Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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16 giugno 2020

Una vita tra fantasia e realtà


Il cinema è fatto di storie concrete e astratte, che ci incuriosiscono, appassionano, commuovono e anche rattristano. Guardare un film significa vivere tutte le emozioni che i personaggi provano e riflettere sulle scelte che fanno, giudicandole con il nostro proprio metro di giudizio. Spesso ci si consuma molto tempo a riflettere sul perché di quelle scelte e conversiamo volentieri con amici e familiari sulle diverse interpretazioni di una certa scena o un episodio o persino sul significato del film. Di solito queste conversazioni rimangono fine a se stesse, magari con l’aggiunta di risposte che vengono date dai critici cinematografici, ma che, bensì molto specializzate e studiate nel dettaglio, alla fine dei conti anche esse sono delle interpretazioni sulla reale ambizione del regista. 
A volte, però, succede una cosa rara e inestimabile nell'ambito della storia del cinema. Questa particolarità fa riferimento a quelle piccole delucidazioni che il regista stesso fa su un film, magari impreziosendo il valore del resoconto aggiungendo anche aneddoti sulle retroscene, gli attori e la produzione. 
Un avvenimento più unico che raro è quello di possedere una intervista di 188 pagine con un regista che ha segnato un’epoca nel cinema italiano, ma anche in quello mondiale, come Federico Fellini. 
Seguendo uno stile che ricorda l’intervista che Truffaut fece a Hitchcock, che fu pubblicata in un libro che corrisponde al titolo italiano de Il cinema secondo Hitchcock (1966), questa bellissima intervista fatta da Giovanni Grazzini a Federico Fellini nel 1983 per Laterza è stata ripubblicata da Il Saggiatore nel 2019, in occasione dei cento anni dalla nascita del regista. 
Si tratta di quasi un intero monologo di Fellini, interrotto brevemente da Grazzini per fare delle domande o chiedere delle specificazioni. Fellini ci porta in un viaggio nel suo passato e nel suo presente, tutte e due caratterizzati da una voglia di vivere e assaggiare la vita. In certi momenti del libro ci troviamo a Rimini, con un Fellini adolescente che si avventura a scoprire se stesso e, successivamente, arriviamo a Roma, capitale del cinema non limitato soltanto al piccolo mondo italiano, ma frequentato anche da grandi registi e divi americani, che sceglievano Cinecittà per girare i loro film. Nella narrazione di Fellini si può toccare con mano quella vita movimentata e gloriosa della capitale italiana. Oltre ad essere una testimonianza importante sul cinema della seconda metà del xx secolo, quest’intervista è anche, e soprattutto, un racconto dettagliato del processo creativo di un regista senza eguali, che confessa di non essere molto sicuro sul proprio passato poiché nei suoi film ha svuotato tutti i suoi ricordi e che ormai sono mischiati con la fantasia. Su cosa guidi il processo creativo, Fellini risponde: 
“Chi ci guida nell'avventura creativa? (…) Soltanto la fiducia in qualcosa o in qualcuno nascosto dentro di te, qualcuno che conosci poco, che si fa vivo ogni tanto, una tua parte sorniona e sapiente che si è messa a lavorare al posto tuo può aver favorito la misteriosa operazione.” 

Adriola Doda 


Federico Fellini 
Sul cinema 
Il Saggiatore, Milano, 2019, pp. 188.
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12 giugno 2020

Ri-occasioni di approfondimento musicale

Selezione della critica e cronaca musicale di Giorgio Pestelli dal 1971 al 2001

Ascoltare è mettersi attivamente a disposizione di uno stimolo sonoro, non semplicemente sentirlo, come dalle finestre chiuse si sente la città col suo respiro di automobili, se ne avvertono rombi e frenate ma non ci si fa caso, come tra le corsie di un supermercato, tra lo sferragliare di carrelli e l’accartocciarsi di involucri plastici, si percepiscono musichette orecchiabili, ma non ci si fa caso. Ed è proprio nell'approcciare la musica che è più difficile abbandonare la passività di colui che sente per assumere un ruolo attivo nei suoi confronti: “sottrarre la musica all'ascolto indifferente e integrarla nella vita e nella coscienza come occasione di comprensione, arricchimento e diletto”. Queste parole, che indicano quanto è necessario fare per cogliere ciò che la musica può avere da offrire, racchiudono il proponimento, l’obiettivo che secondo Giorgio Pestelli, nell'introduzione al suo libro La pulce nell’orecchio. Temi svolti di critica musicale (Marsilio, 2001), dovrebbe animare il critico musicale nel suo impegno di “testimone e tramite fra compositori, interpreti e pubblico”. In questi termini emerge l'interpretazione educativa, formativa del mestiere di critico e musicologo che ha accompagnato Pestelli, grande appassionato di teatro musicale e storia della critica, durante tutta la sua carriera, sia sulle pagine de "La Stampa", dove è stato a lungo critico musicale titolare, successore di Massimo Mila, e dei migliori periodici musicali italiani, sia dietro alle cattedre dell’Università di Torino e di Genova. 
Ascoltare musica è quindi dedicare ad essa orecchie e intelletto, e trasformarci in Ascoltatori è il compito della critica, che sulle pagine dei giornali o in rete dovrebbe darci spunti di comprensione, tenderci ami ai quali abboccare per gustare più consapevolmente quel fluire di vibrazioni che da secoli chiamiamo ‘musica’. Ma “le recensioni sul giornale a pensarci bene non si leggono veramente” e quindi, con quella “recollection in tranquillity” (rievocazione in tranquillità) che Wordsworth ricercava per scorgere la poesia nel mondo che aveva già vissuto e farne versi, è bene che si torni a risondare le esperienze musicali “su una pagina più calma” per “favorire la connessione di opinioni che superano la circostanza immediata” e “orientare verso altri ascolti e altre letture.
Pestelli aveva già, con questa logica, proposto una raccolta di suoi articoli, Di tanti palpiti. Cronache musicali 1972-1986 (Studio Testi, 1986), e La pulce nell'orecchio si presenta come un proseguimento di questo lavoro antologico. Gli articoli di questa selezione, a parte qualcuno inedito, sono usciti perlopiù su "La Stampa", ma anche su "Il Giornale della Musica", "Amadeus" e altri, tra il 1987 e il 2001. È un percorso di lettura sì cronologico, ma anche tematico, in cui le cronache musicali vere e proprie, le recensioni, seguono una sezione dedicata a ritratti, profili e ricordi di musicisti e studiosi, composizioni e libri musicali; l’ultima parte, a chiusura, è occupata da commenti di natura più eterogenea, note sul costume musicale e curiosità. 
“La musica non si racconta; l’unica cosa che si può raccontare è il dialogo che si apre fra l’immagine storica dell’opera e la sua viva rappresentazione in teatro”. La pulce nell'orecchio ha un connotato, come già segnalato, cronologico: è una passeggiata tra alcuni importanti momenti della recente storia della musica ‘colta’ e del teatro musicale che fornisce il pretesto per una riscoperta di opere, interpreti, direttori, compositori e, grande pregio di questa raccolta, offre un validissimo punto di vista sull'arte di far critica e cronaca musicale, vista attraverso la metodologia e lo stile di Pestelli, fonte di insegnamenti preziosi per l’aspirante critico. Ma il filo conduttore di questa collezione di scritti, che non deve essere sottovalutato a maggior ragione dallo studente/ studioso, è da seguire nell'impegno quasi androgogico mirato a forgiare ascoltatori non indifferenti, bensì coscienti e consapevoli (seppure il critico debba poi saper ritrovare una certa ‘ingenuità’ d’ascolto, per non estraniarsi del tutto da quello che è parte fondamentale dell’esperienza musicale: l’impatto emotivo immediato). 
E poi: la musica, evidente protagonista. Da ascoltare, appunto, perché queste non siano solo parole, ma un “pretesto di cultura musicale più durevole della prima impressione”. Se questa lettura stimolerà l’ascolto delle opere musicali trattate e anzi, dico io, se l’ascolto sarà ad essa associato come necessario complemento, “la raccolta avrà avuto la sua ragion d’essere”.
Davide Audino

Giorgio Pestelli 
La pulce nell'orecchio. Temi svolti di critica musicale, 
Marsilio, Venezia, 2001
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09 giugno 2020

