“Chi ci guida nell'avventura creativa? (…) Soltanto la fiducia in qualcosa o in qualcuno nascosto dentro di te, qualcuno che conosci poco, che si fa vivo ogni tanto, una tua parte sorniona e sapiente che si è messa a lavorare al posto tuo può aver favorito la misteriosa operazione.”
Le riviste dell'informazione
- Bollettino LSDI
- British Journalism Review
- Columbia Journalism Review
- Comunicatori & Comunicazione
- Cuadernos des Periodistas
- Digital Journalism
- Etudes de communication
- Image of the Journalist in Popular Culture Journal
- International Journal of Press Politics
- Journal of Computer-Mediated Communication
- Journalism
- Journalism Practice
- Journalism Studies
- Key4biz.it
- Le Temps des médias
- Les Cahiers du Journalisme
- Media2000
- Mediascape Journal
- Nieman Reports
- Prima comunicazione
- Problemi dell'informazione
- Tabloid
Visualizzazione post con etichetta Recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Recensione. Mostra tutti i post
16 giugno 2020
Una vita tra fantasia e realtà
Il cinema è fatto di storie concrete e astratte, che ci incuriosiscono, appassionano, commuovono e anche rattristano. Guardare un film significa vivere tutte le emozioni che i personaggi provano e riflettere sulle scelte che fanno, giudicandole con il nostro proprio metro di giudizio. Spesso ci si consuma molto tempo a riflettere sul perché di quelle scelte e conversiamo volentieri con amici e familiari sulle diverse interpretazioni di una certa scena o un episodio o persino sul significato del film. Di solito queste conversazioni rimangono fine a se stesse, magari con l’aggiunta di risposte che vengono date dai critici cinematografici, ma che, bensì molto specializzate e studiate nel dettaglio, alla fine dei conti anche esse sono delle interpretazioni sulla reale ambizione del regista.
A volte, però, succede una cosa rara e inestimabile nell'ambito della storia del cinema. Questa particolarità fa riferimento a quelle piccole delucidazioni che il regista stesso fa su un film, magari impreziosendo il valore del resoconto aggiungendo anche aneddoti sulle retroscene, gli attori e la produzione.
Un avvenimento più unico che raro è quello di possedere una intervista di 188 pagine con un regista che ha segnato un’epoca nel cinema italiano, ma anche in quello mondiale, come Federico Fellini.
Seguendo uno stile che ricorda l’intervista che Truffaut fece a Hitchcock, che fu pubblicata in un libro che corrisponde al titolo italiano de Il cinema secondo Hitchcock (1966), questa bellissima intervista fatta da Giovanni Grazzini a Federico Fellini nel 1983 per Laterza è stata ripubblicata da Il Saggiatore nel 2019, in occasione dei cento anni dalla nascita del regista.
Si tratta di quasi un intero monologo di Fellini, interrotto brevemente da Grazzini per fare delle domande o chiedere delle specificazioni. Fellini ci porta in un viaggio nel suo passato e nel suo presente, tutte e due caratterizzati da una voglia di vivere e assaggiare la vita. In certi momenti del libro ci troviamo a Rimini, con un Fellini adolescente che si avventura a scoprire se stesso e, successivamente, arriviamo a Roma, capitale del cinema non limitato soltanto al piccolo mondo italiano, ma frequentato anche da grandi registi e divi americani, che sceglievano Cinecittà per girare i loro film. Nella narrazione di Fellini si può toccare con mano quella vita movimentata e gloriosa della capitale italiana. Oltre ad essere una testimonianza importante sul cinema della seconda metà del xx secolo, quest’intervista è anche, e soprattutto, un racconto dettagliato del processo creativo di un regista senza eguali, che confessa di non essere molto sicuro sul proprio passato poiché nei suoi film ha svuotato tutti i suoi ricordi e che ormai sono mischiati con la fantasia. Su cosa guidi il processo creativo, Fellini risponde:
Adriola Doda
Federico Fellini
Sul cinema
Il Saggiatore, Milano, 2019, pp. 188.
____
12 giugno 2020
Ri-occasioni di approfondimento musicale
Selezione della critica e cronaca musicale di Giorgio Pestelli dal 1971 al 2001
Ascoltare è mettersi attivamente a disposizione di uno stimolo sonoro, non semplicemente sentirlo, come dalle finestre chiuse si sente la città col suo respiro di automobili, se ne avvertono rombi e frenate ma non ci si fa caso, come tra le corsie di un supermercato, tra lo sferragliare di carrelli e l’accartocciarsi di involucri plastici, si percepiscono musichette orecchiabili, ma non ci si fa caso. Ed è proprio nell'approcciare la musica che è più difficile abbandonare la passività di colui che sente per assumere un ruolo attivo nei suoi confronti: “sottrarre la musica all'ascolto indifferente e integrarla nella vita e nella coscienza come occasione di comprensione, arricchimento e diletto”. Queste parole, che indicano quanto è necessario fare per cogliere ciò che la musica può avere da offrire, racchiudono il proponimento, l’obiettivo che secondo Giorgio Pestelli, nell'introduzione al suo libro La pulce nell’orecchio. Temi svolti di critica musicale (Marsilio, 2001), dovrebbe animare il critico musicale nel suo impegno di “testimone e tramite fra compositori, interpreti e pubblico”. In questi termini emerge l'interpretazione educativa, formativa del mestiere di critico e musicologo che ha accompagnato Pestelli, grande appassionato di teatro musicale e storia della critica, durante tutta la sua carriera, sia sulle pagine de "La Stampa", dove è stato a lungo critico musicale titolare, successore di Massimo Mila, e dei migliori periodici musicali italiani, sia dietro alle cattedre dell’Università di Torino e di Genova.
Ascoltare musica è quindi dedicare ad essa orecchie e intelletto, e trasformarci in Ascoltatori è il compito della critica, che sulle pagine dei giornali o in rete dovrebbe darci spunti di comprensione, tenderci ami ai quali abboccare per gustare più consapevolmente quel fluire di vibrazioni che da secoli chiamiamo ‘musica’. Ma “le recensioni sul giornale a pensarci bene non si leggono veramente” e quindi, con quella “recollection in tranquillity” (rievocazione in tranquillità) che Wordsworth ricercava per scorgere la poesia nel mondo che aveva già vissuto e farne versi, è bene che si torni a risondare le esperienze musicali “su una pagina più calma” per “favorire la connessione di opinioni che superano la circostanza immediata” e “orientare verso altri ascolti e altre letture.
Pestelli aveva già, con questa logica, proposto una raccolta di suoi articoli, Di tanti palpiti. Cronache musicali 1972-1986 (Studio Testi, 1986), e La pulce nell'orecchio si presenta come un proseguimento di questo lavoro antologico. Gli articoli di questa selezione, a parte qualcuno inedito, sono usciti perlopiù su "La Stampa", ma anche su "Il Giornale della Musica", "Amadeus" e altri, tra il 1987 e il 2001. È un percorso di lettura sì cronologico, ma anche tematico, in cui le cronache musicali vere e proprie, le recensioni, seguono una sezione dedicata a ritratti, profili e ricordi di musicisti e studiosi, composizioni e libri musicali; l’ultima parte, a chiusura, è occupata da commenti di natura più eterogenea, note sul costume musicale e curiosità.
“La musica non si racconta; l’unica cosa che si può raccontare è il dialogo che si apre fra l’immagine storica dell’opera e la sua viva rappresentazione in teatro”. La pulce nell'orecchio ha un connotato, come già segnalato, cronologico: è una passeggiata tra alcuni importanti momenti della recente storia della musica ‘colta’ e del teatro musicale che fornisce il pretesto per una riscoperta di opere, interpreti, direttori, compositori e, grande pregio di questa raccolta, offre un validissimo punto di vista sull'arte di far critica e cronaca musicale, vista attraverso la metodologia e lo stile di Pestelli, fonte di insegnamenti preziosi per l’aspirante critico. Ma il filo conduttore di questa collezione di scritti, che non deve essere sottovalutato a maggior ragione dallo studente/ studioso, è da seguire nell'impegno quasi androgogico mirato a forgiare ascoltatori non indifferenti, bensì coscienti e consapevoli (seppure il critico debba poi saper ritrovare una certa ‘ingenuità’ d’ascolto, per non estraniarsi del tutto da quello che è parte fondamentale dell’esperienza musicale: l’impatto emotivo immediato).
E poi: la musica, evidente protagonista. Da ascoltare, appunto, perché queste non siano solo parole, ma un “pretesto di cultura musicale più durevole della prima impressione”. Se questa lettura stimolerà l’ascolto delle opere musicali trattate e anzi, dico io, se l’ascolto sarà ad essa associato come necessario complemento, “la raccolta avrà avuto la sua ragion d’essere”.
Davide Audino
Giorgio Pestelli
La pulce nell'orecchio. Temi svolti di critica musicale,
Marsilio, Venezia, 2001
___
Etichette:
Critica musicale,
Libreria,
Libri ri/trovati,
Recensione
09 giugno 2020
Politica, propaganda e media
La Fabbrica delle verità di Fabio Martini (Venezia, Marsilio Editori, 2017) racconta la storia dell’uso dei mezzi di informazione da parte della politica italiana, a partire da Mussolini fino all'avvento di Grillo. I mezzi di comunicazione si sono evoluti, la tecnologia ha invaso le nostre vite, eppure, dalla carta stampata fino al web (passando da radio e televisione), la capacità di sfruttare i media da sempre rappresenta il mezzo di fare propaganda e di ottenere il consenso.
Martini, firma di tutto rilievo del quotidiano "La Stampa", ripercorre l’alternarsi delle forze politiche nel panorama italiano e ci fornisce per ciascuna di esse (siano di maggioranza o di opposizione) una chiave di lettura sulle leve utilizzate ciclicamente dai leaders per influenzare e manipolare l’opinione pubblica: ottimismo e autopromozione, vilipendio del nemico, paura.
