Ugo Foscolo
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05 maggio 2026
Lietamente accettarono
"Dieci anni dopo la conquista dell’Italia, Napoleone [...] tramutò, con poche eccezioni, tutti gli uomini di lettere in professori d’Università, in membri del suo Senato e del suo Istituto Reale - quali esaltatori e poeti delle sue nobili gesta, quali direttori e censori de’ suoi giornali [...] E allora molti scrittori LIETAMENTE accettarono il giogo della schiavitù, per volgere l’apostasia, a proprio profitto e a rovina dei loro rivali.”
Ugo Foscolo
Ugo Foscolo
Ugo Foscolo, "La letteratura periodica in Italia", "European Review", sett./ott. 1824.
* Meritevole di attenzione quel "lietamente", che più di moltI commenti, ben rappresenta il contesto dell'avventura napoleonica in Italia
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09 luglio 2025
Non c'è libertà senza requisiti
"La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, passato semplice, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo ad un pensiero al presente, limitato al momento, incapace di proiezioni nel tempo.
La generalizzazione del “tu”, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono altrettanti colpi mortali portati alla sottigliezza dell'espressione.
Cancellare la parola ′′signorina′′ non solo è rinunciare all'estetica di una parola, ma anche promuovere l'idea che tra una bambina e una donna non c'è nulla.
Meno parole e meno verbi coniugati rappresentano inferiori capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero.
Studi hanno dimostrato che parte della violenza nella sfera pubblica e privata deriva direttamente dall'incapacità di mettere parole sulle emozioni.
Senza parole per costruire un ragionamento, il “pensiero complesso”, caro a Edgar Morin, è ostacolato, reso impossibile.
Più povero è il linguaggio, meno esiste il pensiero.
La storia è ricca di esempi e gli scritti sono molti da Georges Orwell in 1984 a Ray Bradbury in Fahrenheit 451 che hanno raccontato come le dittature di ogni obbedienza ostacolassero il pensiero riducendo e torcendo
il numero e il significato delle parole.
Non c'è pensiero critico senza pensiero. E non c'è pensiero senza parole.
Come costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza avere il controllo del condizionale?
Come prendere in considerazione il futuro senza coniugare il futuro?
Come comprendere una contemporaneità o un susseguirsi di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri,
nonché la loro durata relativa, senza una lingua che distingua tra ciò che sarebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, cosa potrebbe accadere, e cosa sarà dopo ciò che potrebbe accadere?
Se un grido dovesse farsi sentire oggi, sarebbe quello rivolto a genitori e insegnanti: fate parlare, leggere e scrivere i vostri figli, i vostri studenti.
Insegna e pratica la lingua nelle sue forme più svariate, anche se sembra complicata, soprattutto se complicata. Perché in questo sforzo c'è la libertà.
Coloro che spiegano a lungo che bisogna semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti", abolire generi, tempi, sfumature, tutto ciò che crea complessità sono i becchini della mente umana.
Non c'è libertà senza requisiti. Non c'è bellezza senza il pensiero della bellezza".
Christophe Clavè
*esperto di Linguaggio e QI
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09 giugno 2022
Chi è il vandalo?
"Chi è il vandalo? No, non è affatto il contadino analfabeta che in un accesso di rabbia dà fuoco alla casa del ricco proprietario terriero. I vandali che incontro io sono tutti letterati, soddisfatti di sé, con una discreta posizione sociale e senza particolari risentimenti nei confronti di chicchessia. Il vandalo è la superba ristrettezza di vedute che basta a se stessa ed è sempre pronta a rivendicare i suoi diritti. Questa superba ristrettezza di vedute crede che il potere di adeguare il mondo alla propria immagine sia un diritto inaleienabile, e poichè il mnondo è per lo più composto di situazioni che la spiazzano lo adegua alla propria immagine distruggendolo. Così un adolescente decapita in un parco una statua colpevole di superare oltraggiosamente la sua essenza umana e, dal momento che ogni atto di autoaffermazione è appagante per l'uomo, esulta nel farlo. Gli uomini che vivono solo un presente decontestualizzato, che ignorano la continuità della storia e mancano di cultura possono trasformare la patria in un deserto privo di storia, di memoria, di echi e di ogni bellezza."
Milan Kundera, 1967
* M.Kundera, "Discorso al Congresso degli scrittori cecoslovacchi del giugno 1967" in Id. Un Occidente prigioniero, Adelphi, Milano, 2022.
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23 giugno 2021
Libertà d' informazione
"La libertà d'informazione sarà sempre molto relativa: implicherà sempre la costante ricerca di un equilibrio instabile tra le necessità d' ordine sociale, le imprese dei padroni del potere favorite dal perfezionamento delle tecniche, e le forze della libertà. Ma tutto dobbiamo fare per raggiungere questo equilibrio: poichè la posta in gioco è un diritto fondamentale dell' uomo, il diritto d'informarsi e di esprimersi, il diritto d' essere uomo che conosce e fa conoscere".
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03 gennaio 2021
In libreria
Giancarlo Tartaglia
Ritorna la libertà di stampa
Il giornalismo italiano dalla caduta del fascismo alla Costituente (1943-1947)
Il Mulino, Bologna, 2021, pp. 624.
Descrizione
Fu grazie a un inciso dello Statuto Albertino, il cui articolo 28 recitava: «La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi» che il fascismo riuscì a sopprimere la libertà di stampa e a imporre la dittatura. Per tutti i decenni successivi all'unità nazionale il diritto alla libertà di stampa, così chiaramente affermato, aveva dovuto sempre lottare con quel «ma»; col fascismo dovette arrendersi. Successivamente, dalla fine del regime sino all’approvazione della Costituzione repubblicana, che l’ha sancita nell’articolo 21, la libertà di stampa ha vissuto una lunga fase di transizione ed è stata oggetto di aspre discussioni e conflitti politici. Nell’arco temporale che va dal 1943 al 1947 il mondo dell’informazione italiano ha subito una profonda trasformazione: epurazione dei giornalisti e dei giornali, nascita di nuove testate, riorganizzazione sindacale, regolamentazione della professione. In questo libro si ripercorrono le vicende che porteranno alla definizione della libertà di stampa e di quelle norme sul sistema dell’informazione che hanno regolato e regolano la vita democratica della nostra Repubblica dalla sua nascita a oggi.
Indice
Introduzione
I. «La libertà di stampa apparve sotto gli occhi di tutti»
II. Il Regno del Sud
III. Roma liberata
IV. «Una spietata epurazione dovrà essere compiuta anche in questo campo»
V. Dalla Stefani all’Ansa e dall’Eiar alla Rai
VI. Quanto è libera la libertà di stampa?
VII. Il vento del nord
VIII. Da Bonomi a Parri. La polemica sull’epurazione e l’albo professionale
IX. Verso la Repubblica
X. Nell’Italia repubblicana
XI. Verso la «normalizzazione» centrista
Note
Indice dei nomi
Indice delle testate
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14 giugno 2020
In libreria
Pierluigi Allotti
La libertà di stampa. Dal XVI secolo a oggi
Il Mulino, Bologna, 2020, pp. 240.
Descrizione
Indice del libro
Introduzione / I. Papi e monarchi censori / II. Londra 1695 / III. Parigi 1789
IV. Filadelfia 1798 / V. Tra restaurazione e rivoluzione / VI. La libertà in America / VII. Il Quarantotto / VIII. Il trionfo / IX. L’eclissi / X. La libertà totalitaria / XI. La crociata americana / XII. Comunisti e anticomunisti / XIII. Il Sessantotto / XIV. La libertà d’antenna / XV. I nemici di oggi / Conclusioni
Indice dei nomi.
