Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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09 giugno 2021

In libreria

 Milo Manara
A figura intera
Feltrinelli Comics, Milano, 2021, pp. 224.

Descrizione

"Se l’uomo più ricco del mondo mi dicesse: “Ti offro tutti i miei averi, però devi perdere la capacità di disegnare,” io gli direi di no. Gli direi: “Tienitela tutta tu, la tua ricchezza. Perché la mia vita è il disegno. Senza il disegno, non avrei una vita”

Milo Manara racconta se stesso. La propria arte e la propria vita. L’infanzia e la gioventù, l’amore per il disegno e il travolgente incontro con il fumetto, la gavetta nei tascabili sexy, il Sessantotto, gli insegnamenti e l’amicizia con Hugo Pratt, il “Maestro”. E l’affermazione come Autore ammirato in tutto il mondo, specialmente grazie alla raffigurazione di un corpo femminile entrata nell’immaginario collettivo. Una storia in cui il fumetto incontra anche il cinema, in particolare quello di Federico Fellini, con il quale Milo Manara realizza storie e condivide progetti e sogni. La confessione sincera e appassionata di un autore che sa essere testimone del proprio tempo, accompagnata da vignette, bozzetti, manifesti e fotografie. Un’autobiografia che soddisfa la mente e lo sguardo.

*Link al sito di Milo Manara

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28 gennaio 2020

Visual Journalist: un libro per reagire alla cultura visiva



È possibile essere dei buoni giornalisti con un pubblico di non-lettori?
L’opera di Paolo Schianchi è una finestra che si spalanca sulle condizioni attuali del mondo dell’informazione. Già dalle prime pagine l’autore contestualizza il lavoro del visual journalist, facendo emergere l’essenzialità di una professione che merita una particolare attenzione.
Siamo nel pieno della cultura visiva, le immagini permeano la nostra quotidianità ed è sempre più comune la tendenza a informarsi guardando. Date le caratteristiche dell’epoca attuale, il visual journalist ha il compito di scrivere visivamente una notizia, il cui contenuto deve essere leggibile dagli utenti. Attraverso molti esempi efficaci, Schianchi illustra come le immagini stiano diventando indipendenti dalle parole, quando prima ne erano un completamento. Chi svolge la professione ha la responsabilità di comporre notizie che siano comprensibili a tutti e immediatamente chiare, attività che richiede ben di più di una resa esteticamente piacevole. Come afferma l’autore, “un visual journalist sa governare l’emozione dell’immagine per diffondere il suo messaggio, in quanto padroneggia le raffigurazioni dal punto di vista compositivo, lessicale e tecnico.”
È fondamentale capire come si possa realizzare una buona informazione cavalcando il cambiamento mediatico e l’intento di Schianchi è spiegare come il visual journalism possa essere una disciplina efficace, senza screditare l’importanza delle parole. Infatti, queste ultime sono ancora il potente mezzo che permette di approfondire la conoscenza e hanno un primato da reputarsi tuttora ineguagliabile. Ciononostante, è sempre più opportuno reagire al cambiamento della comunicazione con novità intelligenti che valga la pena conoscere, perché informando meglio, si preserva la vera ricchezza dell’essere umano.
Marta Massardo

Paolo Schianchi,
Visual Journalist. L'immagine è la notizia
Franco Angeli, Milano, 2018.


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23 novembre 2019

In libreria

Marco Imarisio
Le strade parlano. Una storia d'Italia scritta sui muri, 
Rizzoli, Milano, 2019, pp. 240.
Descrizione
A poco a poco, negli ultimi vent’anni le città italiane si sono vestite di un abito nuovo, la street art. I murales, inizialmente per lo più illegali, sono diventati oggi decorazioni urbane che catturano e divertono lo sguardo. Opere in perpetua trasformazione, fragili ed effimere (spesso vengono cancellate o rimosse), non hanno però un valore esclusivamente estetico. Sono anche, o forse innanzi tutto, specchio e commento dell’attualità. Dipingono persone e fatti, individuano comportamenti e tendenze in una chiave nuova – ora commossa, ora ironica, ora irriverente –, mai piatta. Questo libro nasce da un’idea originale. Marco Imarisio, che da vent’anni racconta l’Italia giorno dopo giorno, si lascia ispirare dall’arte urbana per cogliere i fenomeni più significativi del nostro tempo dall’immigrazione alle battaglie per i diritti, dalle questioni “a margine” (TAV, trivelle...) agli eroi come Totti, Maradona e Pavarotti. Se poi i poster estemporanei di TvBoy leggono lucidamente la vita politica del Paese, gli occhi tristi del contadino ritratto da Vhils sui silos del porto di Catania ci portano alle vicende della Diciotti e della Aquarius che sono state bloccate proprio lì davanti. Armando Cossutta in versione Andy Warhol fa pensare alla trasfigurazione di un’ideologia, oggi tanto mutata rispetto al secolo scorso. Al contrario, le sfumature di nero e di grigio del cadavere di Moro o del ritratto di Falcone e Borsellino ci ricordano lutti che la nostra società non potrà mai elaborare. Ricchissimo di immagini preziose (alcuni dei murales riportati non esistono più e ne sono state recuperate rare foto da archivi specializzati), Le strade parlano è un libro unico per capire quanto siamo cambiati nell’ultimo quarto di secolo, come si siano evolute le nostre città – da una Milano all’avanguardia europea, ma ancora memore di luci e ombre del suo passato, a una Genova sempre ferita, tra G8 e Ponte Morandi – e quali fattori abbiano forgiato immaginario, bisogni e desideri di tutti noi.