Politica, propaganda e media


La Fabbrica delle verità di Fabio Martini (Venezia, Marsilio Editori, 2017) racconta la storia dell’uso dei mezzi di informazione da parte della politica italiana, a partire da Mussolini fino all'avvento di Grillo. I mezzi di comunicazione si sono evoluti, la tecnologia ha invaso le nostre vite, eppure, dalla carta stampata fino al web (passando da radio e televisione), la capacità di sfruttare i media da sempre rappresenta il mezzo di fare propaganda e di ottenere il consenso.
Martini, firma di tutto rilievo del quotidiano "La Stampa", ripercorre l’alternarsi delle forze politiche nel panorama italiano e ci fornisce per ciascuna di esse (siano di maggioranza o di opposizione) una chiave di lettura sulle leve utilizzate ciclicamente dai leaders per influenzare e manipolare l’opinione pubblica: ottimismo e autopromozione, vilipendio del nemico, paura. 
Il saggio inquadra, per ciascuna fase storica, contesto, fatti, sentiments, mezzi di comunicazione e personaggi chiave, consentendo al lettore di mantenere il filo grazie all'utilizzo accurato di fonti, citazioni ed eventi con cui Martini dispiega il suo racconto. Lo stile è semplice e scorrevole, anche quando il contesto da descrivere risulta particolarmente complesso: il risultato è che anche gli avvenimenti più lontani da chi legge sembrano recenti, come se fosse successo tutto pochi anni fa’. Riesce a suscitare un’attenta riflessione sullo spirito del tempo nel quale viviamo e su quanto la propaganda continui a pervadere l’immaginario collettivo: oggi, rispetto al passato, la pluralità dei mezzi di informazione (da manipolare) e il fattore tempo di una società frenetica come quella contemporanea la fanno da padrone e possono determinare il successo (o l’insuccesso) di un leader politico. 
Non si tratta solo di una cronistoria puntuale: l’autore arricchisce la lettura con una serie di retroscena che suscitano nel lettore l’idea di leggere un romanzo di spie e trame occulte, di burattinai che muovono i fili dell’immaginario collettivo sempre alla costante ricerca di mantenere o ottenere il consenso. E di cui Martini fa nomi e cognomi: da Mussolini a De Gasperi, dal Vaticano a Bernabei, fino a Berlusconi, alla Lega e al Movimento 5 stelle. Ma oggi viviamo nel tempo del “post-truth” (post-verità, parola chiave decretata come parola dell’anno 2016 da Oxford Dictionaries), inclinazione particolarmente viva in Italia ma con esempi eclatanti negli Usa e in GB: il rapporto dell’opinione pubblica con le bugie dei politici indica che i fatti oggettivi esercitano una influenza minore rispetto ai convincimenti e ai sentimenti degli individui. La censura serpeggia comunque, in maniera più o meno esplicita, a volte si trasforma in autocensura perché frutto di una manipolazione più sapiente da parte dei poteri forti.
Elena Pastorino

Fabio Martini
La Fabbrica delle verità. 
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo 
Venezia, Marsilio Editori, 2017

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27 febbraio 2020

Gli anni dell'amicizia e dell'amore

Gli anni più belli è l’ultimo film del regista de L’ultimo bacio (2001) e  A casa tutti bene (2018) Gabriele Muccino, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 13 febbraio 2020.
Questo film è un inno all’amicizia che nei suoi 129 minuti descrive il viaggio tortuoso di quattro amici che cercano di mantenere un rapporto analogo a quello avuto durante l’adolescenza, ma che viene continuamente scosso da tutti gli avvenimenti della vita che inevitabilmente si intrufolano. Tutto il film è un susseguirsi di momenti di incontro, che portano avanti la loro storia d’amicizia e d’amore, e di altri momenti in cui si perdono di vista, qualche volta anche per un intero decennio, in cui i quattro personaggi principali si sviluppano e vivono la loro vita compiendo delle scelte che li porteranno più vicino a quello che rispettivamente cercano di ottenere: affetto, affermazione professionale, gloria e, soprattutto, amore. Nonostante il continuo perdersi e le complesse situazioni di tensione e di tradimento che hanno luogo durante gli anni, i quattro amici trovano sempre il modo di superare le difficoltà perché l’amicizia che li lega è inscindibile.
L’amicizia e l’amore sono i due temi principali del film, ma intorno ad essi si hanno altri argomenti diversi che portano avanti la trama. Uno di questi temi può essere individuata nella famiglia, che già nei primi momenti del film porta uno dei personaggi (Gemma) a compiere una scelta importante che successivamente si ripercuoterà in ogni decisione che prenderà per la maggior parte degli suoi anni da adulta e che la fa diventare una “vittima”, sempre in cerca di affetto e di protezione, ma che con difficoltà riuscirà ad emanciparsi. Il film tratta il tema della famiglia attraverso diverse problematiche che si riscontrano nella società moderna. Ci sono rappresentazioni di famiglie disfunzionali, con genitori che non sanno come comunicare con i loro figli, con figli che si sentono traditi dai loro genitori e consorti che non si amano più, ma che stanno insieme solo per salvare le apparenze.
Una scelta stilistica importante adottata dal regista Muccino in questo film è stata quella di alternare alla trama anche momenti storici che hanno cambiato il mondo e hanno definito lo spirito di intere generazioni, come ad esempio il Muro di Berlino, Tangentopoli, l’Attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle, e così via. 
 Un merito particolare va anche al casting degli attori poiché la somiglianza fisica tra gli attori che recitano nella prima parte del film, ossia quella adolescenziale in cui si ha il momento d’incontro di tutti e quattro i protagonisti e le loro prime avventure, e gli attori che recitano la parte dei personaggi già adulti, è davvero strabiliante. Una piacevole novità è stata anche la presenza della cantante Emma Marrone nel suo primo ruolo di attrice, che recita accanto ad attori del livello di Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Claudio Santamaria e Kim Rossi Stuart.
Adriola Doda

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30 gennaio 2020

Evoluzione dell’analogico o rivoluzione del digitale?


La storia dell’evoluzione dell’uomo conserva ricordi di momenti storici di grande rilievo, come lotte di classe, guerre ed eventi che hanno segnato la cronaca mondiale. Oggi l’umanità è in una nuova fase di questo processo, ovvero quella del digitale.  In merito a questo contesto si può notare come l’individuo non riesca a fare a meno di porsi delle domande sulla questione, e per tale motivo viene definita come ossessione dello studioso.
I media, così come sono utilizzati ai giorni odierni, non sono nati da un netto passaggio da una fase all’altra della storia, ma da un processo di creazione lento in un alternarsi di progressi e regressi. Grazie alla linea temporale dei due autori del testo, Balbi e Magaudda, si ha una chiara visione di quale sia stata la storia di tutti i media digitali che ora appartengono all’intera popolazione mondiale. Inoltre, è interessante sapere come nascono quelli che oggi sono considerati non più solo degli aiutanti ma elementi indispensabili entrati nelle vite quotidiane di molte persone.
Questo volume, attraverso dei macro-excursus divisi per argomento, disegna una linea del tempo dei mezzi più utilizzati, presentando le menti più brillanti della storia come Joseph – Marie Jacquard, Bill Gates, Steve Jobs e Steve Wozniak, che sono a capo di quelle società che di volta in volta hanno idealizzato il processo di comunicazione degli ultimi anni.
Tra le righe di questo testo c’è una delle domande più frequenti e rilevanti che l’uomo si sia mai posto e che ancora manca di risposta: “Quella dell’epoca digitale è da considerare come una rivoluzione o una semplice continuità dell’era analogica?”.
Non è semplice rispondere ad un quesito di questo tipo, soprattutto, perché questo periodo di passaggio non è ancora terminato, basti pensare alle continue evoluzioni di sistemi tecnologici che sono sul mercato ogni anno, oppure alle questioni irrisolte di alcuni paesi. La Cina, ad esempio, rifiuta un passaggio della radiofonia da analogica a completamente digitale, mentre, altre nazioni utilizzano ancora molti canali televisivi analogici. Guardando indietro alla nascita dei tre pilastri dei media moderni, ovvero, alla storia del computer, di internet e della telefonia mobile, è possibile notare come non si possa parlare di una vera e propria rivoluzione. Il motivo è legato all’aspetto decisionale politico ed economico delle aziende nello scegliere non sempre la strada verso il successo, ma quella della conservazione, come il caso dell’Ibm. Un altro esempio è il ritorno di vecchie apparecchiature come il disco in vinile, il quale procede di pari passo con la musica on-line, senza mai scomparire del tutto. Tutti questi elementi allontanano l’idea della digitalizzazione come un processo che rappresenta un punto di svolta nella storia.
Ciononostante, anche se non è chiaro il risultato finale, molti studiosi e scienziati hanno dedicato – e dedicano – la loro vita, nel creare dei veri e propri contributi storici, si sono lanciati in dei salti nel vuoto.
Inoltre, riflettendo in maniera oggettiva, queste tecnologie dell’attuale millennio, probabilmente, non sarebbero potute nascere in tempi molto più brevi rispetto a quelli che sono stati in realtà. Questo perché pur subendo dei rallentamenti, i processi verso il digitale iniziati all’incirca dai primi decenni del Novecento, hanno avuto una grande svolta in meno di mezzo secolo per molti media, come il caso del telefono cellulare.
Pertanto, non si può parlare di una vera rivoluzione ma nemmeno di una semplice conseguenza dell’analogico.  Non è sufficiente ritrarre in un generico passo in avanti, ciò che è accaduto alla comunicazione in questi anni, ed è riduttivo, infatti, parlare di eventi a catena. Le innovazioni apportate, hanno creato un nuovo mondo e una popolazione diversa: partendo dalla nascita nel 1945 del primo computer Eniac, alla proposta di Apple di un apparecchio da utilizzare in casa, fino alla decisione della Microsoft di far valere i propri diritti di Software – importanti tanto quanto la componente Hardware –, sono parti di un processo che intende comunicare un cambiamento non soltanto nel percorso storico, ma nella mentalità umana.
Non è di certo la prima volta che l’uomo pensa in grande per cercare di raggiungere qualcosa che a prima vista sembra irraggiungibile. Difatti, basti notare che i primi strumenti digitali, ovvero, il computer e internet sono entrambi nati come strumenti prevalentemente militari: una delle maggiori fonti d’investimento per un Paese è la sicurezza della propria terra e del posto che esso presiede all’interno del sistema globale. Pertanto, è “naturale” che molti studiosi si siano spinti ad un immaginario dove vi fossero delle importanti tecnologie.
Tuttavia, qualcosa di rivoluzionario vi deve essere: gli autori, infatti, ritengono che i motivi per considerare quello del digitale, un percorso di rivoluzione, siano vari. A partire dal concetto di impatto globale, a quello di prosumer, parola coniata da A. Toffler nel 1980 per esprimere la nuova visione di informazione. Essa coinvolge attivamente i consumatori che, pertanto, iniziano anche ad essere fonte di messaggi e non solo ricettori. Inoltre, è possibile andare anche oltre la realtà odierna e immaginare una “grande utopia della convergenza”. Quest'ultima, inclusa nella macchina Überbox, racchiuderebbe insieme tutti gli strumenti sul mercato (Ipad, Ipod, mp3, computer e smartphone).
Pertanto, alla domanda posta in precedenza, ovvero, se il digitale sia una rivoluzione o un’evoluzione del digitale, la risposta potrebbe essere trovata attraverso due esempi: il primo riguarda Jacquard che nel 1801 decise di modificare la struttura del telaio, introducendo delle componenti hardware e software per creare un telaio automatico. In proposito, questo tipo di tecnologia non era stata inventata da lui, tuttavia, fu in grado di trovare per questi prodotti un altro utilizzo in un settore completamente diverso.
Il secondo esempio, che probabilmente sarà più chiarificante, è quello che ha dato origine alla casa di produzione Apple. Steve Jobs e Steve Wozniak non crearono il personal computer, anzi, si basarono sulle macchine già create e collaudate da altri prima di loro, ma ebbero l’idea rivoluzionaria, di allargare il consumo di tale apparecchio, e di estenderlo a tutti i consumatori. Questi due uomini, considerati hacker, si resero conto che la macchina (il computer) che era usata da pochi e limitata alle necessità burocratiche e aziendali, poteva essere “alla portata di tutti”, e fu così che nacquero i primi computer.
Naturalmente, una strategia pubblicitaria e capacità di marketing favorirono l’azienda Apple, che per tale ragione oggi è uno dei leader del settore. Tuttavia, questa parte della storia vuole mandare un messaggio chiaro opposto a quello che Clayton Christensen definì “dilemma dell’innovatore”. Ciò che è rivoluzionario nei media digitali, non sono gli strumenti e lo sviluppo delle macchine ma è la “lampadina che si accende” nella mente di qualcuno e nella forza di chi crede in se stesso, perché, in fondo, una delle caratteristiche della parola rivoluzione è anche il coraggio.
Sara Esposito