La libertà di stampa. Dal XVI secolo a oggi
Il Mulino, Bologna, 2020, pp. 240.
Descrizione
Il libro racconta la lunga storia della libertà di stampa: un diritto concepito nell’Inghilterra del Seicento come corollario alla libertà di coscienza, proclamato a fine Settecento in Francia dalla Dichiarazione dell’uomo e del cittadino e negli Stati Uniti dal Primo emendamento alla Costituzione. In Italia fu riconosciuto nel 1848 dallo Statuto albertino. Lo scoppio della Grande Guerra e l’avvento dei totalitarismi determinarono una battuta d’arresto nel cammino della libertà di stampa, poi solennemente sancita nel 1948 dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Ancora oggi, tuttavia, in molti paesi questo diritto fondamentale è negato e i giornalisti sono perseguitati.
Pierluigi Allotti, giornalista professionista e studioso di storia contemporanea, insegna Storia del giornalismo alla Sapienza Università di Roma. Ha pubblicato per Carocci Giornalisti di regime. La stampa italiana tra fascismo e antifascismo (1922-1948) (2012) e Quarto potere. Giornalismo e giornalisti nell'Italia contemporanea» (2017); per il Mulino Andare per stadi (2018).Indice del libro
Introduzione / I. Papi e monarchi censori / II. Londra 1695 / III. Parigi 1789
IV. Filadelfia 1798 / V. Tra restaurazione e rivoluzione / VI. La libertà in America / VII. Il Quarantotto / VIII. Il trionfo / IX. L’eclissi / X. La libertà totalitaria / XI. La crociata americana / XII. Comunisti e anticomunisti / XIII. Il Sessantotto / XIV. La libertà d’antenna / XV. I nemici di oggi / Conclusioni
Indice dei nomi.
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27 ottobre 2018
in libreria
Giorgio Fabre
Il censore e l'editore. Mussolini, i libri, Mondadori
Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, 2018, pp. 525.
Il censore e l'editore. Mussolini, i libri, Mondadori
Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, 2018, pp. 525.
Descrizione
La censura libraria fascista seguì un percorso incerto e contrastato rispetto ad altri tipi di controllo culturale, come quello su giornali, cinema, teatro e università. Solo in un secondo tempo, nel tentativo di plasmare l’opinione pubblica in senso nazionalista, razzista e bellicista, Mussolini si impegnò in prima persona nella creazione di un sistema di censura accentrato, pervasivo e articolato. Almeno fino al 1934, però, affrontò numerosi ostacoli di natura burocratica e diplomatica, e ancor più ostica si rivelò l’interazione con il mondo editoriale, un settore privato che contava già su un pubblico ampio e dai gusti raffinati. Ricco di molta documentazione inedita, questo libro offre una rilettura sorprendente di quell’evoluzione e del suo impatto sulla cultura e sull’editoria italiana, e indica anche quale fu l’intreccio tra le vicende della censura fascista e quelle della più importante casa editrice italiana, la Mondadori, il cui «sistema culturale» mostrava un profilo internazionale talvolta indigeribile per il duce. Mussolini fu solito dedicare moltissimo tempo non solo a valutare possibili sequestri e proibizioni, ma anche a indirizzare le pubblicazioni e le traduzioni, a offrire contratti, a lavorare i libri di suo interesse perfino da editor e correttore di bozze. Contro di lui, l’«editore» per eccellenza, Arnoldo Mondadori, difese l’azienda con straordinaria inventiva e un’attitudine pragmatica e camaleontica che spesso permise di aggirare di fatto le restrizioni del regime o di trarne addirittura vantaggio, smentendo le tesi spesso consolidate di una Mondadori allineata al fascismo. Concludono il volume 220 schede dettagliate su altrettanti libri e 170 autori Mondadori, coinvolti nella censura (tra loro Remarque, Faulkner, Zweig, Mann, Steinbeck, Vittorini, Moravia, Huxley, Simenon). Esse illustrano da un lato la pervicacia della censura, dall’altro la duttilità della casa editrice nel cercare di prevenirla rivedendo in modo opportuno testi, titoli e copertine, rimodulando le collane e tenendo «nel cassetto» le opere più scomode, in vista del crollo del regime.
La censura libraria fascista seguì un percorso incerto e contrastato rispetto ad altri tipi di controllo culturale, come quello su giornali, cinema, teatro e università. Solo in un secondo tempo, nel tentativo di plasmare l’opinione pubblica in senso nazionalista, razzista e bellicista, Mussolini si impegnò in prima persona nella creazione di un sistema di censura accentrato, pervasivo e articolato. Almeno fino al 1934, però, affrontò numerosi ostacoli di natura burocratica e diplomatica, e ancor più ostica si rivelò l’interazione con il mondo editoriale, un settore privato che contava già su un pubblico ampio e dai gusti raffinati. Ricco di molta documentazione inedita, questo libro offre una rilettura sorprendente di quell’evoluzione e del suo impatto sulla cultura e sull’editoria italiana, e indica anche quale fu l’intreccio tra le vicende della censura fascista e quelle della più importante casa editrice italiana, la Mondadori, il cui «sistema culturale» mostrava un profilo internazionale talvolta indigeribile per il duce. Mussolini fu solito dedicare moltissimo tempo non solo a valutare possibili sequestri e proibizioni, ma anche a indirizzare le pubblicazioni e le traduzioni, a offrire contratti, a lavorare i libri di suo interesse perfino da editor e correttore di bozze. Contro di lui, l’«editore» per eccellenza, Arnoldo Mondadori, difese l’azienda con straordinaria inventiva e un’attitudine pragmatica e camaleontica che spesso permise di aggirare di fatto le restrizioni del regime o di trarne addirittura vantaggio, smentendo le tesi spesso consolidate di una Mondadori allineata al fascismo. Concludono il volume 220 schede dettagliate su altrettanti libri e 170 autori Mondadori, coinvolti nella censura (tra loro Remarque, Faulkner, Zweig, Mann, Steinbeck, Vittorini, Moravia, Huxley, Simenon). Esse illustrano da un lato la pervicacia della censura, dall’altro la duttilità della casa editrice nel cercare di prevenirla rivedendo in modo opportuno testi, titoli e copertine, rimodulando le collane e tenendo «nel cassetto» le opere più scomode, in vista del crollo del regime.
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01 marzo 2016
In libreria
Alessandra De Nicola
La libertà di stampa è tutto.
Mario Borsa, cinquant'anni di giornalismo democratico
Rubbettino, Soveria Mannelli, 2016.
La libertà di stampa è tutto.
Mario Borsa, cinquant'anni di giornalismo democratico
Rubbettino, Soveria Mannelli, 2016.
Descrizione
Mario Borsa è stato scrittore, saggista e pubblicista di indiscussa capacità tecnica e stilistica. Per oltre venticinque anni fu un esponente di riferimento del "Secolo" di Milano, il principale quotidiano della democrazia italiana. Uomo dalla tempra ancora risorgimentale ebbe idee liberaldemocratiche: fu antimperialista, anti-triplicista e tra gli artefici dell'intervento nella Grande guerra. Nel primo dopoguerra, subendo "Il Secolo" la lenta penetrazione delle forze capitalistiche e l'inesorabile fascistizzazione, Borsa venne esautorato e fu costretto a dimettersi, ma poté testimoniare i momenti cruciali dell'instaurazione della dittatura attraverso le colonne del "Times" di Londra, di cui divenne corrispondente da Milano. Antifascista della prima ora, collaborò alle maggiori iniziative dell'opposizione legalitaria e clandestina. Strenuo assertore dell'indipendenza professionale, ispirò l'ultimo congresso libero della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e nel 1924 pubblicò Libertà di Stampa, pamphlet storico-politico contrario all'abolizione della libertà di espressione. Sorvegliato, diffidato, incarcerato: rappresentò una spina nel fianco del Regime tanto da essere internato nel 1940 per le sue idee che lo rendevano un "Italiano pericoloso". All'indomani della Liberazione, il prestigio e l'integrità mostrati nel corso della lunga carriera, ne fecero il candidato ideale alla direzione del "Corriere della Sera".
