Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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27 aprile 2025

Il diavolo oggi è l’approssimativo

"Per diavolo intendo la negatività senza riscatto, da cui non può venire nessun bene.
Nei discorsi approssimativi, nelle genericità, nell’imprecisione di pensiero e di linguaggio, specie se accompagnati da sicumera e petulanza, possiamo riconoscere il diavolo come nemico della chiarezza, sia interiore sia nei rapporti con gli altri.
Il diavolo come personificazione della mistificazione e dell’automistificazione.
Invece lo sforzo di cercare di pensare e d’esprimersi con la massima precisione possibile proprio di fronte alle cose più complesse è l’unico atteggiamento onesto e utile."
Italo Calvino

*Italo Calvino, Una pietra sopra, Note sul linguaggio politico. Einaudi, 1980 (gà pubblicato da "Domenica del Corriere”, febbraio 1978 in risposta ad una “inchiesta sul diavolo oggi”).

18 febbraio 2025

Le parole, i social e la Storia

"Una parola, decisamente, domina e illumina i nostri studi: comprendere".

Marc Bloch, Apologia della Storia, Einaudi, Torino, 1950 (prima edizione).

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"La logica dei social spinge verso il riduzionismo, verso la semplificazione massima attorno a un uso valutativo (giusto/sbagliato, buono/cattivo) delle parole. Occorre lasciare ad esse, invece, la complessità storica che rappresentano e significano: una complessità che si può riuscire a spiegare in modo chiaro e comprendere in modo semplice, senza ridurle, però, alla logica dei like".
Marcello Flores, Le parole e la Storia, "Il Mulino", 13.2.2018.

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16 dicembre 2024

Il degrado della lingua

 " [...] La nostra classe politica, che in tempi lontani annoverava ottimi parlatori e oratori, tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso ponendosi a un livello meno elevato. È la tentazione, strisciante, del populismo. Naturalmente questo implica il degrado anche delle argomentazioni, perché, ai livelli alti, il linguaggio è molto più ricco e duttile. Le conseguenze sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee".

Cesare Segre, Il degrado della lingua, Corriere della sera, 13.1.2010.
*Cesare Segre, Diario civile, a cura di Paolo Di Stefano, Il Saggiatore, Milano, 2024.

23 ottobre 2022

Attenzione, Gentilezza e Linguaggio

 Per uscire dal tempo 'cupo' della nostra contemporaneità urticante e litigiosa, in via prioritaria è necessario partire da tre componenti, da considerarsi inscindibili: l'Attenzione, la Gentilezza e il Linguaggio. Il linguaggio appunto che nell'arco di pochi decenni si è impoverito, involgarito e caricato di aggressività fino alla reciproca incomprensione. Non conosciamo più il significato delle parole, ne usiamo poche e quasi sempre in modo inappropriato o impreciso perchè abbiamo dimenticato la straordinaria ricchezza della lingua italiana, comprensiva di una infinità di sinonimi e contrari che consentono sempre di trovare l'espressione esatta per esprimere in modo puntuale quello che vorremmo dire. Per ogni cellulare esistono App utilissime di dizionari della lingua italiana da usare per arricchire il nostro lessico comune, cercando la parola alternativa e più appropriata per definire il nostro pensiero, emozioni, giudizi, commenti ecc. nel confronto interpersonale orale o scritto. Se la consultazione di un dizionario di carta o digitale diventasse pratica quotidiana, quasi come forma di allenamento, cambierebbe lo sguardo sul mondo: l'attenzione, la gentilezza e un lessico riflessivo e ben articolato diventerebbero la normale premessa di ogni relazione privata, pubblica e professionale.

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07 novembre 2021

In libreria

 Milly Buonanno e Franca Faccioli (a cura di) 
Genere e Media: non solo immagini. 
Soggetti, politiche, rappresentazioni,
Franco Angeli, Milano, 2020, pp. 234

Descrizione

Il volume presenta i nuovi orientamenti di indagine dell'Unità di ricerca GEMMA (GEnder and Media MAtters) istituita presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza-Università di Roma. All'origine di GEMMA è la consapevolezza della crescente complessità del nesso 'genere e media' nella società contemporanea, in cui si osserva e si sperimenta sia una profonda trasformazione dello scenario mediale, sia una diffusa problematizzazione dell'assunto a lungo indiscusso del 'binarismo di genere'. Nonostante i mezzi di comunicazione abbiano esercitato da sempre una funzione di rappresentazione delle identità di genere, lungo un intervallo compreso tra gli estremi della messa in scena e quelli della stereotipizzazione, oggi l'espansione del contesto mediale e la sua declinazione contemporaneamente individuale e di massa implicano l'elaborazione di nuove prospettive di studio e di ricerca. Il libro intende fornire una pluralità di spunti di riflessione, riconducibili a piattaforme e a pratiche comunicative differenti: dalla televisione alla pubblicità, dalla comunicazione pubblica ai consumi culturali, fino alla Rete, ai Social Media e ai Social Network Sites, i diversi contributi qui raccolti mettono a fuoco le forme di agency dispiegate da individui, gruppi e istituzioni nei processi di creazione, diffusione e consumo di immagini di genere nei testi mediali. Il primario intento di lettura e interpretazione del presente, perseguito dal gruppo di ricerca, non esclude l'esercizio di uno sguardo retrospettivo; così come l'adesione a prospettive e strumenti dei feminist media studies non preclude il ricorso agli apporti fruttuosi della sociologia.

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12 ottobre 2021

"La scomparsa della conversazione"

"La quasi totale scomparsa della conversazione (probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati) ha fatto sì che lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano intorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato assiste al loro colloquio. Talvolta i conversatori appaiono sul video, talaltra sono presenti in carne ed ossa in una sala, di fronte a un certo numero di invitati. I conversatori esprimono le loro idee, le loro opinioni. C’è qui qualcosa di anacronistico perché anche le opinioni – materia prima di ogni conversazione non meramente utilitaria – hanno da tempo seguito la stessa sorte dell’arte del conversare: sono scomparse. Naturalmente non si dà scomparsa senza sostituzione dell’ente o dell’oggetto sparito; e in questo caso le opinioni, che sono giudizi di valore, indipendenti dalle fluttuazioni provvisorie del gusto e del costume, sono costituite da fiato di voce, da chiacchiere prive di consistenza ma dotate di una provvisoria efficacia. Coloro che reggono la vita pubblica (politici amministratori, uomini d’affari) non potrebbero impunemente mostrarsi a vuoto di idee generali, di opinioni; e quanto più il vuoto è reale tanto più essi sono tenuti a coprirlo col vento della loro verbosità. Non altrimenti potrebbero andare le cose, perché il linguaggio – veicolo di ogni opinione – è anch’esso in crisi. Una importante scuola filosofica si è sforzata di dimostrare che il linguaggio non afferra enti reali ma fantasmi. L’uomo, sostanzialmente, non sa nulla di sé, ma per vivere deve darsi significati del tutto provvisori. Il filosofo è consapevole della sua ignoranza, ma è necessario impedire che l’uomo della strada si renda conto dell’ignoranza dei clercs e dei filosofi.

