Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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28 novembre 2025

Il senso della Storia

 "Abbiamo disperso l’essere convenzionali dei nostri genitori e dobbiamo recuperare il senso della Storia nelle nostre società. Se un uomo perde la memoria perde l’identità, lo stesso vale per la società. Sono nato dopo la Seconda guerra mondiale però quando ero giovane c’erano il rock e la marijuana: incredibile come una generazione possa girarsi dall’altra parte rispetto alla Storia".

Ian McEvan 

*La Stampa, 20.11.2025 (intervista di Francesco Rigatelli a proposito del romanzo "Quello che possiamo sapere" (Einaudi, Torino, 2025).

30 gennaio 2024

In libreria

 

Giorgio ZanchiniLa cultura nei media. Dalla carta stampata alla frammentazione digitale

Carocci, Roma, 2024, pp. 212.

Indice

Introduzione
1. Il giornalismo culturale dalle origini alla rivoluzione digitale
Breve storia dell’informazione culturale su carta/Il Novecento e il primato italiano/L’inizio del nuovo millennio
2. Come e perché cambia il giornalismo culturale
Evoluzioni culturali/Il mercato e le sue tendenze
3. Il panorama interno e internazionale
Modelli e tradizioni/La stampa italiana/Inserti culturali e riviste
4. Dopo la rivoluzione: il giornalismo culturale digitale
L’impatto della rete/Che cosa accade alla radio/Che cosa accade alla televisione
5. Logiche dei nuovi media
Il contesto/I percorsi dell’informazione. E il COVID-19/Ipotesi di futuro
6. La cultura della rete e in rete
Filtri, nuovi mediatori, connessioni/L’offerta contemporanea online, tra blog, siti e TikTok/L’ecosistema audio-suono e i podcast/Lavorare nell’informazione culturale
Note
Bibliografia
Indice dei nomi


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09 novembre 2021

In libreria

Gian Carlo Ferretti
L’altra Italia del “Politecnico” di Vittorini attraverso la posta dei lettori
Interlinea, Novara, 2021, pp. 116.
Descrizione
Chi leggeva “Il Politecnico” di Elio Vittorini? Quale Italia emerge oggi dalle lettere inviate al giornale garibaldino, segnato dai rossi di Albe Steiner, nel 1945-1947? Dopo tanto silenzio il saggio di Gian Carlo Ferretti offre un’immagine nuova e antistituzionale del dopoguerra anche con l’apporto di carte d’archivio. Scopriamo così lettori e lettrici, intellettuali e operai, che scrivono alla rivista e dibattono spesso con posizioni sorprendenti, più avanzate del periodico e degli stessi movimenti laici e comunisti: su fascismo e antifascismo, divorzio e aborto, scuola e religione, pubblico e privato. Nelle pagine del “Politecnico” maturano così le nuove élite della sinistra: lettori tra i quali si ritrovano i giovani e giovanissimi Sciascia, Venturi, Bettiza, Brera, Cavallari, Ceronetti, Cini, Edoarda Masi e Ripellino.
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05 luglio 2021

In libreria

 Fabrizio Lomonaco
 Il "commercio" delle idee
 Contributi allo studio di periodici europei di Sei-Settecento

FrancoAngeli, Milano, 2021, pp. 158.

Descrizione
Questi contributi allo studio degli "Acta Eruditorun Lipsiensium", delle "Bibliothèques" di Le Clerc e della "Bibliothèque raisonnée" documentano la storia e la circolazione delle idee nell'Europa moderna e nella Napoli europea dell'età di Vico. Gli articles e le segnalazioni dei Mencke, di Leibniz e Muratori, di Le Clerc e Vico, di Bayle e Barbeyrac trattano di opere consultate anche in manoscritto o in bozza di stampa con la volontà di costruire un "sistema" di informazione e di comunicazione intorno a temi di erudizione e filologia, di esegesi biblica, razionalismo rimostrante ed empirismo, di matematica e calcolo infinitesimale, di cristianesimo universale e tolleranza civile ed ecclesiastica, di filosofia e probabilismo giuridico, di pirronismo storico e scienza nuova della storia. A tal fine l'intervento del "giornalista", il suo stesso giudizio critico si esprimono già nella scelta ragionata dei testi, riproducendone ampie parti e collocando il proprio commento critico all'inizio e alla fine dell'"estratto" non senza coinvolgere anche altre forme di scrittura, in primis gli epistolari pubblici e privati.
Indice del volume
Premessa
Note su filologia e filosofia
Gli "Acta eruditorum" e la cultura italiana
Le "Bibliothèques" di Le Clerc nell'età di Vico
Jean Barbeyrac e il "pirronismo storico" nella "Bibliothèque raisonnée"
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05 gennaio 2020

L'importanza della riflessione critica nel pensare contemporaneo


La nostra epoca è caratterizzata da un eccesso di stimoli provenienti da ogni dove: gli smartphone, la televisione, internet... da ogni fonte giunge un costante flusso di informazioni che circolano e si susseguono ad una velocità senza precedenti. La sovrabbondanza di cui quotidianamente facciamo esperienza può però portare ad un senso di angoscia e paralisi: in che modo riusciamo a capire cosa dovremmo leggere, ascoltare, guardare? In un mondo di costante cambiamento, come si può capire ciò che è bello? E sulla base di cosa ciò che è bello è tale?
Ecco che il ruolo della critica si rivela in tutta la sua importanza e Andrew Scott, critico cinematografico del New York Times, effettua un'intelligente analisi di quest'importantissima attività, non solo in veste professionale, ma come attitudine quotidiana poiché, e come lui stesso afferma, a tutti piace giudicare e tutti giudichiamo.
Il saggio di Scott non si propone di fornire quelli che sono i dettami critici che gli individui dovrebbero operare nelle loro scelte quotidiane, ma evidenzia l'importanza di formarsi un pensiero critico e di esercitarlo con costanza in tutte le situazioni, anche quelle di semplice svago, che siamo portati a pensare non debbano suscitare profonde riflessioni o da intellettualizzare. Al contrario, Scott evidenzia come proprio in quei momenti sia importante esercitare un pensiero critico, per non togliere la possibilità a film o libri, apparentemente di intrattenimento puro e semplice, la possibilità di essere qualcosa di più, ad esempio un potenziale oggetto di riflessione.
Attraverso un'attenta analisi, anche storica, del ruolo della critica e del mestiere del critico, Scott sollecita a non adagiarsi nella comodità del pensiero di gruppo. Egli invita a superare l'alone di pregiudizi di cui è ammantata la critica, sorella gemella dell'arte e forma d'arte essa stessa.
È in base a ciò che ci piace e ciò che non ci piace che formiamo la nostra identità di individui, siamo tutti accomunati dal desiderio di coltivare il piacere verso qualcosa e l'attitudine critica è dunque fondamentale.
Questo testo, che si pone come “manifesto contro la pigrizia e la stupidità”, accompagna il lettore in uno stimolante viaggio nel mondo della critica per meglio comprenderla ed esercitarla nella nostra così abbagliante e caotica contemporaneità.
Selina Grillone


A.O.Scott
 Elogio della critica. 
Imparare a comprendere l'arte, riconoscere la bellezza 
e sopravvivere al mondo contemporaneo
Milano, il Saggiatore, 2017, pp. 256.

