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01 dicembre 2022
Governare con decoro e sobrietà
"[...] Nel 1945, al ritorno dall'esilio svizzero per assumere la carica di governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi aveva 71 anni. Mio padre diceva che il nonno «era affamato» di rimettersi al lavoro. A quante persone è dato avere l'opportunità di mettere in pratica le conoscenze e le teorie di tutta una vita? Ma la situazione era tutt'altro che facile. La guerra aveva peggiorato le condizioni economiche, e creato un vuoto istituzionale. E nel 1948 ricevette il massimo incarico dello Stato, il primo a essere scelto dalle Camere come Presidente della nuova Repubblica italiana. Non era una carica che aveva cercato. Anzi, avendo votato per la monarchia nel referendum del 1946, si potrebbe dire che era una carica contro la quale aveva votato. E adesso era lui a rimpiazzare il Re. Il protocollo repubblicano era tutto da inventare. Non c'erano precedenti. Il personale del Quirinale era composto in molti casi da chi aveva servito il Re. Ricordo persino un autista che aveva fatto l'autista per Mussolini. E poi l'Italia era divisa. La retorica si riferiva alle bellezze del trionfo della democrazia e della Repubblica. Ma la realtà era che c'erano vincitori e vinti. E, come al solito in Italia, molte correnti. In Inghilterra la monarchia dava un senso di unità nazionale al di sopra delle liti politiche. In Italia la monarchia era stata bocciata, ma la Repubblica era da costruire. Il nonno temeva che sarebbero sorti momenti di crisi che avrebbero potuto precipitare senza una figura di riferimento nazionale al di sopra delle parti.
La prima e forse la più importante lezione imparata in questo ambiente era che «bisogna dare il buon esempio» . Sottolineo il buon esempio, perché chi occupa la massima carica dello Stato non può soltanto dare un buon esempio. Anzi, ha la responsabilità di individuare le prassi migliori da trasmettere ai concittadini e ai propri successori. Dunque deve sempre dare il buon esempio. E darlo in tutto, anche nei dettagli meno importanti. Questo abito mentale diventò una parte essenziale della nostra vita quotidiana. Non presumere mai.
La seconda lezione, «fare le cose bene anche se non sarai ringraziato» , era sempre stata una delle sue regole. Il primo sistema italiano di previdenza sociale, la Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai (Cnas), era un'assicurazione volontaria. Ben prima della guerra del 1914, il nonno pagò il suo contributo come datore di lavoro, aggiungendo anche il contributo che spettava alla donna di casa, Maria Granda. Non fu mai ringraziato; il commento lapidario della domestica riferitomi anni dopo fu infatti: «Se lo fa il professore, vuol dire che qualcosa ci guadagna».
La terza lezione è stata capire che «per trovare una soluzione bisogna accettare che la politica può talvolta interferire con una logica tecnica - e viceversa» . Una lezione maturata nelle discussioni di Trieste e delle frontiere dell'Italia con la Francia. I conflitti di territorio non si possono risolvere come fecero le potenze coloniali in Africa, tracciando linee geometriche senza riguardo per gli abitanti e le culture o persino la geografia. I maggiori esiti della mia vita diplomatica sono tutti dovuti a questa lezione.
Una quarta lezione è stata: «Presta attenzione alla tua base» . In sette anni come Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi non ha mai lasciato l'Italia, nemmeno per andare in un vicino paese europeo. Aveva viaggiato molto prima di assumere la Presidenza della Repubblica e fatto quasi due anni di esilio in Svizzera. Quando gli chiesi perché non viaggiò mai all'estero da Presidente, mi disse semplicemente che il suo dovere era di essere in Italia.
Una quinta ed essenziale lezione era «non scordare mai l'uomo comune» . L'intellettuale e l'uomo politico non hanno diritto di decidere cosa va bene per il contadino o l'operaio. «L'unica persona che sa se le scarpe gli vanno è chi le porta». Questa frase tagliente fece parte di molte nostre discussioni. Riflette una profondissima convinzione del valore individuale della persona e il rispetto che gli è dovuto al di là della condizione sociale, e senza settarismi politici. Per Luigi Einaudi l'Italia non poteva essere concepita solo in base a classi sociali, etichette politiche o titoli formali.
La lezione numero sei: «Anche noi sappiamo contare» . Un giorno a cena in famiglia al Quirinale Luigi Einaudi era soddisfattissimo. Quel giorno aveva visto Barbara Ward, scrittrice ed economista inglese diventata più tardi Lady Jackson. La Ward da poco aveva scritto un articolo che conteneva qualche calcolo sbagliato. Einaudi le aveva spiegato l'errore, la Ward lo aveva accettato. Dopo averci raccontato lo scambio disse, sereno, «anche noi sappiamo contare».
La lezione numero sette: «Le cose non sono sempre come appaiono» . Era comune durante gli anni del fascismo vedere un ritratto di Mussolini in case di contadini. Molte volte era appeso vicino alla porta di casa. Quando passavano le autorità fasciste tutto sembrava in ordine. Ma il contadino aveva messo il ritratto vicino alla porta così che, vedendolo mentre stava varcando la soglia di casa, poteva sputargli contro senza che lo sputo finisse in casa. Fra le note per il testamento, riferendosi all'azienda agricola: «Se c'è un reddito un anno, non credere che si ripeterà l'anno venturo».
Una simile ma ottava lezione sarebbe: «Evita le prime impressioni» . Un giorno gli ho portato un libro appena pubblicato che avevo letto nel corso dei miei studi a Harvard ma che lui non aveva. Non mi ricordo se glielo avevo offerto come regalo o come prova di un argomento. Credevo di avere capito che per lui i libri fossero la massima espressione della civiltà e che, circondato dai libri come era, lo avrebbe apprezzato. Lo rifiutò. Come mai? chiesi sconcertato. «Prima di comperare un libro bisogna sapere se vale o no. Io, se posso, non compro mai un libro se non 40 anni dopo la sua pubblicazione. Solo allora si saprà se vale qualcosa o no». Immaginate la mia reazione. Non avevo ancora 20 anni!
Molto difficile da mettere in pratica la nona lezione: «Non dire mai oggi qualcosa della quale ti vergognerai domani o fra dieci anni o anche vent'anni dopo d'averlo detto» . Non so come o dove avesse imparato questa lezione. Forse da giornalista. Nel 1960 mi scrisse una massima un po' diversa: «Se si scrive qualcosa, lasciarlo stare a riposo per 15 giorni o un mese, e poi rileggerlo». In ogni modo cercare di parlare e scrivere sempre sub specie aeternitatis è molto difficile. Se nella mia vita diplomatica mi sono ostinato nel cercare di seguire questa regola essenziale, lo devo al nonno.
La decima lezione è una lezione di limiti . Da Caprarola, il 23 agosto 1953, il nonno rispose così a una serie di esiti miei dei quali mi ero molto vantato con lui: «Il desiderare sempre il meglio è una delle ragioni di vivere. [...] Ed adesso ti dico di una mia fissazione. La gioia per i risultati ottenuti deve essere sempre accompagnata da una tacita riserva mentale. Quel che so, che ho imparato, è niente in confronto a quel che non so. [...]. Quel che occorre è imparare il metodo di distinguere il vero dal meno vero; il metodo di ragionare. Ed a questo fine servono in primissimo luogo la matematica, per porre bene i problemi, ed il latino per esprimersi bene. Con il quale latino - for ever - ti bacia ed abbraccia il tuo nonno».
Luigi Roberto Einaudi
*Luigi Roberto Einaudi, Dieci cose che mi ha insegnato mio nonno Luigi Einaudi, "La Stampa", 30 ott. 2011
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16 agosto 2020
Emozione pubblica
"[...] la politica, come sospesa in un eterno presente, senza più passato né futuro. Nel vuoto, al posto dell'opinione pubblica regna l'emozione pubblica, che però dura al massimo due giorni. Un tweet altisonante non si nega a nessuno ... poi si passa ad altra emozione. Chi s'indigna, si tranquillizza, le classiche due fatiche, dal bonus al
male per ordinario percorso."
Filippo Ceccarelli*La Repubblica, 15.8.2020.
