Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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01 novembre 2023

In libreria

 Protagoniste alle origini della Repubblica. Scrittrici, editrici, giornaliste e sceneggiatrici italianea cura di Laura Di Nicola, Carocci, 2021, pp. 260.

Descrizione
I saggi raccolti nel volume presentano prospettive nuove e declinazioni diverse del protagonismo delle intellettuali italiane nella costruzione di una nuova cultura democratica. Un’indagine che attraversa il partecipato impegno di tredici autrici (Aleramo, Banti, Bellonci, Cialente, de Céspedes, Ginzburg, Manzini, Masino, Morante, Ortese, Romano, Viganò, Zangrandi) dalla fase in cui ha origine la progettazione della Repubblica (1943) ai suoi primi dieci anni di vita (1956). Le protagoniste sono figlie dei silenzi inquieti e contraddittori della storia e madri della nuova letteratura resistenziale e repubblicana. Vivono la gestazione della Resistenza come un’attesa; la nascita della Costituzione con un gesto civile, il suffragio universale che spezza la catena del doloroso silenzio politico con una particolare e sottile forma di libertà emotiva e storica; la crescita della nuova Repubblica attraverso un intenso sguardo politico della letteratura. Trasversali fra politica, letteratura, giornalismo, editoria e cinema, tutte affidano alle scritture, private e pubbliche, le trame di un’esistenza intima e collettiva che le dispone al centro della storia e ci interroga, oggi, sul senso della nostra stessa storia.

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07 gennaio 2022

Dott. John Prentice / Jacopo Ortis



Il 6 gennaio, nel giorno in cui è morto l'attore Sidney Poitier la7 ha modificato il palinsesto con la riproposta di Indovina chi viene a cena? (1967, regia di Stanley Kramer). Si poteva cambiare canale per un film visto e rivisto mille volte, ogni volta con sguardo nuovo? Ieri sera ho scoperto che quel confronto tra il padre postino e il figlio John Prentice, medico affermato (per me nodo centrale di tutto il dibattito sul problema razziale) è il replay di quel dialogo tra Jacopo Ortis e l'anziano poeta Giuseppe Parini a Milano nel romanzo epistolare di Ugo Foscolo Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802)*.
Nel ricordo di Foscolo il Parini è "il personaggio più dignitoso e più eloquente ch’io m’abbia mai conosciuto"... Ortis ascolta le parole del Poeta, definitivamente rassegnato alla irreversibilità del sistema politico esistente, con tutte le sue distorsioni ben evidenti. Il giovane Ortis/Foscolo ascolta con devota attenzione ogni parola ma poi scrive "Allora io guardai nel passato – allora io mi voltava avidamente al futuro," perchè nel futuro sarà il mondo nuovo.
E nel film che cosa risponde il giovane medico di colore al padre, certo che non si possa sfidare l'intera società americana fondata sul primato dei bianchi e l'emarginazione dei neri? Il dott. Prentice (nero americano del 1967) con tutta la sua determinazione replica che il mondo nuovo è là fuori e ora tocca a me/a noi dargli forma, anche sposando una donna bianca.

*Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis (prima edizione 1802). Per il dialogo tra Parini e Foscolo cfr. l'edizione digitale in liberliber.it, pp. 133-134 (lettera 4.12. 1798).
mmilan
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13 dicembre 2021

E' stata la mano di Dio


E' stata la mano di Dio
è u
n film sconsolato e sconsolante. Credo di aver capito che nel film di Paolo Sorrentino (orfano dall'età dell'adolescenza) ci sia la metafora della storia di Napoli (neppure la più recente). Il ritratto della città è brutale, mai sprezzante, in cui quasi tutti perdono o sono destinati a perdere. In ogni scena si vede e respira una inconsapevole miseria morale che avrebbe bisogno di interventi straordinari in ogni ambito (l'istruzione soprattutto) ma, c'è chi investe una cifra astronomica per consegnare alla Città il "sogno Maradona", con scandalo di nessuno. Il sogno arriva, come se arrivasse "la mano di Dio" ... ma anche Maradona si perderà tra droga e adiacenze alla camorra. Alla fine, se ti vuoi salvare, devi cercare di organizzare il tuo futuro altrove, magari a Roma, dove forse diventerai un regista da Oscar, con tutta la tua storia di 'migrante in fuga' dentro il cuore; se resterai sarai intrappolato (come il fratello di Fabio) in quel mix di apparente allegria e tanta desolazione in ogni angolo. La chiave di lettura arriva con i titoli di coda ritmati dalla canzone di Pino Daniele Napule è, da leggere come la risposta/promessa ad una delle ultime battute del film "Non ti disunire". Non basta il gol del Maradona di turno, anzi probabilmente è l'ennesima beffa per una Città di sorprendente umanità perché "Napule è mille culture / Napule è mille paure". Napule è la colla che manterrà unite le tessere della tua esistenza a Roma, a Venezia o a Hollywood. 
mmilan
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10 aprile 2021

In libreria

Luca Barra e Giuliana C. Galvagno (a cura di) 
Media-storie. Lezioni indimenticate di Peppino Ortoleva
Viella, Roma,  2020, pp. 104.