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20 novembre 2019

In libreria

Ada Fichera, 
L' Italia del «bello scrivere».
Storie del giornalismo culturale dalla Terza pagina a oggi
Minerva editori, Bologna, 2019, pp. 155.
Descrizione
La cultura è l'anima di una società, strumento per la sua elevazione e per la sua libertà. È da tale presupposto che ha inizio questa analisi storica, sociologica e filosofica, del giornalismo culturale di ieri e di oggi in Italia. Dalla "Terza pagina", perfetto connubio di letteratura e informazione, alle rubriche dei quotidiani odierni, Ada Fichera ripercorre più di un secolo di storia culturale del nostro Paese, narrando le vicende, ma anche le polemiche e i dibattiti relativi a un mondo tanto affascinante quanto complesso. Chi scrive per mestiere non può rimanere immune alla seduzione di quella che era "la Patria del bello scrivere". Così i contributi delle migliori penne della letteratura nazionale, quali D'Annunzio, Buzzati, Capuana, Pirandello, Calvino, Moravia, Montale, Deledda, divengono patrimonio da tramandare e fondamento per i successivi inserti centrali degli anni Novanta, per i supplementi domenicali attuali, per le rubriche on line e per gli ulteriori sviluppi digitali e "social" del terzo millennio, in un percorso che conduce il lettore attraverso una delle più belle tradizioni italiane di tutti i tempi. Prefazione di Gennaro Malgieri.

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09 ottobre 2019

In libreria

Giorgio Zanchini
Cielo e soldi. Il giornalismo culturale tra pratica e teoria, 
Aras Edizioni, Fano, 2019, pp. 158.
Descrizione
La rivoluzione digitale ha cambiato tutto e non poteva non cambiare il giornalismo culturale, in modi anche inaspettati, portando crisi e innovazione, smarrimento e apertura, caos e ricchezza. Negli ultimi quindici anni il nostro modo di relazionarci e informarci è mutato in modo radicale e l’informazione culturale non è stata ovviamente estranea al cambio di paradigma informativo. È da questi mutamenti in atto che il saggio Cielo e Soldi di Giorgio Zanchini si sviluppa, inaugurando la nuova collana #fgcult – informazione culturale dedicata a comunicazione e cultura, la cui peculiarità è quella di porsi come strumento d’indagine integrativo e complementare al Festival del giornalismo culturale

*link all' Indice del libro


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19 giugno 2019

In libreria

Ada Fichera,
L' Italia del «bello scrivere».
Storie del giornalismo culturale dalla Terza pagina a oggi,

Minerva Edizioni, Bologna, 2019. pp. 152.
Descrizione
La cultura è l’anima di una società, strumento per la sua elevazione e per la sua libertà. È da tale presupposto che prende vita questa analisi storica, sociologica e filosofica del giornalismo culturale di ieri e di oggi in Italia. Dalla Terza pagina, perfetto connubio di letteratura e informazione, alle rubriche dei quotidiani odierni, Ada Fichera ripercorre più di un secolo di storia culturale del nostro Paese, narrando le vicende, ma anche le polemiche e i dibattiti relativi a un mondo tanto affascinante quanto complesso. Chi scrive per mestiere non può rimanere immune dalla seduzione di quella che era la “patria del bello scrivere”. Così i contributi delle migliori penne della letteratura nazionale, quali D’Annunzio, Buzzati, Capuana, Pirandello, Calvino, Moravia, Montale, Deledda, divengono patrimonio da tramandare e fondamento per i successivi inserti centrali degli anni Novanta, per i supplementi domenicali attuali, per le rubriche online e per gli ulteriori sviluppi digitali e social del terzo millennio, in un percorso che conduce il lettore attraverso una delle più belle tradizioni italiane di tutti i tempi.

07 settembre 2018

A che cosa servono i critici?”


“Qual è lo scopo della critica? A che cosa servono i critici?”
Il lavoro di Anthony O. Scott, giornalista a capo della sezione critica del New York Times, si apre su questi interrogativi. La ricerca della risposta passa tanto dalla rievocazione di episodi vissuti in prima persona dall’autore, quanto dall’analisi di fatti storici o di attualità in qualche modo legati all’ambito dell’arte e, quindi, della critica. Scott ritiene infatti che arte e critica intrattengano tra loro un rapporto tanto complicato quanto inestinguibile: all’apparenza opposte l’una all’altra, vivono in realtà in simbiosi, come due diverse facce di una stessa medaglia.

