Di fronte a quel che accade ogni giorno attorno a noi, è urgente che ogni Persona prenda la parola ogni volta che ascolta parole razziste, in ogni luogo, pubblico e privato. Ogni Persona deve assumersi la responsabilità di dire con voce forte e chiara NO. Non è più il tempo del poi, è il tempo del subito, in questo istante devo saper replicare con determinazione ad ogni manifestazione di razzismo, ad ogni esibizione muscolare o verbale del disprezzo per la Persona. Non è più il tempo del "Perché proprio io? / sono solo parole di quattro scemi / ma che dovrei dire?". La nostra parola è urgente, ogni NO è urgente. Per non dover dire un giorno a noi stessi e ai nostri figli "io non avevo capito / credevo che fossero solo degli ignoranti / credevo che scherzassero / credevo che ..". Noi ne abbiamo tutta la responsabilità fin da ora e ogni silenzio è incoraggiamento all'avanzata del razzismo.
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25 febbraio 2017
E' giunto il tempo della responsabilità
Di fronte a quel che accade ogni giorno attorno a noi, è urgente che ogni Persona prenda la parola ogni volta che ascolta parole razziste, in ogni luogo, pubblico e privato. Ogni Persona deve assumersi la responsabilità di dire con voce forte e chiara NO. Non è più il tempo del poi, è il tempo del subito, in questo istante devo saper replicare con determinazione ad ogni manifestazione di razzismo, ad ogni esibizione muscolare o verbale del disprezzo per la Persona. Non è più il tempo del "Perché proprio io? / sono solo parole di quattro scemi / ma che dovrei dire?". La nostra parola è urgente, ogni NO è urgente. Per non dover dire un giorno a noi stessi e ai nostri figli "io non avevo capito / credevo che fossero solo degli ignoranti / credevo che scherzassero / credevo che ..". Noi ne abbiamo tutta la responsabilità fin da ora e ogni silenzio è incoraggiamento all'avanzata del razzismo.
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24 maggio 2016
In libreria
Interventi di contrasto alla discriminazione e alla violenza sulle donne nella vita pubblica e privata. Un'analisi multidisciplinare
a cura di Arianna Pitino
Giappichelli, Torino, 2015, pp. XII+244.
Descrizione
I contributi raccolti in questo volume offrono una riflessione di taglio multidisciplinare – giuspubblicistico, storico e politico-sociale – sul tema delle discriminazioni e della violenza sulle donne nella vita pubblica e privata (lavoro, rappresentanza politica, relazioni familiari e affettive), con una particolare attenzione alle problematiche più rilevanti emerse di recente non solo nell’ordinamento italiano, ma anche in quello internazionale (CEDU) e dell’Unione europea. La ricerca è stata svolta grazie al finanziamento, da parte del Dipartimento di Scienze politiche (DI.S.PO.) dell’Università degli Studi di Genova, dell’omonimo Progetto di ricerca di Ateneo 2013-2015.
Indice
Il diritto e il genere della violenza (dal codice Rocco alla Convenzione di Istanbul (B. Pezzini). – I. L’ordinamento italiano. – I percorsi della parità di genere in Italia: voto, lavoro e protezione dalla violenza tra Costituzione, leggi ordinarie, giurisprudenza costituzionale e Unione europea (A. Pitino). – Una norma da leggere al femminile. L’art. 612 bis c.p. (Stalking) nell’evoluzione della giurisprudenza di legittimità (L. Carli). – Uguaglianza coniugale e unità familiare: (alcune) declinazioni di una “disparità giuridica”(P. Palermo). – Il principio di non discriminazione riguardo al cognome del coniuge e dei figli (P. Vipiana). – Il lavoro femminile tra regole di parità, discriminazione e mobbing (V. Cavanna). – Due di diritto. Differenza sessuale e cittadinanza (C. Giorgi, G. Bonacchi). – II. L’ordinamento internazionale e dell’Unione europea. – La donna nel diritto internazionale e dell’Unione europea: verso il superamento o la riaffermazione dei “tradizionali ruoli femminili”? (C. Danisi). – Il contributo dell’Unione europea alla tutela del “ruolo riproduttivo” della donna in ambito lavorativo (M. Parodi). – III. Donne, potere e rappresentanza politica. – Il progetto politico nella Lisistrata e nell’Ecclesiazuse di Aristofane: tra forma femminile e sostanza maschile (A. Catanzaro). – Parità di genere e legislazione elettorale (M. Cosulich). – La rappresentanza femminile nelle istituzioni politiche elettive (A. Massa). – La leadership femminile: una comparazione (M. Morini). – Postfazione (V. Maione). – Notizie sugli Autori.
17 febbraio 2016
I valori dell'Europa comunitaria
"Considerato l’andamento delle guerre in Siria, Somalia, Eritrea, Yemen e Sudan, ci si aspetta che gli ingressi e le richieste d’asilo non diminuiranno nel prossimo futuro, anche e soprattutto perché le migrazioni verso i Paesi europei sono espressione di una domanda dei valori che l’Ue oggi rappresenta. I valori della pace, della democrazia, dei diritti dell’uomo, dello Stato di diritto, della libertà e della mobilità. Il complesso di questi valori è conosciuto come acquis communautaire e costituisce l’insieme sedimentato di regole, disposizioni, politiche, trattati, accordi e decisioni che l’Ue ha adottato fin dalla sua origine. L’acquis communautaire, oltre a costituire la frontiera materiale e immateriale per gli Stati che desiderano integrarsi nell’Unione europea, è divenuta la motivazione principale per la quale i migranti decidono di attraversare le frontiere europee per inserirsi nella società europea."
Il Mulino.it, 17.2.2016
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15 gennaio 2016
Blasfemia del pensiero libero
Credo nel diritto di credere
In Dio, in Allah, in Budda
E in tutti gli Dei dell’universo;
Credo nel diritto di non credere.
L’uomo nasce schiavo di cultura, fede, società.
La libertà è una conquista,
L’affrancatura dalla convenzione,
La scelta consapevole del proprio essere.
La scelta che non sempre si ha il coraggio di fare,
Lo schieramento che cambia la vita,
Plasma la persona,
La salva o la condanna alla mediocrità.
Noi che viviamo la nostra piccola vita,
Nel nostro piccolo mondo,
Dimentichi del costo della libertà
E del peso delle parole.
Noi lontani da questo giovane poeta
Eppure a lui così simili.
Assuefatti al diritto alla libertà,
Indifferenti alla sofferenza,
Distratti da un'illusoria distanza.
Si vuole spegnere una vita!
Ashraf Fayadh, un nome,
Una storia, un figlio, un amico.
Falciare con la brutalità,
Interrompere la precarietà dell’essere.
La superbia del potente che si fa Dio,
Le presunzione dell’uomo che decide della vita dell’uomo.
La condanna dell'inaccettabile colpa del libero pensatore.
Credo nell’essere umano e nella luce della ragione
Ché illumini i bui recessi dell’arroganza umana.
Prego perché
Dio , Allah, Budda,
L’universo tutto e gli uomini
Salvino insieme Ashraf Fayadh,
Un uomo come noi.
Forse peggiore di me,
Forse migliore di me,
Comunque uomo, un diritto alla vita, incatenato dalla sua stessa libertà.
Cristina Pongiluppi
'Salviamo il poeta e artista palestinese Ashraf Fayadh'.
In Dio, in Allah, in Budda
E in tutti gli Dei dell’universo;
Credo nel diritto di non credere.
L’uomo nasce schiavo di cultura, fede, società.
