Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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15 marzo 2022

L'inferno terribile di Sebastopoli 1855


"[...] Vedrete spettacoli tremendi, che lacerano l’anima; vedrete la guerra, non nel suo ordinamento regolare, bello, brillante, con la musica e il rullo dei tamburi, con le bandiere spiegate e i generali caracollanti, ma vedrete la guerra nel suo vero aspetto, – nel sangue, nelle sofferenze, nella morte... [...] Procedendo innanzi per la via e scendendo per un lieve pendio, notate che intorno a voi non ci sono più case, ma strani mucchi di rovine, di pietre, di tavole, di travi, di terra; davanti a voi, sull’altura scoscesa, vedete uno spazio nero, fangoso, solcato da fossi [...].

E sempre con la stessa premura dalle varie parti del mondo folle di uomini di diverse nazionalità e ancor più diversi desideri si fissano su questo luogo fatale. Ma la questione che i diplomatici non hanno risolta non si risolve ancora con la polvere e col sangue. (Cap. I)
[...]
Dov’è l’espressione del male che bisogna fuggire? Dove l’espressione del bene che bisogna imitare in questa novella? Qual’è l’assassino, qual’è l’eroe? Tutti son buoni e tutti cattivi".(cap. XVI)
Lev Tolstoj, "I racconti di Sebastopoli" (prima edizione 1855).

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Nei libri di storia è ricordata come la Guerra di Crimea (1853-1856), uno dei tanti conflitti che nella seconda metà del xix secolo segnò la determinazione della Russia zarista di espandersi verso il Mar Nero e oltre. La guerra impegnò Francia ed Inghilterra rimbalzando sulle pagine di tutta la stampa europea; lo stesso Camillo Cavour decise di inviare un piccolo contingente del Regno di Piemonte e Sardegna per inserire la questione italiana nelle future trattative di pace. Inoltre, proprio in quel teatro di guerra per la prima volta entrò in scena l'uso giornalistico della fotografia per iniziativa del quotidiano Times di Londra. Ma quel che colpisce nel racconto di Lev Tolstoj è la precisione con cui riuscì a documentare in ogni pagina, riga dopo riga, tutta la violenza della guerra, allora come oggi. Per questo in giorni mediaticamente così convulsi, questi racconti meriterebbero la nostra attenzione, tanto più che l'edizione integrale è disponibile in formato pdf nella piattaforma LiberLiber.
mmilan

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05 aprile 2021

Mario Dondero, professione fotoreporter

"Penso che il cronista autentico sia il fotoreporter. La sua testimonianza è, più di qualsiasi altra, l'immagine della realtà. La parola stampata su giornali o rivista è più fragile. Più esposta alle mistificazioni. Non costringe al rischio. L'ho scritto molte volte non temendo di slittare nella retorica: il fotoreporter è un cavaliere solitario. La cronaca un artigianato. La cronaca attraverso la fotografia è l'artigianato che più si avvicina all'arte."

Bernardo Valli

*Bernardo Valli, In Ghana sulle tracce di Mario Dondero, L'Espresso, 4.4.2021, p. 98.

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28 gennaio 2020

Visual Journalist: un libro per reagire alla cultura visiva



È possibile essere dei buoni giornalisti con un pubblico di non-lettori?
L’opera di Paolo Schianchi è una finestra che si spalanca sulle condizioni attuali del mondo dell’informazione. Già dalle prime pagine l’autore contestualizza il lavoro del visual journalist, facendo emergere l’essenzialità di una professione che merita una particolare attenzione.
Siamo nel pieno della cultura visiva, le immagini permeano la nostra quotidianità ed è sempre più comune la tendenza a informarsi guardando. Date le caratteristiche dell’epoca attuale, il visual journalist ha il compito di scrivere visivamente una notizia, il cui contenuto deve essere leggibile dagli utenti. Attraverso molti esempi efficaci, Schianchi illustra come le immagini stiano diventando indipendenti dalle parole, quando prima ne erano un completamento. Chi svolge la professione ha la responsabilità di comporre notizie che siano comprensibili a tutti e immediatamente chiare, attività che richiede ben di più di una resa esteticamente piacevole. Come afferma l’autore, “un visual journalist sa governare l’emozione dell’immagine per diffondere il suo messaggio, in quanto padroneggia le raffigurazioni dal punto di vista compositivo, lessicale e tecnico.”
È fondamentale capire come si possa realizzare una buona informazione cavalcando il cambiamento mediatico e l’intento di Schianchi è spiegare come il visual journalism possa essere una disciplina efficace, senza screditare l’importanza delle parole. Infatti, queste ultime sono ancora il potente mezzo che permette di approfondire la conoscenza e hanno un primato da reputarsi tuttora ineguagliabile. Ciononostante, è sempre più opportuno reagire al cambiamento della comunicazione con novità intelligenti che valga la pena conoscere, perché informando meglio, si preserva la vera ricchezza dell’essere umano.
Marta Massardo

Paolo Schianchi,
Visual Journalist. L'immagine è la notizia
Franco Angeli, Milano, 2018.


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17 giugno 2019

In libreria


Francesco Faeta,
Il nascosto carattere politico. 
Fotografie e culture nazionali nel secolo Ventesimo
Franco Angeli, Milano, 2019, pp. 284.
Descrizione
Sviluppando una serrata analisi, centrata soprattutto sulla realtà italiana ma attenta anche a quella internazionale, l'autore ci conduce, con dovizia di riferimenti alla critica e alla storia del mezzo e con un innovativo taglio antropologico-culturale, alla scoperta di realtà piccole e grandi che compongono il mosaico delle culture nazionali nel secolo Ventesimo: la fotografia è vista come dispositivo, nel senso foucaultiano del termine, atto a promuovere la formazione di una comunità nazionale e l'affermazione dello Stato, attraverso la creazione di specifici regimi discorsivi e di specifiche comunità di pratica. Dalle immagini del Gabinetto Fotografico Nazionale a quelle dei fantaccini della prima guerra mondiale; da quelle di un antropologo africanista di chiara fama alle inquietanti costruzioni di una femminilità in cerca di una sua definizione identitaria nelle opere di affermate artiste; dai reiterati anacronismi delle rappresentazioni della Sardegna alle benjaminiane raffigurazioni di città e alle problematiche poetiche che presiedono all'artificazione della fotografia: uno sguardo sul mezzo che dimostra l'imperioso e complesso tratto performativo che ha assunto in epoca di tarda modernità e che ne svela, ancora con Walter Benjamin, il nascosto carattere politico.
Indice
Introduzione
Parte I Uomini, paesaggi, rovine. Una certa idea del Paese, una certa pratica della fotografia
Guerra, Stato nazionale, dispositivo fotografico / Etnografia, fotografia e cultura nazionale. Paul Scheuermeier, l'Abruzzo, l'Italia Fotografia, public history, antropologia. Immagini e uso pubblico della Storia
Parte II Scivolare fuori del tempo. Dispositivo fotografico e costruzioni dell'alterità
Parte III Cinque mostre americane
Mostrare un album di famiglia. Il caso di Rocco Scotellaro
Incontri: un fotografo e le città
Nascita e morte tra gli Acioli. Piccola nota su una piccola mostra
Una progressiva emersione dall'ombra, una progressiva attribuzione di senso.
Attorno a una mostra di Arturo Zavattini
Psichiatria, antipsichiatria e dispositivo fotografico. Una nota a margine
delle immagini di Luciano D'Alessandro
L'invenzione della fotografia come oggetto artistico: un processo incostante
Fotografia e città moderna: appunti per una lezione
Bibliografia e filmografia
Le immagini.