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09 giugno 2020
Politica, propaganda e media
La Fabbrica delle verità di Fabio Martini (Venezia, Marsilio Editori, 2017) racconta la storia dell’uso dei mezzi di informazione da parte della politica italiana, a partire da Mussolini fino all'avvento di Grillo. I mezzi di comunicazione si sono evoluti, la tecnologia ha invaso le nostre vite, eppure, dalla carta stampata fino al web (passando da radio e televisione), la capacità di sfruttare i media da sempre rappresenta il mezzo di fare propaganda e di ottenere il consenso.
Martini, firma di tutto rilievo del quotidiano "La Stampa", ripercorre l’alternarsi delle forze politiche nel panorama italiano e ci fornisce per ciascuna di esse (siano di maggioranza o di opposizione) una chiave di lettura sulle leve utilizzate ciclicamente dai leaders per influenzare e manipolare l’opinione pubblica: ottimismo e autopromozione, vilipendio del nemico, paura.
Il saggio inquadra, per ciascuna fase storica, contesto, fatti, sentiments, mezzi di comunicazione e personaggi chiave, consentendo al lettore di mantenere il filo grazie all'utilizzo accurato di fonti, citazioni ed eventi con cui Martini dispiega il suo racconto. Lo stile è semplice e scorrevole, anche quando il contesto da descrivere risulta particolarmente complesso: il risultato è che anche gli avvenimenti più lontani da chi legge sembrano recenti, come se fosse successo tutto pochi anni fa’. Riesce a suscitare un’attenta riflessione sullo spirito del tempo nel quale viviamo e su quanto la propaganda continui a pervadere l’immaginario collettivo: oggi, rispetto al passato, la pluralità dei mezzi di informazione (da manipolare) e il fattore tempo di una società frenetica come quella contemporanea la fanno da padrone e possono determinare il successo (o l’insuccesso) di un leader politico.
Non si tratta solo di una cronistoria puntuale: l’autore arricchisce la lettura con una serie di retroscena che suscitano nel lettore l’idea di leggere un romanzo di spie e trame occulte, di burattinai che muovono i fili dell’immaginario collettivo sempre alla costante ricerca di mantenere o ottenere il consenso. E di cui Martini fa nomi e cognomi: da Mussolini a De Gasperi, dal Vaticano a Bernabei, fino a Berlusconi, alla Lega e al Movimento 5 stelle. Ma oggi viviamo nel tempo del “post-truth” (post-verità, parola chiave decretata come parola dell’anno 2016 da Oxford Dictionaries), inclinazione particolarmente viva in Italia ma con esempi eclatanti negli Usa e in GB: il rapporto dell’opinione pubblica con le bugie dei politici indica che i fatti oggettivi esercitano una influenza minore rispetto ai convincimenti e ai sentimenti degli individui. La censura serpeggia comunque, in maniera più o meno esplicita, a volte si trasforma in autocensura perché frutto di una manipolazione più sapiente da parte dei poteri forti.
Elena Pastorino
Fabio Martini
La Fabbrica delle verità.
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Venezia, Marsilio Editori, 2017
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09 dicembre 2019
La realtà filtrata
Fabio Martini, nato a Roma, è autore di saggi sul legame tra politica e informazione e inviato del quotidiano "La Stampa". Il suo ultimo volume La Fabbrica delle verità è una panoramica su quasi un secolo di storia. Ci mostra come i politici, a partire da Mussolini fino a Grillo, hanno sfruttato i diversi media a loro vantaggio: per ottenere e mantenere consenso e più in generale per fare propaganda. Nel testo si ripercorrono avvenimenti storici, noti e meno noti, tutti da un punto di vista “inedito”.
Martini, infatti, cerca e riesce a farci vedere come la politica presenta (o non presenta affatto) determinate realtà tramite i diversi media, fin dagli anni ’20. Se durante il ventennio fascista Mussolini si avvarrà di censura pressoché totale, veline e cinegiornali; la Prima Repubblica della DC cercherà di delegittimare il cinema neorealista troppo vicino, nelle sue rappresentazioni, alla realtà. E una volta acquisito il monopolio della Rai, applicherà alla programmazione quell’“imperativo categorico del «va tutto bene»”, narcotizzandola. A partire dalla Seconda Repubblica assistiamo all’esodo dei politici verso i talk show, che culminerà nella figura di “un campione della popolarità, del successo, della notorietà: Matteo Renzi”. Infine, in un momento in cui le attenzioni sono tutte rivolte alla televisione, arriva l’intuizione di Beppe Grillo: Internet.
È un testo che sicuramente si presta a suscitare un effetto diverso tra le diverse generazioni: tra chi ha vissuto le vicende citate dagli anni ’50 alla fine degli anni ’90 e chi, negli anni ’90, è nato. Ecco dunque che il saggio di Martini è utile sia per rivedere le dinamiche di fatti già noti sotto una differente luce, sia per avere un chiaro dipinto di che cosa è stato il periodo tra il secondo dopoguerra fino alla contemporaneità, da parte di chi, di quel periodo, ha solo nozioni sparse.
Lo stile del testo è piacevole, scorrevole e non appare mai ostico nella lettura. Il fatto che soprattutto a partire dalla narrazione della Prima Repubblica l’autore inserisca numerosi dati, non rende il libro particolarmente pesante ma, anzi, aiuta il lettore ad avere contezza delle dimensioni di determinati fenomeni.
Considerando che il libro è stato pubblicato nel 2017 e la narrazione termina nel 2016, a colpire particolarmente è il modo in cui Martini tratta di figure ed avvenimenti degli ultimissimi anni, fornendoci un punto di vista estremamente lucido e non intaccato dalla vicinanza temporale. Inutile dire che si tratta di un testo importante. Infatti, fondamentale per capire quali espedienti la politica usa per comunicare con noi oggi, è innanzitutto sapere che lo ha sempre fatto ma sapere anche con quali modalità.
Marta CasagrandeLa fabbrica delle verità. L'Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Marsilio Editori, Venezia, 2017.
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27 aprile 2019
1500 anarchici a Torino
La
non violenza strumentalizzata
Sabato 30 marzo 2019 1.500 persone, "anarchici", hanno sfilato in corteo a Torino per opporsi agli arresti eseguiti durante e in seguito allo sgombero dell'Asilo Occupato, uno dei tre centri sociali storici della città. La manifestazione ha coinvolto tutta la città, costringendo le forze dell'ordine a dispiegare oltre 2.000 unità più decine e decine di mezzi come camionette blindate, idranti e addirittura un elicottero. A fine giornata non ci sono stati incidenti o danni fisici a negozi e nemmeno scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, nonostante siano scattate 74 denunce. Non è stato necessario sparare nessun lacrimogeno, scagliare nessuna pietra, scontrarsi.
Eppure la stampa torinese non è stata gentile con chi ha sfilato in corteo, non ha riportato il punto di vista dei manifestanti, non ha raccontato la protesta, bensì come questa è stata combattuta. I giornalisti hanno preferito elogiare la Questura, deridere gli "anarchici resi inoffensivi" e rassicurare il cittadino che va tutto bene, ma siamo sicuri che siano le letture più corrette dell'evento?
Il 9 Febbraio di quest'anno la Questura di Torino ha ordinato lo sgombero dell'Asilo perché ritenuto vara e propria base logistica e operativa. Secondo il questore Francesco Messina gli attivisti del centro sociale sarebbero gli artefici di alcuni pacchi bomba spediti in Italia all'indirizzo di diversi Centri per l'immigrazione e il rimpatrio. Lo sgombero è durato diverse ore e ha comportato il dispiegamento di centinaia di poliziotti. Alla fine sono scattati sei arresti per alcuni anarchici del centro. Gli attivisti hanno reagito immediatamente con un corteo spontaneo in cui, dopo scontri con la polizia ed un cassonetto della spazzatura in fiamme, sono state arrestate altre undici persone.
La zona intorno al centro sociale - e tutto il quartiere Aurora - da allora è oggetto di attenzione da parte della questura che ha aumentato notevolmente la presenza della polizia nel quartiere, al punto che diversi abitanti si sono lamentati. Eppure il 1° marzo è caduta l'accusa di associazione sovversiva voluta dalla Procura di Torino per i sei anarchici arrestati durante lo sgombero.
