Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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30 settembre 2025

Format Garlasco

Oramai la vicenda Garlasco e' diventata un format presente su ogni canale pubblico e privato in ogni ora e per ore con un parterre di personaggi fissi, protagonisti, caratteristi, interviste, colpi di scena ripetitivi, conduttori in studio e esperti di rito, poche inquadrature esterne ruotanti attorno alla "villetta" della vittima dove ancora vivono (asserragliati) i genitori in questa quotidianità' dell' ora obbligatoria di Garlasco su Rai1 /Ra2/ Rai3 /Rete4 / Canale5 ecc. /tg1 /tg2...Studioaperto / ecc. Da settembre persino La7 si e' adeguata allo strapotere del format inventando un "Ignoto X" , del preserale in attesa del lancio del tg5 di Mentana.
Garlasco rende, dove lo metti rende, rende, spietato nella ripetitività del copione e delle "svolte decisive", rende e ... deve esserci non importa dove, non importa per quanto tempo...Senza Garlasco i palinsesti perdono, i tg perdono. 
Il comune buon senso ha perso da tempo.
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18 giugno 2023

In libreria

 Graziano Cetara
Milena Sutter, verità e misteri sul delitto del biondino della spider rossa
Minerva edizioni, Bologna, 2023, pp. 328.
Descrizione
L'autore ricostruisce in modo definitivo, con testimonianze e documenti fino ad oggi inediti, i fatti che portarono alla morte della figlia tredicenne del re della cera per pavimenti, Arturo Sutter – industriale svizzero, genovese di adozione –, rapita all’uscita da scuola, strangolata e poi lasciata affondare in mare. Era il 6 maggio 1971. Il libro racconta dei misteri che ancora restano dopo la morte di Lorenzo Bozano, passato alla storia come il “biondino della spider rossa”, stroncato da un infarto a 76 anni mentre, in libertà vigilata, nuotava all’Isola d’Elba il 30 giugno 2021. Il giornalista Graziano Cetara riannoda i fili della memoria, attraverso le pagine mai lette prima del diario di Milena e le parole, dopo cinquant’anni di silenzio, della madre Flora e del fratello Aldo. Un volume che rievoca la tormentata biografia dell’assassino, le testimonianze e gli indizi che contribuirono alla sua condanna all’ergastolo, con foto inedite dal fascicolo d’inchiesta e istantanee in bianco e nero dei migliori fotografi di quegli anni, a comporre il quadro di una vicenda che scosse l’Italia intera che da allora non ha mai più dimenticato.
Graziano Cetara, genovese, è il capo della Cronaca di Genova de “Il Secolo XIX”, giornalista d’inchiesta, testimone da più di vent’anni dei principali fatti della cronaca nera e giudiziaria della sua città.

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27 dicembre 2018

In libreria

Enzo Mignosi
Quelli di via Solferino.
Un cronista, i suoi anni con il Corriere e la guerra di Palermo
Di Girolamo editore, Trapani, 2018, pp. 210.

Descrizione
Una storia di vita e di giornalismo raccontata come un romanzo da un cronista che ha vissuto per 35 anni sulla linea del fuoco nella Sicilia devastata da delitti e stragi di mafia. Reportage rimbalzati sulle pagine del Corriere della Sera, il santuario della carta stampata. Un pezzo di storia d’Italia che torna d’attualità nella narrazione di un testimone di tragici eventi che hanno sconvolto il Paese: i mille morti ammazzati degli anni Ottanta, i primi pentiti, i grandi processi, gli attentati a Falcone e Borsellino, il crollo dell’impero corleonese. Pagine ricche di pathos in cui l’autore lascia sfilare in sequenza una serie di flash che partono da lontano, dai tempi in cui, ancora ragazzo, combatte a mani nude contro una sorte malevola che sembra sbarrargli la via d’accesso alla professione. La tenacia lo premierà con la firma del contratto di praticante al Giornale di Sicilia e subito, a seguire, con l’incarico di corrispondente del Corriere della Sera. L’inizio di un’avventura straordinaria, che apre le porte del mondo fatato di via Solferino, il tempio del giornalismo nazionale.
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26 maggio 2018

Lo spettacolo della cronaca nera


Nel libro La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione Davide Bagnoli cerca di riflettere sulle origini della spettacolarizzazione mediatica in Italia. L’autore analizza cinque casi eclatanti di cronaca nera: l’incidente di Vermicino del 1981, il caso Cogne del 2002, il rapimento di Tommaso Onofri nel 2006, l’omicidio di Meredith Kercher del 2007 e quello di Avetrana del 2010. Secondo l’autore questi snodi principali rappresentano altrettante tappe di uno sviluppo dell’interesse morboso dell’opinione pubblica verso i casi di cronaca. Parallelamente è aumentato anche l’interesse e la spettacolarizzazione messa in atto dai media per informare – e spesso per intrattenere – i propri utenti su questi avvenimenti. Questi meccanismi vengono favoriti grazie a un’empatia dovuta all’attenzione che gli esseri umani hanno verso le situazioni di pericolo, da cui vogliono sfuggire. Proprio in questo duplice rapporto nasce il paradosso delineato da Bagnoli: il pubblico è portato ad avvicinarsi a questi avvenimenti da cui non vorrebbe essere colpito. Si tratta di una scelta difficile ma resa necessaria dall’esigenza umana di restare al sicuro.