19 aprile 2019

in libreria

Neri Fadigati, 
Il mestiere di vedere. Introduzione al fotogiornalismo
Pisa University Press.2019. pp. 207

Descrizione
Il ruolo centrale avuto dalla fotografi a negli anni d’oro della grande stampa periodica. Le vite di alcuni testimoni della storia del ’900 come R. Capa, W.E. Smith, M. Bourke-White. L’importanza del lavoro del fotografo, che senza mettersi in mostra fa vedere la realtà, introducendo un “commento”, un valore aggiunto per l’informazione giornalistica. Infine alcuni consigli pratici di solito non reperibili sui manuali. È questo il contenuto del volume, primo tentativo di organizzazione sistematica di una materia finora poco approfondita sul piano teorico. Senza dare risposte definitive il libro si propone di fornire gli strumenti necessari per avvicinarsi alla tecnica che promette di conservare certezze, ma si rivela sfuggente come la luce che gli dà forma. E di sgombrare il campo dagli equivoci che l’hanno accompagnata nel corso della sua breve storia.

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17 settembre 2018

In libreria

Paolo Schianchi
Visual Journalism
Franco Angeli, Milano, 2018, pp. 156.

Descrizione
In tempi di pervasività della cultura visiva il visual journalist non è più colui che semplicemente completa una notizia, ma la crea visivamente. Questo libro esplora i principi base su cui si fonda il visual journalism, definendone la grammatica, spaziando dagli immaginari alle immagini figurative, narrate e in movimento, dalle immagini parassita alle immaginarie, fino a giungere alle fake images e all'etica che ogni figurazione deve possedere. Il tutto per apprendere, attraverso risposte tecnico-operative, come scrivere visivamente un articolo in epoca post-web, nonché come funziona e si realizza un'immagine che è la notizia stessa. Un testo utile non solo ai giornalisti, ma a tutti i comunicatori, in quanto ognuno di noi diffonde informazioni e lo fa attraverso delle raffigurazioni, le stesse che pubblichiamo in quella rete che ci raggiunge ovunque. Il visual journalism cerca di comprendere, immagine dopo immagine, il cambiamento visivo in atto nel mondo della comunicazione. Si tratta di creare e decodificare una nuova grammatica visiva. Infatti, ognuno di noi si informa sempre più solo guardando, e questo libro spiega come farlo correttamente.
Indice del libro
Umberto Fontana, Prefazione
Introduzione
Un tuffo nel mondo del visual journalism
(Per un visual journalist l'immagine è il contenuto)
Visual journalism, introduzione agli immaginari
(L'evoluzione degli immaginari; Verso gli immaginari post-web; L'immaginario post-web approda al visual journalism; Il fotografo come giornalista del terzo millennio: Ken Schluchtmann)
Cosa raccontano le immagini
(I nuovi ordini delle raffigurazioni cambiano la percezione; Il tempo dell'attenzione: immagini figurative, narrate e in movimento; Le immagini parassita; Le immagini immaginarie; L'etica dell'immagine e del visual journalism: Mariagrazia Villa)
Creativita non e il contrario di notizia
(Le fake images; Visual journalism e social network; Verso un visual journalism autenticamente post-web; Il visual journalism sbarca nei blog: Christiane Bürklein)
Sei principi che un visual journalist deve saper maneggiare
(Dalla storia dell'arte alla visual culture; La tecnica di restituzione delle immagini; Distingui le tipologie di immagini e come funzionano; Muoviti nel web senza essere autoreferenziale; Interessati a quanto vedi; Esplora la tua creatività)
Bibliografia.
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05 giugno 2018

In libreria

Pierre Bourdieu
Un’arte media. Saggio sugli usi sociali della fotografia 

a cura di Milly Buonanno, 
Meltemi editore, Milano, 2018, pp. 372.
Descrizione 

Nell’età del selfie e della compulsione a scattare e inviare immagini, questo classico di Pierre Bourdieu sugli usi sociali della fotografia assume un’importanza particolare. Si tratta, infatti, del primo tentativo di elaborare una sociologia delle pratiche legate alla fotografia, nella loro accezione più ampia, da quelle professionali o artistiche a quelle documentarie, passando per quelle turistiche o legate alla semplice volontà di immortalare un attimo o un evento.
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04 giugno 2016

Genova in libreria

Uliano Lucas
Il tempo dei lavori

Il Canneto editore, Genova, 2016, 114 pp.
Descrizione
In occasione dei 120 anni dalla nascita della Camera del Lavoro di Genova, il fotografo Uliano Lucas, autore di reportage che vanno dalla cronaca al documento politico e sociale, torna a “spiegare, dare emozione, e far ragionare” su quello che è oggi effettivamente il lavoro in Italia, e in particolare a Genova. Istantanee in bianco e nero che variano dagli operai delle storiche fabbriche dell’acciaio nel Ponente ligure ai responsabili dell’acquario di Genova, dai vigili del fuoco ai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Ogni fotografia di Lucas coglie perfettamente l’importanza che la storia delle lavoratrici e dei lavoratori, nonostante il peso crescente del progresso tecnologico, assume nel nostro Paese. Prefazione di Susanna Camusso e contributi di Ivano Bosco e Luca Borzani.
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01 giugno 2016