Il saggio inquadra, per ciascuna fase storica, contesto, fatti, sentiments, mezzi di comunicazione e personaggi chiave, consentendo al lettore di mantenere il filo grazie all'utilizzo accurato di fonti, citazioni ed eventi con cui Martini dispiega il suo racconto. Lo stile è semplice e scorrevole, anche quando il contesto da descrivere risulta particolarmente complesso: il risultato è che anche gli avvenimenti più lontani da chi legge sembrano recenti, come se fosse successo tutto pochi anni fa’. Riesce a suscitare un’attenta riflessione sullo spirito del tempo nel quale viviamo e su quanto la propaganda continui a pervadere l’immaginario collettivo: oggi, rispetto al passato, la pluralità dei mezzi di informazione (da manipolare) e il fattore tempo di una società frenetica come quella contemporanea la fanno da padrone e possono determinare il successo (o l’insuccesso) di un leader politico.
Non si tratta solo di una cronistoria puntuale: l’autore arricchisce la lettura con una serie di retroscena che suscitano nel lettore l’idea di leggere un romanzo di spie e trame occulte, di burattinai che muovono i fili dell’immaginario collettivo sempre alla costante ricerca di mantenere o ottenere il consenso. E di cui Martini fa nomi e cognomi: da Mussolini a De Gasperi, dal Vaticano a Bernabei, fino a Berlusconi, alla Lega e al Movimento 5 stelle. Ma oggi viviamo nel tempo del “post-truth” (post-verità, parola chiave decretata come parola dell’anno 2016 da Oxford Dictionaries), inclinazione particolarmente viva in Italia ma con esempi eclatanti negli Usa e in GB: il rapporto dell’opinione pubblica con le bugie dei politici indica che i fatti oggettivi esercitano una influenza minore rispetto ai convincimenti e ai sentimenti degli individui. La censura serpeggia comunque, in maniera più o meno esplicita, a volte si trasforma in autocensura perché frutto di una manipolazione più sapiente da parte dei poteri forti.
Elena Pastorino
Fabio Martini
La Fabbrica delle verità.
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Venezia, Marsilio Editori, 2017
____
Etichette:
Libreria,
Politica,
Propaganda,
Recensione,
Storia italiana
27 febbraio 2020
Gli anni dell'amicizia e dell'amore
Gli anni più belli è l’ultimo film del regista de L’ultimo bacio (2001) e A casa tutti bene (2018) Gabriele Muccino, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 13 febbraio 2020.
Questo film è un inno all’amicizia che nei suoi 129 minuti descrive il viaggio tortuoso di quattro amici che cercano di mantenere un rapporto analogo a quello avuto durante l’adolescenza, ma che viene continuamente scosso da tutti gli avvenimenti della vita che inevitabilmente si intrufolano. Tutto il film è un susseguirsi di momenti di incontro, che portano avanti la loro storia d’amicizia e d’amore, e di altri momenti in cui si perdono di vista, qualche volta anche per un intero decennio, in cui i quattro personaggi principali si sviluppano e vivono la loro vita compiendo delle scelte che li porteranno più vicino a quello che rispettivamente cercano di ottenere: affetto, affermazione professionale, gloria e, soprattutto, amore. Nonostante il continuo perdersi e le complesse situazioni di tensione e di tradimento che hanno luogo durante gli anni, i quattro amici trovano sempre il modo di superare le difficoltà perché l’amicizia che li lega è inscindibile.
L’amicizia e l’amore sono i due temi principali del film, ma intorno ad essi si hanno altri argomenti diversi che portano avanti la trama. Uno di questi temi può essere individuata nella famiglia, che già nei primi momenti del film porta uno dei personaggi (Gemma) a compiere una scelta importante che successivamente si ripercuoterà in ogni decisione che prenderà per la maggior parte degli suoi anni da adulta e che la fa diventare una “vittima”, sempre in cerca di affetto e di protezione, ma che con difficoltà riuscirà ad emanciparsi. Il film tratta il tema della famiglia attraverso diverse problematiche che si riscontrano nella società moderna. Ci sono rappresentazioni di famiglie disfunzionali, con genitori che non sanno come comunicare con i loro figli, con figli che si sentono traditi dai loro genitori e consorti che non si amano più, ma che stanno insieme solo per salvare le apparenze.
Una scelta stilistica importante adottata dal regista Muccino in questo film è stata quella di alternare alla trama anche momenti storici che hanno cambiato il mondo e hanno definito lo spirito di intere generazioni, come ad esempio il Muro di Berlino, Tangentopoli, l’Attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle, e così via.
Un merito particolare va anche al casting degli attori poiché la somiglianza fisica tra gli attori che recitano nella prima parte del film, ossia quella adolescenziale in cui si ha il momento d’incontro di tutti e quattro i protagonisti e le loro prime avventure, e gli attori che recitano la parte dei personaggi già adulti, è davvero strabiliante. Una piacevole novità è stata anche la presenza della cantante Emma Marrone nel suo primo ruolo di attrice, che recita accanto ad attori del livello di Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Claudio Santamaria e Kim Rossi Stuart.
Adriola Doda
____
30 gennaio 2020
Evoluzione dell’analogico o rivoluzione del digitale?
La storia dell’evoluzione dell’uomo conserva ricordi di
momenti storici di grande rilievo, come lotte di classe, guerre ed eventi che
hanno segnato la cronaca mondiale. Oggi l’umanità è in una nuova fase di questo
processo, ovvero quella del digitale. In
merito a questo contesto si può notare come l’individuo non riesca a fare a
meno di porsi delle domande sulla questione, e per tale motivo viene definita
come ossessione dello studioso.
I media, così come sono
utilizzati ai giorni odierni, non sono nati da un netto passaggio da una fase
all’altra della storia, ma da un processo di creazione lento in un alternarsi
di progressi e regressi. Grazie alla linea temporale dei due autori del testo, Balbi
e Magaudda, si ha una chiara visione di quale sia stata la storia di tutti i
media digitali che ora appartengono all’intera popolazione mondiale. Inoltre, è
interessante sapere come nascono quelli che oggi sono considerati non più solo
degli aiutanti ma elementi indispensabili entrati nelle vite quotidiane di
molte persone.
Questo volume, attraverso dei macro-excursus divisi per
argomento, disegna una linea del tempo dei mezzi più utilizzati, presentando le
menti più brillanti della storia come Joseph – Marie Jacquard, Bill Gates, Steve Jobs e Steve
Wozniak, che sono a capo di quelle società che di volta in volta hanno idealizzato
il processo di comunicazione degli ultimi anni.
Tra le righe di
questo testo c’è una delle domande più frequenti e rilevanti che l’uomo si sia
mai posto e che ancora manca di risposta: “Quella
dell’epoca digitale è da considerare come una rivoluzione o una semplice
continuità dell’era analogica?”.
Non è semplice
rispondere ad un quesito di questo tipo, soprattutto, perché questo periodo di
passaggio non è ancora terminato, basti pensare alle continue evoluzioni di sistemi
tecnologici che sono sul mercato ogni anno, oppure alle questioni irrisolte di
alcuni paesi. La Cina, ad esempio, rifiuta un passaggio della radiofonia da
analogica a completamente digitale, mentre, altre nazioni utilizzano ancora
molti canali televisivi analogici. Guardando indietro alla nascita dei tre
pilastri dei media moderni, ovvero, alla storia del computer, di internet e
della telefonia mobile, è possibile
notare come non si possa parlare di una vera e propria rivoluzione. Il motivo è
legato all’aspetto decisionale politico ed economico delle aziende nello
scegliere non sempre la strada verso il successo, ma quella della conservazione,
come il caso dell’Ibm. Un altro
esempio è il ritorno di vecchie apparecchiature come il disco in vinile, il quale procede di pari passo con la musica on-line,
senza mai scomparire del tutto. Tutti questi elementi allontanano l’idea della digitalizzazione come un processo che
rappresenta un punto di svolta nella storia.
Ciononostante, anche se non è chiaro il risultato finale,
molti studiosi e scienziati hanno dedicato – e dedicano – la loro vita, nel creare
dei veri e propri contributi storici, si sono lanciati in dei salti nel vuoto.
Inoltre,
riflettendo in maniera oggettiva, queste tecnologie dell’attuale millennio,
probabilmente, non sarebbero potute nascere in tempi molto più brevi rispetto a
quelli che sono stati in realtà. Questo perché pur subendo dei rallentamenti, i
processi verso il digitale iniziati all’incirca dai primi decenni del Novecento,
hanno avuto una grande svolta in meno di mezzo secolo per molti media, come il caso del telefono
cellulare.
Pertanto, non si
può parlare di una vera rivoluzione ma nemmeno di una semplice conseguenza
dell’analogico. Non è sufficiente
ritrarre in un generico passo in avanti,
ciò che è accaduto alla comunicazione in questi anni, ed è riduttivo, infatti,
parlare di eventi a catena. Le innovazioni apportate, hanno creato un nuovo
mondo e una popolazione diversa: partendo dalla nascita nel 1945 del primo
computer Eniac, alla proposta di Apple
di un apparecchio da utilizzare in casa, fino alla decisione della Microsoft di
far valere i propri diritti di Software – importanti tanto quanto la componente
Hardware –, sono parti di un processo che intende comunicare un cambiamento non
soltanto nel percorso storico, ma nella mentalità umana.
Non è di certo la
prima volta che l’uomo pensa in grande per cercare di raggiungere qualcosa che
a prima vista sembra irraggiungibile. Difatti, basti notare che i primi strumenti
digitali, ovvero, il computer e internet sono entrambi nati come
strumenti prevalentemente militari: una delle maggiori fonti d’investimento per
un Paese è la sicurezza della propria terra e del posto che esso presiede
all’interno del sistema globale. Pertanto, è “naturale” che molti studiosi si
siano spinti ad un immaginario dove vi fossero delle importanti tecnologie.
Tuttavia, qualcosa
di rivoluzionario vi deve essere: gli autori, infatti, ritengono che i motivi
per considerare quello del digitale, un percorso di rivoluzione, siano vari. A
partire dal concetto di impatto globale, a quello di prosumer, parola coniata da A.
Toffler nel 1980 per esprimere la nuova visione di informazione. Essa
coinvolge attivamente i consumatori che, pertanto, iniziano anche ad essere
fonte di messaggi e non solo ricettori. Inoltre, è possibile andare anche oltre
la realtà odierna e immaginare una “grande
utopia della convergenza”. Quest'ultima, inclusa nella macchina Überbox, racchiuderebbe insieme tutti gli strumenti
sul mercato (Ipad, Ipod, mp3, computer e smartphone).