Descrizione
Questa raccolta sottolinea la ricchezza degli interessi accademici e intellettuali di Peppino Ortoleva, la molteplicità dei suoi punti di vista, la profondità e originalità delle sue analisi, la generosità nell’aprire campi inesplorati o percorrere traiettorie meno battute. E, insieme, testimonia con forza quanto il suo modo di studiare la storia contemporanea, e la storia dei media in particolare, sia stato fecondo. Ogni capitolo riprende un intervento, un seminario, una relazione in un convegno, un’introduzione, uno scritto d’occasione, un momento di insegnamento o di divulgazione tra i molti che non hanno trovato spazio altrove. Queste “lezioni indimenticate” sono qui trascritte o parafrasate, in forma completa o per ampi stralci, così da consentire un accesso diretto a queste riflessioni, da metterne in luce varietà e ricchezza, da fissarle e da lasciarle a disposizione. Ogni contributo funziona inoltre da innesco a una riflessione e un inquadramento generale. Per riprendere Marshall McLuhan, questo libro è un medium “freddo”, che offre una conoscenza frammentaria, ma al tempo stesso obbliga il lettore a unire i puntini, a inserirsi in prima persona e farsi parte di un percorso intellettuale

*link all' Indice del libro.

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16 giugno 2020

Una vita tra fantasia e realtà


Il cinema è fatto di storie concrete e astratte, che ci incuriosiscono, appassionano, commuovono e anche rattristano. Guardare un film significa vivere tutte le emozioni che i personaggi provano e riflettere sulle scelte che fanno, giudicandole con il nostro proprio metro di giudizio. Spesso ci si consuma molto tempo a riflettere sul perché di quelle scelte e conversiamo volentieri con amici e familiari sulle diverse interpretazioni di una certa scena o un episodio o persino sul significato del film. Di solito queste conversazioni rimangono fine a se stesse, magari con l’aggiunta di risposte che vengono date dai critici cinematografici, ma che, bensì molto specializzate e studiate nel dettaglio, alla fine dei conti anche esse sono delle interpretazioni sulla reale ambizione del regista. 
A volte, però, succede una cosa rara e inestimabile nell'ambito della storia del cinema. Questa particolarità fa riferimento a quelle piccole delucidazioni che il regista stesso fa su un film, magari impreziosendo il valore del resoconto aggiungendo anche aneddoti sulle retroscene, gli attori e la produzione. 
Un avvenimento più unico che raro è quello di possedere una intervista di 188 pagine con un regista che ha segnato un’epoca nel cinema italiano, ma anche in quello mondiale, come Federico Fellini. 
Seguendo uno stile che ricorda l’intervista che Truffaut fece a Hitchcock, che fu pubblicata in un libro che corrisponde al titolo italiano de Il cinema secondo Hitchcock (1966), questa bellissima intervista fatta da Giovanni Grazzini a Federico Fellini nel 1983 per Laterza è stata ripubblicata da Il Saggiatore nel 2019, in occasione dei cento anni dalla nascita del regista. 
Si tratta di quasi un intero monologo di Fellini, interrotto brevemente da Grazzini per fare delle domande o chiedere delle specificazioni. Fellini ci porta in un viaggio nel suo passato e nel suo presente, tutte e due caratterizzati da una voglia di vivere e assaggiare la vita. In certi momenti del libro ci troviamo a Rimini, con un Fellini adolescente che si avventura a scoprire se stesso e, successivamente, arriviamo a Roma, capitale del cinema non limitato soltanto al piccolo mondo italiano, ma frequentato anche da grandi registi e divi americani, che sceglievano Cinecittà per girare i loro film. Nella narrazione di Fellini si può toccare con mano quella vita movimentata e gloriosa della capitale italiana. Oltre ad essere una testimonianza importante sul cinema della seconda metà del xx secolo, quest’intervista è anche, e soprattutto, un racconto dettagliato del processo creativo di un regista senza eguali, che confessa di non essere molto sicuro sul proprio passato poiché nei suoi film ha svuotato tutti i suoi ricordi e che ormai sono mischiati con la fantasia. Su cosa guidi il processo creativo, Fellini risponde: 
“Chi ci guida nell'avventura creativa? (…) Soltanto la fiducia in qualcosa o in qualcuno nascosto dentro di te, qualcuno che conosci poco, che si fa vivo ogni tanto, una tua parte sorniona e sapiente che si è messa a lavorare al posto tuo può aver favorito la misteriosa operazione.” 

Adriola Doda 


Federico Fellini 
Sul cinema 
Il Saggiatore, Milano, 2019, pp. 188.
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27 febbraio 2020

