Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

_________________

Scorrendo questa pagina o cliccando un qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie presenti nel sito.



Visualizzazione post con etichetta Lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lavoro. Mostra tutti i post

30 luglio 2016

Genova in libreria

Fabrizio Loreto
Il sindacato nella città ferita.
Storia della Camera del lavoro di Genova negli anni sessanta e settanta
Ediesse, Roma, 2016, 400 pp.
Descrizione
Il libro ricostruisce la storia della Camera del lavoro di Genova dal 30 giugno 1960, giorno dello sciopero generale cittadino proclamato contro l’imminente congresso nazionale del Msi, al 24 gennaio 1979, giorno del barbaro assassinio di Guido Rossa, delegato della Fiom-Cgil nella fabbrica Italsider di Cornigliano, da parte delle Brigate rosse. Gli anni sessanta e settanta hanno rappresentato un ventennio cruciale per le sorti del capoluogo ligure. Attraverso una mole notevole di fonti a stampa e documenti inediti, provenienti per lo più dai fondi della Camera del lavoro e della Fiom di Genova, custoditi presso l’Archivio storico del Comune, il volume ripercorre le complesse vicende della Cgil locale, dalla ripresa operaia degli anni sessanta alla parabola decrescente degli anni settanta, passando attraverso lo straordinario ciclo di conflittualità sociale del 1968-1973. Gli avvenimenti sindacali vengono intrecciati alle diverse fasi economiche (il boom, la successiva congiuntura negativa, la deindustrializzazione e terziarizzazione del sistema produttivo) e alle differenti stagioni politiche (la crisi del centrismo, la parabola del centrosinistra, l’affermazione delle «giunte rosse»), con molteplici riferimenti anche ai mutamenti sociali e culturali che rendono particolarmente interessante il contesto genovese: un «caso di studio» certamente segnato dalle gravi difficoltà connesse al declino dell’industria pubblica, ma anche, o forse proprio per questo, capace di anticipare molti fenomeni italiani, e di spiegarli.
____

12 febbraio 2013

Scaffale amico

Laura Tosetti
Susanna Camusso. Carriera e linguaggio di una donna nel sindacato
Roma, Edizioni Ediesse, 2013, 213 pp.
Descrizione
Il 4 novembre 2010 Susanna Camusso viene eletta segretario generale della CGIL: è la prima donna nella storia del sindacato confederale italiano a ricoprire tale incarico. Quali condizioni hanno reso possibile quest’avvenimento? Quali cambiamenti ha portato nell’azione sindacale? Il volume vuole offrire qualche risposta a queste impegnative domande attraverso una serie di interviste a testimoni privilegiati, a partire dalla stessa Camusso e da Guglielmo Epifani e Sergio Cofferati, passando per opinion leader come Maria Latella, Paolo Serventi Longhi, Roberto Mania, Enrico Cisnetto. E riporta i risultati di una ricerca sull’analisi del linguaggio di Susanna Camusso: espressioni linguistiche, sfumature di senso, metafore lessicali offrono uno spaccato inedito del modo di porsi di fronte ai problemi del mondo sindacale di un segretario generale che è «anche» donna.
Laura Tosetti ha conseguito la laurea magistrale con lode e dignità di stampa in Informazione ed Editoria all’Università di Genova, è segretaria della FILT CGIL (la categoria dei trasporti) di Genova con la responsabilità della logistica.

____


13 novembre 2012

Se noi siamo choosy ....