Pertanto,
alla domanda posta in precedenza, ovvero, se il digitale sia una rivoluzione o
un’evoluzione del digitale, la risposta potrebbe essere trovata attraverso due
esempi: il primo riguarda
Jacquard che nel 1801 decise di
modificare la struttura del telaio, introducendo delle componenti
hardware e software per creare un telaio
automatico. In proposito, questo tipo di tecnologia non era stata inventata
da lui, tuttavia, fu in grado di trovare per questi prodotti un altro utilizzo
in un settore completamente diverso.
Il secondo esempio, che
probabilmente sarà più chiarificante, è quello che ha dato origine alla casa di
produzione Apple. Steve Jobs e Steve
Wozniak non crearono il personal computer,
anzi, si basarono sulle macchine già create e collaudate da altri prima di
loro, ma ebbero l’idea rivoluzionaria,
di allargare il consumo di tale apparecchio, e di estenderlo a tutti i
consumatori. Questi due uomini, considerati hacker,
si resero conto che la macchina (il
computer) che era usata da pochi e limitata alle necessità burocratiche e
aziendali, poteva essere “alla portata di tutti”, e fu così che nacquero i
primi computer.
Naturalmente, una strategia
pubblicitaria e capacità di marketing favorirono l’azienda Apple, che per tale
ragione oggi è uno dei leader del settore. Tuttavia, questa parte della storia
vuole mandare un messaggio chiaro opposto a quello che Clayton Christensen definì
“dilemma dell’innovatore”. Ciò che è rivoluzionario nei media digitali, non
sono gli strumenti e lo sviluppo delle macchine ma è la “lampadina che si
accende” nella mente di qualcuno e nella forza di chi crede in se stesso, perché,
in fondo, una delle caratteristiche della parola rivoluzione è anche il coraggio.
Sara Esposito
G. Balbi – P. Magaudda,
Storia dei media digitali.
Rivoluzioni e continuità,
Laterza, Roma – Bari, 2019.
_____
29 gennaio 2020
Le bugie hanno le gambe corte, ma in rete un po’ meno
Se la
disinformazione esistite da sempre, perché solo oggi prende il nome di fake
news? Giuseppe Riva, professore di
Psicologia della Comunicazione e direttore del Laboratorio dell’Interazione
Comunicativa e delle Nuove Tecnologie (LICENT) di Milano, decide di rispondere
a questo e ad altri interrogativi nel suo libro Fake news. Vivere e
sopravvivere in un mondo post-verità (Bologna 2018).Il
testo mira a chiarire un concetto che, come più volte ribadito dall’autore, è
stato inserito nel linguaggio corrente solo a partire dal 2015; infatti, le
fake news appartengono ad una realtà del tutto nuova, o per utilizzare un
termine coniato dallo stesso Riva, ad un’«interrealtà». Quest’ultima emerge
come risultato della fusione fra mondo concreto/offline e
mondo virtuale/online, due dimensioni che influenzandosi l’una con l’altra
possono generare particolari effetti psicologici sugli individui. Ma procediamo
con ordine, così come ordinata appare la riflessione di Riva.A
partire dal primo capitolo del saggio, Riva fornisce una panoramica dettagliata
sulle modalità con cui nascono le fake news e sul significato che esse
assumono, in modo tale che ai lettori risulti possibile comprenderne la
profonda diversità rispetto alla comune disinformazione. La differenza, spiega
Riva, è segnata soprattutto dalla odierna presenza dei social network, luoghi
in cui, senza troppa fatica, una fake news può essere divulgata e condivisa,
oltre che ripercuotersi sulle credenze degli individui.L’autore
sottolinea più volte il mutamento avvenuto con il passaggio dai vecchi ai
nuovi media, in seguito al quale il click per sottoscrivere un
«mi piace» ad un post non può essere ritenuto equivalente al click per
cambiare un canale della televisione. Un click sui social network
comporta conseguenze, può fornire informazioni sulla personalità degli utenti,
può essere sfruttato per la diffusione di contenuti inappropriati. Da qui, Riva
presenta un’analisi strettamente psicologica dei mezzi tramite i quali prendono
campo le fake news e dei fattori umani che ne incrementano la riuscita, tra cui
un recente, e scientificamente provato, calo della soglia d’attenzione. Nell’ultimo
capitolo, Riva illustra quali escamotage sono stati messi in atto dalle
istituzioni e dalla rete stessa per tutelare gli utenti dalla valanga di fake
news che giornalmente invadono le pagine web, ma il focus maggiore viene posto
sul singolo: secondo l’autore, siamo noi, a livello individuale, i principali
responsabili incaricati di prendere misure di sicurezza. Pertanto, dobbiamo
imparare a sviluppare un adeguato senso critico ed a seguire precise norme
comportamentali, da applicare ogniqualvolta ci accingiamo a leggere o ad
intervenire online.Alla
luce di quanto esposto, ci accorgiamo che l’attuale rischio di incorrere in una
visuale distorta della realtà ci attende dietro l’angolo e, come evidenzia lo
studioso, ciò non mette a repentaglio soltanto la nostra percezione inerente
alla sfera politica, economica e sociale, bensì influisce addirittura sulla nostra
emotività. Il presente saggio, dunque, rappresenta un’occasione per riflettere
sul mondo virtuale nel quale ormai siamo immersi e ci dimostra propriamente
come le bugie online non abbiano sempre le gambe così corte.Nel
corso del libro, Riva raggiunge gli obiettivi che si era prefissato, ovvero
fornire valide risposte ai quesiti riguardanti le fake news e presentare i più
complessi meccanismi che le caratterizzano, il tutto con grande capacità
esemplificativa. Di fatto, la scrittura vivace, ordinata e pungente dell’autore
colpisce dritta alle coscienze dei lettori e consegna nelle mani di ciascuno
gli strumenti per ricercare la verità anche laddove quest’ultima viene offuscata da
una subdola – e forse più alla moda–post-verità. Ragion per cui, bisogna
prestare attenzione: abbassare la guardia è questione di un attimo.
Giuseppe Riva
Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità
il Mulino, Bologna, 2018.
Giulia Marino
Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità
il Mulino, Bologna, 2018.
_____
28 gennaio 2020
Visual Journalist: un libro per reagire alla cultura visiva
È possibile essere
dei buoni giornalisti con un pubblico di non-lettori?
L’opera di Paolo
Schianchi è una finestra che si spalanca sulle condizioni attuali del mondo
dell’informazione. Già dalle prime pagine l’autore contestualizza il lavoro del
visual journalist, facendo emergere l’essenzialità di una professione che
merita una particolare attenzione.
Siamo nel pieno
della cultura visiva, le immagini permeano la nostra quotidianità ed è sempre
più comune la tendenza a informarsi guardando. Date le caratteristiche
dell’epoca attuale, il visual journalist ha il compito di scrivere visivamente
una notizia, il cui contenuto deve essere leggibile dagli utenti. Attraverso molti
esempi efficaci, Schianchi illustra come le immagini
stiano diventando indipendenti dalle parole, quando prima ne erano un
completamento. Chi svolge la professione ha la responsabilità di comporre
notizie che siano comprensibili a tutti e immediatamente chiare, attività che
richiede ben di più di una resa esteticamente piacevole. Come afferma l’autore,
“un visual journalist sa governare l’emozione dell’immagine per diffondere il
suo messaggio, in quanto padroneggia le raffigurazioni dal punto di vista
compositivo, lessicale e tecnico.”
È fondamentale
capire come si possa realizzare una buona informazione cavalcando il
cambiamento mediatico e l’intento di Schianchi è spiegare come il visual
journalism possa essere una disciplina efficace, senza screditare l’importanza
delle parole. Infatti, queste ultime sono ancora il potente mezzo che permette
di approfondire la conoscenza e hanno un primato da reputarsi tuttora
ineguagliabile. Ciononostante, è sempre più opportuno reagire al cambiamento
della comunicazione con novità intelligenti che valga la pena conoscere, perché
informando meglio, si preserva la vera ricchezza dell’essere umano.
Marta Massardo
Paolo
Schianchi,
Visual Journalist. L'immagine è la notizia
Franco
Angeli, Milano, 2018.
_____
Etichette:
Fotogiornalismo,
Fotografia,
Grafica,
Libreria,
Linguaggio iconografico,
Recensione
27 gennaio 2020
Extramedia. Evoluzione del giornalismo.
Il mondo del giornalismo sta vivendo un’epoca di trasformazione; una transizione che ha avuto inizio con l’avvento di Internet ed ha subìto una rapida accelerazione con la venuta degli smartphone.
La tecnologia ci ha condotti così “al passaggio dalla comunicazione di massa ad una individuale, con impatti notevoli per l’industria dei media“ (Domenico Ioppolo).
Nel libro Giornalismo aumentato. Attualità e scenari di una professione in rivoluzione, a cura di Giorgio Triani, (Franco Angeli, Milano, 2017), ci viene offerta una panoramica di quella che è oggi la professione del giornalista e i nuovi percorsi del giornalismo nell’era dei social media.
Principalmente il web ha determinato la disintermediazione dell’informazione, riducendo l’oggetto “giornale” a mero veicolo e slegandolo dal rapporto di fiducia con il lettore. Nel momento in cui le notizie sono fruibili in rete gratuitamente, perché pagare per leggerle? Per la stampa l’esito è stato disastroso con un vertiginoso calo progressivo delle vendite di quotidiani e periodici.
Il processo di svalutazione dell’informazione ha colpito sia economicamente che qualitativamente, ed anche bufale e notizie fake hanno fatto la loro parte. I nuovi colossi del web hanno colto impreparati i media tradizionali e a farne le spese è stato più di tutti il lavoro giornalistico che ha perso prestigio agli occhi del pubblico a favore dei social media.
Il cambiamento fondamentale è avvenuto proprio nei lettori che d’un tratto sono divenuti potenziali autori e creatori di contenuti a loro volta; da qui il flusso di informazioni è diventato inarrestabile, “virale”.
È la realizzazione di quello che M. McLuhan aveva definito, con notevole anticipo, il villaggio globale (Gli strumenti del comunicare, 1964).