Gli anni dell'amicizia e dell'amore

Gli anni più belli è l’ultimo film del regista de L’ultimo bacio (2001) e  A casa tutti bene (2018) Gabriele Muccino, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 13 febbraio 2020.
Questo film è un inno all’amicizia che nei suoi 129 minuti descrive il viaggio tortuoso di quattro amici che cercano di mantenere un rapporto analogo a quello avuto durante l’adolescenza, ma che viene continuamente scosso da tutti gli avvenimenti della vita che inevitabilmente si intrufolano. Tutto il film è un susseguirsi di momenti di incontro, che portano avanti la loro storia d’amicizia e d’amore, e di altri momenti in cui si perdono di vista, qualche volta anche per un intero decennio, in cui i quattro personaggi principali si sviluppano e vivono la loro vita compiendo delle scelte che li porteranno più vicino a quello che rispettivamente cercano di ottenere: affetto, affermazione professionale, gloria e, soprattutto, amore. Nonostante il continuo perdersi e le complesse situazioni di tensione e di tradimento che hanno luogo durante gli anni, i quattro amici trovano sempre il modo di superare le difficoltà perché l’amicizia che li lega è inscindibile.
L’amicizia e l’amore sono i due temi principali del film, ma intorno ad essi si hanno altri argomenti diversi che portano avanti la trama. Uno di questi temi può essere individuata nella famiglia, che già nei primi momenti del film porta uno dei personaggi (Gemma) a compiere una scelta importante che successivamente si ripercuoterà in ogni decisione che prenderà per la maggior parte degli suoi anni da adulta e che la fa diventare una “vittima”, sempre in cerca di affetto e di protezione, ma che con difficoltà riuscirà ad emanciparsi. Il film tratta il tema della famiglia attraverso diverse problematiche che si riscontrano nella società moderna. Ci sono rappresentazioni di famiglie disfunzionali, con genitori che non sanno come comunicare con i loro figli, con figli che si sentono traditi dai loro genitori e consorti che non si amano più, ma che stanno insieme solo per salvare le apparenze.
Una scelta stilistica importante adottata dal regista Muccino in questo film è stata quella di alternare alla trama anche momenti storici che hanno cambiato il mondo e hanno definito lo spirito di intere generazioni, come ad esempio il Muro di Berlino, Tangentopoli, l’Attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle, e così via. 
 Un merito particolare va anche al casting degli attori poiché la somiglianza fisica tra gli attori che recitano nella prima parte del film, ossia quella adolescenziale in cui si ha il momento d’incontro di tutti e quattro i protagonisti e le loro prime avventure, e gli attori che recitano la parte dei personaggi già adulti, è davvero strabiliante. Una piacevole novità è stata anche la presenza della cantante Emma Marrone nel suo primo ruolo di attrice, che recita accanto ad attori del livello di Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Claudio Santamaria e Kim Rossi Stuart.
Adriola Doda

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24 gennaio 2020

In libreria

La bottega delle narrazioni
Letteratura, televisione, cinema, pubblicità
a cura di: Stefano Calabrese, Giorgio Grignaffini
Carocci, Roma, 2020, pp. 168.
Descrizione
In un momento in cui la narratività sembra pervadere tutti gli ambiti sociali, dalla politica al marketing, il libro insegna in forme metodologicamente avanzate, rigorose e non amatoriali, a scrivere una storia. I capitoli sono scritti da esperti dei vari ambiti mediali e forniscono le istruzioni necessarie per organizzare lo storytelling nei settori del cinema, della letteratura, della pubblicità, dei graphic novel, della televisione e della cosiddetta transmedialità. Al termine di ciascun capitolo viene fornito come esempio di narrazione un possibile prequel, sequel o spin-off dell’incontro manzoniano tra don Rodrigo e Lucia.
Indice
Introduzione di Stefano Calabrese e Giorgio Grignaffini
La forma del racconto/Il narratore e la distanza dalla storia narrata/La focalizzazione/Il personaggio/La storia/I sette macrointrecci/Don Rodrigo e Lucia: un prequel, un sequel o uno spin-off
1. Il romanzo di Sandrone Dazieri
Premessa/Cosa raccontare/I personaggi e il punto di vista/Il tempo e la focalizzazione/L’ordine di distribuzione/I dialoghi/La revisione
2. Il graphic novel di Leonardo Valenti
Premessa/I narratori, i personaggi e il plot/La scena e il tempo/La costruzione del testo/La relazione tra sceneggiatore e disegnatore/Un prequel dei Promessi sposi
3. La sceneggiatura cinematografica di Mauro Spinelli
Premessa/Gli step del lavoro/Il dinamismo e la staticità/La sceneggiatura
4. Le serie tv di Luigi Forlai
Premessa/Il tema e i personaggi/Le forme prevalenti di narrazione/Il budget/La serie tv dei Promessi sposi/Una prima opzione di sceneggiatura: il punto di vista di Lucia /Una seconda opzione di sceneggiatura: il punto di vista di don Rodrigo/Conclusioni
5. Lo spot pubblicitario di Riccardo Sabbadini
Premessa/L’obiettivo: essere persuasivi/Dal cliente all’ideazione del tema/La sceneggiatura/Un primo commento/Le rifiniture/Un secondo commento/Conclusioni
6. Il transmedia storytelling di Max Giovagnoli
Premessa/Universi, nebulae, story worlds e untold stories/Creare story worlds transmediali/I punti di vista e i personaggi transmediali/Il sistema comunicativo transmediale/Il transmedia storytelling per La sposa promessa/Conclusioni
Bibliografia

Gli autori

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10 gennaio 2020

In libreria

Gillo Pontecorvo
Il sole sorge ancora
Tra politica, giornalismo e cinema
Mimesis, Sesto San Giovanni, 2019, pp. 174.
Descrizione
Noto come regista cinematografico dalla grande inventiva, ma dalla scarsa prolificità – nel giro di un trentennio di attività diresse solo cinque film, la maggior parte oggi considerati leggendari, un mediometraggio e un pugno di documentari –, Gillo Pontecorvo intraprese all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale la carriera di giornalista, dapprima inviando corrispondenze da Parigi, dov'era tornato a vivere, e successivamente assumendo la carica di direttore di “Pattuglia”, la più popolare delle riviste giovanili del Partito Comunista. Quest’antologia raccoglie di quest’ultima sua esperienza gli editoriali, gli articoli e le interviste redatti tra il 1947 e il 1950 sia come collaboratore e, successivamente, come direttore. In appendice quattro interviste a Pablo Picasso, Marlene Dietrich, René Clair e Jean Frédéric Joliot-Curie, pubblicate nel 1947 da Pontecorvo su “Omnibus”, “Milano- Sera” e “La Repubblica”. 
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18 gennaio 2019

In libreria

Thierry Frémaux
Cannes Confidential
Il direttore del festival più importante del mondo racconta i dietro le quinte

Donzelli, Roma, 2018, pp. 536.