Si riesce a impedirlo? Un tempo si riusciva, perché gli uomini di dottrina, col sussidio della religione o di qualche filosofia positiva, erano ancora uomini di opinione; e soprattutto perché gli uomini indotti erano tenuti fuori dal circolo del pensiero. Gli uomini autorizzati a pensare erano pochi; la bomba del pensiero era custodita da rari specialisti che non avevano alcun interesse a farla scoppiare. Oggi la bomba è scoppiata e anche l’analfabeta ha il sospetto che la sua ignoranza valga la più scaltrita dottrina.
Reso balbuziente il linguaggio – al quale si riconosce una utilità non più che pratica, di segno utilitario – si mostra inutile la conversazione, ridicola l’affermazione di opinioni che pretendano di cristallizzare in un senso o nell’altro il flusso della vita. Resta il problema della comunicazione, tutt’altro che insolubile sul piano della vita pratica. Si possono comunicare non idee, ma fatti e bisogni, con l’arte del segno, dell’allusione, con l’impiego di particolari cifrari; e a questo provvede la scienza delle comunicazioni visive. Un laureato in lettere che non avesse mai messo piede in un cinema non saprebbe comprendere i mille stenogrammi di cui è gremito un film moderno; mentre milioni di quasi analfabeti sono iniziati a quel tipo di linguaggio. Comunque, la sostituzione della parola con altro dalla parola, con differenti mezzi espressivi, rende sempre più affannosa la proliferazione dei mezzi visivi e magari acustici. Perché i pittori non dipingono più la figura umana e il paesaggio in cui vive l’uomo? Perché dietro l’uomo e dietro il suo reale habitat è pur sempre nascosta l’insidia della parola. Un’opera d’arte che si possa spiegare, tradurre in termini di linguaggio appartiene ancora al vecchio mondo che si alludeva di spiegare, di giustificare, di capire: è un’opera che non si muove, che nasce vecchia.
Così per la musica. Il tradizionale tonalismo era il prodotto di un’umanità ancora pensante e parlante; dietro il do maggiore c’era una concezione della vita che i filosofi e gli scienziati d’oggi respingono. Il passo da compiere era quello di dar corso legale alla dissonanza; e a questo si è arrivati in pochi anni. Non si era tenuto conto, tuttavia, di un fatto: che l’uomo aspira al caos ma non rinunzia al comfort, non rinunzia a un margine di sicurezza fisica. E a questo bisogno è stato facile provvedere imprigionando il caos musicale entro un sistema di regole fisse più o meno matematiche e in ogni caso arbitrarie. Oggi il disordine musicale non è più una minaccia, è un gioco di società. S’intende che un simile new deal musicale lascia inquieti e dissenzienti non pochi musicisti appartenenti all’ala sinistra del movimento modernista. Un giorno mi accadde di ascoltare una musica tutta fatti di sibili e di ruggiti, ma tale da permettere ancora qualche riferimento umano in virtù di un titolo che accennava a episodi della Resistenza. Il pubblico applaudì con moderata convinzione; ma un giovane e già stimato compositore straniero che assisteva al concerto dette in escandescenze e uscì dalla sala gridando: basta con questo umanesimo.
Dal suo punto di vista quello scalmanato aveva ragione: se l’uomo si vergogna di essere uomo è perfettamente logico che egli espunga dalle sue manifestazioni (non dico dal suo linguaggio, perché si tratta di ben altro) ogni riferimento alla sventurata condizione umana.
In realtà coloro che rifiutano davvero la condizione umana, fra gli artisti e i filosofi, sono pochi. Non mancano, fra questi ultra del mondo espressivo, i casi della rinunzia, del suicidio o della pazzia. Si tratta pur sempre di rispettabili e altamente comprensibili casi isolati. I più hanno compreso che la rinunzia, la protesta, il grido di chi non si rassegna e vuol morire sulla breccia sono, in se stessi, una eccellente materia di commercio. Sorge così la figura moderna di chi, tutto rifiutando e deplorando, prospera e impingua sulle macerie di un mondo che si suppone essere in disfacimento, ma che in verità gode di un benessere medio che non ha precedenti nella storia. Dimostrando che il linguaggio è una finzione priva di ogni contenuto e che l’uomo è sorto per caso dal nulla e che il nulla è la sua vera vocazione, il filosofo può conquistare cattedre e assurgere a reputazione mondiale. Distruggendo l’ipotesi stessa di ogni possibile arte, un artista di oggi può acquistare larga fama e vivere alle spalle del mondo borghese da lui detestato.
Il caso di chi vuol distruggere tutti e tutto ma non potrebbe vivere in un mondo diverso e trae buon partito dalla situazione ch’egli, spesso in buona fede, detesta, non si può, in ogni modo, generalizzare. Sono molti, ma non moltissimi, quelli che fanno mercato, e vantaggioso mercato, dell’equivoco in cui vivono. I più, la grande maggioranza, sono coloro che seguono passivamente la corrente e traducono in prodotto vendibile i gesti, gli atteggiamenti che sono nati da un autentico sentimento d’insoddisfazione e di protesta. Qui non c’è più equivoco, e non c’è nemmeno l’innegabile talento dei grandi mastri dell’equivoco. C’è la scaltrezza artigiana di chi segue – e a volte prevede e a volte addirittura determina – i bisogni della clientela.
Quale imbecille ha potuto affermare che manca nel mondo attuale ogni possibilità di comunicazione? Mai sono esistiti tanti mezzi di comunicare, né così facili né così irresistibili. L’importante è che fra questi mezzi sia sacrificata la parola, che ha il torto di non essere abbastanza polivalente e di pretendere a qualche durevole verità. L’industria della comunicazione sarebbe minata alla base se i mezzi espressivi pretendessero di avere qualche durata nel tempo. Quel che occorre non è il linguaggio, ma l’interiezione, l’accenno, il grido, il lampo, l’arabesco che nasce e muore nel giro di pochi istanti. Quel che abbisogna è ciò che si vede, si ascolta, si tocca per un attimo solo e poi viene bruciato e sostituito da un’altra analoga eccitazione.
In questa corsa verso il nulla la letteratura sembra alquanto sacrificata. Non rinunzia però ad aggiornarsi. I romanzieri descrivono ancora l’uomo ma lo riducono alla figura dei mannequins di De Chirico, ignorandone i pensieri e i sentimenti. Restano in coda gli scrittori tradizionali, che dell’uomo pretendono di non ignorare nulla. Battono una strada buona, ma sono quasi tutti mediocri, e per essi resta vero che la cattiva letteratura si fa coi buoni sentimenti. Eppure è proprio su quella strada che presto o tardi noi incontreremo ancora – di tanto in tanto – qualche scrittore leggibile.
Eugenio Montale,