È inevitabile, dunque, che nel parlare della critica, un lungo discorso venga fatto anche sull’arte. Arte in tutte le sue forme, ma con una particolare attenzione all’arte visiva contemporanea, alle performance artistiche e al senso di stupore e confusione che sono in grado di suscitare nello spettatore. Basta un breve passo per finire nel vasto e periglioso territorio del gusto, nello scontro-incontro tra le passioni individuali e il “soggettivo universale”, i condizionamenti del contesto. Di nuovo, un passo avanti per inquadrare uno dei compiti della critica, cioè indirizzare gli entusiasmi e stuzzicare l’interesse. Per attendere a questo compito è necessario che il critico svolga il proprio lavoro senza indulgere in immotivate cattiverie o inutili gentilezze, destreggiandosi con i maggiori distacco e obiettivitàpossibili intorno all’opera in esame, senza dimenticare che la base della critica è un genuino interesse per ciò che di questa è oggetto.
La trattazione tocca ancora diversi punti rilevanti, in particolare la percezione pubblica del critico come di qualcuno che svolge un non-lavoro, che vive di una attività che “potrebbe fare chiunque” e perciò inutile – indubbiamente un altro punto in comune con l’arte contemporanea. Non solo, un intero capitolo è dedicato all’errore, alla fallibilità del critico, come chiunque esposto al rischio di sbagliare, di sottovalutare o non cogliere il reale valore di un’opera. Anzi, il critico più di chiunque corre il rischio di essere smentito dal passare del tempo, a causa di punto di vista troppo ravvicinato, che può celare potenzialità o far luccicare cose che oro non sono.
Il saggio richiede una lettura attenta e una grande attenzione per districarsi nella giungla di nomi (artisti, critici, opere) che lo popolano, ma risulta piacevole grazie al sottile umorismo dell’autore, che riesce a snocciolare conoscenze colte e pop in una vertiginosa alternanza, senza mai risultare arrogante o spocchioso. L’importante è non fare l’errore di credere che si arriverà in fondo con delle risposte -alcune di sicuro non mancheranno, ma il lascito più importante di questa lettura sono le domande. Non è infatti casuale la scelta di alternare capitoli argomentativi e capitoli strutturati come un dialogo, con una voce intervistante che diventa sempre più stringente. È a questa sorta di voce narrante che viene affidato il compito di “fare il punto della situazione”, di sottolineare cosa è emerso nel tratteggiare essenza e compiti della critica, ma allo stesso tempo di puntare il dito contro gli aspetti ancora nebulosi e non chiariti. Un esempio lampante di questo doppio ruolo e, allo stesso tempo, dell’approccio dell’autore alla definizione della critica è l’incipit del capitolo conclusivo:

D: Hai detto parecchie cose a proposito della critica – che è una forma d’arte a sé stante; che esiste per esaltare le altre forme artistiche; che è un’attività impossibile; che è vitale e necessaria all’umanità per riuscire a comprendersi; che non potrà mai morire; che è in continuo pericolo di estinzione – e, in maniera più diffusa, hai anche parlato di cosa non è la critica.[…] Ma, a essere sinceri, non sono tuttora sicuro di sapere cosa sia la critica, a meno che non la si intenda come qualsiasi cosa faccia un critico. E in tal caso, cos’è un critico?
R: hai messo il dito nella piaga! La critica è al contempo paradossale e tautologica. È qualunque cosa faccia un critico: tenendo presente che un critico è chiunque, in un dato momento, stia esercitando la critica.”
 Francesca Bosco

 

Anthony O. Scott
Elogio della critica. Imparare a comprendere l’arte, riconoscere la bellezza e sopravvivere al mondo contemporaneo
Il Saggiatore, Milano 2017, pp. 255.

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01 luglio 2018

Genova in libreria

Luca Rolandi,  Giovanni B. Varnier, Paolo Zanini
Dal 1946 Il Gallo canta ancora
De Ferrari editore, Genova, 2018, pp. 168.

Descrizione
Sovente citata nelle opere su Genova e sulla cultura ligure nel Novecento, la vicenda d “Il gallo” ha una fortuna piuttosto discontinua nella storiografia, conoscendo un significativo aumento dell’interesse degli studiosi negli anni più recenti. La rivista genovese è stata indagata sia all’interno delle opere sulla cultura cattolica del secondo dopoguerra, in particolare in quelle che hanno riconosciuto il rilevante ruolo in essa svolto dalle riviste, sia in alcuni studi specifici, che si sono concentrati soprattutto sulle origini del periodico e sui suoi primi anni di attività, fino alla metà degli anni Sessanta.
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03 febbraio 2018

Grazia Cherchi: matrona della Repubblica delle Lettere

Recensire l’elegante raccolta degli scritti di Grazia Cherchi con lo spirito irrimediabilmente segnato dalle saette, stilisticamente fulgide e sardonicamente impietose, con cui si abbatte sui cattivi recensori dal cuore di servo, significa puntarsi una pistola alla tempia e giocare alla roulette russa a ogni parola vergata. È un rischio che tuttavia deve essere corso, giacché, al prezzo, tutto eventuale, di un solo recensore, magari incosciente, ma di comprovata buona volontà, i lettori appassionati di ieri e di oggi potranno forse scoprire o riscoprire un tesoro da sfogliare e un’amica da consultare. La raccolta, a cura di Roberto Rossi, è una selezione di articoli, recensioni e interviste che percorrono il quindicinale lavoro che la Cherchi (1937-1995), una matrona della Repubblica delle Lettere, scrittrice, giornalista e -soprattutto! - curatrice editoriale, ha svolto per quotidiani, periodici e riviste. Questi sono presentati in primis secondo argomento e quindi cronologicamente. Una breve collezione di J’Accuse contro il mondo editoriale, garbatamente spassosi, deliziosamente crudi, e tragicamente sinceri, apparsi su Panorama e l’Unità tra il 1985 e il 1992, costituiscono la gustosa Ouverture dell’opera; le recensioni competenti, sintetiche e briose, nell’elogio e nella stroncatura, il suo corpo, agile e levigato sino al dettaglio ;  le interviste e i ritratti il drammatico finale, dove numerosi – ma sempre pochissimi, per la Cherchi- tra i migliori autori del dopoguerra (tra gli altri Benni, Fortini, Cederna, Arbosini, oltre al “giovane” Michele Serra), rispondendo a quesiti personali o stimolanti, come se si fossero accordati tra loro, paiono unanimi nel descrivere un paese, l’Italia, dove l’intellettuale è, talvolta felicemente, solo, sono più quelli che scrivono che quelli che leggono, e gli ideali social-comunisti, di cui pure la Cherchi stessa era fiero alfiere, sono naufragati. Sorvolando sulla prima parte, che andrebbe letta da chiunque non abbia timore di sorridere ininterrotto per una buona mezz’ora, sulla dimensione fantozziana dell’editoria nostrana, la Cherchi colpisce per come nelle sue recensioni riesca a combinare un eloquio elevato e un approccio colloquiale, quasi intimistico. In ogni “pezzo” in poche righe alle critiche amalgama citazioni forbite a simpatici aneddoti dal sapore sconsolato a giudizi sferzanti sulla società. Stronca spesso, più spesso e più volentieri presenta autori che “devono” essere letti. I suoi criteri di accettabilità sono vertiginosamente alti, come se i libri consigliati dovessero essere per lettori e lettrici donne e uomini ideali, “per la vita”, belli, buoni, colti, e svegli, e non si potessero tollerare liaison con i midcult, l’equivale delle bionde fascinose e un po' oche, o dei Marcantoni senza cervello. Nelle interviste, l’arguzia, l’intelligenza, la vivacità, della Cherchi, fungono da specchio a quelle dei suoi intervistati, i quali sono quasi tutti, nient’affatto incidentalmente, suoi fraterni sodali, e illuminano di suggestivi chiaroscuri la luce inevitabilmente vintage che permea il libro – si chiede sempre se si scrive a mano, con la macchina di scrivere (!) o col computer. La Cherchi riteneva che una recensione dovesse sempre contenere almeno una citazione del libro in questione, e nell’esprimere ciò cita a sua volta Geno Pampaloni. E, “oltre alle citazioni”, le sembrava “altrettanto indispensabile informare sinteticamente (lo spazio è quello che è) sul contenuto del libro, trama o plot che dir si voglia (la sua assenza dà adito ai più biechi sospetti: il libro è stato veramente letto da cima a fondo?), Cui seguirà, ma già dovrebbe emergere dalla trama inframezzata di citazioni, il giudizio, che sarà, inevitabilmente, impressionistico, dettato dall’intuito, dal gusto e dall’esperienza: cos’altro mai potrebbe essere?
Il lettore attento si sarà accorto che qui si è fatto l’esatto contrario.
Federico Burlando