Descrizione
«Non lascio mai i luoghi da cui provengo e mi affeziono a qualunque posto in cui vado, cosa che, a volte, crea qualche problema nella mia vita. E la mia vita è Cannes». Il Festival di Cannes è il luogo del cinema per eccellenza, un concentrato affascinante, scintillante, glorioso e anche contraddittorio di tutto quello che il cinema ha rappresentato e rappresenta tuttora: dalla sperimentazione allo star system, dal mercato alla scoperta di nuovi talenti. Thierry Frémaux è il direttore del Festival da oltre un decennio: dalle sue scelte dipende il destino di cineasti, produttori, attori, sceneggiatori. In questo libro, scritto in forma di diario, Frémaux racconta in maniera intima e personale in cosa consiste il suo lavoro, accompagnando i lettori in una sorta di backstage letterario del più importante festival del mondo. Frémaux ci guida nel cuore della macchina del Festival, per celebrare anzitutto coloro che lo rendono possibile, perché, come egli stesso scrive: «Cannes appartiene a quelli che lo fanno: i cineasti, gli attori, gli operatori professionali, i giornalisti, gli spettatori, i visitatori, i turisti e i cannensi». L’anno che precede l’evento che mette il cinema al centro del mondo viene ripercorso da Frémaux in un concitato susseguirsi di incontri con star e registi, di aneddoti e storie dal dietro le quinte della Selezione ufficiale. Senza risparmiare giudizi taglienti e inaspettati apprezzamenti. O clamorose esclusioni. Il delicato processo di scelta è preceduto da un lunghissimo lavoro preparatorio che il direttore del Festival descrive in queste pagine in modo magistrale, fino a farci entrare in quello stato di tensione che si conclude con un personalissimo atto decisionale: un no o un sì che cambieranno le sorti di un film. Un omaggio alla settima arte, rivolto non solo alla comunità del cinema, ma a tutti coloro che il cinema lo consumano, lo amano, e non rinunciano a farsi trasportare dai sogni e dalle emozioni che esso veicola.

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22 ottobre 2018

In libreria

Giancarla Vanoli
Nella terra di mezzo
Cinema e immigrazione in Italia 1990-2010

Meltemi, Milano,  2018, pp. 330.

Descrizione
Tre diverse generazioni di registi si confrontano, tra il 1990 e il 2010, con un tema fino ad allora privo di modelli narrativi di riferimento, ma sentito come adatto a riallacciare i fili della migliore tradizione cinematografica italiana. Ne deriva una rappresentazione del fenomeno migratorio condizionata da fattori biografici oltre che culturali, attraverso la quale è possibile individuare alcuni elementi determinanti nell'evoluzione della società e del cinema stesso. Dallo specchio del confronto con l'"altro" straniero emerge un ritratto di quel particolare ventennio, che coincide con la trasformazione del paese da terra di emigranti a meta d'immigrazione, oltre che con il cambiamento radicale dei
sistemi di produzione, trasmissione e fruizione della cosiddetta cultura di massa

17 marzo 2018

In libreria

Alberto Pezzotta
La critica cinematografica
Carocci, Roma, 2018, pp. 144.
Descrizione
Come ragionano i critici? Quali sono le premesse in base alle quali emettono i loro verdetti? Il giudizio di valore (magari sintetizzato in “stellette”) è un momento imprescindibile della critica o una prova della sua scarsa scientificità? Che differenza c’è tra una recensione e un’analisi accademica? Il libro analizza la critica cinematografica con gli strumenti della retorica e della teoria dell’argomentazione, per esaminare miti consolidati (dal primato dell’autore al concetto di autoriflessività) e fenomeni come la stroncatura e la rivalutazione del cinema di genere. Ne traccia una storia dalle origini all'era del web e torna a leggere maestri spesso poco ortodossi (André Bazin, Serge Daney, Alberto Moravia, Oreste del Buono) per riflettere sui metodi e le funzioni di una professione che sta
attraversando una profonda trasformazione.

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08 dicembre 2017

In libreria

Giuseppe Ghigi
Oro e piombo. Il mercato della Grande guerra.
Pubblicità, cinema, propaganda. 1914-1918
Rubettino, Soveria Mannelli, 2017, pp. 264.
Descrizione
Nella prima Guerra mondiale, la propaganda che aveva il compito di mobilitare le masse trasse spunto dalla pubblicità e la pubblicità sfruttò il conflitto per vendere al meglio le merci, diventando al contempo parte integrante della comunicazione bellica. In definitiva la pubblicità si trasformava in propaganda così come la propaganda utilizzava la pubblicità: un intreccio diabolico costruito per vendere sia le merci che la guerra. Incuranti del massacro, della violenza, dei sacrifici che milioni di uomini erano costretti a subire, le aziende del fronte interno sfruttavano l'evento per aumentare i loro profitti: il patriottismo degli affari non aveva alcun pudore. Lo Stato divenne onnipresente nella vita sociale, e il marketing patriottico collaborò traendo profitto dalla guerra delle immagini. È in questo tragico contesto che nasce la moderna fabbrica del consenso.
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24 novembre 2017