In questo paese la confusione regna sovrana. Ieri leggendo sul "Manifesto" l'intervento di Alessandro Robecchi ho pensato a qualche hanno fa, quando venni in Italia e iniziai a cercare un lavoretto per pagarmi gli studi. Diversamente da altri miei coetanei, non scartai a priori l'idea di fare le pulizie. Avevo dei sogni e sebbene mi rendessi conto che lavorare per un'impresa di pulizie non sarebbe bastato a realizzarli, era pur sempre un inizio. Inviai il curriculum. Al colloquio la prima e unica domanda che mi posero fu: Ha qualche esperienza di pulizie? Noi cerchiamo gente con esperienza nel pulire le scale di un piccolo condominio.
 Risposi che nel condominio in cui vivevo le pulizie si facevano a rotazione tra i condomini e che quindi una piccola esperienza l'avevo. Non bastò a convincerli.
 Lasciai la casa dei miei genitori a 20 anni col desiderio di rendermi indipendente. Non sono stata né una bambocciona, né choosy (non che ci sia nulla di male) I sogni però sono cambiati, si sono ridimensionati.
 E' vero che molti giovani e anche meno giovani non vogliono più "abbassarsi" a svolgere mansioni definite umili, ma è anche vero che quando capita che un giovane decida di fare il carpentiere gli si sbatte la porta in faccia per quella strana idea che un giovane italiano andrebbe pagato di più rispetto a un giovane marocchino o che un italiano potrebbe avere il "ghiribizzo" di chiedere un contratto in regola, mentre uno straniero no.
Si parla tanto dei giovani e del loro futuro, ma sembra che per lo stato studenti, laureati o diplomati siano solo un bambino petulante e che l'unica soluzione possibile sia quella di porre fine al capriccio infantile con un secco "NO" e un castigo. E non sapendo come giustificare la situazione si ripiega sui sensi di colpa, non i "loro", bensì i nostri.
 Dobbiamo sentirci in colpa per aver sognato, desiderato, sperato? Sembrerebbe proprio di sì. Perchè se vogliamo un lavoro dobbiamo studiare. E dopo? Dopo lo studio bisogna accumulare esperienza. E qui si apre il baratro che inghiotte indiscriminatamente chiunque provi a farsi questa benedetta esperienza. E alla fine dei conti se non riusciamo ad arrivare alla fine del mese è solo colpa nostra e delle nostre scelte sbagliate.
 E quindi cosa resta? Restiamo noi con i nostri sogni. Grandi o piccoli non importa, con un pò di coraggio diventeranno un sasso da scagliare contro Golia.
 Tendiamo al negativo, questo è vero, ma se decidiamo di proseguire gli studi, nonostante l'ambiente che ci circonda sia sfavorevole, evidentemente una piccola parte dentro di noi sogna ancora ed è convinta non sia tempo perso.
Vania Imbrogiano
 
* a proposito di Alessandro Robecchi, Laureati al capolinea, "il Manifesto", 12 nov. 2012 (rubrica Voi siete qui).
 

26 ottobre 2012

I giovani “choosy”

La monotonia del posto fisso e la decadenza giuridica del lavoro: ovvero il governo dei non-retori