Sabato 30 marzo più di 2.000 poliziotti hanno paralizzato Torino mentre 1.500 manifestanti hanno sfilato divisi in 5 cortei con partenze da diversi punti della città e ritrovo davanti alla stazione Porta Nuova. Quando 4 dei cortei sono arrivati al punto di ritrovo l'elicottero dei carabinieri sorvolava la zona già da mezz'ora. Ne sono arrivati soltanto quattro perché il quinto, composto da duecento persone è stato fermato e trattenuto dalla polizia in via Aosta, per eseguire controlli che hanno portato al sequestro di fumogeni, vernice, maschere antigas, oggetti contundenti e altro materiale potenzialmente pericoloso ma non sempre illegale.
Verso le 18 il corteo ha raggiunto quello che la polizia aveva deciso doveva essere il punto di non ritorno, la barriera di camionette, autopompe e manganelli oltre alla quale nessun anarchico doveva spingersi: l'incrocio tra Corso Novara e Corso Regio Parco. Il corteo dopo pochi metri in direzione della polizia ha deviato a destra verso la strada che gli era stata lasciata sgombra. Nessuno scontro, solo tanta tensione. Nel discorso finale pronunciato al megafono dagli attivisti si è sentito "..abbiamo dato una prova di civiltà davanti a tutti. Hanno dispiegato migliaia di poliziotti per cosa?".
Ogni giornalista ha visto che la polizia non ha caricato i manifestanti senza motivo e che il corteo ha deviato dal percorso cui aspirava senza cercare lo scontro. Non è successo assolutamente nulla, solo tanta tensione che, grazie ad una parte o all'altra, non ha prodotto nulla di violento. Eppure la stampa ha fatto molti elogi alla questura senza fare invece nessun riferimento al corteo che ha scelto di rinunciare al suo punto d'arrivo ideale, che non ha cercato nemmeno una volta di deviare all'improvviso scontrandosi con gli agenti, che non ha arrecato nessun danno a edifici o beni privati quando ne ha avuto l'occasione. Molti articoli descrivevano gli "anarchici" come persone violente a prescindere, nessuno si è preoccupato di riconoscere qualcosa anche a loro. Dare tutto il merito alla questura non rende giustizia a nessuna delle persone che hanno partecipato alla giornata del 30 marzo a Torino, ne da un lato ne dall'altro. Il giornalismo dovrebbe essere più imparziale se non vuole inimicarsi i manifestanti che sono parte della città e della comunità, e fare un'informazione più equa.
Eppure la stampa torinese non è stata gentile con chi ha sfilato in corteo, non ha riportato il punto di vista dei manifestanti, non ha raccontato la protesta, bensì come questa è stata combattuta. I giornalisti hanno preferito elogiare la Questura, deridere gli "anarchici resi inoffensivi" e rassicurare il cittadino che va tutto bene, ma siamo sicuri che siano le letture più corrette dell'evento?
Il 9 Febbraio di quest'anno la Questura di Torino ha ordinato lo sgombero dell'Asilo perché ritenuto vara e propria base logistica e operativa. Secondo il questore Francesco Messina gli attivisti del centro sociale sarebbero gli artefici di alcuni pacchi bomba spediti in Italia all'indirizzo di diversi Centri per l'immigrazione e il rimpatrio. Lo sgombero è durato diverse ore e ha comportato il dispiegamento di centinaia di poliziotti. Alla fine sono scattati sei arresti per alcuni anarchici del centro. Gli attivisti hanno reagito immediatamente con un corteo spontaneo in cui, dopo scontri con la polizia ed un cassonetto della spazzatura in fiamme, sono state arrestate altre undici persone.
La zona intorno al centro sociale - e tutto il quartiere Aurora - da allora è oggetto di attenzione da parte della questura che ha aumentato notevolmente la presenza della polizia nel quartiere, al punto che diversi abitanti si sono lamentati. Eppure il 1° marzo è caduta l'accusa di associazione sovversiva voluta dalla Procura di Torino per i sei anarchici arrestati durante lo sgombero.
Sabato 30 marzo più di 2.000 poliziotti hanno paralizzato Torino mentre 1.500 manifestanti hanno sfilato divisi in 5 cortei con partenze da diversi punti della città e ritrovo davanti alla stazione Porta Nuova. Quando 4 dei cortei sono arrivati al punto di ritrovo l'elicottero dei carabinieri sorvolava la zona già da mezz'ora. Ne sono arrivati soltanto quattro perché il quinto, composto da duecento persone è stato fermato e trattenuto dalla polizia in via Aosta, per eseguire controlli che hanno portato al sequestro di fumogeni, vernice, maschere antigas, oggetti contundenti e altro materiale potenzialmente pericoloso ma non sempre illegale.
Verso le 18 il corteo ha raggiunto quello che la polizia aveva deciso doveva essere il punto di non ritorno, la barriera di camionette, autopompe e manganelli oltre alla quale nessun anarchico doveva spingersi: l'incrocio tra Corso Novara e Corso Regio Parco. Il corteo dopo pochi metri in direzione della polizia ha deviato a destra verso la strada che gli era stata lasciata sgombra. Nessuno scontro, solo tanta tensione. Nel discorso finale pronunciato al megafono dagli attivisti si è sentito "..abbiamo dato una prova di civiltà davanti a tutti. Hanno dispiegato migliaia di poliziotti per cosa?".
Ogni giornalista ha visto che la polizia non ha caricato i manifestanti senza motivo e che il corteo ha deviato dal percorso cui aspirava senza cercare lo scontro. Non è successo assolutamente nulla, solo tanta tensione che, grazie ad una parte o all'altra, non ha prodotto nulla di violento. Eppure la stampa ha fatto molti elogi alla questura senza fare invece nessun riferimento al corteo che ha scelto di rinunciare al suo punto d'arrivo ideale, che non ha cercato nemmeno una volta di deviare all'improvviso scontrandosi con gli agenti, che non ha arrecato nessun danno a edifici o beni privati quando ne ha avuto l'occasione. Molti articoli descrivevano gli "anarchici" come persone violente a prescindere, nessuno si è preoccupato di riconoscere qualcosa anche a loro. Dare tutto il merito alla questura non rende giustizia a nessuna delle persone che hanno partecipato alla giornata del 30 marzo a Torino, ne da un lato ne dall'altro. Il giornalismo dovrebbe essere più imparziale se non vuole inimicarsi i manifestanti che sono parte della città e della comunità, e fare un'informazione più equa.
Amos Granata
Qui
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"http://www.fosforoemiele.it/1500-anarchici-torino-non-violenza-strumentalizzata/"'HYPERLINK
"http://www.fosforoemiele.it/1500-anarchici-torino-non-violenza-strumentalizzata/"articolo
completo pubblicato nel Blog Fosforo e miele con link alle principali pubblicazioni torinesi e nazionali
in oggetto.
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21 dicembre 2018
In libreria
Gabriele Giacomini
Potere Digitale.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia
Meltemi, Milano, 2018, pp. 352.
Potere Digitale.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia
Meltemi, Milano, 2018, pp. 352.
Descrizione
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia? Per rispondere abbiamo intervistato autorevoli esperti dalle cui parole emergono posizioni ricche e plurali. Attraverso un’analisi dei recenti cambiamenti sociali, questo volume intende affrontare problemi come la crisi dei partiti e dei media tradizionali, l’affacciarsi di nuovi intermediari (come le piattaforme social), la frammentazione e la polarizzazione della sfera pubblica, la sfida della partecipazione online fra limiti e opportunità, l’ipotesi della democrazia digitale. Il web è il luogo dell’informazione libera e autonoma o le informazioni si stanno organizzando attorno a inediti centri di potere? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire una crescente polarizzazione? La democrazia rappresentativa è da superare oppure rimane la soluzione migliore per governare? La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia? Per rispondere abbiamo intervistato autorevoli esperti dalle cui parole emergono posizioni ricche e plurali. Attraverso un’analisi dei recenti cambiamenti sociali, questo volume intende affrontare problemi come la crisi dei partiti e dei media tradizionali, l’affacciarsi di nuovi intermediari (come le piattaforme social), la frammentazione e la polarizzazione della sfera pubblica, la sfida della partecipazione online fra limiti e opportunità, l’ipotesi della democrazia digitale. Il web è il luogo dell’informazione libera e autonoma o le informazioni si stanno organizzando attorno a inediti centri di potere? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire una crescente polarizzazione? La democrazia rappresentativa è da superare oppure rimane la soluzione migliore per governare? La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica.