“In quarant’anni - scrive a proposito Antonio Mascolo - è avvenuta una rivoluzione ben più importante – anche se terribilmente simile – di quella di Gutenberg” e aggiunge “Tutte le unità (di tempo, di luogo ecc.) sono state spazzate via”, scrivere e pubblicare sono diventati un unico gesto.
Inevitabilmente, l’unica soluzione è l’integrarsi del giornalismo nel mondo digitale, ovvero il suo “ri-contestualizzarsi”. Diventa perciò fondamentale adottare la giusta strategia di marketing, occorre trovare nuovi linguaggi, nuovi modelli di business e sistemi per attrarre l’audience e far fronte anche ad un nuovo tipo di utente: il navigatore “nomade”. Si tratta perlopiù di un lettore distratto, superficiale, spesso “occasionale”, che ricalca il modello del telespettatore annoiato che fa zapping tra un canale e l’altro.
Ecco allora che gli articoli online si fanno più brevi, i titoli accattivanti, e si corredano di immagini e filmati per adattarsi allo schema (e allo schermo) di lettura social.
Il linguaggio pubblicitario e quello giornalistico si fondono in nuove forme di comunicazione e moltiplicano anche le figure professionali: dal data journalist allo specialista SEO (Search Engine Optimization) al Social Media Manager.
È un giornalismo aumentato, quello della raccolta dei dati, del “Visual Journalism” e dello “storytelling”, che si muove in un panorama ancora tutto da definire e che riscrive le sue regole in nome del “digital first” per competere con blogger, influencer e youtubers, ponendosi l’obbiettivo di riorientare l’opinione pubblica facendosi strumento di formazione oltre che di informazione.
Fabiana PinnaGiornalismo aumentato. Attualità e scenari di una professione in rivoluzione
a cura di Giorgio Triani,
Franco Angeli, Milano, 2017.
____
05 gennaio 2020
L'importanza della riflessione critica nel pensare contemporaneo
La nostra epoca
è caratterizzata da un eccesso di stimoli provenienti da ogni dove: gli
smartphone, la televisione, internet... da ogni fonte giunge un costante flusso
di informazioni che circolano e si susseguono ad una velocità senza precedenti.
La sovrabbondanza di cui quotidianamente facciamo esperienza può però portare
ad un senso di angoscia e paralisi: in che modo riusciamo a capire cosa
dovremmo leggere, ascoltare, guardare? In un mondo di costante cambiamento,
come si può capire ciò che è bello? E sulla base di cosa ciò che è bello è
tale?
Ecco che il
ruolo della critica si rivela in tutta la sua importanza e Andrew Scott,
critico cinematografico del New York Times, effettua un'intelligente analisi di
quest'importantissima attività, non solo in veste professionale, ma come
attitudine quotidiana poiché, e come lui stesso afferma, a tutti piace
giudicare e tutti giudichiamo.
Il saggio di
Scott non si propone di fornire quelli che sono i dettami critici che gli
individui dovrebbero operare nelle loro scelte quotidiane, ma evidenzia
l'importanza di formarsi un pensiero critico e di esercitarlo con costanza in
tutte le situazioni, anche quelle di semplice svago, che siamo portati a
pensare non debbano suscitare profonde riflessioni o da intellettualizzare. Al
contrario, Scott evidenzia come proprio in quei momenti sia importante
esercitare un pensiero critico, per non togliere la possibilità a film o libri,
apparentemente di intrattenimento puro e semplice, la possibilità di essere
qualcosa di più, ad esempio un potenziale oggetto di riflessione.
Attraverso
un'attenta analisi, anche storica, del ruolo della critica e del mestiere del
critico, Scott sollecita a non adagiarsi nella comodità del pensiero di gruppo.
Egli invita a superare l'alone di pregiudizi di cui è ammantata la critica,
sorella gemella dell'arte e forma d'arte essa stessa.
È in base a ciò
che ci piace e ciò che non ci piace che formiamo la nostra identità di
individui, siamo tutti accomunati dal desiderio di coltivare il piacere verso
qualcosa e l'attitudine critica è dunque fondamentale.
Questo testo,
che si pone come “manifesto contro la pigrizia e la stupidità”, accompagna il
lettore in uno stimolante viaggio nel mondo della critica per meglio
comprenderla ed esercitarla nella nostra così abbagliante e caotica
contemporaneità.
Selina Grillone
A.O.Scott
Elogio della critica.
Imparare a comprendere l'arte, riconoscere la bellezza
e
sopravvivere al mondo contemporaneo
Milano, il
Saggiatore, 2017, pp. 256.
_____
18 dicembre 2019
Fake news: una guerra non convenzionale
Le fake news sono solo un modo
diverso di nominare i processi di disinformazione e manipolazione, da sempre
presenti nell’agone della politica?
Questo è il primo quesito che
compare nell’agile libello di Giuseppe Riva Fake News, edito da Il Mulino. Per
affrontare in maniera completa il tema, l’autore, che è professore ordinario di
Psicologia della comunicazione nell’Università Cattolica di Milano, ricorre a
tutti gli strumenti interpretativi delle scienze della comunicazione, compresa
la “scienza delle reti” e una nuova area della psicologia (la
“ciberpsicologia”) che ha per obiettivo proprio lo studio dei processi di
cambiamento generati dall’interazione dell’uomo con i nuovi media comunicativi,
social media in primis.
Per Riva, il tema delle fake
news, divenuto molto popolare solo dopo le elezioni americane che hanno visto
trionfare Trump, è fenomeno del tutto nuovo rispetto ad antichissimi esempi di
disinformazione (le prime tracce risalgono addirittura a Sparta) e rispetto all’uso
del termine che si è fatto in epoca moderna (verso la fine del XIX secolo) per
indicare “storie inventate, di solito in ambito politico, utilizzate per
danneggiare una persona o una istituzione”.
Il libro affronta quindi, in
maniera asciutta ma serrata, un’analisi dei meccanismi “tecnologici e
psicosociali” che hanno permesso la nascita e la diffusione delle fake news per
come oggi le conosciamo, per concludere con alcuni ipotesi e proposte per
difenderci dalla loro diffusione.
Naturalmente è giusto lasciare al
lettore il gusto della scoperta in autonomia delle analisi e delle ricette che
il Professor Riva svolge nelle sue argomentazioni, scritte peraltro in maniera
approfondita ma semplice e fruibile.
Alcuni temi degni di nota,
tuttavia, vanno evidenziati. Riva infatti coglie il carattere centrale, per il
dibattito pubblico contemporaneo, del tema delle fake news e non riduce quindi
la sua analisi a mera trattazione “scientifica” di un argomento qualunque: è una
forma di “guerra non convenzionale”, dice.
Le differenze con la semplice
disinformazione dell’età moderna sono i numeri impressionanti di persone
coinvolgibili attraverso i sociali media e la velocità di trasmissione. La fake
news inoltre sfugge alla classica dinamica verticale presente tra chi emette il
messaggio e chi lo riceve: ogni persona può appropriarsi volontariamente o
involontariamente di una fake news e condividerla nella propria rete di
relazioni social, diventando protagonista della sua diffusione.
Un libro davvero prezioso che
affronta i temi più caldi della comunicazione, del delicato equilibrio che
compone lo spazio dell’opinione pubblica e, in ultima istanza quindi, delle
democrazie liberali per come le abbiamo conosciute sinora.
Sono presenti i temi “caldi” del
dibattito, da Cambridge Analytica a Facebook, da Uber ai social influencer, dai
Big data ad Airbnb, da Putin a Trump.
Insomma, un libro davvero utile
per districarsi in uno dei nodi centrali della contemporaneità. Quali le soluzioni
possibili? Riva ne propone alcune. Quanto credibili ed efficaci, lo scoprirà il
lettore.
Massimiliano Morettini
Giuseppe Riva
Fake News. Vivere e sopravvivere in un mondo di post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018.
_____
Etichette:
Disinformazione,
Libreria,
Recensione,
Relazioni internazionali
11 dicembre 2019
Come la politica si è ripresa la RAI, che non ha mai perso
Il libro Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la RAI è stato pubblicato da Feltrinelli nel marzo 2019. L’autore,Carlo Verdelli, milanese 62 anni, ha una lunga carriera nel mondo della carta stampato, iniziata come collaboratore di “La Repubblica” e proseguita in Arnaldo Mondadori, poi come Direttore de” La Sette “ e Vicedirettore de “Il Corriere della Sera” per concludere la prima parte della sua carriera come Direttore de “ La Gazzetta dello Sport”, dove ha stabilito il record di copie per un quotidiano italiano, 2,3 milioni, all’indomani della vittoria italiana ai Campionati Mondiali di calcio del 2006. Nel novembre del 2015 assume l’incarico di Direttore Editoriale per l’offerta formativa alle dipendenze del CEO e Direttore Generale della RAI, Antonio Campo Dall’Orto, dimettendosi poi nel gennaio del 2017. Da febbraio 2019 è Direttore di “La Repubblica” ; nel 2014 ha scritto per Garzanti il libro I sogni belli non si scordano mai.
Nel libro il racconto, lungo poco più di un anno, del percorso all’interno dello stato di arretratezza di un’Azienda che ha dimenticato, o forse meglio non ha affrontato l’esistenza di Internet e dei cosiddetti social (i siti Rai viaggiano intorno ai 230.000 utenti contro i 2.300.00 utenti di La Repubblica) nonostante che “ I tempi non cambiano, sono già cambiati. L’informazione RAI no” e di sprechi, favoritismi, impossibilità del cambiamento nei rapporti con i giornalisti raccolti attorno all’USIGRAI, e intromissioni della politica per il tramite sia della Vigilanza Parlamentare che dei componenti del Consiglio di Amministrazione presieduto dalla giornalista Monica Maggioni.
Nella prima parte l’autore elenca alcune delle pressioni, dei condizionamenti politici e degli “assurdi economici”, dell’apparato RAI: le sedi regionali sono 24, più due distaccate, quando le regioni italiane 20, mentre in Gran Bretagna e Francia le sedi sono rispettivamente 15 e 13, la rete Rai News che sotto la direzione della futura Presidente Monica Maggioni ha raddoppiato gli organici ma non gli ascolti ed anche della “nuova politica” che non riesce a non interferire nella gestione RAI, Di Maio: “ la più grande sfida è mettere le mani sulla Rai”.