G. Balbi – P. Magaudda,



29 gennaio 2020

Le bugie hanno le gambe corte, ma in rete un po’ meno

Se la disinformazione esistite da sempre, perché solo oggi prende il nome di fake news?  Giuseppe Riva, professore di Psicologia della Comunicazione e direttore del Laboratorio dell’Interazione Comunicativa e delle Nuove Tecnologie (LICENT) di Milano, decide di rispondere a questo e ad altri interrogativi nel suo libro Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità (Bologna 2018).Il testo mira a chiarire un concetto che, come più volte ribadito dall’autore, è stato inserito nel linguaggio corrente solo a partire dal 2015; infatti, le fake news appartengono ad una realtà del tutto nuova, o per utilizzare un termine coniato dallo stesso Riva, ad un’«interrealtà». Quest’ultima emerge come risultato della fusione fra mondo concreto/offline e mondo virtuale/online, due dimensioni che influenzandosi l’una con l’altra possono generare particolari effetti psicologici sugli individui. Ma procediamo con ordine, così come ordinata appare la riflessione di Riva.A partire dal primo capitolo del saggio, Riva fornisce una panoramica dettagliata sulle modalità con cui nascono le fake news e sul significato che esse assumono, in modo tale che ai lettori risulti possibile comprenderne la profonda diversità rispetto alla comune disinformazione. La differenza, spiega Riva, è segnata soprattutto dalla odierna presenza dei social network, luoghi in cui, senza troppa fatica, una fake news può essere divulgata e condivisa, oltre che ripercuotersi sulle credenze degli individui.L’autore sottolinea più volte il mutamento avvenuto con il passaggio dai vecchi ai nuovi media, in seguito al quale il click per sottoscrivere un «mi piace» ad un post non può essere ritenuto equivalente al click per cambiare un canale della televisione. Un click sui social network comporta conseguenze, può fornire informazioni sulla personalità degli utenti, può essere sfruttato per la diffusione di contenuti inappropriati. Da qui, Riva presenta un’analisi strettamente psicologica dei mezzi tramite i quali prendono campo le fake news e dei fattori umani che ne incrementano la riuscita, tra cui un recente, e scientificamente provato, calo della soglia d’attenzione. Nell’ultimo capitolo, Riva illustra quali escamotage sono stati messi in atto dalle istituzioni e dalla rete stessa per tutelare gli utenti dalla valanga di fake news che giornalmente invadono le pagine web, ma il focus maggiore viene posto sul singolo: secondo l’autore, siamo noi, a livello individuale, i principali responsabili incaricati di prendere misure di sicurezza. Pertanto, dobbiamo imparare a sviluppare un adeguato senso critico ed a seguire precise norme comportamentali, da applicare ogniqualvolta ci accingiamo a leggere o ad intervenire online.Alla luce di quanto esposto, ci accorgiamo che l’attuale rischio di incorrere in una visuale distorta della realtà ci attende dietro l’angolo e, come evidenzia lo studioso, ciò non mette a repentaglio soltanto la nostra percezione inerente alla sfera politica, economica e sociale, bensì influisce addirittura sulla nostra emotività. Il presente saggio, dunque, rappresenta un’occasione per riflettere sul mondo virtuale nel quale ormai siamo immersi e ci dimostra propriamente come le bugie online non abbiano sempre le gambe così corte.Nel corso del libro, Riva raggiunge gli obiettivi che si era prefissato, ovvero fornire valide risposte ai quesiti riguardanti le fake news e presentare i più complessi meccanismi che le caratterizzano, il tutto con grande capacità esemplificativa. Di fatto, la scrittura vivace, ordinata e pungente dell’autore colpisce dritta alle coscienze dei lettori e consegna nelle mani di ciascuno gli strumenti per ricercare la verità anche laddove quest’ultima viene offuscata da una subdola – e forse più alla moda–post-verità. Ragion per cui, bisogna prestare attenzione: abbassare la guardia è questione di un attimo.
Giulia Marino

Giuseppe Riva
Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità

 il Mulino, Bologna, 2018.


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28 gennaio 2020

Visual Journalist: un libro per reagire alla cultura visiva



È possibile essere dei buoni giornalisti con un pubblico di non-lettori?
L’opera di Paolo Schianchi è una finestra che si spalanca sulle condizioni attuali del mondo dell’informazione. Già dalle prime pagine l’autore contestualizza il lavoro del visual journalist, facendo emergere l’essenzialità di una professione che merita una particolare attenzione.
Siamo nel pieno della cultura visiva, le immagini permeano la nostra quotidianità ed è sempre più comune la tendenza a informarsi guardando. Date le caratteristiche dell’epoca attuale, il visual journalist ha il compito di scrivere visivamente una notizia, il cui contenuto deve essere leggibile dagli utenti. Attraverso molti esempi efficaci, Schianchi illustra come le immagini stiano diventando indipendenti dalle parole, quando prima ne erano un completamento. Chi svolge la professione ha la responsabilità di comporre notizie che siano comprensibili a tutti e immediatamente chiare, attività che richiede ben di più di una resa esteticamente piacevole. Come afferma l’autore, “un visual journalist sa governare l’emozione dell’immagine per diffondere il suo messaggio, in quanto padroneggia le raffigurazioni dal punto di vista compositivo, lessicale e tecnico.”
È fondamentale capire come si possa realizzare una buona informazione cavalcando il cambiamento mediatico e l’intento di Schianchi è spiegare come il visual journalism possa essere una disciplina efficace, senza screditare l’importanza delle parole. Infatti, queste ultime sono ancora il potente mezzo che permette di approfondire la conoscenza e hanno un primato da reputarsi tuttora ineguagliabile. Ciononostante, è sempre più opportuno reagire al cambiamento della comunicazione con novità intelligenti che valga la pena conoscere, perché informando meglio, si preserva la vera ricchezza dell’essere umano.
Marta Massardo

Paolo Schianchi,
Visual Journalist. L'immagine è la notizia
Franco Angeli, Milano, 2018.