Grazia Cherchi
Scompartimento per lettori e taciturni
Articoli, ritratti, interviste

Minimum fax, Roma, 2017, pp. 345.
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06 aprile 2017

In libreria

Grazia Cherchi
Scompartimento per lettori e taciturni
Articoli, ritratti, interviste

Minimum fax, Roma, 2017, pp. 345.

Descrizione
Recensioni e interviste, premi letterari, la vita di tutti i giorni nei libri e i libri dentro la vita di tutti i giorni: Scompartimento per lettori e taciturni è tutto questo. Grazia Cherchi visse per la letteratura incarnando una voce autorevole e libera, cercando di proporre al pubblico e alle case editrici un nuovo filtro critico. Collaboratrice editoriale e scout – tra le sue scoperte, Stefano Benni, Alessandro Baricco e Massimo Carlotto – rifiutò sempre di figurare nelle giurie di premi letterari, verso i quali non nutriva alcuna fiducia, restando invece un’accesa sostenitrice del giudizio dei lettori. Dai suoi articoli emerge la personalità di una grande donna prima che di una grande giornalista, una lettrice militante con un’unica missione: far scoprire il piacere della lettura a tutti senza distinzioni.
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29 maggio 2016

In libreria

Giorgio Zanchini
Leggere, cosa e come
Il giornalismo e l'informazione culturale nell'era della rete

Donzelli, Roma, 2016, pp. 172.
Descrizione
Leggere, cosa e come è un’espressione che sino a un paio di decenni fa avrebbe stimolato riflessioni circoscrivibili a una tradizione ultrasecolare, centrata sul libro, i giornali e le riviste, la lettura di pagine cartacee. Con la rivoluzione digitale tutto è cambiato, le nostre vite stanno conoscendo una trasformazione profonda: il baricentro della nostra quotidianità sono diventati i dispositivi elettronici e gli schermi, l’accesso all’informazione è diretto, senza barriere né limiti temporali o di luogo. Il libro e il giornale non sono più gli unici architravi su cui poggia la trasmissione delle conoscenze. Si sta indebolendo sensibilmente – o almeno così pare – anche la mediazione, il ruolo di chi seleziona, certifica, mette ordine nell’accesso al sapere: tutto quel complesso di attività che critici, editori, giornalisti hanno esercitato per generazioni. Il saggio di Giorgio Zanchini, conduttore di fortunate trasmissioni di Radio Rai, tra cui Radio anch’io, descrive questi processi, esaminando il modo in cui si fa giornalismo oggi e passando in rassegna le pratiche attraverso le quali ci informiamo. E la sua analisi si allarga, fino a comprendere i modi in cui stanno cambiando la lettura, il libro, il mercato editoriale. Si arriva così al cuore della questione: come selezioniamo oggi un prodotto culturale? Come scegliamo un libro, un giornale, un sito, un percorso di accesso al sapere? Possiamo davvero fare a meno di qualcuno che ci aiuti a scegliere? E chi è in grado, oggi, di garantire qualità e prestigio?
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09 febbraio 2016

Il giornalismo culturale: un bilancio in continuo aggiornamento

Gli scritti sul giornalismo hanno molto in comune con il giornalismo stesso: l'ambito di riferimento è quello della labilità, del tempo che passa e si lascia alle spalle in un batter d'occhio fatti, dati, realtà. Ne è il perfetto esempio Il giornalismo culturale di Giorgio Zanchini, dato alle stampe per la prima volta nel 2009 e bisognoso di aggiornamento a soli quattro anni dalla pubblicazione. Nella nuova edizione del 2013, infatti, la prefazione chiarisce subito come i tempi della rivoluzione digitale in atto impediscano di adagiarsi sugli allori. Il mondo della comunicazione e dei media si evolve costantemente, e con esso si evolvono i modi di fare e di intendere il giornalismo culturale. Giornalismo culturale di cui Zanchini può parlare a ragion veduta, essendo egli giornalista e conduttore radiofonico di RAI Radio3.
     Interessante il punto di partenza, nient'affatto scontato: cosa si intende per giornalismo culturale? Cosa si intende per cultura? L'autore fa notare come il termine “cultura” sia «tra i più complessi e polisemici dell'intero vocabolario», come con il tempo abbia via via inglobato al suo interno tutta una gamma di attività umane che prima non venivano considerate culturali in senso stretto. La storia del giornalismo culturale non può essere isolata da quella del giornalismo, e Zanchini ne racconta le fasi principali, partendo dalle gazzette del Settecento, passando per la Terza pagina, le riviste, gli inserti culturali, fino ad approdare ai blog letterari. E non c'è solo la carta, la parola scritta: anche in radio si fa giornalismo culturale, anche in televisione, anche sul web. All'aumentare dei media, il giornalismo culturale ha saputo adattarsi e si è rivelato transmediale, e l'autore ne dà abilmente dimostrazione con dovizia di esempi.
   È anche di mercato che si parla, in questo libro, e di come il giornalismo debba farci inevitabilmente i conti, oggi come tre secoli fa. Zanchini non ce lo nasconde: i dati non sono incoraggianti, soprattutto per quanto riguarda gli italiani e le loro abitudini di lettura. Pochi lettori forti, pressoché infinite fonti, testate, firme desiderose di farsi leggere e consultare. In modo particolare adesso, con tutto ciò che internet ha da offrire, può risultare davvero difficile barcamenarsi in questo mare di notizie, informazioni, recensioni e riflessioni. Ed è qui che entra in gioco il mediatore, il giornalista culturale: «sono molti a sostenere che la realtà sia troppo complessa e la giornata delle persone troppo limitata perché venga meno il bisogno di intermediari». Con una tale sovrabbondanza di contenuti si sente più che mai il bisogno di qualcuno in grado di aprire la strada, di fare da guida.
 Francesca Fabbricatore


Giorgio Zanchini
Il giornalismo culturale

Carocci, Roma 2013, 160 pp.
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11 gennaio 2016

In libreria



Lella Mazzoli , Giorgio Zanchini (a cura di )
Info cult. Nuovi scenari di produzione e uso dell'informazione culturale
Franco Angeli, Mi
lano, 2015, 192 pp.