In libreria

Vanni Codeluppi
Il divismo. Cinema, televisione, web
Carocci, 2017, pp. 132.
Descrizione
Nelle società contemporanee, il divismo gode di uno straordinario successo e sembra essere presente ovunque. In Italia sinora è stato poco considerato e questo libro è il primo che cerca di metterlo a fuoco in maniera sistematica. In particolare, l’autore affronta il divismo dal punto di vista della sua evoluzione, analizzando le importanti relazioni che ha avuto con il cinema, la televisione e il web. Esamina inoltre dieci personaggi emblematici delle diverse caratteristiche che il divismo ha assunto negli anni: Rodolfo Valentino, Marilyn Monroe, Elvis Presley, Michael Jordan, Kate Moss, Angelina Jolie, Maurizio Cattelan, Lady Gaga, Carlo Cracco, David Bowie.
Indice
Introduzione
 1. Il divismo nel cinema
 Le origini: Hollywood / I primi divi /Anni Cinquanta: tra James Dean e i paparazzi/I divi della Nuova Hollywood/ Il ritorno del divismo
 2. La televisione cambia il divismo
 Vecchi e nuovi presentatori/ I divi dei reality show/ Musica e divismo/ I divi dello sport/Moda e modelle
 3. Il nuovo divismo del web
 Divi e social media/ Il divo è sempre il divo/ I divi della porta accanto/ Le star del web
 4. Divi esemplari
 Rodolfo Valentino/Marilyn Monroe/Elvis Presley/Michael Jordan/Kate Moss /Angelina Jolie/ Maurizio Cattelan/ Lady Gaga / Carlo Cracco / David Bowie
 5. Le interpretazioni del divismo
 Le prime teorie/ La visione di Edgar Morin/ Jean Baudrillard: divismo e seduzione / Divi e miti/ Il rapporto tra il divo e i fan / La trasformazione dei fan in divi /Il divismo e la politica
 Bibliografia
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02 maggio 2016

In libreria

Claudio Siniscalchi
Immagini della modernità. 

Il cinema europeo nell'epoca della secolarizzazione (1943-1975)
Studium, Milano, 2016?

Descrizione
Questo studio si apre con l'analisi di un film italiano, Ossessione (1943) di Luchino Visconti, e si conclude con l'analisi di un altro film italiano, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini. In mezzo c’è la storia del cinema europeo sviluppatasi nell’arco di tempo compreso tra la fine del secondo conflitto mondiale e i primi anni Sessanta del Novecento (nella vicinanza di un passaggio epocale per la cultura occidentale, il sessantotto). Il confronto con alcuni film «esemplari» - essendo le opere cinematografiche un prezioso «documento» per interpretare la storia – consente un avvicinamento alle questioni di maggior rilievo dell’epoca della secolarizzazione. Il neorealismo rappresenta la rivoluzione estetica dalla quale prende avvio il cinema moderno. La politica degli autori a livello teorico, la successiva nouvelle vague e soprattutto il nuovo cinema d’autore affermatosi negli anni Sessanta, non rappresentano solo una «forma» nuova. La «forma» naturalmente ha una rilevanza non trascurabile. Ma dietro le questioni meramente formali, se si amplia il campo di osservazione, si scorgono le profonde mutazioni antropologiche. Il neorealismo è animato dal desiderio di guardare in faccia le tragedie umane, per mettere a fuoco l’identità stessa dell’uomo. Il passo successivo compiuto dal cinema d’autore dell’autodeterminazione, tratto peculiare della modernità, le cui conseguenze sono intimamente connesse alla «trasvalutazione dei valori» in atto nella società europea. Alla conclusione dello straordinario decennio – gli anni Sessanta – di effervescenza, originalità, profondità e creatività incarnate dal cinema d’autore europeo, proprio nel ribollente crogiolo culturale del Sessantotto, alla disumanizzazione estetica finisce per legarsi una virulenta ideologia politica. Il risultato finale, oltre a favorire il progressivo torpore (determinandone la scarsa rilevanza a livello internazionale) del cinema europeo (torpore dal quale ancora non si è ripreso), è la tragica fine delle illusioni, così ben rappresentata nell'ultimo film di un geniale e tormentato protagonista del tempo moderno, Pier Paolo Pasolini, che rivolge lo sguardo al Marchese de Sade per addentrarsi nell’inarrestabile processo di dissoluzione dell’umanità.


http://www.edizionistudium.it/pubblicazioni_2016/siniscalchi.htm
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02 settembre 2015

La libertà è di tutti


 

“Lesbiche e gay sostengono i minatori!” “Lesbiche e gay sostengono i minatori!” urla a gran voce un manipolo di ragazzi sparso tra i marciapiedi londinesi. E’ il 1984 e i minatori della Gran Bretagna rifiutano ostinatamente di tornare al lavoro, mentre una pallida e cotonata Margaret Thatcher, imperturbabile nel suo tailleur di ferro e gabardine, calpesta con le eleganti scarpette nere un’Inghilterra ormai agonizzante. Con la chiusura della miniera di carbone di Cortonwood, il Primo Ministro britannico inaugura una fase di smantellamento di ben venti siti estrattivi le cui conseguenze appaiono immediatamente insostenibili. L’Unione Nazionale dei Minatori, nel tentativo di salvaguardare più di 20.000 posti di lavoro, indice uno sciopero senza precedenti, che si protrarrà per un intero anno. Nonostante la signora Thatcher si mostri priva di qualsiasi scrupolo, sciogliendo in ogni luogo e in ogni ora il guinzaglio di centinaia e centinaia di poliziotti, i minatori non sono soli. Tra i numerosissimi gruppi di sostenitori che, in un modo o nell’altro, tentano di dare il loro apporto a una più che giusta battaglia per la vita, vi sono undici ragazzi omosessuali guidati da Mark Ashton, ventiquattrenne tanto giovane quanto determinato a liberare il mondo dalle sue ingiustizie. Spinti dalla solidarietà verso persone che, come loro, sono vittime di un sistema che teme e condanna la diversità, gli LGSM (Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori) riescono con non poche difficoltà a convincere una piccola comunità di minatori gallesi ad accettare il loro sostegno. La diffidenza e l’imbarazzo iniziali svaniscono in fretta, mutandosi in un reciproco sentimento di stima e affetto, destinato a sfociare in una vera e propria amicizia che coinvolgerà tutti. O quasi tutti.