E. Montale,  "La scomparsa della conversazione" in Nel nostro tempo, 1972, pp. 65-66 (già pubblicato in Auto da fè, 1962).
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15 luglio 2021

"Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire"
Alda Merini

Nella nostra contemporaneità logorroica si è persa la ricchezza del lessico, come evidenziava negli ultimi anni Tullio De Mauro. Di anno in anno centinaia di parole, verbi, avverbi escono dall'uso corrente della lingua, che si riduce a pochi codici di comunicazione sempre ripetitivi (e sistematicamente mescolati all'uso esorbitante di termini volgari, rozzi e inutili) che tutto riduce a "o con me /o contro di me", io sono il vero assoluto / tu sei il falso" o quel "Si vergogni" che dovrebbe stroncare l'avversario e zittirlo per sempre. In questo modo si macinano opinioni nella macchina del consenso trasformandole in verità da vendere al gran supermercato dei talk e dei social. Qui dopo poche battute salta fuori l'ingiuria, ovvero lo specchio più evidente di questa incapacità di argomentare con intelligenza e con la disponibilità all'ascolto dell'altro. L'insulto sovrasta tutto, è la replica piùsbrigativa, che sbarra le porte a ogni opportunità di approfondimento. Invece la società complessa nella quale in ogni parte del mondo viviamo richiederebbe il più ampio recupero del "lessico corrente" per esprimere in tutte le sfumature vicende e contesti, emozioni e insofferenze, per confrontare posizioni controverse al fine di trovare un compromesso lucido e costruttivo.
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26 giugno 2020

Liguaggio



I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.
Ludwing Wittgenstein

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09 marzo 2020

I titoli di "Libero"



Ogni giorno sui social e in tv esplodono i commenti ai titoli di Libero. Il vero problema è che Libero 'prospera' solo per i suoi titoli di prima pagina, ogni giorno più aggressivi. E' uno dei quotidiani che più rimbalza nei social, tutta pubblicità gratuita dal punto di vista dell'editore, che ha tutto l'interesse a rincarare la dose con nuovi titoli ancor più sconcertanti. Il "titolaccio" è il suo valore aggiunto, quello che gli consegna visibilità mediatica. E, in tempi di carenza di lettori di giornali, accade anche che questa strategia tenda ad essere imitata da altre testate, per lo stesso motivo.

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24 ottobre 2019

Giornalismo e razzismo


"Nel rapporto tra giornalismo e razzismo, ciò che conta è il come una notizia viene presentata e non solo o soltanto quale notizia è diffusa. Se non è tanto di cosa si parla nelle notizie che influenza la gente quanto come se ne parla, occorre allora spostare nuovamente il focus dai contenuti alla forma delle notizie, e precisamente ritornare alla loro natura testuale. Focalizzarsi sulla questione del come della notizia permette anche di considerare del tutto ininfluente il problema dell’intenzionalità del giornalista nella trasmissione di contenuti razzistici. Anche in assenza d’intenzionalità un testo giornalistico può ugualmente veicolare ostilità e disprezzo verso certi gruppi, perché quello che conta è la forma testuale della notizia e non l’esistenza di una deliberata intenzione nel giornalista".
Enrico Caniglia


*E. Caniglia, I codici deontologici alla prova. La regola di rilevanza nella rappresentazione giornalistica delle minoranze  in "Problemi dell'informazione", agosto 2019, pp. precipue p. 315-338, 326.

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23 settembre 2019

In libreria

Roberto Dolci
“Il Giornalino” di Prezzolini. La lingua italiana tra promozione e propaganda nella New York degli anni ’30 e ’40
Franco Cesati editore, Firenze 2019, pp. 253. 
Descrizione 
La diplomazia culturale considera la promozione della lingua e della cultura all’estero come uno strumento per esercitare il soft power. Esse, però, possono anche diventare un mezzo di propaganda, come è successo alla lingua e alla cultura italiana nel periodo fascista. Questo libro esamina il caso del Giornalino. Una rivista per insegnanti e studenti di italiano creata e diretta da Giuseppe Prezzolini durante i suoi anni alla Casa Italiana della Columbia University, dal 1934 al 1943. La rivista non è mai stata studiata fino ad ora. Lo scopo è di ottenere un quadro della realtà dell’insegnamento e della cultura italiana negli USA, in particolare nell’area di New York, in quel preciso momento storico e di fornire nuove prospettive di analisi all’impegno di Prezzolini nella promozione della lingua italiana quale direttore della Casa Italiana. Attraverso l’esame della rivista si cercherà di dimostrare che anche Il Giornalino ha svolto un ruolo significativo nel delineare un’immagine positiva del fascismo negli USA presso un’utenza formata essenzialmente dagli studenti di origine italiana e dalle loro famiglie, a cui il regime dava particolare importanza.