Mario Borsa è stato scrittore, saggista e pubblicista di indiscussa capacità tecnica e stilistica. Per oltre venticinque anni fu un esponente di riferimento del "Secolo" di Milano, il principale quotidiano della democrazia italiana. Uomo dalla tempra ancora risorgimentale ebbe idee liberaldemocratiche: fu antimperialista, anti-triplicista e tra gli artefici dell'intervento nella Grande guerra. Nel primo dopoguerra, subendo "Il Secolo" la lenta penetrazione delle forze capitalistiche e l'inesorabile fascistizzazione, Borsa venne esautorato e fu costretto a dimettersi, ma poté testimoniare i momenti cruciali dell'instaurazione della dittatura attraverso le colonne del "Times" di Londra, di cui divenne corrispondente da Milano. Antifascista della prima ora, collaborò alle maggiori iniziative dell'opposizione legalitaria e clandestina. Strenuo assertore dell'indipendenza professionale, ispirò l'ultimo congresso libero della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e nel 1924 pubblicò Libertà di Stampa, pamphlet storico-politico contrario all'abolizione della libertà di espressione. Sorvegliato, diffidato, incarcerato: rappresentò una spina nel fianco del Regime tanto da essere internato nel 1940 per le sue idee che lo rendevano un "Italiano pericoloso". All'indomani della Liberazione, il prestigio e l'integrità mostrati nel corso della lunga carriera, ne fecero il candidato ideale alla direzione del "Corriere della Sera".
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29 dicembre 2015
31 dicembre 2015, tempo di bilanci
31 dicembre tempo di bilanci: scadono i diritti d’autore del Mein Kampf. A settant’anni dalla morte del suo autore, Adolf Hitler, “la piccola bibbia del nazismo” crea una scissione profonda tra editori, storici e critici.
Lo scadere dei diritti d’autore e di conseguenza la libera circolazione del testo è in realtà un finto problema, infatti, già da anni, in diversi paesi, Italia compresa, è possibile acquistare il libro. In Germania è stata preparata un’edizione critica del Mein Kampf e per Christian Hartmann, curatore, è giusto che venga pubblicato per cercare di distruggere il mito del nazismo.
Domenico Quirico in un articolo pubblicato il 23 dicembre 2015 sul settimanale Origami de La Stampa spiega che il Mein Kampf è un best seller in molti paesi. Il giornalista racconta un piccolo episodio che gli è capitato nel 2011 che invita a riflettere. Quirico si trovava per lavoro al Cairo quando, al centro della vetrina di una piccola libreria, vede esposta l’edizione araba del Mein Kampf; chieste spiegazioni al titolare del negozio, scopre che il libro è molto richiesto e venduto. Due anni dopo torna nella stessa libreria e vede che ancora continuano a vendere copie del libro, che è molto venduto non solo in Egitto, ma anche in paesi come l’Iran e la Turchia, dove nel 2005 ha venduto migliaia di copie. Viene naturale chiedersi che senso abbia vietare o discutere riguardo la possibilità di limitare le pubblicazioni del libro, quando è in circolazione da anni, in Europa come in altri paesi.
Due giorni fa l’annuncio dell’Ansa: «le copie saranno solo 4000, al prezzo non proprio economico di 59 euro, corredate da 3500 note preparate da un pool di illustri storici che serviranno a contestualizzare le tesi contenute nel volume».
31 dicembre 2015 tempo di bilanci non solo per la Germania, ma per tutti noi, soprattutto alla luce degli avvenimenti degli ultimi mesi. Non è questione di numeri: la diffusione e le reazioni che creerà una più libera circolazione del testo non dipende dal numero di copie o dal prezzo. Sarebbe auspicabile un intervento volto a demitizzare lo stile propagandistico del Mein Kampf, che se pur obsoleto per certi aspetti, potrebbe ancora affascinare ed attrarre. Parlare di più dei lager, di Hitler, della guerra, del razzismo e della discriminazione sarebbe una grande vittoria nei confronti del nazismo. La condanna più grande per un regime, di qualsiasi tipo, è la parola, se le persone trovano il coraggio di parlare, di raccontare, di ricordare e di tramandare ciò che è stato, indubbiamente si riuscirà a sconfiggere la falsa idea che esista una “guerra giusta”. C’è un minimo comun denominatore per tutti i conflitti ed è la paura. Allora, tra i buoni propositi per il nuovo anno dovrebbe esserci quello di provare a non dimenticare, perché spesso solo la storia passata può aiutarci a salvare il presente. Per difendersi è necessario conoscere e allora ben venga l’edizione critica del Mein Kampf, purché se ne parli.
Lo scadere dei diritti d’autore e di conseguenza la libera circolazione del testo è in realtà un finto problema, infatti, già da anni, in diversi paesi, Italia compresa, è possibile acquistare il libro. In Germania è stata preparata un’edizione critica del Mein Kampf e per Christian Hartmann, curatore, è giusto che venga pubblicato per cercare di distruggere il mito del nazismo.
Domenico Quirico in un articolo pubblicato il 23 dicembre 2015 sul settimanale Origami de La Stampa spiega che il Mein Kampf è un best seller in molti paesi. Il giornalista racconta un piccolo episodio che gli è capitato nel 2011 che invita a riflettere. Quirico si trovava per lavoro al Cairo quando, al centro della vetrina di una piccola libreria, vede esposta l’edizione araba del Mein Kampf; chieste spiegazioni al titolare del negozio, scopre che il libro è molto richiesto e venduto. Due anni dopo torna nella stessa libreria e vede che ancora continuano a vendere copie del libro, che è molto venduto non solo in Egitto, ma anche in paesi come l’Iran e la Turchia, dove nel 2005 ha venduto migliaia di copie. Viene naturale chiedersi che senso abbia vietare o discutere riguardo la possibilità di limitare le pubblicazioni del libro, quando è in circolazione da anni, in Europa come in altri paesi.
Due giorni fa l’annuncio dell’Ansa: «le copie saranno solo 4000, al prezzo non proprio economico di 59 euro, corredate da 3500 note preparate da un pool di illustri storici che serviranno a contestualizzare le tesi contenute nel volume».
31 dicembre 2015 tempo di bilanci non solo per la Germania, ma per tutti noi, soprattutto alla luce degli avvenimenti degli ultimi mesi. Non è questione di numeri: la diffusione e le reazioni che creerà una più libera circolazione del testo non dipende dal numero di copie o dal prezzo. Sarebbe auspicabile un intervento volto a demitizzare lo stile propagandistico del Mein Kampf, che se pur obsoleto per certi aspetti, potrebbe ancora affascinare ed attrarre. Parlare di più dei lager, di Hitler, della guerra, del razzismo e della discriminazione sarebbe una grande vittoria nei confronti del nazismo. La condanna più grande per un regime, di qualsiasi tipo, è la parola, se le persone trovano il coraggio di parlare, di raccontare, di ricordare e di tramandare ciò che è stato, indubbiamente si riuscirà a sconfiggere la falsa idea che esista una “guerra giusta”. C’è un minimo comun denominatore per tutti i conflitti ed è la paura. Allora, tra i buoni propositi per il nuovo anno dovrebbe esserci quello di provare a non dimenticare, perché spesso solo la storia passata può aiutarci a salvare il presente. Per difendersi è necessario conoscere e allora ben venga l’edizione critica del Mein Kampf, purché se ne parli.