Niente di nuovo invero, niente che non sapessimo già, a parte nuovi piccoli dettagli e singoli casi: da sempre la RAI è stata per tutti i partiti e tutti i governi, fin dalla sua nascita, un torta da spartirsi, come lo stesso Verdelli scrive: “ Chi comanda li dentro è telecomandato da chi maneggia a Roma, e giudicato non in base ai risultati ma ai gradienti di fedeltà” o, come sempre l’autore riporta, il giudizio, altrettanto negativo, di Michele Serra su “La Repubblica”: ” ….. non si nominino più direttori generali o direttori di rete, se troppo lontani dalla politica vengono cacciati; viceversa sono solo scaldasedie che non decidono niente”.
Meraviglia come un uomo e giornalista esperto “ si meravigli” che, stante così le cose, ci sia una levata di scudi contro il suo Piano di ammodernamento dell’Informazione; come poteva essere diverso?
Il suo Piano, buono o cattivo che fosse stato, se messo in atto, avrebbe scombinato gli equilibri interni e quelli politici e questo nessuno poteva permetterselo e permetterglielo: il Piano viene bocciato da una maggioranza così vasta che non c’è stato neanche bisogno di metterlo ai voti, il Consigliere Diaconale “ va profondamente revisionato”, il Consigliere Siddi “ sono negativo su tutto”, il Consigliere Messa “ sono d’accordo solo sull’apertura in tempi rapidi di una sede a Washington” ed infine la Presidente Maggioni riportando il suo giudizio durante un Consiglio di Amministrazione” elencando i punti del Piano li ha ritenuti tutti parimenti inadatti al futuro prossimo dell’informazione del servizio pubblico”.
Era quindi inevitabile che Verdelli, non supportato da forze politiche “amiche” non potesse che dimettersi o essere rimosso. C’è da chiedersi se, per arrivare a queste ovvie conclusioni c’era bisogno di scrivere un nuovo libro sull’argomento, libro che nella seconda parte riporta un lungo elenco di giudizi negativi dell’Autore su tutto e su tutti, magari giudizi anche giustificati ma sicuramente “ovvi” stante la situazione di sempre alla RAI.
Contro Tutto: “ temo siano troppi e troppo organizzati: con il nostro (suo e del suo gruppo di lavoro)modo di lavorare, in cui pensiamo a fare bene per chi paga il canone, saremo sempre più vulnerabili a lupi e sciacalli” e “ …. non è più rinviabile una modifica strutturale dell’offerta informativa, meno la RAI cambia e più incerto sarà ilo suo futuro” e contro TUTTI, riportando frasi o giudizi a lui sfavorevoli: Fico, Presidente prima della Vigilanza e poi della Camera,” Campo dall’Orto sta facendo il suo lavoro, ma il punto oscuro è la struttura che fa capo a Verdelli”, Gasparri, sempre appassionato ai problemi delle televisioni, “ smantellare la dannosa struttura di Verdelli e company”, Maggioni “ avere un bagno privato al settimo piano ( della sede Rai di via Mazzini) è potere. Condividerlo logora”, ed ancora, anche sul futuro presidente RAI “ prima di lasciare la Presidenza nelle mani capaci o rapaci di Marcello Foa”, per finire con Renzi “ mai visto un essere umano cos’ felice di essere sé stesso”.
Quindi un libro che si legge bene e facilmente ma di nessuna utilità, del tutto superfluo, salvo ultime novità in casa RAI che però replicano, in chiave moderna, quelle antiche, che racconta la storia di una breve esperienza che è finita come era ovvio finisse, come ovvie sono i dati e le soluzioni, cosi come del tutto ovvie le ultime amare considerazioni di un uomo deluso e ferito da un’esperienza che non avrebbe dovuto provare. Le ultime pagine sono rivolte al Consiglio di Amministrazione “ Voi potete battere tutto e tutti, ma non il futuro”, ed al sistema politico: “ Partiti, lobby, pidocchi e pulci hanno tutto da guadagnare da una Rai inginocchiata, pronta a qualsiasi compromesso pur di garantire la permanenza dello status quo”.
Ma se è così, come in effetti è: perché questa scelta professionale e soprattutto perché questo libro? Roberto CasiniRoma non perdona. Come la politica si è ripresa la RAI
Feltrinelli, Milano, 2019.
Etichette:
Libreria,
Politica italiana,
Recensione,
Storia italiana,
Terza pagina
09 dicembre 2019
La realtà filtrata
Fabio Martini, nato a Roma, è autore di saggi sul legame tra politica e informazione e inviato del quotidiano "La Stampa". Il suo ultimo volume La Fabbrica delle verità è una panoramica su quasi un secolo di storia. Ci mostra come i politici, a partire da Mussolini fino a Grillo, hanno sfruttato i diversi media a loro vantaggio: per ottenere e mantenere consenso e più in generale per fare propaganda. Nel testo si ripercorrono avvenimenti storici, noti e meno noti, tutti da un punto di vista “inedito”.
Martini, infatti, cerca e riesce a farci vedere come la politica presenta (o non presenta affatto) determinate realtà tramite i diversi media, fin dagli anni ’20. Se durante il ventennio fascista Mussolini si avvarrà di censura pressoché totale, veline e cinegiornali; la Prima Repubblica della DC cercherà di delegittimare il cinema neorealista troppo vicino, nelle sue rappresentazioni, alla realtà. E una volta acquisito il monopolio della Rai, applicherà alla programmazione quell’“imperativo categorico del «va tutto bene»”, narcotizzandola. A partire dalla Seconda Repubblica assistiamo all’esodo dei politici verso i talk show, che culminerà nella figura di “un campione della popolarità, del successo, della notorietà: Matteo Renzi”. Infine, in un momento in cui le attenzioni sono tutte rivolte alla televisione, arriva l’intuizione di Beppe Grillo: Internet.
È un testo che sicuramente si presta a suscitare un effetto diverso tra le diverse generazioni: tra chi ha vissuto le vicende citate dagli anni ’50 alla fine degli anni ’90 e chi, negli anni ’90, è nato. Ecco dunque che il saggio di Martini è utile sia per rivedere le dinamiche di fatti già noti sotto una differente luce, sia per avere un chiaro dipinto di che cosa è stato il periodo tra il secondo dopoguerra fino alla contemporaneità, da parte di chi, di quel periodo, ha solo nozioni sparse.
Lo stile del testo è piacevole, scorrevole e non appare mai ostico nella lettura. Il fatto che soprattutto a partire dalla narrazione della Prima Repubblica l’autore inserisca numerosi dati, non rende il libro particolarmente pesante ma, anzi, aiuta il lettore ad avere contezza delle dimensioni di determinati fenomeni.
Considerando che il libro è stato pubblicato nel 2017 e la narrazione termina nel 2016, a colpire particolarmente è il modo in cui Martini tratta di figure ed avvenimenti degli ultimissimi anni, fornendoci un punto di vista estremamente lucido e non intaccato dalla vicinanza temporale. Inutile dire che si tratta di un testo importante. Infatti, fondamentale per capire quali espedienti la politica usa per comunicare con noi oggi, è innanzitutto sapere che lo ha sempre fatto ma sapere anche con quali modalità.
Marta CasagrandeLa fabbrica delle verità. L'Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Marsilio Editori, Venezia, 2017.
____
Etichette:
Libreria,
Politica,
Propaganda,
Recensione,
Storia italiana
18 luglio 2019
Il cambiamento “normale” del giornalismo
Sergio Splendore è un docente di
Communication Research e Sociologia della comunicazione all’Università degli
Studi di Milano e visiting professor all’Ècole de Journalisme de Grenoble. Nel
seguente libro si occupa di come cambia il mondo del giornalismo. Le nuove
tecnologie hanno portato alla mutazione del modo di fare informazione e degli
strumenti utilizzati. Tutto questo viene definito “ecologia dei media”. Ciò ha
comportato un cambiamento anche nel lavoro del giornalista, che si distacca
inevitabilmente dalle modalità “tradizionali”.
La trasformazione avviene soprattutto a
partire dagli anni 2000. Infatti l’autore riporta come avvenimento divisorio,
tra la “vecchia” tradizione e le nuove modalità, il discorso di R. Murdoch del
2005. Le parole dell’imprenditore americano vanno dritte al punto: i giornalisti
inizialmente disprezzavano il web ma, furono costretti ad adeguarsi ed
avvicinarsi alle nuove tecnologie quando tutto il mondo iniziò a farlo.
Splendore vuole far capire, partendo da queste parole, come il “vecchio” mondo
non esisteva più ma l’idea positiva del giornalismo digitale non fu immediata,
almeno non ovunque.
Ma cosa cambia nel legame tra cittadino e
mondo dell’informazione? Il ruolo del lettore assume un’importanza differente
perché attraverso i social media può partecipare quando vuole e comunicare ciò
che vuole. Chi legge non è passivo ma può intervenire, commentare, dando
visioni differenti e spesso offrendo fonti al giornalista. Questo tipo di
giornalismo è definito “partecipativo” perché il mondo del web, rispetto alla
carta stampata, può essere interattivo. Il problema di tutto questo è che non
si hanno limitazioni e non tutti quelli che scrivono online hanno un “filtro
morale”.
Ruolo nuovo e fondamentale è quello
dell’uso dei dati e di algoritmi. Questi servono al giornalista per distribuire
al meglio le notizie e per garantirsi una diffusione massima dell’informazione.
Tutto questo si denota come “indicizzazione” dei motori di ricerca.
Splendore evidenzia come il punto di forza
del giornalismo online sia l’eliminazione dei limiti temporali e fisici per la
scrittura di un articolo. Questa è la grande differenza tra la carta e lo
schermo. La mancanza di barriere offre maggiori possibilità e un flusso di
notizie continuo. Il lettore può essere sempre informato e il giornalista può
sempre informare.
Innovazione dell’autore è la
considerazione “normale” di questo processo Le sue riflessioni non esprimono
nessun giudizio negativo tra ciò che è stato e ciò che è ma vengono unicamente
esposte le differenze. Questa trasformazione è sinonimo di normalità e
soprattutto di utilità.