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27 gennaio 2020

Extramedia. Evoluzione del giornalismo.

Il mondo del giornalismo sta vivendo un’epoca di trasformazione; una transizione che ha avuto inizio con l’avvento di Internet ed ha subìto una rapida accelerazione con la venuta degli smartphone.
La tecnologia ci ha condotti così “al passaggio dalla comunicazione di massa ad una individuale, con impatti notevoli per l’industria dei media“ (Domenico Ioppolo).
Nel libro Giornalismo aumentato. Attualità e scenari di una professione in rivoluzione, a cura di Giorgio Triani, (Franco Angeli, Milano, 2017), ci viene offerta una panoramica di quella che è oggi la professione del giornalista e i nuovi percorsi del giornalismo nell’era dei social media.
Principalmente il web ha determinato la disintermediazione dell’informazione, riducendo l’oggetto “giornale” a mero veicolo e slegandolo dal rapporto di fiducia con il lettore. Nel momento in cui le notizie sono fruibili in rete gratuitamente, perché pagare per leggerle? Per la stampa l’esito è stato disastroso con un vertiginoso calo progressivo delle vendite di quotidiani e periodici.
Il processo di svalutazione dell’informazione ha colpito sia economicamente che qualitativamente, ed anche bufale e notizie fake hanno fatto la loro parte. I nuovi colossi del web hanno colto impreparati i media tradizionali e a farne le spese è stato più di tutti il lavoro giornalistico che ha perso prestigio agli occhi del pubblico a favore dei social media.
Il cambiamento fondamentale è avvenuto proprio nei lettori che d’un tratto sono divenuti potenziali autori e creatori di contenuti a loro volta; da qui il flusso di informazioni è diventato inarrestabile, “virale”.
È la realizzazione di quello che M. McLuhan aveva definito, con notevole anticipo, il villaggio globale (Gli strumenti del comunicare, 1964).
“In quarant’anni - scrive a proposito Antonio Mascolo - è avvenuta una rivoluzione ben più importante – anche se terribilmente simile – di quella di Gutenberg” e aggiunge “Tutte le unità (di tempo, di luogo ecc.) sono state spazzate via”, scrivere e pubblicare sono diventati un unico gesto.
Inevitabilmente, l’unica soluzione è l’integrarsi del giornalismo nel mondo digitale, ovvero il suo “ri-contestualizzarsi”. Diventa perciò fondamentale adottare la giusta strategia di marketing, occorre trovare nuovi linguaggi, nuovi modelli di business e sistemi per attrarre l’audience e far fronte anche ad un nuovo tipo di utente: il navigatore “nomade”. Si tratta perlopiù di un lettore distratto, superficiale, spesso “occasionale”, che ricalca il modello del telespettatore annoiato che fa zapping tra un canale e l’altro.
Ecco allora che gli articoli online si fanno più brevi, i titoli accattivanti, e si corredano di immagini e filmati per adattarsi allo schema (e allo schermo) di lettura social.
Il linguaggio pubblicitario e quello giornalistico si fondono in nuove forme di comunicazione e moltiplicano anche le figure professionali: dal data journalist allo specialista SEO (Search Engine Optimization) al Social Media Manager.
È un giornalismo aumentato, quello della raccolta dei dati, del “Visual Journalism” e dello “storytelling”, che si muove in un panorama ancora tutto da definire e che riscrive le sue regole in nome del “digital first” per competere con blogger, influencer e youtubers, ponendosi l’obbiettivo di riorientare l’opinione pubblica facendosi strumento di formazione oltre che di informazione.
Fabiana Pinna

Giornalismo aumentato. Attualità e scenari di una professione in rivoluzione
a cura di Giorgio Triani,
Franco Angeli, Milano, 2017.
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05 gennaio 2020

L'importanza della riflessione critica nel pensare contemporaneo


La nostra epoca è caratterizzata da un eccesso di stimoli provenienti da ogni dove: gli smartphone, la televisione, internet... da ogni fonte giunge un costante flusso di informazioni che circolano e si susseguono ad una velocità senza precedenti. La sovrabbondanza di cui quotidianamente facciamo esperienza può però portare ad un senso di angoscia e paralisi: in che modo riusciamo a capire cosa dovremmo leggere, ascoltare, guardare? In un mondo di costante cambiamento, come si può capire ciò che è bello? E sulla base di cosa ciò che è bello è tale?
Ecco che il ruolo della critica si rivela in tutta la sua importanza e Andrew Scott, critico cinematografico del New York Times, effettua un'intelligente analisi di quest'importantissima attività, non solo in veste professionale, ma come attitudine quotidiana poiché, e come lui stesso afferma, a tutti piace giudicare e tutti giudichiamo.
Il saggio di Scott non si propone di fornire quelli che sono i dettami critici che gli individui dovrebbero operare nelle loro scelte quotidiane, ma evidenzia l'importanza di formarsi un pensiero critico e di esercitarlo con costanza in tutte le situazioni, anche quelle di semplice svago, che siamo portati a pensare non debbano suscitare profonde riflessioni o da intellettualizzare. Al contrario, Scott evidenzia come proprio in quei momenti sia importante esercitare un pensiero critico, per non togliere la possibilità a film o libri, apparentemente di intrattenimento puro e semplice, la possibilità di essere qualcosa di più, ad esempio un potenziale oggetto di riflessione.
Attraverso un'attenta analisi, anche storica, del ruolo della critica e del mestiere del critico, Scott sollecita a non adagiarsi nella comodità del pensiero di gruppo. Egli invita a superare l'alone di pregiudizi di cui è ammantata la critica, sorella gemella dell'arte e forma d'arte essa stessa.
È in base a ciò che ci piace e ciò che non ci piace che formiamo la nostra identità di individui, siamo tutti accomunati dal desiderio di coltivare il piacere verso qualcosa e l'attitudine critica è dunque fondamentale.
Questo testo, che si pone come “manifesto contro la pigrizia e la stupidità”, accompagna il lettore in uno stimolante viaggio nel mondo della critica per meglio comprenderla ed esercitarla nella nostra così abbagliante e caotica contemporaneità.
Selina Grillone


A.O.Scott
 Elogio della critica. 
Imparare a comprendere l'arte, riconoscere la bellezza 
e sopravvivere al mondo contemporaneo
Milano, il Saggiatore, 2017, pp. 256.

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18 dicembre 2019

Fake news: una guerra non convenzionale

Le fake news sono solo un modo diverso di nominare i processi di disinformazione e manipolazione, da sempre presenti nell’agone della politica?
Questo è il primo quesito che compare nell’agile libello di Giuseppe Riva Fake News, edito da Il Mulino. Per affrontare in maniera completa il tema, l’autore, che è professore ordinario di Psicologia della comunicazione nell’Università Cattolica di Milano, ricorre a tutti gli strumenti interpretativi delle scienze della comunicazione, compresa la “scienza delle reti” e una nuova area della psicologia (la “ciberpsicologia”) che ha per obiettivo proprio lo studio dei processi di cambiamento generati dall’interazione dell’uomo con i nuovi media comunicativi, social media in primis.
Per Riva, il tema delle fake news, divenuto molto popolare solo dopo le elezioni americane che hanno visto trionfare Trump, è fenomeno del tutto nuovo rispetto ad antichissimi esempi di disinformazione (le prime tracce risalgono addirittura a Sparta) e rispetto all’uso del termine che si è fatto in epoca moderna (verso la fine del XIX secolo) per indicare “storie inventate, di solito in ambito politico, utilizzate per danneggiare una persona o una istituzione”.
Il libro affronta quindi, in maniera asciutta ma serrata, un’analisi dei meccanismi “tecnologici e psicosociali” che hanno permesso la nascita e la diffusione delle fake news per come oggi le conosciamo, per concludere con alcuni ipotesi e proposte per difenderci dalla loro diffusione.
Naturalmente è giusto lasciare al lettore il gusto della scoperta in autonomia delle analisi e delle ricette che il Professor Riva svolge nelle sue argomentazioni, scritte peraltro in maniera approfondita ma semplice e fruibile.
Alcuni temi degni di nota, tuttavia, vanno evidenziati. Riva infatti coglie il carattere centrale, per il dibattito pubblico contemporaneo, del tema delle fake news e non riduce quindi la sua analisi a mera trattazione “scientifica” di un argomento qualunque: è una forma di “guerra non convenzionale”, dice.
Le differenze con la semplice disinformazione dell’età moderna sono i numeri impressionanti di persone coinvolgibili attraverso i sociali media e la velocità di trasmissione. La fake news inoltre sfugge alla classica dinamica verticale presente tra chi emette il messaggio e chi lo riceve: ogni persona può appropriarsi volontariamente o involontariamente di una fake news e condividerla nella propria rete di relazioni social, diventando protagonista della sua diffusione.
Un libro davvero prezioso che affronta i temi più caldi della comunicazione, del delicato equilibrio che compone lo spazio dell’opinione pubblica e, in ultima istanza quindi, delle democrazie liberali per come le abbiamo conosciute sinora.
Sono presenti i temi “caldi” del dibattito, da Cambridge Analytica a Facebook, da Uber ai social influencer, dai Big data ad Airbnb, da Putin a Trump.
Insomma, un libro davvero utile per districarsi in uno dei nodi centrali della contemporaneità. Quali le soluzioni possibili? Riva ne propone alcune. Quanto credibili ed efficaci, lo scoprirà il lettore.
Massimiliano Morettini

Giuseppe Riva 
Fake News. Vivere e sopravvivere in un mondo di post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018.