Dal lato del consumatore di notizie gli effetti di tale scelta sono tra i più vari: attrazione e assuefazione all’orrore, semplificazione della realtà con arbitrarie indicazioni dicotomiche (bene o male; colpevole o innocente) e interiorizzazione di fatti macabri. Contemporaneamente i media scoprono la possibilità di manipolare il pubblico tramite le emozioni, finendo – volontariamente o meno – per: favorire l’accanimento dell’opinione pubblica nei confronti delle persone coinvolte nei casi di cronaca nera; acuire sempre di più il fenomeno del turismo nei luoghi in cui questi fatti si sono consumati; rendere le persone pericolosamente abituate alla rappresentazione della violenza.

Il dolore privato assume una dimensione sociale e virale e in alcuni casi si fissa nella memoria collettiva; in altri si perde nell’oceano di informazioni quotidiane. Sebbene il confine tra informazione e spettacolarizzazione sia labile, la seconda ha iniziato a prevalere sulla prima a partire da giovedì 11 giugno 1981, con la trasmissione della voce di Alfredo Rampi nell’edizione delle 13 del Tg2. Da quel momento e in modo graduale il racconto di queste vicende si è trasformato in una prova di forza dei media, capaci di destare un interesse morboso delle persone verso la cronaca nera. Così media e pubblico si sono trovati all’interno di un ciclo focalizzato sulla crescita della spettacolarizzazione a discapito della prassi giudiziaria.

Negli anni il problema si è ulteriormente accentuato. L’emergere delle tecnologie e delle piattaforme digitali hanno moltiplicato il numero delle fonti e attribuito agli utenti una maggiore possibilità di partecipazione. L’immediatezza e la velocità di pubblicazione della notizia sono essenziali per il funzionamento di una redazione giornalistica nel nuovo ambiente online; d’altra parte passano in secondo piano la verifica delle fonti, la precisione e l’accuratezza della notizia. Con Internet i fenomeni analizzati prima producono infinite imprecisioni sui casi di cronaca nera. Il pubblico si trova inserito in questi processi di disinformazione; le redazioni sono costrette al difficile compito di mantenere un equilibrio tra velocità e correttezza dell’informazione. In questi contesti vi è una spettacolarizzazione superiore e aggiuntiva rispetto a quella esistente nei media tradizionali.

Solo abbandonando le logiche della rapidità in favore di quelle sull’approfondimento e sulla riflessione è possibile contrastare gli effetti aggiuntivi della spettacolarizzazione sul web.

Gabriele Altea

Davide Bagnoli

La cronaca nera in Italia.
I perché della sua spettacolarizzazione  
Temperino Rosso Edizioni, Brescia 2016.

10 aprile 2018

In libreria

Vittorio Roidi e Lorenzo Grighi
Giornalisti o giudici.
Quando la cronaca trova il "colpevole" prima della sentenza
Rai-ERI, 2018, Roma, pp. 156.

Descrizione
Se “il buon giornalismo è la fatica del cercare, del documentarsi, del controllare, senza paraocchi, senza settarismi e in modo indipendente”, che cosa è successo ai professionisti dell’informazione nel caso dell’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, e di Chiara Poggi a Garlasco? I due casi presentano conclusioni opposte, ma anche molte analogie: i due principali indagati, Raffaele Sollecito, nel primo caso, e Alberto Stasi, nel secondo, sono stati subito raffigurati e valutati dai media come “colpevoli”, senza rispettare quel diritto alla presunzione di innocenza che, secondo la legge italiana, deve essere riconosciuto sempre e comunque a ogni imputato. Vittorio Roidi e Lorenzo Grighi – due generazioni di giornalisti a confronto – esaminano le modalità con cui la cronaca nera tratta i suoi protagonisti, sottoponendoli a un processo mediatico prima ancora che giudiziario, in un saggio che è, al contempo, un atto di accusa contro le derive del giornalismo e un manifesto sui principi di un’informazione corretta.”.

