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31 ottobre 2021
La valanga dell'informazione
"La valanga scatenata dall'informazione ad oltranza ha trasformato il giornalismo, ucciso i grandi articoli di discussione, ucciso la critica letteraria, dato ogni giorno più spazio ai dispacci, alle piccole e grandi notizie, ai processi verbali del reporter e degli intervistatori."
Emile Zola, 1888
Emile Zola, 1888
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02 giugno 2012
Prima Comunicazione: la rivista dei giornalisti
Prima Comunicazione è una rivista di informazione che, mensilmente, pubblica storie, notizie, interviste e voci sull’evoluzione e sui progressi del mondo dell’informazione e della comunicazione. Nasce a Milano nel 1973 da un’idea di Umberto Brunetti e Alessandra Ravetta. “La comunicazione come tecnica di potere” è la frase che compariva sopra la testata di Prima dal 1973 al 1976 e che esprime la volontà da parte dei fondatori di creare “non un giornale per i giornalisti, ma una cronaca dell’informazione e dell’uso che la società ne faceva” . Questa rivista è uno strumento indispensabile per capire come funziona e cosa succede nel mondo del giornalismo, della televisione, della pubblicità, della comunicazione pubblica e dei nuovi media. Prima si indirizza, quindi, alla società dell’informazione e, più precisamente, a un pubblico di opinion leader e professionisti della comunicazione: direttori, editori, giornalisti, politici, professori universitari, responsabili della pubblicità e delle relazioni pubbliche.
Prima Comunicazione si presenta con una veste grafica ordinata e strutturata. Le principali rubriche sono:
- Borsino dei direttori, la vita, la storia professionale e qualche curiosità sui giornalisti che arrivano in cima – ogni mese, presenta quattro o cinque giornalisti;
- Fatti & Flash, fatti e notizie della editoria, della tivù, di internet e della comunicazione;
- Lavori in corso, leggi e norme della comunicazione in parlamento;
- E la barca va, gli avvenimenti della economia, della finanza e della borsa. E dei giornali che li raccontano – a cura di Carlo Riva;
- Tendenze digitali, trend di quotidiani e periodici – con alcune considerazioni su direttori, redazioni e concorrenza.
Negli ultimi due anni, Prima Comunicazione ha intervistato numerosi professionisti dell’informazione, direttori o giornalisti autorevoli, dedicando loro il servizio di copertina. Ne ricordo alcuni:
- marzo 2012: intervista a Marco Tarquinio, direttore dell’Avvenire;
- dicembre 2011: articolo dedicato a Giorgio Napolitano. Grazie al suo modo di fare comunicazione, è stato definito l’uomo dell’anno. Non esiste nessuna strategia di marketing o regia comunicativa che gli impone come comportarsi, è lui in persona che decide quando e cosa comunicare, il suo modo di essere diventa comunicazione ed è consapevole che ogni parola che pronuncia è destinata a pesare;
- settembre 2011: il direttore Roberto Napoletano spiega che il Sole24ore fa un’informazione più ‘documentale’ e ha recuperato il rigore e l’identità storica che gli appartenevano;
- marzo 2011: intervista a Monica Mondardini, amministratore delegato del gruppo editoriale L’Espresso;
- gennaio 2011: il direttore dell’Espresso Bruno Manfellotto racconta a Prima il rilancio e il restyling della rivista;
- dicembre 2010: l’ex-direttore di Raitre Paolo Ruffini racconta il successo e l’esplosione di audience per le quattro puntate di ‘Vieni via con me’ e di una serie consistente di programmi che ha ricevuto buoni riscontri da parte del pubblico: ‘Ballarò’, ‘Che tempo che fa’, ‘Report’;
- settembre 2010: l’editore radiofonico Eduardo Montefusco dà spiegazioni sul perché il business della radio gode di ottima saluta e registra sorprendenti guadagni attraendo pubblicità, a differenza delle redazioni giornalistiche e degli studi televisivi. A seguito dello switch off, in tivù si sono moltiplicati i canali e le grandi reti hanno subito un calo dello share. La radio non corre questo pericolo perché crea un legame particolare, un feeling con l’ascoltatore, di conseguenza alla radio preferita si resta sempre legati.