Il libro si occupa del giornalismo
italiano, spesso confrontandolo con quello anglosassone. In Italia i tratti
distintivi, che si differenziano dal mondo inglese, sono sempre uguali: il
legame con la politica, la mancanza di obiettività e la presenza invasiva del
commento. Questo evidenzia che il cambiamento ha mutato il contenitore ma non
la tradizione del contenuto. L’autore espone anche la difficile e lenta
adozione delle nuove tecnologie da parte dei giornalisti italiani, che tuttora
si trovano arretrati rispetto ad altri.
Splendore propone una riflessione positiva
ed esaustiva dell’ambito del giornalismo che, come molti altri, è cambiato,
stando al passo con i tempi. Il giornalismo muta e si trasforma ma non cessa la
sua natura.
Alessia Lancini
Sergio Splendore
Giornalismo ibrido. Come
cambia la cultura giornalistica italiana
Carocci, Roma, 2017, pp. 144.
____
17 luglio 2019
Mafia onnipresente
Attilio Bolzoni è un giornalista nato nel settembre del 1955 in una provincia della Lombardia, esattamente a Santo Stefano di Lodigiano. Intraprende la carriera di giornalista dal 1983 e scrive cronaca nera per il quotidiano L’Ora. Trascorre un lungo periodo della propria vita in Sicilia, a Palermo, dal 1979 al 2004, dove viene arrestato insieme al collega Saverio Lodato de L’Unità per aver pubblicato le rivelazioni del pentito Antonio Calderone, violando il segreto istruttorio. Viene assolto nel 1991 dall’accusa di peculato e amnistia per quella di rivelazioni del segreto istruttorio. Non scrive solo articoli di giornali sulla mafia, ma bensì diverse opere tra quali: “La Giustizia è cosa nostra”, “Rostagno: un delitto tra amici”, “Parole d’onore”, che ha ispirato uno spettacolo teatrale.
La sua arte si estende anche alla sceneggiatura e, nel 2004 partecipa alla miniserie televisiva Paolo Borsellino e del docufilm Silencio.Lascia la Sicilia nel 2004, poiché inviato per il suo giornale in Iraq.
Bolzoni, per la sua carriera come “penna” contro la mafia, riceve nel 2009 il Premio “E’giornalismo”, perché tratta delle vicissitudini siciliane da oltre trent’anni.
Giornalisti in terre di mafia è un grido fatto in coro di diversi giornalisti, che in queste centoquaranta pagine condannano la situazione l’intera situazione Italiana, affermando che la Mafia non è soltanto quell’entità legata al Sud, a Corleone o a “Cosa Nostra, bensì si è costruita il suo nido anche al Nord.
L'opera è scritta da trenta cronisti, oltre ad Attilio Bolzoni, che attraverso brevi racconti, riferiscono quale sia stato il loro “rapporto” con la mafia.
Queste voci raccontano di una mafia travestita in una realtà imprenditoriale e politica. Di quanto oggi il ruolo del cronista faccia paura a queste realtà, ma anche di quanto sia difficile raccontare della mafia. A costo della libertà propria e dei propri famigliari, come scrive Federica Angeli, o addirittura in cambio della vita, come racconta Alessandra Ziniti, le persone che decidono di scrivere di questo tema, sono spinte sì, dal denunciare e migliorare la società, ma soprattutto dalla passione.
Nel testo, ritroviamo un altro tema, quello della solitudine, perché decidere di scrivere di Mafia, ti emargina: colleghi, redazioni e persino gli amici iniziano ad escluderti, come tratta Elisa Marincola.
Ho trovato questa lettura interessante, e molto facile da capire: una lettura d’impatto, mirata a colpire chi non ha remore, chi non ha un’etica, chi scrive tanto per scrivere. Le voci che animano questo libro, sposano il loro mestiere nel bene e nel male, ed è questa la ragione che ti mi ha spinto a leggere pagina dopo pagina. Facendomi un esame di coscienza, non so se potrei fare come questi autori, rischiare la vita, rischiare querele, rischiare la libertà, perché siamo consapevoli tutti in fondo che avere la scorta a vita, è una sorta di ergastolo. Probabilmente io sarei come quei giornalisti che gli autori definiscono inetti e facili, che preferiscono fare una cronaca “comoda”.
Hanaa Sobhi
Attilio Bolzoni
Giornalisti in terre di mafia.
Quelli che scrivono e quelli che si voltano dall'altra parte
Melampo, Milano, 2019, pp.176
Quelli che scrivono e quelli che si voltano dall'altra parte
Melampo, Milano, 2019, pp.176
_____
Etichette:
Giornalismo d'inchiesta,
Giornalismo italiano,
Recensione,
Storia italiana
07 luglio 2019
La RAI, modello di tv generalista per gli italiani
Enrico Menduni, giornalista
e professore universitario, percorre e analizza la storia italiana della
televisione, di cui è stato protagonista come consigliere di amministrazione
della Rai dal 1986 al 1993, collegando le scelte politiche ed economiche dei
governi dagli anni del “centrismo” a oggi alle loro ripercussioni sulla
produzione dei programmi e la fruizione degli utenti.
Dalla
“veterotelevisione” del monopolio Rai (1954-1974) alla digitalizzazione di
oggi, passando per gli anni della nascita delle emittenti “libere” e dello
sviluppo della “neotelevisione” generalista degli anni ‘80, un anno
fondamentale, nel progressivo passaggio dal rigore dell’obiettività,
dell’imparzialità e della completezza dell’informazione verso la manipolazione
della realtà per renderla rassicurante, neutra e spettacolare, è il 1972,
quando scade la convenzione tra Stato e Rai del 1952 e iniziano i dibattiti che
portano alla riforma con la legge 103/1975, con cui si ribadisce il monopolio.
L’anacronicità di questa scelta non impedisce lo sviluppo delle reti private,
che favoriscono la nascita del cosiddetto “contenitore” e dei talk show, in cui le discussioni non
arrivano a un approfondimento o a una conclusione, e alla tv senza opinioni
ardite e scienza, ma intrattenimento e spettacolo. Il neoliberismo economico
degli anni ’80 spinge alla trasformazione dell’uomo in un consumatore e richiede
di non soffermarsi sulle tradizioni e sulle usanze, di non tollerare la routine
o di rimandare la gratificazione.
Il libro è utile per
approfondire la conoscenza della società italiana dalla seconda metà del
Novecento e per comprendere quanto la costruzione televisiva della realtà nasca
dalle esigenze del pubblico e quali effetti abbia agevolato.
L’autore segue un
doppio canale: uno di stampo più tecnico sulle dinamiche imprenditoriali e sulle
soluzioni tecnologiche, uno di carattere sociologico. Nonostante il linguaggio
generalmente chiaro, alcuni termini specifici non sono efficacemente spiegati e
quindi il lettore non preparato potrebbe rimanere confuso di fronte agli
argomenti che rientrano di meno nei suoi interessi o nelle sue conoscenze.
Sicuramente però l’analisi
sociologica del fenomeno televisivo coinvolge e fa riflettere. Menduni ricalca
la visione di Bauman (Intervista sull’identità, 2003)
riconoscendo nella diffusione della televisione in Italia il bisogno di stili
di vita nuovi di fronte ai cambiamenti radicali dovuti al boom economico prima,
all’era globale poi. Le più facili possibilità di ascesa sociale e la
condivisione di beni e di servizi portano a una società in cui si è tutti più
uguali, a patto di riuscire a mantenere il passo. La televisione, dunque,
esprime il bisogno di essere informati facilmente e rapidamente e di occupare
il tempo libero, sentendosi parte di una comunità virtuale e non isolati. Le
possibilità offerte dalle nuove tecnologie non sono la causa della fine delle
relazioni tra gli uomini, ma in realtà ne sono la conseguenza, e un loro
progredire potrebbe aiutare ad accettare le sfide che il mondo globale, dominato
dalla inevitabile dipendenza reciproca, propone. Lo spirito critico di ciascuno
può giovarsi dei contenuti liberamente circolanti in rete.
Fabrizio Rosasco
Enrico Menduni
Videostoria. L’Italia e la tv 1975-2015,
Bompiani, Milano, 2018, pp. 314.
_____
Etichette:
Libreria,
Recensione,
Storia dei media,
Storia italiana,
TV
22 maggio 2019
L'informazione tra reale e percepito
Nell'era digitale e dell'esplosione delle telecomunicazioni, anche le informazioni sbagliate o false viaggiano alla stessa velocità delle notizie vere e verificate. Questo è uno dei problemi principali che sta alla base della disinformazione contemporanea, e col termine “disinformazione” ci si riferisce alla “falsificazione intenzionale di dati e notizie al fine di manipolare le percezioni di un bersaglio, influenzarne le decisioni”. In questa definizione emerge subito la caratteristica che rende l'attività manipolatoria negativa e pericolosa: l'intenzione dietro all'azione. Dietro ad ogni azione che ha lo scopo di disinformare si nasconde la volontà di qualcuno (industriali, politici, poteri occulti come quello mafioso), che è la volontà di disinformare per i propri scopi personali. In quest'ottica la consapevolezza della presenza di campagne di disinformazione è fondamentale per distinguere fonti, giornali e notizie autorevoli da emittenti che trasmettono notizie false o fallaci.
Le notizie, per disinformare, non devono essere necessariamente false. Anche notizie vere possono essere deformate o amplificate per modificare la percezione della realtà delle cose; e l'accumulo di notizie simili, non false ma neanche del tutto veritiere, può aggravare la percezione dei lettori creando un clima di sfiducia e di paura. Per evitare questo è importante la conoscenza di certi meccanismi mistificatori; solo con la comprensione di quanto sia facile fare disinformazione è possibile armarsi per contrastarla.
Cosimo Angelini Disinformazione e manipolazione delle percezioni.
Una nuova minaccia al Sistema-paese
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.
_____
Etichette:
Disinformazione,
Informazione,
Libreria,
Libri,
Recensione,
Web
19 febbraio 2019
Le (nuove) parole dell’informazione
Se è vero, come diceva Baricco nel 1998, che ciò che rende speciali i grandi scrittori è la loro capacità di «nominare le cose», il libro Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità (Codice edizioni, Torino 2018, 15€) può a buon diritto essere considerato un libro speciale. Il saggio scritto a quattro mani da Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, infatti, è una sorta di odierno dizionario dell’informazione, in grado di battezzare tutti i processi che caratterizzano la comunicazione contemporanea. Vi si ritrovano precise definizioni di termini ormai noti ai più, come fakenews, troll ed echo chamber, ma soprattutto vengono “nominati” e spiegati alcuni meccanismi per i quali fino a pochi mesi fa non esistevano nomi: newsfeed, backfire effect, webete, debunking, mysidebiase così via.
Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini,
Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità
Codice edizioni, Torino 2018.
Muovendo dalla delusione dell’aspettativa che l’avvento di internet potesse garantire «la nascita
di un mondo aperto, che rendesse la conoscenza accessibile a tutti
indiscriminatamente e portasse alla costituzione di una società finalmente
globale e realmente interconnessa» (p. 11), gli autori analizzano le reali
conseguenze che il web ha prodotto sulle tecniche della comunicazione:
l’informazione è sempre più spesso affidata ai social network, dove gli utenti
prendono il posto dei giornalisti, i post sostituiscono i giornali, i tweet si ergono a notizie. Il primo
evidente effetto di questa tendenza è la disintermediazione,
«cioè il venire meno della figura dell’intermediario» (p. 26), dell’esperto
d’informazione, che poteva garantire la verità delle notizie e l’attendibilità
delle fonti. Ne deriva non solo l’imprecisione delle informazioni, con la
conseguente proliferazione di fake news,
ma soprattutto la semplificazione delle notizie che conduce ad un’irrimediabile
polarizzazione delle posizioni: per quanto delicata e complessa sia una
questione, si assiste oggi alla radicalizzazione delle opinioni tipica delle
ideologie forti. Vero o falso, buono o cattivo, bianco o nero, giusto o sbagliato:
non esistono più vie di mezzo e soprattutto non esiste confronto, dialogo fra
le fazioni. I dibattiti sui social media si riducono al muro contro muro, alla
testarda difesa di una posizione estrema che si oppone ad un’altra posizione
estrema, altrettanto difesa e supportata.
Quattrociocchi e Vicini
non si limitano a descrivere questi processi con definizioni ed esempi tratti
dai più recenti avvenimenti socio-politici, ma si impegnano ad elencare tutti i
fattori che stanno alla base della cosiddetta post-truth, definita dall’Oxford Dictionary come «ciò che è
relativo a, o che denota, circostanze nelle quali i fatti obiettivi sono meno
influenti nell’orientare la pubblica opinione rispetto agli appelli
all’emotività e alle convinzioni personali». Tra questi fattori figurano in
particolare alcuni bias cognitivi che svolgono un ruolo determinante «nella
nostra capacità di informarci, nella formazione dell’opinione pubblica e nella
propaganda» (p. 48); ad essi, si aggiunga la naturale tendenza al narcisismo
che viene scatenata dai meccanismi dei social network anche negli individui
meno vanitosi, e si avrà un quadro completo dell’informazione nell’epoca della
post-verità.
Evitando di accanirsi
acriticamente contro le moderne tecniche di comunicazione, ma tentando
piuttosto di ricercarne le cause e di studiarne gli sviluppi, Liberi di crederci non è un banale libro
di denuncia contro i social network, ma un’approfondita analisi delle nuove
frontiere dell’informazionee delle relative problematiche, che arriva addirittura
a fornire una “giustificazione” dell’apparente scomparsa di una verità
oggettiva: «post-truth forse è solo
l’emergere dell’essere umano nella sua più totale e profonda esigenza di
emanciparsi dalla dipendenza dagli altri, dagli intermediari. Adesso che tutta
la conoscenza dell’umanità è a portata di click, vogliamo
esercitare il nostro diritto di scegliere liberamente [a cosa credere]» (p. 130).
Alessandro RioWalter Quattrociocchi e Antonella Vicini,
Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità
Codice edizioni, Torino 2018.
___
05 febbraio 2019
"F" di Fusilado!
Cronache infedeli
è un libro scritto da Flavio Fusi, collocabile nella serie narrativa. Un libro composto
da nove capitoli, tutti avvincenti e con diversi punti in comune descritti
nella presente recensione.
L’autore. La qualità
è garantita quando un professionista di elevata caratura come Flavio Fusi mette
per iscritto le vicissitudini che un mestiere vocazionale come quello del
giornalista inviato. Non i soliti improvvisati reporter, o neofiti privi di
esperienza. Flavio Fusi è un professionista di lungo corso. Pochi come lui
possono vantare un bagaglio esperienziale e culturale. Le prove di ciò emergono
dai racconti fatti attraverso uno stile di scrittura fluente ma preciso e
dettagliato che non va mai a discapito di nulla. Il libro in questione descrive
le vicende che lo hanno riguardato nel corso della sua lunga carriera
giornalistica da inviato. Terre sparse per il mondo, molte delle quali
dimenticate da Dio. Descrive dettagliatamente ambientazioni, eventi,
personaggi, ma soprattutto contesti sociali ed economici di mondi in crisi ove
regna una realtà atipica per noi occidentali. Una realtà in cui si chiede pace
e cibo ma si ottiene guerra e miseria.
Fusi mette da subito le cose in chiaro e avvisa il lettore dei viaggi
intrisi di cruente realtà incontrate nel corso degli anni e soprattutto nel
corso degli eventi. Questo nei primi capitoli è descritto in maniera precisa e
dettagliata tanto che pensando alla miseria kosovara, serba, russa, viene da
fermarsi nella lettura e meditare sulla fortuna dell’odierno vivere di noi occidentali.
Il titolo. Contrariamente
da quanto possa far pensare il titolo, in tutti i capitoli si viaggia a fianco
di un narratore che va a braccetto con la cronaca fedele, tipica di chi il
mestiere lo conosce bene ma conscio di dover fare i conti con la memoria. E
già, perché Fusi sostiene che la memoria sia quell’elemento che ci distingue
dagli animali e che al tempo stesso ci induce in errore lasciando le cose
piacevoli e sbiadendo quelle meno. Proprio da questo ragionamento muove la
scelta del titolo che sa di ossimoro bello e buono e che nei lettori farà
sorgere da subito la voglia di scoprirne il dilemma. Per quanto si voglia, esse
non potranno mai dichiararsi fedeli in quanto il tempo ha implacabilmente
svolto uno dei suoi compiti più complessi e inspiegabili: cancellare le cose
brutte. Ciò nonostante il libro appare tutt’altro
che infedele. Viene quindi da chiedersi quali altre cose più cruente avrebbe
riportato il Fusi se solo la memoria non fosse stata a sua volta vittima...ma del
tempo; e non si comprende quindi la scelta del titolo così criptico e
leggermente fuorviante rispetto al testo.
Tratti caratteristici. I capitoli sono splendenti, scritti nel Sole, si potrebbe dire.
Non vi è pagina infatti in cui non compaiano parole luminose come quella di
Sole e quella di Luce. Come un’auto che per andar dritta ha bisogno di un buon
guidatore, così questo libro ha avuto bisogno di parole strategiche che non
lasciano cadere il lettore in un grigiore ambientalistico. D'altronde,
trattandosi di guerra e fame, il rischio è elevato. Scelta giusta.
Operazione immedesimazione. Il libro fa immedesimare e leggendolo si ha la sensazione di
essere al fianco del cronista; di far parte storia dopo storia di un componente
del suo gruppo, cameramen, fonista e altri.
Dispiace la perdita di un loro componente che racconta di aver
conosciuto in vita e che muore durante le ardite riprese di una guerriglia tra
le tante dei posti raggiunti. La tragedia è descritta bene e incute addirittura
rabbia per l’incoscienza dell’operatore. Doveva ripiegare e scappare senza
telecamera piuttosto che portare a termine il servizio e la sua vita. Questo è quello che vien da pensare dopo aver
letto le pagine che narrano il nefasto evento. Il magone è in gola, un motivo
ci sarà. In altro scenario e contesto Flavio Fusi ci racconta di quando è stato
fermato da un poliziotto. “...Fusi suena como fucilado...” così gli dice
durante il fermo per la perquisizione. Il modo in cui descrive gli scenari e i
contesti rendono meglio il senso di come una semplice recensione riuscirebbe a
fare. Operazione immedesimazione riuscita!
E’ davvero
interessante per coloro a cui piace il giornalismo di inchiesta e di guerra,
fatto in un chiave inedita, quasi intima, giacché egli stesso lo consideri un
diario. Una veste singolare che fa dimenticare in più momenti di avere tra le
mani un libro. Una capacità espositiva semplice e diretta che spiega bene la
voglia e il coraggio di vivere degli autoctoni intervistati e che ci porta a
conoscere le inquietudini vissute da persone meno fortunate di noi. Persone che
al mattino zappano la terra e alla sera difendono i propri territori con in
braccio fucili e fionde. Difficile quindi tenere su la tesi
dell’infedeltà.
Il viaggio dell'eroe. Il buon senso vuole che i cronisti di guerra raggiungano il fronte e
che dalle retrovie registrino qualche immagine, intervistino qualcuno e
abbandonino il posto quanto prima. Ma ci sono anche professionisti - come il
nostro Flavio Fusi - che decidono di affiancare i disperati per più giorni al
fine di riportare realtà certe e articoli non asettici . Come già detto, Fusi riporta
esattamente la disperazione dei fortunati - si fa per dire - messicani. Loro
sono al confine e possono sperare nella benevolenza della vicina America del
nord che talvolta concede loro opportunità di lavoro. Ma questo in pochi lo
sanno. Il problema reale proviene dai paesi limitrofi al Messico. Il libro ne
parla ampiamente.
Cronache infedeli
è un diario dal tratto particolare ove spesso l’autore descrive i luoghi
visitati in passato e verso cui fa ritorno a distanza di anni. Un viaggio
dell’eroe in loop, che non finisce
mai, e in cui il protagonista si dimostra tenace al punto di andare alla
continua conferma o smentita che il presente sia come il passato.
La riprova. Pochi
sono gli avventurieri che si porterebbero presso un’area geografica locale
interposta tra la Russia e la Turchia come quella caucasica. Pochi lo farebbero
sia per la propria incolumità e sia perchè di luoghi come il Nagorno Karaback
importa poco o nulla. L’autore stupisce e delude. Si addentra e raggiunge
questo luogo di contesa tra nazioni che sono una più povera dell’altra: l’Armenia
e l’Azerbagian. Ma delude poichè in effetti qui è infedeltà: una volta tanto
che a parlare dell’Armenia non è un armeno, il risultato è stato un pò scarno.