La libertà è una conquista,
L’affrancatura dalla convenzione,
La scelta consapevole del proprio essere.
La scelta che non sempre si ha il coraggio di fare,
Lo schieramento che cambia la vita,
Plasma la persona,
La salva o la condanna alla mediocrità.
Noi che viviamo la nostra piccola vita,
Nel nostro piccolo mondo,
Dimentichi del costo della libertà
E del peso delle parole.
Noi lontani da questo giovane poeta
Eppure a lui così simili.
Assuefatti al diritto alla libertà,
Indifferenti alla sofferenza,
Distratti da un'illusoria distanza.
Si vuole spegnere una vita!
Ashraf Fayadh, un nome,
Una storia, un figlio, un amico.
Falciare con la brutalità,
Interrompere la precarietà dell’essere.
La superbia del potente che si fa Dio,
Le presunzione dell’uomo che decide della vita dell’uomo.
La condanna dell'inaccettabile colpa del libero pensatore.
Credo nell’essere umano e nella luce della ragione
Ché illumini i bui recessi dell’arroganza umana.
Prego perché
Dio , Allah, Budda,
L’universo tutto e gli uomini
Salvino insieme Ashraf Fayadh,
Un uomo come noi.
Forse peggiore di me,
Forse migliore di me,
Comunque uomo, un diritto alla vita, incatenato dalla sua stessa libertà.
Cristina Pongiluppi
'Salviamo il poeta e artista palestinese Ashraf Fayadh'.
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15 maggio 2015
Benvenuto deportato
Caro naufrago,
tu sei il nostro mistero: lo sarai sempre.
Che tu sia profugo o clandestino poco importa, sarai sempre
l’ombra silenziosa delle ore nascoste, deluse, stanche, passate in un centro di
“accoglienza” in attesa dell’identificazione e del conseguente smistamento. Se
sei fortunato ti chiameranno profugo, altrimenti l’etichetta da clandestino non
te la leverai più di dosso. Come la polvere che hai respirato nel deserto prima
di raggiungere una certa spiaggia. O come la salsedine che ti ha seccato la
gola durante la burrascosa traversata su un barcone. Tu sarai un implacabile
punto interrogativo.
Non sappiamo come accoglierti, ma nemmeno come respingerti.
Non sappiamo chi sei, ma di te abbiamo paura. Non sappiamo come integrarti, ma
intanto ti mandiamo via.
Tu che, forse, saresti un semplice uomo pago di vivere,
capace di soffrire per la conquista della tua dignità, destinato a graffiare
appena il palcoscenico del mondo. Tu che ti accontenti di essere riconosciuto
come essere umano, in fuga dalla fame e dalla guerra. Ancora non sai dei talk
show in tuo onore. Non conosci la forza mediatica che la tua tragedia è capace
di generare. Neppure immagini il peso politico che riscontri nei sondaggi e in
campagna elettorale.
Tu che sei disperato, sarai per sempre un deportato.
Noi che siamo civili ed evoluti ti abbiamo ucciso prima che
i tuoi occhi vedessero i fondali delle nostre coste. Senza neppure voler
conoscere il dono che ci avresti portato, il messaggio che ci avresti
trasmesso, il futuro che avresti determinato. È una responsabilità sociale
immensa che non si scarica semplicemente con una finta “operazione umanitaria”.
Tu sei scappato dal tuo paese, sei rimbalzato sulle nostre
coste, hai vagato un po’ ovunque, rimpallato e sballottato durante un gioco di
parole. Un gioco che è meno di un dono, meno di un progetto. È qualcosa di
leggero, di superficiale, neppure divertente. Soprattutto un gioco che esula da
qualsiasi responsabilità. Quindi non conta. Perché tu non conti.
Ma si può salvare una vita e lanciarla nella dimensione
della deportazione solo per gioco?
I naufraghi che ci vantiamo di salvare in mare sono molto
spesso vittime dei nostri giochi di parole. O di potere. O di razzismo. Perché
l’accoglienza, quella vera, è anche responsabile e generosa. E il profugo
diventa dono, risorsa culturale, prolungamento sociale oltre i confini di una
nazione. Non un peso, un inciampo, un pericolo, un’emergenza comunitaria o,
peggio, una disgrazia umanitaria.
Lo sai? Tu che sei un fastidio devi sparire. Dalle nostre
città, dalle nostre coscienze. Non ci vuole molto. Basta un tragico incidente,
un rimpatrio veloce, una scrollata di spalle, un rimorso soffocato. Ognuno si
sceglie la propria vita. E la nostra è stata scelta al prezzo della tua morte o
della tua deportazione perenne.
Certo. Il problema esiste, è intricato, di non facile
soluzione.
Ma la morte o la continua deportazione può forse diventare
una soluzione positiva, dignitosa, umana? Cerchiamo altre soluzioni perché
altre ne esistono. La nostra follia è di non sapere come compensare i nostri
saperi con quelli degli altri popoli. Siamo degli insensati.
Così uccidiamo il futuro dell’umanità, dell’Europa,
dell’Italia. Dov’è stata gettata quella civiltà in divenire? In un bombardamento
di un presunto barcone? Nell’arresto di una manciata di disperati sul treno che
porta all’estero? Nei giochi retorici del marketing televisivo? Nelle false
polemiche politiche? In una discarica per rifiuti tossici? La civiltà, gettata.
Come un rifiuto pericoloso.
E tu, caro profugo, che sei un condensato di energie,
un’esplosione di vita, un miracolo della speranza, una promessa di futuro, solo
per il fatto di avere avuto il coraggio e la determinazione di soffrire -non
sapremo mai quanto- per arrivare fino a noi, ti accogliamo in un campo, in
attesa di organizzare la tua umiliazione di esiliato, perseguitato, rifugiato,
clandestino. Tu che sei brivido di vita che passa per le mani di chi la vita la
comanda, devi sapere come si salvano i poteri. La politica dei Grandi è spesso
diametralmente opposta e sideralmente lontana dalla tua.
Hai coraggio da vendere? Opponiti al nostro presente.
Diventa un difensore del diritto alla vita.
Benvenuto, caro deportato.
Anna Scavuzzo
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27 ottobre 2014
Non strappare quell’erba
Tu terrorista, che sei tra noi.
Tu che siedi comodamente dietro le scrivanie del potere pianificando la prossima “azione”. I tuoi figli vanno al college e alla sera brindi coi capi di stato.
Tu che mescoli l’arroganza e la prepotenza con l’inganno e l’odio per la guerra.
Tu che ti presenti tutto patinato nei talk-show, ma non hai il coraggio di dire la verità. Tu che non credi, ma commissioni genocidi in nome di un falso dio, sfruttando la povertà e l’ignoranza dei popoli. Ti servi di eserciti di esaltati e disperati e sei a tua volta servo della stessa depravazione. Tu che dall’alto del tuo grattacielo vedi bene l’inutilità dell’odio per la vita che rappresenti, ma lo stesso inventi guerre e nemici da abbattere per giustificare sfruttamento e invasioni.
Tu, terrorista, guardaci negli occhi. E facci vedere i tuoi.
Abbi il coraggio di mostrare la tua vera bandiera, la faccia della tua vigliaccheria.
Noi non abbiamo paura.
Noi siamo uomini e donne che ogni giorno conoscono la fatica di un lavoro onesto, della tolleranza verso chi crede a un dio con un nome diverso, del rispetto verso le altre culture, della dignità nella sofferenza e nella morte.
Noi siamo quei giovani che non si arrendono alla tua violenza.
Noi seminiamo erba di speranza e amore per la vita.