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25 gennaio 2017

Dei delitti e dei mass media

Come e quando è cambiata la narrazione della cronaca nera in Italia? Perché omicidi, rapimenti e dolore ci attraggono così tanto? C’è un modo eticamente corretto per la narrazione di simili fatti?
Queste sono alcune delle domande a cui Davide Bagnoli, giornalista attivo nella provincia di Parma, cerca di rispondere nel suo libro La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione pubblicato nel 2016.
Il volume è diviso in due parti: nella prima l’autore ci introduce nel mondo della cronaca nera presentando cinque casi tra i più noti in Italia, mentre nella seconda cerca di dare una risposta ai quesiti che hanno ispirato la ricerca per formare il ritratto di una situazione che, a suo avviso, è gradualmente sfuggita di mano per toccare il fondo con la bufera mediatica sul delitto di Avetrana.
E se l’omicidio di Sarah Scazzi è definito come l’apice della «tivù del dolore», l’autore propone come caso chiave per comprendere meglio il fenomeno della spettacolarizzazione quello di Alfredo Rampi, il bambino di appena sei anni caduto nel pozzo di Vermicino che ha tenuto incollati gli spettatori allo schermo per tre lunghissimi giorni. Per la prima volta i mass media, ma anche le istituzioni, danno così tanta importanza e spazio a un fatto che di per sé non ha interesse nazionale, ma in cui tutti si sono immedesimati. E proprio l’istintivo apprendimento empirico dall'osservazione, il sentirsi parte di una storia o comunque provare empatia per i protagonisti di essa è una delle prime risposte che Bagnoli dà per spiegare l’incredibile livello di audience registrato in quell’occasione e la mole di trasmissioni dedicate all’evento, protrattesi anche dopo che per Alfredino non ci fu più nulla da fare.
Gli altri casi analizzati sono invece tutti recenti (i fatti di Vermicino accaddero nel 1981) e ben saldi nella memoria comune: il caso Cogne (2002), la sparizione del piccolo Tommaso Onofri (2006), l’omicidio di Meredith Kercher (2007) e il già citato delitto di Avetrana (2010). Sicuramente si tratta di eccezioni, fatti molto sentiti in primis dagli operatori tv e dai giornalisti che si sono letteralmente accampati fuori dalle case degli interessati, e ciascuno aveva la propria particolarità che ha contribuito ad amplificare l’interesse (l’arma del delitto introvabile per Cogne oppure la risonanza internazionale del caso di Perugia) ma qui il titolo del capitolo, «I casi che hanno cambiato per sempre la cronaca nera in Italia», è illusorio e forse poco sincero: tra i casi principe di nera nel nostro Paese è quindi assente la vicenda del Mostro di Firenze? La scomparsa di Emanuela Orlandi? Tutti i delitti e le stragi di matrice mafiosa? Senza ombra di dubbio quelli proposti sono alcuni tra i crimini più discussi, selezionati dai mass media secondo criteri di notiziabilità che si avvicinano sempre più a mere logiche di mercato, come emerge dalla successiva analisi dell’autore.
Ma lo scopo della ricerca di Bagnoli non è quello di identificare i casi più “quotati” nella cronaca nera italiana, bensì quello di comprendere i «perché della sua spettacolarizzazione». Nella seconda parte del volume diventa chiaro come, per fornire una risposta, l’autore si sia posto inizialmente un’altra domanda: perché siamo attratti dalla violenza?
Una prima “colpa” viene assegnata all’individualismo che oggi permea la nostra società, e alla mancanza di grandi narrazioni e miti che vengono appunto sostituiti dai fatti di cronaca. Questa centralità dell’individuo, riporta Bagnoli citando lo psicologo Phil Zimbardo, manterrebbe viva l’idea che gli atti criminali possano essere sempre riconducibili alla personalità deviata o malvagia di chi li ha commessi, a qualcosa di diverso dall’essere umano “normale”. Un simile processo infonderebbe inoltre nello spettatore un aumento di autostima, perché paragonandosi al criminale esso si riscopre buono.Tuttavia questa società, presentataci come impregnata di individualismo, trova però conforto nel calore della massa, nello stringersi attorno a una perdita o nell’unirsi contro un nemico (reale o meno) mettendo da parte le differenze del quotidiano. Ma queste emozioni da chi vengono suscitate? Dai mass media, a cui l’autore si rivolge con vena polemica sull’argomento della spettacolarizzazione.