Se si dovesse consegnare un “pagellino” di valutazione pseudo-scolastica agli attuali inquilini di Palazzo Chigi, la sezione “retorica/dialettica/espressività” riceverebbe una bella insufficienza, con tanto di biasimo da parte della commissione giudicatrice. Ebbene, in questi quasi dodici mesi di governo tecnico Monti e compari hanno fatto pressoché di tutto per smuovere l’opinione pubblica (peraltro neanche troppo tenera nei loro confronti) con trovate, pensieri, riflessioni, dichiarazioni e battute a dir poco sconvolgenti e scioccanti, sentenze da far rabbrividire persino il peggiore degli imbonitori. Mattatori per eccellenza di questo delirio comunicativo sono stati il premier e la solita Elsa Fornero: a loro, difatti, va attribuita la teoria dell’impiego fisso monotono e il postulato del dinamismo del precariato, il nuovo scandaloso assioma giuridico del lavoro come non-diritto (presentato in anteprima in un’intervista all’Economist) e, ultimo in ordine di pronunciamento, la condanna inquisitoria dei giovani italiani, definiti con un pizzico di inappropriata estero-anglofilia, choosy, ovvero “schizzinosi” e capricciosi di fronte a un mercato del lavoro elastico, flessibile e in perenne movimento che non permette scelte discrezionali e arbitrarie. Insomma, il consesso ministeriale post-Berlusconismo è sempre più una desolante miniera di illazioni, offese, parole confuse, vilipendi, fraintendimenti, minacce velate e demagogia di terza scelta e le dovute conseguenze di questi atteggiamenti retorici, ovvero la moltitudine di indignati – specie giovani – che affollano le bacheche dei network sociali con violenti contro-insulti al mittente, dimostrano che questo Governo, già aspramente criticato per i cospicui tagli, il pressing fiscale e le varie ghigliottinate al sistema degli enti locali, non sappia neanche parlare ed esprimersi correttamente, perlomeno con una terminologia adeguata a rapportarsi con l’odierno complesso contesto sociale. Fallimento professionale di portavoce, addetti stampa, manager della comunicazione e filosofi-retori al servizio del sovrano? Chi può dirlo.
Le carenze espressive di Monti, Fornero & co. non sono tuttavia uno strumento subdolo e velato per mobilitare, facendola infuriare e scatenare uno tsunami di tweet, share, post e creazioni artistico-grafiche di protesta, l’opinione pubblica, né rappresentano la metamorfosi verbale delle loro teorie. Chi mai avrebbe il coraggio di affermare, intenzionalmente e consapevolmente, che il lavoro non è un diritto? Quale sarebbe l’individuo capace di bollare impietosamente come “schizzinosi” (oppure, à la mode anglaise, choosy) una moltitudine di under-30, fra cui brillanti laureati, ingegnosi dottori, elastici freelance e menti raffinate, impantanati nel baratro della disoccupazione e del precariato? E fatemi il nome del politico di turno fermamente convinto della monotonia del posto fisso e della necessità di una migrazione professionale da un impiego all’altro. Nessuno, infatti. Nessuno.
La questione è invece più semplice. Presidente e ministri sono solo pessimi retori, scarsi parlatori, latori di un’espressività verbale carente, inadeguata, ambigua e aperta alle più svariate interpretazioni. Il chiosare che “il lavoro non è un diritto” indica la mancanza – in questo caso della sig.ra Fornero – di chiarezza nella stesura di un discorso ben più articolato e argomentato, mal riassumibile nella forma base soggetto-verbo-complemento, l’accoppiata posto fisso monotono e precariato “divertente” suggerisce d’altro canto un maldestro tentativo di soffocamento degli allarmismi e delle preoccupazioni sociali, come pure il “famigerato” choosy tenta (senza successo) la strada anglofila (e modaiola) della mitigazione linguistica di un concetto considerato poco assimilabile se espresso nell’idioma nazionale.
Dunque, dobbiamo ancora inorridire di fronte a un Governo poco cauto persino nel risolvere problematiche unicamente orali e retoriche? L’unica soluzione è forse l’attesa di un nuovo esecutivo capace almeno di parlare bene e di esprimersi correttamente, notabili che possano dimostrare – in mancanza di altre doti – il minimo senso della lingua, il suo utilizzo e le sue strategie. Anche con l’ausilio di pratici manuali consultativi per demagoghi principianti.
Paolo Giorcelli
____


21 ottobre 2012

In libreria

Günter Wallraff
 Notizie dal migliore dei mondi. Una faccia sotto copertura
Roma, L'Orma editore, 2012, 312 pp.

Descrizione
Il più importante giornalista d’inchiesta tedesco, autore dello shoccante Faccia da turco, autentico pugno nello stomaco della Germania degli anni Ottanta, torna a travestirsi e infiltrarsi con consumata abilità d’attore per mostrare il mondo dell’emarginazione sociale in tutta la sua cruda realtà, dandone testimonianza in prima persona. Vivendo da extracomunitario di colore, impiegandosi in un call center o dormendo all’addiaccio con i senzatetto nel giorno più freddo dell’anno, Wallraff svela l’inferno del precariato e il terzo mondo della porta accanto. Cinque reportage per raccontare dall’interno lo sfruttamento e la miseria nella ricca Germania, solo in apparenza immune da ogni crisi. Il volume è arricchito da una nuova e rivelatrice indagine sugli errori e gli abusi della psichiatria contemporanea.
*link alla presentazione sul sito de L'Orma editore.