Cerchiamo giustizia per gli occhi di Reyhaneh Jabbari, iraniana di 26 anni impiccata perché si è difesa dal tentativo di stupro di un impiegato dei servizi segreti iraniani. Vogliamo una seconda vita in risarcimento di quella crudelmente stroncata per tutti quegli uomini decapitati dall’Isis e per tutte quelle donne violentate nelle guerre del pianeta. Chiediamo giustizia per le città di bambini rapiti, venduti o uccisi dal fanatismo islamico o dai narcotrafficanti.
Ascolta, terrorista, le urla degli uomini torturati e delle donne stuprate e dei bambini venduti. Non senti la valanga di vergogna che incombe sulla tua coscienza?
Tu non conosci la grande dignità di questa gente che hai fatto morire. Morti da eroi. Morti per noi. Le loro urla strazianti fanno eco in tutto il mondo. Saranno il nostro inno per riconquistare l’amore per la vita e la pace.
Tu, terrorista, che non hai sangue nelle vene, ma solo veleno. Davvero pensi di annientare la volontà di popoli e nazioni diffondendo il terrore?
Te lo ripeto. Noi non abbiamo paura. Perché tu non sei niente. Sei solo un fantasma cieco, assetato di soldi e dominio, imbrattato di vergogne. Una bandiera senza colore, un potere inventato. Noi giovani sappiamo come distruggere la violenta arroganza dei tuoi discorsi e il puzzo fetido dei tuoi orrori.
Noi siamo fili d’erba e cresceremo ovunque. Anche tra le bombe di Kobane, anche tra gli spari di Ottawa. Un filo d’erba lo puoi trovare sulla tomba di Maria de Rosario, morta in Messico per aver denunciato con un tweet i narcos. Ciuffi d’erba spuntano tra il fango dei vicoli di Genova alluvionata, tra le braccia solidali di tanti ragazzi o in America nel campus dove Emma Sulkowiez porta con sé il peso di quel materasso dove ha subito violenza. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Perché loro, tutti, sono morti per noi. Per non cedere di fronte ai fili spinati dell’egoismo, ai labirinti delle assurde ambizioni, alle sconfinate ipocrisie date in pasto ai media. Noi sappiamo quanto può essere ipocrita anche la lacrima o il fiore che gettiamo sulla terra dove affogano i cadaveri in fosse comuni. Siamo specialisti nel seppellire in fretta ciò che ci disturba e brucia, ostentando corone di dolore.
Sanno d’erba le preghiere di Papa Francesco e l’abnegazione di medici e infermieri che curano i malati di Ebola. Qua e là si aprono crepe nella roccia dura dell’indifferenza. E in quelle crepe nascono spontanei fili d’erba oscillanti nel vento di una nuova resistenza.
Quella di noi giovani che useremo parole invece dei coltelli, lanceremo cortei al posto delle bombe, parleremo di dialogo anziché di guerra. E tu, terrorista, che vivi camuffato nella nostra quotidianità, sappi che non potrai mai strappare quell’erba. Spunterà in ogni luogo liberando la paura del mondo dall’orrore, recuperando l’innocenza dei pensieri, cavalcando l’intelligenza dei sentimenti. Noi prendiamo dolcemente sulle spalle il peso di tutti questi morti e li portiamo alti nella nostra notte e nelle nostre tempeste. Saranno loro a bucare d’azzurro il nostro cielo. E tu, terrorista, sei già morto. Vedrai, anche il tuo falso dio capirà.
Tu che siedi comodamente dietro le scrivanie del potere pianificando la prossima “azione”. I tuoi figli vanno al college e alla sera brindi coi capi di stato.
Tu che mescoli l’arroganza e la prepotenza con l’inganno e l’odio per la guerra.
Tu che ti presenti tutto patinato nei talk-show, ma non hai il coraggio di dire la verità. Tu che non credi, ma commissioni genocidi in nome di un falso dio, sfruttando la povertà e l’ignoranza dei popoli. Ti servi di eserciti di esaltati e disperati e sei a tua volta servo della stessa depravazione. Tu che dall’alto del tuo grattacielo vedi bene l’inutilità dell’odio per la vita che rappresenti, ma lo stesso inventi guerre e nemici da abbattere per giustificare sfruttamento e invasioni.
Tu, terrorista, guardaci negli occhi. E facci vedere i tuoi.
Abbi il coraggio di mostrare la tua vera bandiera, la faccia della tua vigliaccheria.
Noi non abbiamo paura.
Noi siamo uomini e donne che ogni giorno conoscono la fatica di un lavoro onesto, della tolleranza verso chi crede a un dio con un nome diverso, del rispetto verso le altre culture, della dignità nella sofferenza e nella morte.
Noi siamo quei giovani che non si arrendono alla tua violenza.
Noi seminiamo erba di speranza e amore per la vita.
Cerchiamo giustizia per gli occhi di Reyhaneh Jabbari, iraniana di 26 anni impiccata perché si è difesa dal tentativo di stupro di un impiegato dei servizi segreti iraniani. Vogliamo una seconda vita in risarcimento di quella crudelmente stroncata per tutti quegli uomini decapitati dall’Isis e per tutte quelle donne violentate nelle guerre del pianeta. Chiediamo giustizia per le città di bambini rapiti, venduti o uccisi dal fanatismo islamico o dai narcotrafficanti.
Ascolta, terrorista, le urla degli uomini torturati e delle donne stuprate e dei bambini venduti. Non senti la valanga di vergogna che incombe sulla tua coscienza?
Tu non conosci la grande dignità di questa gente che hai fatto morire. Morti da eroi. Morti per noi. Le loro urla strazianti fanno eco in tutto il mondo. Saranno il nostro inno per riconquistare l’amore per la vita e la pace.
Tu, terrorista, che non hai sangue nelle vene, ma solo veleno. Davvero pensi di annientare la volontà di popoli e nazioni diffondendo il terrore?
Te lo ripeto. Noi non abbiamo paura. Perché tu non sei niente. Sei solo un fantasma cieco, assetato di soldi e dominio, imbrattato di vergogne. Una bandiera senza colore, un potere inventato. Noi giovani sappiamo come distruggere la violenta arroganza dei tuoi discorsi e il puzzo fetido dei tuoi orrori.
Noi siamo fili d’erba e cresceremo ovunque. Anche tra le bombe di Kobane, anche tra gli spari di Ottawa. Un filo d’erba lo puoi trovare sulla tomba di Maria de Rosario, morta in Messico per aver denunciato con un tweet i narcos. Ciuffi d’erba spuntano tra il fango dei vicoli di Genova alluvionata, tra le braccia solidali di tanti ragazzi o in America nel campus dove Emma Sulkowiez porta con sé il peso di quel materasso dove ha subito violenza. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Perché loro, tutti, sono morti per noi. Per non cedere di fronte ai fili spinati dell’egoismo, ai labirinti delle assurde ambizioni, alle sconfinate ipocrisie date in pasto ai media. Noi sappiamo quanto può essere ipocrita anche la lacrima o il fiore che gettiamo sulla terra dove affogano i cadaveri in fosse comuni. Siamo specialisti nel seppellire in fretta ciò che ci disturba e brucia, ostentando corone di dolore.
Sanno d’erba le preghiere di Papa Francesco e l’abnegazione di medici e infermieri che curano i malati di Ebola. Qua e là si aprono crepe nella roccia dura dell’indifferenza. E in quelle crepe nascono spontanei fili d’erba oscillanti nel vento di una nuova resistenza.