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Web
14 dicembre 2014
In libreria
Christian Salmon
La politica nell'era dello storytelling
Roma, Fazi, 2014, 180 pp.
Descrizione
La politica nell'era dello storytelling
Roma, Fazi, 2014, 180 pp.
Descrizione
Nel suo nuovo saggio, l’acclamato autore di Storytelling (2008) mette a fuoco le trasformazioni che interessano la sfera politica, specialmente nel campo della comunicazione, offrendo anche un’analisi della spettacolare campagna elettorale di Obama. L’homo politicus tradizionale è un animale in via di estinzione? Prima la rivoluzione neoliberista degli anni Ottanta, poi l’avvento della rete e della società della comunicazione: i politici sono ormai sottoposti alle ingerenze di entità esterne, come il mercato, e chiamati a dire la loro in continuazione, a mettere la faccia – e il corpo – a disposizione dei media. Il loro lavoro è sempre più una performance per catalizzare l’attenzione e suscitare emozioni intrattenendo un elettorato sempre più vorace. Non sarà che in questo nuovo circo politico-mediatico proprio i governanti finiscono vittime di un gioco sacrificale.
Dello stesso autore:
C. Salmon,
Storytelling, Roma, Fazi, 2008, 179 pp.
Descrizione
L’arte di raccontare storie è nata quasi in contemporanea con la comparsa dell’uomo sulla terra e ha costituito un importante strumento di condivisione dei valori sociali. Ma a partire dagli anni Novanta del Novecento, negli usa come in Europa, questa capacità narrativa è stata trasformata dai meccanismi dell’industria dei media e dal capitalismo globalizzato nel concetto di storytelling: una potentissima arma di persuasione nelle mani dei guru del marketing, del management, della comunicazione politica per plasmare le opinioni dei consumatori e dei cittadini. Dietro le più importanti campagne pubblicitarie – ancor più dietro quelle elettorali vincenti (da Bush a Sarkozy) – si celano proprio le sofisticate tecniche dello storytelling management o del digital storytelling. Questo è l’incredibile inganno ai danni dell’immaginario collettivo svelato da Christian Salmon nel libro, frutto di una lunga inchiesta dedicata alle numerose applicazioni del fenomeno: il marketing conta più sulla storia dei brand che sulla loro immagine, i manager si servono di aneddoti per motivare i propri dipendenti, i soldati in Iraq si allenano su videogiochi progettati da Hollywood, gli spin doctor descrivono la vita politica dei loro clienti come in un racconto. L’autore ci mostra gli ingranaggi della grande “macchina narrante” che ha rimpiazzato il ragionamento razionale, ben più pervasiva dell’iconografia orwelliana della società totalitaria. Ma questo nuovo ordine narrativo non è un semplice linguaggio mediatico: il soggetto che vuole influenzare è un individuo immerso in un universo fittizio che ne filtra le percezioni, ne stimola le sensazioni, ne inquadra i comportamenti e le idee.
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20 marzo 2014
Liberi/e Forti
Stagioni, una rivista a Genova
idee e dialogo per costruire futuro
Il 21
marzo 2014 alla ore 17:45 presso la sala “Spazio incontri” del
Palazzo della Regione Liguria (Piazza de Ferrari, angolo Via Petrarca), sarà
presentato ufficialmente il progetto della rivista “Stagioni”.
Il trimestrale di cultura,
politica, economica, pensiero e dialogo per il territorio e oltre esce proprio
nel giorno del cambio di stagione e
sarà sempre pubblicato ad ogni
solstizio ed equinozio.
“Stagioni” ha come tratti le tematiche legate alla generatività
e offre ai lettori un contributo di riflessione per trovare e ri-trovare il
senso delle cose.
La rivista è un progetto
dell’associazione Liberi/e forti nata due anni fa per iniziativa di un gruppo
di amici e si pone l'obiettivo di ripensare alla crisi cercando di
comprenderne le radici culturali, ipotizzando che la chiave di reazione possa
essere il cuore dell'uomo, sintesi di desiderio e legami, e motore
di un possibile nuovo sviluppo diverso rispetto a quello che ha generato
la crisi.
Alla presentazione interverranno: Raffaele
Caruso (Presidente di Liberi/e Forti), Paolo Pezzana, Tarcisio
Mazzeo, Luca Rolandi, modera la giornalista Federica Gallamini
Info
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20 maggio 2013
Fare politica insieme ai media… o senza?
Giuliano Bobba, dottore di ricerca in Scienza politica (Università di Torino) e in Science politique (Université de Rennes), presenta un’immagine colorata e molto attuale del rapporto tra giornalismo e politica in Italia e Francia. Attraverso complesse ricerche dimostrative l’autore confronta il processo di "mediatizzazione", che ha diretta dipendenza col contesto storico. Grazie a questo il lettore segue la logica dei movimenti storici prestando attenzione al loro legame con i mass media.
Secondo Bobba la stampa quotidiana è un prodotto della storia nazionale ed è inserita in un certo quadro economico, giuridico e sociale. Perciò appare interessante analizzare e confrontare la cultura giornalistica italiana e francese, quello che l’autore fa attraverso criteri precisi.
Anche il contesto politico viene chiarito in maniera abbastanza semplice e significativa. Il libro, pieno di esempi, propone al lettore di fare un passo e guardare indietro, ipotizzando di trovarsi nel 2006 in Italia e nel 2007 in Francia. Che cosa è successo allora? Come è stata organizzata la strategia dei leader della destra, Berlusconi e Sarkozy, e come a sinistra, Prodi e Royal, seguivano il loro modello di campagna elettorale?
Essendo straniera non posso non apprezzare la rappresentazione dei sistemi dei media italiano e francese dati dall’autore. In poche pagine egli riesce a delineare con chiarezza la nascita, il cambiamento e i punti di vista di tre giornali principali di ogni paese. In seguito le analisi vengono fornite anche con riferimento all’attuale situazione televisiva.
I dati statistici della televisione raccolti nelle tabelle vengono apprezzate dal lettore per trasparenza ed efficacia. Dopo aver mostrato il duopolio italiano e l’oligopolio francese, il professore ci avvicina agli esempi del loro impiego da parte dei politici nel periodo delle campagne elettorali. Le strategie di Berlusconi e Prodi vengono chiamate "quasi caricaturali": il vantaggio di visibilità del primo sui media con toni urlati, la cosiddetta "onnipresenza mediatica", si contrappone con la quasi indifferenza per i media dell’altro politico. Invece in Francia Sarkozy e Royal conquistano dimensioni di visibilità simili. I due competitors hanno un sostanziale equilibrio nell’impatto mediatico.
Nonostante tanti parametri somiglianti, i due paesi europei mostrano logiche di sviluppo del rapporto "attore politico – attore mediatico" diverse.
Il libro di Giuliano Bobba fornisce la base necessaria a ogni giornalista per poter rispondere da solo alla domanda del campo professionale: dove mettere la politica, "in vetrina" o "in ombra"? Quale direzione è meglio preferire? La scelta potrà cadere sulla "Political logic, con la sua democrazia dei partiti, i loro portavoce e il controllo delle fonti d’informazione, o invece sulla "Media logic" e la sua informazione neutra che lascia all’opinione pubblica la possibilità di avere autonomia.
Svetlana Kiseleva
Giuliano Bobba
Media e politica In Italia e Francia.
Due democrazie del pubblico a confronto
Milano, Franco Angeli, 2011, 144 pp.