Un’istante per l’eternità: le emozioni del fotogiornalismo

Un affresco di grandi città e grandi teatri che hanno fatto da sfondo all’attività dei fotogiornalisti: è questo “Lo scatto umano, viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York, un viaggio a due voci in cui Emanuele Giordana e Mario Dondero hanno illustrato la genesi e alcuni sviluppi di un’attività così essenziale per l’informazione. Nello scrivere questo libro Emanuele Giordana ha cercato di creare raccordi tra un racconto e l’altro di Mario Dondero e di mettere ordine alle conversazioni avute con lo straordinario fotografo di origini genovesi sperando di alimentare l’interesse per un mestiere in crisi. Il risultato non è, come si può pensare in un primo momento, un manuale per diventare un buon fotogiornalista, né l’illustrazione di tecniche particolari o il racconto dell’esperienza dei grandi nomi del fotogiornalismo, che pur sono descritti con grande enfasi. È, piuttosto, un racconto di emozioni, ricordi e personaggi, alcuni anche ignoti al grande pubblico, che hanno passato la vita con una macchina fotografica al collo o nella camera oscura. Il volume, corredato nella parte finale, a cura di Malvina Giordana, dalla biografia di dieci fotoreporter che hanno fatto la storia della fotografia, presenta anche una serie di scatti che portano il lettore a comprendere il contesto storico e sociale in cui i fotografi hanno lavorato. Il libro è stato preceduto da un ciclo di trasmissioni condotto dagli autori di Radio3, per cui Giordana lavora, dal titolo “Fotoreporter”. “I primi fotoreporter e i primi creatori di agenzie avevano in comune tre cose: erano ungheresi, erano ebrei, erano di sinistra”. Il viaggio attraverso i meandri del fotogiornalismo non può, dunque, che iniziare da Budapest, punto di partenza di grandi fotoreporter come Robert Capa, ma anche di mediatori per eccellenza tra il mondo dei fotografi e il pianeta dell’editoria: i creatori delle prime agenzie di distribuzione di immagini. Il percorso continua poi attraverso grandi centri europei, come Parigi, Madrid, Londra, Praga, Mosca. Immancabile, ovviamente, New York, dove già intorno agli anni Venti del Novecento i fotografi potevano pubblicare ciò che in Europa sarebbe stato censurato. L’autore non dedica alcun capitolo a un vero e proprio fotogiornalismo italiano, ma a sprazzi racconta di un mestiere che ha faticato ad affermarsi. Dondero parla di un interesse per la fotografia nato con l’esperienza di “Omnibus” di Leo Longanesi, ma che si è subito affievolito a causa dell’irruzione della televisione nelle case degli italiani. Racconta di un’idea servile della fotografia in Italia, nata principalmente con scopi propagandistici e che in fin dei conti ha avuto pochi spazi dedicati. Mario Dondero ed Emanuele Giordana conducono il lettore anche in un viaggio profondo su ciò che è il mestiere del fotogiornalista. Un mestiere che propone al fotoreporter tre opzioni: raccontare la verità, mentire su ciò che si vede raccontando una contro verità oppure raccontare in modo così attenuato che non c’è più ombra di denuncia. È un mestiere che prescinde dalla conoscenza tecnica, per il quale l’unica scuola è la sperimentazione. “Sono la passione, l’impegno civile e la curiosità che restano il grande motore. Diversamente, il fotogiornalismo è soltanto una sequenza di scatti senz’anima”. Mario Dondero non nasconde, infine, una certa paura per il futuro del fotogiornalismo e, in generale, della fotografia. Secondo lui la fotografia è diventata la sorella povera della televisione, prima, e della tecnologia digitale, poi. Il fotogiornalismo inteso nell’accezione tradizionale del termine è messo in crisi dall’istantanea di un improvvisato reporter col telefonino, che batte tutti in velocità. Dopo il massiccio trasferimento dei dati iniziato nel 1998, oggi gli archivi sono tutti digitali. In pericolo ci sono quindi quei milioni di metri di pellicola, quelle centinaia di migliaia di scatti che rischiano di scomparire perché il loro proprietario non c’è più. La speranza di ogni lettore è che le fotografie di Mario Dondero non vengano dimenticate o perse negli anfratti di qualche archivio. Dopo la sua scomparsa nel dicembre 2015, l’humanitas di Dondero continuerà a vivere e pulsare attraverso i suoi scatti, che raccontano la sua straordinaria onestà e un’apertura senza pregiudizi verso il mondo.
Maila Falzone





Mario Dondero - Emanuele Giordana
Lo scatto umano, viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York
Roma-Bari, Editori Laterza, 2014, 139 pp.

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05 dicembre 2015

In libreria

Uliano Lucas e Tatiana Agliani
La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia
Einaudi, Torino, 2015, pp. 680.

Descrizione
Se nell’Ottocento la nascita della fotografia ha rappresentato il coronamento di un passaggio secolare dalla trascendenza all’immanenza, l’espressione di una cultura illuminista che ha affermato la centralità della vita vissuta degli individui fino a farne il perno della sua rappresentazione, ora sembra si stia assistendo a un processo opposto di rilettura creativa della realtà, con fotografie di reportage che rimettono in scena il reale optando per una fotografia «allestita», «studiata». È l’elemento imprevisto e inafferrabile della realtà che sembra far paura, è l’uso della fotografia come strumento di confronto e scoperta del mondo e degli altri che sembra stemperarsi. Forse per questo si guarda con sempre maggior scandalo a quella fotografia che si avvicina troppo al soggetto, che mostra l’evidenza del dolore, la nuda cronaca che racconta nude vite.
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30 novembre 2015

