Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

_________________

Scorrendo questa pagina o cliccando un qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie presenti nel sito.



Visualizzazione post con etichetta Libri ri/trovati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri ri/trovati. Mostra tutti i post

21 giugno 2022

Energia solare

 "In realtà. il Sole è un immenso reattore nucleare essenzialmente eterno, costruito dal gioco di forze cosmiche e non dalla mano dell'uomo. [...] Sulla Terra arriva meno di un miliardesimo dell'energia irraggiata dal Sole. Essa interagisce dapprima con i costitutenti dell'atmosfera che circonda il nostro pianeta e poi con i materiali della sua superficie: acqua, terreno, e vegetazione."

Barry Commoner , "La povertà del potere. Crisi ambientale, crisi energetica, crisi economica: tre aspetti di un'unica crisi"
Garzanti, Milano, 1976, p. 136.

25 ottobre 2021

Ansia da informazione

Siamo nell'era della sovrainformazione che produce ansia da informazione*, ovvero disinformazione per cui si dovrebbero conoscere le regole della buona selezione delle fonti di informazione. Selezionare e scartare, scartare tutto quel che pare incerto o inattendibile. Scartare per scremare, selezionare e confrontare, e di nuovo selezionare per ben decodificare fatti e commenti, per decidere il che fare in ogni scelta della nostra vita. Questo si dovrebbe insegnare a scuola, precisando sempre che nella società complessa, multimediale e interconnessa non esiste democrazia senza una buona informazione. I CARE sintetizzava Don Lorenzo Milani perchè anche l'informazione è un dovere di civile convivenza.
mmilan

*cfr. Richard Saul Wurman, L'ansia da informazione, Leonardo, Milano, 1991, pp. 469 (pubblicato in anni in cui per il giornalismo il mondo internet era agli albori).
___

