlo conoscere di persona durante il lunghissimo pomeriggio di attesa della Notte Bianca è stata davvero un'esperienza unica. Rispetto agli altri servizi, quello dedicato a Piero Parodi è decisamente più originale: tra intervista e numerosi backstage, in una chiacchierata a più riprese, è stata toccata un'infinità di temi alternando discussioni serie a battute e piccoli sketch improvvisati in puro stile genovese.

* Guarda il mio servizio su YouTube

Vi segnalo, infine, che tutta la parte tecnica, montaggio compreso, dei servizi che ho realizzato durante la Notte Bianca e che vi ho segnalato in questi post è stata curata dagli amici della xeniaproductions.

18 settembre 2008

Genova Notte Bianca 2008: Roberta Alloisio e l'orchestra Bailam

La seconda intervista girata durante le ultime prove della Notte Bianca vede protagonista Roberta Alloisio, che poche ore dopo avrebbe dovuto cantare insieme all'Orchestra Bailam. Proprio a causa delle rumorosissime prove del gruppo, è stato necessario tagliare dal video due momenti molto interessanti in cui l'aritsta di casa nostra, rispondendo ad alcune mie curiosità, spazia da Fabrizio De André a don Andrea Gallo. Per chi non la conoscesse, Roberta Alloisio è una delle più brillanti cantanti e attrici genovesi: di lei mi piace ricordare soprattutto la partecipazione al concerto "Faber Amico Fragile" il 12 marzo 2000, nel 2006 lo spettacolo "Esistenza soffio che ha fame" con Don Gallo e Carla Peirolero e, infine, nel 2007 l'album - considerato dal Manifesto tra i 10 più belli dell'anno - e progetto culturale "Lengua serpentina" con l'orchestra Bailam.

Una volta cliccato sul link, vi consiglio di guardare il video in HD!

* Guarda la mia intervista a Roberta Alloisio
* Link al sito di Roberta Alloisio

16 settembre 2008

Genova Notte Bianca 2008: Marcello Colasurdo, i N.U.N.U. e la tammurriata napoletana

Marcello Colasurdo è uno dei più popolari cantanti della tradizione partenopea: la sua specialità è la tammuriata, una tradizionale danza napoletana che prende il nome dal particolare tamburello con cui viene suonata, la tammorra appunto. Insieme al gruppo N.U.N.U avrebbe dovuto prendere parte alla particolare "sfida" tra la canzone genovese e quella napoletana, organizzata sul palco di piazza De Ferrari in occasione della Notte Bianca di sabato scorso. La pioggia ha però impedito a qualsiasi artista di esibirsi, ma il sangue partenopeo, gli anni di vita operaia e la voglia matta di stare insieme alla gente hanno portato Marcello e la sua band a improvvisare più di un'ora di "tammurriata" tra le colonne di Palazzo Ducale. Il pubblico genovese, e non solo, non aspettava altro...e così con danze, canti e qualche strumento improvvisato ha potuto diventare co-protagonista di un concerto davvero sui generis.

*Guarda il servizio e la mia intervista a Marcello Colasurdo
*Link al sito di Marcello Colasurdo

18 luglio 2008

Fellini e i media

"La convenzione dell’intervista a tutti, su tutto, in tutte le occasioni sta diventando la formula più imperversante di un sistema informativo che ha assunto proporzioni deliranti; i giornali, la radio, la televisione, in qualsiasi ora del giorno e della notte ci inseguono, ci trafiggono con informazioni di ogni tipo che arrivano da tutte le parti; una valanga di nozioni e di notizie che non riusciamo più a contenere, ad assimilare, a trasformare in un “vissuto” o in consapevolezza personale. Esiste soltanto questo ininterrotto e demenziale flusso di parole, immagini, rumori che sommerge tutto; un gigantesco feticcio che occultando ormai completamente la realtà di cui vorrebbe riferire ci toglie ogni responsabilità di intervento, alienandoci, cancellando in partenza qualsiasi tentativo di modificarla. Un inesausto interminabile spettacolo, atroce, ottenebrante, nel quale annega ogni cosa; insomma il nulla, il vuoto, la totale cancellazione. Per una forma non più di igiene, ma di salvezza mentale, sarebbe forse il caso che ogni tanto e per periodi sempre lunghi, la televisione restasse spenta, la radio tacesse, i giornali smettessero di uscire, in modo che ognuno tornasse ad avere il tempo per occuparsi veramente di se stesso, della propria individualità, magari soltanto per rimettere insieme i pezzi, a brandelli."
Federico Fellini, Fare un film, Torino, Einaudi, 1980, p.171


___

Archivio blog

Copyright

Questo blog non può considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62/2001. Chi desidera riprodurre i testi qui pubblicati dovrà ricordarsi di segnalare la fonte con un link, nel pieno rispetto delle norme sul copyright.