Sulle pagine di Prima, sono spesso presenti notizie e tendenze che riguardano il mondo digitale. Riporto alcuni articoli: “La libertà corre sul web” (ottobre 2011, p. 80), articolo che parla di Digital Democracy, un’organizzazione che nei Paesi in via di sviluppo insegna a usare la tecnologia come strumento di partecipazione politica; “Attacco Banzai alle fortezze dell’editoria on line” (aprile 2011, p.67), dedicato a Banzai Media, una holding che ha guadagnato molto successo su Internet; “Ora si può fare” (settembre 2010, p.79), presenta il nuovo quotidiano online Lettera43.
Prima Comunicazione è presente anche su internet con un proprio sito http://www.primaoline.it/, nel quale si trovano anche i classici “bottoni” che rinviano alle pagine di Facebook e Twitter. Nella sezione In edicola, è possibile leggere una parte di alcuni articoli tratti dall’edizione cartacea, mentre nella sezione Primaonline, sono pubblicate integralmente alcune interviste e notizie in anteprima, alle quali i lettori possono rispondere, pubblicando i propri commenti.
Prima Comunicazione è presente anche su internet con un proprio sito http://www.primaoline.it/, nel quale si trovano anche i classici “bottoni” che rinviano alle pagine di Facebook e Twitter. Nella sezione In edicola, è possibile leggere una parte di alcuni articoli tratti dall’edizione cartacea, mentre nella sezione Primaonline, sono pubblicate integralmente alcune interviste e notizie in anteprima, alle quali i lettori possono rispondere, pubblicando i propri commenti.
La tendenza di Prima Comunicazione è quella di raccontare i successi di chi ce l’ha fatta, di chi è arrivato in alto. Prima tratta in modo specifico i temi legati al mondo dell’informazione, un settore che oggi sta attraversando un periodo di crisi, di instabilità e di incertezza per il futuro. Ciononostante, le sue scelte ricadono sui protagonisti e sulle storie di chi rischia, proponendo al mercato qualcosa di innovativo, o di chi ha già ottenuto successo. Prima ha uno sguardo sul mondo dell’informazione che è positivo, offre tutte le informazioni e i dati necessari affinché i lettori, principalmente professionisti che già lavorano nel mondo della comunicazione, siano costantemente informati. Grazie a Prima, i lettori possono monitorare il mercato e prendere spunto, soprattutto sulle tendenze in ambito digitale ed evitare, così, di rischiare di trovarsi impreparati ai cambiamenti.
Selena Zamarian
*link al sito di Prima Comunicazione
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06 giugno 2010
In libreria
Massimo Teodori
Panunzio. Dal «Mondo» al Partito Radicale: vita di un intellettuale del Novecento
Milano, Mondadori, 2010, 288 pp.
Scheda
La figura di Mario Pannunzio, forse il maggiore intellettuale liberaldemocratico italiano del dopoguerra, suscita ancora, mentre si celebra il centenario della nascita, numerosi interrogativi: era un letterato o un politico, un fascista o un antifascista, un anticomunista viscerale o un filocomunista mascherato, un anticlericale mangiapreti o un cristiano, laico e tollerante? Oggi, per la prima volta, è possibile rispondere a queste domande grazie a documenti inediti conservati presso l'Archivio della Camera dei deputati e, soprattutto, all'imponente carteggio (circa ventimila lettere scritte in poco più di trent'anni), una fonte indispensabile per saggiarne la dimensione pubblica e quella più intima e privata. È il compito che lo storico e saggista Massimo Teodori affronta con un'accurata interpretazione delle due fasi della vita di Pannunzio: quella dell'umanista a tutto tondo, che si cimenta nella pittura, nella critica letteraria, nella cinematografia e nel giornalismo culturale, e quella - a cui deve la sua fama - di maître à penser classico e innovatore, dapprima come fondatore del più bel quotidiano dell'Italia repubblicana («Risorgimento liberale») e poi come direttore del «Mondo», unanimemente ritenuto il miglior settimanale di politica, economia e cultura pubblicato nel nostro paese nel secolo scorso. Fu proprio attorno a questa irripetibile esperienza politico-giornalistica che si aggregarono le menti più vivaci e indipendenti dell'epoca, accomunate dalla medesima passione civile e dallo stesso intento di colmare il vuoto di democrazia creatosi in una nazione assediata dalle derive violente dell'antifascismo e dell'anticomunismo, e dalla miopia del conservatorismo reazionario. Al progetto di una Terza forza - laica, liberale, democratica e riformatrice - di respiro europeista e allineata all'Occidente senza velleità nazionalistiche e neutralistiche, Pannunzio dedicò tutta la vita, collaborando alla ricostituzione, nel 1944, del Partito liberale e, nel 1955, partecipando alla fondazione del Partito radicale al fianco di politici della statura di Nicolò Carandini, Ernesto Rossi e Leo Valiani. Se pure la sua idea non si concretò mai del tutto, va indubbiamente riconosciuto al direttore del «Mondo» il merito di averla perseguita con rigore e intelligenza, alla luce di una tensione culturale e di un'intransigenza morale talmente inusitate che, se da un lato lo resero bersaglio di critiche sia da destra che da sinistra, dall'altro ne fanno un unicum nel panorama culturale, politico e sociale dell'Italia del Novecento.