28 agosto 2012

AcademicInsight per collegare studenti e opportunità

Ciascuno di noi è ambizioso, vorrebbe sempre il meglio e spesso ciò che incontra non lo soddisfa. Partiamo da un dato di fatto: per incontrare qualcosa di interessante, occorre sperimentare e il periodo universitario è il migliore per farlo. Possiamo sbagliare, anche più e più volte, nessuno ci può licenziare. Avere l'occasione di mettere in pratica quello che studiamo ogni giorno, ad esempio simulando le discussioni che avvengono all'interno delle Nazioni Unite o nei fori dei tribunali, sarà sempre e comunque un modo per arricchirci, non solo a livello di curriculum, ma anche a livello di personalità. E non importa se poi non avremo trovato la strada da intraprendere dopo la laurea, avremo comunque sempre una certezza in più su quello che non vogliamo fare. Tali esperienze sono inoltre il mezzo migliore per distinguersi tra i tanti e per non far dipendere il proprio successo futuro solo dalla media universitaria. Ma qui nasce il problema: dove trovare informazioni complete e dettagliate che aiutino a capire quali scegliere tra le tantissime opzioni? Spesso infatti non si comprende bene quale sia il valore aggiunto di una determinata esperienza e in che cosa effettivamente consista.
L’obiettivo principale di AcademicInsight.it/ è proprio quello di colmare il vuoto di informazioni in ambito universitario, di raccontare cioè tutto ciò che di un’esperienza, soprattutto extracurriculare, può interessare, pro e contro inclusi. E ció comprende anche la partecipazione ad associazioni studentesche, la maggior parte delle quali offre opportunità di stage. Sono inoltre presenti interviste a professionisti volte a comprendere come si arriva a determinate scelte per permetterti di orientare meglio le tue decisioni future in ambito lavorativo e valutare anche la possibilità di studiare e lavorare all'estero. Non a caso il blog è bilingue e il contenuto in inglese aumenta giorno dopo giorno. Non dobbiamo avere paura di andare a fare esperienze all'estero, perché, paradossalmente, sono quelle che poi permettono di ottenere un buon lavoro in Italia. O, per i più coraggiosi, di aprirsi nuove porte all'estero. Ricorda che non esistono soltanto Londra e Parigi e che ci sono comunque borse di studio pronte ad aiutarti. Occorre far circolare informazioni, perché più circolano e più aumentano le possibilità di conoscere nuove realtà, a vantaggio di tutti. Questo è il motivo principale per cui nasce AcademicInsight.it: diffondere informazioni poco accessibili. Se hai un'esperienza da raccontare o un'iniziativa o associazione studentesca da promuovere, condividila qui. E' giunto il momento di collegare studenti e opportunità!
Gherardo Liguori

_____


29 giugno 2012

Fornero: “Il lavoro non è un diritto”. Trema la Costituzione


Non è una novità che il cosiddetto “sistema della casta” nostrano abbia più volte dimostrato notevole povertà espressiva e comunicativa, scarso interesse verso efficaci e puntuali strategie di interazione pubbliche e frequente propensione a “strafalcioni”, gaffes, errori e ridicolaggini morfologico-lessicali. I politici italiani hanno peraltro dato prova di saper assommare a cotante ristrettezze linguistiche un altrettanto curriculum di ignoranza sui temi di cultura generale; celebri sono state difatti le famigerate inchieste delle Iene di pochi anni fa: appollaiati dietro i cespugli di Montecitorio e Palazzo Madama, gli “incravattati” di Italia 1 infastidivano, muniti di quesiti di storia e geografia, deputati e senatori incapaci di rispondere correttamente. Nel 2012 la storia si sta clamorosamente ripetendo, peggio di prima.
Elsa Fornero, attuale reggente del dicastero del Lavoro e delle Politiche Sociali sotto l’egida del governo Monti, è una delle figure del cosiddetto “esecutivo tecnico” più criticate e meno sopportate dall’opinione pubblica. A parte le discutibili deliberazioni e scelte adottate durante il suo mandato, l’ atteggiamento accademico austero e intransigente, la precaria capacità nel comunicare efficacemente con un popolo che non ha eletto né lei né i suoi colleghi di Palazzo Chigi, nonché l’utilizzo di certe espressioni linguistiche (la celeberrima “paccata”) e comportamentali (le lacrime versate appena prima di annunciare agli italiani nuovi ed estenuanti sacrifici) poco affini al suo impegno socio-istituzionale hanno reso il ministro una personalità non proprio simpatica e piacevole agli occhi della cittadinanza ormai dedita a parodie, sberleffi e insulti che sarebbero persino in grado di superare per rabbia e intensità gli analoghi rivolti ai membri dell’ex governo Berlusconi.
Nonostante l’avversione del popolo, Elsa sembra voler superare se stessa: in un’ intervista al "Wall Street Journal", il ministro ha osato affermare che “il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”. Tralasciando la valanga reazionaria degli utenti Facebook e Twitter, da sempre in guerra contro la vacua dialettica ministeriale e parlamentare, di fronte a siffatte parole alcune domande sorgono spontanee: com’è possibile che l’occupante di un dicastero statale, docente presso l’Università di Torino, soggetto che dovrebbe masticare pane e giurisprudenza ogni giorno a colazione, pranzo e cena pronunci certe insinuazioni? Perché colei che ha in mano il destino (poco felice) di un paese sull’orlo della rivoluzione popolare non è a (perfetta) conoscenza del fulcro della “sacra” Costituzione italiana?
Articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; Articolo 4: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”.
Due disposizioni che reggono, a mo’ del mitologico Atlante, l’intero dettato costituzionale, giammai sottoponibili ad un eventuale processo di revisione del Testo fondamentale, frutto del faticoso e sudato lavoro dei Padri Costituenti succeduti a vent’anni di terrore, di cui a cinque di morte, devastazione, dominazione straniera, Auschwitz e Marzabotto.
Consultando le stime tutt’altro che incoraggianti dell’occupazione giovanile (under 30 perlopiù senza impiego e ancora accasati dai genitori, laureati con 110 e lode in fuga verso mete più soddisfacenti e meglio remunerabili) e alla questione esodati e disoccupati, le parole del ministro Fornero rappresentano un nuovo, doloroso schiaffo alla dignità di cittadino italiano, cittadino vessato dall’onnipresente e onnipotente clientelismo, dal predominio delle grandi poltrone, dagli sberleffi di chi ha trovato una lucrosa e dignitosa sistemazione in un’altra era e non si rende conto che i giochi sono cambiati, e non a suo sfavore. Sarà inutile, pertanto, modificare quel benedetto articolo 18 di cui la signora Elsa va tanto discorrendo: è l’intera Costituzione a procedere verso il baratro dell’inutilità e dell’anacronismo, non il singolo disposto.
Paolo Giorcelli