Traspare infatti che, secondo Bagnoli, il rispetto delle persone coinvolte nei fatti non dovrebbe essere prevaricato da nessun’altra logica, soprattutto se nascosta dietro a uno sfruttato “dovere di cronaca”. Risulta inoltre scettico sui processi paralleli visti più volte in televisione all’interno di trasmissioni come “Porta a Porta”, che riescono contemporaneamente a disturbare le indagini e a fornire una visione confusa e frammentata all’opinione pubblica.
Però, come fa notare anche l’autore, queste trasmissioni non esisterebbero, o avrebbero certamente cessato di esistere da tempo, se lo share non fosse elevato. Oltre che a politico e allenatore, la televisione eleva chiunque al ruolo di giudice e di inquirente, ci invita a prendere parte alla discussione, a dire la nostra. Bagnoli riconduce questa caratteristica e quella di dividersi tra innocentisti e colpevolisti esclusivamente agli spettatori italiani; non è ben chiaro il motivo di questa affermazione dopo aver definito l’attrazione verso il macabro come un istinto dell’essere umano, e soprattutto avendo “ereditato” questa usanze direttamente dagli Stati Uniti, che in materia hanno molte più histories dell’Italia (ricordiamo tutti i casi di Charles Manson e O.J. Simpson, ad esempio).
Quello che stupisce non è quindi la tendenza al commento e alla presa di posizione, ma la facilità con cui questo verdetto viene emesso, paragonabile alla facilità con cui viene pronosticata una partita. Sembra quasi che la massa non faccia distinzione tra un’esibizione sportiva e un delitto efferato, e l’autore sostiene che questo sia possibile solo se i soggetti coinvolti, e in realtà mi spingerei a dire l’intera vicenda, vengono deumanizzati. In questo modo si prende una totale distanza dalla situazione e non ci si capacita di stare giocando (perché altro non è che puro intrattenimento) con situazioni tragiche e con la vita privata delle persone.
Ma se non è possibile impedire la messa in onda delle trasmissioni che fomentano i processi mediatici, quale soluzione dovrebbe essere adottata? Bagnoli dà la stessa risposta di Cesare Beccaria quando nel suo Dei delitti e delle pene invoca un ritorno alla cronaca giudiziaria, basata solo sui processi e sulle sentenze della Magistratura. Per non giungere a una soluzione così drastica è attivo un organo preposto al controllo delle attività dei mass media, ovvero la Agcom (Agenzia Garante delle Comunicazioni), intervenuto più volte nei casi presentati, in particolar modo per Avetrana, al fine di ristabilire un approccio maggiormente professionale e diminuire la pressione sulla vicenda.
Dopo questi interventi, e dopo una presa di coscienza da parte dei giornalisti della spettacolarizzazione, la situazione oggi sembra diversa, anche se la cronaca nera riempie più del 25% della programmazione di tv e giornali. Bagnoli in questa sua pubblicazione, dal taglio prevalentemente saggistico, traccia il perimetro della spettacolarizzazione del dolore nell’ultimo decennio e cerca timidamente di proporre un’alternativa, coadiuvato da testimonianze di colleghi giornalisti. Si concede però alcune affermazioni che di rado sono presenti in un volume che vuol essere un saggio, come la frase di apertura delle conclusioni «la nostra società è quindi totalmente assuefatta al dolore e terribilmente abituata alla violenza», ipotesi totalmente soggettiva che travisa la diminuzione di filtri nella narrazione e la “distanza” del soggetto dai crimini sullo schermo con un’assuefazione definita addirittura terribile. Ho inoltre notato l’assenza di un aspetto che sarebbe stato interessante analizzare per lo scopo della ricerca, ovvero internet. Senza dubbio la colossale rivoluzione del web ha influito sulla spettacolarizzazione e mantiene vivo l’interesse per i casi di nera (attraverso, ad esempio, portali specializzati) e forse un approfondimento avrebbe fornito maggiore completezza al lavoro.
Nel libro tuttavia sono presenti diversi spunti per ragionare sul rapporto dei media con i delitti che vengono commessi ogni giorno, su tutti a mio avviso proprio quello del rispetto verso la situazione e i soggetti coinvolti: vale assolutamente la pena pensare di più quando si parla o si tratta di argomenti così delicati, e la “normalità” con cui essi vengono presentati e approfonditi non aiuta di certo a tenere un comportamento eticamente corretto. Il cambiamento non dev’essere solo dei media, ma anche e soprattutto dei lettori e degli spettatori, che devono essere informati e sensibilizzati. Leggere questo volume è sicuramente un ottimo modo per dare il via a un cambiamento, per capire ed essere più consapevoli e responsabili.
Edoardo Traverso
 Davide Bagnoli 
La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione
 Temperino rosso, Brescia, 2016.