Descrizione
Di cultura in Italia si parla molto. I dati sconfortanti sui consumi culturali e sul tasso di lettura hanno persino incrementato il discorso pubblico su questo tema. In generale sui media l'informazione culturale c'è.  E tuttavia è un campo ancora poco frequentato dalla riflessione sociologica e da ricerche empiriche. Il volume vorrebbe anzitutto rispondere a questa parziale lacuna. Basato su un'articolata ricerca dell'Osservatorio News-Italia dell'Università di Urbino Carlo Bo su dati e fonti dell'informazione culturale, Info Cult offre una ricognizione sistematica della produzione e degli usi dell'informazione culturale di oggi e dei suoi effetti sociali. E risponde a molti degli interrogativi più urgenti della nostra contemporaneità: quali sono le fonti di informazione privilegiate? Qual è il ruolo giocato da internet e dagli altri media digitali? C'è ancora bisogno di mediazione e mediatori? Quale piattaforma conta di più nelle scelte di consumo? Quali sono i temi che gli italiani associano maggiormente all'idea di cultura? Quali sono i nuovi linguaggi e i nuovi scenari?
Indice del libro
Piero Dorfles, Le culture divergenti
Lella Mazzoli, Giorgio Zanchini, Perché Info Cult
Lella Mazzoli, Giulia Raimondi, Conoscere, condividere, partecipare: l'Info Cult come benessere della società
Giorgio Zanchini, Mappe culturali: in cerca di bussole per nuovi mondi
Roberta Bartoletti, Informazione e consumi culturali: scenari di uso
Federico Montanari, Stili, pratiche, forme e strategie nella ricerca di informazione culturale: fra offline e online
Fabio Giglietto, Il futuro dell'industria culturale fra algoritmi sociali, democrazia e nuovi autoritarismi
Chiara Checcaglini, L'informazione culturale e il settore audiovisivo: il caso dell'informazione cinematografica
Riferimenti bibliografici