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24 febbraio 2013
Media ed elezioni
Campagne elettorali tra “iperpoliticizzazione” all’italiana e
“depoliticizzazione” à la française
Il libro di Giuliano Bobba ritrova attualità nei giorni della rovente campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento italiano. Infatti egli pone al centro della sua ricerca rapporto che lega la
politica ai media in due contesti apparentemente simili, nella realtà diversi. Come scrive lo stesso autore nell’introduzione del libro,
questo aspetto è stato solo parzialmente indagato dal mondo accademico benché
sia fondamentale per la comprensione del funzionamento dei meccanismi
democratici; la centralità della relazione che si stabilisce tra media e
politica è un anello essenziale del processo che conduce alla costruzione di interpretazioni
condivise della realtà.
L’autore
limita questo (altrimenti troppo) complesso studio a due soli stati: Italia e
Francia. I soggetti non sono stati scelti a caso, ma perché rappresentano i due
esempi più peculiari di “democrazie del pubblico”. Teorizzato nel 1995 dal
politologo francese Bernand Manin nel libro Principi del governo
rappresentativo, il concetto di democrazia del pubblico è impiegato per
descrivere quelle democrazie in cui la vita politica è scandita dai ritmi e
dalle esigenze dei media, dove i sondaggi diventano una modalità usuale
attraverso la quale sondare gli umori dell’opinione pubblica e dove si
affermano leader politici che sperimentano con successo nuove forme di
comunicazione diretta e altamente personalizzata con i cittadini. A questo
proposito lo studio si concentra sui due leader più attenti al rapporto con il
pubblico: Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. Le somiglianze tra le due figure
in esame hanno portato alla clonazione del neologismo Berluscozy (o berlusconisation)
per sottolineare la quasi identità di strategie, operato e orizzonte politico
in cui i due leader si sono muovono. L’analisi sarebbe incompleta senza lo
studio dei loro rispettivi avversari Romani Prodi e Ségolène Royal impegnati
nell’utilizzo delle primarie come espressione della partecipazione diretta del
singolo cittadino alla politica.
Procedendo
secondo la logica del confronto, l’autore analizza il coverage politico della stampa e della televisione durante il
momento più delicato e interessante del rapporto media-politica, vale a dire la
campagna elettorale (del 2007 in Italia e del 2006 in Francia). L’autore,
benché cosciente dell’importanza del web (che lui stesso cita più volte come
attore mediatico fondamentale), non si sofferma sulla campagna on-line che influenza sempre di più la
politica, ma soprattutto il modo di fruire della politica da parte del
cittadino. Questa mancanza può anche essere attribuita al fatto che l’autore
non abbia a disposizione dati e statistiche sullo specifico rapporto tra
politica e internet che caratterizza quella che lui stesso chiama “la nuova
fase della post-mediazione”. La tendenza in atto è quella della
“disintermediazione”: internet ha dato alla politica la possibilità di
realizzare rapporti immediati, cioè privi di mediazione giornalistica, con il
cittadino-elettore.
Entrando
nello specifico dell’analisi ritengo utile riportare qui solo alcuni dei
passaggi più significativi del confronto tra l’Italia e la Francia.
Lo
schieramento politico della stampa è un fenomeno che riguarda sia i quotidiani
italiani sia quelli francesi. Infatti, non è difficile stabilire la posizione
politica dei principali quotidiani, lungi dal fornire un’informazione super partes. Indipendenti ed
equidistanti dai poteri politici ed economici si professano Il Corriere della Sera e Le Monde. Schierati a favore della
sinistra sono La Repubblica e, su
posizione ancor più estremiste Libération.
Le Figaro dichiara apertamente di
trovarsi su posizioni di destra. Più ibrida è la posizione de La Stampa che, figlia dell’editoria impura, tenta di mantenere una posizione di
equidistanza strizzando l’occhio di tanto in tanto agli interessi degli
industriali e di chi politicamente li appoggia. Inoltre, sia in Italia che in
Francia la pressione che gli editori esercitano sui propri quotidiani è
piuttosto forte.
In
entrambi i paesi, la televisione, nonostante l’alto numero di emittenti che
farebbe pensare al rispetto del pluralismo dell’offerta, è in mano a pochi. In
Italia assistiamo a un duopolio quasi perfetto tra Rai e Mediaset mentre
oltralpe a un oligopolio spartito fra tre operatori, France Télévision
(pubblica), Tf1 e M6 (private). Un dato interessante è la fiducia che i
cittadini dimostrano di avere nella televisione che risulta più elevata in Francia
che in Italia. Soltanto il 30% degli
italiani ha fiducia nella televisione contro il 48% dei francesi.
Lo
studio ha evidenziato, incrociando i dati sul numero articoli dedicati alla
politica e sulla loro visibilità all’interno del giornale, come in Italia
esista una maggiore offerta di notizie politiche, mentre la Francia si
caratterizza per una copertura più contenuta. Stesso risultato per quanto
riguarda le notizie offerte dai telegiornali.
La
prospettiva comparata impiegata dall’autore del libro unita alla quantità di
dati che egli possiede, rivela che le due “democrazie del pubblico” prese in
esame si riferiscono in realtà a contesti articolati e complessi che spesso
evidenziano peculiarità nazionali. Si potrebbe parlare di democrazia del pubblico
all’italiana e democrazia del
pubblico à la française.
In
conclusione, l’Italia si caratterizza per un’ampia copertura mediatica del
campo politico e per centralità che esso continua ad avere nel dibattito
pubblico, la Francia sembra subire un destino per molti versi opposto,
caratterizzato dalla perdita di importanza della politica sulla stampa e
televisione. Si parla dunque di “iperpoliticizzazione” italiana e, all’opposto,
di “depoliticizzazione” francese.
Ed
è per questo motivo che, secondo me, l’approccio comparato è stato un’ottima
scelta da parte dell’autore che, in questo modo, orienta il lettore più o meno
preparato in materia, nel complesso mondo dei media italiani e francesi senza
perdere di vista l’obiettivo e senza creare confusione o lasciare dubbi. A
parer mio, visto il risultato cui l’indagine arriva, sarebbe stato utile che
l’autore si soffermasse maggiormente sulle differenze dei due sistemi e
sorvolasse sulle somiglianze più evidenti.
Monica Scotto
Giuliano Bobba
Media
e politica in Italia e Francia.
Due democrazie del pubblico a confronto.
Milano, Franco Angeli, 2011.
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23 dicembre 2012
In libreria
Giuseppe Bettoni - Isabella Tamponi
Geopolitica e comunicazione
Milano, Franco Angeli, 2012, 240 pp.
Geopolitica e comunicazione
Milano, Franco Angeli, 2012, 240 pp.
Descrizione
La Geopolitica è una disciplina moderna perché prima di tutto basata sulla comunicazione. Sono i Media e l'influenza che hanno sulle popolazioni che rendono la geopolitica "disciplina del XX secolo". Ma chi sono i primi a utilizzare oggi la geopolitica? Come mai si vedono sempre più carte nei giornali, persino in un Paese così a digiuno di Geografia come il nostro? E perché il Paese che diede i natali a Colombo, Vespucci, Cassini è così povero in geografia? Tutte queste domande hanno un legame tra loro e questo testo lo mostra. Partendo dalla cosa che più caratterizza le Geografia da sempre, la carta geografica, questo testo spiega come mai oggi le carte geografiche sono sempre più diffuse, ben fatte (Gran Bretagna, Germania, Francia) e a volte molto malfatte (Italia). Come si inseriscono nei media e nella nostra stessa quotidianità? In questa pagine riuscirete a capire cosa sia veramente una carta geografica e cosa essa rappresenti. I media si sono appropriati di questo strumento (Internet, carta stampata, televisione) ma lo utilizzano a modo loro, un modo spesso sorprendente. Si affronteranno due casi specifici di successi: uno televisivo e uno della carta stampata, proprio per spiegare quale sia il legame tra media e geopolitica
La Geopolitica è una disciplina moderna perché prima di tutto basata sulla comunicazione. Sono i Media e l'influenza che hanno sulle popolazioni che rendono la geopolitica "disciplina del XX secolo". Ma chi sono i primi a utilizzare oggi la geopolitica? Come mai si vedono sempre più carte nei giornali, persino in un Paese così a digiuno di Geografia come il nostro? E perché il Paese che diede i natali a Colombo, Vespucci, Cassini è così povero in geografia? Tutte queste domande hanno un legame tra loro e questo testo lo mostra. Partendo dalla cosa che più caratterizza le Geografia da sempre, la carta geografica, questo testo spiega come mai oggi le carte geografiche sono sempre più diffuse, ben fatte (Gran Bretagna, Germania, Francia) e a volte molto malfatte (Italia). Come si inseriscono nei media e nella nostra stessa quotidianità? In questa pagine riuscirete a capire cosa sia veramente una carta geografica e cosa essa rappresenti. I media si sono appropriati di questo strumento (Internet, carta stampata, televisione) ma lo utilizzano a modo loro, un modo spesso sorprendente. Si affronteranno due casi specifici di successi: uno televisivo e uno della carta stampata, proprio per spiegare quale sia il legame tra media e geopolitica
*Link all'Indice del libro.