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11 dicembre 2019

Come la politica si è ripresa la RAI, che non ha mai perso

Il libro Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la RAI è stato pubblicato da Feltrinelli nel marzo 2019. L’autore,Carlo Verdelli, milanese 62 anni, ha una lunga carriera nel mondo della carta stampato, iniziata come collaboratore di “La Repubblica” e proseguita in Arnaldo Mondadori, poi come Direttore de” La Sette “ e Vicedirettore de “Il Corriere della Sera” per concludere la prima parte della sua carriera come Direttore de “ La Gazzetta dello Sport”, dove ha stabilito il record di copie per un quotidiano italiano, 2,3 milioni, all’indomani della vittoria italiana ai Campionati Mondiali di calcio del 2006. Nel novembre del 2015 assume l’incarico di Direttore Editoriale per l’offerta formativa alle dipendenze del CEO e Direttore Generale della RAI, Antonio Campo Dall’Orto, dimettendosi poi nel gennaio del 2017. Da febbraio 2019 è Direttore di “La Repubblica” ; nel 2014 ha scritto per Garzanti il libro I sogni belli non si scordano mai.
Nel libro il racconto, lungo poco più di un anno, del percorso all’interno dello stato di arretratezza di un’Azienda che ha dimenticato, o forse meglio non ha affrontato l’esistenza di Internet e dei cosiddetti social (i siti Rai viaggiano intorno ai 230.000 utenti contro i 2.300.00 utenti di La Repubblica) nonostante che “ I tempi non cambiano, sono già cambiati. L’informazione RAI no” e di sprechi, favoritismi, impossibilità del cambiamento nei rapporti con i giornalisti raccolti attorno all’USIGRAI, e intromissioni della politica per il tramite sia della Vigilanza Parlamentare che dei componenti del Consiglio di Amministrazione presieduto dalla giornalista Monica Maggioni.
Nella prima parte l’autore elenca alcune delle pressioni, dei condizionamenti politici e degli “assurdi economici”, dell’apparato RAI: le sedi regionali sono 24, più due distaccate, quando le regioni italiane 20, mentre in Gran Bretagna e Francia le sedi sono rispettivamente 15 e 13, la rete Rai News che sotto la direzione della futura Presidente Monica Maggioni ha raddoppiato gli organici ma non gli ascolti ed anche della “nuova politica” che non riesce a non interferire nella gestione RAI, Di Maio: “ la più grande sfida è mettere le mani sulla Rai”.
Niente di nuovo invero, niente che non sapessimo già, a parte nuovi piccoli dettagli e singoli casi: da sempre la RAI è stata per tutti i partiti e tutti i governi, fin dalla sua nascita, un torta da spartirsi, come lo stesso Verdelli scrive: “ Chi comanda li dentro è telecomandato da chi maneggia a Roma, e giudicato non in base ai risultati ma ai gradienti di fedeltà” o, come sempre l’autore riporta, il giudizio, altrettanto negativo, di Michele Serra su “La Repubblica”: ” ….. non si nominino più direttori generali o direttori di rete, se troppo lontani dalla politica vengono cacciati; viceversa sono solo scaldasedie che non decidono niente”.
Meraviglia come un uomo e giornalista esperto “ si meravigli” che, stante così le cose, ci sia una levata di scudi contro il suo Piano di ammodernamento dell’Informazione; come poteva essere diverso?
Il suo Piano, buono o cattivo che fosse stato, se messo in atto, avrebbe scombinato gli equilibri interni e quelli politici e questo nessuno poteva permetterselo e permetterglielo: il Piano viene bocciato da una maggioranza così vasta che non c’è stato neanche bisogno di metterlo ai voti, il Consigliere Diaconale “ va profondamente revisionato”, il Consigliere Siddi “ sono negativo su tutto”, il Consigliere Messa “ sono d’accordo solo sull’apertura in tempi rapidi di una sede a Washington” ed infine la Presidente Maggioni riportando il suo giudizio durante un Consiglio di Amministrazione” elencando i punti del Piano li ha ritenuti tutti parimenti inadatti al futuro prossimo dell’informazione del servizio pubblico”.
Era quindi inevitabile che Verdelli, non supportato da forze politiche “amiche” non potesse che dimettersi o essere rimosso. C’è da chiedersi se, per arrivare a queste ovvie conclusioni c’era bisogno di scrivere un nuovo libro sull’argomento, libro che nella seconda parte riporta un lungo elenco di giudizi negativi dell’Autore su tutto e su tutti, magari giudizi anche giustificati ma sicuramente “ovvi” stante la situazione di sempre alla RAI.
Contro Tutto: “ temo siano troppi e troppo organizzati: con il nostro (suo e del suo gruppo di lavoro)modo di lavorare, in cui pensiamo a fare bene per chi paga il canone, saremo sempre più vulnerabili a lupi e sciacalli” e “ …. non è più rinviabile una modifica strutturale dell’offerta informativa, meno la RAI cambia e più incerto sarà ilo suo futuro” e contro TUTTI, riportando frasi o giudizi a lui sfavorevoli: Fico, Presidente prima della Vigilanza e poi della Camera,” Campo dall’Orto sta facendo il suo lavoro, ma il punto oscuro è la struttura che fa capo a Verdelli”, Gasparri, sempre appassionato ai problemi delle televisioni, “ smantellare la dannosa struttura di Verdelli e company”, Maggioni “ avere un bagno privato al settimo piano ( della sede Rai di via Mazzini) è potere. Condividerlo logora”, ed ancora, anche sul futuro presidente RAI “ prima di lasciare la Presidenza nelle mani capaci o rapaci di Marcello Foa”, per finire con Renzi “ mai visto un essere umano cos’ felice di essere sé stesso”.
Quindi un libro che si legge bene e facilmente ma di nessuna utilità, del tutto superfluo, salvo ultime novità in casa RAI che però replicano, in chiave moderna, quelle antiche, che racconta la storia di una breve esperienza che è finita come era ovvio finisse, come ovvie sono i dati e le soluzioni, cosi come del tutto ovvie le ultime amare considerazioni di un uomo deluso e ferito da un’esperienza che non avrebbe dovuto provare. Le ultime pagine sono rivolte al Consiglio di Amministrazione “ Voi potete battere tutto e tutti, ma non il futuro”, ed al sistema politico: “ Partiti, lobby, pidocchi e pulci hanno tutto da guadagnare da una Rai inginocchiata, pronta a qualsiasi compromesso pur di garantire la permanenza dello status quo”.
Ma se è così, come in effetti è: perché questa scelta professionale e soprattutto perché questo libro?
Roberto Casini

Carlo Verdelli
Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la RAI
Feltrinelli, Milano, 2019.


09 dicembre 2019

La realtà filtrata


Fabio Martini, nato a Roma, è autore di saggi sul legame tra politica e informazione e inviato del quotidiano "La Stampa". Il suo ultimo volume La Fabbrica delle verità è una panoramica su quasi un secolo di storia. Ci mostra come i politici, a partire da Mussolini fino a Grillo, hanno sfruttato i diversi media a loro vantaggio: per ottenere e mantenere consenso e più in generale per fare propaganda. Nel testo si ripercorrono avvenimenti storici, noti e meno noti, tutti da un punto di vista “inedito”. 
Martini, infatti, cerca e riesce a farci vedere come la politica presenta (o non presenta affatto) determinate realtà tramite i diversi media, fin dagli anni ’20. Se durante il ventennio fascista Mussolini si avvarrà di censura pressoché totale, veline e cinegiornali; la Prima Repubblica della DC cercherà di delegittimare il cinema neorealista troppo vicino, nelle sue rappresentazioni, alla realtà. E una volta acquisito il monopolio della Rai, applicherà alla programmazione quell’“imperativo categorico del «va tutto bene»”, narcotizzandola. A partire dalla Seconda Repubblica assistiamo all’esodo dei politici verso i talk show, che culminerà nella figura di “un campione della popolarità, del successo, della notorietà: Matteo Renzi”. Infine, in un momento in cui le attenzioni sono tutte rivolte alla televisione, arriva l’intuizione di Beppe Grillo: Internet.
È un testo che sicuramente si presta a suscitare un effetto diverso tra le diverse generazioni: tra chi ha vissuto le vicende citate dagli anni ’50 alla fine degli anni ’90 e chi, negli anni ’90, è nato. Ecco dunque che il saggio di Martini è utile sia per rivedere le dinamiche di fatti già noti sotto una differente luce, sia per avere un chiaro dipinto di che cosa è stato il periodo tra il secondo dopoguerra fino alla contemporaneità, da parte di chi, di quel periodo, ha solo nozioni sparse. 
Lo stile del testo è piacevole, scorrevole e non appare mai ostico nella lettura. Il fatto che soprattutto a partire dalla narrazione della Prima Repubblica l’autore inserisca numerosi dati, non rende il libro particolarmente pesante ma, anzi, aiuta il lettore ad avere contezza delle dimensioni di determinati fenomeni. 
Considerando che il libro è stato pubblicato nel 2017 e la narrazione termina nel 2016, a colpire particolarmente è il modo in cui Martini tratta di figure ed avvenimenti degli ultimissimi anni, fornendoci un punto di vista estremamente lucido e non intaccato dalla vicinanza temporale. Inutile dire che si tratta di un testo importante. Infatti, fondamentale per capire quali espedienti la politica usa per comunicare con noi oggi, è innanzitutto sapere che lo ha sempre fatto ma sapere anche con quali modalità.
Marta Casagrande

Fabio Martini
La fabbrica delle verità. L'Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Marsilio Editori, Venezia, 2017.