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26 agosto 2013

Dal Caffè ai Blog

Il nuovo libro di Giorgio Zanchini in apertura si propone come un percorso di nascita, evoluzione e decadenza del giornalismo culturale. Scritto con immediatezza e  semplicità  nei primi capitoli affronta la spinosa definizione di cultura, che risulta attualmente essere definita sia come  la “sfera delle attività artistiche e intellettuali che presuppongono ingegno”, sia come “l’insieme di atteggiamenti, norme, valori, credenze, rappresentazioni di collettività umane presente in tutti i gruppi e gli strati sociali”.
L’esauriente chiarimento della materia trattata è seguito da un dettagliato e avvincente sunto storico che evidenzia in modo mirato le tappe più significative dell’evoluzione del giornalismo, compreso quello culturale, individuando nel Settecento la culla della stampa popolare con le prime riviste femminili e i periodici di intrattenimento. Viene poi affrontato capillarmente il periodo del XIX secolo in cui il boom della penny press americana e delle gazzette inglesi lancia un nuovo modo di fare giornalismo. Nello stesso periodo ricorda, con dovizia di particolari, l’ascesa delle riviste di settore e soprattutto il cambio di mentalità degli editori per i quali la stampa diviene una fonte di guadagno non indifferente viste le nuove generazioni alfabetizzate e assetate di notizie a cui risponde l’innovazione tecnologica.
Grande importanza viene data alla nascita della terza pagina in Italia, vera e propria incubatrice dell’articolo culturale. Sul Giornale d’Italia infatti viene riservata la terza pagina, delle sei che comprendeva, ad articoli legati alla critica artistica e letteraria. Se in un primo momento è servito un po’ di assestamento, una volta preso l’avvio questa iniziativa diviene fiore all’occhiello di un giornalismo nazionale fin troppo fossilizzato sull’educazione politica. Alle terze pagine dei vari quotidiani ottocenteschi partecipano le grandi firme della letteratura come Grazia Deledda e Gabriele D’Annunzio; ciò porta anche alla luce la scarsa considerazione che essi provavano per la professione giornalistica.  
Arrivati a questo punto della lettura si percepisce un cambiamento di atmosfera. Dalla rincorsa attraverso i secoli fino all’apice della stampa culturale si giunge ad un momento di impasse, caratterizzato dall’appiattimento degli articoli culturali, sempre meno esclusivi e stilisticamente distinti, per poi riprendere il ritmo in una discesa che pare senza freni.
Dalla seconda metà del Novecento, causa i mutamenti  politici e culturali avvenuti globalmente, lo spazio dedicato alla cultura cambia. Tra polemiche e frigidi ritorni al passato gli anni Cinquanta  segnano un punto di non ritorno per l’elzeviro e tutto il novero di articoli di cultura.
Scompaiono le recensioni dei libri, sostituite dai supplementi che vengono venduti insieme ai quotidiani nei giorni festivi, latitano le critiche musicali e teatrali che compaiono sporadicamente in qualche trafiletto di riempimento, per non parlare dei reportage di viaggio che già molto prima hanno attirato l’attenzione solo grazie alla loro assenza.
Zanchini qui si sofferma, come a prendere fiato dopo la discesa a rotta di collo, sulle possibili cause della “morte della terza pagina”. La rivalità tra scrittori e giornalisti è sempre stata un punto caldo nelle redazioni proprio a causa della partecipazione dei primi alla stesura degli articoli che figuravano in terza pagina affiancati ai diari di viaggio di reporter sparsi per il globo in quella che può essere definita un’avventura collettiva. L’autore però non crede, come me peraltro, che la causa del mutamento/decadimento del giornalismo culturale sia da riconoscere nella sana rivalità tra scrittori puri e giornalisti ma piuttosto nell’avvento delle televisioni, delle radio e infine, nell’ultimo decennio, di internet. Nell’arco di una quarantina di anni lo scenario della comunicazione è completamente cambiato.
Con la televisione i programmi di intrattenimento surclassano la stampa culturale, l’ascesa delle radio e dei programmi radiofonici dedicati al teatro e alla musica ruba un’altra importante fetta di informazione al giornalismo da terza pagina che, privato dei suoi cavalli di battaglia, si adagia in tiepidi articoli che spesso vengono bellamente ignorati dai lettori più interessati alle inchieste e alla politica.
La crisi della carta stampata è frutto della nascita dell’infotainment, che attraverso radio e televisioni surclassa  in immediatezza e coinvolgimento i quotidiani e i periodici.
L’avvento di internet ha definitivamente cambiato il modo di fare giornalismo e di vivere la trasmissione di notizie perché se attraverso i media del Novecento la circolazione di dati era prevalentemente unilaterale, adesso il rapporto tra media e fruitori si è trasformato in un rapporto simbiotico di interscambio.
I giornali hanno fatto un salto qualitativo trasferendo parte degli investimenti della redazione in una conquista di spazi web per interagire con la quasi totalità dei visitatori della rete. Qui Zanchini evidenzia l’attività di consulta e monitoraggio che i deskisti effettuano sui blog aperti e aggiornati da comuni cittadini.
Se nell’Ottocento i luoghi di cultura e dibattito sulle novità erano i Caffè o i circoli privati e durante il Novecento l’unilateralità della Terza Pagina ha in qualche modo sopito lo scambio di idee tra i lettori, ecco che nel XXI secolo rinascono i dibattiti tra privati cittadini, stavolta non nei caffè o nei salotti, ma sul web, dove è possibile trasmettere le proprie opinioni ad un pubblico esponenzialmente più vasto. Ad un pubblico globale.
In tutto questo travagliato cambiamento, il giornalismo culturale ha cambiato maschere, vesti, forme ed espressione fino a giungere ai giorni nostri completamente diverso rispetto alla nascita.
Adesso non esiste più l’articolo culturale o l’elzeviro, adesso la cultura permea l’intero quotidiano, l’intera macchina dell’informazione: dall’impaginazione dei giornali, alla gerarchizzazione delle notizie; dall’agenda setting al linguaggio usato in radio o in tv, dalle fotonotizie in prima pagina ai filmati dei giornali web.
Cultura non è più solo critica o scoperta o prodotto dell’ingegno umano, è tutto ciò che attira l’interesse del pubblico perché parla del pubblico e per il pubblico.
Nelle sue conclusioni, un poco frettolose Zanchini riconosce che la professione di giornalista culturale, un tempo ben definita e con incarichi precisi, adesso è invece una macrocategoria che comprende quasi l’intero entourage della redazione che però non è più caratterizzato dalla specializzazione personale.
Esiste ancora il giornalismo culturale in senso stretto? L’autore lo individua talvolta nelle riviste, nei periodici, spesso in radio e nell’ultimo biennio anche in televisione ma la terza pagina del quotidiano, scivolata nel tempo sempre più indietro, si può dire quasi perduta e sicuramente priva di quell’originalità e dello spessore artistico che la designavano punta di diamante del giornalismo culturale europeo.
Nel complesso Zanchini riesce a mantenere un linguaggio semplice e fresco affrontando i vari argomenti con semplicità riuscendo ad attirare l’attenzione sui punti essenziali della trattazione.
Ho trovato stimolante sia lo stile sia la semplicità di questo piccolo trattato, nato, a detta dell’autore, più per fare chiarezza tra i “non addetti ai lavori” che tra i giornalisti.
Marta Gaggero
 
Giorgio Zanchini
Il giornalismo culturale
Roma, Carrocci, 2013, 160  pp. (nuova edizione)
 
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16 luglio 2013

In libreria

Fuori campo. Letteratura e giornalismo nell'Italia coloniale 1920-1940
a cura di Monica Venturini
Perugia, Morlacchi, 2013

Descrizione
«L’antologia che qui si presenta, dal quanto mai emblematico titolo di Fuori campo, indaga i modi e le forme della ricezione e dell’interpretazione del colonialismo italiano nel periodo che va dall’ascesa di Mussolini alla guerra d’Etiopia, agli anni immediatamente successivi. Alla base di questo lavoro c’è un complesso e articolato lavoro di reperimento, di catalogazione e di approfondimento storico-letterario di libri e scritti giornalistici dedicati alle vicende della politica coloniale italiana. Tra biblioteche pubbliche, collezioni private e mercato antiquario, è venuta alla luce una sorprendente e variegata quantità di materiale, finora rimosso e accantonato, di grande interesse e valore documentario sia per ricostruire le modalità della propaganda fascista nella costituzione di un impero coloniale e del relativo immaginario collettivo, sia per seguire la rielaborazione di precisi generi letterari, come il romanzo, il racconto, la memorialistica, il diario di viaggio, il reportage, la cronaca giornalistica, le corrispondenze di giornalisti-scrittori. […]. Questo volume antologico […] si presenta dunque come importante tappa di una maggiore conoscenza e comprensione e di una rinnovata diffusione della costruzione di un immaginario che è stato a lungo misconosciuto e rimosso, ma che ha continuato certamente ad agire, anche se in modo latente, nell’inconscio collettivo del nostro paese».

*link all'Indice e alla Prefazione

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24 aprile 2012

"Zagreb": noi e loro, i buoni e i cattivi, nel primo romanzo di Arturo Robertazzi


"E sì, domani si parte. Mi aspetta una bella settimana: due presentazioni di Zagreb, una a Genova e una a Perugia [...]. Chi vive all'estero lo sa, ogni volta è un po’ diverso: ci sono quelle volte che proprio non vuoi tornare, perché magari a Berlino è arrivata la primavera e non te la vuoi perdere o magari perché di sentire l’italiano ovunque attorno a te proprio non ti va; ci sono quelle volte che viaggi con poca voglia, poi arrivi, e ti accorgi di essere contento di aver messo piede in Italia; e ci sono quelle volte, un po’ più rare, per la verità, in cui non vedi l’ora di arrivare. Sarà il sole, la cucina, l’italianeità, la famigghia, insomma, questa volta ho proprio voglia di scendere. In effetti, un po’ emigrante mi sento. E in fondo, un po’ lo sono"