___

04 giugno 2011

Aspiranti giornalisti, partite!

Intervista di Andrea Muzzarelli - giornalista e traduttore freelance che si è recentemente trasferito da Bologna a Londra - ad Angela Antetomaso.
"Gli studi londinesi del network americano CNBC si trovano al sesto piano di un modernissimo ed elegante edificio a pochi passi dalla cattedrale di St. Paul.
E’ qui che abbiamo incontrato Angela Antetomaso, giornalista romana che lavora nella capitale da ormai quindici anni. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università La Sapienza di Roma, Angela inizia la sua carriera in Italia, ma ancora giovanissima riesce a coronare il sogno di volare a New York per lavorare con la CNN.
Passata nel 1996 a Bloomberg Television, poco tempo dopo viene inviata a Londra per lanciare il canale italiano di Bloomberg. Nel 2000 Enrico Mentana la sceglie come volto di Class CNBC, la rete televisiva tematica creata da Canale 5, Class Editori e CNBC, e le affida la conduzione dello spazio riservato all’economia all’interno del Tg5.
Dal 2003 Angela collabora per Class CNBC, CNBC Europe e CNBC Usa con interviste e programmi in lingua inglese.

Ciao Angela, grazie per averci regalato un po’ del tuo tempo. Nel 1995 hai lasciato l’Italia per New York: quanto ha contato quell’esperienza per la tua carriera?
E’ contata tantissimo. In Italia collaboravo già con alcuni giornali, ma il mio sogno era sempre stato quello di lavorare alla CNN, così avevo mandato il curriculum. Quando mi hanno chiamata per un internship (non pagato) di tre mesi, mi sono trovata catapultata in un mondo incredibile! Mi hanno infatti assegnata all’ufficio all’ONU della CNN quando era in corso l’Assemblea Generale. Così sono passata dalle piccole collaborazioni che facevo in Italia a un lavoro che mi ha messa a contatto con molti dei più importanti capi di stato dell’epoca, da Bill Clinton a Fidel Castro. Scaduti i tre mesi mi hanno rinnovato l’internship, e in seguito mi hanno assunta. Al principio ho fatto ovviamente piccole cose, ma nel tempo mi hanno affidato compiti via via più impegnativi. Nel suo insieme, è stata un’esperienza gratificante (durata oltre un anno) che mi ha cambiato la vita. Mi ha “costruito” non solo come professionista, ma anche come persona.