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07 novembre 2017

Seminari di pratica giornalistica


A.A. 2017-2018


A partire da mercoledì 8 novembre 2017 inizia un nuovo percorso di pratica giornalistica su specifici argomenti del settore ampio dell'informazione con la partecipazione di giornalisti ed esperti. Nel primo semestre gli incontri si svolgeranno al mercoledì h. 16-18 presso l'aula 19 dell'Albergo dei Poveri. Nel primo incontro ospiteremo  Antonella Spalluto  (Grafic  & Advertising) sul tema “Comunicare con la grafica”.
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01 gennaio 2017

Warhol, serigrafo fuori registro

Tra iperbolici echi mediatici di un mercato a tutto mondo, la mostra su Warhol e la Pop Society, al Palazzo Ducale di Genova sino al 26 febbraio 2017 non possiamo perderla, se vogliamo capire perché il nostro tempo è potentemente amorfo, superbamente potente.
La pop art è stata la pandemia del multiplo stonato che ci ha trascinato nel magma delirante del barocchetto digitale, genialmente compresso nel nostro deambulare quotidiano.
Obesità da pixel puntinato, retinato, bulimia molto americana, troppo.
Andrew Warhola nasce il 6 agosto 1928 a Pittsburgh. Si farà chiamare Andy Warhol: un intellettuale, un artista, uno scrittore, fotografo o cineasta o, soltanto, scaltro businessman o, forse, anche cattivo serigrafo che inciampa su un fuori registro - normali fogli di scarto in ogni stamperia - e sa trovare il pozzo di petrolio?
Su Andy l'artista, una luce l'accende la giovane famiglia Trump, con un Donald così difficile e poco emulsionante verso lui da meritarsi l'aggettivo di persona "ordinaria", e si pensi che soltanto alcuni mesi prima, nell'estate dell'81 in uno dei suoi accerchiamenti allo establishment ricco e famoso verso il quale il suo magazine Interview fungeva da testa di cuoio, Warhol definiva il biondo miliardario un bell'uomo.
Andy aveva lavorato molto producendo diversi "dipinti" nei toni del nero e dell'argento dedicati alla Trump Tower, pensati per il suo ingresso, ma i Trump ne restarono perplessi, la moglie inoltre ne fu contrariata perché i colori non si intonavano alle tappezzerie. Rimedierà, in seguito, ma non sappiamo con quanta efficacia, cercandosi le mazzette dei colori.
Andy era convinto che i Trump avrebbero capito l'importanza della sua opera d'arte dedicata al loro grattacielo-tempio tanto da dedicargli la copertina del catalogo. Sembrava una grande idea, ma solo per Andy.
Questo è il senso che si rileva sfiorando appena quella che a mio avviso è l'opera più originale di Andy, i Diari (Istituto Geografico De Agostini, 1989),  purtroppo molto poco celebrati forse perché la parte umanata è la parte vera, quella che si spinge oltre i ricchi e famosi, vip e arrivisti. Ci sono anche "checche, lesbiche e amfetamine", party e vernissage starlet, giovani artisti talentuosi, una cronaca della sua Factory argentata nella 47a e dell'America esaltante e al contempo deprimente sino alla terribilità di un colpo di pistola che quasi lo imbuca per il Creatore, esploso - si racconta - da una "lesbica pazza" che frequentava la Factory per via dei suoi film underground.
E qui, si sente il bisogno di rifugiarsi nella velocità delle arti descritte dal Vasari (inutile scomodare il Bellori, troppo colto) in cui troviamo quella densità oracolare che ci restituisce il sentiero per uscire dal buco nero dell'arte meccanica, impenetrabile e straziata, che a partire dagli anni sessanta ha mutato la società, come si osserva  anche nelle intenzioni della mostra, curata da Luca Beatrice.

"Ma se la scrittura per essere in-colta e così naturale com'io favello, non è degna de lo orecchio di Vostra Eccellenzia, scusimi, che la penna d'un disegnatore non ha forza di linearli e d'ombreggiarli; si degni di gradire la mia semplice fatica, considerando che la necessità di procacciarmi i bisogni della vita non mi ha concesso che io mi eserciti con altro mai che col pennello."