Istantanee della storia della fotografia e dell’Europa

Ci sono immagini che sfuggono dalle mani di chi le ha prodotte e si trasformano in qualche cosa di più grande, divenendo simbolo universale, quasi inconsapevole, della storia. È stato il destino degli scatti praghesi di Koudelka, dell’immagine dell’anziano sarto, fotografato da McCurry durante la stagione dei monsoni in India o delle due fontanelle nel sud degli Stati Uniti, simbolo della segregazione razziale negli USA, immortalate da Erwitt. Queste sono solo una minima parte delle immagini e delle storie raccontate nell’ultimo libro di Mario Calabresi A occhi aperti. Nel volume sono raccolte le testimonianze dei più grandi fotoreporter viventi, i quali spesso sono andati oltre la semplice descrizione della loro esperienza professionale, lasciando trasparire molto della loro personalità e delle loro vite. 
L’autore si affretta a chiarire già nella premessa che il suo non è un manuale di fotografia; piuttosto è un libro sul giornalismo e sulla valenza socioculturale che possono avere le immagini. Non si parla delle foto in se o delle tecniche con cui queste siano state prodotte. Si racconta «cosa è accaduto un attimo prima e un attimo dopo lo scatto» e come queste immagini siano divenute una finestra su alcuni dei fatti più importanti, troppo spesso tragici, della seconda metà del Novecento: che si tratti della primavera di Praga, della guerra civile in Libano o del treno funebre su cui venne trasportato il feretro di Bob Kennedy. 
L’autore, attraverso i suoi dialoghi con McCurry, Koudelka McCullin, Erwitt, Fusco, Basilico, Abbas, Pellegrin e Salgado ci racconta il carattere degli autori e i momenti in cui il loro lavoro è diventato un fermo immagine della storia. Quando si leggono le vicende dei grandi della fotografia intervistati da Calabresi si è come trasportati in un viaggio per il mondo, attraverso epoche, guerre e continenti. Ogni fotoreporter ci fornisce della fotografia una chiave di lettura diversa, ma mai contrastante con le altre. Il punto in comune che emerge tra tutti i protagonisti del libro è il rispetto di una massima di Robert Capa: «se una foto non è buona significa che non sei abbastanza vicino». 
Il libro, edito da Contrasto, si legge con piacere. Calabresi ha il merito riportarci le parole e i pensieri degli artisti senza cadere nel semplice resoconto di un dialogo: sono aggiunti dettagli, descrizioni e aneddoti che riescono a far sentire il lettore presente alla conversazione. A occhi aperti si rivolge a un pubblico ampissimo: è capace di stimolare appassionati e professionisti della fotografia ma anche attrarre coloro che di questa non si occupano. Il libro è scritto in maniera elegante e allo stesso tempo di semplice comprensione. La qualità di stampa delle fotografie è buona, anche se, vista la caratura delle immagini, un formato più grande per il volume avrebbe reso maggiormente giustizia alle foto in esso contenute e favorito la consultazione. Proprio a causa del formato, talvolta, mentre ci si trova a leggere riguardo i dettagli di uno scatto, per poterlo vedere è necessario “cercarlo” nelle pagine successive o precedenti.
Mario Calabresi, giornalista e scrittore, dirige il quotidiano torinese La Stampa, incarico che dal prossimo dicembre lascerà per passare alla direzione di Repubblica, sostituendo Ezio Mauro. A soli due anni, nel 1972, Calabresi perde il padre, Luigi, commissario di polizia assassinato dalle Brigate Rosse. Dopo aver conseguito a Milano una laurea in Giurisprudenza e una in Storia intraprende la carriera di giornalista: come cronista politico per l’ANSA e Repubblica per poi approdare a La Stampa facendo l’inviato. A occhi aperti è il quarto libro di Mario Calabresi, tra i precedenti ricordiamo: Spingendo la notte più in là, libro autobiografico sul terrorismo in Italia, e La fortuna non esiste, raccolta di testimonianze di persone che, nonostante “la crisi” e le difficoltà, sono riuscite a rialzarsi dopo insuccessi e  fallimenti.
Claudio Gastaldo

Mario Calabresi
A occhi aperti
Contrasto, Roma, 2013 pp. 206.

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06 settembre 2015

Chiavi di lettura



“Stampa. Potentissima lente d'ingrandimento. Con l'aiuto di un "noi" e di un poco d'inchiostro trasforma lo squittio di un topolino nel ruggito di un leone editoriale, le cui dichiarazioni si presume la nazione segua con reverenza e fiato sospeso.
Ambrose Gwinnett Bierce

Settembre 2015. E' un bimbo di tre teneri anni, con una maglietta rossa e piedini avvolti in scarpine blu, l'immagine della Notizia più diffusa sulle prime pagine: quotidiani, web e tv lo rappresentano, con (o senza) l'immagine di morte che porta con sé. Aylan è morto per annegamento mentre la sua famiglia migrante cercava di  raggiungere Kos fuggendo dalle bombe di Bodrum. E' la sua fotografia che ha riattivato le coscienze europee sul problema immigrazione e ha creato nuove discussioni sulla diffusione da parte dei media di immagini crude e cruenti.
E' proprio alle “Immagini delle notizie” che sto dedicando la mia attenzione di lettrice, il libro di Andrea Pogliano, docente di media e rappresentazioni visuali all'Università del Piemonte Orientale, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ricerca Sociale.
Tratta gli studi effettuati sul Newsmaking e sul fotogiornalismo, analizzando l'attività di fotografo e l'organizzazione prevista nelle redazioni per la scelta di immagini appropriate e interessanti. E anche la tipologia di  fotografia che ritrae il piccolo Aylan rientra nell'analisi: un'immagine forte e comunque evocatrice di emozioni, definibile foto-icona e dunque perfettamente oggetto di sensazionalismo. Pogliano discute sulla messa in pagina di tali immagini, collegando la scelta di pubblicazione alla politica di testata: volontà di sensazionalismo o di denuncia?
E' accurata l'analisi di quattro differenti testate giornalistiche osservate sotto vari punti di vista: “Manifesto”, “Le Figaro”, “Corriere della sera” e “Libération”; si studiano i passaggi che portano a scegliere immagini o a produrle per pubblicare una notizia o una foto-notizia.
Il testo è articolato in quattro capitoli e conclusioni; gli argomenti rispettivamente trattati sono il newsmaking, successivo al gatekeeping, spiegato con il contributo di ricerca di cinque autori che illustrano il processo di produzione giornalistica fondata su raccolta, selezione e presentazione; l'attenzione si sposta sull'etnografia della produzione, cioè sullo studio antropologico di comportamenti sociali attinenti alla produzione di immagini: regole condivise dai fotografi, banche dati e agenzie nazionali e internazionali. Nella seconda parte del libro l'attenzione è concentrata sull'organizzazione redazionale e sulle tecniche di diffusione. E' dunque un libro tecnico, quasi per professionisti, che tratta però realtà che coinvolgono ogni genere di lettore, di qualsiasi credo politico e provenienza geografica.
Studiare la scelta di pubblicare l'immagine di Aylan è procedimento tecnico, ma anche etico: “la selezione e messa i pagina di queste immagini può provocare critiche in tutte le direzioni: sia dall'Ordine dei giornalisti, sia dal pubblico, sia dagli altri giornali. I due concetti cardine delle critiche sono quello della gratuità (cioè dell'assenza di una necessità giornalistica) nel far vedere certe immagini, e quello ad esso comunque correlato di non aver tutelato la dignità delle persone coinvolte.”
Beatrice Cogorno

Andrea Pogliano 
Le immagini delle notizie. Sociologia del fotogiornalismo
Edizioni Unicopli, Milano, 2014, 197 pp.
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21 aprile 2015

In libreria

AA.VV.
The Gold Medals
Contrasto, Roma, 2015, 408 pp.