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06 settembre 2019

In libreria

Edoardo Lombardi Vallauri
La lingua disonesta. Contenuti impliciti e strategie di persuasione
Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 288.
Descrizione
La democrazia è un sistema politico in cui le persone hanno in teoria potere di scelta su chi delegare; allo stesso modo, il libero mercato è un sistema economico in cui le persone potrebbero scegliere che cosa comprare. Di fatto, la competizione politica e quella commerciale si giocano ormai in gran parte sulla limitazione di tale potere. Questo libro si occupa delle strategie linguistiche della persuasione, che sfruttano soprattutto i contenuti impliciti. A illustrare il tema, l’autore porta una ricca messe di esempi attuali e meno attuali di pubblicità commerciali e di discorsi politici, di cui si svelano logiche e meccanismi cognitivi. Alla luce dei recenti studi sul cervello, si chiarisce poi perché è più facile far passare per vero un contenuto falso se, invece che parlarne esplicitamente, lo si dà per presupposto o si induce chi ascolta a dedurlo da sé.

*link all'Indice del libro.
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22 marzo 2019

in libreria

Carlo Raggi 
Il linguaggio del giornalismo giudiziario
Pacini Editore, Pisa, 2018, pp. 452.
Descrizione
È il linguaggio a dar forma ai fatti e il giornalista deve utilizzarlo al meglio. Per la cronaca giudiziaria la necessità di un corretto linguaggio è accresciuta dalla considerazione che essa riguarda una funzione istituzionale fondamentale per uno Stato moderno, la giurisdizione. L'uso del linguaggio appropriato è collegato alla conoscenza di tutti i passaggi dell'attività giudiziaria e così il lavoro parte dalla notizia di reato per giungere ai processi e alle Corti internazionali, includendo anche settori collaterali come le procedure fallimentari e tributarie. Un manuale con esempi e osservazioni critiche su un folto campionario di articoli.
Indice del libro.

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23 maggio 2018

Quel genere di giornalismo che genera sconcerto



Spesso si pensa che le caratteristiche del buon giornalismo siano meramente quelle della chiarezza espressiva e della fruibilità del testo da parte di ogni tipo di lettore. Troppo spesso, altresì,  passa in secondo piano l’importanza della scelta delle parole. Nel momento in cui scegliamo determinate parole per descrivere un’azione o un soggetto, non riportiamo semplicemente la realtà dei fatti ma creiamo realtà. L’obbiettività del giornalista risiede anche nel chiedersi se quel determinato termine, usato per descrivere una persona, è rispettoso della dignità di quest’ultima. Negli ultimi anni è tornato centrale il tema del genere e di come quest’ultimo venga attribuito, aprioristicamente, in base al nome proprio di persona; aprendo un dibattito, soprattutto nei casi in cui si parla di persone transessuali o transgender.
Il giornalista non è avulso dalla realtà sociale: il giornalista è un guardiano della laicità e dei principi essenziali che sostengono la buona comunicazione e la corretta informazione. Troppo spesso leggiamo articoli nei quali viene indicata la sessualità di una persona nonostante sia irrilevante ai fini della cronaca. La domanda da porsi è, non solo perché questo accada ma anche perché nessuno- o meglio la stragrande maggioranza delle persone- si accorga e riconosca questo abuso di potere. Un articolo deve sì essere letto e reso appetibile al lettore, ma questa priorità non deve scalfire l‘identità altrui. Il giornalista di oggi, ancor più rispetto al giornalista di ieri, ha il dovere di essere il più possibile distaccato emotivamente e idealmente dai fatti di cronaca di cui si occupa. Freddo come un investigatore che vuole contribuire alla risoluzione di un caso; freddo ma non per questo meno credibile. L’enfatizzazione di certi fatti, apparentemente comuni, seppur tragici non deve spingere a rendere notizie quelle che non lo sono; notizie che non avrebbero la stessa importanza e visibilità se non fossero state etichettate con un’ideologia omofoba o xenofoba o misogina. D’altro canto, l’informazione giornalistica della carta stampata come del web, tende a imitare il grande schermo, a renderci un continuum tra le pagliette dello spettacolo e le pagliette immaginarie attribuite, dal sentire comune, all’immagine del transessuale.
Senza scomodare vecchi articoli de Il Borghese, negli anni 50’, oggi, purtroppo, ci troviamo ancora a dover discutere dell’importanza che hanno le testate giornalistiche nella lotta  alle discriminazioni. Creare un clima di opinione pubblica, senza assecondare la maggioranza e senza ostentare le minoranze. Partendo dalla conoscenza dei fatti e delle realtà: Se una persona è diventata donna o si definisce tale dopo essere nata uomo, o viceversa, quella persona- che abbia cambiato il sesso biologico o meno- non è un/una transessuale ma una donna o un uomo. Le lotte femministe degli anni Settanta dovrebbero riportarci alla memoria la grande fatica per attuare la laicità in questo paese, se dicente laico. Dovremmo tornare a quello spirito fraterno non religioso né fazioso, scandaloso ma non deplorevole; a quel clima in cui le donne unite creavano la forza per cambiare la loro quotidiana e liberarsi da quell’ Amica oppressiva e rendere più vivibile la realtà alle donne di domani. Oggi la società è frammentata, le femministe come altri gruppi per i diritti civili tendono a creare fronti di opposizione e a non collaborare. Per questo il giornalista dovrebbe, per quanto possibile, cercare di riavvicinare queste due realtà, farle comunicare, semplicemente mettendole in uno stesso articolo- riuscendo così a farle convivere in una dimensione- chiamandole in causa e facendole sentire parte della stessa missione. Può sembrare surreale ma dal surreale che, sempre negli anni Settanta, abbiamo ottenuto il divorzio; e che evento mediatico fu, quella campagna referendaria!
Dovremmo tornare ad essere entusiasti, non di noi stessi e della nostra vetrina social; dovremmo riempire le piazze, riunirci e non schierarci da una parte ma ascoltare tutte le ragioni e rispettare tutte le sensibilità, perché queste ultime sono esperienze di vita, pelle viva.
Di recente, la presidente del Senato -prima donna in Italia a ricoprire questo ruolo- Maria Alberti Casellati, ha chiesto ai giornalisti di non essere chiamata “La Presidente” ma di usare nei suoi confronti, l’espressione, “Il Presidente”. La rete si è schierata e i salotti televisivi, pur di rendere stuzzicante  la scaletta quotidiana, ne hanno parlato e straparlato. E’ una scelta ed è incredibile come una richiesta esplicita sconvolga così tanto gli animi. E’ una scelta da rispettare, come da rispettare è stata la scelta della ex presidente della Camera, Laura Boldrini, di essere chiamata “La Presidente”. Non centra lo schieramento politico, perché a chiedere questo non è il politico o la politica ma una persona, in questo caso una donna che ha il diritto di chiedere il rispetto della sua identità; per meglio dire della sua sensibilità culturale e personale.
 Il giornalista non deve schierarsi con questa o con l’altra fazione, deve – se vuole recuperare la sua credibilità sociale e rendere vivo il giornalismo, distinguendolo dallo pseudo giornalismo-  diventare difensore della laicità, amante della critica e in primis curatore delle parole. Italo Calvino non a caso sosteneva che le parole fanno più male delle pietre.
Federica Frasconi
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10 gennaio 2018