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13 febbraio 2012
Propaganda in democrazia: nuova frontiera del marketing?
Il fenomeno poliedrico della propaganda, da sempre oggetto di studio delle più varie discipline, può essere analizzato da diverse prospettive, da quella storica politica a quella antropologica. L’obiettivo di questo volume è quello di analizzare il fenomeno da un punto di vista sociologico e comunicativo, soprattutto in relazione alla formazione dell’opinione pubblica. In Comunicazione e Propaganda Massimo Ragnedda si preoccupa di fissare, per quanto possibile, il fenomeno non tanto nelle sue definizioni, quanto nelle sue funzioni e caratteristiche, in riferimento al target e ai differenti obiettivi che si vogliono perseguire.
L’autore dunque comincia la sua analisi individuando le diverse tecniche di produzione e di trasmissione della propaganda: dalla censura all’uso di slogan e frasi allusive, dal ruolo dei mass media e dell’arte alle svariate strategie di semplificazione. A queste tecniche, valide sempre, se ne aggiungono altre, più specifiche, in tempo di guerra: l’indispensabile identificazione di un “buon” nemico che deve rispettare determinate caratteristiche, l’enfatizzazione della paura, l’individuazione di un capro espiatorio e via dicendo. Nel complesso il libro di Ragnedda riesce a classificare in modo chiaro i metodi usati dai propagandisti e i diversi obiettivi che possono essere perseguiti. Talvolta però questi processi vengono catalogati e separati in modo eccessivamente netto e scientifico, lasciando nel lettore l’idea che i diversi tipi di propaganda siano più formule matematiche, etichette da applicare di volta in volta, che fenomeni inevitabilmente più sfumati, dai contorni foschi e ambigui. D’altra parte è lo stesso autore, denunciando la sua opinabile e personale catalogazione dei vari tipi di propaganda, a lasciare spazio a nuove e diverse nomenclature ed interpretazioni del fenomeno. Quella di Ragnedda infatti non vuole essere un’analisi definitiva e completa, quanto invece una chiave di lettura tra le tante disponibili.
La scelta interessante del volume è quella di presentarci con maggiore attenzione la propaganda dell’oggi nelle società moderne, lasciando in secondo piano la propaganda delle grandi dittature del passato. Diversamente da ciò che si è comunemente portati a pensare, infatti, le democratiche e libere società contemporanee sono continuamente sottoposte ad operazioni di propaganda politica, culturale, pubblicitaria, in modo paradossalmente più capillare rispetto a quanto succede in dittatura. La dittatura non è mai riuscita a imbrigliare il pensiero, interessata piuttosto all’omologazione della sua manifestazione. In democrazia invece la propaganda cerca di agire alla base, cioè di influenzare il pensiero. Ecco il paradosso a cui ci conduce l’autore: esiste una maggiore libertà di pensiero critico in dittatura che non in democrazia. In democrazia ogni gruppo di potere tende a far uso di tecniche di propaganda, spesso inconsapevolmente, al fine di estendere la proprio influenza o semplicemente legittimare la propria posizione. Se il discorso vale in tempo di pace, è evidente quanto sia ancora più determinante in tempo di guerra, dal momento che, nelle società democratiche, ogni tipo di iniziativa bellica deve necessariamente trovare l’appoggio dell’opinione pubblica. La propaganda nelle libere democrazie è dunque onnipresente, ma spesso invisibile e dunque inevitabilmente più insidiosa. Questo è uno dei punti focali analizzati da Ragnedda dopo una breve introduzione storica: con occhio critico il lettore è portato a discernere i contemporanei metodi di propaganda in tempo di pace ed in tempo di guerra, con riferimenti alle guerre degli ultimi decenni: dalla Guerra del Golfo ai conflitti balcanici, fino ad arrivare ultime avventure belliche degli Stati Uniti in Afganistan ed in Iraq. Quali strategie sono state messe in atto dalla Casa Bianca nelle diverse occasioni? Quali sono state le reazioni della Comunità Internazionale? Quale il ruolo della propaganda commerciale, che per sua natura reclamizza i valori della società da cui è prodotta? Quale il peso dei mass media, dei giornalisti, talvolta inconsapevolmente schierati a servizio di un determinato orientamento? Ma soprattutto, quale compito svolgono le agenzie di Public Relations? Ecco un altro punto essenziale del volume: la “privatizzazione della propaganda”, ossia il sempre maggior peso avuto in questo senso dalle agenzie di Public Relations, vere agenzie di influenza sociale. Ai nostri giorni infatti non necessariamente chi promuove, organizza e coordina una campagna di propaganda deve anche “condividerne la causa”. I professionisti della comunicazione offrono i proprio servizi a chiunque sia in grado di pagare a prescindere dal messaggio che si vuole veicolare. In modo disincantato scopriamo che oggi la propaganda non è più legata ad un’ideologia, a specifici ideali: scalzato il problema etico, rimane il puro prodotto commerciale.
Veronica Marzolla
Massimo Ragnedda
Comunicazione e propaganda.
Il ruolo dei media nella formazione dell’opinione pubblica
Roma, Aracne, 2011, 224 pp.
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03 novembre 2011
In libreria
Lorenzo Mosca - Cristian Vaccari
Nuovi media, nuova politica?
Milano, Franco Angeli, 2011, 240 pp.
Descrizione
Mentre in tutte le democrazie occidentali si assiste a un processo di ridefinizione profonda delle pratiche di partecipazione politica e civica, i media digitali stanno modificando i modi con cui i cittadini si informano ed entrano in contatto con istituzioni, partiti e movimenti e sembrano offrire loro nuove opportunità per far sentire la propria voce. Quali sono allora le modalità attraverso cui si sviluppa la partecipazione online, quali gruppi e organizzazioni se ne avvantaggiano maggiormente e con quali conseguenze per la sfera pubblica, la rappresentanza e la democrazia? Grazie all'apporto di alcuni tra gli studiosi nazionali e internazionali più attenti, il volume risponde a queste domande mediante un solido inquadramento teorico e una serie di importanti contributi di ricerca empirica. In primo luogo si effettua una ricognizione approfondita del contesto sociale e tecnologico che definisce le coordinate della politica online, illustrando le trasformazioni della sfera pubblica e della democrazia nella postmodernità e proponendo un'analisi empirica comparata della diffusione dell'uso di internet nell'Unione Europea. Si analizzano poi le modalità della partecipazione politica online degli italiani attraverso studi quantitativi e qualitativi, soffermandosi su alcuni studi di caso di particolare rilevanza: da MoveOn.org alle modalità con cui il Parlamento si rapporta con i cittadini attraverso internet; dalle mobilitazioni del Popolo Viola alle iniziative del Movimento 5 stelle.
Indice
Lorenzo Mosca, Cristian Vaccari, Nuovi media e politica: una introduzione
Parte I. Contesto sociale e tecnologico
Parte II. Forme e dinamiche della partecipazione in rete
Parte III. Istituzioni democratiche e politica online: sfida, influenza o adattamento?
Riferimenti bibliografici
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16 ottobre 2011
...a volte ritornano
Un mese dopo la marcia su Roma, un giovane torinese di 21 anni, pubblicava su una rivista da lui stesso fondata un programma morale dall'attualità disarmante:
"Non possiamo star neutrali, non possiamo rimanere in benevola attesa, neanche un istante. Mai come oggi c'è stato bisogno di critica libera e coraggiosa. "La Rivoluzione Liberale" uscì l'altra settimana mentre ancora non si sapeva se chi parlava aperto sarebbe stato perseguitato e condannato. Uscì parlando aperto. E' diventata da allora un simbolo. Siamo rimasti quasi soli ad avere la responsabilità della formazione delle nostre classi dirigenti. Sentiamo la delicatezza, la gravità del compito.