Arianna Pronestì
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16 marzo 2015
In libreria
Patrizia Delpiano
Liberi di scrivere. La battaglia per la stampa nell'età dei Lumi
Laterza, Roma-Bari, 2015, 206 pp.
disponibile anche in ebook
Descrizione
Nell'età dei Lumi fece la sua comparsa sulla scena europea un nuovo attore: il "philosophe", che rivendicava apertamente, tra le altre, la libertà di esprimersi a livello pubblico attraverso la parola scritta. Concentrandosi in particolare su Francia e Italia, Patrizia Delpiano esplora il processo che tra la fine del Seicento e la fine del Settecento condusse alla teorizzazione e alla messa in pratica della libertà di stampa. È una storia segnata da ostacoli istituzionali come la censura ecclesiastica e statale e da altri, non meno coercitivi, posti dalla coscienza degli autori stessi. Tra l'etica del silenzio e la libertà di scrivere si apriva infatti il vasto campo dell'autocensura: un universo del non scritto sinora largamente inesplorato, che segnò a lungo la vicenda degli intellettuali europei.
*Link all'Indice del libro
Liberi di scrivere. La battaglia per la stampa nell'età dei Lumi
Laterza, Roma-Bari, 2015, 206 pp.
disponibile anche in ebook
Descrizione
Nell'età dei Lumi fece la sua comparsa sulla scena europea un nuovo attore: il "philosophe", che rivendicava apertamente, tra le altre, la libertà di esprimersi a livello pubblico attraverso la parola scritta. Concentrandosi in particolare su Francia e Italia, Patrizia Delpiano esplora il processo che tra la fine del Seicento e la fine del Settecento condusse alla teorizzazione e alla messa in pratica della libertà di stampa. È una storia segnata da ostacoli istituzionali come la censura ecclesiastica e statale e da altri, non meno coercitivi, posti dalla coscienza degli autori stessi. Tra l'etica del silenzio e la libertà di scrivere si apriva infatti il vasto campo dell'autocensura: un universo del non scritto sinora largamente inesplorato, che segnò a lungo la vicenda degli intellettuali europei.
*Link all'Indice del libro
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04 luglio 2013
In libreria
Nigel Warburton
Libertà di parola
Milano, Raffaello Cortina Editore, 2013, 144 pp.
Descrizione
“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.” Questa frase, attribuita a Voltaire, è spesso citata dai sostenitori della libertà di parola. Eppure è raro trovare qualcuno pronto a difendere ogni espressione in ogni circostanza. Quali ne sono, dunque, i limiti? Nigel Warburton offre una guida concisa a questioni importanti che sfidano la società moderna sul valore della libertà di parola: dove dovrebbe tracciare la linea di confine una società civilizzata? Dovremmo essere liberi di offendere la religione di altre persone? Ci sono buone ragioni per censurare la pornografia? Internet ha cambiato tutto? Questa breve introduzione è un’analisi provocatoria, chiara e aggiornata dell’assunto liberale secondo cui è opportuno proteggere la libertà di parola a ogni costo.
Libertà di parola
Milano, Raffaello Cortina Editore, 2013, 144 pp.
Descrizione
“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.” Questa frase, attribuita a Voltaire, è spesso citata dai sostenitori della libertà di parola. Eppure è raro trovare qualcuno pronto a difendere ogni espressione in ogni circostanza. Quali ne sono, dunque, i limiti? Nigel Warburton offre una guida concisa a questioni importanti che sfidano la società moderna sul valore della libertà di parola: dove dovrebbe tracciare la linea di confine una società civilizzata? Dovremmo essere liberi di offendere la religione di altre persone? Ci sono buone ragioni per censurare la pornografia? Internet ha cambiato tutto? Questa breve introduzione è un’analisi provocatoria, chiara e aggiornata dell’assunto liberale secondo cui è opportuno proteggere la libertà di parola a ogni costo.
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12 giugno 2013
Parola chiave: consapevolezza
Quando si studiano i processi che hanno portato all’informazione odierna ci si rende immediatamente conto dell’importanza che la struttura della società civile ha da sempre rivestito riguardo l’informazione. I detentori del potere, Regnanti e Chiese, hanno capito più di 500 anni fa l’importanza della gestione e della manipolazione del cosiddetto “quarto potere”: l’informazione. La richiesta di informazione va di pari passo con l’aumento della consapevolezza, quindi dell’istruzione delle popolazioni dei vari Stati.
Nel '400 - '500 non si
sentiva il bisogno di un’informazione critica sull’operato di chi deteneva il
potere in quanto questo proveniva da Dio e quindi era ricoperto da una sorta di
scudo divino. A mio parere, nel tempo, la situazione nella sostanza non è
cambiata di molto.
Il Novecento è stato
caratterizzato dalle forti ideologie predominanti, nazionalsocialista e comunista,
che hanno veicolato l’opinione pubblica verso le tre grandi catastrofi del XX secolo:
la prima guerra mondiale, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda. Attraverso
censura e propaganda si sono creati nemici ed eroi che hanno portato intere popolazioni
allo scontro, alla sofferenza e alla fame.
Con l’aumento delle
democrazie e dei nuovi valori post-materialistici i governi democratici hanno
incontrato la necessità di spostare l’attenzione verso nuovi desideri, nuovi
bisogni, nuove questioni e soprattutto nuovi modi per controllare le tecnologie
e il consenso.
Così, prendendo ad
esempio il nostro paese, l’utilizzo di una nuova fonte di intrattenimento
alternativo a quella esistente e poco divertente quale è stato l’avvento di Mediaset
in Italia ha permesso la discesa in politica nel 1993 di Silvio Berlusconi
“colui che piace alle casalinghe”. Il suo impero mediatico gli ha consentito di
attirare a sé nuove fasce di “consumatori” grazie al proprio prodotto di
intrattenimento: uno specchietto per le allodole fatto di gambe al vento,
costumi succinti, notizie velate e nascoste e notizie falsificate ad arte. La
critica del nulla e il nulla dove la critica era necessaria.
L’avvento di internet,
in particolar modo dei social network, ha sicuramente consentito un’apertura
dal punto di vista della critica e un aumento della partecipazione diretta dei cittadini
alle tematiche che si presentano di giorno in giorno ma ha anche provocato un’emorragia
di notizie false e l’aumento di specchietti per le allodole.
Non riesco a
comprendere la lotta al “mi piace” utilizzando e pubblicando notizie senza nemmeno
averle verificate. In particolare mi riferisco ad un video apparso in questi
giorni sul social network facebook. Il video in questione proviene dalla Spagna
ed è intitolato Dopo aver visto questo video non berrai mai più la Coca Cola (bibita nota in tutto il mondo). Questo, a mio parere è un ottimo esempio di
specchietto per le allodole all’interno della lotta al “mi piace”: viene
ripresa una persona che mette in un pentolino la bibita accendendo la fiamma e
aspettando una mezzora. Dopo la mezzora, per ragioni puramente chimiche, il
liquido diventa denso e scuro e alla fine del cortometraggio appare una scritta
“PENSA A COSA BEVI!”. Qualsiasi persona che si diletti minimamente di cucina sa
benissimo che questo processo è normale in qualsiasi composto liquido che contenga
zucchero e acqua ma il web si è scatenato contro la bevanda. Ora ci si potrebbe
chiedere: questo cosa centra con la gestione del potere e dell’informazione? Questo è un ottimo
esempio di come la corsa alla notizia flash e al “mi piace” abbia completamente
fatto venir meno la verifica di quello che si legge e soprattutto di quello che
si pubblica. Le nuove tecnologie permettono a tutti di diventare fonti
dell’informazione ma questo dovrebbe avvenire di pari passo con la
consapevolezza delle persone, proprio come nel 600, la maggiore consapevolezza
della borghesia inglese ha fatto sì che si verificasse il processo che ha
portato alla libertà di stampa e opinione.