I grandi Derby firmati da Gianni Brera


DERBY! edito nel 2015, è la raccolta di tutti gli articoli del giornalista sportivo Gianni Brera pubblicati in occasione del derby di Milano, la partita tra l’A.C. Milan e la F.C Internazionale Milano.
L’opera è stata pubblicata dopo la morte dell’autore per volontà di Paolo Brera, terzogenito  del giornalista Gianni Brera e anch'egli scrittore come il padre.
Il volume comprende la cronaca delle partite di calcio disputate tra il 1956 e il 1992, ed è inoltre una preziosa testimonianza dei cambiamenti che sono avvenuti in una città come Milano. La narrazione inizia dal boom economico avvenuto alla fine del secondo conflitto bellico e termina nel 1992, periodo in cui le due società sportive sono di proprietà degli imprenditori milanesi Ernesto Pellegrini e Silvio Berlusconi mentre Milano, è ormai una metropoli affermata e famosa in tutto il mondo.
La scelta di concentrare l’attenzione dell’opera sulla stracittadina è interessante: Il derby è una partita molto diversa da tutte le altre che si giocano durante la stagione; lo stadio è colmo di tifosi provenienti dalla stessa città, la distanza territoriale è quindi nulla, i posti a sedere sono tutti esauriti; durante la partita entrambe le squadre vengono sospinte e incitate dai propri tifosi per tutti i novanta minuti. Il cantante Adriano Celentano cantava “Eravamo in 100.000” per indicare il numero di tifosi presenti allo stadio in occasione del derby, un evento che quasi scandisce il tempo della città.
La rivalità tra le due formazioni, nata nel 1909 a causa della creazione dell’Internazionale Milano da parte di alcuni dissidenti dell’A.C. Milan, con il passare degli anni assunse anche caratteri politico e sociali.
Per la prima metà del XX secolo la tifoseria milanese era per la maggior parte divisa a seconda dell’estrazione sociale di provenienza: il tifoso interista proveniva dalla classe borghese mentre il tifoso milanista dalla classe operaia e popolare, in un periodo storico in cui la lotta di classe era particolarmente sentita. I soprannomi con le quali le due tifoserie si apostrofavano dipendono  da questa differenza di classe. I tifosi milanisti, per esempio, venivano chiamati “casciavit” (cacciavite) o “tramvèe”(tramvai), per la appartenenza alla classe operaia, mentre i tifosi nerazzuri erano scherniti con epiteti come “bauscia”(sbruffoni) o “muturèta” (perché potevano permettersi il privilegio di poter andare allo stadio in moto); questo dualismo ancora oggi sopravvive ma ha perso molto della natura socio politica che l’aveva contraddistinta nel corso degli anni.
In occasione del derby, gli abitanti della città sono stipati sugli spalti dello stadio: mentre sostengono e incitano la propria squadra i rapporti di parentela e di amicizia passano in secondo piano per quell’ora e mezza di gioco, come è stato per Franco e Beppe Baresi, non a caso scelti per la copertina per rappresentare in un’immagine il concetto di derby milanese. I due fratelli incarnano in pieno lo spirito del derby milanese; fratelli che si ritrovano in campo come avversari in una sfida senza alcuna esclusione di colpi, nel pieno rispetto dell’avversario per fare in modo che la propria squadra prevalga sull’altra.
Le sfide fra le due rivali milanesi sono raccontate ed analizzate da Gianni Brera con uno stile ed un linguaggio giornalistico che, fino ad allora, non si erano mai visti nella comunicazione italiana.
La seconda meta del XX secolo vede Gianni Brera nei panni del protagonista principale della cronaca sportiva, dato che egli riesce a dare vita a uno stile giornalistico innovativo e moderno, basato sulla vena letteraria e narrativa.
La prosa si sposa e si intreccia con la cronaca sportiva; il frutto è un cocktail frizzante di piacevole lettura.
Il lettore si ritrova immerso in una lettura scorrevole e difficile da abbandonare. La cronaca sportiva è rifinita preziosamente dal giornalista lombardo con termini e neologismi, utilizzati ancora oggi, e divenuti iconici per questo sport.
Di particolare importanza è il lessico di Gianni Brera; il giornalista è solito utilizzare spesso termini propri del dialetto in maniera particolare quello milanese, avvicinandosi così con il lettore medio.
La scelta dell’utilizzo del dialetto è molto importante dal punto di vista storico: l’Italia è ancora una nazione giovane, nata da nemmeno un secolo i tassi di analfabetismo sono ancora elevati e la maggior parte degli popolazione italiana parla solamente il proprio dialetto regionale. Il giornalista di San Zenone Po attraverso le sue opere vuole tentare di elevare le forme dialettali dal momento che queste sono vere e proprie forme linguistiche.
“Io non penso in italiano, penso in dialetto perché sono un popolano”. Con questa frase si può facilmente riassumere tutto il pensiero e l’opera di Gianni Brera.
L’intento del giornalista milanese è quello di portare modi di dire, pensieri e termini regionali all’interno di una lingua italiana universale e comprensibile in tutta la penisola.
Brera vede come il dialetto, unica lingua conosciuta per la maggior parte della popolazione, come un mezzo per accompagnare milioni di italiani nel processo di alfabetizzazione dal dialetto all’italiano. Questo processo tuttavia deve tenere conto delle peculiarità dei singoli dialetti salvando  e valorizzando ciò che si può portare in italiano.
Per molto tempo il giornalismo sportivo era stato considerato come una forma di giornalismo di secondo piano. Il giornalista di San Zenone Po invece, per tutta la sua carriera, è un fermo sostenitore della cronaca sportiva. Lo sport è una di quelle forme che unisce le masse sotto un’unica bandiera spingendole a tifare per essa, uno di quei rari momenti in cui è possibile vedere un’intera nazione unita.