Teste, ritratti, mezze figure, accondiscendenti oppure su commissione, grandi sarti, industriali, cantanti pronti ad autoacquistarsi, superstar  e miti capaci di sedurre il mercato, Greta, Mao, la Gioconda, Nicholson, Liz, Fiorucci, Armani, Versace, Travolta, Dylan, Elvis e, naturalmente, il nostro Agnelli.
Poi simboli di ogni genere, commerciali, sociali, politici, pubblicitarie, sedie elettriche, falci e martelli, Coca Cola, dollari. Una produzione industriale di serigrafie in cui l'artista lasciava intendere troppe cose, persino un senso politico, impegnato, ma che è palesemente assente.
Di certo sappiamo che la sua firma apposta su un lavoro a stampa serigrafica, generata dalla fotomeccanica, supera strepitosamente, spudoratamente, di molto, di moltissimo il mercato di un Durer, di un Rembrandt o di un Goya che sublimemente disegnavano e incidevano direttamente sulla lastra di metallo la loro unica e fragile matrice.
E qui ricordiamo Benjamin secondo cui la riproducibilità deve fare i conti con ciò che si definisce l'aura dell'opera d'arte. Qualcosa di irreperibile, presente nelle opere del passato, un valore che ne garantiva l'autenticità, proveniente da interventi tecnici non imitabili. L'opera limitata a pochi, che manteneva integro il suo valore per tutta la comunità e mai percepita come facsimile da ognuno.
Fenomeno elettronico di massa, invece, che zampilla dai nostri pori.
Non che il nostro biondo scapigliato fosse privo di competenze artistiche, si deduce anche dalle sue illustrazioni nei libri in mostra.
Le sue polaroid - notevoli, in mostra - venivano riprodotte su acetato e per essere compiacente con la committenza lavorava di fotoritocco, aggraziava nasi, occhi, bocca, collo, l'immagine veniva poi ingrandita a 40 x 40 cm e quindi si procedeva alla serigrafia, si creava la mascheratura per la selezione dei colori: bocca, occhi, cravatte, giacche, contorni. Tutto veniva serigrafato in sovrapposizione alla foto oppure in fuori registro.
Questo era il tocco stregato che dava ai multipli di Andy specificità e folgorazione. In arte, tutto può accadere: se osserviamo gli artisti contemporanei più celebrati e le loro trovate, allora sì che Andy è un gigante. Gauguin sosteneva che le idee superano la tecnica e Warhol le idee le aveva, soprattutto su come gestire la sua rete di relazioni che arrivava molto in alto, su, su, sino ai Kennedy e al presidente degli States, Carter.
Pat Hackett, studentessa universitaria, cronista della Factory, avrebbe meritato il Pulitzer Prize for Fiction per aver reso possibile i Diari, tratti da ventimila pagine di appunti. Tutte le mattine ascoltava per ore il resoconto del giorno prima, incontri, amici, feste, spese, incassi. Andy teneva conto persino delle telefonate ed era felice quando poteva usare il telefono degli altri. Pat non riceveva paga, forse il rimborso del bus, ma non è certo. Trascriveva, correggeva, migliorava il discorso. Andy detta i suoi Diari dalla fine del settantasei sino alla sua morte, il 22 febbraio 1987, per problemi alla cistifellea.


"Ora che la fortuna mi promette pur tanto di favore, che con più commodità e con più lode mia e con più satisfazione altrui potrò forse così col pennello come anco con la penna spiegare al mondo i concetti miei qualunque si siano."
Francesco Pirella



*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova. 