Cronaca di storia - questa - che non
trova pace e giustizia neanche nel suddetto libro. E’ davvero un Peccato.
Nobiltà d'animo. Non
stupisce che un giornalista come lui voglia trasmettere segreti anche ai
lettori che sognano un giorno di fare lo stesso mestiere. Fornisce un consiglio
che può salvare la vita, proprio come accaduto a lui stesso durante il
soggiorno a Nairobi:
“...nella notte i ragazzi dell’ EBU hanno asciato l’ hotel. E quando si muovo l’Ebu puoi scommetterci, qualcosa succede, sempre. si mettono in movimento significa che presto qualcosa sta per accadere e che pertanto è meglio tagliare la corda quanto prima. La prima regola del giornalista in missione: mai perdere di vista quelle canaglie dell’European Broadcastinng Union...”
Informazione che per gli addetti alle prime armi può tornare utile. Quindi, generosità e altruismo professionale.
“...nella notte i ragazzi dell’ EBU hanno asciato l’ hotel. E quando si muovo l’Ebu puoi scommetterci, qualcosa succede, sempre. si mettono in movimento significa che presto qualcosa sta per accadere e che pertanto è meglio tagliare la corda quanto prima. La prima regola del giornalista in missione: mai perdere di vista quelle canaglie dell’European Broadcastinng Union...”
Informazione che per gli addetti alle prime armi può tornare utile. Quindi, generosità e altruismo professionale.
Deformazione professionale. Si da luogo al personale vezzo di osservare e cercare di
giustificare anche le scelte grafiche della copertina e si fa notare la
presenza del soggetto ivi raffigurato: un soldato con la testa china. Che
questo sia in corsa è intuibile dalla posizione delle gambe e ancor di più da
quella della testa. Domande: è un soldato qualsiasi quello raffigurato? È in
fuga da chi? o forse sarebbe meglio dire: da cosa? Una foto che la maggior
parte di noi conosce già. Una foto archètipa e che ha preso posto in ognuno di
noi. Taluni la ricorderanno immediatamente, altri dovranno scavare un attimo
nei ricordi; e se il collegamento tarda ad arrivare poco importa; basta
giungere alla lettura del capitolo dedicato al nefasto evento tedesco perchè il
vago ricordo ritorni in mente. Il giornalismo d’inchiesta che racconta e
fotografa i disertori alla ricerca di libertà. Quella foto è presente nei libri
di storia elementare e media; solitamente è buttata lì nelle ultime pagine,
dove la storia contemporanea perde d’importanza, di valore, e viene
snobbata...perchè tanto si è a fine anno. Magari, un’altra immagine più esclusiva
e leggera poteva rendere di più sia per empatia che per strategia di marketing;
ma è pur vero che quando si parla di certi argomenti ci sia poco da
tergiversare. Una scelta grafica coerente ma non avvincente. Alcuni diranno che
un libro non si giudica dalla copertina. Beh, è vero in parte.
Conclusioni. Per
conoscere altri posti visitati da questo grande giornalista basta leggere il
suo libro composto così egregiamente e attento ai particolari che a suo modesto
avviso “...sono meno di quelli che la
mente gli ha concesso di ricordare...”
Durante il corso
della presente recensione ci si è più volte posto il quesito se il titolo fosse
o meno appropriato e si è lasciato il dubbio che questo non lo fosse. Ciò non
per ammonimento ma per riconoscenza di merito di un professionista che ricorda
un pò il primo della classe, quello che dice di non aver studiato ma che poi
prende 10. La sostanza è tutta dentro e le prove sono tra le pagine, piene di
particolari che mai affaticano il lettore neanche quando parla di tribù e
avvicendamenti al potere di paesi del sud-Africa e del sud-America. Il
giornalista accetta la sfida di descrivere anche i nomi delle tribù locali.
Una scelta audace, che sicuramente rallenta la lettura ma che dimostra una
lealtà intellettuale che chiede e ottiene fiducia.
Insomma
un libro davvero ben fatto e che riempie di emozioni sin dalla premessa che lo
apre. Si legge tutto d’un fiato e fa giungere al termine con una maggiore
consapevolezza. La consapevolezza che l’essere umano è egoista, cattivo e
irrazionale come nessun altro, materializzandoli in morte, fame e miseria
generale. Magari fossero infedeli queste cronache.
Joannes Timurian
Flavio Fusi
Cronache Infedeli
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
___
Iscriviti a:
Post (Atom)
Archivio blog
- mag 2026 (2)
- mar 2026 (2)
- feb 2026 (1)
- gen 2026 (3)
- dic 2025 (2)
- nov 2025 (2)
- set 2025 (2)
- lug 2025 (1)
- mag 2025 (1)
- apr 2025 (1)
- mar 2025 (2)
- feb 2025 (1)
- dic 2024 (1)
- nov 2024 (2)
- ott 2024 (1)
- set 2024 (2)
- giu 2024 (1)
- feb 2024 (1)
- gen 2024 (1)
- nov 2023 (1)
- ott 2023 (1)
- set 2023 (1)
- ago 2023 (1)
- giu 2023 (2)
- mag 2023 (1)
- apr 2023 (2)
- mar 2023 (2)
- feb 2023 (1)
- gen 2023 (2)
- dic 2022 (3)
- ott 2022 (1)
- ago 2022 (1)
- lug 2022 (2)
- giu 2022 (3)
- mag 2022 (4)
- apr 2022 (5)
- mar 2022 (2)
- feb 2022 (6)
- gen 2022 (1)
- dic 2021 (4)
- nov 2021 (8)
- ott 2021 (9)
- set 2021 (4)
- ago 2021 (3)
- lug 2021 (5)
- giu 2021 (5)
- mag 2021 (1)
- apr 2021 (4)
- mar 2021 (7)
- feb 2021 (3)
- gen 2021 (4)
- dic 2020 (2)
- nov 2020 (2)
- ott 2020 (2)
- set 2020 (1)
- ago 2020 (3)
- lug 2020 (1)
- giu 2020 (5)
- mag 2020 (2)
- apr 2020 (2)
- mar 2020 (1)
- feb 2020 (6)
- gen 2020 (9)
- dic 2019 (11)
- nov 2019 (9)
- ott 2019 (15)
- set 2019 (6)
- ago 2019 (5)
- lug 2019 (5)
- giu 2019 (9)
- mag 2019 (5)
- apr 2019 (6)
- mar 2019 (6)
- feb 2019 (13)
- gen 2019 (13)
- dic 2018 (14)
- ott 2018 (15)
- set 2018 (12)
- ago 2018 (2)
- lug 2018 (7)
- giu 2018 (6)
- mag 2018 (10)
- apr 2018 (8)
- mar 2018 (11)
- feb 2018 (7)
- gen 2018 (11)
- dic 2017 (11)
- nov 2017 (11)
- ott 2017 (7)
- set 2017 (9)
- ago 2017 (6)
- lug 2017 (2)
- giu 2017 (12)
- mag 2017 (13)
- apr 2017 (8)
- mar 2017 (7)
- feb 2017 (9)
- gen 2017 (6)
- dic 2016 (6)
- nov 2016 (17)
- ott 2016 (10)
- set 2016 (11)
- ago 2016 (1)
- lug 2016 (4)
- giu 2016 (10)
- mag 2016 (13)
- apr 2016 (12)
- mar 2016 (4)
- feb 2016 (11)
- gen 2016 (12)
- dic 2015 (11)
- nov 2015 (4)
- ott 2015 (6)
- set 2015 (9)
- ago 2015 (6)
- lug 2015 (3)
- giu 2015 (6)
- mag 2015 (10)
- apr 2015 (8)
- mar 2015 (12)
- feb 2015 (11)
- gen 2015 (4)
- dic 2014 (7)
- nov 2014 (5)
- ott 2014 (10)
- set 2014 (6)
- ago 2014 (1)
- lug 2014 (6)
- giu 2014 (14)
- mag 2014 (10)
- apr 2014 (4)
- mar 2014 (11)
- feb 2014 (10)
- gen 2014 (12)
- dic 2013 (20)
- nov 2013 (9)
- ott 2013 (9)
- set 2013 (4)
- ago 2013 (8)
- lug 2013 (8)
- giu 2013 (20)
- mag 2013 (13)
- apr 2013 (9)
- mar 2013 (11)
- feb 2013 (16)
- gen 2013 (8)
- dic 2012 (10)
- nov 2012 (8)
- ott 2012 (16)
- set 2012 (12)
- ago 2012 (5)
- lug 2012 (12)
- giu 2012 (27)
- mag 2012 (35)
- apr 2012 (21)
- mar 2012 (19)
- feb 2012 (21)
- gen 2012 (26)
- dic 2011 (20)
- nov 2011 (16)
- ott 2011 (30)
- set 2011 (10)
- ago 2011 (5)
- lug 2011 (14)
- giu 2011 (19)
- mag 2011 (24)
- apr 2011 (15)
- mar 2011 (18)
- feb 2011 (25)
- gen 2011 (18)
- dic 2010 (14)
- nov 2010 (15)
- ott 2010 (10)
- set 2010 (9)
- ago 2010 (6)
- lug 2010 (8)
- giu 2010 (12)
- mag 2010 (18)
- apr 2010 (20)
- mar 2010 (12)
- feb 2010 (23)
- gen 2010 (22)
- dic 2009 (18)
- nov 2009 (26)
- ott 2009 (25)
- set 2009 (14)
- ago 2009 (12)
- lug 2009 (16)
- giu 2009 (11)
- mag 2009 (17)
- apr 2009 (15)
- mar 2009 (18)
- feb 2009 (6)
- gen 2009 (13)
- dic 2008 (18)
- nov 2008 (37)
- ott 2008 (30)
- set 2008 (22)
- ago 2008 (6)
- lug 2008 (35)
- giu 2008 (5)
- mag 2001 (1)
Copyright
Questo blog non può considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62/2001. Chi desidera riprodurre i testi qui pubblicati dovrà ricordarsi di segnalare la fonte con un link, nel pieno rispetto delle norme sul copyright.