Sheila Badano
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11 ottobre 2012
In libreria
Rinaldo Boggiani
Storia della libertà di stampa in Italia
Roma, Segnalibro edizioni, 2012, 158 pp.
Descrizione
Il saggio rappresenta una tappa nello studio comparato, storico, istituzionale, della libertà di stampa. In appendice, il discorso di Giuseppe Compagnoni pronunziato il 2 maggio 1797 nell'Università di Ferrara in occasione dell'istituzione della nuova cattedra di diritto costituzionale democratico e giuspubblico universale.
Storia della libertà di stampa in Italia
Roma, Segnalibro edizioni, 2012, 158 pp.
Descrizione
Il saggio rappresenta una tappa nello studio comparato, storico, istituzionale, della libertà di stampa. In appendice, il discorso di Giuseppe Compagnoni pronunziato il 2 maggio 1797 nell'Università di Ferrara in occasione dell'istituzione della nuova cattedra di diritto costituzionale democratico e giuspubblico universale.
*disponibile anche in formato ebook nel sito di Segnalibro.
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12 settembre 2012
In libreria
Peter Forsskål
Pensieri sulla libertà civile
a cura di Elisa Bianco
Macerata, Liberilibri, 2012, pp.111.
Descrizione
Nell’anno 1759 il ventisettenne Peter Forsskål pubblica a Stoccolma Pensieri sulla libertà civile. Un pamphlet che, nella Svezia ancien régime di Adolfo Federico, doveva apparire sedizioso perché contestava la sacralità dei sovrani, i privilegi di classe, ed esaltava la libertà di pensiero e di espressione. Il libello, tirato in 500 copie, subì i fulmini dell’Autorità, che ne ordinò il sequestro. E toccò proprio al grande Linneo, di cui Forsskål era discepolo, l’ingrato compito di recuperare il corpo del reato. Impresa che riuscì solo in minima parte poiché l’autore, con mossa tempestiva, aveva provveduto a ritirare tutti gli esemplari dallo stampatore. E poiché, come sappiamo, prima o poi le idee agiscono sulla realtà politica, sociale e giuridica dei popoli, a distanza di soltanto sette anni, nel 1766, anche grazie a questo coraggioso scritto, la Svezia, prima fra le nazioni d’Europa, ebbe la sua legge sulla libertà di stampa. Legge che visse effimera vita ma che rappresentò una miccia d’innesco per future esplosive conquiste.
Peter Forsskål (Helsinki 1732-Yemen 1763) Nato in Finlandia, allora dominio svedese, ingegno precocissimo, s’iscrive a dieci anni all’Università di Uppsala. Studia teologia e lingue orientali, nonché scienze naturali con Linneo. Frequenta poi l’Università di Gottinga dove approfondisce la filosofia, l’economia, la botanica e l’agronomia. Il suo indiscusso valore intellettuale non gli valse la cattedra universitaria a causa delle sue idee innovatrici e anche del carattere ispido e intollerante. Linneo, volendo onorare il discepolo con l’assegnare il suo nome a una pianta, scelse un’ortica (Forskålea tenacissima)! Autorevole rappresentante, insieme a Anders Chydenius, dell’Illuminismo scandinavo e intrepido sostenitore dei diritti dell’individuo, della libertà di parola e di stampa, concluse la sua intensa, breve vita in Arabia Felix (oggi Yemen) mentre partecipava come esperto di botanica a una spedizione scientifica finanziata dal re di Danimarca.
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22 luglio 2012
In libreria
Franco Pierno
"Stampa meretrix". Scritti quattrocenteschi contro la stampa
Venezia, Marsilio, 2012, 80 pp.
Descrizione
"Stampa meretrix". Scritti quattrocenteschi contro la stampa
Venezia, Marsilio, 2012, 80 pp.
Descrizione
La fine del libro cartaceo si avvicina? Qualche anno fa, i primi e-book non facevano certo temere per un’estinzione del sapere stampato; di recente, tuttavia, la tecnologia ha molto migliorato la funzionalità del libro elettronico, rendendolo più maneggevole ed efficace. Alcuni si entusiasmano per le innumerevoli possibilità editoriali che questo cambiamento epocale comporta; altri, invece, evocano scenari apocalittici. Poco meno di seicento anni fa, la comparsa del libro stampato aveva suscitato altrettanti entusiasmi e timori in una società che sino ad allora aveva conosciuto solo la scrittura a mano. A Venezia, città che aveva intensamente vissuto la nascita e gli sviluppi dell’ars typographica, il rapido propagarsi della stampa aveva rivoluzionato i meccanismi socio-culturali, provocando situazioni contrastanti. Se disponiamo di ampie testimonianze circa le vicende giuridiche e amministrative relative ai primi esperimenti editoriali, documentare le diffidenze e i timori che li avevano accompagnati è invece impresa meno agevole. Qualche interessante testimonianza ci proviene da pochi e frammentari scritti marginali (in genere poesie), stesi talvolta a corredo di opere più importanti e raccolti ora in questa antologia. Grazie a essi, l’euforia e l’ostilità nei confronti della stampa, conosciute soprattutto attraverso cifre e statistiche industriali, trovano anche un’espressione letteraria.
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20 giugno 2012
L’Iran delle parole disarmate
Curato da Ahmad Rafat, giornalista italo iraniano membro fondatore dell’associazione Iniziativa per la Libertà d’Espressione in Iran, L’ultima primavera è uno dei numerosi testi di analisi e di testimonianza diretta pubblicati dall’Information Safety and Freedom (ISF), associazione italiana che si occupa di libertà di informazione nel mondo e del cui comitato esecutivo fa parte lo stesso Rafat.
Dodici dei più illustri nomi del giornalismo iraniano raccontano esperienze di repressione, censura e autocensura nel proprio Paese. La lotta per la libertà di informazione attraverso gli occhi e le parole di Ahmad Rafat, Massoumeh Shafie, Maryam Afshang, Ahmad Zeydabadi, Mehrangiz Kar, Ebrahim Nabavi, Lili Farhadpour, Mashaollah Shamselvaezin, Emadeddin Baghi, Mohammad Ghouchani, Mohsen Sazgara, Bijan Rouhani. Ma anche di Stefano Marcelli e Roberto Reale, giornalisti italiani. Tanti nomi, persone e storie diverse. Denominatore comune il desiderio di un’informazione libera, svincolata dal potere, non censurata.
Ciò che viene descritto nel libro ritrae in maniera inedita il Regime degli Ajatollah e delinea i confini di quell’opposizione liberale di cui però nessuno parla.
I pensieri e le esperienze dei giornalisti, tradotti e impressi su carta, omaggiano l’esercizio della libera espressione, in uno spirito solidaristico rivolto a scrittori e intellettuali ai quali è stato negato il diritto alla comunicazione e all’espressione.
E’ proprio Marcelli, presidente dell’associazione ISF, a scrivere le prime pagine, forse le più crude, sicuramente le più esemplificative. Racconta di Akbar Ganji, il giornalista rinchiuso nel carcere di Evin, “la casa dei fantasmi”, che nel suo settimanale Roche no (Nuova via) aveva denunciato i delitti compiuti dal regime contro gli intellettuali dissidenti e per questo condannato a 6 anni di reclusione. Resiste alle torture, non chiede la grazia, continua a scrivere dal carcere. Nell’estate del 2005 invita il popolo iraniano a boicottare le elezioni contro la prevista vittoria del falso riformista Khatami e inizia uno sciopero della fame che durerà 2 mesi. Si mobilitano per lui Amnesty International, le Nazioni Unite, Kofi Annan: ne denunciano le pessime condizioni, ma il giornalista non viene liberato. “Questa candela è quasi spenta - scrive dal carcere di Evin - ma questa voce non sarà messa a tacere”. Ma non si spegne, Ganji: verrà rilasciato nel 2006.