27 dicembre 2013

A Genova, la grafica di Munch. Bella, da urlo

La punta aguzza che ha inciso il rame per La bambina malata del 1894 è vibrante, nervosa nei tratti che solcano il fitto intreccio intorno al cuscino dove è adagiata la testa di una donna che veglia e un volto di bimba. Qui, però, la punta di acciaio si arresta e muta il tratto tonale come spinta dall'alito dell'artista, a volte trattenuto per zittire il segno, i solchi sono lievi come il tocco di una farfalla.
Smisurata, invece, sarà la pressione che il torchio calcografico imprimerà sulla puntasecca, inchiostrata, ripulita e ripulita più volte con la garza di taffettà, sino a quando anche il più debole solco e la sua barba non avrà trattenuto la sua giusta bava d'inchiostro. La poserà per sempre sul suo sudario di carta, dove è impresso il volto della sorellina, che morirà di tisi, e cereo e appena sussurrato come una disperata preghiera. Munch ha elaborato diverse versioni di quest'opera, anche litografiche, tecnica in cui mostra straordinaria padronanza. Non così per l'acquaforte, quando il segno affidato al mordente sfugge al controllo, diventa altro nel tempo e nello spazio.
Sono dieci le stanze che il Comune di Genova - Fondazione Palazzo Ducale per la Cultura - ha dedicato alle opere di Munch. Olii, litografie, puntesecche, acqueforti, xilografie, diverse le opere inedite per una mostra imperdibile curata da Marc Restellini, direttore della Pinacoteca di Parigi, prodotta da Artemisia Group e 24ore Cultura, per celebrare il centocinquantesimo dalla nascita dell'Artista. Si potevano evitare le ultime due stanze forzatamente dedicate a Andy Warhol, non se ne sentiva il bisogno, non aggiungono nulla, anzi tolgono.
Se l'elaborazione serigrafica Pop di Warhol ha funzionato sulle fotografie, su quelle di Mao Tse-tung, su quella di Liz Taylor o sulla minestra in scatola Campbell, crea invece uno stridente corto circuito con il raffinato omaggio del quale la Città di Genova è stata capace verso Munch. Per fortuna non è presente il suo Urlo, e non ci manca. Munch è un artista immenso, anche senza.
 Figurarsi quello riproposto in varie zuppe dall'artista pop. Per non parlare dell'altro capolavoro, Madonna: in mostra sono presenti alcune mirabolanti versioni litografiche dell'Artista norvegese che mettono fuori gioco le serigrafie di Andy. La matita grassa che scorre sicura sulla pietra litografica, nel segno espressionista di Munch, sembra sconfiggere inesorabilmente il linguaggio fotomeccanico della serigrafia di Warhol.
 E non poteva che essere così, nel confronto con un uomo capace di confessarci una poetica che ci disorienta, ci sposta, ci spinge oltre i recinti della vacua comunità globalizzata. "Senza paura e malattia la mia vita sarebbe come una barca senza remi".
Bisogna qui ricordare anche Ibsen, come Munch, norvegese. Respirano lo stesso tempo ed entrambi attraverso la loro opera scandagliano il profondo dell'anima, del dolore e della morte.
 E fu celebrato anche da Einaudi (Giulio), indimenticabile editore torinese, nella sua splendida edizione de I Millenni nel 1959 dove ventiquattro tavole grafiche di Edvard Munch sono il fuori testo de I drammi di Ibsen. Munch ritrae Henrik Ibsen al Grand Café in una litografia del 1902, ma sarà con la tecnica xilografica che verranno illustrati i soggetti tratti dalle opere del drammaturgo norvegese. L'effetto sarà particolarmente efficace perché con la fibra del legno sapientemente levigata e inchiostrata riuscirà a creare una suggestione caliginosa, cupa.
Munch muore nel 1944, lascia alla città di Oslo oltre mille dipinti, disegni, sculture, migliaia di opere grafiche oltre a 143 matrici litografiche, 155 lastre di rame, 133 matrici xilografiche. A Roma, nel 1986, sarà proprio Oslo a dare un determinante contributo per un'altra grande mostra dedicata all'incomparabile pittore e grafico.
Francesco Pirella
Direttore dell'Armus

ARMUS-Archivio Museo della Stampa
26 dicembre 2013

*pubblicato per gentile concessione dell'autore. 
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06 marzo 2013

In libreria

 

Franco Monteverde
Stampa & Reclame. Giornali e periodici italiani nelle cartoline e manifesti pubblicitari dalla fine dell'800 agli anni Cinquanta
Trieste, Luglio Editore, 2013, 324 pp.
Descrizione
Uno lo compra, fresco e croccante all’edicola. La sua vita è breve, lo spazio di un giorno. Passando di mano in mano, invecchia rapidamente. Finisce, resta a brandelli, appallottolato, abbandonato sugli spalti dello stadio, sulla panchina dei giardini o della stazione. Scandisce gli avvenimenti, lieti o tristi, lusinga o invita, sostiene o attacca. È un giornale. Si presenta come corriere o messaggero. Quando nasce si intitola al giorno o alla notte, al sole o alla luna, al mattino o alla sera, alle ore o al tempo. A volte il suo nome è uno slogan, Unità, Avanti, Libertà, Rinascita. Spesso vuole essere la voce del popolo o di una città. Se poi fa satira su genti e costumi prende il nome di Rugantino, Bertoldo, Asino, Mulo, Fieramosca, Guerrino Meschino. È sempre un giornale. Che vita ha? Un giornale non chiede gloria eterna, quando ha detto quello che doveva, è segno che un altro giorno è passato. La sua memoria ci viene oggi tramandata dalla raccolta dei periodici nelle emeroteche che, dai manifesti e dalle cartoline che questo volume riporta alla ribalta.
 