Descrizione
Il libro è strutturato in sei sezioni che corrispondono ai rispettivi decenni. Ogni decade è introdotta da un testo scritto da alcuni tra i più noti photo editor internazionali: Monica Allende, Elisabeth Biondi, Giovanna Calvenzi, Christian Caujolle, Aidan Sullivan e John Morris. In ogni sezione, anno dopo anno, si susseguono le immagini che hanno vinto i relativi premi, con un breve testo di descrizione per ogni fotografia e la biografia del fotografo. Negli ultimi 60 anni, i fotoreporter hanno testimoniato gli avvenimenti storici fornendo un’antologia visiva della nostra storia contemporanea che è quella che si è impressa, a volte in modo indelebile, nella nostra memoria. Questo libro nasce dal desiderio di offrire al pubblico una rassegna di molte tra queste immagini concentrando l’attenzione sui premi nati espressamente per il fotogiornalismo cercando di dare conto anche del lavoro che le giurie – sempre di livello internazionale – hanno svolto nel premiare una immagine, confermare il valore di una ricerca, riconoscere la forza di una nuova visione. Oggi che la fotografia ha raggiunto un alto livello di popolarità, il volume curato da Roberto Koch vuole essere un tributo alla figura dei fotoreporter, messa in crisi per la difficoltà dei media a finanziare il loro lavoro. The Gold Medals è un omaggio ai tanti che con il coraggio, il lavoro, la capacità di interpretazione, ci hanno raccontato il mondo.
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11 febbraio 2015

Fotogiornalismo: passione, impegno civile e curiosità

Lo Scatto Umano. Viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York, (Laterza), 2014, è un libro nato dalla collaborazione tra il fotoreporter Mario Dondero e l’amico giornalista Emanuele Giordana. I due ci fanno intraprendere un viaggio attraverso la storia del fotogiornalismo raccontata da Dondero e raccolta sotto forma di reportage da Giordana. Il testo segue da vicino i fatti personali, gli eventi e i personaggi che hanno segnato un’epoca, che si intrecciano esposti in un dialogo colloquiale e sereno, in cui il lettore viene agevolmente trasportato nel periodo d’oro del fotogiornalismo. Periodo che Dondero ha vissuto e tanto amato, che adesso sente distante e a cui guarda con nostalgia perché sa che probabilmente non tornerà più, poiché oggi la fotografia è diventata un media comune, attuabile con facilità da chiunque anche attraverso un semplice telefono cellulare, perdendo spesso il suo valore sociale.
Prima di iniziare il vero e proprio reportage viene brevemente raccontata la vita di Mario Dondero, ed è in questo breve excursus che si può rintracciare l’elemento caratterizzante della sua personalità e del suo lavoro: l’humanitas. L’umanità è infatti la chiave di lettura delle sue immagini, di grande valore sociale e politico e che, attraverso scatti provenienti da tutte le parti del mondo, lo hanno portato ad essere uno dei migliori fotografi d’Italia ed Europa, avendo lavorato con illustri nomi del settore e per le più importanti riviste (Il Giorno, L’espresso, Le Monde, The Guardian, The Times). L’umanità di Dondero diventa il cuore pulsante attraverso cui va letto il libro.
Il testo è composto da cinque capitoli principali, titolati con nomi di città, e due intermezzi. La disposizione delle città, rispettivamente: Budapest, Berlino, Parigi-Madrid, Londra-New York e Mosca, non è casuale ma segue da vicino, senza imporre una rigida cronologia di eventi, lo sviluppo storico del fotogiornalismo, attraverso i luoghi dove si sono verificati i fatti più importanti e dove hanno operato i più famosi fotoreporter. In questo contesto è doveroso segnalare i contenuti più significativi.
Il nostro viaggio inizia da Budapest, culla del fotogiornalismo, in cui si sono formati i primi professionisti e i fondatori delle prime agenzie fotografiche; tra cui André Kertész, Robert Capa, Gyula Halasz, Laszlo Moholy-Nagy e Simon Guttmann. Alcuni di loro, accomunati dalle origini ebree, furono costretti a scappare in altre capitali durante il regime nazista, ma prima di quel momento il clima di fioritura intellettuale ungherese favorì la nascita di tale professione.
In seguito l’attenzione si sposta su Berlino, sull’attività dei fotoreporter durante il periodo nazista e, parallelamente, durante il fascismo in Italia. Principale scopo della fotografia fu quello celebrativo e propagandistico delle personalità e delle imprese di Hitler e Mussolini, ma che permise comunque un buono sviluppo tecnico e la nascita di molte riviste del settore. Citando la nascita di alcune riviste tedesche ("Berliner Illustrierte Zeitung"), americane ("Life") e non solo, Dondero ricorda che ottenne il suo primo lavoro come fotoreporter presso l’italiana "Le Ore", cogliendo tale occasione per ricordare tutti coloro che contribuiscono da sempre a creare una rivista ma che non vengono quasi mai menzionati: photoeditor, grafici e impaginatori.
La scena passa quindi a Parigi e poi a Madrid, durante la guerra civile. Qui nasce la vera comunicazione visiva degli eventi, ci si trova di fronte alla rappresentazione della tragedia in un modo mai visto prima. In Spagna si incrociano molti importanti fotoreporter e scrittori dell’epoca, ma sono due le figure che spiccano nel racconto di Dondero: Rober Capa (pseudonimo di Endre Ernò Friedmann), che in tale occasione acquisì fama mondiale e sua moglie Gerda Taro (Gerta Pohorylle), conosciuta a Parigi, che purtroppo morì solo un anno dopo l’arrivo in Spagna nel ‘37.
Rober Capa fu senza dubbio la fonte di ispirazione che spinse Dondero a dedicarsi alla fotografia e a lui viene dedicato tutto il secondo intermezzo. Pur non avendolo mai conosciuto di persona, Dondero ne parla con ammirazione e nostalgia, riprendendo i momenti salienti della sua vita, che lo portarono a realizzare celebri servizi, carichi di umanità e passione, in giro per il mondo e alla fondazione dell’agenzia "Magnum Photo" con Henri Cartier-Bresson. 
Nel dopoguerra sono soprattutto Londra e New York a dominare il mercato delle immagini. Va affermandosi uno stile tutto anglosassone, attento all’aspetto tecnico e alla pulizia dell’immagine. Si ricordano le campagne fotografiche volute da Roosevelt per il Farm Security Act a cui presero parte molti giovani talenti. È difficile condensare un discorso sugli Stati Uniti per via delle diverse tipologie di fotografi che vi lavorarono, tra i cui protagonisti spiccano: Lewis Hine, che ritrasse l’arrivo degli immigrati negli States e Arthur Felling, in arte Weegee, testimone con i suoi scatti delle notti americane e delle scene del crimine. Importanti risultano anche i fotografi "embedded" che documentarono le spedizioni militari, ma furono costretti a immortalare solo quanto concesso dalle autorità, come durante la guerra del Vietnam.
Il nostro percorso attraverso il fotogiornalismo si conclude nell’Urss e in città come Praga o Varsavia che spesso vengono dimenticate a causa della barriera fisica e ideologica provocata della Guerra Fredda. Nonostante tutto furono presenti sulla scena abili professionisti al servizio della potenza sovietica, sia durante il conflitto mondiale che durante la ricostruzione post-bellica, ma le cui immagini rimasero spesso segretate nei fascicoli militari. Tuttavia, a parte qualche caso sporadico, il mondo della fotografia al di fuori dell’Europa e degli USA, rimane perlopiù sconosciuto.
In conclusione si può affermare che il fotogiornalismo è cambiato molto negli anni, con l’avvento della televisione prima e di internet e della tecnologia digitale dopo; l’immagine fotografica ha perso un po’ della sua importanza, ma non si può dimenticare la storia che ci ha portati fino ad oggi, fatta di grandi "scatti" e grandi personalità italiane, europee e mondiali, che hanno segnato il Novecento e dato forma ad un mestiere, quello del fotogiornalista, che come sostenuto da Dondero è un lavoro animato da passione, impegno civile e curiosità.