Quella di noi giovani che useremo parole invece dei coltelli, lanceremo cortei al posto delle bombe, parleremo di dialogo anziché di guerra. E tu, terrorista, che vivi camuffato nella nostra quotidianità, sappi che non potrai mai strappare quell’erba. Spunterà in ogni luogo liberando la paura del mondo dall’orrore, recuperando l’innocenza dei pensieri, cavalcando l’intelligenza dei sentimenti. Noi prendiamo dolcemente sulle spalle il peso di tutti questi morti e li portiamo alti nella nostra notte e nelle nostre tempeste. Saranno loro a bucare d’azzurro il nostro cielo. E tu, terrorista, sei già morto. Vedrai, anche il tuo falso dio capirà.
Anna Scavuzzo
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06 dicembre 2013
Nelson Mandela
29 maggio 2013
Rodotà a Palazzo Ducale
Si è conclusa con un lungo applauso e una serie di interessanti questioni la tanto attesa conferenza del nostro “mancato” presidente Stefano Rodotà, ospite ieri 28 Maggio al Palazzo Ducale di Genova.
Inserito in un più ampio programma che dal 21 Maggio al 18 Giugno ospiterà interventi di diversi Professori sul tema “Cittadinanza sostantivo plurale”, quello di ieri è stato un incontro nel quale il tema della cittadinanza è stato affrontato sotto molteplici aspetti, sottolineandone i confini sempre più labili e dinamici, e i nuovi diritti e i nuovi beni che tale termine implica.
Uno dei temi sui quali vorrei soffermarmi è la forte importanza che Rodotà ha dato al binomio “cittadinanza e politica” e alle interazioni tra esse grazie alla rete. “Le rete non può più essere considerata un mondo estraneo al nostro essere cittadini”, sostiene Rodotà, le piattaforme digitali hanno profondamente modificato il modo di interazione tra i cittadini, e di conseguenza hanno modificato le opportunità di fare politica. Mentre fino a qualche anno fa solo i sindacati, i grandi partiti o le manifestazioni religiose erano in grado di spostare grandi masse, oggi abbiamo imponenti esempi di come soltanto l’essere presente in rete, possa mobilitare cittadini di tutta Italia (e non solo) affinché si partecipi ad eventi più svariati.
Il concetto di cittadinanza partecipativa attraverso la rete, si fonde con quello di democrazia partecipata, generando una vera democrazia di rete.
La democrazia partecipata non deve tuttavia opporsi a quella rappresentativa, ma entrambe devono essere viste come due facce della stessa medaglia, il cui rapporto deve essere di interazione e vitalizzazione reciproca affinché l’uno diventi espressione dell’altro.
Rodotà conclude l’ argomento sottolineando che non si possono chiudere gli occhi sul modo in cui la realtà sta cambiando, “non si può non considerare quanto cittadinanza, diritto, partecipazione politica, rete, stringano tra loro relazioni intense”.
Solo da una buona, funzionale e serena cittadinanza politica, può determinare una serena e produttiva cittadinanza privata e personale.
Ilaria Vitiello
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21 marzo 2013
Libri ri/trovati
Enrico Calamai
Niente asilo politico. Diplomazia, diritti umani e desaparecidos
Milano, Feltrinelli, 2006, 212 pp.
Descrizione
Nel 1972 il giovane diplomatico Enrico Calamai viene inviato dal Ministero degli affari esteri in Argentina con la carica di viceconsole. A Buenos Aires sembra di stare in Occidente, in Italia o in Spagna, e in effetti metà della popolazione è di origine spagnola e l'altra metà italiana. Sono tanti gli argentini con doppio passaporto, figli di emigrati che hanno la cittadinanza italiana. La comunità italoargentina è forte, variegata e ben integrata. Ci sono una miriade di associazioni italiane e non mancano quelle legate alla destra fascista, alla Dc, alla Cgil e al Pci. La situazione economica non è rosea, il clima politico è teso e sono molti i giovani impegnati. I militari aspettano e Isabelita Peron è sempre meno credibile. Nel 1974, poco dopo il golpe cileno, Calamai viene spedito a Santiago del Cile: l'ambasciata si è riempita di rifugiati di origine italiana (450 persone) che chiedono un asilo politico che il governo italiano non vuole concedere per non pestare i piedi all'esercito cileno e agli americani. Calamai, invece, aiuta i rifugiati: mette a punto una strategia che consente loro di scappare in Italia. Il periodo cileno è un'esperienza fondamentale per il giovane diplomatico. Nel 1976, quando i generali argentini prendono il potere, il governo italiano (siamo nel periodo non solo della guerra fredda ma anche della P2) è stato avvisato in tempo e l'ambasciata ha rafforzato i suoi dispositivi di sicurezza per impedire agli italoargentini in cerca d'asilo di entrare. La repressione argentina è più dura e subdola di quella cilena, ma Calamai riesce comunque ad aiutare molte persone, in maniera discreta, con una rete di soccorso e informazione che comprende l'inviato del "Corriere della Sera", il rappresentante della Cgil a Buenos Aires, un frate coraggioso, alcuni volontari dell'ambasciata e suo fratello, che lavora a "Rinascita". Ne salva tanti e cerca di avere notizie anche dei desaparecidos, fino a quando viene richiamato a Roma nel 1977.
Niente asilo politico è stato pubblicato per la prima volta da Editori Riuniti nel 2003.
*v. anche E. Calamai, Faremo l'America: l'impossibile normalità di un console italiano in Argentina negli anni della dittatura, Torino, Angolo Manzoni, 2003.
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Relazioni internazionali
19 luglio 2012
Diritti umani ed informazione
Brevi cenni storici
Fra il XVII e il XVIII secolo assistiamo ad un momento topico nella determinazione del concetto di diritto: l'approccio “giusnaturalistico” si contrappone frontalmente a quello “giuspositivistico”.
Si tratta cioè di affermare la supremazia assoluta delle leggi etico-morali (naturali) su quelle positive (statuali) secondo il principio del ius quia iustum, piuttosto che il contrario secondo la logica del ius quia iussum.
La diatriba, lungi da essere sottigliezza dottrinaria, ha epocali risvolti politici: è infatti in nome dell'impostazione giusnaturalistica che vengono contestate le monarchie assolute e i privilegi aristocratici. I sommovimenti politici che coinvolgono la tematica del diritto nel corso di questi due secoli producono diversi testi legislativo-costituzionali ( “Bill of rights” 1689, “Costituzione degli USA” 1787, “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” 1789 ) dai quali emerge già chiaramente il concetto di “diritti umani”, quella sfera di diritti individuali (civili, politici, sociali, economici, culturali) e tendenzialmente universali che a nessun titolo può essere lesa o negata. Il “cammino” dei diritti umani prosegue nei secoli successivi, non senza incontrare resistenze e difficoltà, fino ad arrivare al dopoguerra del primo conflitto mondiale; nel 1919 infatti con il Trattato di Versailles si istituisce la Società delle Nazioni che si propone come nuovo strumento di regolamentazione del diritto internazionale, anche se lo scoppio della seconda guerra mondiale vanifica questo tentativo.
E' solo con la creazione dell'ONU e l'approvazione della Carta delle Nazioni Unite del 1945 che gli stati si dotano di un organo riconosciuto internazionalmente il cui compito è quello di “.... incoraggiare il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali...” (art. 1). Nel 1948, infine, l'Assemblea Generale dell'ONU approva la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo” chiarendo e precisando quali siano i diritti che intende promuovere e salvaguardare su scala globale.