12 giugno 2020

Ri-occasioni di approfondimento musicale

Selezione della critica e cronaca musicale di Giorgio Pestelli dal 1971 al 2001

Ascoltare è mettersi attivamente a disposizione di uno stimolo sonoro, non semplicemente sentirlo, come dalle finestre chiuse si sente la città col suo respiro di automobili, se ne avvertono rombi e frenate ma non ci si fa caso, come tra le corsie di un supermercato, tra lo sferragliare di carrelli e l’accartocciarsi di involucri plastici, si percepiscono musichette orecchiabili, ma non ci si fa caso. Ed è proprio nell'approcciare la musica che è più difficile abbandonare la passività di colui che sente per assumere un ruolo attivo nei suoi confronti: “sottrarre la musica all'ascolto indifferente e integrarla nella vita e nella coscienza come occasione di comprensione, arricchimento e diletto”. Queste parole, che indicano quanto è necessario fare per cogliere ciò che la musica può avere da offrire, racchiudono il proponimento, l’obiettivo che secondo Giorgio Pestelli, nell'introduzione al suo libro La pulce nell’orecchio. Temi svolti di critica musicale (Marsilio, 2001), dovrebbe animare il critico musicale nel suo impegno di “testimone e tramite fra compositori, interpreti e pubblico”. In questi termini emerge l'interpretazione educativa, formativa del mestiere di critico e musicologo che ha accompagnato Pestelli, grande appassionato di teatro musicale e storia della critica, durante tutta la sua carriera, sia sulle pagine de "La Stampa", dove è stato a lungo critico musicale titolare, successore di Massimo Mila, e dei migliori periodici musicali italiani, sia dietro alle cattedre dell’Università di Torino e di Genova. 
Ascoltare musica è quindi dedicare ad essa orecchie e intelletto, e trasformarci in Ascoltatori è il compito della critica, che sulle pagine dei giornali o in rete dovrebbe darci spunti di comprensione, tenderci ami ai quali abboccare per gustare più consapevolmente quel fluire di vibrazioni che da secoli chiamiamo ‘musica’. Ma “le recensioni sul giornale a pensarci bene non si leggono veramente” e quindi, con quella “recollection in tranquillity” (rievocazione in tranquillità) che Wordsworth ricercava per scorgere la poesia nel mondo che aveva già vissuto e farne versi, è bene che si torni a risondare le esperienze musicali “su una pagina più calma” per “favorire la connessione di opinioni che superano la circostanza immediata” e “orientare verso altri ascolti e altre letture.
Pestelli aveva già, con questa logica, proposto una raccolta di suoi articoli, Di tanti palpiti. Cronache musicali 1972-1986 (Studio Testi, 1986), e La pulce nell'orecchio si presenta come un proseguimento di questo lavoro antologico. Gli articoli di questa selezione, a parte qualcuno inedito, sono usciti perlopiù su "La Stampa", ma anche su "Il Giornale della Musica", "Amadeus" e altri, tra il 1987 e il 2001. È un percorso di lettura sì cronologico, ma anche tematico, in cui le cronache musicali vere e proprie, le recensioni, seguono una sezione dedicata a ritratti, profili e ricordi di musicisti e studiosi, composizioni e libri musicali; l’ultima parte, a chiusura, è occupata da commenti di natura più eterogenea, note sul costume musicale e curiosità. 
“La musica non si racconta; l’unica cosa che si può raccontare è il dialogo che si apre fra l’immagine storica dell’opera e la sua viva rappresentazione in teatro”. La pulce nell'orecchio ha un connotato, come già segnalato, cronologico: è una passeggiata tra alcuni importanti momenti della recente storia della musica ‘colta’ e del teatro musicale che fornisce il pretesto per una riscoperta di opere, interpreti, direttori, compositori e, grande pregio di questa raccolta, offre un validissimo punto di vista sull'arte di far critica e cronaca musicale, vista attraverso la metodologia e lo stile di Pestelli, fonte di insegnamenti preziosi per l’aspirante critico. Ma il filo conduttore di questa collezione di scritti, che non deve essere sottovalutato a maggior ragione dallo studente/ studioso, è da seguire nell'impegno quasi androgogico mirato a forgiare ascoltatori non indifferenti, bensì coscienti e consapevoli (seppure il critico debba poi saper ritrovare una certa ‘ingenuità’ d’ascolto, per non estraniarsi del tutto da quello che è parte fondamentale dell’esperienza musicale: l’impatto emotivo immediato). 
E poi: la musica, evidente protagonista. Da ascoltare, appunto, perché queste non siano solo parole, ma un “pretesto di cultura musicale più durevole della prima impressione”. Se questa lettura stimolerà l’ascolto delle opere musicali trattate e anzi, dico io, se l’ascolto sarà ad essa associato come necessario complemento, “la raccolta avrà avuto la sua ragion d’essere”.
Davide Audino

Giorgio Pestelli 
La pulce nell'orecchio. Temi svolti di critica musicale, 
Marsilio, Venezia, 2001
___

17 ottobre 2018

In libreria


Carlo Emilio Gadda 
Norme per la redazione di un testo radiofonico
a cura di Mariarosa Bricchi 
Adelphi, Milano, 2018, pp. 56.
Descrizione
Che i più dignitosi accademici chiamati, negli anni Cinquanta, a collaborare al Terzo Programma Rai abbiano avuto un sussulto nel leggere l'opuscolo di norme redazionali allegato alla lettera-contratto non stupisce. Con una fermezza sotto la quale fremeva un'esplosiva ironia, li si invitava a bandire il tono dottrinale e l'esibitivo «io», incisi e litoti a catena, vocaboli antiquati o tecnici e mostruose forme verbali (come l’indigesto svelsero). Non potevano sapere che l'autore di quell'opuscolo era il più sovversivo degli scrittori italiani, per una volta nelle vesti di ligio e irresistibile anti-Gadda.
____