Fra tanti ciechi siamo condannati a vedere; fra tanti illusi dobbiamo essere consci di tutta un'esperienza storica e attuale. Non è lecito guardare con fiducia esperimenti che la storia ci addita dannosi, e far credito a uomini che tutti sappiamo impreparati e incapaci di costruire in Italia una coscienza moderna.
Sentiamo le difficoltà quasi insuperabili che la nuovissima tirannide impone al nostro lavoro. I partiti di massa si sono dimostrati inferiori alle loro funzioni. Gli uomini politici sono stati tutti liquidati. La salvezza verrà dal movimento autonomo che gli operai contrapporranno alla presente tirannide. In mezzo alle orge dei vittoriosi riaffermiamo che lo spirito della rivoluzione e della libertà non si potrà uccidere. Si possono bruciare le Camere del lavoro: non si distrugge un movimento operaio che è nato insieme col Risorgimento nazionale". - Piero Gobetti
*dal numero 33 della rivista "La Rivoluzione Liberale" (novembre 1922).
Simona Tarzia
30 giugno 2011
In libreria
Massimo Ragnedda
Comunicazione e propaganda.
Il ruolo dei media nella formazione dell'opinione pubblica
Roma, Aracne, 2011, 224 pp.
Descrizione
Comunicazione e propaganda.
Il ruolo dei media nella formazione dell'opinione pubblica
Roma, Aracne, 2011, 224 pp.
Descrizione
La propaganda promuove una particolare idea o dottrina e tende a far sorgere intorno a essa il più vasto consenso possi-bile, servendosi di tecniche provenienti dalla sociologia e dalla psicologia e facendo un uso organizzato e deliberato di varie forme di comunicazione ben coordinate tra di loro, con lo scopo di influenzare l’opinione pubblica a favore del propagandista o del gruppo di interesse. Il volume ricostruisce l’evoluzione del fenomeno “propaganda”, sia nelle dittature sia nelle libere società, mette in luce le principali tecniche comunicative utilizzate e punta l’accento sulla sua connessione con le scienze sociali, senza le quali non si avrebbe la propaganda moderna. Nell’ultima parte si esaminano le guerre in Afghanistan e in Iraq e si ricostruiscono le tappe che hanno portato alla conquista dell’opinione pubblica.
*Link all' Introduzione del libro.dello stesso autore vedi anche:
- La società postpanottica. Controllo sociale e nuovi media
Roma, Aracne, 2008, 208 pp.
*Link alla scheda del libro
- Eclissi o tramonto del pensiero critico?
- La società postpanottica. Controllo sociale e nuovi media
Roma, Aracne, 2008, 208 pp.
*Link alla scheda del libro
- Eclissi o tramonto del pensiero critico?
Il ruolo dei mass media nella società postmoderna
Roma, Aracne, 2006, 160 pp.
*link alla scheda del libro
Roma, Aracne, 2006, 160 pp.
*link alla scheda del libro
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20 aprile 2011
In libreria
Daniel Domscheit-Berg
Inside Wikileaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo. Venezia. Marsilio, 2011, 303 p.
Descrizione
Inside Wikileaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo. Venezia. Marsilio, 2011, 303 p.
Descrizione
WikiLeaks negli ultimi tre anni ha letteralmente sconvolto il mondo dell’informazione e le sue regole producendo più scoop del Washington Post negli ultimi trenta, dal video sull'uccisione di civili iracheni da parte di elicotteri Apache americani, alla recente diffusione di una ingente mole di dispacci riservati della diplomazia USA. Tutti documenti che non sarebbero mai venuti alla luce senza WikiLeaks. Ma cosa c'è dietro questo sito creato nel 2006 dall'hacker australiano Julian Assange, i cui server custodiscono come in una cassaforte inespugnabile i dossier segreti inviati da gole profonde a cui viene garantito il più completo anonimato? Chi vaglia e decide cosa deve essere reso pubblico e cosa no? Quali nuovi scoop si prepara a diffondere? E chi è Assange, questo enigmatico e controverso Robin Hood dell'informazione, bestia nera del Pentagono e di molti governi e servizi segreti, che predica l'assoluta trasparenza ma la cui vita e attività restano avvolte in una cortina impenetrabile di mistero? Daniel Domscheit-Berg è la persona più adatta per condurci dietro le quinte di WikiLeaks e svelarci per la prima volta i molti segreti del suo fondatore. L'informatico tedesco infatti è stato per tre anni il numero due dell'organizzazione, che ha lasciato nel 2010 per via di contrasti insanabili con Assange, di cui era il braccio destro e che poi ha accusato di una gestione dittatoriale e poco limpida del sito che ne ha tradito la vocazione e lo spirito originari. Proprio perché continua a credere fermamente nel progetto, Domscheit-Berg ha deciso di raccontare la storia di WikiLeaks come nessuno l'ha mai letta. E vuole essere sicuro che i futuri informatori sappiano in che mani stanno per consegnare i loro segreti.
*segnalato da C.S.
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14 aprile 2011
In libreria
Giuliano Bobba
Media e politica in Italia e Francia. Due democrazie del pubblico a confronto
Milano, Franco Angeli, 2011, pp. 144.
Descrizione
Descrizione
Negli ultimi anni numerosi studi si sono soffermati sul funzionamento delle democrazie rappresentative evidenziando la comparsa di una nuova fase, caratterizzata dal processo di mediatizzazione della politica e dalle conseguenze che esso ha comportato nella trasformazione degli equilibri tra politici, giornalisti e cittadini. Alla luce di questi cambiamenti, il libro approfondisce il rapporto che lega la politica ai media in Italia e in Francia esplorando due esempi diversi di quella che Manin ha definito «democrazia del pubblico». A ben guardare, si potrebbe sostenere che le somiglianze e le differenze che normalmente si mettono a fuoco specie nel dibattito giornalistico, non sono quelle che contraddistinguono i due casi. Non è la presunta deriva comunicativa di due sistemi incentrati sulla personalità di leader forti, ad accomunare Italia e Francia. E neppure l’anomalia del sistema televisivo italiano appare così “anomala” di fronte all’esperienza francese. Si tratta allora di ridefinire il quadro interpretativo, alla luce delle continuità e delle nuove tendenze documentate dai risultati della ricerca.
*link all'Indice del libro sul sito dell'editore Franco Angeli.
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30 dicembre 2010
Il paradosso di una riservatezza fittizia
Il privato ha senso solo se inserito in una dimensione pubblica. E’ la strana deriva della società italiana di oggi, il paradosso di una riservatezza fittizia che si realizza appieno nel suo rendersi visibile, fruibile.
I fatti di cui ogni giorno siamo informati sono una minuscola frazione della totalità dei fatti che avvengono. E un fatto che non viene mediatizzato è come se non esistesse, o almeno questa è l’impressione che ricaviamo dai mezzi di comunicazione. Allo stesso modo, una persona che non trova spazio nel mondo mediatico può temere di non esistere. Ne sono una prova l’affollamento dei social network come Facebook, il proliferare dei blog, il successo di YouTube.
Sembra che nessuno di noi sia più in grado di vivere senza mettersi in scena. Sembra che si possa prendere sul serio solo ciò che passa per la televisione. Come si è arrivati a questa situazione paradossale?
Anna Tonelli nel suo saggio Stato spettacolo, risponde a questa domanda prendendo in esame il rapporto tra pubblico e privato nel panorama italiano degli ultimi trent’anni. Un’analisi inedita su un tema di forte attualità, condotta con chiarezza espressiva e argomentativa.
Lo Stato spettacolo è uno Stato che si mette in vetrina. Il vissuto individuale e collettivo viene spettacolarizzato, il confine tra dimensione privata e dimensione pubblica diventa sempre più labile. Ed è una trasformazione che coinvolge ambiti diversi e interrelati, dalla società all’etica, dalla comunicazione alla politica.