Carlotta Chirico



M. Dondero - E. Giordana
Lo scatto umano. Viaggio nel fotogiornalismo
da Budapest a New York
Laterza, Roma-Bari, 2014.



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17 giugno 2014

In libreria

Mario Dondero
Lo scatto umano. Viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York
Roma-Bari, Laterza, 2014, 160 pp.

disponibile anche in formato ebook
Descrizione
La grande stagione del fotogiornalismo internazionale, raccontata e vissuta da uno dei più importanti e originali fotografi europei. Questo è un viaggio nel cuore della più bella stagione del fotogiornalismo internazionale. Da Parigi a Londra, da New York a Roma, da Budapest a Mosca, da Kabul alle pianure della Cambogia, Mario Dondero svela le storie che stanno dietro le fotografie sue e di altri, il confronto con mostri sacri come Robert Capa, i grandi eventi del XX secolo, dalla guerra di Spagna alla Grande Depressione americana, dalla caduta del muro di Berlino alla guerra in Iraq. Nelle sue parole sottili, ironiche, appassionate, scopriremo chi sono stati i primi fotoreporter, i primi creatori di agenzie, le ferree regole del mercato e quello che impongono. Ma, soprattutto, troveremo cosa rende straordinario il mestiere del fotoreporter, lo spirito nomade, il misto di adrenalina e paura nelle situazioni di pericolo, l’impegno civile, la curiosità per l’altro. Una storia ricca di persone e umanità, la vera cifra della migliore fotografia perché «non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono. Diversamente, il fotogiornalismo sarebbe soltanto una sequenza di scatti senz’anima.»

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30 marzo 2013

Il libreria

Grazia Neri
La mia fotografia. Una vita tra scatti
Milano, Feltrinelli, 2013, 468 pp.
Descrizione
L’agenzia Grazia Neri è stata una delle più importanti agenzie fotografiche d’Italia e del mondo. Questo molti lo sanno, e sanno che in quella agenzia sono passati i più grandi nomi della fotografia. Eppure sono pochi a sapere che Grazia Neri non è una fotografa. Forse è anche per questa confusione che Grazia Neri ha deciso di raccontare in cosa consiste il suo lavoro, quanta passione e quanta esperienza ha macinato nel costruire un archivio che per più di quarant’anni ha servito con eleganza, efficacia e tempestività la stampa italiana. In questo volume, prezioso e brillante, Grazia Neri racconta come si è mossa, con autorevolezza e levità, nell’ambiente dell’arte e della cultura; racconta gli incontri eccellenti, le amicizie professionali, l’amore per la fotografia di attualità, la lettura dei ritratti, le sue passioni letterarie. Racconta, con un tocco di humour e nostalgia, l’infanzia solitaria e piena di libri, l’euforia del dopoguerra, la Milano borghese e imprenditoriale degli anni cinquanta. Come accade nelle ricognizioni narrative di chi ha molto vissuto, ci si trova, progressivamente, dettaglio per dettaglio, a navigare dentro uno scenario amplissimo che è certamente una storia finalmente sprovincializzata degli italiani, e insieme la storia dell’età dell’oro della fotografia. Il volume è accompagnato da novantacinque fotografie, alcune celeberrime, tutte significative, che Grazia Neri rilegge con la straordinaria sensibilità estetica di un sismografo sociale.
 
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27 febbraio 2013

Il viaggio di Steve McCurry intorno all'uomo

"Una buona foto è se non la puoi dimenticare, se ti entra
dentro come un sentimento, da cui impari qualcosa e che
in qualche modo ti cambia e che ricordi per sempre.."
 