12 gennaio 2017

Violenza di genere

Un tema tristemente attuale quello della violenza sulle donne, una riflessione doverosa proprio in questi giorni che hanno visto realizzarsi due terribili fatti simili, uno un giorno dopo l’altro.
Martedì  10 gennaio 2017, Messina, una giovane ragazze di ventidue anni  viene sfregiata nel corpo dal suo ex fidanzato che dopo averla cosparsa di benzine la dà alle fiamme.
Mercoledì  11 gennaio 2017,oggi,Rimini,una giovane ragazza di ventotto anni viene sfregiata nella faccia dal suo ex compagno che le ha tirato nel volto dell’acido rischiando di farle perdere la vista.
Due ragazze, due vittime della gratuità crudeltà maschile, per fortuna ancora vive, ma segnate per sempre da una ferita indelebile.
Due reazioni diverse: la prima ragazza difende il suo carnefice e nega l’accaduto gridando a gran voce: ’Non è stato lui! ’,mentre la seconda lo denuncia.
La violenza sulle donne è un problema reale ,attuale, è un problema criminale tanto quanto culturale dovuto forse alla diseguaglianza del rapporto tra uomo e donna nella costruzione dell’identità maschile.
E’ un problema enorme e dilagante dovuto probabilmente anche al ritardo che il diritto italiano ha impiegato a ritenerlo tale, a considerarlo reato; basti pensare che il femminicidio è stato per molto tempo considerato delitto d’onore per punire le condotte disonorevoli delle donne e poteva godere delle attenuanti del Codice Rocco.
Nel 1981 si è passati a considerarlo come delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, ma bisogna aspettare il 1996 perché la violenza sessuale sia riconosciuta come reato contro la persona, il 2009 perché siano puniti atti persecutori come lo stalking.
In Italia la violenza di genere è la principale causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni e proprio per questo bisogna parlarne, trovare soluzioni, promuovere le associazioni che aiutano le donne vittime di violenza , denunciare e non avere paura, stilare leggi severe per punire questi reati in modo che passi la voglia alla razza maschile di dimostrare la loro superiorità utilizzando la forza.
Forse nell’ambito giornalistico e dell’informazione si potrebbero raccontare le notizie in modo corretto e non distorcere le notizie usando termini inappropriati come ‘raptus di gelosia’ o l’ha uccisa perché l’amava troppo’, facendo trasparire una sorta di giustificazione o un’attenuante per quanto riguarda gli assassini o gli aggressori, e una colpa implicita nelle vittime, ma chiamando le cose con il proprio nome.
Le vittime vanno difese e non accusate.
Elena Sacchelli

09 gennaio 2017

Cattivi al Sud?


Un’opera di ampio respiro, imponente, ma chiara e lineare quella della Cremonesini e di Cristante. Un compito importante quello che si sono presi. Si perché è importante parlare del Sud soprattutto ora che il discorso sulla questione meridionale è stato come abbandonato, ma mai risolto e si è arrivati invece al cosiddetto 'fattore M' ovvero a una normalizzazione della questione, a una presa d’atto della sua staticità.
Attraverso interviste e analisi si vuole trovare la risposta al seguente quesito: qual è l’immagine del Sud che emerge dai media?
Un’immagine negativa.
Un’indagine meticolosa che passa attraverso siti web, il TG 1 delle ore 20, il più seguito dagli italiani, e giornali di portata nazionale quali Repubblica e il Corriere della sera  dimostra che del meridione si parla poco e quando se ne parla se ne parla male.
Infatti nel periodo 1980-2010, quello preso in considerazione si è trattato soprattutto di cronaca nera (nel caso del tg1) e di criminalità, seguite da notizie inerenti meteo e Welfare State.
C’è la mafia, il degrado, l’arretratezza, la malasanità, il maltempo descritto come anomalo, l’inquinamento, la delinquenza.
C’è la violenza pura e agghiacciante, ci sono gli ecomostri che producono conseguenze disastrose come l’alluvione di Messina, c’è l’Ilva, c’è la corruzione di politica e istituzioni, c’è l’omertà e soprattutto non c’è spazio per la gente onesta.
Ma è possibile che una terra dalle mille meraviglie naturali, una terra di intellettuali della portata straordinaria quali Verga, Sciascia, Pirandello e Croce sia solo questo?
No, non è possibile e dovrebbe e potrebbe esistere una narrazione diversa, ma la classe dirigente dovrebbe fare qualcosa affinché questo avvenga.
In altri casi invece una narrazione diversa esiste, nel cinema e nelle arti.
C’è il neorealismo di Visconti, dove sebbene ci sia una presa diretta sul degrado del dopoguerra emerge l’intento di denuncia sociale, c’è il neorealismo rosa di Risi e Comencini che dà importanza al dialetto, c’è Totò, c’è Basilicata coast to coast di Rocco Pappaleo che con una strategia originale dà visibilità al territorio della Basilicata, c’è Checco Zalone che ironizza sui luoghi comuni di nord e sud.
Anche serie televisive e di successo parlano del Sud non solo in modo negativo, prima fra tutte ‘Il commissario Montalbano’ giallo tratto dalle storie di Camilleri che ci mette davanti ad un Sud problematico, ma reattivo, c’è Gomorra serie di successo internazionale in linea con l’idea negativa di Napoli, ma dove volutamente non ci sono eroi, e altre ancora.
In conclusione ritengo che i problemi al Sud ci siano e che sia giusto parlarne, magari però si potrebbe porre l’accento anche sulle tante realtà positive di lotta alla criminalità organizzata, sul patrimonio artistico e storico, si potrebbe far emergere che la brava gente c’è ed è giusto parlare anche di questo.