Sono queste le prime righe del blog di Arturo Robertazzi, "Destinazione Cuore Stomaco e Cervello". Nato a Napoli nel 1977, salernitano, chimico teorico alla Freie Universität, musicista in un gruppo elettro-rock, esperto di nuove frontiere del giornalismo (lo dimostra il suo intervento nel mese di marzo 2012 nell'ambito della conferenza organizzata al BerioCafè di Genova dal gruppo di blogger LeDita). Non ancora impressionati? Arturo -@ArtNite, per il popolo di Twitter, che lo conosce e lo segue- è diventato di recente anche autore di un romanzo, Zagreb, pubblicato da Aìsara, che ha già riscosso un buon successo. L'autore, dal discreto fascino underground, ha presentato il suo libro questo pomeriggio (24 aprile 2012 alle ore 18) alla libreria BooksIn di Vico del Fieno, a Genova. 
“Buonasera. Cosa devo dire?”: questo l’esordio sui generis dell’autore, vuoi per l’imbarazzo, vuoi per il clima poco accademico e piuttosto familiare che si respirava da BooksIn. A dire il vero, tutto l’incontro è stato un po’ sui generis, in perfetto stile berlinese: incalzato dalle domande del moderatore ed accompagnato dalla presenza irruente di una giovane "Vorleserin” che ha recitato estratti del libro, Arturo ha raccontato cos’è Zagreb. Si tratta di un romanzo ambientato nella ex-Jugoslavia, nel periodo delle Guerre Balcaniche. E tuttavia, serbi, croati, bosniaci, musulmani, i popoli coinvolti nello scontro, non compaiono in senso stretto nel romanzo di @ArtNite, il quale racconta non tanto la guerra fatta al fronte, quanto piuttosto lo strazio di una quotidianità devastata e insopportabile, più letale di ogni bomba. Niente sarà più come prima. Lo capiscono i protagonisti del libro, i quali prendono consapevolezza dello strappo che una guerra di questa portata si trascina dietro: la dicotomia noi-loro (e gli annessi vincitori-vinti, ragione-torto) si impone, e anche gli “amici” diventano “nemici”, in quel grande vuoto di senso che la guerra si porta dietro. 
Tanti i temi affrontati dall'autoredall'impiego in guerra di più di 3 mila bambini soldato, all’incertezza per il futuro di questi popoli nostri “dirimpettai” che sognano di migrare in Italia, la terra promessa a sole 10 ore di nave. Non solo guerra, dunque: Arturo, italiano di nascita, berlinese d’adozione, cosmopolita di professione, racconta anche una storia di migranti come lui, che hanno cercato e cercano tuttora fortuna altrove, in un’Italia che, talvolta, non li sa e non li vuole accogliere e che tende piuttosto ad appiattirli sullo stereotipo di un “loro” svuotato di senso e privato di una storia. L'autore invita ognuno di noi a riflettere sul presente, su come certe dinamiche di pregiudizio e ritrosia continuino a proporsi: “anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti”, praticamente. La citazione di De Andrè sembra venire proprio a proposito: lo cantava già lui qualche anno fa, e la situazione italiana -e di Genova in particolare- non sembra affatto cambiata: paura del diverso, xenofobia, esacerbati dibattiti sull'opportunità o meno della costruzione di una moschea infiammano proprio in questi giorni gli animi dei genovesi. L'intervento di Robertazzi capita proprio ad hoc e fa riflettere anche i più insospettabili di noi, che da sempre si auto-assolvono.
La scelta dell'ambientazione è suggestiva: si tratta di una guerra di circa 20 anni fa, dunque né troppo lontana, né vicina nel tempo, al contrario molto vicina nello spazio, ma in qualche modo allontanata dal clamore mediatico, che l’ha trasposta in un' altrove indefinito. Perché proprio questa scelta, apparentemente immotivata? E' un progetto intavolato ormai da dieci anni, racconta l’autore, rivelando il suo interesse per un periodo storico molto intenso, che portava con sé i resti della caduta del muro di Berlino, la fine del Comunismo e la guerra del Kosovo. Non poteva non parlarne, dice Arturo, che racconta le sue storie in bilico tra un bianco e nero sbiadito e un rosso intenso, colore onirico che da voce ai sogni tormentati dei protagonisti. Romanzo sinestetico, è stato definito. E, direi, a ragione.
Un "bravo", dunque, al poliedrico Robertazzi, che spazia dalla scienza, alla tecnica, all’arte, alla letteratura, dando saggio del suo amore per l’arte di Schiele (da cui ha preso spunto per “dipingere” qualche scena del suo romanzo). L’inizio di un grande e meritato successo di un giovane che si distingue all’estero ed è apprezzato a casa propria: sulla scia di Missincat (giovane cantante del panorama indie, come molti altri immigrata a Berlino per fare successo), @ArtNite è l’ennesimo cervello in fuga,  che però, in questo caso, torna a condividere con noi le sue scoperte e i suoi successi.
Non da ultimo, @ArtNite sarà anche ospite di Librinnovando (festival organizzato dalla Facoltà di Giornalismo dell’Università degli Studi di Tor Vergata, che si terrà il 27-28 aprile 2012) per parlare di ebook e nuovi mezzi di comunicazione digitale. Zagreb, infatti, è già disponibile anche nella versione eZagreb, con contenuti inediti e tante novità. 
Elettra Antognetti