19 settembre 2018

Giornalisti letterati


Franco Zangrilli
La Favola dei fatti. Il giornalismo nello spazio creativo
Ares - Faretra, Milano, 2010, pp. 312.
Descrizione
Oltre un secolo di letteratura, dalla fine dell’Ottocento agli esordi del 2000, ha dialogato con la realtà dell’informazione giornalistica, sia facendo rivestire i panni del giornalista ai protagonisti di romanzi e racconti, sia vedendo gli autori stessi impegnati contemporaneamente sul fronte della letteratura e su quello giornalistico, come è il caso di Poe, Maupassant, Capuana, D’Annunzio, Matilde Serao, Sibilla Aleramo, Oriana Fallaci, Luce D’Eramo, Buzzati, Landolfi, Moravia, Palumbo, Piovene, Virgili, Doni, Pirandello, Prisco... Tutti autori indagati in queste pagine alla luce del dialogo e della contaminazione tra letteratura e giornalismo. L’afflato delle loro opere, anche quando si muove sulla falsariga di moduli realistici, riveste di surrealismo fatti ed eventi di attualità, di allegorismo la cronaca, di simbolismo la rappresentazione mediatica; opere quasi sempre inclini a tessere la favola della notizia, a discutere del giornalismo in uno spazio che si fa spesso significativamente fantastico