Anche Ahmad Zeidabai, oggi collaboratore della BBC World Service, fu imprigionato. Nel libro, mediante un’intervista, racconta che cosa ha significato lavorare in un giornale, Hamshahri (Il Cittadino), considerato il capofila del giornalismo indipendente iraniano dell’era post rivoluzionaria. Parla di autocensura, sostiene che solo in rare occasioni è riuscito a evitarla: “non è facile scrivere liberamente, quando si è appreso questo mestiere in un paese dove la censura è una regola e non un’eccezione”.
Viaggio nella storia del giornalismo iraniano, tra i tentativi compiuti dai giornalisti per poter esercitare con libertà e dignità la loro professione. Pagine e pagine alla scoperta dell’Iran più intellettualmente acceso e crudo, quello dei dissidenti disarmati che non usano altro messo mezzo se non la parola. Le donne e il giornalismo di Lili Farhadpour, il viaggio di un fotografo raccontato da Rouhani, e ancora il ruolo dei blog e la repressione in rete analizzati da Roberto Reale. E la conclusione, di Rafat: la speranza è l’ultima a morire.
Il coraggio unito all’entusiasmo e al desiderio di chi vuol “far sapere”, di chi ama il proprio paese e lo vuole libero, di chi difende la propria professione.
Inno alla libertà di manifestazione delle idee. Ciò che fa di un paese un paese democratico. - Irene Salinas
L'ultima primavera. La lotta per la libertà di informazione in Iran
a cura di Ahmad Rafat
Dodici dei più illustri nomi del giornalismo iraniano raccontano esperienze di repressione, censura e autocensura nel proprio Paese. La lotta per la libertà di informazione attraverso gli occhi e le parole di Ahmad Rafat, Massoumeh Shafie, Maryam Afshang, Ahmad Zeydabadi, Mehrangiz Kar, Ebrahim Nabavi, Lili Farhadpour, Mashaollah Shamselvaezin, Emadeddin Baghi, Mohammad Ghouchani, Mohsen Sazgara, Bijan Rouhani. Ma anche di Stefano Marcelli e Roberto Reale, giornalisti italiani. Tanti nomi, persone e storie diverse. Denominatore comune il desiderio di un’informazione libera, svincolata dal potere, non censurata.
Ciò che viene descritto nel libro ritrae in maniera inedita il Regime degli Ajatollah e delinea i confini di quell’opposizione liberale di cui però nessuno parla.
I pensieri e le esperienze dei giornalisti, tradotti e impressi su carta, omaggiano l’esercizio della libera espressione, in uno spirito solidaristico rivolto a scrittori e intellettuali ai quali è stato negato il diritto alla comunicazione e all’espressione.
E’ proprio Marcelli, presidente dell’associazione ISF, a scrivere le prime pagine, forse le più crude, sicuramente le più esemplificative. Racconta di Akbar Ganji, il giornalista rinchiuso nel carcere di Evin, “la casa dei fantasmi”, che nel suo settimanale Roche no (Nuova via) aveva denunciato i delitti compiuti dal regime contro gli intellettuali dissidenti e per questo condannato a 6 anni di reclusione. Resiste alle torture, non chiede la grazia, continua a scrivere dal carcere. Nell’estate del 2005 invita il popolo iraniano a boicottare le elezioni contro la prevista vittoria del falso riformista Khatami e inizia uno sciopero della fame che durerà 2 mesi. Si mobilitano per lui Amnesty International, le Nazioni Unite, Kofi Annan: ne denunciano le pessime condizioni, ma il giornalista non viene liberato. “Questa candela è quasi spenta - scrive dal carcere di Evin - ma questa voce non sarà messa a tacere”. Ma non si spegne, Ganji: verrà rilasciato nel 2006.
Anche Ahmad Zeidabai, oggi collaboratore della BBC World Service, fu imprigionato. Nel libro, mediante un’intervista, racconta che cosa ha significato lavorare in un giornale, Hamshahri (Il Cittadino), considerato il capofila del giornalismo indipendente iraniano dell’era post rivoluzionaria. Parla di autocensura, sostiene che solo in rare occasioni è riuscito a evitarla: “non è facile scrivere liberamente, quando si è appreso questo mestiere in un paese dove la censura è una regola e non un’eccezione”.
Viaggio nella storia del giornalismo iraniano, tra i tentativi compiuti dai giornalisti per poter esercitare con libertà e dignità la loro professione. Pagine e pagine alla scoperta dell’Iran più intellettualmente acceso e crudo, quello dei dissidenti disarmati che non usano altro messo mezzo se non la parola. Le donne e il giornalismo di Lili Farhadpour, il viaggio di un fotografo raccontato da Rouhani, e ancora il ruolo dei blog e la repressione in rete analizzati da Roberto Reale. E la conclusione, di Rafat: la speranza è l’ultima a morire.
Il coraggio unito all’entusiasmo e al desiderio di chi vuol “far sapere”, di chi ama il proprio paese e lo vuole libero, di chi difende la propria professione.
Inno alla libertà di manifestazione delle idee. Ciò che fa di un paese un paese democratico. - Irene Salinas
L'ultima primavera. La lotta per la libertà di informazione in Iran
a cura di Ahmad Rafat
Firenze, Polistampa, 2006, 160 pp.
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18 giugno 2012
Il portale per la libertà di stampa e il diritto all’Informazione
LSDI – Libertà di Stampa, Diritto all’Informazione è “un gruppo di lavoro nato dall’iniziativa di alcuni amici impegnati nel mondo dell’informazione e, in parte, nella Federazione Nazionale della Stampa”, nato con l'obiettivo di :
“far confluire in un unico spazio varie esperienze di riflessione, analisi e dibattito sui temi dell’informazione onde costituire un laboratorio di senso della professione giornalistica nel mondo contemporaneo e cercare di dare corpo all’utopia dl buon giornalismo.” .
LSDI è dunque il portale ideale per venire a conoscenza dei tanto decantati “giornalismi possibili” attraverso la discussione aperta dei pregi e dei difetti del “vetro”. Sondaggi, riflessioni, statistiche, appuntamenti ed eventi sono solo alcuni degli spunti offerti dal sito, il quale punta moltissimo sulle realtà giornalistiche extra italiane e sui modelli d’oltreoceano, ben diversi dal “nostro” modo di fare informazione e legati a paradigmi giornalistici aperti e ben disponibili alla novità e al cambiamento. Al di là delle diffuse preoccupazioni sulle possibilità di sopravvivenza del classico metodo di fare informazione e delle grandi testate internazionali sull’orlo del collasso economico-finanziario, notevole importanza viene attribuita al citizen journalism e ai fautori del modello partecipativo, al rapporto con le fonti nell’era digitale, alla multimedialità del prodotto informativo, alla qualità dello stesso e all’evoluzione della professione del giornalista nell’epoca di Facebook e Twitter (network sociali divenuti non solo veicoli quasi primari dell’informazione - comunicazione, ma persino fonti per la costruzione, l’assemblaggio e la presentazione della notizia).