A quei tempi avevi già una buona conoscenza dell’inglese?
Sì, lo parlavo già abbastanza bene. Avevo fatto diversi periodi di studio a Londra, cercando di frequentare soprattutto inglesi per non cedere alla tentazione di parlare la mia lingua!

Hai lasciato Roma anche perché pensavi che in Italia non avresti avuto le stesse opportunità che a New York?
Forse non ero del tutto consapevole del fatto che in Italia avrei incontrato maggiori difficoltà a fare carriera. Ho scelto quella strada soprattutto perché volevo lavorare all’estero, e in particolare alla CNN.
Pensi che nel mondo giornalistico americano e inglese ci sia più meritocrazia rispetto all’Italia?
Per la mia esperienza, sì. Nei paesi anglosassoni se sei bravo vai avanti, se non lo sei no. L’ho riscontrato sia alla CNN sia a Bloomberg che alla CNBC, a New York come a Londra. Naturalmente non è una strada spianata, c’è una forte competizione. Ma ti vengono lasciati degli spazi, e se hai delle capacità ti sono concesse le opportunità per dimostrarle. Il giorno in cui, nel novembre del ’95, fu assassinato il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, mi trovavo in studio. Era un sabato ed era Bank Holiday, per cui non c’era nessun giornalista che potesse essere chiamato per andare a fare un’intervista. Il mio capo disse: “Mandiamo Angela, può farla lei.” Inizialmente c’era molto scetticismo (anche da parte mia… ), ero spaventata e non sapevo se sarei stata all’altezza. Ma andò tutto per il meglio. Mi trovavo al posto giusto nel momento giusto, e fare bene quel lavoro mi permise di ottenere il rinnovo dell’internship. Quando poi si aprirono nuovi posizioni fui assunta, e mi fu procurato il visto necessario per rimanere negli USA.
E’ vero che la stampa anglosassone è più libera e svincolata dai gruppi di potere rispetto a quella italiana?
La mia impressione personale è che i media anglosassoni abbiano una certa propensione ad attaccare senza peli sulla lingua, e che in generale ci sia effettivamente meno soggezione nei confronti del potere.
Per lanciare il canale italiano di Bloomberg ti sei poi trasferita a Londra, dove vivi ormai da parecchi anni. Che rapporto hai con questa città?Adoro Londra. Me ne sono innamorata sin dalla prima volta che ci sono venuta per studiare. Ho subito pensato che, una volta laureata, avrei fatto tutto il possibile per trasferirmi qui e cercare lavoro nel mondo giornalistico (in particolare nella televisione). Le circostanze mi hanno inizialmente portata a New York. Ma quando dopo circa un anno sono passata a Bloomberg e mi è stato chiesto di venire a Londra per lanciare il canale televisivo in lingua italiana, il mio sogno si è realizzato.
Quindi preferisci Londra a New York?
A Londra mi sento a casa. New York è certamente una metropoli di grande fascino, ma la cultura è un po’ diversa dalla nostra. E sei anche molto più lontano dall’Italia.
Quali opportunità formative e lavorative pensi che Londra possa offrire in campo giornalistico?
Le stesse opportunità che sono state concesse a me quindici anni fa. Nel mondo anglosassone puoi partire da zero e ottenere eccellenti risultati. Conosco una persona che ha cominciato come lavapiatti e, dopo qualche anno, è riuscita ad aprire un ristorante e ad avere successo. Penso che la stessa cosa valga più o meno in tutti i campi, politica compresa. E’ un mondo molto più aperto ai giovani e alle possibilità.
Hai qualche scuola da suggerire in particolare?
Penso che la scuola migliore sia la pratica sul campo, facendo un internship in un grande giornale o in un grande canale televisivo e accettando di non essere pagati e di fare le cose più umili. Stare insieme a veri professionisti che ti dedicano anche solo pochi minuti per spiegarti i segreti del mestiere è un’opportunità straordinaria.
Ritorniamo all’Italia. Dall’ultimo rapporto Istat emerge il ritratto di un paese che fatica a riprendersi dalla crisi. Debito pubblico fuori controllo, stagflazione, crisi della classe politica…
Il nostro Paese è fantastico sotto molti punti di vista, ma ha bisogno di essere più aperto ai cambiamenti. Da italiana lo capisco, perché anche io sono così. Tuttavia, quando i cambiamenti arrivano e vedi che le cose migliorano, abbracciare l’opportunità è la cosa più bella e giusta da fare.