01 febbraio 2018

John Steinbeck alla guerra

Se c'è una cosa che si può certamente affermare su John Steinbeck, tra gli autori più prolifici della cosiddetta lost generation americana, è che non sia mai stato un narratore scontato. Lo si può intuire soltanto pensando ad una delle sue ultime opere, Le gesta di Re Artù e dei suoi nobili cavalieri, uscita postuma nel 1976, così diversa per contenuti e stile dallo Steinbeck lucido, ottimista ed ermetico che tutti conoscevano. Ebbene, anche questa raccolta di lettere che il letterato americano raccolse per il quotidiano "Newsday" come inviato sul campo durante il lungo conflitto vietnamita, dal dicembre 1966 al maggio 1967, presentano un aspetto tutt'altro che banale. L'impressione però è che questa volta lo stesso autore / narratore fosse particolarmente confuso riguardo alla guerra in Vietnam, un conflitto unico nella storia per geografia e andamento, come lo stesso Steinbeck non mancò di notare a pochi giorni dal suo sbarco nel Sud Est asiatico. Se infatti nei primi dispacci, e per gran parte dell'intera opera, lo scrittore, pur nella sua analisi estremamente lucida, fa tutto il possibile per supportare e giustificare l'intervento militare statunitense (a differenza della quasi totalità della letteratura a lui contemporanea e/o futura), nelle ultime lettere, ed in particolare dopo il ritorno in patria, Steinbeck sembra nutrire profondi dubbi sulla bontà di un conflitto tanto lungo quanto dispendioso. D'altronde, come nota l'autore, a differenza del secondo conflitto mondiale (di cui Steinbeck fu giornalista inviato in Europa), la guerra del Vietnam è una guerra senza confini ed eserciti precisi, "una guerra di sensi, senza fronti e senza retrovie", dove il discrimine tra libertà e occupazione, tra omicidio e missione militare, è davvero più labile che ma. In un racconto tanto indecifrabile sia per lo stesso narratore che per i lettori, pochi aspetti mantengono una propria persistenza e continuità: la critica spietata di Steinbeck per i metodi e per le subdole strategie attuati dai Vietcong alle spese della popolazione rurale del Sud (con buona pace delle tante critiche che spesso hanno bollato Steinbeck come un "simpatizzante dei rossi"), tuttavia non fomentate da una pura contrapposizione ideologica (vedasi la brillante critica alla diplomazia americana nell'insistere a definire Taiwan "la vera Cina" pur di non riconoscere Mao), ma al limite velate da quel patriottismo quasi connaturato che nasce sul campo di battaglia (a tale proposito, vedasi la spietata denuncia all'uso da parte dei comunisti di bambini nelle missioni di guerra, salvo poi proporre subito dopo allo stesso Vietnam di fare lo stesso a parti invertite). Un'altra costante del racconto è la curiosità mostrata da Steinbeck in ogni pagina di questa nuova avventura ("Non guarirò mai da questa curiosità esagitata. Mi sento ancora come quando da bambino andavo da Salinas a San Francisco, addirittura a cento miglia di distanza!"), una curiosità ancor più ammirabile se consideriamo che quando Steinbeck scrisse le lettere aveva sulle spalle già 64 anni di vita, di cui sei mesi in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, decine di romanzi pluri-premiati, e perfino un Nobel per la letteratura. L'atteggiamento mostrato dall'autore, che tanto gradevolmente traspare dalla sue parole, è a mio parere un vero e proprio manifesto del giornalismo. Una cronaca lucida, sincera, ma allo stesso tempo appassionata, che non manca di aneddoti personali e talvolta ridicoli, alternati a riflessioni geopolitiche assolutamente non scontate. A tratti lo Steineck giornalista di guerra appare tale e quale a quello conosciuto nel 1943, incanalato tra il New Deal rooseveltiano e il nazionalismo, esaltato dalla descrizione delle armi e dei mezzi militari, critico verso il pacifismo ipocrita e fine a se stesso, abile nel definire in modo spietato e incorruttibile il "nemico". In altri tratti invece prevale lo Steinbeck romanziere, quello difensore dei contadini vietnamiti e thailandesi (così simili per certi versi agli okies, protagonisti di Furore), e capace di regalare al pubblico del Newsday personaggi che sembrano davvero resuscitati dalle pagine di un romanzo, come il Venerabile Giac, il maestro di judo pacifista che insegna la quiete interiore ai bambini di Saigon, o il generale di polizia thailandese che non riesce a capire come Playboy sia diventato "la bibbia dei giovani americani". In particolare nelle ultime lettere, dedicate alla sua permanenza in Laos ed in Giappone prima del rimpatrio, l'autore riesce davvero a fondere questi due mestieri, il giornalista ed il romanziere, in un connubio di entusiasmo, capacità comprensiva, esperienza e persino romanticismo, che per un poco fanno vedere anche gli aspetti più umani di un conflitto definito disumano da tutta la critica del tempo, da Bob Dylan a Norman Mailer, passando per John Lennon e Noam Chomsky. A prescindere dall'aspetto contenutistico, l'opera, uscita postuma (Steinbeck morirà nel 1968, appena un anno dopo l'esperienza vietnamita), può essere vista come un lascito testuale del romanziere. La storia ci ha consegnato tanti John Steinbeck: lo Steinbeck sognatore californiano, lo Steinbeck socialista dopo la crisi di Wall Street, lo Steinbeck pacifista, lo Steinbeck ospite di Roosevelt alla Casa Bianca, inviato di guerra, nazionalista, comunista e anti-comunista. In fin dei conti John Steinbeck ebbe la grande capacità di vedere e interpretare la realtà dei suoi tempi, una realtà mai univoca e che quindi mai può essere letta in bianco e nero. Proprio per questo motivo mi piacerebbe chiudere questa scheda di lettura con la piccola digressione che l'autore si concede nella lettera del 3 febbraio 1967, dove scrive la sua interpretazione sull'effettivo valore della guerra:
"Per me tutte le guerre sono cattive. Non esistono buone guerre e non credo che esista un soldato pronto a darmi torto. Però non riesco a capire quelli che credono di essere innocenti solo perché distolgono lo sguardo e girano le spalle: quelli che distolgono lo sguardo hanno forse scoperto che una guerra è buona e una è cattiva? Masterson, il soldato semplice di marina che guada le paludi pullulanti di sanguisughe, la famiglia di contadini delle risaie che si rintana terrorizzata nella sua capanna minata all'estremità di un sentiero pieno di trappole esplosive, io che ho visto questa guerra da vicino: tutti saremmo d'accordo nel dire che è tutto cattivo. Ma tutto il male va eliminato in una volta sola, altrimenti continuerà ad esistere come è sempre esistito".
Francesco Massardo