La pagina sportiva è da sempre la pagina più letta e amata dai lettori, la pagina che colpisce l’immaginario collettivo e che permette ai lettori di fantasticare sulle imprese dei propri beniamini.
Dato che lo sport gode di questa posizione privilegiata, chi si occupa di cronaca sportiva deve agire di conseguenza; la prosa deve coinvolgere e trattenere l’attenzione del lettore e la cronaca deve avere una funzione pedagogica e istruttiva; avvicinare gli analfabeti a un utilizzo corretto dell’italiano e combattere anche l’analfabetismo di ritorno, che oggigiorno è una vera e propria piaga.
Lo stile di Gianni Brera è quindi un misto di narrativa e riferimenti alla cultura classica; al giornalista  milanese si deve l’introduzione di molti termini calcistici tuttora utilizzati.
Questi termini hanno tra le origini più svariate; tra i termini proposti da Brera ricordiamo intramontabile che deriva dalla letteratura classica greca; con questo termine si indica un giocatore che nonostante l’età avanzata non ha perso lo smalto. Il termine melina invece deriva dal dialetto bolognese e viene utilizzato per indicare quella fase del gioco nella quale una squadra cerca di controllare la palla per più tempo possibile. Il termine goleador deriva dalla spagnolo toreador della corrida. All’estro di Gianni Brera si deve anche l’introduzione del termine incornare con cui si fa riferimento a quando un giocatore riesce a trovare la rete grazie a un colpo di testa e superare i propri marcatori. Questa immagine  legata al mondo della corrida spagnola e l’attaccante viene paragonato a un toro.
Alla penna e alla vena artistica di Gianni Brera si deve anche l’adozione di alcuni nomignoli per alcuni giocatori, questi soprannomi creati dal giornalista sono rimasti legati in maniera indissolubile all’immagine dei singoli giocatori e che pronunciati ancora oggi evocano ricordi nell’immaginario dei tifosi.
Gianni Brera per indicare il difensore Franco Baresi, coniò il termine “piscinin” che nel dialetto milanese significa piccolino; questo appellativo faceva riferimento sia al fatto che Franco non era di statura molto elevata per giocare nel ruolo di difensore, ruolo che tuttavia ricopriva in maniera maestosa e che inoltre era il fratello minore di Beppe Baresi anch'egli giocatore e rivale in campo.
Un altro soprannome creato dal giornalista milanese é “bonimba”, per indicare l’attaccante Roberto Boninsegna. Il termine nasce dall’unione del cognome del giocatore con la parola “bagonghi” con cui si indicavano i nani da circo. Questo soprannome nasce dall’aspetto fisico dell’attaccante che, nonostante la bassa statura, riusciva facilmente a superare i difensori avversari e a sgusciare tra essi quasi come un nano da circo.
Giovanni Lodetti viene soprannominato “blasetta”, che nel dialetto milanese indica il mento pronunciato, caratteristica fisica che lo contraddistingueva.
Il mediano Gabriele Oriali viene ribattezzato come “piper” perché questo giocatore correva rapido per il terreno di gioco e rimbalza da una parte all’altra del campo quasi come la pallina di un flipper, questa sua caratteristica lo rese un idolo per i suoi tifosi.
Mario Corso viene apostrofato come participio passato del verbo correre, vista la sua poco dinamicità.
Gli eterni rivali Sandro Mazzola e Gianni Rivera sono soprannominati mazzandro e abatino.
Grazie a queste espressioni Brera riesce ad avvicinare i lettori ai propri idoli sportivi, che diventano quasi dei familiari per i tifosi. I lettori si trovano immersi nella lettura degli articoli sportivi e lo affrontano come un romanzo in cui vengono raccontate le gesta dei loro beniamini.
Il lettore si trova così costretto a leggere tutto l’articolo per scoprire il finale e scoprire come il proprio idolo sportivo è riuscito a superare l’avversario.
Lo stile di scrittura di Gianni Brera può ricordare lo stile dell’epica classica; la nazione italiana era nata da nemmeno un secolo, si sentiva il bisogno di eroi comuni a tutta la nazione che potessero unire tutti i tifosi e gli amanti dello sport sotto un’unica bandiera, quella italiana; attraverso i suoi articoli di cronaca riuscì a dare agli amanti dello sport quegli idoli e quegli eroi che, superavano gli avversari e compivano imprese come gli eroi dei poemi omerici.
In questi quasi 40 anni di cronaca sportiva Gianni Brera ha accompagnato milioni di tifosi delle formazioni milanesi attraverso grandi vittorie, traguardi ma anche attraverso sconfitte e delusioni.
Brera ha accompagnato più di una generazione di lettori sportivi, facendo da modello per molti che si sono avvicinati a questo settore. Negli anni in cui il cartaceo era la principale forma di informazione per gli italiani, per la maggior parte analfabeti, egli grazie alla sua penna e all’utilizzo si semplici parole riusciva a creare immagini forti, molte vicine alla realtà  con un leggero contorno poetico, epico e oggi anche  un po’ nostalgico.  Avvicinò milioni di italiani alla lettura di un prodotto giornalistico degno di questo nome elevando anche lo sport a una funzione pedagogica e istruttiva, cosa forse oggi dimenticata o passata in secondo piano.
Gianni Brera in molti dei suoi articoli, anche grazie ai riferimenti alla cultura classica, riesce a portare i lettori sportivi italiani a conoscere quelle figure iconiche dell’epica, che non avrebbero avuto altro modo di conoscere.
Francesco Vallerga

Gianni Brera
DERBY!,
BookTime, Milano, 2015.
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01 novembre 2017

In libreria

Riccardo Gualdo
L'italiano dei giornali
 Carocci, Roma, 2017, 144 pp.