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06 ottobre 2012

Una tipografia siderale, ancora umana



Il 20 luglio 1969, Neil Armstrong imprime con la sua scarpa la polvere lunare. Non esiste impronta più netta nella memoria e nel cuore dell'umanità. Non si tratta solo del segno di una scarpa supertecnologica ma di un prodigio. Un essere vivente, un uomo, sceso da una scatola magica, registrava su un lontanissimo corpo celeste il suo spaventato passaggio. Nell'inafferrabile e mobile frontiera siderale si posava un libro misterioso e la sua storia. Spinto oltre la porta della parola, per lo sguardo futuro su un altro mondo, più inquietante del nostro. Abbiamo trattenuto il respiro per quello “scarafaggio umanato” che posandosi sulla luna avrebbe tipografato per sempre la nostra mente. Quasi una celebrazione dei primi caratteri gutenberghiani calati con la forza di gravità sulle grandi pagine della Bibbia. Si udì per la prima volta il gemito fluttuante del torchio intorno al 1453. La scarpa di Armstrong, imprimendo il suolo lunare, gorgogliava sillabe e lettere in ode alla grandezza dei mortali. Ci rivelava un segno tipografico che pur andando al di là della nostra coscienza attuava in noi una misteriosa osmosi trascendentale e profonda. Supera la poetica antropologica dell'orma umana nella grotta di Toirano o quella della supericona dell'esistenza inconscia e profonda della sindone. Ma con essa l'umano vive all'infinito una silenziosa rivolta che lotta tra mondo oggettivo e soggettivo. Per questo ci attraversa di nostalgia la morte di Armstrong. Le immagini della sua archeologia hanno tracciato i percorsi imponderabili di un'erranza che sostituisce la forza muscolare con la forza elettronica. La storica impresa del Lem ci lascia l'esempio più alto del vivere intelligente. Ci ha insegnato cos'è la teoria del feedback, efficace applicazione – ostinatamente inconciliabile con la nostra sedentarietà mentale - dell'automazione in un concetto di economia ecologica. Finestre che salgono dal profondo e osano, non senza inquietudine, guardare nell'infinità danzante degli astri. 
Quaranta milioni di anni prima, un piede nudo, tipografava l'argilla della grotta di Toirano. Nel nostro mondo popolato, il sangue scorreva a fiumi, lotte disperate per la sopravvivenza, mostri trasfigurati vivevano la morte. Nessuno di noi desidera ritornare alla materialità primaria di quell'alba.
 Ripensiamo piuttosto all'autoritratto di quell'impronta, insolita e indimenticabile, le cui pagine raccontano la forza imprimibile del cammino. La nostra deambulazione quotidiana che ha l'andamento imprevedibile e ripetitivo di un sogno. L'indefinito fluire nell'oppressivo spazio urbano.

Francesco Pirella

*pubblicato per gentile concessione dell'autore. 


*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova.
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16 dicembre 2011

In libreria

Il grillo parlante dell'unità di Italia.
Collodi giornalista scelto da Sigfrido Bartolini

a cura di Simonetta Bartolini
Firenze, Mauro Pagliai editore, 2011, 64 pp.
Descrizione
"Lasciatemelo dire: l'umiltà italiana è veramente esemplare. Non sentirete mai uscire dalla nostra bocca una parola vanagloriosa; noi siamo poveri, noi siamo falliti, noi non abbiamo né buoni generali, né buoni soldati di mare, né buone leggi, né buoni amministratori, né galantuomini, né Capitale definitiva. Una volta almeno gli Italiani potevano vantare il bel cielo d'Italia. Oggi è sparito anche quello". Così scriveva nel 1871 Carlo Lorenzini (1826-1890), in arte Collodi, reso immortale dalla storia del burattino di legno che diventa uomo più che dall'attività di giornalista, sagace polemista, critico di costume, fustigatore dei vizi e delle contraddizioni italiche. Almeno fino a quando l'artista Sigfrido Bartolini, che di Pinocchio nel 1983 fece una monumentale edizione illustrata, non raccolse numerosi scritti giornalistici accompagnandoli con un saggio, "Attualità" di Carlo Lorenzini, destinato a mostrarne l'attualità e il valore. Pubblicato purtroppo dopo la morte di Sigfrido Bartolini, a cura della figlia Simonetta, questo volume contiene sia il saggio che l'antologia di articoli, corredati dalle xilografie del maestro.
*segnalato da Ilaria Bucca

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10 aprile 2011

Luci su Gutenberg



L'ARMUS - Archivio Museo della Stampa partecipa alla Settimana della Cultura (9 - 17 aprile 2011) con l'iniziativa Luci su Gutenberg.
Sabato 9, martedì 12, giovedì 14 e sabato 16 aprile p.v. dalle ore 9.30 alle 12.30 i volontari del museo accoglieranno i visitatori presso i locali dell'ARMUS (Genova-Quarto) guidandoli, attraverso percorsi teorici e pratici, alla riscoperta dell'universo gutenberghiano. In queste giornate oltre alla consueta visita guidata il pubblico potrà assistere alle ore 10.00 alla stampa, su torchio ottocentesco, di una xilografia d'autore. Un'occasione per ritrovare o semplicemente accostarsi per la prima volta a tecniche e mestieri che hanno fatto la storia della stampa. L'ARMUS intende riaffermare l'importanza della tradizione gutenberghiana, base propedeutica per affrontare il mondo digitale con maggiore consapevolezza e spirito critico: illuminare Gutenberg e la sua invenzione per capire il presente.