John Steinbeck
Vietnam in guerra: dispacci dal fronte
a cura di T.E. Barden
Libreria editrice goriziana, Gorizia, 2017.
____




06 gennaio 2018

Rewire: positivo, con un “ma”…


Adattarsi a un mondo in continua trasformazione, tanto più se nell’era della tecnologia, non è un compito semplice. Le trasformazioni sono repentine e radicali, al punto tale che chiunque si trovi a dover lavorare - ma anche solo vivere - in un simile tumulto, spesso non fa in tempo ad adeguarsi che è già tempo di cambiare. Quello che sembra ormai ovvio è che ci troviamo oggi nell’era della globalità, in cui le idee, i processi, le tendenze e anche le problematiche non si trovano circoscritte in un’area definita, ma divengono comuni a realtà geografiche anche molto distanti tra loro.
Di fronte a questo panorama in divenire, Ethan Zuckerman, studioso americano delle nuove forme di comunicazione e di cultura digitale, propone alcuni ragionamenti e considerazioni utili a chi stia cercando di orientarsi nell’oggi; lo fa attraverso Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, edito in Italia da Egea e uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel giugno 2013, pubblicato dalla W. W. Norton & Company.
Questa recensione fa riferimento alla versione epub: E. Zuckerman, Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, Egea editore 2014.
Cosmopoliti…
Il cosmopolitismo sembra essere un argomento che sta molto a cuore all’autore, non solo perché ha così intitolato la sua opera: basandosi sulla definizione proposta dal filosofo Kwame Antony Appiah, l’uomo e la donna cosmopoliti dimostrano un «genuino interesse per le concezioni e le pratiche altrui, impegnandosi a comprendere, se non anche ad accettare o ad adottare, modi di vivere differenti» dal proprio; il cosmopolita, inoltre, «abbraccia seriamente l’idea di avere degli obblighi nei confronti degli altri». In quest’ottica, il divenire un cosmopolita deve essere, secondo Zuckerman, l’obiettivo di chiunque voglia fare comunicazione. Altro consiglio centrale nell’analisi dell’autore riguarda la possibilità di essere xenofili e figure ponte: i primi sono «individui attirati dall’insolito, che traggono ispirazione ed energia creativa nell’ampia diversità del pianeta», mentre i secondi «si muovono a cavallo tra due ambiti culturali; ne fanno parte, ad esempio, quei blogger impegnati a tradurre e contestualizzare i contenuti da una cultura all’altra». Tutti questi elementi sono fondamentali, secondo quanto asserisce Zuckerman, nel mondo globalizzato in cui viviamo: le differenze identitarie - di genere, di etnia, religione, lingua - portano allo sviluppo di differenze cognitive, che sono, a loro volta, il valore aggiunto per eccellenza dell’era della globalità.
 … digitali.
L’elemento digitale è proprio quello entro cui si muove Zuckerman: non solo si trova alla base della semplicità con cui avvengono oggi le comunicazioni e, quindi, dei rapporti contemporanei, ma è anche - e soprattutto - il futuro di imprese, persone e mezzi di informazione.
L’inflazione dell’esempio