Descrizione
I quotidiani sono ancora un modello di lingua scritta per gli italiani di oggi? Come è cambiata la scrittura dei giornali negli ultimi vent'anni? Come sono scritti e come vanno letti gli articoli di un giornale? Il volume risponde a queste domande ripercorrendo la storia linguistica dei giornali italiani dall'Ottocento a oggi, e offre ai lettori non specialisti un’agile guida alle tecniche della scrittura giornalistica, con esempi di analisi di testi. La nuova edizione aggiorna ampiamente i capitoli dedicati ai giornali in rete e presenta inoltre una riflessione sull'etica dell’italiano giornalistico al tempo della cosiddetta post-verità.
 Indice del libro
Introduzione. Lingua dei quotidiani e lingua quotidiana
 1. Breve storia della scrittura giornalistica
 Dalle origini al secondo dopoguerra/ Dal miracolo economico agli anni Ottanta/ Verso il 2000: giornali gratuiti e d’opinione, tv e Internet/Computer, tablet, telefono: la notizia su più piattaforme
 2. Com’è fatto il giornale
 Formato e impaginazione/Titoli/ Forme e tipi testuali/ Testo e immagine
 3. Notizie e realtà: l’etica del giornale
 Costruire la notizia/ Consumo e ciclo di vita delle notizie/ Le fonti e il loro uso/ Narrazione e punto di vista/ “Parlare civile”: l’uso non discriminatorio delle parole
 4. La scrittura giornalistica
 Dall’agenzia di stampa all’articolo/ La cronaca/Approfondimenti, riflessioni, polemiche/ L’intervista
 5. I giornali in rete
 Il giornalismo digitale/ Due canali diversi ma non troppo/ Nuovi paradigmi di scrittura e ipertestualità/ Sintassi e testualità della scrittura in rete/ Regole per la scrittura digitale?
 Bibliografia
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19 maggio 2016

In libreria


Luciano Santilli 
Grammatica del giornalismo. Come si scrive per i media
goWare, Firenze, 2016,  304 pp. Ebook
Descrizione
Abbreviazioni, accenti, ausiliari, capoversi, controlli, concordanze, conferenze stampa, corsivi, costruzione delle frasi, dichiarazioni, didascalie, diffamazione, discorso diretto, frasi fatte, gergo, gossip, grafici, impaginazione, inizio e conclusione dell'articolo, indirizzi, internet, interviste, leggi sulla stampa, maiuscole, misure, musica, ndr, nomi e cognomi, nomi geografici, numeri, occhielli, ortografia, parolacce, plurali difficili, privacy, pubblicità, querela, rettifica, ripetizioni, scaletta dell'articolo, secondo capoverso, segreto professionale, sesso, sondaggi, stereotipi, sintassi, telefoni, url, verbali... e altre 1.000 voci per comunicare con chiarezza, concisione, eleganza su qualsiasi media, tradizionale e nuovo. Un libro di consultazione per chiunque voglia comunicare in modo professionale.
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05 dicembre 2014

Le parole sono pietre

"Noi che scriviamo, qualunque sia la nostra idea del mondo e delle cose politiche, siamo tenuti ad avere un’alta concezione della parola, del suo valore, della sua potenza."
Michele Serra




"Repubblica", 8.11.2014.

01 marzo 2014

La forza delle parole

«Quando io uso una parola - disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante - essa significa esattamente quello che decido io ... né più né meno.» «Bisogna vedere - rispose Alice - se lei può dare tanti significati diversi alle parole.» «Bisogna vedere - replicò Humpty Dumpty, - chi è che comanda... ecco tutto». 
Lewis Carrol1, Alice Attraverso lo specchio

 
«Steinlauf mi vede e mi saluta, e senza ambagi mi domanda severamente perché non mi lavo. Perché dovrei lavarmi? starei forse meglio di quanto sto? [...] Più ci penso, e più mi pare che lavarsi la faccia nelle nostre condizioni sia una faccenda insulsa, addirittura frivola: un’abitudine meccanica, o peggio, una lugubre ripetizione di un rito estinto. Morremo tutti o stiamo per morire: se mi avanzano dieci minuti fra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta; [...] appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso ».
Primo Levi, Se questo è un uomo

 

«Hope -- hope is what led me here today. With a father from Kenya, a mother from Kansas and a story that could only happen in the United States of America. Hope is the bedrock of this nation. The belief that our destiny will not be written for us, but by us, by all those men and women who are not content to settle for the world as it is, who have the courage to remake the world as it should be». - Barack Obama