Pride, diretto da Matthew Warchus e impreziosito da una splendida colonna sonora e da un cast spumeggiante, è assurdamente passato quasi sotto silenzio nelle sale cinematografiche italiane sul finire dello scorso anno. Osannato invece dal Times e dal Guardian,  viene premiato ai Bafta Film Awards di Londra in un trionfo di applausi e consensi. Il film riscrive una storia vera di lotta e coraggio che dimostra quanto una piccola realtà possa cambiare le regole di una nazione intera. Al pugno di ferro del governo Thatcher si oppone la voce di coloro che questo stesso governo si affanna ad ammutolire e nemmeno la fine dello sciopero nel marzo del 1985 può incanalare un fiume ormai sfuggito ai propri argini. L’anno successivo infatti viene proposta in Parlamento una mozione per introdurre i diritti di lesbiche e gay nel manifesto del partito laburista, mozione infine approvata grazie anche al voto unanime di uno dei sindacati chiave d’Inghilterra: quello dei minatori.

E se il Galles nei suoi giorni più bui ha visto riaccendersi un barlume di speranza per l’entusiasmo di un gruppo di ragazzi, liberi e fieri della propria identità sessuale, allo stesso modo il gay pride di Londra del 1985 accoglierà un’inattesa fiumana di minatori, pronti a sollevare gli striscioni per una lotta ormai comune. Perché ciò che Pride mostra è che poco importa quale sia il motivo per cui ci si ribella. La Libertà è di tutti ed è giusto sempre e comunque combattere per essa.

Tuttavia Mark Ashton fu costretto a deporre presto le armi, poiché la morte lo colse l’11 febbraio del 1987 a soli ventisei anni, ma quando passeggiando per le strade di Londra oggi ci si imbatte senza difficoltà in coppie serenamente omosessuali sono certa che da qualche parte, chissà dove, chissà quanto lontano, il giovane eroe del 1984 possa sorridere ancora una volta.  “Abbiamo vinto noi signora Thatcher.” mi sembra di sentirgli dire  “E tu hai perso.”

 G. Camilla Severino

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01 settembre 2015

Four days



“Te lo voglio dire una volta sola, non l’ho mai detto prima d’ora. Questo genere di certezza si ha soltanto una volta nella vita”
Clint Eastwood, “I ponti di Madison County”.

 