ARMUS Archivio Museo della Stampa di Genova

Raccolta Gutenberghiana Francesco Pirella
Se.Di. Provincia di Genova
largo Francesco Cattanei 3 - 16147 Genova
Tel 010 5499643 - fax 010 3071585
email archiviomuseostampa@pirella.net


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20 gennaio 2011

Ricordare Primo Levi




ARMUS-ARCHIVIO MUSEO DELLA STAMPA DI GENOVA
Raccolta gutenberghiana Francesco Pirella


una shoah tipografica per la memoria digitale


L’ A R M U S: T R E P R O G E T T I P E R  I L  2 0 1 1


A testimonianza della sua continua vitalità, nonostante la precarietà in cui si trova a causa dello sfratto, l’Archivio Museo della Stampa di Genova annuncia tre importanti progetti a favore dei giovani e della nuova società elettronica, oltre alla sua consueta attività museale e didattica.
Giovedì 27 gennaio l’Armus celebra la Giornata della Memoria invitando i giovani a visitare il tempio di Gutenberg dedicato alla tipografia pre-elettrica.
Sarà una giornata speciale in cui si illustrerà come la tipografia, nata per diffondere la cultura fin dalla nascita delle Università, possa invece trasformarsi in strumento diabolico, come nei campi di concentramento della dittatura nazista.
Preferendo un atto concreto alle consuete parole di circostanza, nel rivolgersi ai giovani saranno offerti in dono - al contrario di quanti utilizzano la ricorrenza persino per speculare sulla memoria - libri relativi all’Olocausto: dal Diario di Anna Frank a La Tregua, a Se questo è un uomo, libri acquistati nel tempo sulle bancarelle dell’usato allo scopo di ‘umanare’, in particolare attraverso la memoria di Primo Levi.
Per l’evento del 27 gennaio sarà anche impressa e donata una xilografia appositamente realizzata dall’artista genovese Franco Barchi, citazione dell’Olocausto.
Questo è il primo di una serie di progetti che l’Armus ha in programma per l’anno in corso, tra cui la mostra fotografica su Edoardo Sanguineti e l’Armus.
L’Armus dedicherà infatti al grande poeta un Antilibro, curato da Francesco Pirella, che celebra Sanguineti attraverso l’opera della fotografa Silvia Ambrosi e quella del poeta Enrico Testa.
Il terzo ambizioso progetto che festeggerà l’avvenuto trasferimento del Museo alla prestigiosa sede ai Magazzini dell’Abbondanza nel Porto Antico, per iniziativa del Comune di Genova, consiste nell’Albero del Presepe, lavoro collettivo di Xilografi che incideranno le proprie opere direttamente su un tronco di bosso secolare dal diametro di 35 centimetri. Quest’opera costituirà per Genova un esemplare artistico di grande valore, unico nel suo genere, e sarà esposto al pubblico in occasione del prossimo Natale.

Genova, 18 gennaio 2011


Archivio Museo della Stampa (ARMUS)
Se.Di. Provincia di Genova - largo Francesco Cattanei 3 - 16147 Genova
tel 010 5499643 - fax 010 3071585 
email: archiviomuseostampa@pirella.net
orario: martedÏ, giovedì e sabato: 9.30 - 12.30;
dal 15 luglio al 15 settembre solo su prenotazione


22 luglio 2010

Il direttore del "Secolo XIX" incontra l'ARMUS

Lo scorso martedì 20 luglio, presso la sede dell'ARMUS - Archivio Museo della Stampa, nell'ex falegnameria ai Se.Di. della Provincia di Genova a Quarto, si è svolto l'incontro tra il direttore del "Secolo XIX", Umberto La Rocca, e i volontari che danno vita al museo. Un'occasione di conoscenza reciproca e un momento di confronto tra la nuova formula del giornalismo multimediale e la secolare tradizione dell'arte tipografica.
“Abbiamo incontrato un appassionato del libro e della tipografia che ha apprezzato l'impegno dell'associazione ARMUS”, ha commentato Giorgio Tanasini, presidente del museo.
“La disponibilità dimostrata da La Rocca ha rappresentato un segnale di speranza per l'ARMUS, considerato il momento difficile che sta attraversando. L'ARMUS è una realtà consolidata, premiata dall'affluenza di turisti e scolaresche. Il momento è difficile per tutti, lo sappiamo, ma proprio per questo la politica deve essere in grado di compiere scelte di merito. Qualcuno sa dirci per quale priorità l'Ente ospitante ci ha dato lo 'sfratto' così repentinamente, eccetera?” - ha commentato il conservatore del museo, Francesco Pirella - “Di segno opposto l'impegno del Comune che, grazie all'interessamento della sindaco Marta Vincenzi e dell'assessore Andrea Ranieri, si sta mobilitando per trovare una nuova sede e salvaguardare un progetto che può, e deve, restare nella città di Genova”.
Si è parlato anche di giornalismo e in particolare delle difficoltà della carta stampata a contrastare la concorrenza dei nuovi mezzi di comunicazione basati sulla tecnologia digitale. Una sfida che, a quasi un anno di direzione La Rocca, ha raggiunto traguardi importanti, specialmente se paragonati alla situazione nazionale. “A dispetto dei dati di vendita, secondo una ricerca condotta da Audipress, il Secolo XIX verrebbe letto da oltre trecentomila liguri.” - ha dichiarato il direttore del Decimonono - “Un dato in contraddizione con le previsioni pessimistiche sul futuro dei giornali. E' necessario trovare una formula che spinga i lettori a dosare l'abitudine del giornale circolante, letto nei bar, nelle associazioni e nei circoli”.
Infine il Dottor La Rocca, lettore di raffinate edizioni di letteratura americana, ha espresso la propria ammirazione per il lavoro svolto in questi anni dall'ARMUS nell'offrire alla città la Raccolta gutenberghiana Francesco Pirella e ha manifestato la volontà di approfondire la conoscenza di tale realtà culturale e turistica, sottolineando l'importanza della continuità tra tradizione ed innovazione, tra il passato dell'uomo tipografico e la futura società elettronica.
Comunicato ARMUS, a cura di Andrea Toscani