L'Italia dei diritti umani oggi
Dal 1948 ad oggi, in area europea-atlantica, l'ONU, l'Unione Europea e l'Italia stessa hanno adottato una lunga serie di documenti e trattati volti ad estendere e a perfezionare le disposizioni già esistenti in materia di diritti umani. A tale proliferare di impegni su carta fa però da contraltare su scala globale un' uguale consuetudine all'inosservanza delle norme che ci si è impegnati a rispettare. Per quanto riguarda l'Italia si possono rilevare in particolare due punti di criticità: il sistema dei “media mainstream” e la tutela delle prerogative dei migranti\richiedenti asilo.
A. I media cosiddetti “mainstream” privati (carta stampata, televisione) risentono di forti concentrazioni proprietarie, e gli editori “puri” sono una assoluta rarità nel panorama italiano. Infatti i media privati risultano, nella maggioranza, influenzati significativamente nella loro obiettività dai conflitti di interessi di natura politica ed economica dell'editore. In ambito pubblico bisogna altresì notare come la RAI risenta di una forte lottizzazione da parte delle forze politiche, sia per quanto riguarda la gestione aziendale, sia per quanto riguarda i contenuti. La legislazione che regola la professione giornalistica non garantisce sufficientemente l'indipendenza del giornalista, cosi come il proliferare di nuove forme contrattuali, dette paradossalmente “atipiche”, ha determinato una progressiva “proletarizzazione” del lavoro giornalistico, sia in termini retributivi, sia in termini di tutela del lavoratore. Un quadro così sconfortante ha come risultato un sistema mediatico sostanzialmente uniforme, poco incline all'indagine e buon amico di un potere che, come è facile constatare, ha spesso bisogno di un buon “cane da
guardia”.
B. Le illegalità e le violazioni dei più elementari diritti umani perpetrate dallo Stato Italiano nei confronti dei migranti sono state, nel terzo millennio, assai numerose e gravi. Un esame o anche una elencazione completa è impossibile e pertanto saranno presi in considerazione tre fra i fatti a mio avviso più gravi e dolorosi degli ultimi anni: l'istituzione del reato di clandestinità, gli accordi Italia-Libia in tema di controllo delle coste e l' “emergenza” degli sbarchi a Lampedusa.
B1. Con la legge Bossi-Fini del 30 luglio 2002 si istituisce il reato di “clandestinità” che colpisce tutti coloro i quali, non in possesso di documenti comunitari, vengano sorpresi sul territorio nazionale sprovvisti di permesso di soggiorno e prevede la notifica del provvedimento d'espulsione in libertà o l'accompagnamento in un CIE; se si viene sorpresi in non ottemperanza al decreto in questione si rischia una condanna penale da 1 a 4 anni. Tale permesso è rilasciato in seguito alla richiesta d'asilo, in seguito ad una regolare assunzione o in casi speciali. Il problema, sottolineato anche da Amnesty International nel suo rapporto annuale 2006, è che a moltissimi potenziali richiedenti asilo non viene sufficientemente garantito l'accesso a tale possibilità, perché costretti in un CIE. Ulteriori problemi di costituzionalità della legge sono stati sollevati in relazione alla carcerazione per clandestinità: si colpirebbe uno status individuale e non un comportamento, contravvenendo alla Costituzione italiana.
B2. Sempre Amnesty International, suffragata da drammatici report giornalistici e documentari, pone l'attenzione sul trattato firmato nel 2008 a Bengasi fra il governo italiano e quello libico. Fra le altre cose il documento prevede una serie di impegni relativi alla gestione dei flussi migratori, con particolare riferimento a quelli provenienti dall'Africa subsahariana, che interessano la Libia come meta intermedia verso l'Europa e l'Italia. Si contesta infatti al governo italiano di aver finanziato e aver fornito supporto logistico-materiale alla polizia di Gheddafi in cambio della garanzia che i migranti venissero trattenuti in Libia (ovvero arrestati), senza che sussistessero le ben che minime garanzie che i mezzi messi a disposizione non venissero impiegati nell'esercizio di attività palesemente illegali da ogni punto di vista ed oggettivamente inumane, cosi come è di fatto avvenuto. La testimonianze di tutto ciò (arresti illegali, violenze sessuali sistematiche, torture, corruzione della polizia) sono diverse, ma le più eclatanti sono sicuramente quelle dei migranti che le hanno subite e che, a volte dopo anni, sono finalmente riusciti ad arrivare in Europa e a raccontare quanto avvenuto, come mostra drammaticamente il documentario “I have confidence with you” di Fabrizio Matteini.
B3. Quella di Lampedusa è una vicenda esemplare della cinica maniera in cui i recenti governi italiani hanno sfruttato l'arrivo dei migranti in chiave politica, senza alcuna volontà di reale gestione del problema. Infatti nei mesi successivi alle rivoluzioni nordafricane (le cosiddette primavere arabe) parte il battage mediatico (di chiaro imprinting governativo) che descrive una situazione “emergenziale” sia per Lampedusa sia per tutta l'Italia. Di fatto si rallentano inverosimilmente i trasferimenti dei migranti sbarcati sull'isola verso il continente (in tutto poche decine di migliaia in diversi mesi), in maniera tale da creare effettivamente una situazione pericolosa (anche se circoscritta alla sola Lampedusa) e spendibile, attraverso i media, di fronte alla pubblica opinione come ”emergenza immigrazione”: si fa così leva sui sentimenti più bassi della gente. Inutile dire che si tratta di questione legata alla manutenzione del consenso politico da parte di chi profetizza sventura e fa di tutto perché la sua profezia si auto-avveri. Bastano due dati per smascherare la mistificazione: l'assoluta maggioranza dei migranti “clandestini” arriva da sempre in Italia in aereo con un visto turistico e diventa irregolare quando questo scade; qualche decina di migliaia di arrivi,inoltre, distribuiti in numerosi mesi, non costituisce un dato eclatante: ricordiamo che nel momento di punta della emigrazione dall'Albania si parlava di cifre con uno zero in più.
Conclusioni
L'Italia sembra dunque un paese senza molto rispetto per i diritti umani, specialmente quando si parla di non italiani, di migranti. Da parte di molte forze politiche si fa un uso sistematico di logiche identitarie e finalizzate a suscitare paura, per captare e mantenere il consenso degli elettori senza alcuno scrupolo per gli effetti di una simile condotta. Possiamo aggiungere in più, che non è la cittadinanza italiana o europea a proteggere dagli abusi dei governi che si succedono alla guida nel nostro paese: basti pensare ai tragici fatti svoltisi nel luglio 2001 presso la scuola Diaz di Genova, abusi anche questi assolutamente impuniti e definiti da Amnesty International “...la più grande violazione di massa di diritti umani in Europa dal dopoguerra ad oggi”. Il quadro è insomma quello di un potere che non sente i diritti umani come prerogative insopprimibili e preminenti, ma piuttosto come uno stravagante orpello da ignorare quando sia utile a calcoli politici di parte, e che gode della complicità di un sistema mediatico “ufficiale” troppo docile.
Carlo Ramoino
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29 giugno 2012
Fornero: “Il lavoro non è un diritto”. Trema la Costituzione
Non è una novità che il cosiddetto “sistema della casta” nostrano abbia più volte dimostrato notevole povertà espressiva e comunicativa, scarso interesse verso efficaci e puntuali strategie di interazione pubbliche e frequente propensione a “strafalcioni”, gaffes, errori e ridicolaggini morfologico-lessicali. I politici italiani hanno peraltro dato prova di saper assommare a cotante ristrettezze linguistiche un altrettanto curriculum di ignoranza sui temi di cultura generale; celebri sono state difatti le famigerate inchieste delle Iene di pochi anni fa: appollaiati dietro i cespugli di Montecitorio e Palazzo Madama, gli “incravattati” di Italia 1 infastidivano, muniti di quesiti di storia e geografia, deputati e senatori incapaci di rispondere correttamente. Nel 2012 la storia si sta clamorosamente ripetendo, peggio di prima.