Elena Sacchelli

 

Valentina Cremonesini - Stefano Cristante
La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo
 Mimesis, Milano, 2015.
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29 novembre 2016

Il gran spettacolo della cronaca nera

Davide Bagnoli, autore di un recente saggio sui più noti casi di cronaca nera degli ultimi anni, è giornalista, addetto stampa ed educatore, il cui ultimo lavoro è proprio questo preso in considerazione. Il suo intento è quello di ripercorrere passo, passo i casi entrati a far parte della cronaca nera che hanno suscitato una particolare attenzione mediatica tanto da essere definiti come una "spettacolarizzazione" dell’evento stesso, facendo quasi passare in secondo piano la tragicità della morte che è il vero fulcro della notizia. Analizzati cinque casi emblematici che sono entrati ormai nel cuore e nella memoria di chi li ha vissuti, anche se indirettamente, quasi in prima persona, Bagnoli tenta di trovare una spiegazione all’inevitabile domanda strettamente connessa a quanto appena detto: perché siamo così inconsciamente attratti dalla morte e dal macabro? E successivamente: Perché, da un certo momento in poi, la cronaca nera ha assunto toni mediatici tendenti alla sua spettacolarizzazione facendo perdere il senso della notizia e diventando sempre più un mero argomento di cui chiacchierare tra una notizia di gossip e un’altra di politica?
L’autore struttura il suo discorso presentando cinque casi ben noti, il primo dei quali è la tragedia di Vermicino del 1981 che vede protagonista Alfredino, un bambino di sei anni precipitato in un pozzo alla profondità di trentasei metri. Da quel momento in poi le sorti della cronaca e il modo di vivere la notizia (e la tragedia) sarebbero cambiate per sempre. Infatti per la prima volta nella storia le emittenti della Rai decisero di trasmettere ininterrottamente la diretta tenendo davanti allo schermo per settantadue ore ben trenta milioni di ascoltatori che, quando venne deciso di interrompere le riprese per far allontanare l’immensa folla giunta sul posto, chiesero insistentemente di riprendere immediatamente il collegamento per poter in qualche modo essere vicini al bambino. Purtroppo il fiato sospeso non solo degli italiani ma anche del resto del mondo si spense con la notizia che, nonostante i molteplici tentativi, non erano riusciti a trarre in salvo Alfredino. Si aprì però una nuova era perché da quel momento in poi casi affini a quello di Vermicino sarebbero stati seguiti con una partecipazione dei media e del pubblico molto più intrusiva. Si è discusso molto infatti sulla presenza di un pubblico che, pur essendo nella propria abitazione, sembrava aver assistito sul posto ai tentativi di salvataggio del piccolo e del fatto che il caso avesse assunto una portata mediatica mai vista prima. E quello fu soltanto l’inizio di una nuova era del giornalismo.
Gli altri casi descritti riguardano rispettivamente la vicenda di Cogne, il rapimento di Tommaso Onofri, l’omicidio di Meredith Kercher e quello di Sarah Scazzi ad Avetrana. Rappresentano esempi che vanno dagli anni 2000 a pochi mesi fa e che, quindi, hanno certamente risentito delle nuove innovazioni tecnologiche per quanto riguarda la comunicazione e la sua diffusione. Se dunque il processo di spettacolarizzazione della cronaca nera era già iniziato nei primi anni ’80, non ha fatto altro che espandersi ancora più rapidamente, rendendo i casi di cronaca vere e proprie "fiction" seguite dal pubblico in ogni sua sfaccettatura. Un pubblico che da spettatore è passato ad essere giudice tanto quanto quelli nelle aule dei tribunali, influenzato dai giornalisti a prendere parte ed essere colpevolista o innocentista e a trovare addirittura lui stesso il colpevole dei gialli più discussi. Si è visto molto bene nei confronti di Annamaria Franzoni, per cui l’opinione pubblica si è letteralmente divisa in due, e ancora di più nei confronti della famiglia Misseri su chi avesse ucciso Sarah. Tutto questo processo mediatico, in cui la notizia tragica si è fusa con la sua pubblicizzazione in ogni aspetto, ha condotto ad una spettacolarizzazione della cronaca nera alla portata di tutti; chiunque può dare il suo parere, tutti si vedono chiamati in causa per un aspetto o per l’altro, non esistono più confini di distinzione tra il giornalista che riportava la notizia e il pubblico che la recepiva. E la spiegazione di questo fenomeno Bagnoli la ricerca nel fatto che l’uomo è per natura attratto dal macabro; fin dall’antichità siamo stati a contatto con la morte e tutto ciò che attiene ad essa, oggi ci siamo solamente abituati di più a considerarla come la normalità, non scandalizza ma al contrario attrae, essendo sempre più presente nella quotidianità sotto svariate forme. Non è però l’unica motivazione, altri invece creano una sorta di alienazione tra il carnefice e la vittima, si rivedono in uno e sono grati di non essere l’altro. Inoltre, sostiene sempre l’autore, avvertiamo proprio la necessità di essere a contatto con il macabro e ciò che porta con sé perché consente a molti di ottenere una sorta di beneficio personale confrontando i propri problemi personali con la gravità che invece è propria di altri.
Il saggio di Bagnoli risulta quindi di estrema attualità e interesse proprio perché tratta di vicende a cui abbiamo assistito con i nostri occhi, anche se da dietro uno schermo, su cui abbiamo espresso il nostro personale parere. L’impostazione con cui struttura il saggio è schematica e segue un filo logico tale che il lettore riceve prima le basi e poi ci riflette sopra; il lessico utilizzato rende scorrevole la lettura e, personalmente, visti i temi trattati, ho trovato interessanti gli spunti e le prospettive proposte su una tematica così quotidiana e in costante evoluzione.
Maria Eugenia Sabbadini