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18 luglio 2019

Il cambiamento “normale” del giornalismo



Sergio Splendore è un docente di Communication Research e Sociologia della comunicazione all’Università degli Studi di Milano e visiting professor all’Ècole de Journalisme de Grenoble. Nel seguente libro si occupa di come cambia il mondo del giornalismo. Le nuove tecnologie hanno portato alla mutazione del modo di fare informazione e degli strumenti utilizzati. Tutto questo viene definito “ecologia dei media”. Ciò ha comportato un cambiamento anche nel lavoro del giornalista, che si distacca inevitabilmente dalle modalità “tradizionali”.
La trasformazione avviene soprattutto a partire dagli anni 2000. Infatti l’autore riporta come avvenimento divisorio, tra la “vecchia” tradizione e le nuove modalità, il discorso di R. Murdoch del 2005. Le parole dell’imprenditore americano vanno dritte al punto: i giornalisti inizialmente disprezzavano il web ma, furono costretti ad adeguarsi ed avvicinarsi alle nuove tecnologie quando tutto il mondo iniziò a farlo. Splendore vuole far capire, partendo da queste parole, come il “vecchio” mondo non esisteva più ma l’idea positiva del giornalismo digitale non fu immediata, almeno non ovunque.
Ma cosa cambia nel legame tra cittadino e mondo dell’informazione? Il ruolo del lettore assume un’importanza differente perché attraverso i social media può partecipare quando vuole e comunicare ciò che vuole. Chi legge non è passivo ma può intervenire, commentare, dando visioni differenti e spesso offrendo fonti al giornalista. Questo tipo di giornalismo è definito “partecipativo” perché il mondo del web, rispetto alla carta stampata, può essere interattivo. Il problema di tutto questo è che non si hanno limitazioni e non tutti quelli che scrivono online hanno un “filtro morale”.
Ruolo nuovo e fondamentale è quello dell’uso dei dati e di algoritmi. Questi servono al giornalista per distribuire al meglio le notizie e per garantirsi una diffusione massima dell’informazione. Tutto questo si denota come “indicizzazione” dei motori di ricerca.
Splendore evidenzia come il punto di forza del giornalismo online sia l’eliminazione dei limiti temporali e fisici per la scrittura di un articolo. Questa è la grande differenza tra la carta e lo schermo. La mancanza di barriere offre maggiori possibilità e un flusso di notizie continuo. Il lettore può essere sempre informato e il giornalista può sempre informare.
Innovazione dell’autore è la considerazione “normale” di questo processo Le sue riflessioni non esprimono nessun giudizio negativo tra ciò che è stato e ciò che è ma vengono unicamente esposte le differenze. Questa trasformazione è sinonimo di normalità e soprattutto di utilità.
Il libro si occupa del giornalismo italiano, spesso confrontandolo con quello anglosassone. In Italia i tratti distintivi, che si differenziano dal mondo inglese, sono sempre uguali: il legame con la politica, la mancanza di obiettività e la presenza invasiva del commento. Questo evidenzia che il cambiamento ha mutato il contenitore ma non la tradizione del contenuto. L’autore espone anche la difficile e lenta adozione delle nuove tecnologie da parte dei giornalisti italiani, che tuttora si trovano arretrati rispetto ad altri.
Splendore propone una riflessione positiva ed esaustiva dell’ambito del giornalismo che, come molti altri, è cambiato, stando al passo con i tempi. Il giornalismo muta e si trasforma ma non cessa la sua natura.
Alessia Lancini

Sergio Splendore 
Giornalismo ibrido. Come cambia la cultura giornalistica italiana 
Carocci, Roma, 2017, pp. 144.

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17 luglio 2019

Mafia onnipresente



Attilio Bolzoni è un giornalista nato nel settembre del 1955 in una provincia della Lombardia, esattamente a Santo Stefano di Lodigiano. Intraprende la carriera di giornalista dal 1983 e scrive cronaca nera per il quotidiano L’Ora. Trascorre un lungo periodo della propria vita in Sicilia, a Palermo, dal 1979 al 2004, dove viene arrestato insieme al collega Saverio Lodato de L’Unità per aver pubblicato le rivelazioni del pentito Antonio Calderone, violando il segreto istruttorio. Viene assolto nel 1991 dall’accusa di peculato e amnistia per quella di rivelazioni del segreto istruttorio. Non scrive solo articoli di giornali sulla mafia, ma bensì diverse opere tra quali: “La Giustizia è cosa nostra”, “Rostagno: un delitto tra amici”, “Parole d’onore”, che ha ispirato uno spettacolo teatrale.
La sua arte si estende anche alla sceneggiatura e, nel 2004 partecipa alla miniserie televisiva Paolo Borsellino e del docufilm Silencio.
Lascia la Sicilia nel 2004, poiché inviato per il suo giornale in Iraq.
Bolzoni, per la sua carriera come “penna” contro la mafia, riceve nel 2009 il Premio “E’giornalismo”, perché tratta delle vicissitudini siciliane da oltre trent’anni.
Giornalisti in terre di mafia è un grido fatto in coro di diversi giornalisti, che in queste centoquaranta pagine condannano la situazione l’intera situazione Italiana, affermando che la Mafia non è soltanto quell’entità legata al Sud, a Corleone o a “Cosa Nostra, bensì si è costruita il suo nido anche al Nord.
L'opera è scritta da trenta cronisti, oltre ad Attilio Bolzoni, che attraverso brevi racconti, riferiscono quale sia stato il loro “rapporto” con la mafia.
Queste voci raccontano di una mafia travestita in una realtà imprenditoriale e politica. Di quanto oggi il ruolo del cronista faccia paura a queste realtà, ma anche di quanto sia difficile raccontare della mafia. A costo della libertà propria e dei propri famigliari, come scrive Federica Angeli, o addirittura in cambio della vita, come racconta Alessandra Ziniti, le persone che decidono di scrivere di questo tema, sono spinte sì, dal denunciare e migliorare la società, ma soprattutto dalla passione.
Nel testo, ritroviamo un altro tema, quello della solitudine, perché decidere di scrivere di Mafia, ti emargina: colleghi, redazioni e persino gli amici iniziano ad escluderti, come tratta Elisa Marincola.
Ho trovato questa lettura interessante, e molto facile da capire: una lettura d’impatto, mirata a colpire chi non ha remore, chi non ha un’etica, chi scrive tanto per scrivere. Le voci che animano questo libro, sposano il loro mestiere nel bene e nel male, ed è questa la ragione che ti mi ha spinto a leggere pagina dopo pagina. Facendomi un esame di coscienza, non so se potrei fare come questi autori, rischiare la vita, rischiare querele, rischiare la libertà, perché siamo consapevoli tutti in fondo che avere la scorta a vita, è una sorta di ergastolo. Probabilmente io sarei come quei giornalisti che gli autori definiscono inetti e facili, che preferiscono fare una cronaca “comoda”.
Hanaa Sobhi

Attilio Bolzoni
Giornalisti in terre di mafia.
Quelli che scrivono e quelli che si voltano dall'altra parte
Melampo, Milano, 2019, pp.176