Secondo te l’Italia può tornare a essere un “paese per giovani”?
Spero che possa presto tornare a esserlo. In Italia abbiamo tantissime persone valide, che meriterebbero più opportunità. Bisogna certamente dare credito ai “senior” che valgono, ma è anche necessario lasciare spazio ai giovani che vogliono imparare. E occorre costruire la cultura del “voler imparare”, perché ci sono purtroppo tante persone che si adagiano sul “tanto non troverò mai lavoro” e lo usano come un alibi per non misurarsi con le difficoltà. Decidere di trasferirmi a New York per me è stato tutt’altro che facile: ho lasciato il lavoro, la famiglia, gli amici, la mia terra. Ed ero molto spaventata dal fatto che mi sarei trovata in un mondo che non conoscevo, con una lingua diversa dalla mia… Alla fine, però, sono esperienze che ti consentono di farti le ossa, e che – se hai voglia di lavorare – ti possono veramente dare tanto. Capisci, impari e vedi tantissime cose che difficilmente potresti conoscere rimanendo nel tuo “piccolo mondo”.
In conclusione, cosa consiglieresti a un giornalista che stia pensando di lavorare all’estero?
Di partire! E di fare un periodo di prova, più o meno lungo. Alla fine, si può sempre tornare in Italia per reinserirsi nel mondo del lavoro con una marcia in più.
Grazie mille Angela, e buon proseguimento! "


* L'intervista è stata pubblicata nel sito italiansinfuga, dedicato ai giovani che lasciano l'Italia per cercare concrete opportunità di lavoro.
*Segnalazione di Anna Maria Giuliani

____

12 maggio 2011

Clap-Act

L'articolo 1 della Costituzione individua il valore fondante della Repubblica nel lavoro: " L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".
In risposta al quesito di una lettrice "perchè il lavoro è il cardine della Costituzione", Corrado Augias ricorda su Repubblica del 5 maggio scorso che Giuseppe Saragat commentò così la scelta dell'Assemblea Costituente: "che cosa vuol dire questo articolo 1 della Costituzione? Vuol dire che essa mette l'accento sul fatto che la società umana è fondata non più sul diritto di proprietà e di ricchezza, ma sull'attività produttiva di quella ricchezza. E' il rovesciamento delle vecchie concezioni".
Il fatto è, che dopo una breve stagione di buoni propositi, un'altra di mobilitazioni e di tensioni, questo rovesciamento non si è mai attuato. Viviamo in una società dove il conflitto di classe è vivo e vegeto, subdolamente nascosto dietro le scuse tardive di una Confindustria che per solidarietà di categoria applaude un uomo condannato per strage, applaude perchè se dovesse prevalere questo atteggiamento garantista in tema di sicurezza sul lavoro si allontanerebbero gli investimenti stranieri!
Domani la presidente Emma Marcegaglia incontrerà i parenti delle vittime del rogo della Thyssen, e noi assisteremo al consueto imbroglio di chi piega la vita umana alle esigenze della produzione e del profitto, di chi la trasforma in merce di scambio, di chi la morte la fabbrica in serie...pensiamoci su, una volta rientrati a casa.
Simona Tarzia

_____


 

02 maggio 2010

Primo Maggio riflessivo

Ad Udine nel giorno del Primo Maggio dedicato alla Festa del Lavoro e dei lavoratori si è scelto di ricordare chi muore sul lavoro con cento tute “senza testa”. L'idea davvero provocatoria è del fotografo Gianfranco Angelo Benvenuto che in questo modo ha voluto ricordare che In Italia il numero degli incidenti morali sul lavoro ha raggiunto livelli non più tollerabili; il numero delle "morti bianche" é tra i più alti del mondo occidentale. Altrettanto grande è il numero degli infortuni che provocano lesioni gravi e permanenti.
*Link alla sequenza completa delle fotografie di G.A. Benvenuto, pubblicata sul sito del Messaggero veneto.

Archivio blog

Copyright

Questo blog non può considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62/2001. Chi desidera riprodurre i testi qui pubblicati dovrà ricordarsi di segnalare la fonte con un link, nel pieno rispetto delle norme sul copyright.