Panunzio. Dal «Mondo» al Partito Radicale: vita di un intellettuale del Novecento
Milano, Mondadori, 2010, 288 pp.
Scheda
La figura di Mario Pannunzio, forse il maggiore intellettuale liberaldemocratico italiano del dopoguerra, suscita ancora, mentre si celebra il centenario della nascita, numerosi interrogativi: era un letterato o un politico, un fascista o un antifascista, un anticomunista viscerale o un filocomunista mascherato, un anticlericale mangiapreti o un cristiano, laico e tollerante? Oggi, per la prima volta, è possibile rispondere a queste domande grazie a documenti inediti conservati presso l'Archivio della Camera dei deputati e, soprattutto, all'imponente carteggio (circa ventimila lettere scritte in poco più di trent'anni), una fonte indispensabile per saggiarne la dimensione pubblica e quella più intima e privata. È il compito che lo storico e saggista Massimo Teodori affronta con un'accurata interpretazione delle due fasi della vita di Pannunzio: quella dell'umanista a tutto tondo, che si cimenta nella pittura, nella critica letteraria, nella cinematografia e nel giornalismo culturale, e quella - a cui deve la sua fama - di maître à penser classico e innovatore, dapprima come fondatore del più bel quotidiano dell'Italia repubblicana («Risorgimento liberale») e poi come direttore del «Mondo», unanimemente ritenuto il miglior settimanale di politica, economia e cultura pubblicato nel nostro paese nel secolo scorso. Fu proprio attorno a questa irripetibile esperienza politico-giornalistica che si aggregarono le menti più vivaci e indipendenti dell'epoca, accomunate dalla medesima passione civile e dallo stesso intento di colmare il vuoto di democrazia creatosi in una nazione assediata dalle derive violente dell'antifascismo e dell'anticomunismo, e dalla miopia del conservatorismo reazionario. Al progetto di una Terza forza - laica, liberale, democratica e riformatrice - di respiro europeista e allineata all'Occidente senza velleità nazionalistiche e neutralistiche, Pannunzio dedicò tutta la vita, collaborando alla ricostituzione, nel 1944, del Partito liberale e, nel 1955, partecipando alla fondazione del Partito radicale al fianco di politici della statura di Nicolò Carandini, Ernesto Rossi e Leo Valiani. Se pure la sua idea non si concretò mai del tutto, va indubbiamente riconosciuto al direttore del «Mondo» il merito di averla perseguita con rigore e intelligenza, alla luce di una tensione culturale e di un'intransigenza morale talmente inusitate che, se da un lato lo resero bersaglio di critiche sia da destra che da sinistra, dall'altro ne fanno un unicum nel panorama culturale, politico e sociale dell'Italia del Novecento.
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11 aprile 2010
Noi qualunquisti idealisti
Ascoltando la radio nel tragitto verso casa qualcuno ha parlato della “generazione dell’ignoranza”, e cose simili. Le etichette che ci danno (a noi giovani, intendo) sicuramente non sono nulla di nuovo, insomma non dobbiamo certo stare qui ad approfondire la questione del gap generazionale, tantopiù che io stessa, alla veneranda età di 23 anni già mi permetto di criticare il malcostume dei giovani, i ragazzini, suscitando spesso l’ilarità dei miei genitori.