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07 luglio 2019

La RAI, modello di tv generalista per gli italiani


Enrico Menduni, giornalista e professore universitario, percorre e analizza la storia italiana della televisione, di cui è stato protagonista come consigliere di amministrazione della Rai dal 1986 al 1993, collegando le scelte politiche ed economiche dei governi dagli anni del “centrismo” a oggi alle loro ripercussioni sulla produzione dei programmi e la fruizione degli utenti.
Dalla “veterotelevisione” del monopolio Rai (1954-1974) alla digitalizzazione di oggi, passando per gli anni della nascita delle emittenti “libere” e dello sviluppo della “neotelevisione” generalista degli anni ‘80, un anno fondamentale, nel progressivo passaggio dal rigore dell’obiettività, dell’imparzialità e della completezza dell’informazione verso la manipolazione della realtà per renderla rassicurante, neutra e spettacolare, è il 1972, quando scade la convenzione tra Stato e Rai del 1952 e iniziano i dibattiti che portano alla riforma con la legge 103/1975, con cui si ribadisce il monopolio. L’anacronicità di questa scelta non impedisce lo sviluppo delle reti private, che favoriscono la nascita del cosiddetto “contenitore” e dei talk show, in cui le discussioni non arrivano a un approfondimento o a una conclusione, e alla tv senza opinioni ardite e scienza, ma intrattenimento e spettacolo. Il neoliberismo economico degli anni ’80 spinge alla trasformazione dell’uomo in un consumatore e richiede di non soffermarsi sulle tradizioni e sulle usanze, di non tollerare la routine o di rimandare la gratificazione.
Il libro è utile per approfondire la conoscenza della società italiana dalla seconda metà del Novecento e per comprendere quanto la costruzione televisiva della realtà nasca dalle esigenze del pubblico e quali effetti abbia agevolato.
L’autore segue un doppio canale: uno di stampo più tecnico sulle dinamiche imprenditoriali e sulle soluzioni tecnologiche, uno di carattere sociologico. Nonostante il linguaggio generalmente chiaro, alcuni termini specifici non sono efficacemente spiegati e quindi il lettore non preparato potrebbe rimanere confuso di fronte agli argomenti che rientrano di meno nei suoi interessi o nelle sue conoscenze.
Sicuramente però l’analisi sociologica del fenomeno televisivo coinvolge e fa riflettere. Menduni ricalca la visione di Bauman (Intervista sull’identità, 2003) riconoscendo nella diffusione della televisione in Italia il bisogno di stili di vita nuovi di fronte ai cambiamenti radicali dovuti al boom economico prima, all’era globale poi. Le più facili possibilità di ascesa sociale e la condivisione di beni e di servizi portano a una società in cui si è tutti più uguali, a patto di riuscire a mantenere il passo. La televisione, dunque, esprime il bisogno di essere informati facilmente e rapidamente e di occupare il tempo libero, sentendosi parte di una comunità virtuale e non isolati. Le possibilità offerte dalle nuove tecnologie non sono la causa della fine delle relazioni tra gli uomini, ma in realtà ne sono la conseguenza, e un loro progredire potrebbe aiutare ad accettare le sfide che il mondo globale, dominato dalla inevitabile dipendenza reciproca, propone. Lo spirito critico di ciascuno può giovarsi dei contenuti liberamente circolanti in rete.
Fabrizio Rosasco

Enrico Menduni
Videostoria. L’Italia e la tv 1975-2015,
Bompiani, Milano, 2018, pp. 314.
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22 maggio 2019

L'informazione tra reale e percepito


Nell'era digitale e dell'esplosione delle telecomunicazioni, anche le informazioni sbagliate o false viaggiano alla stessa velocità delle notizie vere e verificate. Questo è uno dei problemi principali che sta alla base della disinformazione contemporanea, e col termine “disinformazione” ci si riferisce alla “falsificazione intenzionale di dati e notizie al fine di manipolare le percezioni di un bersaglio, influenzarne le decisioni”. In questa definizione emerge subito la caratteristica che rende l'attività manipolatoria negativa e pericolosa: l'intenzione dietro all'azione. Dietro ad ogni azione che ha lo scopo di disinformare si nasconde la volontà di qualcuno (industriali, politici, poteri occulti come quello mafioso), che è la volontà di disinformare per i propri scopi personali. In quest'ottica la consapevolezza della presenza di campagne di disinformazione è fondamentale per distinguere fonti, giornali e notizie autorevoli da emittenti che trasmettono notizie false o fallaci. 
Le notizie, per disinformare, non devono essere necessariamente false. Anche notizie vere possono essere deformate o amplificate per modificare la percezione della realtà delle cose; e l'accumulo di notizie simili, non false ma neanche del tutto veritiere, può aggravare la percezione dei lettori creando un clima di sfiducia e di paura. Per evitare questo è importante la conoscenza di certi meccanismi mistificatori; solo con la comprensione di quanto sia facile fare disinformazione è possibile armarsi per contrastarla. 
Cosimo Angelini

Disinformazione e manipolazione delle percezioni. 
Una nuova minaccia al Sistema-paese 
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.


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19 febbraio 2019

Le (nuove) parole dell’informazione

Se è vero, come diceva Baricco nel 1998, che ciò che rende speciali i grandi scrittori è la loro capacità di «nominare le cose», il libro Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità (Codice edizioni, Torino 2018, 15€) può a buon diritto essere considerato un libro speciale. Il saggio scritto a quattro mani da Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, infatti, è una sorta di odierno dizionario dell’informazione, in grado di battezzare tutti i processi che caratterizzano la comunicazione contemporanea. Vi si ritrovano precise definizioni di termini ormai noti ai più, come fakenews, troll ed echo chamber, ma soprattutto vengono “nominati” e spiegati alcuni meccanismi per i quali fino a pochi mesi fa non esistevano nomi: newsfeed, backfire effect, webete, debunking, mysidebiase così via. 
Muovendo dalla delusione dell’aspettativa che l’avvento di internet potesse garantire «la nascita di un mondo aperto, che rendesse la conoscenza accessibile a tutti indiscriminatamente e portasse alla costituzione di una società finalmente globale e realmente interconnessa» (p. 11), gli autori analizzano le reali conseguenze che il web ha prodotto sulle tecniche della comunicazione: l’informazione è sempre più spesso affidata ai social network, dove gli utenti prendono il posto dei giornalisti, i post sostituiscono i giornali, i tweet si ergono a notizie. Il primo evidente effetto di questa tendenza è la disintermediazione, «cioè il venire meno della figura dell’intermediario» (p. 26), dell’esperto d’informazione, che poteva garantire la verità delle notizie e l’attendibilità delle fonti. Ne deriva non solo l’imprecisione delle informazioni, con la conseguente proliferazione di fake news, ma soprattutto la semplificazione delle notizie che conduce ad un’irrimediabile polarizzazione delle posizioni: per quanto delicata e complessa sia una questione, si assiste oggi alla radicalizzazione delle opinioni tipica delle ideologie forti. Vero o falso, buono o cattivo, bianco o nero, giusto o sbagliato: non esistono più vie di mezzo e soprattutto non esiste confronto, dialogo fra le fazioni. I dibattiti sui social media si riducono al muro contro muro, alla testarda difesa di una posizione estrema che si oppone ad un’altra posizione estrema, altrettanto difesa e supportata.
Quattrociocchi e Vicini non si limitano a descrivere questi processi con definizioni ed esempi tratti dai più recenti avvenimenti socio-politici, ma si impegnano ad elencare tutti i fattori che stanno alla base della cosiddetta post-truth, definita dall’Oxford Dictionary come «ciò che è relativo a, o che denota, circostanze nelle quali i fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione rispetto agli appelli all’emotività e alle convinzioni personali». Tra questi fattori figurano in particolare alcuni bias cognitivi che svolgono un ruolo determinante «nella nostra capacità di informarci, nella formazione dell’opinione pubblica e nella propaganda» (p. 48); ad essi, si aggiunga la naturale tendenza al narcisismo che viene scatenata dai meccanismi dei social network anche negli individui meno vanitosi, e si avrà un quadro completo dell’informazione nell’epoca della post-verità.
Evitando di accanirsi acriticamente contro le moderne tecniche di comunicazione, ma tentando piuttosto di ricercarne le cause e di studiarne gli sviluppi, Liberi di crederci non è un banale libro di denuncia contro i social network, ma un’approfondita analisi delle nuove frontiere dell’informazionee delle relative problematiche, che arriva addirittura a fornire una “giustificazione” dell’apparente scomparsa di una verità oggettiva: «post-truth forse è solo l’emergere dell’essere umano nella sua più totale e profonda esigenza di emanciparsi dalla dipendenza dagli altri, dagli intermediari. Adesso che tutta la conoscenza dell’umanità è a portata di click, vogliamo esercitare il nostro diritto di scegliere liberamente [a cosa credere]» (p. 130).
Alessandro Rio


Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini,
Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità
Codice edizioni, Torino 2018. 
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05 febbraio 2019

"F" di Fusilado!