A rendere apparentemente illogico questo processo è il punto di partenza: l’individualismo che si afferma all’inizio degli anni Ottanta. Da un lato si esaurisce la stagione della partecipazione attiva alla vita del Paese. Forse per effetto di una politica incapace di innovare, ci si rifugia nel privato. Dall’altro lato la ripresa economica consente ai consumi di crescere e il benessere diventa l’obiettivo da raggiungere.
La cultura del lusso si trasforma facilmente in ostentazione: ecco il passaggio affatto logico da individualismo a spettacolarizzazione. Ed è un processo che, pur nascendo nella sfera economica, si espande in ogni altro ambito della vita individuale e collettiva.
Cambia il modo di percepire il corpo: la “bella presenza” diventa requisito di affermazione sociale. Si trasforma il modo di vivere i propri sentimenti e la sessualità. Tutto ciò che rientra nella sfera strettamente personale diventa oggetto di consumo, ne sono un esempio le più recenti vicende di cronaca nera. Il privato irrompe nei media.
I partiti assumono un ruolo determinante nel rilanciare la socialità. Per primo il PSI guidato da Craxi comprende appieno la portata e le potenzialità della trasformazione in atto. Si spalancano le porte alla spettacolarizzazione e alla personalizzazione della politica: l’immagine diventa il cuore della comunicazione con il pubblico e la televisione dà un contributo essenziale a questa tendenza.
Gli anni di Tangentopoli spingono i leader politici a cercare nuove forme di dialogo con il Paese, per recuperare un senso di appartenenza. Si pensi al celodurismo di Bossi o alla telepolitica di Berlusconi.
I confini tra privato e pubblico oggi sono così sovrapposti da confondersi: l’esibizione del privato diventa strumento di costruzione della propria identità e la comunicazione politica si adegua. La famiglia diventa un bene da esporre, o da occultare quando deve prevalere la componente sessuale, e temi sempre più legati al privato, dalle unioni civili all’aborto, diventano oggetto di discussione in Parlamento. I valori dello Stato spettacolo sono elevati all’ennesima potenza.
L’analisi di Anna Tonelli scorre fluida e lineare. Il ragionamento è condotto in modo tanto lucido che, a lettura conclusa, si ha l’impressione di aver afferrato il meccanismo che sta dietro alla spettacolarizzazione del privato, spesso spacciata per informazione, comunicazione, o aggregazione sociale.
Elisa Mallegni
Anna Tonelli
Stato spettacolo. Pubblico e privato dagli anni ’80 a oggi
Milano, Bruno Mondadori, 2010, 183 pp.
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11 aprile 2010
Noi qualunquisti idealisti
Ascoltando la radio nel tragitto verso casa qualcuno ha parlato della “generazione dell’ignoranza”, e cose simili. Le etichette che ci danno (a noi giovani, intendo) sicuramente non sono nulla di nuovo, insomma non dobbiamo certo stare qui ad approfondire la questione del gap generazionale, tantopiù che io stessa, alla veneranda età di 23 anni già mi permetto di criticare il malcostume dei giovani, i ragazzini, suscitando spesso l’ilarità dei miei genitori.
Ma c’è una cosa che davvero fa riflettere, e davanti alla quale bisogna arrendersi: il disinteresse di molti di noi verso la vita politica e sociale. E la riflessione, una volta tanto, non viene da una voce indignata ma da qualcuno che, come me, si sente all’interno di questa strana (ma forse no) corrente.
Ma c’è una cosa che davvero fa riflettere, e davanti alla quale bisogna arrendersi: il disinteresse di molti di noi verso la vita politica e sociale. E la riflessione, una volta tanto, non viene da una voce indignata ma da qualcuno che, come me, si sente all’interno di questa strana (ma forse no) corrente.
Dopo aver letto l’intervento su questo blog “Italia amore mio” di Alessandro Ferraro mi sono soffermata sul testo di Cristicchi da lui citato. È vero, noi di questa generazione - se così volete chiamarla, ma io non ritengo c’entri molto l’età – siamo stanchi di lamentele, non vogliamo più sentirci dire che tutto va male, che erano belli i vecchi tempi. Abbiamo reagito e pensato che, se è tutto un magnamagna come da sempre ci dicono, tanto vale lasciar perdere. Ci basta vivere sereni e combattere le piccole ingiustizie, non importa da quale bandiera provengano. Ma non pensiate sempre che siamo superficiali. C’è sicuramente una buona parte di disinteressati (chiamiamoli così, per intenderci) che pensa solo al televoto e all’ultima conquista della starletta di turno, ma c’è anche chi gira la faccia a seguito di una delusione profonda. Non vorremmo arrenderci, perché così non cambierebbe mai niente, ma non sappiamo adeguarci. Ci capita di ascoltare per ore ammirati gente piena di ideali che, dopo cinque minuti, ti prende per pazzo perché non hai accettato una raccomandazione o non hai scelto la strada più facile. Gente che milita in partiti cosiddetti liberali o in credo religiosi che poi ancora ha il coraggio di usare “gay” o “handicappato” come insulto.
Insomma, siamo scoraggiati. Ma questa non vuol essere un’altra lamentela, altrimenti predicherei bene e razzolerei male. Tantomeno vuol essere una giustificazione per l'ignoranza. Vorrei solo dar voce (mi permetto di farlo) a coloro che magari non sanno ancora bene come funzionino i partiti o facciano fatica a ricordare i nomi di qualche importante giornalista (lacune sicuramente da colmare, ben inteso), ma che il cambiamento lo vogliono fare davvero, e dall’interno di se stessi. Iniziare a non buttare la cartaccia a terra e a fare la differenziata invece di lamentarsi che il sistema di smaltimento rifiuti del comune non funziona. Iniziare a credere che ce la si può fare anche senza dover chiedere favori, con buona volontà e predisposizione alla cosiddetta gavetta. Se tutti facessero la fila per prendere l’uscita dell’autostrada invece di cercare di saltarla ci si metterebbe un minuto.
Protestare, manifestare, è lecito e giusto, e informarsi è un diritto e un dovere. Ma, forse, basterebbe iniziare a comportarsi bene. Dentro e fuori.
Protestare, manifestare, è lecito e giusto, e informarsi è un diritto e un dovere. Ma, forse, basterebbe iniziare a comportarsi bene. Dentro e fuori.
Non so, forse il mio può sembrare moralismo o qualunquismo, ma provate, solo per un giorno, a comportarvi non dico secondo morale, ma nel modo più corretto possibile, senza nuocere all’altro e guardando oltre il vostro naso. Ventiquattr’ore. Proporrei un esperimento con un piccolo gruppo di persone, giusto per tirare le conclusioni. Intanto potreste aggiornarvi su tutto quello che di politico e attuale c’è da sapere. Tutto sommato, proporrei una tregua, una via di mezzo tra le nobili nuvole degli ideali e il comodo, materiale terreno della vita pratica. In medio stat virtus, ma forse anche questo lo prenderete per facile moralismo.
Alessia Rizzo
03 febbraio 2010
In libreria
Roberto Escobar
Paura e Libertà
Perugia, Morlacchi editore, 2009, 220 pp.
Dalla Prefazione del libro
Paura e Libertà
Perugia, Morlacchi editore, 2009, 220 pp.
Dalla Prefazione del libro
C’è una curiosità e c’è una passione, in questo libro. Perché gli uomini e le donne si consegnano al potere? Perché lo fanno tanto spesso con entusiasmo, accettando non solo di uccidere, ma anche di morire, prima moralmente e poi fisicamente? Questa è la curiosità. Quanto alla passione, la esprime una speranza: che ci siano vie di fuga da una tale pratica d’obbedienza e morte. E qual è il compito – uno dei compiti, almeno – del filosofo politico, se non di contribuire a immaginarne qualcuna? Questa speranza, d’altra parte, si lega alla consapevolezza che non ci sono mete ultime e definitive che guidino e garantiscano lo sforzo di fare del mondo un posto migliore. Troppo spesso, semmai, è la ricerca ostinata di una fuoriuscita “assoluta” dalla faticosa, splendida empiria di quel che è umano a farne un posto peggiore. [...leggi tutto]
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