Tutti questi elementi sono presentati attraverso l’utilizzo smodato di esempi: sebbene gli stessi rappresentino uno strumento utile per illustrare ragionamenti complessi, specialmente a chi si stia approcciando per la prima volta a simili argomenti, la loro massiccia presenza all’interno di questo volume risulta eccessivamente pesante anche per il lettore più attento. Volendo azzardare una stima, una buona metà dell’intero volume è persa in esempi: esempi sulla diffusione di nozioni e notizie, esempi tratti dall’Antica Grecia sull’approccio cosmopolita, esempi di come lo sviluppo delle connessioni possa costituire anche, a volte, un pericolo; anche gli aneddoti occupano un ruolo importante in Rewire: sulla nascita dei forum, sulle discussioni che hanno portato alla fondazione di Global Voices, sull’esportazione dell’acqua Evian. Una scelta stilistica che ha stravolto il proposito dell’esistenza stessa dell’esempio, appesantendo la lettura e rendendola eccessivamente lenta e difficoltosa.
Il vademecum della globalità digitalizzata
Nota decisamente positiva riguardo l’utilità delle teorie racchiuse nel piccolo volume. Concetti rilevanti come quello di homophily o di serendipità emergono chiari e evidenti, creando un filo conduttore che accompagna il lettore lungo tutto il suo percorso: il processo di notiziabilità internazionale, la gestione dei social network da parte di algoritmi sempre più aggiornati e “invadenti”, il ruolo fondamentale delle traduzioni in un mondo sempre più Eng sub ma con una forte componente idiomatica.
La lettura di Rewire somiglia a una palestra di comunicazione e di vita, che fornisce tutti gli elementi necessari per comprendere, almeno basilarmente, le dinamiche che muovono l’era della globalità e come fare a inserirvisi come professionisti della comunicazione e non solo.
Global Voices
Un intero capitolo del volume è, poi, dedicato a Global Voices, una rete internazionale di bloggers fondata da Zuckerman stesso e da Rebecca MacKinnon, con lo scopo di abbattere le barriere comunicative tra i Paesi “forti” e quelli più “deboli”: partendo dalla constatazione che, sul piano della discussione internazionale, maggiore spazio viene concesso a voci provenienti da contesti elitari e occidentali, Global Voices sfrutta i contributi generati dagli utenti di internet per «offrire a chiunque voglia esprimersi i mezzi per farlo, come anche di offrire gli strumenti adatti a chiunque voglia prestare ascolto a queste voci».
I volontari che collaborano a questo interessante progetto, ricercano e traducono, ogni giorno, i pezzi più interessanti pubblicati sui blog del loro Paese, in modo da renderli disponibili al resto del mondo. Quanti di noi sono adegutamente informati sulle questioni provenienti dalla Nigeria? Dall’Angola, dallo Sri Lanka, dalla Lettonia o dal Paraguai? Quello che fa il progetto Global Voices (all’indirizzo internet https://it.globalvoices.org/ per la versione italiana) è strappare il pesante velo delle barriere linguistiche e mediatiche, per aiutare chi sia interessato a mantenersi aggiornato, andando a pescare le produzioni originali delle voci meno ascoltate online e servendole su un piatto d’argento al pubblico internazionale.
Must-have
Un lavoro certamente accurato, impegnato e impegnativo quello di Ethan Zuckerman, che ha messo a disposizione del pubblico le competenze acquisite in anni di esperienza sul campo e di studi approfonditi. Potessi suggerire una nuova edizione, proporrei all’autore le mie considerazioni sull’impiego dell’esempio come strumento esplicativo; tuttavia ho trovato l’opera interessante e sostanzialmente utile: non è necessario avere interessi professionali negli elementi trattati; l’importanza fondamentale dei concetti “cosmopolita”, “digitale” e “era della globalità” - abilmente condensati nel titolo - rende Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità un testo must-have per ogni appassionato del mondo, della contemporaneità e dell’umanità.
Veronica Rosazza Prin