Elsa Fornero, attuale reggente del dicastero del Lavoro e delle Politiche Sociali sotto l’egida del governo Monti, è una delle figure del cosiddetto “esecutivo tecnico” più criticate e meno sopportate dall’opinione pubblica. A parte le discutibili deliberazioni e scelte adottate durante il suo mandato, l’ atteggiamento accademico austero e intransigente, la precaria capacità nel comunicare efficacemente con un popolo che non ha eletto né lei né i suoi colleghi di Palazzo Chigi, nonché l’utilizzo di certe espressioni linguistiche (la celeberrima “paccata”) e comportamentali (le lacrime versate appena prima di annunciare agli italiani nuovi ed estenuanti sacrifici) poco affini al suo impegno socio-istituzionale hanno reso il ministro una personalità non proprio simpatica e piacevole agli occhi della cittadinanza ormai dedita a parodie, sberleffi e insulti che sarebbero persino in grado di superare per rabbia e intensità gli analoghi rivolti ai membri dell’ex governo Berlusconi.
Nonostante l’avversione del popolo, Elsa sembra voler superare se stessa: in un’ intervista al "Wall Street Journal", il ministro ha osato affermare che “il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”. Tralasciando la valanga reazionaria degli utenti Facebook e Twitter, da sempre in guerra contro la vacua dialettica ministeriale e parlamentare, di fronte a siffatte parole alcune domande sorgono spontanee: com’è possibile che l’occupante di un dicastero statale, docente presso l’Università di Torino, soggetto che dovrebbe masticare pane e giurisprudenza ogni giorno a colazione, pranzo e cena pronunci certe insinuazioni? Perché colei che ha in mano il destino (poco felice) di un paese sull’orlo della rivoluzione popolare non è a (perfetta) conoscenza del fulcro della “sacra” Costituzione italiana?
Articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; Articolo 4: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”.
Due disposizioni che reggono, a mo’ del mitologico Atlante, l’intero dettato costituzionale, giammai sottoponibili ad un eventuale processo di revisione del Testo fondamentale, frutto del faticoso e sudato lavoro dei Padri Costituenti succeduti a vent’anni di terrore, di cui a cinque di morte, devastazione, dominazione straniera, Auschwitz e Marzabotto.
Consultando le stime tutt’altro che incoraggianti dell’occupazione giovanile (under 30 perlopiù senza impiego e ancora accasati dai genitori, laureati con 110 e lode in fuga verso mete più soddisfacenti e meglio remunerabili) e alla questione esodati e disoccupati, le parole del ministro Fornero rappresentano un nuovo, doloroso schiaffo alla dignità di cittadino italiano, cittadino vessato dall’onnipresente e onnipotente clientelismo, dal predominio delle grandi poltrone, dagli sberleffi di chi ha trovato una lucrosa e dignitosa sistemazione in un’altra era e non si rende conto che i giochi sono cambiati, e non a suo sfavore. Sarà inutile, pertanto, modificare quel benedetto articolo 18 di cui la signora Elsa va tanto discorrendo: è l’intera Costituzione a procedere verso il baratro dell’inutilità e dell’anacronismo, non il singolo disposto.
Paolo Giorcelli
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28 gennaio 2012
Scegli da che parte stare ...
Fiorella Mannoia nel suo ultimo album Sud" canta insieme a Franky Hi'nrg e Natty Fred il brano Non è un film, dedicato a chi scavalca il mondo per raggiungere le coste italiane per costruire il proprio futuro.
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Non è un film quello che scorre intorno che vediamo ogni ogni giorno che giriamo distogliendo lo sguardo. Non è un film e non sono comparse le persone disperse sospese e diverse tra noi e lo sfondo, e il resto del mondo che attraversa il confine ma il confine è rotondo si sposta man mano che muoviamo lo sguardo ci sembra lontano perchè siamo in ritardo, perenne, costante, ne basta un istante, a un passo dal centro è gia troppo distante, a un passo dal mare è gia troppo (battaglia ?), ad un passo da qui era tutta campagna. Oggi tutto è diverso una vita mai vista questo qui non è un film e non sei protagonista, puoi chiamare lo stop ma non sei il regista ti puoi credere al top ma sei in fondo alla lista
Questo non è un film e le nostre belle case non corrono il pericolo di essere invase, non è un armata aliena (mandata?) sulla terra, non sono extraterrestri che ci dichiaran guerra, son solamente uomini che varcano i confini, uomini con donne vecchi con bambini, poveri con poveri che scappan dalla fame gli uni sopra gli altri per intere settimane come in carri bestiame in un viaggio nel deserto rincorrono una via in balia dell'incerto per rimanere liberi costretti a farsi schiavi stipati nelle stive di disastronavi come i nostri avi contro i mostri e i draghi in un viaggio nell'inferno che prenoti e paghi sopravvivi o neghi questo il confine perchè non è un film non c'è lieto fine
scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
questo sembra un film di quelli terrificanti
dalla Trasilvania non arrivano vampiri ma badanti,
da Santo Domingo non profughi o zombie,
ma ragazze condannate a qualcuno che le trombi
dalle Filippine ... pure dal Bangladesh
dalla Bielorussia solo carne da lap dance
scappano per soddisfare vizi e sfizi nostri
loro son le prede noi siamo i mostri
loro la pietanza noi i commensali
e se loro son gli avanzi noi siam peggio dei maiali
pronti a divorare a sazietà
pronti a lamentarci per la puzza per la ... umanità
che ci occorre, ci soccorre, ci sosttenza
questo non è un film ma vedrai che lo diventa
tu stai attento e tienti pronto che al momento di girare i buoni vincon sempre, scegli da che parte stare.
scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare.
scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
questo sembra un film di quelli terrificanti
dalla Trasilvania non arrivano vampiri ma badanti,
da Santo Domingo non profughi o zombie,
ma ragazze condannate a qualcuno che le trombi
dalle Filippine ... pure dal Bangladesh
dalla Bielorussia solo carne da lap dance
scappano per soddisfare vizi e sfizi nostri
loro son le prede noi siamo i mostri
loro la pietanza noi i commensali
e se loro son gli avanzi noi siam peggio dei maiali
pronti a divorare a sazietà
pronti a lamentarci per la puzza per la ... umanità
che ci occorre, ci soccorre, ci sosttenza
questo non è un film ma vedrai che lo diventa
tu stai attento e tienti pronto che al momento di girare i buoni vincon sempre, scegli da che parte stare.
scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare.
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27 dicembre 2011
In libreria
Giulio Di Luzio
Brutti spochi e cattivi. L’inganno mediatico sull’immigrazione
Roma, Ediesse, 2011, 184 p.
Descrizione
Brutti spochi e cattivi. L’inganno mediatico sull’immigrazione
Roma, Ediesse, 2011, 184 p.