Ho scelto di fare una tesina sul libro La manomissione delle parole di  Gianrico Carofiglio perché l’ho trovato  pulito, liscio, semplice, diretto e conclusivo. Un libro che ho letto in un periodo della mia vita in cui, credo, ho saputo recepirne pienamente la lezione. Un libro che mi è stato regalato dopo essere stata eletta consigliere comunale nel Comune della mia città: Massa Carrara. Un saggio che è arrivato tra le mie mani dopo "Indignez Vous!" del quasi centenario Stéphane Hessel, e dopo Ribelliamoci, l’alternativa va costruita della meravigliosa Luciana Castellina.
Il libro di Carofiglio si divide in due parti, la prima, che è anche quella che dà il titolo al volume, è lo sviluppo di una conversazione che l’autore ha avuto al Salone del Libro di Torino nel 2009. La seconda (Le parole del Diritto) rappresenta la rielaborazione di un dialogo tra Carofiglio ed un suo amico.
L'autore definisce il libro un saggio, ma lo chiama anche "antologia anarchica", dove si cerca il senso anche e soprattutto grazie alle parole di altri personaggi: Hannah Arendt, don Milani, Bob Dylan, Aristotele, Bob Marley, Primo Levi, Goethe, Gramsci… I capitoli sono uniti tra loro da un itinerario concettuale, ma il testo si può leggere anche senza seguire l’ordine delle pagine. Inoltre, nel finale, ci sono delle utilissime note curate da Margherita Losacco (docente di filosofia all’Università di Padova).
Quindi  è un saggio sul linguaggio e sulle parole e sull’uso che oggi si fa di entrambi.
Le parole ovviamente servono per comunicare, per raccontare e raccontarsi, ma possono servire anche per cambiare il senso delle cose, il senso della realtà.
Quando non si da più importanza alle parole che vengono utilizzate, quando il linguaggio diventa povero nel lessico e nel contenuto, c’è sempre una perdita di senso.
A questo punto è vitale restituire alle parole la loro forza originaria, donargli dignità e prestare attenzione a come si parla e a quel che si dice. Questo non significa soltanto usare correttamente il congiuntivo, significa più profondamente, rendere nuovamente le parole aderenti alle cose : dare al significante il suo migliore significato.
Rosa Luxemburg ci insegna che chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario, e personalmente credo che in questo preciso periodo storico, sociale e culturale, ci sia bisogno di rivoluzione, anche nel senso stretto del termine (rivoluzióne s. f. [dal lat. tardo revolutio-onis «rivolgimento, ritorno», der. di revolvĕre: v. rivolgere].
Gianrico Carofiglio ha scelto di soffermarsi su cinque parole: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza e scelta.
Interessante è anche una sesta parole, quella presente nel titolo: manomissione. Manomissione è una parola che ha due significati. Il primo è quello di alterazione, violazione, danneggiamento. Il secondo, che ignoravo fino alla lettura del libro, deriva dall’antico romano: liberazione, riscatto, emancipazione (con il termine manomissione ci si riferiva alla cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato!).
Riflettere sulla parola vergogna, oggi è necessario. Viviamo in un paese dove è diventato quasi vergognoso vergognarsi. Niente di più sbagliato. Provare vergogna rappresenta è un segnale da ascoltare per non intaccare la nostra etica personale. Al lato opposto della vergogna troviamo l’onore e la dignità, parola quest’ultima che io credo debba essere inserita nell’alfabeto di ogni essere umano. Il sentimento della vergogna può aiutarci a migliorare.
Giustizia è una parola che sinceramente andrebbe rimodellata dal principio. Se ci pensiamo bene, chi non prova vergogna spesso non è nemmeno ben rivolto alla giustizia. La giustizia però va di pari passo con il nomos, con la legge, che è il fondamento stesso della democrazia. In molti si dimenticano purtroppo il principio di eguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge enunciato dall’art.3 della nostra Costituzione. Una giustizia come uguaglianza, come equa ripartizione dei beni, come abolizione di ogni forma di sfruttamento. Zeus, dona agli uomini Dike, la giustizia terrena: principi ordinatori di città e legami produttivi di amicizia senza i quali non esisterebbe la politica.
Ribellione invece è una parola che evoca la violenza fisica, il capovolgimento delle cose. Ma il contrario della parola ribellione qual è? Troviamo repressione, obbedienza, rassegnazione e secondo Carofiglio anche tirannia. Ribellione in opposizione all’obbedienza quindi. Ribellione come responsabilità, autonomia , come rimedio contro la bruttezza, l’umiliazione e la perdita di dignità. Ribellarsi è un diritto, dobbiamo farlo sempre e in qualsiasi settore.
Bellezza ha dentro di se un mondo. Secondo Camus, persino le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza. Una bellezza pura, una bellezza delle cose; non un ornamento, ma una forma di salvezza e insieme una categoria morale. "Il bene assoluto, nelle sue forme più antiche era composto inseparabilmente da giustizia e bellezza" ci dice Luigi Zoja. Bellezza estetica e bellezza etica, contro lo squallore.
Infine la parola scelta. Una parola che a me fa una paura terribile. Curioso notare che la parola scelta ha molti sinonimi ma nessun contrario. Un termine molto simile per etimologia alla parola dire (raccontare). Scelta significa anche fare un progetto, promettere, andare verso il futuro, e per capire ancora con più forza l’ importanza del significato di questa parola, possiamo semplicemente pensare a chi nella vita non ha possibilità di scegliere o ancora soffermarci sulla scelta dei senza scelta. Scelta può inoltre essere termine che lega gli altri analizzati in precedenza: scelta può essere ribellione non violenta, scelta può essere la ricerca della giustizia, scelta può essere la pratica etica della bellezza e ancora la salvezza dalla vergogna. La scelta è fondamentalmente l’unica grande ricchezza che ci rimane quando abbiamo perduto tutto, quindi ogni giorno dovremmo ringraziare per poter, nelle piccole e grandi questioni del mondo, aver a che fare con questo termine.
Questo libro, anche adesso che ne sto scrivendo un semplice riassunto personale, mi da forti emozioni. Ho 31 anni, mi definisco "una diversamente occupata"; sono stata sommersa, come gran parte dei miei coetanei, da quest’ondata di crisi e di precarietà. Una precarietà che ci dona il superfluo ma che ci fa guardare al futuro un mese alla volta, un contratto determinato alla volta. Una situazione che banalmente, mi fa provare vergogna, mi fa venire sete di giustizia, mi fa avere ancora la forza di scendere in piazza a ribellarmi, senza però perdere la bellezza della quotidianità e la consapevolezza che il mio scegliere giorno per giorno la persona che voglio essere non me lo può togliere nessuno.
Per non uscire troppo dal contesto, termino ricordando l’espressione del filosofo francese Brice Parain: torniamo a rendere le parole delle "pistole cariche".
Elena Mosti



Gianrico Carofiglio
La manomissione delle parole
Milano, Rizzoli, 2010
Carofiglio, è nato Bari il 30 maggio 1961 ed è magistrato, scrittore e politico.

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29 gennaio 2014

In libreria

Enrico Testa
L'italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale
Torino, Einaudi, 2014, pp. 328.
(disponibile anche in formato e-book)
Descrizione
L'interpretazione della storia dell'italiano si è a lungo fondata sulla cesura tra lingua letteraria e dialetti: da un lato raffinati cesellatori della pagina, dall'altro una schiera di rozzi interpreti degli idiomi locali. Utilizzando studi recenti e commentando numerosi documenti, anche inediti o rari, questo libro di Enrico Testa propone una visione radicalmente diversa e prospetta l'esistenza, nel corso dei secoli, di una terza componente: un italiano di comunicazione dalla vita nascosta, privo di ambizioni estetiche ma utile a farsi capire. Uno strumento linguistico spesso trasandato che, basato su una forte stabilità di strutture e su un'identità di lunga durata, ha permesso, sotto la spinta di bisogni primari, il concreto definirsi di rapporti tra scriventi (e parlanti) di luoghi e statuti sociali diversi.
Indice. Premessa. - Introduzione. - I. Le scritture dei semicolti. II. Libri per leggere e libri per imparare. III. Nel retroscena dei letterati. IV. Un volgare per la fede. V. L'italiano d'oltremare. Conclusione. - Bibliografia. - Indice dei nomi.

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