Ethan Zuckerman
Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità
Egea, Milano, 2014
___

 

 

22 maggio 2017

Quando Oriana Fallaci intervistava la Storia

Intervista con la Storia di Oriana Fallaci è una raccolta di 28 interviste (delle quali due rivolte al politico socialista portoghese Mario Solares), edite per la prima volta nel 1974 da Rizzoli; a partire dall’edizione del 1977, la stessa autrice scelse di integrare ciascuna intervista con una breve presentazione del personaggio preso in esame, il tutto correlato con alcuni accenni alla contestualizzazione storico-sociale entro cui essi si sono trovati a vivere e ad operare e con numerosi riferimenti alle loro caratteristiche di uomini e donne prima che di politici.
I destinatari delle domande della giornalista in questo frangente furono i principali “attori” della scena mondiale degli anni ‘60-‘70: le interviste loro rivolte non sono ordinate secondo una cronologia precisa, ma, piuttosto, sulla base di “nuclei tematici” (quali, ad esempio, la Guerra del Vietnam, la situazione del Medio Oriente e le tensioni politico-sociali vissute dai paesi dell’Europa meridionale a seguito della caduta dei regimi), all’interno dei quali i vari protagonisti sono presentati come strettamente interrelati tra loro.
E così, uno per uno, ella ci descrive 27 tra i più celebri e importanti individui che abbiano calcato la scena mondiale del XX secolo, dipingendo per ciascuno un quadro (umano prima ancora che politico) praticamente perfetto e presentandoli in tutte le loro sfaccettature psicologiche. In questo frangente, possiamo citare come particolarmente coinvolgenti le interviste rivolte, rispettivamente, a Henry Kissinger, segretario di stato degli Stati Uniti durante la presidenza di Nixon, famoso per la sua freddezza e per il suo acume (per i quali arrivò addirittura ad affermare che “L’intelligenza non serve per fare i capi di Stato. La dote che conta, nei capi di Stato, è la forza. Il coraggio, l’astuzia e la forza.” (p. 18 ), al temutissimo generale Giap, comandante dell’Esercito Popolare del Vietnam del Nord (“I bambini li spaventi sussurrando « Ora chiamo l’orco », gli Americani li spaventi sussurrando « Ora viene Giap ».”, p.81), all’ex-pediatra palestinese di confessione cristiano ortodossa George Habash, che, per odio o per disperazione, abbandonò la cura dei più deboli e dei più poveri per dedicarsi anima e corpo alla vendetta verso gli oppressori alla guida del FPLP (Fronte Popolare per la liberazione della Palestina), e al Ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita Ahmed Zaki Yamani, forse l’uomo più potente che abbia calcato la scena politica degli anni ‘60-‘70. Celeberrimi, poi, i colloqui con il glaciale direttore della CIA William Colby, calcolatore dall’animo freddo e dallo sguardo impenetrabile (“Lui rappresentava il potere, la piovra invisibile e onnipresente che tutto domina e strozza”, p.587), con l’arcivescovo cattolico brasiliano Helder Camara, oppostosi da sempre alla dittatura e, per questo, costretto a vivere in miseria e costantemente bersagliato da minacce e tentativi di aggressione, e con l’arcivescovo cipriota Makarios III, l’unico in Europa che tenesse insieme potere temporale (in quanto Presidente della Repubblica di Cipro) e religioso. E, infine, indimenticabile risulta l’incontro con Alexandros Panagulis (o Alekos), la cui intervista risulta eminente sia dal punto di vista umano che sotto l’aspetto giornalistico; politico, rivoluzionario e poeta greco, divenuto ben presto compagno di vita della stessa Fallaci, Alekos fu a lungo perseguitato, torturato e incarcerato a causa delle sue idee politiche, ma il suo animo alla fine gli permise di divenire in toto un vero e proprio simbolo (“Essere un uomo significa avere coraggio, avere dignità, significa credere nell’umanità: significa lottare, e vincere.”, p. 860 ).
Questo libro può dirsi davvero un’intervista con la Storia, poiché interpella buona parte di coloro che ne sono stati fautori a tutto tondo: perché, in fondo, la storia è fatta di uomini e, come ci insegnano i più grandi, “Homo faber fortunae suae” (citazione riconducibile a Niccolò Macchiavelli nel De Principatibus, Firenze, 1513). Ciascuna delle 27 brevi presentazioni, intense e ricchissime di pàthos, viene seguita, per l’appunto, dall’intervista al personaggio in questione, completa di domande e risposte da parte di entrambi gli interlocutori; in ciascuna parte dei vari “capitoli” inerenti queste eccellenze (sia in positivo che in negativo) del secolo scorso, lo stile dell’autrice risulta molto colloquiale, semplice e facilmente comprensibile, e questo anche grazie alla scelta di un lessico e di una terminologia quasi quotidiani, familiari. La naturalezza con cui vengono presentati fatti, avvenimenti e personaggi (di norma tanto idealizzati da sembrare quasi irraggiungibili) permette talvolta di leggere la storia in termini di quotidianità, di sentirla vicina, di avvertire l’impressione (reale, alla fin fine) di farne davvero parte: ed è proprio questo a cui puntava Oriana Fallaci, avvicinare gli eventi storici ad ogni loro singolo artifex particolare, a tutti quegli spettatori civili che, a modo loro e in maniera totale, hanno fatto la storia prima ancora di viverla.
La semplicità del racconto, la colloquialità con cui la Storia in quanto Historia viene presentata, allora, riescono a coinvolgere i lettori nel racconto, a renderli partecipi di un passato che non tornerà ma che, in parte, è ancora loro nei risultati di un futuro in perenne costruzione, tutto da vivere.
Guendalina Liberato