Da alcuni mesi Palazzo Ducale di Genova ospita la mostra del fotografo contemporaneo di fama internazionale Steve McCurry. Quello fotografato è un mondo interiore che prende colore nei volti di un Oriente sgargiante e pensieroso. Quelle disposizioni d'animo che, inevitabilmente, facciamo nostre (passo dopo passo, foto dopo foto). I soggetti sono per di più pastori nomadi dediti alla transumanza, donne e ragazze di campi profughi afgani desolanti; questa desolazione la cogliamo nei loro occhi. Beirut, la Cambogia, dal Kuwai all'ex Jugoslavia, l'Afganistan, vissuti dal fotografo sempre in prima linea, rischiando la vita per poter proseguire il suo lavoro e realizzare le foto.
Gli sguardi fissi, rassegnati, soprattutto dei bambini, colpiscono molto perchè da questi si evince la vita dura e vagabonda alla quale sono soggetti, costretti a vivere in un mondo di adulti senza poter giocare.
Gli occhi dei soggetti fotografati ti seguono a 360°, come se osservassero da tutte le angolature.Le pose delle donne sono spontanee, delicate: sono femminili, curiose al contempo intimorite da quello strumento, la macchina fotografica, che diventa filtro di due mondi sconosciuti, che si studiano. L'autore è la firma del celebre ritratto fatto nell’84 ad una ragazza afgana, dagli occhi verdi, destinata a diventare icona del conflitto afgano, che ha reso celebre una copertina del "National Geographic"; a distanza di 17 anni, nel 2002, dopo varie ricerche, ritrova l'ormai donna, e riesce a rifare uno scatto a quegli stessi occhi, più spenti però e segnati dalle sofferenze.
La mostra organizzata nelle sale genovesi è un percorso emotivo curato da Peter Bottazzi, articolato in varie sezioni: vertigine è una galleria degli orrori senza tempo, che ricorda di cosa siano stati capaci (e purtroppo di cosa saranno ancora capaci) gli uomini; qui ogni foto che si guarda voltandosi di scatto, è come una punzecchiata di un ago sulla pelle. Alcune foto sono emblema della ricchezza e della povertà, contrapposte. Simmetricamente opposta alla stanza precedente, è quella della poesia, ove si materializzano i sogni; foto che permettono di perdersi in vite così lontane ed apparentamente così diverse dalle nostre, che però, in realtà, si scoprono vicine come esigenze, come necessità e come speranze. Poi c’è la stanza dello stupore, quel sentimento tanto puro quanto troppo spesso sopito tra gli adulti, che induce il visitatore a tornare innocente e curioso, a guardare tutto con occhio vergine, attento a non perdersi neanche un sorriso; e poi la stanza della memoria. Gli appassionati potranno trovare all'interno della mostra anche le immagini che fanno parte del progetto the last roll, ovvero l'ultimo rullino prodotto dalla Kodak, baluardo di un'era ormai conclusa.
La pazienza è una virtù necessaria per catturare l'hic et nunc, quell'attimo che è lo scatto perfetto. Incisive come l’acqua che scava la roccia, taglienti come una lama che ti sfiora la pelle e fresche come un getto d’acqua in piena estate queste foto sono capaci di toccare anche l’animo più impavido. Un viaggio intorno all'uomo per l'uomo quindi.
Serena Cellotto
 
 
 
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23 febbraio 2013

Il doppio sguardo di Eve Arnold

Eve Arnold (1912-2012)
Conosciuta ai più come la fotografa di Marylin Monroe, prima donna membro della prestigiosa agenzia Magnum Photos, Eve Arnold, scomparsa a Londra appena un anno fa all’età di 99 anni, è stata una delle più grandi personalità del fotogiornalismo novecentesco.
Nata a Philadelphia nel 1912 da una famiglia di immigrati ebrei russi, la sua passione per la fotografia nasce negli anni quaranta durante un periodo di lavoro presso un impianto di fotofinitura a New York City. Affinerà le sue abilità fotografiche grazie alla figura di Alexey Brodovitch, art director della rivista di moda “Harper Bazar” alla New School for Social Research di Manhattan. Alcuni suoi scatti alle sfilate di New York attireranno l’attenzione di Henri Cartier-Bresson che la ingaggerà alla Magnum come freelance, ne diventerà un mebro fisso nel 1957.
Il suo lavoro raccoglie cinquant’anni di scatti che fermano sguardi e volti noti della storia dell’intero ‘900, da Marlene Dietrich a Jacqueline Kennedy, da Margaret Thatcher  a Malcom X. I suoi scatti più celebri quelli  rivolti alla nota diva di Hollywood  Merylin Monroe, (con la quale la Arnold stringerà un rapporto di grande amicizia e fiducia) immortalata in centinaia di pose sia sui set cinematografici che nella vita privata. Le foto inedite della Monroe sono state raccolte in una mostra tenutasi alla Halcyon Gallery di Londra nel mese di maggio del 2005.
Ma Eve Arnold è stata anche la fotografa di volti meno noti, di quelli tutt’altro che  ricordati dalla STORIA di quest’ultimo secolo, i suoi ritratti sono rivolti anche agli occhi degli anonimi, dei poveri, dei diseredati, il suo obiettivo si posa sulle scene di vita quotidiana, sulle storie lontane di uomini e donne che si materializzano nei suoi reportage in Afghanistan in Cina in Russia e negli Emirati Arabi. Sono i lavoratori migranti, i manifestanti dell’ apartheid in Sud Africa o ancora i veterani di guerra del Vietnam ad incuriosire lo sguardo della fotografa: “Ero povera e la povertà mi ha sempre affascinato” sosteneva.
Trasferitasi definitivamente a Londra negli anni ’60 Eve Arnold ha lavorato e collaborato con diverse testate giornalistiche tra le quali il Sunday Times redazione nella quale comincerà a fare un certo uso della fotografia a colori.
Nel 1980, ha inaugurato, presso il Brooklyn Museum di New York City la sua prima mostra personale espressione del suo lavoro fotografico in Cina e nello stesso anno, ha ricevuto il Lifetime Achievement Award dalla American Society of Magazine Photographers.  Altri successi arrivano nel 1993, anno in cui sarà nominata membro onorario della Royal Photographic Society ed eletta Maestro Fotografo dal Centro Internazionale della Fotografia di New York. Qualche anno dopo otterrà anche la nomina a membro del comitato consultivo del National Media Museum (ex Museo della Fotografia, cinema e televisione) a Bradford. Ha ricevuto un OBE nel 2003.
Trascorrerà a Londra gli ultimi anni della sua vita impiegando la maggior parte del suo tempo a leggere scrittori come Dostoevskij, Thomas Mann e Tolstoj; quando l’attrice Angelica Huston le chiederà se fosse ancora disposta a fotografare, Eve Arnold risponderà: “E 'finita, non potrò mai più tenere una macchina fotografica”. A causa di una malattia si trasferirà in una casa di cura di Londra dove morirà a Gennaio del 2012.
La fotografia di Eve Arnold sembra filtrata da una doppia lente da cui si dipanano le storie di grandi celebrità accanto a quelle delle lotte per i diritti civili delle masse, un doppio sguardo, che mostra potere e gloria verità e battaglie del secolo appena trascorso. Nonostante questa apparente dicotomia, la fotoreporter dichiarò più volte di vivere la sua esperienza fotografica come qualcosa di assolutamente armonico ed univoco, il suo è in verità uno sguardo del tutto neutro e normalizzante, che rende quest’opposizione binaria ricco- povero qualcosa di totalmente naturale, tratto imprescindibile della condizione umana stessa:” Non vedo nessuno come ordinario o straordinario", ha detto in un'intervista del 1990 della BBC, "li vedo semplicemente come persone di fronte a mia lente ".
Valentina Siligato
 