Ma c’è una cosa che davvero fa riflettere, e davanti alla quale bisogna arrendersi: il disinteresse di molti di noi verso la vita politica e sociale. E la riflessione, una volta tanto, non viene da una voce indignata ma da qualcuno che, come me, si sente all’interno di questa strana (ma forse no) corrente.
Ma c’è una cosa che davvero fa riflettere, e davanti alla quale bisogna arrendersi: il disinteresse di molti di noi verso la vita politica e sociale. E la riflessione, una volta tanto, non viene da una voce indignata ma da qualcuno che, come me, si sente all’interno di questa strana (ma forse no) corrente.
Dopo aver letto l’intervento su questo blog “Italia amore mio” di Alessandro Ferraro mi sono soffermata sul testo di Cristicchi da lui citato. È vero, noi di questa generazione - se così volete chiamarla, ma io non ritengo c’entri molto l’età – siamo stanchi di lamentele, non vogliamo più sentirci dire che tutto va male, che erano belli i vecchi tempi. Abbiamo reagito e pensato che, se è tutto un magnamagna come da sempre ci dicono, tanto vale lasciar perdere. Ci basta vivere sereni e combattere le piccole ingiustizie, non importa da quale bandiera provengano. Ma non pensiate sempre che siamo superficiali. C’è sicuramente una buona parte di disinteressati (chiamiamoli così, per intenderci) che pensa solo al televoto e all’ultima conquista della starletta di turno, ma c’è anche chi gira la faccia a seguito di una delusione profonda. Non vorremmo arrenderci, perché così non cambierebbe mai niente, ma non sappiamo adeguarci. Ci capita di ascoltare per ore ammirati gente piena di ideali che, dopo cinque minuti, ti prende per pazzo perché non hai accettato una raccomandazione o non hai scelto la strada più facile. Gente che milita in partiti cosiddetti liberali o in credo religiosi che poi ancora ha il coraggio di usare “gay” o “handicappato” come insulto.
Insomma, siamo scoraggiati. Ma questa non vuol essere un’altra lamentela, altrimenti predicherei bene e razzolerei male. Tantomeno vuol essere una giustificazione per l'ignoranza. Vorrei solo dar voce (mi permetto di farlo) a coloro che magari non sanno ancora bene come funzionino i partiti o facciano fatica a ricordare i nomi di qualche importante giornalista (lacune sicuramente da colmare, ben inteso), ma che il cambiamento lo vogliono fare davvero, e dall’interno di se stessi. Iniziare a non buttare la cartaccia a terra e a fare la differenziata invece di lamentarsi che il sistema di smaltimento rifiuti del comune non funziona. Iniziare a credere che ce la si può fare anche senza dover chiedere favori, con buona volontà e predisposizione alla cosiddetta gavetta. Se tutti facessero la fila per prendere l’uscita dell’autostrada invece di cercare di saltarla ci si metterebbe un minuto.
Protestare, manifestare, è lecito e giusto, e informarsi è un diritto e un dovere. Ma, forse, basterebbe iniziare a comportarsi bene. Dentro e fuori.
Protestare, manifestare, è lecito e giusto, e informarsi è un diritto e un dovere. Ma, forse, basterebbe iniziare a comportarsi bene. Dentro e fuori.
Non so, forse il mio può sembrare moralismo o qualunquismo, ma provate, solo per un giorno, a comportarvi non dico secondo morale, ma nel modo più corretto possibile, senza nuocere all’altro e guardando oltre il vostro naso. Ventiquattr’ore. Proporrei un esperimento con un piccolo gruppo di persone, giusto per tirare le conclusioni. Intanto potreste aggiornarvi su tutto quello che di politico e attuale c’è da sapere. Tutto sommato, proporrei una tregua, una via di mezzo tra le nobili nuvole degli ideali e il comodo, materiale terreno della vita pratica. In medio stat virtus, ma forse anche questo lo prenderete per facile moralismo.
Alessia Rizzo
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