Descrizione
L’Autore indaga con rigore scientifico e passione civile sul ruolo dei media nella costruzione della figura, generalmente negativa, dell’immigrato, sempre e solo chiamato clandestino, secondo una vulgata giornalistica, che non riconosce loro altro status: migrante, immigrato, irregolare, richiedente asilo, profugo politico, rifugiato. Ben diversa è l’immagine che risulta negli ambienti scientifici, dalla ricerca sul campo, dai rapporti diretti con comunità di stranieri in Italia. Ma la realtà conta poco quando la posta in gioco non è la credibilità scientifica ma la preziosa merce del consenso. Gran parte della stampa italiana ha acquisito un ruolo centrale nella definizione del clima di sospetto verso i nuovi arrivati, quando non addirittura di aperta xenofobia. Qualcosa che i meridionali migrati a Torino o Milano negli anni Sessanta ben ricordano, quando erano sbattuti in prima pagina dai quotidiani come «calabresi», «pugliesi» o «siciliani». Come ieri per tanti di noi, i luoghi comuni e la ricerca di capri espiatori si presentano con nuove vesti ed oggi anche l’immigrato perde identità, diventando semplicemente un "extracomunitario". Di Luzio si lancia in un coraggioso lavoro di ripristino della verità storica e di informazione, riportando alla memoria recenti avvenimenti di cronaca, che hanno rappresentato pagine poco dignitose per l’informazione del nostro Paese.
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18 dicembre 2011
Sguardi di futuro
"[...] Perché mai nei tempi passati si costruivano edifici così sontuosi, di scarsa utilità secondo gli standard attuali? Una possibile spiegazione è che ci sono stati periodi storici in cui il profitto materiale non rappresentava il valore assoluto, in cui gli uomini erano consapevoli dell'esistenza di misteri inspiegabili ai quali si poteva solo guardare con umile meraviglia per poi forse proiettare questa meraviglia in strutture dalle guglie svettanti in alto. In alto, perché si vedessero da lontano indicando a ciascuno ciò che vale la pena di guardare. In alto, oltre i confini dei secoli, in alto, verso ciò che non riusciamo a vedere, la cui silenziosa esistenza preclude, a noi tutti, qualunque diritto di considerare il mondo una fonte infinita di profitti a breve termine e richiede la solidarietà di tutti coloro che dimorano sotto la sua volta misteriosa. Per iniziare ad affrontare alcuni dei più profondi problemi del mondo dobbiamo anche noi volgere gli occhi in alto, chinando il capo con umiltà".
Vaclav Havel
*V. Havel, Investire nei valori umani per riscattare i paesi poveri, "la Repubblica", 28 dic. 2000.
*link al sito ufficiale di Vaclav Havel.
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12 ottobre 2011
Quando si ha sete di informazione...
Il primo giorno di lezione la Professoressa Milan, senza un minimo cenno d’incertezza, ci disse che in ogni luogo e ogni epoca, l’informazione ha sempre vinto e continua a vincere. Chi vuole divulgare una qualunque notizia, in un modo o nell’altro, supera, da sempre, ogni sorta di censura.
Improvvisamente la mia fiducia nei confronti del Giornalismo, quello con la G maiuscola, riprese vigore, anche se, confesso, una certa diffidenza nei confronti di una dilagante “mala informazione”, continuava a lasciarmi in dubbio a riguardo.
Pochi giorni dopo leggo sui giornali che il Governo sta cercando un’altra volta di imbavagliare la Stampa (anch’essa degna di maiuscola) ed ecco che lo sconforto torna prepotentemente.
In questa altalena di stati d’animo ieri mi ha salvata la notizia che Santoro è riuscito a raccogliere la bellezza di 210 mila euro (contando solo i versamenti paypal), nel giro di 48 ore dal lancio della raccolta fondi per il suo nuovo programma Comizi d’amore.
Subito ho pensato “questa è democrazia”: il popolo che si autofinanzia i programmi che desidera vedere. Altro che partecipazione attiva, qui siamo ad un passo dalla rivoluzione contro il bavaglio!
Questo moto di ottimismo mi ha riportata all’esperienza del 2010 di Rai per una notte: 50 mila cittadini che con un contributo di 2.50 euro a testa danno vita ad un programma che, solo in diretta, ha registrato il 13% di share, senza essere trasmesso nelle reti “tradizionali”. Per non parlare del numero di persone che lo hanno rivisto nelle successive 48 ore: un vero successo!
Ora, non voglio santificare Santoro (mi si perdoni il facile gioco di allitterazione), prima di vedere di che pasta è fatto il suo nuovo programma, ma desidero, questo sì, sottolineare un fatto: gli italiani hanno sete d’informazione e sono disposti a pagare 10 euro a testa, se non di più, per dissetarsi.
Dati i fatti, mi tocca essere completamente d’accordo con la frase che ci ha imposto la prof. il primo giorno: l’informazione vince sempre. Così penso ad Enzo Biagi che, dopo l’assurda censura che subì dalla Rai per mezzo dell’allora ed attuale Presidente del Consiglio, uscì nelle librerie con un saggio dal titolo provocatorio “Quello che non si doveva dire”, nel quale vennero raccolte le inchieste che il maestro del giornalismo fece ugualmente con la sua equipe e che non furono mai mandate in onda. Già, chissà cos’è che non si poteva dire.
Spingendoci oltre i libri, adesso gli imbavagliatori devono fare i conti con i nuovi mezzi di comunicazione, sempre più alla portata di tutti e molto più veloci di una qualsiasi legge proibizionista. La vera informazione adesso è sul web e, se attraverso Facebook i nordafricani sono riusciti a ribaltare i loro longevi regimi dittatoriali, si potrà mai pensare che in un Paese come il nostro la Stampa si debba fermare davanti ad un Decreto Legge?
Marta Farruggia
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25 giugno 2011
Libri ri/trovati
Alexander Langer
Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995
Palermo, Sellerio, 2011, 416 pp. (prima edizione 1996).
Descrizione
Articoli per giornali e riviste, interviste e ritratti di persone; resoconti di viaggi e di amicizie; appelli per campagne militanti e spiegazioni sul funzionamento delle istituzioni; digressioni autobiografiche, confessioni personali: una vita straordinariamente ricca, «a cavallo tra lingue e culture, tra Germania e Italia e tra ebraismo e cattolicesimo». Il sentiero di cresta su cui si è mosso Alex, uomo di montagna e di confine, è stato il più esemplare tra quelli percorsi dalla sua generazione. È raro che nella politica corrente si trovi anche una piccola parte dell’ispirazione intellettuale e morale che ha guidato la sua fatica. La politica professata, anche quando non è semplicemente sciocca e corrotta, non ha il tempo di guardare lontano. Langer ha voluto tenere insieme un’intelligenza delle cose ultime che non si lasciasse spaventare dall’enormità e uno stile di vita quotidiana che non si discostasse dalle convinzioni proclamate. Ha provato a piantare la carità nella politica. Chi voglia misurarsi con la minaccia che guerre feroci e dilapidazioni distratte fanno pesare sul mondo, deve ripartire da questi pensieri, e da questa speranza spezzata.
*link all' Introduzione di Goffredo Fofi
*Link al sito della Fondazione Alexander Langer.
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17 giugno 2011
I nemici della libertà
"[...] Conformismo, opportunismo, grettezza e debolezza: ecco dunque, della libertà, i nemici che l´insidiano "liberamente", dall´interno del carattere degli esseri umani. Il conformista la sacrifica all´apparenza; l´opportunista, alla carriera; il gretto, all´egoismo; il debole, alla sicurezza. La libertà, oggi, più che dal controllo dei corpi e delle azioni, è insidiata da queste ragioni d´omologazione delle anime. Potrebbe perfino sospettarsi che la lunga guerra contro le arbitrarie costrizioni esterne, condotte per mezzo delle costituzioni e dei diritti umani, sia stata alla fine funzionale non alla libertà, ma alla libertà di cedere liberamente la nostra libertà. La libertà ha bisogno che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi. Il conformismo, si combatte con l´amore per la diversità; l´opportunismo, con la legalità e l´uguaglianza; la grettezza, con la cultura; la debolezza, con la sobrietà. Diversità, legalità e uguaglianza, cultura e sobrietà: ecco il necessario nutrimento della libertà".