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16 gennaio 2012

Storia di due secoli attraverso l'occhio fotografico

La fotografia vive all’interno di un più articolato sistema di relazioni, non è solamente una forma d’arte, è una pratica” che si sviluppa e si definisce all’interno dei vari ambiti nei quali la si applica, ed è con questa frase che l’autore, Walter Guadagnini, racchiude tutta l’essenza della storia della fotografia e dell’approccio che ha scelto per raccontarla. Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo è, dunque, un insieme di storie; storie degli artisti che per primi hanno colto l’effimera essenza dell’arte fotografica; storie di mostre, libri e riviste che nel tempo hanno permesso a quest’arte di diventare Arte con la A maiuscola; storie di informazione, propaganda, documentazione e reportage.
Il libro combina così una lettura per appassionati fotografi, professionisti o amatoriali, e un manuale di storia dell’arte contemporanea, di cui peraltro l’autore è titolare di una cattedra all’Accademia di Belle Arti di Bologna.
Vengono ripercorse le tappe fondamentali della  storia della fotografia attraverso una carrellata di personaggi, i quali, mediante le loro opere, raccontano l’evoluzione del nuovo strumento fotografico a partire da un percorso che ha inizio dalla nascita della tecnica fotografica, dalla Brownic prodotta dalla Kodak, fino a giungere alla fotografia digitale dei giorni nostri. Un percorso che si concretizza agli inizi dell’Ottocento, e col tempo permette alla fotografia di imporsi come mezzo artistico al pari delle altre arti figurative.
Guadagnini prosegue con la storia fotografica attraverso le riviste che per prime hanno dato ampio spazio alla nuova tecnica; ci si può così render conto di come anche semplicemente un’immagine possa aver cambiato la percezione della realtà.
Infatti la fotografia cattura la realtà di quell’istante, coinvolgendo il lettore a una partecipazione emotiva che lo avvicina maggiormente agli avvenimenti discussi.
La fotografia diventa in questo modo il trampolino di lancio per cambiare, col tempo, la ricezione dell’informazione, mostrando la realtà così come effettivamente è; tale considerazione, al giorno d’oggi può apparire come un discorso retorico, in quanto si dispone di potenti mezzi per effettuare il fotoritocco, e che talvolta vengono usati a sproposito.
L’autore ricorda anche le più importanti mostre d’arte, e analizza come la fotografia si sia evoluta nelle innovative scuole delle avanguardie del primo Novecento, come il Bauhaus, e ancora nei movimenti Dada e Cubismo.
Proseguendo lungo questo percorso, si incontrano i primi cambiamenti che portano ad allontanare la tecnica fotografica dall’iniziale imitazione della pittura, fino a imporsi non più come ‘sostituzione/imitazione’ ma come ‘alternativa’ alla pittura stessa. Tale evoluzione trova terreno fertile negli Stati Uniti con il movimento della ‘straight photography’, il quale invita a ritrarre la gente comune, che si incontrava lungo la strada.
A queste innovazioni si accompagnano anche esperimenti di nuove tecniche, che vedono la nascita, o la crescita artistica, di grandi fotografi che si ritrovavano in gruppi artistici, come ad esempio il ‘Gruppo f/64’ dal valore in cui il diaframma fornisce la profondità di campo maggiore.
Questo vademecum fotografico è sicuramente una lettura interessante per tutti gli appassionati fotografi, soprattutto per coloro che volessero studiarne la storia senza esser costretti a leggere un manuale di storia dell’arte; e a parte qualche errore di battitura o disattenzione, è un’ottima occasione per scoprire questo ramo dell’arte contemporanea, che dimostra come non basti possedere uno strumento fotografico per essere dei bravi fotografi.
Federica Stirone

Walter Guadagnini
Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo
Bologna, Zanichelli, 2010, pp. 379.
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03 dicembre 2011

In libreria

Antonella Russo
Storia culturale della fotografia italiana
Dal Neorealismo al Postmoderno
Torino, Einaudi, 2011, 428 pp.
Descrizione
Questo volume intende ricostruire le caratteristiche e lo specifico contributo della fotografia italiana alla piú generale storia della fotografia internazionale, non solo analizzando le opere dei maggiori autori italiani, ma anche presentando il fitto tessuto culturale, sociale e istituzionale di immagini, mostre, scuole, dibattiti teorici, pubblicazioni e correnti in un ampio arco di tempo che va dal dopoguerra agli albori del digitale.
Indice del libro
Introduzione. - I. Neorealismo e fotografia. II. L'associazionismo fotografico in Italia. III. Oltre il Neorealismo: verso una fotografia italiana contemporanea. IV. Il Piano Marshall e la fotografia italiana. V. Dalla fotografia italiana alla storia della fotografia italiana. VI. La fotografia italiana nelle istituzioni. VII. Verso la promozione di una cultura fotografica. VIII. Il fotogiornalismo in Italia. IX. La fotografia italiana e la scena artistica contemporanea. X. La fotografia italiana tra gli anni Ottanta e Novanta. - Bibliografia selezionata. - Indice dei nomi.
*link all' Introduzione del libro.
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