All’interno di un “calderone” in cui si scontrano senza sosta antico e moderno, professionale e amatoriale, ufficialità e self-making, crisi editoriale e sviluppo tecnologico – interattivo, flussi unidirezionali e feedback sempre più dotati di poteri decisionali, LSDI confronta il futuro e il passato dell’informazione, promuovendo altresì discussioni a raggio allargato presso eventi, convegni, conferenze, tavole rotonde, dibattiti e festivals (uno fra tutti, il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia). Ancora, il portale presenta interessanti prospetti sulla libertà di stampa nelle varie zone del globo e sulle nuove legislazioni in merito.
Fra i vari articoli di LSDI spiccano i report di alcuni sondaggi promossi da enti, associazioni, centri di ricerca, centri sperimentali e dipartimenti accademici, risultati che peraltro confermano la definitiva crisi dello stampato (e della fiducia riposta dalla cittadinanza dei lettori) a scapito della multimedialità web, l’aumento di blog e piattaforme virtuali personalizzate e personalizzabili, il declino del giornalisti con “penna e blocchetto” e delle grandi aziende editoriali, uno fra tutti, Rupert Murdoch, travolto congiuntamente dai drastici cali delle vendite nella madrepatria australiana (The Sun On Sunday) e dagli spinosi contenziosi giudiziari nel Regno Unito. Non per ultima, una valutazione fatta dal sito Career Cast.com che ha piazzato il cronista al 196° posto nella classifica dei lavori, appena prima dei contadini e dei soldati, completa un quadro non proprio soddisfacente della tradizionale professione giornalistica.
Accanto alle (spesso) funeste previsioni di questi sondaggi, Lsdi ha proposto anche vivaci riflessioni sulla contemporaneità dell’essere “gatekeeper” e “newsmaker” (gli scenari intravisti dal Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, la tesi di una studentessa della “Sapienza” di Roma su “passioni, vita e dolori del giornalista da precario” ...), i già citati nuovi modelli di giornalismo online tramite le piattaforme 2.0 (blog, social media...), alcuni consigli e “vademecum” per l’apprendista redattore “multitasker” alle prese con le sfaccettature della multimedialità (addirittura un manuale per diventare giornalista hacker scritto dal professor Giovanni Ziccardi e intitolato Il giornalista hacker. Piccola guida per un uso sicuro e consapevole della tecnologia), la filosofia della condivisione e dell’interazione dei network sociali, la nascita di nuovi progetti web non-profit (ad esempio la piattaforma di video giornalismo investigativo promossa dall’americana CIR – Center for Investigative Reporting) e l’impegno sociale dei “big” della virtualità contro il terrorismo e i crimini perpetrati in Rete.
Paolo Giorcelli
*link al sito di LSDI
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06 maggio 2012
Il Manifesto per la libertà di stampa di Albert Camus
In questo periodo si dedica attenzione ad Albert Camus, grande giornalista e scrittore di fama mondiale, Premio Nobel per la letteratura. In Francia si tengono convegni sulla sua opera e sulla sua figura di "uomo in rivolta", tema di sicura attualità; nei cinema italiani è in circolazione il film di Gianni Amelio Il primo uomo. Il quotidiano "la Repubblica" pubblica in esclusiva un articolo inedito del 25 novembre 1939 sulla libertà di stampa, un'ottimo testo per per provare a ri/definire i confini ed i contenuti della libertà di stampa nella nostra contemporaneità.
Manifesto per la libertà di stampa
25 novembre 1939
25 novembre 1939
"Oggigiorno è difficile parlare della libertà di stampa senza essere tacciati di stravaganza, essere sospettati di essere Mata Hari, o vedersi incriminare con l´accusa di essere il nipotino di Stalin. Eppure, questa libertà tra le altre non è che uno dei volti della libertà tout court e si capirà la nostra ostinazione a difenderla se si è disposti ad ammettere che non c´è altro modo di vincere davvero la guerra. Certo, ogni libertà ha i suoi limiti. Bisogna però che questi limiti siano liberamente riconosciuti. Sugli ostacoli che oggi si oppongono alla libertà di pensiero, abbiamo già detto tutto quello che abbiamo potuto e diremo ancora, fino alla nausea, tutto ciò che ci sarà possibile dire. In particolare, non ci stupirà mai abbastanza, una volta assunto il principio della censura, che la riproduzione di testi pubblicati in Francia e approvati dai censori della Francia metropolitana sia vietata, per esempio, al Soir républicain (il quotidiano pubblicato ad Algeri di cui all´epoca Camus era caporedattore ndr). Il fatto che a questo riguardo un giornale dipenda dall´umore o dalla competenza di un uomo dimostra meglio di ogni altra cosa il grado d´incoscienza a cui siamo arrivati.
Uno dei buoni precetti di una filosofia degna di questo nome è di nonprofondersi in vane lamentazioni di fronte a uno stato di fatto che non si puòpiù evitare. Oggi in Francia non si pone più il problema di capire come preservare le libertà della stampa. La questione è capire come, davanti alla soppressione di quelle libertà, un giornalista possa rimanere libero. Il problema non riguarda più la collettività, bensì l´individuo. E, per l´appunto, ciò che ci piacerebbe definire qui sono le condizioni e i mezzi con cui, nel contesto della guerra e delle sue schiavitù, la libertà possa essere non soltanto preservata ma perfino manifestata. Detti mezzi sono quattro: la lucidità, l´opposizione, l´ironia e l´ostinazione. La lucidità presuppone la resistenza agli impulsi dell´odio e al culto della fatalità. Nel mondo della nostra esperienza è certo che tutto si possa evitare. La stessa guerra, che è un fenomeno umano, può essere in ogni momento evitata o fermata con mezzi umani. È sufficiente conoscere la storia degli ultimi anni della politica europea per sapere per certo che la guerra, qualsiasi guerra, ha cause evidenti. Questa visione chiara delle cose esclude l´odio cieco e la disperazione che lascia correre. Un giornalista libero, nel 1939, non dispera e lotta per ciò che crede vero come se la sua azione potesse influire sul corso degli eventi. Non pubblica niente che possa istigare all´odio o provocare la disperazione. Tutto questo è in suo potere.
Dinanzi alla marea crescente della stupidità è anche necessario opporre qualche rifiuto. Non c´è coercizione al mondo che possa indurre una persona con un minimo di rettitudine ad accettare di essere disonesta. Ora, per poco che si conosca il meccanismo dell´informazione, è facile accertarsi dell´autenticità di una notizia. Ed è a questo che un giornalista libero deve prestare tutta las ua attenzione. Infatti, se non può dire tutto quello che pensa, gli è possibile non dire quello che non pensa o che crede falso. Analogamente, un giornale libero si valuta tanto per quello che dice quanto per quello che non dice. Questa libertà in negativo è di gran lunga la più importante, se la si riesce a mantenere. Perché prelude all´avvento della vera libertà. Di conseguenza, un giornale indipendente indica la fonte delle sue informazioni, aiuta il pubblico a vagliarle, ripudia il lavaggio del cervello, evita le invettive, sopperisce con dei commenti all´uniformazione delle informazioni e, in breve, serve la verità nell´umana misura delle sue forze. Questa misura, per relativa che sia, gli permette almeno di rifiutare ciò che nessuna forza al mondo potrebbe fargli accettare: servire la menzogna.