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ARMUS-ARCHIVIO MUSEO DELLA STAMPA DI GENOVA
Raccolta gutenberghiana Francesco Pirella
Provincia di Genova - Se.Di.
L.go Francesco Cattanei, 3
16147 Genova


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20 aprile 2010

Grafica

GRAFICA inSIEME 
Giornata nazionale sulla Xilografia e Calcografia
Tecniche da conoscere e apprezzare

24 aprile 2010
Istituto Pavoniano E. Fassicono 
Via Imperiale 41 - Genova
Programma
Nell'occasione sarà presentata la nuova rivista inPRESSIONI dedicata alla piccola grafica delle incisioni.
*segnalato da Marco Picasso

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04 marzo 2010

Ancora Gutenberg

Con il riguardo dovuto a uno scrittore come Maurizio Maggiani e agli insegnanti che stanno vivendo tempi sociali e politici faticosi, gli "asini gutenberghiani", quelli cioè che non sanno chi ha inventato i caratteri mobili, hanno qualche attenuante oggettiva e dovrebbero essere assolti per insufficienza di prove.
Il terreno è insidioso, ma bisogna ammettere che non si sa con certezza chi ha inventato i piccoli parallelepipedi di piombo.
Guy Bechtel, stimato storico gutenberghiano, dichiara che non vi è alcuna prova certa che Gutenberg avesse mai impresso un libro o fuso un solo carattere.
Di sicuro nella sua tipografia magontina si stampò la Bibbia delle quarantadue linee (B42), così battezzata perché in ogni pagina dei due ingombranti volumi sono impresse quarantadue righe di testo. La memorabile impresa avvenne intorno al 1455. Ma per comprendere quanto è controversa l’origine della tecnica usata, rivoluzionaria è la tesi di Bruno Fabbiani, ricercatore del Politecnico di Torino, il quale sostiene che non furono usati caratteri mobili, ancora sconosciuti a Gutenberg, ma la stereotipia, ovvero una matrice in piombo punzonata, in uno stile gotico di ispirazione calligrafica.
La premiata Fabbrica del Libro cercò verosimilmente di taroccare un modello manoscritto, preferito dal mercato rispetto al protolibro meccanico che usciva dai torchi.
La mutazione tipografica vera e propria del libro la troveremo invece nella B49, stampata a Strasburgo intorno al 1460 da Giovanni Mentelin e qui tutti sono concordi: si usarono i caratteri mobili. Ispirati al lapidario romano, più piccoli e leggibili del gotico gutenberghiano, essi ebbero il vantaggio di ridurre il numero delle pagine, rendendo più competitiva l’edizione, sempre in due volumi.
Un esemplare di entrambe le opere, B42 e B49, è custodito nella Città del Vaticano.
Evitando di infilarsi in sottigliezze professorali, ma restando nella sostanza come suggerisce Maggiani, possiamo affermare solo che Giovanni Gutenberg diede vita a un’impresa di produzione libresca tanto innovativa da decimare le botteghe dei copisti, grazie al suo prototipo di libro tipografico. Certo è anche che questo gli costò un processo e una condanna (tutto documentato) per non aver pagato il dovuto al suo socio e finanziatore Giovanni Fust.
C’è da chiedersi quindi se il mondo della scuola possa continuare a pretendere che venga recitata la lezione della storia e cioè che sia stato Gutenberg a inventare i caratteri mobili e, ignorando l’obiettività delle indagini finora svolte, si continui a glorificarlo piuttosto che per meriti imprenditoriali, per un’invenzione attribuitagli da un’eco che inizierà solo un secolo dopo la sua morte.
Forse lui sta più a Bill Gates (accomunati dall’iniziale del cognome, non certo dalla fortuna) che alla figura dell’inventore ascetico, mito difficilmente ridimensionabile sul suo piedistallo.
Cosa deve l’umanità al tipografo tedesco?
Molto, per la sua intraprendenza, questa volta un valore, anche se di natura affaristica. Ricordando McLuhan, mentre ormai stiamo guardando la Galassia Gutenberg con lo specchietto retrovisore, le domande potrebbero essere altre: cosa è stata la tipografia (stampa per i più) per l’umanità? che relazioni ha con il linguaggio digitale, con i giornali, con i libri e i loro avatar?
Gli asini gutenberghiani potrebbero sorprenderci positivamente, questa volta.
Francesco Pirella