Oriana Fallaci 
Intervista con la Storia 
BUR, Milano, 2008 (Prima edizione, Rizzoli, 1974).

20 maggio 2017

Nascita e morte del giornalismo americano?


''La stessa categoria giornalismo non è più adeguata a descrivere la frammentazione dei formati e dei messaggi. La moltiplicazione di canali televesivi, la crescità di Internet, il successo della radio parlata, la proliferazione di prodotti paragiornalistici ci dovrebbero indurre a discutere di vari giornalismi, molti dei quali hanno una parentela assai vaga con quell'industria di raccolta organizzata dalle notizie di interesse generale che eravamo abituati a conoscere.''
Fabrizio Tonello, insegnante di Storia del giornalismo nell'Università di Padova, con questo libro vuole proporre un analisi storica e sociale su come questo mondo stia cambiando e per approfondire l'argomento prende gli Stati Uniti d'America come caso studio.
Nelle varie pagine il lettore sarà trasportato in un viaggio che comincia nel
1733 e finisce ai giorni nostri, affrontando i temi della libertà d'espressione, della nascita della penny press, di come lo sviluppo tecnologico ha influenzato il modo di dare la notizia, dal telegrafo che creò la tecnica delle 5w a internet che sta distruggendo il giornalismo tradizionale o di fare notizia dai cosidetti muckrakers all'infotaiment.
Un altro elemento su cui si sofferma l'autore riguarda come i media trattino certe notizie, addirittura quasi manipolandole per renderle più vendibili e cariche d'interesse all'opinione pubblica, e di come questo sia molto più evidente e alla luce del sole dopo i tragici eventi dell'11 Settembre.
E' interessante notare come le notizie si modifichino e adattino sui vari cambiamenti sociali che hanno coinvolto l'America in quasi tre secoli di storia e come questo sia tuttora in divenire.
Un chiaro esempio sono state le elezioni americane e le varie raffigurazione fornite da vecchi e nuovi media per veicolare i voti a favore di un candidato o del suo avversario creando immagini stereotipate e spostando l'attenzione evitando di soffermarsi sui contenuti che ognuno proclamava durante la propria campagna elettorale.
L'unico difetto che si può riscontrare è che molti temi sono stati solo accennati e non trattati, forse con la dovuta attenzione, ma a sua difesa, l'autore dichiara esplicitamente nelle prime pagine del libro che questo modo di scrivere come limite della collana stessa, (Bussole) con la quale lo pubblica, quindi è consigliato più a persone appassionate dell'argomento o studiosi in questo campo rispetto a curiosi dell'ultima ora o lettori da spiaggia.
''Potremmo essere alla vigilia di una nuova fase in cui il giornalismo tradizionale muore, per rinascere sotto forma di comunicazione diffusa''
Nicolò Granone

Fabrizio Tonello
Il giornalismo americano
Carocci, Roma, 2013 (prima edizione 2005).

___

Archivio blog

Copyright

Questo blog non può considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62/2001. Chi desidera riprodurre i testi qui pubblicati dovrà ricordarsi di segnalare la fonte con un link, nel pieno rispetto delle norme sul copyright.