25 gennaio 2012

Little Italy

Leggere questo libro porta con sé, fin dalla prima pagina, l’idea di addentrarsi in un lungo viaggio racchiuso e suddiviso in piccole matrioske che si aprono, una dopo l’altra, capitolo per capitolo. E’ una storia dell’Italia che percorre luoghi, tempi, spazi e idee attorcigliandosi dentro se stessa come una scala a chiocciola che scende in uno stretto pertugio. E’ una sorta di mini-dizionario e contemporaneamente un’enorme enciclopedia di una Storia dell’informazione letteraria, intesa nel suo significato più esteso, che spazia dalla notizia alla critica ad altre forme, una storia che è anche storia della politica, della società e della cultura, del giornalismo, dell’editoria libraria, della letteratura italiana. E’ un cassetto che racchiude un’essenza della nostra storia e ha sicuramente il merito di rappresentare un primo discorso unitario sui diversi processi finora studiati separatamente o non ancora studiati andando decisamente a colmare un vuoto bibliografico e storico critico.
La scelta di Ferretti e Guerriero è stata quella di dividere e periodizzare quest’opera in sei fasi distinte dal 1925 fino al 2009 sulla base di ragioni storico-politico-culturali generali e critico-informativo-letterarie spesso convergenti tra loro, distribuendo questo viaggio in tante diverse "Little Italy", ognuna da assaporare in tutta la propria fragranza.
E cosi via col primo periodo (1925-1945) che passa attraverso i totalitarismi e la Seconda Guerra Mondiale, dal superamento della crisi Matteotti e all’approvazione della nuova legge di stampa, alla presa totale di controllo dell’informazione, da Galeazzo Ciano agli "insegnamenti" di Goebbels fino ai giornali in camicia nera, la radio ( Uri 24, Eiar 28, Rai44) e i nuovi settimanali; Radio Firenze liberata nel 1944 e un puzzle di antifascisti, fascisti, cattolici, il partito comunista, Gramsci e Togliatti. Il rilancio del romanzo, la Mondadori, Bompiani, passando per Moravia,Vittorini e Buzzati: il bavaglio del Fascismo e la fine del conflitto.
Il secondo periodo spazia dal 1945 al 1956, con la frattura del dopoguerra, le epurazioni fasciste e il progetto democratico, la scissione di Palazzo Barberini del 1947 con l’allontanamento di Saragat dal PSIUP e la fondazione del PSDI; le elezioni del 1948 che portano verso la normalizzazione, e che aprono la lunga serie di governi democristiani centristi. La settorizzazione della produzione verso il capitalismo, la narrativa regina del mercato, l’importanza della terza pagina, Montale, Bo, Pampaloni, Bassani, Sereni, Cajumi e Fortini.
Il ventesimo congresso del PCUS nel 1956 apre il terzo periodo, con Cruscev che denuncia le purghe e le limitazioni alla libertà decise da Stalin, passando per lo sviluppo industriale e il boom economico italiano, la legge-truffa del 53, la nascita nel 1954 della tv, il Giorno di Cino Del Duca nel 1956, la parabola di Mattei fino al 68.
Il quarto periodo, dal 1968-80, si apre con le contestazioni studentesche e operaie con le loro istanze anti istituzionali e anticapitalistiche, precedute e accompagnate dai contraccolpi e dalle suggestioni della guerra del Vietnam: hanno un marcato valore simbolico e una decisiva pregnanza politica, avviando e improntando un periodo di conflitti e trasformazioni per la società italiana con esiti contraddittori, fino al 1980 che rappresenta la caduta di questa tensione e il nascere della rivoluzione dei consumi culturali. La fine del centrosinistra, la strage di Bologna nel 1980, il terrorismo rosso e l’ uccisione di Aldo Moro nel 1978; il boom delle televisioni e delle radio locali nel 1975 fino ai primi passi di Fininvest nel 1978.
Il penultimo periodo (1980-1992) è considerato quello della rivoluzione nei consumi. La morte di Berlinguer 1984, il declino del Pci negli anni del craxismo, il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1989 e il successivo crollo dell’unione sovietica e dello stesso Pci nel1991. Nel 1992 una grave crisi economica , sociale e politica investe l’Italia, la nuova era digitale, l’impero di Berlusconi e la scalata Fininvest, la legge Mammì che regolamenta il sistema televisivo e sancisce il duopolio Rai-fininvest, i fogli trovati a Castiglion Fibocchi in provincia di Arezzo a casa di Licio Gelli e lo scandalo P2.
L’ultimo periodo parte dalla crisi del 1992 fino all’attuale crisi dei giorni nostri, passando da tangentopoli alla dissoluzione del vecchio sistema partitico, dagli squilibri del capitalismo al G8 di Genova, all’attentato dell’11 settembre 2011 alle torri gemelle.
La grande innovazione di questo libro risiede nel metodo unitario e sistematico con il quale sono state seguite, selezionate e misurate sia le pagine culturali di quotidiani e periodici d’attualità, sia le riviste letterarie, sia le diverse forme d’informazione letteraria. Ad esse si affiancano, a mano a mano, informazioni estrapolate da radio, tv e internet, dando una prima ricostruzione anche del reticolo di intellettuali che le attraversa tutte e che appare sempre più esteso nel tempo, oltre a notiziari editoriali, bollettini di Club del libro, pubblicità, festival, fiere, convegni, mostre; oltre a trattare le diverse politiche e formule dell’informazione letteraria: recensione, scheda, articolo, intervento, servizio, testo, inedito, necrologio, notizia e alla consultazione di archivi, teche, biblioteche, spogli diretti, parziale o completi di argomenti di cultura primaria quali teatro, cinema, musica, e radiotelevisione.
Storia dell’informazione letteraria è un diario di viaggio di non facile interpretazione, dotato di un orientamento elitario; è un’opera robusta, corposa, complessa, in cui non tutti sono in grado di seguirne la rotta, a causa dell’immensa mole di variegate informazioni che vi sono contenute. Ma allo stesso tempo è un prezioso trolley di conoscenze nonché una bussola affidabile per coloro i quali intendono affrontare un lungo viaggio nel mare sconfinato dell’informazione letteraria.
Stefano Ciccone

Gian Carlo Ferretti - Stefano Guerriero
Storia dell'informazione letteraria in Italia.
Dalla terza pagina a internet (1925-2009)
Milano, Feltrinelli, 2010, 451 pp.

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05 dicembre 2010

In libreria


Massimo Onofri
Il secolo plurale
Roma, Avagliano, 2010, 312 p.



Scheda
Se c’è un secolo che è stato davvero plurale – nei valori e nei disvalori, nelle idiosincrasie, nelle opzioni culturali e stilistiche – questo è stato il Novecento. Un secolo tutt’altro che breve e che, culturalmente e ideologicamente, non è mai finito di finire. Un secolo che, se ha celebrato la letteratura nella sua autonomia categoriale, della letteratura ha dovuto constatare invece tutte le compromissioni con le nuove scienze umane, tutte la sua impurità. Un secolo che, nonostante gli infiniti parricidi, continua a proiettare la corrusca luce dei suoi padri fondatori sul nostro presente. Di tutto questo, in una scrittura elegante e nervosa, ellittica e risentita, Massimo Onofri ha fatto appassionato e originale racconto: narrando idee e movimenti come fossero personaggi, e le persone e i personaggi come fossero idee. Racconto che, proprio là dove più pare crescere dentro la sua narrativa fiamma, non rinuncia ai doveri, che restano sempre gli stessi, d’ogni vera e nuova storia letteraria.
*segnalato da C.S.

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