Davide Bagnoli
La cronaca nera in Italia.
I perché della sua spettacolarizzazione
Temperino rosso, Brescia, 2016


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19 settembre 2016

Passione per la cronaca nera

"Non è solo la crudeltà del delitto a eccitare la curiosità, ma anche, da sempre, il suo contrappasso, la crudeltà della punizione. La ghigliottina è un grande tema dell'iconografia popolare (e delle canzoni). Il processo è il momento in cui l'evocazione del fatto di sangue e quella della pena sono presenti insieme, ed è proprio partendo dal processo che la cronaca suscita le emozioni popolari. "Processi celebri", che già dal 1825, con l' inizio della Gazette des Tribunaux, possono contare su un giornalismo specializzato, che ispirerà a sua volta tanto i grandi scrittori, da Stendhal a Balzac e a Sue, quanto i romanzieri d' appendice. L'"humour noir" intorno a delitti ed esecuzioni ha una circolazione non solo tra gli spiriti blasé, ma anche nella stampa popolare: nel 1884, si presenta un Giornale degli Assassini, "organo ufficiale degli Accoltellatori Riuniti" ("Abbonamenti: a mezzanotte, agli angoli di strada").
Italo Calvino
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16 settembre 2016

In libreria

Davide Bagnoli
La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione.
Temperino rosso, Brescia, 2016, pp. 128.
Descrizione
Questi i casi di cronaca nera che Bagnoli ricostruisce con cura analitica e propone al lettore con una scrittura libera da enfasi retorica e in grado di immetterlo nella drammaticità dei fatti, mentre lo induce a riflettere sul sistema del racconto prodotto dai media e dalla curiosità del pubblico". Queste parole di Alessandro Bosi, docente di Sociologia Generale all'Università di Parma, racchiudono il senso di un libro che propone una duplice lettura dei fatti di cronaca che hanno appassionato e angosciato il nostro Paese. La spettacolarizzazione sfrenata a cui abbiamo assistito è figlia soltanto di logiche commerciali o anche il giornalista finisce per subire la forte attrazione di quanto racconta? Cosa prova il giornalista mentre tenta di raccontare in modo oggettivo l'accaduto? Quanto spesso è stata varcata la soglia del rispetto del dolore altrui? In questo libro è contenuta la risposta dell'autore, preceduta dall'analisi di come sono stati raccontati i fatti più emblematici della storia della cronaca nera italiana.
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27 gennaio 2012

Libri ri/trovati

Dino Buzzati 
La «nera». Crimini e misteri-Incubi
Milano, Rizzoli, 2002, 2 voll., 651 pp.
Descrizione
I volumi raccolgono gli articoli di cronaca nera scritti da Dino Buzzati per il "Corriere della Sera" e il "Corriere d'informazione" in un arco di quasi trent'anni. L'autore di Il deserto dei Tartari fu, infatti, prima ancora che narratore, giornalista. Entrato nella redazione del quotidiano milanese nel 1928, Buzzati fu cronista, redattore e quindi inviato, e questi testi offrono interessanti spunti di riflessione sull'attività giornalistica nonché su quella narrativa dello scrittore di Belluno.
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18 marzo 2011