Gustavo Zagrebelsky
*G.Zagrebelsky, Fuga dalla libertà. Guida antropologica al "servo arbitrio","Repubblica", 16 giugno 2011.
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20 maggio 2011
In libreria
Confronti di culture.
Esperienze di progettazione condivisa nei quartieri genovesi
a cura di Giuliano Carlini e Martina Mongelli
Genova, ECIG, 2011, 136 pp.
collana Società e Sviluppo.
Descrizione
Esperienze di progettazione condivisa nei quartieri genovesi
a cura di Giuliano Carlini e Martina Mongelli
Genova, ECIG, 2011, 136 pp.
collana Società e Sviluppo.
Descrizione
Le dinamiche sociali complesse ed in divenire, le ripetute trasformazioni degli assetti urbani ed i fenomeni migratori, producono modifiche nelle relazioni interpersonali che si riflettono nelle condotte del quotidiano. La città è un luogo esposto alla conflitttalità, ma è anche la realtà in cui s'invera il valore creativo della mescolanza: il crescente individualismo e le diffuse solitudini induconpo ad individuare il "nemico" nell'altro, percepito come diverso per proveniuenza culturale, generazionale e di genere. Con uno sguardo esplorativo sui quartieri e sulla realtà locale, il presente volume racconta percorsi di confronto volti ad acquisire strumenti per conoscere ed apprezzare le diversità.
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18 maggio 2011
Fare strada ai poveri, senza farsi strada
La dicotomia poveri=emarginati è sempre stata indissolubile, perché si sa, se sei povero “stoni” con la tranquillità sociale che tutti vogliamo avere, ma soprattutto vedere, che non vogliamo perdere, e di cui nessuno vuole fare a meno.
Il tema dell’emarginazione si lega così indissolubilmente con il tema dell’integrazione, elemento, sembrerebbe, ormai sempre più fondamentale nella odierna “mancata” cultura della convivenza che ci contraddistingue.
La mancata integrazione ci rimanda poi, alle classi più deboli, minoritarie ed “escluse” della società, e quindi, ai poveri, categoria sempre più diffusa, sia in numero che in tipologia, perché ormai, il povero, non è più solo “quello che non ha”, ma è anche colui, per assunto, che viene da un’area non democratica o comunque non appartenente al Nord del mondo, colui che non ha origini religiose cristiane, colui che ha un colore di pelle diversa o, peggio ancora, quello che ha la famosa “provenienza etnica” differente dalla nostra.
Praticamente quasi tutto il resto del globo, se non appartenente al nostro mondo valoriale, è stracarico di poveri.
Ma cosa succede quando l’altra parte del mondo si “scontra” con il nostro? Succede che lo stereotipo di condensa in stigma, che a sua volta sfocia inesorabile nel pregiudizio, e da quest’ultimo, si arriva a quelli che ultimamente, almeno in Italia, sono stati bruttissimi episodi di razzismo politico, culturale e sociale.
Mai come in questo momento definizioni e termini che riguardano questo mondo sono stati utilizzati in maniera impropria da attori sociali e politici di qualsiasi tipo e natura, un ennesimo modo per girare voti certi e incerti, a proprio vantaggio, ma mai come adesso, questi temi sono fondamentali nello svolgere sociale e questo loro uso selvaggio va contrastato.
Importanti sono quindi gli studi che timidamente in Italia si stanno facendo avanti, così come le ormai numerose pubblicazioni che sfatano “miti” del cosiddetto “noi e l’altro” .
Tra questi lavori recentemente si sono aggiunte due nuove opere, presentate entrambe al Palazzo Comunale di Genova, qualche giorno fa: Gli Ultimi di Pino Petruzzelli e Non chiamarmi Gagiò di Giancarlo Muià.
Entrambi addetti ai lavori del settore, hanno voluto, nelle due loro opere, rappresentare, anche se in modo diverso, come i poveri in età moderna siano sempre più una rappresentazione politica, utilizzata sì, ma non concretizzata in attori sociali in grado di accedere davvero, con voce propria, ai palazzi del potere o della televisione: quindi doppiamente esclusi.
Così il povero, diventa sempre più una rappresentazione simbolica, non pratica, e di conseguenza diventa sempre più un’entità astratta, ma la povertà e l’emarginazione non sono entità fantasmi, bensì una dura realtà frutto di processi economici e sociali che non possono essere ignorati.
Entrambi i libri, sia quello di Petruzzelli che quello di Muià, vogliono essere testimonianza di due realtà, quella rom e quella sinti, ben concrete, realtà che culturalmente sono lontane dal nostro quotidiano ma non per questo frutto di storie “leggendarie”.
Due lavori che hanno visto una nascita contrastata, piena di ostacoli e di “volta spalle”, perché raccontare storie e intervistare chi vive fuori dal “coro”, fuori dall’abitudine a cui siamo avezzi, spesso provoca una reazione a valanga di distanze personali, ma anche pubbliche, da parte di chi non vuole aprire gli occhi per vedere che il mondo globale non è solo beni di lusso per tutti, ma anche incontri con modelli sociali e culturali profondamente diversi dal nostro.
Durante l’incontro Silvio Ferrari ha raccontato che una volta, quando era un bambino, aveva chiesto a sua madre chi fossero gli zingari, ed ella, aveva risposto “Gli zingari sono quelli allegri quando piove”…a questa affermazione Ferrari chiese “Perché?” e la risposta datagli fu “Perché sanno che dopo la pioggia arriva il sole”…una filosofia di vita che, noi “stanziali” e occidentali, dovremmo ben imparare.
Debora Fugazzi
*Giancarlo Muià, Non chiamarmi "Gagiò”. 25 anni tra rom e sinti, Genova, edizioni Liberodiscrivere, 2011, 138 pp.
liink alla scheda del libro sul sito dell'editore.
*Pino Petruzzelli , Gli ultimi, Milano, Chiarelettere, 2011, 201 pp. (Prefazione di don Andrea Gallo)
link alla presentazione del libro e dell'autore sul sito dell'editore.
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04 maggio 2011
Riflessioni serali
Alla Berio per essere tesserabili occorre avere la residenza nel comune di Genova. Per l'estrazione di un dente del giudizio al Galliera occorrono 4 mesi e 150 euro. Per potersi iscrivere al centro per l'impiego occorre aver già avuto e quindi perso, l'impiego. Per ottenere la borsa di studio universitaria quest'anno occorre avere isee pari a 0. Per avere isee pari a 0 si deve essere nullatenenti, non lavoranti ,proletari senza prole (altrimenti l'assegno famigliare farebbe crollare il sistema). Per poter denunciare uno sfruttamento sul lavoro, il lavoratore deve trovarsi da solo i testimoni. Per non ricevere in continuazione telefonate pubblicitarie di compagnie telefoniche ci si deve iscrivere in apposite liste.
Questo è quello che ho appreso in diversi momenti dalla sveglia di stamattina. In questo meraviglioso paese che è l'Italia. Uno spot reclama "contro il logorio della vita moderna, un amaro".. Un amaro vero ma leggero. Come le tante situazioni cui ci sappiamo abituare quotidianamente, sono vere, prese una per una leggere, ma la sera, resta solo un gusto amaro.
Davide Oliveri
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