Veniamo ora all´ironia. Si può affermare in linea di principio che una persona che ha il gusto e i mezzi per imporre la coercizione è impermeabile all´ironia. Non si immagina Hitler, giusto per citare un esempio tra altri, fare uso dell´ironia socratica. Nondimeno l´ironia continua a essere un´arma impareggiabile contro chi è troppo potente. Essa completa la resistenza, nel senso che permette non già di respingere ciò che è falso ma, spesso, di dire ciò che è vero. Un giornalista libero, nel 1939, non si fa troppe illusioni sull´intelligenza di quelli che lo opprimono. È pessimista per quanto riguarda l´uomo. Una verità enunciata in tono dogmatico viene censurata nove volte su dieci. La stessa verità detta scherzosamente, solo cinque volte su dieci. Questo meccanismo illustra in modo abbastanza preciso le potenzialità dell´intelligenza umana. E spiega anche come dei giornali francesi come Le Merle o Le Canard enchaîné riescano a pubblicare regolarmente i coraggiosi articoli che sappiamo. Un giornalista libero, nel 1939, è dunque necessariamente ironico, per quanto spesso lo sia suo malgrado. Ma la verità e la libertà, avendo pochi amanti, con quei pochi sono molto esigenti.
È evidente che l´atteggiamento che abbiamo appena descritto non potrebbe essere sostenuto con efficacia senza un minimo di ostinazione. Gli ostacoli alla libertà d´espressione sono molti. Ma non sono i più severi a poter scoraggiare un animo saldo. Infatti le minacce, le sospensioni, i procedimenti penali inFrancia ottengono generalmente l´effetto opposto a quello voluto. Tuttavia bisogna ammettere che degli ostacoli scoraggianti ci sono: la costanza nella stupidità, l´ignavia organizzata, l´ottusità aggressiva e via dicendo. È quellal a grossa barriera che bisogna riuscire a sfondare. L´ostinazione perciò diventa una virtù cardinale. Per un paradosso curioso ma palese, essa passa così al servizio dell´obiettività e della tolleranza.
Ecco dunque un insieme di regole per preservare la libertà anche nellaschiavitù. E dopo? ci si chiederà. Dopo? Non facciamoci prendere dalla fretta. Se soltanto ogni francese fosse disposto a sostenere nel suo raggio d´azione tutto ciò che ritiene vero e giusto, se volesse dare il suo piccolo contributo al mantenimento della libertà, resistere all´abbandono e far conoscere la sua volontà, allora e soltanto allora questa guerra sarebbe vinta nel senso profondo del termine.
Sì, in questo secolo è spesso a malincuore che uno spirito libero si esprime con ironia. Su cosa si ha voglia di scherzare in questo mondo in fiamme? Ma la virtù dell´uomo è di conservarsi tale anche davanti alla negazione dell´umanità. Nessuno vuole ricominciare tra venticinque anni la duplice esperienza del 1914 e del 1939, perciò bisogna sperimentare un metodo completamente nuovo, basato su giustizia e generosità. Ma queste non si esprimono che nei cuori già liberi e nelle menti ancora lungimiranti. Formare questi cuori e queste menti, o piuttosto risvegliarli, è il compito insieme modesto e ambizioso che pertiene all´uomo indipendente. Bisogna attenervisi anche senza vedere oltre. La storia potrà tener conto di questi sforzi oppure no, ma saranno stati fatti".
Albert Camus
*Albert Camus, Manifesto per la libertà di stampa, "la Repubblica" 6 maggio 2012
11 febbraio 2012
In libreria
Edoardo Tortarolo
L'invenzione della libertà di stampa. Censura e scrittori nel Settecento
Roma, Carocci, 2011 pp. 224.
Descrizione
L'invenzione della libertà di stampa. Censura e scrittori nel Settecento
Roma, Carocci, 2011 pp. 224.
Descrizione
L’indagine storica degli ultimi decenni ha profondamente rinnovato le nostre conoscenze su aspetti, figure, temi che hanno formato la trama delle vicende intellettuali, politiche e sociali dell’illuminismo. Interrogato a partire dalle domande tipiche dei nostri giorni, esso perde così la rigidità di quel razionalismo astratto che gli è stato attribuito in passato e rivela una passione per la ragione ricca di sfumature, di curiosità per il mondo della natura e per le istituzioni umane e di aperti contrasti interni, che animarono un’ampia e spesso vivacissima discussione tra i philosophes. Guardato nella prospettiva di fine millennio, l’illuminismo ci appare un momento di rottura nella cultura europea nei confronti delle tradizioni religiose, culturali, politiche, intellettuali in genere, che nelle speranze dei suoi teorici avrebbe dovuto porre le premesse per un’esistenza umana più libera e consapevole delle proprie forze. La conoscenza dell’illuminismo rappresenta quindi un precedente necessario a capire la condizione di modernità che costituisce il nostro orizzonte attuale: gli illuministi si mostrano uomini con i quali condividiamo, al di là delle fondamentali trasformazioni intervenute in questi due secoli, speranze di emancipazione e consapevolezza dei limiti intrinseci alla condizione umana, inesauribile volontà di sapere e dubbi sulla forza della ragione.
*link all'Indice del libro.
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12 ottobre 2011
Quando si ha sete di informazione...
Il primo giorno di lezione la Professoressa Milan, senza un minimo cenno d’incertezza, ci disse che in ogni luogo e ogni epoca, l’informazione ha sempre vinto e continua a vincere. Chi vuole divulgare una qualunque notizia, in un modo o nell’altro, supera, da sempre, ogni sorta di censura.
Improvvisamente la mia fiducia nei confronti del Giornalismo, quello con la G maiuscola, riprese vigore, anche se, confesso, una certa diffidenza nei confronti di una dilagante “mala informazione”, continuava a lasciarmi in dubbio a riguardo.
Pochi giorni dopo leggo sui giornali che il Governo sta cercando un’altra volta di imbavagliare la Stampa (anch’essa degna di maiuscola) ed ecco che lo sconforto torna prepotentemente.
In questa altalena di stati d’animo ieri mi ha salvata la notizia che Santoro è riuscito a raccogliere la bellezza di 210 mila euro (contando solo i versamenti paypal), nel giro di 48 ore dal lancio della raccolta fondi per il suo nuovo programma Comizi d’amore.
Subito ho pensato “questa è democrazia”: il popolo che si autofinanzia i programmi che desidera vedere. Altro che partecipazione attiva, qui siamo ad un passo dalla rivoluzione contro il bavaglio!
Questo moto di ottimismo mi ha riportata all’esperienza del 2010 di Rai per una notte: 50 mila cittadini che con un contributo di 2.50 euro a testa danno vita ad un programma che, solo in diretta, ha registrato il 13% di share, senza essere trasmesso nelle reti “tradizionali”. Per non parlare del numero di persone che lo hanno rivisto nelle successive 48 ore: un vero successo!
Ora, non voglio santificare Santoro (mi si perdoni il facile gioco di allitterazione), prima di vedere di che pasta è fatto il suo nuovo programma, ma desidero, questo sì, sottolineare un fatto: gli italiani hanno sete d’informazione e sono disposti a pagare 10 euro a testa, se non di più, per dissetarsi.
Dati i fatti, mi tocca essere completamente d’accordo con la frase che ci ha imposto la prof. il primo giorno: l’informazione vince sempre. Così penso ad Enzo Biagi che, dopo l’assurda censura che subì dalla Rai per mezzo dell’allora ed attuale Presidente del Consiglio, uscì nelle librerie con un saggio dal titolo provocatorio “Quello che non si doveva dire”, nel quale vennero raccolte le inchieste che il maestro del giornalismo fece ugualmente con la sua equipe e che non furono mai mandate in onda. Già, chissà cos’è che non si poteva dire.
Spingendoci oltre i libri, adesso gli imbavagliatori devono fare i conti con i nuovi mezzi di comunicazione, sempre più alla portata di tutti e molto più veloci di una qualsiasi legge proibizionista. La vera informazione adesso è sul web e, se attraverso Facebook i nordafricani sono riusciti a ribaltare i loro longevi regimi dittatoriali, si potrà mai pensare che in un Paese come il nostro la Stampa si debba fermare davanti ad un Decreto Legge?
Marta Farruggia
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