Cronache infedeli è un libro scritto da Flavio Fusi, collocabile nella serie narrativa. Un libro composto da nove capitoli, tutti avvincenti e con diversi punti in comune descritti nella presente recensione.  
L’autore. La qualità è garantita quando un professionista di elevata caratura come Flavio Fusi mette per iscritto le vicissitudini che un mestiere vocazionale come quello del giornalista inviato. Non i soliti improvvisati reporter, o neofiti privi di esperienza. Flavio Fusi è un professionista di lungo corso. Pochi come lui possono vantare un bagaglio esperienziale e culturale. Le prove di ciò emergono dai racconti fatti attraverso uno stile di scrittura fluente ma preciso e dettagliato che non va mai a discapito di nulla. Il libro in questione descrive le vicende che lo hanno riguardato nel corso della sua lunga carriera giornalistica da inviato. Terre sparse per il mondo, molte delle quali dimenticate da Dio. Descrive dettagliatamente ambientazioni, eventi, personaggi, ma soprattutto contesti sociali ed economici di mondi in crisi ove regna una realtà atipica per noi occidentali. Una realtà in cui si chiede pace e cibo ma si ottiene guerra e miseria.  Fusi mette da subito le cose in chiaro e avvisa il lettore dei viaggi intrisi di cruente realtà incontrate nel corso degli anni e soprattutto nel corso degli eventi. Questo nei primi capitoli è descritto in maniera precisa e dettagliata tanto che pensando alla miseria kosovara, serba, russa, viene da fermarsi nella lettura e meditare sulla fortuna dell’odierno vivere di noi occidentali.
Il titolo. Contrariamente da quanto possa far pensare il titolo, in tutti i capitoli si viaggia a fianco di un narratore che va a braccetto con la cronaca fedele, tipica di chi il mestiere lo conosce bene ma conscio di dover fare i conti con la memoria. E già, perché Fusi sostiene che la memoria sia quell’elemento che ci distingue dagli animali e che al tempo stesso ci induce in errore lasciando le cose piacevoli e sbiadendo quelle meno. Proprio da questo ragionamento muove la scelta del titolo che sa di ossimoro bello e buono e che nei lettori farà sorgere da subito la voglia di scoprirne il dilemma. Per quanto si voglia, esse non potranno mai dichiararsi fedeli in quanto il tempo ha implacabilmente svolto uno dei suoi compiti più complessi e inspiegabili: cancellare le cose brutte.  Ciò nonostante il libro appare tutt’altro che infedele. Viene quindi da chiedersi quali altre cose più cruente avrebbe riportato il Fusi se solo la memoria non fosse stata a sua volta vittima...ma del tempo; e non si comprende quindi la scelta del titolo così criptico e leggermente fuorviante rispetto al testo.
Tratti caratteristici. I capitoli sono splendenti, scritti nel Sole, si potrebbe dire. Non vi è pagina infatti in cui non compaiano parole luminose come quella di Sole e quella di Luce. Come un’auto che per andar dritta ha bisogno di un buon guidatore, così questo libro ha avuto bisogno di parole strategiche che non lasciano cadere il lettore in un grigiore ambientalistico. D'altronde, trattandosi di guerra e fame, il rischio è elevato. Scelta giusta.
Operazione immedesimazione. Il libro fa immedesimare e leggendolo si ha la sensazione di essere al fianco del cronista; di far parte storia dopo storia di un componente del suo gruppo, cameramen, fonista e altri.  Dispiace la perdita di un loro componente che racconta di aver conosciuto in vita e che muore durante le ardite riprese di una guerriglia tra le tante dei posti raggiunti. La tragedia è descritta bene e incute addirittura rabbia per l’incoscienza dell’operatore. Doveva ripiegare e scappare senza telecamera piuttosto che portare a termine il servizio e la sua vita.  Questo è quello che vien da pensare dopo aver letto le pagine che narrano il nefasto evento. Il magone è in gola, un motivo ci sarà. In altro scenario e contesto Flavio Fusi ci racconta di quando è stato fermato da un poliziotto. “...Fusi suena como fucilado...” così gli dice durante il fermo per la perquisizione. Il modo in cui descrive gli scenari e i contesti rendono meglio il senso di come una semplice recensione riuscirebbe a fare. Operazione immedesimazione riuscita!
E’ davvero interessante per coloro a cui piace il giornalismo di inchiesta e di guerra, fatto in un chiave inedita, quasi intima, giacché egli stesso lo consideri un diario. Una veste singolare che fa dimenticare in più momenti di avere tra le mani un libro. Una capacità espositiva semplice e diretta che spiega bene la voglia e il coraggio di vivere degli autoctoni intervistati e che ci porta a conoscere le inquietudini vissute da persone meno fortunate di noi. Persone che al mattino zappano la terra e alla sera difendono i propri territori con in braccio fucili e fionde. Difficile quindi tenere su la tesi dell’infedeltà. 
Il viaggio dell'eroe. Il buon senso vuole che i cronisti di guerra raggiungano il fronte e che dalle retrovie registrino qualche immagine, intervistino qualcuno e abbandonino il posto quanto prima. Ma ci sono anche professionisti - come il nostro Flavio Fusi - che decidono di affiancare i disperati per più giorni al fine di riportare realtà certe e articoli non asettici . Come già detto, Fusi riporta esattamente la disperazione dei fortunati - si fa per dire - messicani. Loro sono al confine e possono sperare nella benevolenza della vicina America del nord che talvolta  concede loro opportunità di lavoro. Ma questo in pochi lo sanno. Il problema reale proviene dai paesi limitrofi al Messico. Il libro ne parla ampiamente.
Cronache infedeli è un diario dal tratto particolare ove spesso l’autore descrive i luoghi visitati in passato e verso cui fa ritorno a distanza di anni. Un viaggio dell’eroe in loop, che non finisce mai, e in cui il protagonista si dimostra tenace al punto di andare alla continua conferma o smentita che il presente sia come il passato.
La riprova. Pochi sono gli avventurieri che si porterebbero presso un’area geografica locale interposta tra la Russia e la Turchia come quella caucasica. Pochi lo farebbero sia per la propria incolumità e sia perchè di luoghi come il Nagorno Karaback importa poco o nulla. L’autore stupisce e delude. Si addentra e raggiunge questo luogo di contesa tra nazioni che sono una più povera dell’altra: l’Armenia e l’Azerbagian. Ma delude poichè in effetti qui è infedeltà: una volta tanto che a parlare dell’Armenia non è un armeno, il risultato è stato un pò scarno. Cronaca di storia - questa -  che non trova pace e giustizia neanche nel suddetto libro. E’ davvero un Peccato.
Nobiltà d'animo. Non stupisce che un giornalista come lui voglia trasmettere segreti anche ai lettori che sognano un giorno di fare lo stesso mestiere. Fornisce un consiglio che può salvare la vita, proprio come accaduto a lui stesso durante il soggiorno a Nairobi:  
“...nella notte i ragazzi dell’ EBU hanno asciato l’ hotel. E quando si muovo l’Ebu puoi scommetterci, qualcosa succede, sempre. si mettono in movimento significa che presto qualcosa sta per accadere e che pertanto è meglio tagliare la corda quanto prima. La prima regola del giornalista in missione: mai perdere di vista quelle canaglie dell’European Broadcastinng Union...” 
Informazione che per gli addetti alle prime armi può tornare utile. Quindi, generosità e altruismo professionale.
Deformazione professionale. Si da luogo al personale vezzo di osservare e cercare di giustificare anche le scelte grafiche della copertina e si fa notare la presenza del soggetto ivi raffigurato: un soldato con la testa china. Che questo sia in corsa è intuibile dalla posizione delle gambe e ancor di più da quella della testa. Domande: è un soldato qualsiasi quello raffigurato? È in fuga da chi? o forse sarebbe meglio dire: da cosa? Una foto che la maggior parte di noi conosce già. Una foto archètipa e che ha preso posto in ognuno di noi. Taluni la ricorderanno immediatamente, altri dovranno scavare un attimo nei ricordi; e se il collegamento tarda ad arrivare poco importa; basta giungere alla lettura del capitolo dedicato al nefasto evento tedesco perchè il vago ricordo ritorni in mente. Il giornalismo d’inchiesta che racconta e fotografa i disertori alla ricerca di libertà. Quella foto è presente nei libri di storia elementare e media; solitamente è buttata lì nelle ultime pagine, dove la storia contemporanea perde d’importanza, di valore, e viene snobbata...perchè tanto si è a fine anno. Magari, un’altra immagine più esclusiva e leggera poteva rendere di più sia per empatia che per strategia di marketing; ma è pur vero che quando si parla di certi argomenti ci sia poco da tergiversare. Una scelta grafica coerente ma non avvincente. Alcuni diranno che un libro non si giudica dalla copertina. Beh, è vero in parte.
Conclusioni. Per conoscere altri posti visitati da questo grande giornalista basta leggere il suo libro composto così egregiamente e attento ai particolari che a suo modesto avviso “...sono meno di quelli che la mente gli ha concesso di ricordare... 
Durante il corso della presente recensione ci si è più volte posto il quesito se il titolo fosse o meno appropriato e si è lasciato il dubbio che questo non lo fosse. Ciò non per ammonimento ma per riconoscenza di merito di un professionista che ricorda un pò il primo della classe, quello che dice di non aver studiato ma che poi prende 10. La sostanza è tutta dentro e le prove sono tra le pagine, piene di particolari che mai affaticano il lettore neanche quando parla di tribù e avvicendamenti al potere di paesi del sud-Africa e del sud-America. Il giornalista accetta la sfida di descrivere anche i nomi delle tribù locali. Una scelta audace, che sicuramente rallenta la lettura ma che dimostra una lealtà intellettuale che chiede e ottiene fiducia.
Insomma un libro davvero ben fatto e che riempie di emozioni sin dalla premessa che lo apre. Si legge tutto d’un fiato e fa giungere al termine con una maggiore consapevolezza. La consapevolezza che l’essere umano è egoista, cattivo e irrazionale come nessun altro, materializzandoli in morte, fame e miseria generale. Magari fossero infedeli queste cronache.
Joannes Timurian

Flavio Fusi 
Cronache Infedeli 
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
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