Il mondo contemporaneo, quel mondo che ha relegato in una soffitta le grandi locomotive a vapore, le macchine da scrivere e i merletti, sembra aver mandato in pensione anche l’Amore. Certamente non vi è inverno in cui i negozi di piccole e grandi città non si riempiano di cuori e fiori in occasione di San Valentino, non vi è libreria che si privi di tomi e tomi di autentiche romanticherie (strazianti passioni adolescenziali, distanze incolmabili sconfitte dall’ancora non amaro sapore di una lettera…) e infine non vi è sala cinematografica nella quale almeno un paio di volte all’anno non si possa assistere a un matrimonio da favola, a un bacio o a una passeggiata mano nella mano alla luce del tramonto. Ma l’Amore è un’altra cosa, e troppo spesso lo si soffoca nello smielato simulacro di se stesso, ammantandolo di quella banalità che non ne fa altro che uno degli innumerevoli elementi della spettacolarizzazione. Fortunatamente però non è sempre così. Girovagavo tra gli scaffali di un negozio del centro per ingannare il tempo, non c’è poi molto da fare quando fuori il termometro sfiora i quaranta gradi, non si vede una nuvola all’orizzonte nemmeno sforzandosi di cercarla e si è costretti a rinunciare alla spiaggia per svolgere una di quelle odiose “commissioni” che spesso etichettiamo con questo nome che significa tutto e non significa nulla. Insomma era una di quelle giornate in cui avrei volentieri appeso al chiodo i doveri filiali, demandando ad altri l’ingrato compito di attendere mia madre nel forno cittadino, ma ahimè il sì ormai mi era sfuggito e l’aria condizionata del primo negozio aperto mi era sembrata l’unica momentanea consolazione. Avevo già tra le mani una discreta pila di dvd e temevo il momento in cui avrei dovuto sceglierne uno, magari in tutta fretta ricevendo d’improvviso la telefonata di mia madre, quando scorsi, tra un thriller e un cartone animato I ponti di Madison County. La regia di Clint Eastwood mi parve una garanzia, il nome di Meryl Streep appena sopra al titolo mi tolse ogni dubbio (nel caso ancora ne avessi avuti) e, cestinati automaticamente gli altri dvd,  mi avviai risoluta verso la cassa. Il film racconta una storia senza guerre e senza eroi; racconta di un uomo, di una donna e del loro amore. Lui, Robert Kincaid (Clint Eastwood)  è un fotografo giramondo lei, Francesca Johnson (Meryl Streep), moglie e madre in una piccola fattoria dell’Iowa. Quando Francesca, nel fiore degli anni, lascia l’Italia per seguire un giovane soldato americano e divenirne presto la moglie, non avrebbe potuto immaginare che l’amore non avesse ancora giocato tutte le sue carte. Carte che avrebbe scoperto sul tavolo solo molti anni dopo, nel 1965, quando uno sconosciuto inviato del National Geographic avrebbe bussato alla sua porta. Sarà lì che Francesca scoprirà il vero significato dell’essere donna e dell’Amore (quello per un uomo, certo, ma anche quello per la propria famiglia). Quando Francesca lascia sul tavolo del giardino il suo bicchiere di tè freddo e decide di aprire la portiera della macchina di Robert, senza saperlo inizia a riscrivere la storia della propria vita. A Robert e Francesca sono concessi soltanto quattro giorni: quattro giorni per conoscersi, per innamorarsi, per vedersi l’uno come il riflesso dell’altra. Quattro giorni per fuggire insieme o per dirsi addio. In un mondo dominato dall’ipocrisia nel quale donne e libertà mal s’accompagnano, Francesca trova il coraggio di rispolverare i sogni del passato e da questi trae  la forza per lasciarsi travolgere dall’amore. Ma quattro giorni si consumano in fretta e quando il pick-up del marito, con i due figli e il vitello, vincitore di quella fiera che tanto provvidenzialmente li aveva tenuti lontani da casa, compare all’orizzonte la realtà riprende prepotentemente il proprio posto e Francesca deve scegliere tra due parti di se stessa. Il film traspone sullo schermo l’omonimo romanzo di Robert James Waller, lasciandone inalterati la delicatezza e l’eleganza, un tocco leggero che indaga i sentimenti nel profondo, restituendo al lettore – ora anche spettatore – emozioni autentiche e struggenti. Non vi sono retorica né inutili orpelli stilistici nella pellicola di Clint Eastwood, all’epoca già vincitore di due premi Oscar (miglior film e miglior regia per Gli Spietati), ma si fa tangibile l’occhio attento di un uomo che sa creare altri uomini, facendo di ogni film un autentico capolavoro, un intenso istante di vita strappato all’oblio e fatto immagine. E a chi guarda adagiato tra i cuscini di una poltrona non resta che perdersi negli sterminati spazi della campagna dell’Iowa, dove due vite unite ben oltre la morte non possono non strappare una lacrima nemmeno ai più cinici.

 G. Camilla Severino


 

16 dicembre 2014

In libreria

Stefano Cambi
Diplomazia di celluloide?

Hollywood dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra fredda
Milano, Franco Angeli, 2014, 192 pp.

Descrizione
Il sostegno internazionalmente garantito alle majors dalle autorità statunitensi è riconducibile a un mero "dovere istituzionale" nei confronti dell'imprenditoria americana o piuttosto alla convinzione di ottenere un ritorno in termini di condizionamento psicologico? Attraverso la consultazione di fonti governative, l'Autore tenta di chiarire se e come gli artefici della diplomazia culturale e della politica estera dell'informazione abbiano inteso sfruttare i film d'evasione quale mezzo per influenzare la mente (e quindi l'azione) degli spettatori stranieri durante gli anni nei quali il mondo transitò dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra fredda.
 Se a Washington l'esistenza di una "questione cinematografica" giunse infatti a un definitivo riconoscimento con la "guerra totale", la definizione di una "politica cinematografica" avrà luogo soltanto nel contesto segnato dalla "cortina di ferro", nel quale il caso della Germania, cuore della competizione bipolare, rappresentò un precedente per quanto riguarda l'impiego dei lungometraggi commerciali nel progetto (inizialmente legato al Piano Marshall) denominato Informational Media Guaranty Program. La ricostruzione storica dello sviluppo della tematica ha prodotto una narrazione, semplice ma allo stesso tempo rigorosa, di come il governo americano ha affrontato, con alterne fortune, il complesso problema dell'impatto di Hollywood sull'immaginario collettivo internazionale senza ledere il principio della libertà d'espressione nonché quello - considerato altrettanto sacro - della libera concorrenza.
Indice del libro
Introduzione
 Cinema americano e "guerra totale": un'arma a doppio taglio
 (Intrattenimento responsabile; Hollywood, 1945: missione incompiuta)
 Hollywood/Washington nel dopoguerra: una strana joint venture
 (La battaglia contro il protezionismo europeo dello schermo sullo sfondo del confronto bipolare; a ridosso della "cortina di ferro": promuovere per escludere)
 La politica cinematografica americana alla prova della Guerra fredda
 (Il difficile compromesso tra ragion di stato e logica del profitto; Limitazione del danno: una strategia globale?)
Conclusioni / Archivi / Bibliografia / Indice dei film / Indice dei nomi.

12 ottobre 2014

In libreria

Giuseppe Ghigi 
Le ceneri del passato. Il cinema racconta la Grande guerra
Rubbettino, Soveria Mannelli,  2014, pp. 262.
disponibile anche in ebook

Descrizione
In cent’anni sono stati prodotti un migliaio di film sulla Prima guerra mondiale che hanno contribuito a costruire il visibile dell’immane tragedia. Pur in diverse modalità e funzioni, il cinema ha determinato figure stabili, simbologie, cliché, diventati nel tempo parte dell’immaginario bellico. Il volume li ripercorre mettendoli in relazione all’arte, alla letteratura, alle storiografie, ai sistemi politici, culturali, e ai valori del tempo in cui sono stati creati, perché ogni film è figlio di una memoria, contribuisce a crearla, ed è la “cenere” del presente e del passato.