Per gentile concessione dell'autore, già pubblicato sul "Secolo XIX" (27.2.2010) a commento dell'articolo di Maurizio Maggiani, Gutenberg, gli studenti asini e quest'Italia che assolve, "Il Secolo XIX", 22.2.2010 [leggi ]. Francesco Pirella é conservatore di Armus-Archivio Museo della Stampa di Genova.
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05 febbraio 2010

Architetti di giornali

Il 3 febbraio il principale quotidiano di Genova "Il Secolo XIX" si é presentato in edicola con una nuova veste grafica rinnovando il formato e l'impaginazione. Ancora una volta la nuova testata é stata ridisegnata da Mario Garcia,  grafico di fama mondiale, il cui blog merita una navigazione lenta per capire le problematiche relative alla progettazione di una testata. I post più recenti sono dedicati alla nuova formula del quotidiano genovese: Genoa’s Il Secolo XIX in new format, new look (3.2.2010); Il Secolo XIX: three days after relaunch (5.2.2010).

*link al sito di Mario Garcia Garcia Media.
*link alla presentazione del nuovo "Secolo XIX" nel sito del quotidiano. 
*link al sito del "Secolo XIX".
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22 dicembre 2009

Ribellione grafica



L’insegna in ferro ARBEIT MACHT FREI (Il lavoro rende liberi), posta all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz, è stata rubata e ritrovata dopo qualche giorno. Quasi tutti i giornali del mondo danno spazio alla notizia, trattandosi di un simbolo la cui figuratività supera persino l’eternità della parola stampata.
Leggo inoltre che la B di ARBEIT sarebbe stata deliberatamente rovesciata, come gesto di sfida contro il regime nazista, dal fabbro polacco Jan Liwacz che ha realizzato l’insegna. Osservandola però, avrei pensato altro, sbagliando.
Lo stile si ispira probabilmente al tedesco Akzindenz Grotesk, quasi perfetto quanto a funzione per comunicare, tanto che ancora oggi l’industria lo usa nelle versioni più aggiornate. Un “bastone” famoso è il Futura, prodotto per la tipografi a a partire dal 1922 (contaminazione nella M di MACHT?) e disegnato da Paul Renner, molto influenzato dal Bauhaus della Germania prenazista. La copertina per il libro (1922) e soprattutto l’insegna del rivoluzionario Istituto di Dessau (1925-26) disegnano la B con gli occhielli perfettamente identici, e non poteva essere diversamente visto che l’equilibrio della comunicazione del Bauhaus, che diverrà ispirazione universale, viene fondato sulla chiarezza e sulla simmetria.
E questo è il punto: la B dello stile grottesco ha gli occhielli più o meno simili, in tal caso non si potrebbe parlare di rovesciamento, a meno che non si tratti di un grottesco fantasia, di cui peraltro non ve ne è traccia nelle altre lettere che compongono l’insegna. Sicché, prima di conoscere l’intento nobilissimo di Liwacz, avrei pensato ad una soluzione esecutiva che faceva di necessità virtù, così come nella composizione tipografica molto spesso si doveva ricorrere all’improvvisazione e all’adattamento per raggiungere lo scopo. Non dimentichiamo il contesto storico: era d’obbligo tener conto di un elementare principio di economia delle risorse.
L’insegna di Auschwitz esprime un concetto di pittura letterista applicato alla sagomatura del metallo. Sembra disegnato su un unico modello l’occhiello della R di FREI, identico a quello superiore della B di ARBEIT, ma probabilmente la stessa sagoma l’avremmo potuta trovare anche nel caso di una lettera P; mentre l’occhiello inferiore della B è certo scompensato, ma lo è anche la gamba della R.
Inoltre, il segmento traverso della A è sulla stessa altezza intermedia della B e della R e, probabilmente, lo sarebbe stato anche nel caso di una P, ecc. Questo poteva giustificare, in un certo qual senso, l’occhiello inferiore della B ridotto rispetto a quello superiore.
Tutta la composizione sembra riproporre un calligramma di Apollinaire, infatti non segue la logica della perfetta distribuzione dei caratteri e del loro disegno ma quella enfatizzante di un manifesto reclame, forgiata dalla mano di un artigiano, dissidente politico, fabbro più che pittore letterista.
In assoluto, alla fine, di fronte alla sacralità di questo simbolo, ciò che conta sono solo la testimonianza del suo Autore, la sua ribellione grafica contro il “sogno” - come Primo Levi definì l’incubo, drammaticamente reale - dell’Olocausto e, soprattutto, l’averlo ritrovato.
Francesco Pirella

*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova.
 
 
*pubblicato per gentile concessione dell'autore. 
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