Tutti i particolari in cronaca? Una piccola riflessione

In questi giorni dominati dalla catastrofe giapponese, e dalla minaccia nucleare che ci tiene col fiato sospeso, vorrei condividere con voi una piccola riflessione di tutt'altro tenore, su un fatto che mi ha colpito.
Due giorni fa, mentre monitoravo il Correio da Manhã per la nostra rassegna stampa, all'interno della sezione Mundo mi sono imbattuta in un tipo di notizia che mi ha lasciato molto turbata, non per il fatto raccontato, purtroppo piuttosto comune in ogni parte del mondo (una ragazza violentata e uccisa in Brasile) ma per il taglio che si è scelto di dare alla notizia, una breve di 4 capoversi. 
 La cosa che inizialmente ha attratto la mia attenzione è stata l'immagine: un disegno che raffigurava in modo piuttosto realistico un'aggressione sessuale. Un tipo di immagine che sui nostri quotidiani è difficile trovare. Questo mi ha spinto a leggere, con l'aiuto del traduttore di Google, che uso abitualmente per fare la rassegna. Il breve articolo non lesina particolari crudi e usa un linguaggio estremamente diretto, per descrivere sevizie su cui, solitamente, almeno da noi, si usa sorvolare, anche perché nulla aggiungono al resoconto.
Ma l'immagine resta la cosa che mi ha colpito di più. E' di regola corredare un pezzo, qualsiasi pezzo, con una immagine. Accade per esempio che a commento di un articolo su uno stupro, si veda a volte una foto d'archivo che raffigura una giovane seduta con le braccia intorno alle ginocchia, i capelli a coprirle il volto, a rappresentare in modo astratto la violazione della femminilità di tutte le donne  che ogni giorno sono vittime della violenza. Non credevo invece possibile che un disegnatore arrivasse a ricostruire per un quotidiano la scena dell'aggressione, con tanto di particolari realistici: le mani dell'aggressore intorno al collo della vittima, la donna che urla, la camicetta aperta.
Mi sono chiesta il perché di una scelta di questo tipo, e il perché di questa diversa sensibilità tra i media portoghesi e i nostri. In fondo, si tratta di due realtà che dovrebbero avere diversi punti di contatto. Non sono riuscita per il momento a trovare una risposta. Voi che cosa ne pensate? Una ipotesi potrebbe essere che la contaminazione del mezzo televisivo rende assuefatti a questo tipo di immagini; il suo linguaggio, pervasivo, penetra anche nella carta stampata. E' questo che dobbiamo dare al telespettatore tipo, se vogliamo farlo diventare/rimanere lettore di quotidiani. 
Ma allora mi sono resa conto che viene a cadere un presupposto:  noi non siamo diversi dai portoghesi, a ben guardare. Che senso ha ritenerci superiori, con  i nostri plastici delle villette e le ricostruzioni sceneggiate degli interrogatori degli indagati per omicidio? Forse l’unica differenza è che – per il momento – da noi il peggio resta confinato nel teleschermo, ma è proprio così? 
Elisabetta Ferrando

29 ottobre 2009

La "tragica serenità"....

A volte la notizia ti arriva diretta come un pugno in pieno volto, sgomenta e atterrisce. Segna confini invalicabili ma allo stesso tempo sfuoca i contorni.
In una sola parola, se potessi riassumerlo, sarebbe solo terrore quello che ho provato nel leggere la notizia di Repubblica online di oggi, che tra poco sarà solo ieri, sull'esecuzione del pregiudicato 53enne, Mariano Bacioterracino, nel rione Sanità della città partenopea (http://tv.repubblica.it/copertina/cosi-uccide-la-camorra/38501?video).
L'autore di Gomorra, Roberto Saviano, ha riassunto in 2 sole parole che hanno dato il titolo al mio articolo quella sensazione di permeata indifferenza di un popolo ormai abituato a questi eventi.
Non mi trovo completamente d'accordo sul fatto che la scena non si rifaccia al cliché delle esecuzioni viste decine di volte sui grandi teleschermi cinematografici, la mia sensazione è stata ben altra: vivere un déjà vu di decine di scene di esecuzione perfettamente identiche, in cui il killer si mescola tra la gente e senza fare troppo rumore fredda il suo obiettivo. Mi ricorda tanto la scena di Romanzo Criminale nella quale Libano (il personaggio interpretato da Pierfrancesco Favino) viene freddato da un sicario, seppur con modalità diverse; forse più plateali ma pur sempre, terribilmente, simili quelle viste ne Il padrino oppure ancora in un bellissimo film di un paio d'anni di fa di Ridley Scott, American Gangster.
Oggi 29 Ottobre 2009, la notizia mi sconvolge, di per sè stessa, ma ancora di più in un particolare che trovo raccapricciante: il fatto risale all'11 Maggio scorso, ma solo oggi è stato mostrato all'Italia intera perchè si aiuti la giustizia ad individuare gli assassini...
E mi sorge una sola domanda: PERCHè SOLO OGGI?

Chiara Lavezzo

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