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28 gennaio 2014

La commedia noir specchio dell'Italia contemporanea



Il Capitale Umano,  liberamente ispirato all'omonimo romanzo di Stephen Amidon, è il nuovo film di Paolo Virzì in uscita in tutte le sale cinematografiche a partire da gennaio. La vicenda, che dal Connetticut del romanzo sposta la sua ambientazione nella Brianza italiana, ha inizio in una gelida notte alla viglia delle feste natalizie, notte in cui un ciclista perde la vita travolto da un Suv.
Questo antefatto legherà, in un intreccio via via sempre più fitto, la vita di due famiglie di estrazione sociale diversa ma accomunati dalla medesima volgarità morale: i ricchi e agiati Bernaschi e i finti arricchiti Ossola.
La scoperta graduale della verità, inaspettata e per certi versi ingiusta, giunge allo spettatore attraverso il ritmo lento dei capitoli in cui si articola la pellicola, dando voce al punto di vista dei suoi protagonisti, Dino Ossola, Carla Bernaschi, Serena Ossola, sino all' epilogo finale, Il Capitale Umano.
Il regista livornese utilizza per questo film una diversa chiave interpretativa della realtà, lontana dai toni leggeri delle commedie degli esordi, vicina al genere noir, fornendoci il ritratto, non solo del brianzolo tipico di “origine controllata”, per cui Virzì è stato accusato di cadere in un clichet superficiale, ma dell' umanità in genere, una collettività meschina e crudele.
Il Capitale Umano è l 'affresco di un mondo dominato dalla prepotenza finanziaria in cui tutto viene calcolato su base economica come ci segnala, sin da subito, l'illuminante titolo che rimanda al paramentro assicurativo utilizzato per stabilire il rimborso in caso di morte, e che valuta spietatamente e freddamente le nostre conoscenze, abilità, guadagno e qualità affettive, secondo parametri quantitativi.
Il film rivela, in via definitiva, una realtà, quella della dittatura economico-finanziaria a in cui siamo quotidianamente immersi e portata agli estremi, dove anche il valore della vita umana perde il suo significato, ad eccezione di quello stimato in termini di profitto.
Sicuramente una pellicola che merita una particolare attenzione, dove il Virzì-Esopo, attraverso una rassegna di personaggi, poco fiabeschi, ma spregevoli e ipocriti, dannatamente reali, ha la dichiarata intenzione di fornire la sua morale che invita lo spettatore a riflettere su se stesso e sui valori etico-sociali della società contemporanea.
 Unica pecca, per i più sentimetali, amanti del lieto fine, un finale ancor più amaro degli avvenimenti, dove a farne le spese rimangono sempre i socialmente più deboli.
Flavia Torretta


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09 dicembre 2013

L'ultima ruota del carro


Il film è uno spaccato della Roma degli anni '70. Non è la Roma della Dolce vita di Fellini ma è una Roma difficile, vista con gli occhi del protagonista Ernesto Fioretti (Elio Germano). Sono quarant'anni di storia che il regista, Giovanni Veronesi, ci invita a rivivere o a vivere per la prima volta tramite il protagonista. E' lui l'ultima ruota del carro della società di cui a suo malgrado fa parte, Ernesto, che deve lottare con un padre padrone (Sergio Rubini), rigido e poco comprensivo e con il suo migliore amico (Ricky Memphis), che involontariamente lo trascina costantemente sulla cattiva strada e in problemi più grandi di lui, ma Ernesto deve soprattutto combattere contro se stesso e le sue paure. 
C'è stato davvero un Ernesto Fioretti nella vita di Veronesi che tenta di omaggiare il suo ricordo proponendolo allo spettatore caricandone gli aspetti più significativi. "ho dovuto interpretare una persona non un personaggio. " dice Elio Germano. L'unica nota dolce nella vita del protagonista è la bella e ingenua Angela (Alessandra Mastronardi) che dopo un corteggiamento improvvisato e goffo riuscirà a far diventare sua moglie. In amore la tenerezza e il carattere di Ernesto hanno la meglio ma per tutto il resto sarà vittima di chi lo circonda e delle situazioni di quel periodo.
La vita di Fioretti e della sua famiglia è segnata da eventi significativi della storia italiana di quegli anni da Tangentopoli alle brigate rosse all'arrivo di Berlusconi sulla scena politica. Il tono melodrammatico al limite del satirico con cui sono affrontati questi argomenti dai protagonisti della vicenda strizza l'occhio allo spettatore provocando un sorriso ma soprattutto un'inevitabile spunto per riflettere. Per tutta la durata del film, attraverso una narrazione incalzante e discontinua, si ha l'impressione di viaggiare nel tempo, di vivere gli avvenimenti di quel periodo, assaporare le amarezze, le aspettative e le speranze di quegli anni. Si vuole trasmettere una velata nostalgia o forse far rimpiangere di non essere riusciti a cambiare nulla e far vedere come si è arrivati nella situazione odierna. A mio parere L'Ultima ruota del carro può funzionare anche come una sorta di panoramica dell'Italia dagli anni 70 fino ad oggi presentata sotto forma di reportage-commedia. Se avete voglia di ridere ma soprattutto di riflettere non perdetevi questo film.
Simona Cappelli

*link al sito del film L' ultima ruota del carro regia di di Giovanni Veronesi, 2013.

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