Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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24 ottobre 2021

In libreria

 Craig Whitlock  
Dossier Afghanistan 
 Newton Compton, Roma, 2021, pp. 352.   

Descrizione
Un racconto esatto e serrato su come tre presidenti degli Stati Uniti e i loro capi militari abbiano ingannato il mondo per venti lunghi anni per giustificare un conflitto infinito costato oltre 2300 miliardi di dollari e 241.000 morti. Proprio come I Pentagon Papers hanno cambiato la comprensione del pubblico del Vietnam, gli Afghanistan Papers riportati nel libro contengono rivelazioni sorprendenti di persone che hanno avuto un ruolo diretto nella guerra, dai leader della Casa Bianca e del Pentagono ai soldati e agli operatori umanitari in prima linea. Con un linguaggio schietto, gli intervistati ammettono che le strategie del governo sono state un disastro, che il progetto di ricostruzione della nazione è stato un colossale fallimento e che la corruzione ha preso il sopravvento sul governo afghano. Il resoconto si basa su interviste con più di 1000 persone che sapevano che il governo degli Stati Uniti stava presentando una versione distorta, e talvolta interamente inventata dei fatti. Craig Whitlock, reporter del «Washington Post» e tre volte finalista al Premio Pulitzer, mostra che il presidente Bush non conosceva il nome del suo comandante in Afghanistan e non aveva alcun interesse a incontrarlo. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha ammesso di non avere «nessuna idea su chi fossero i cattivi». Il suo successore, Robert Gates, ha dichiarato, ancora più esplicitamente: «Non sapevamo nulla di al-Qaeda».
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04 luglio 2019

In libreria


Federico Rampini
L'oceano di mezzo. Un viaggio lungo 24.539 miglia 
Laterza, Bari-Roma, 2019, pp. 208.
Descrizione
«Nella mia vita di nomade non ho mai smesso la ricerca di radici. Immaginarie, costruite, conquistate. Ma indispensabili.» 
Le austere memorie di Genova, le atmosfere nordiche di Bruxelles e le sorprese di Parigi, l’iniziazione all’Oriente in Indonesia, poi verso Ovest a respirare l’aria decadente di New York, lo spaesamento di San Francisco, a riscoprire un’armonia celeste di Pechino, i bambini del Sichuan, le case a fior d’acqua del Kerala, il destino marittimo di Tokyo, le sorgenti del Nilo... Tre oceani e quattro continenti. Federico Rampini ci racconta grande storia e vita quotidiana di tanti luoghi e personaggi indimenticabili. E forse qualche lezione appresa. 

Link all'Indice del libro.

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11 aprile 2018

In libreria

Luigi Barzini
Nell'Estremo Oriente
Luni Editrice, Milano, 2018, 352 pp.

Descrizione
Questo libro raccoglie le corrispondenze inviate da Luigi Barzini dalle zone di guerra e pubblicate sul Corriere della Sera tra il luglio 1900 e il marzo 1901, articoli nei quali, con una prosa piacevolissima e molto efficace e con perspicace spirito d’osservazione, descrive giorno per giorno l’evolversi degli eventi. Barzini è a Hong Kong alla fine di luglio del 1900. Ha 26 anni ed è al suo primo incarico impegnativo. L’avvicinamento a Pechino, teatro dei tragici fatti della Rivolta dei Boxer, è molto lento e difficoltoso per le precarie condizioni di tutta la zona. Ovunque morti e macerie. Villaggi distrutti, cadaveri ovunque, campi devastati. Scrive Barzini: «Tutto l’immenso piano non è che un cimitero. In questa caratteristica sta la fisionomia cinese. La Cina è il cimitero di una civiltà che è morta da mille anni …». Animato da un giovanile spirito patriottico e aggregato al contingente italiano, Barzini arriva a Pechino poco dopo la liberazione dall’assedio del quartiere delle Legazioni. Con fine capacità giornalistica riesce a ricostruire nei dettagli gli avvenimenti delle giornate cruciali dell’assedio delle Legazioni. A Pechino si rende conto della vera realtà dei fatti: denuncia apertamente sul Corriere della Sera l’infondatezza dell’intervento occidentale in Cina e l’inutilità di tante carneficine scrivendo «I barbari siamo noi. Perdo la netta percezione dei che cosa sia vera civiltà; tutto quanto credevo prima, crolla e si dilegua…». A conferma dei suoi dubbi, si dilunga a descrivere la vita quotidiana degli abitanti di Pechino subito dopo la fine dei disordini, evidenziandone l’operosità, la cortesia, la bellezza delle produzioni artistiche e artigianali. Ne descrive feste, riti funebri e cerimonie sottolineandone la dignitosa solennità e l’elegante accuratezza con uno sguardo nuovo e molto moderno su una civiltà “altra”, ma non per questo meno raffinata, antica e degna di tutto il nostro rispetto.
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22 giugno 2017

Giornalisti in Cina



Oggi non abbiamo alcuna difficoltà a definire la figura del giornalista, riusciamo con facilità a mettere a fuoco il suo ruolo all’interno del processo di nascita, vita e morte di una notizia. Tutto questo se consideriamo la società in cui viviamo o al massimo i paesi occidentali. Che cosa succederebbe se provassimo a spingerci un po’ oltre? Sapremmo parlare con la stessa sicurezza dei giornalisti cinesi e del tipo di lavoro da loro svolto? Se la risposta è no, la lettura di Zhongguo Jizhe. Giornalisti cinesi: linguaggio e identità professionale dissiperà ogni nostro dubbio. Emma Lupano inserisce in questo volume il frutto di otto anni (2008-2015) di ricerca diretta nel campo dei media cinesi, intrapresa nell’ambito del XXIII ciclo di dottorato in Civiltà, Culture e Società dell’Asia e dell’Africa all’Università La Sapienza di Roma. 
Il materiale raccolto dall’autrice è di considerevole portata, ma è stato organizzato in maniera tale da permettere una lettura scorrevole anche a chi si approccia per la prima volta al mondo dell’informazione cinese. È presente una contestualizzazione costante, dove è spiegato innanzitutto che, dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, in Cina è avvenuta una riforma nel sistema dei media e i giornalisti hanno potuto avvicinarsi a tematiche nuove. I freelance, chiamati in cinese “liberi collaboratori editoriali”, hanno avuto un ruolo fondamentale durante questo passaggio ed è proprio su di loro che si concentrano gli studi racchiusi nel volume.
I testi sulla figura del giornalista freelance scarseggiano in Cina e per questo motivo l’autrice ha dovuto intervistare alcune persone appartenenti al mondo dell’informazione per realizzare la sua ricerca. Le interviste si sono svolte in due momenti diversi, tra il 2008 e il 2009 e tra il 2014 e il 2015 e gli intervistati sono una ventina di giornalisti di nazionalità cinese (indicati solo con le loro iniziali, per motivi di privacy). Sono persone che hanno un’esperienza lavorativa di almeno tre anni, o come freelance o presso una testata e sono stati scelti cercando di rappresentare la più ampia varietà possibile rispetto a genere, età, posizione geografica, livello di carriera. Il corpus delle interviste è costituito da più di quaranta ore di dialoghi registrati ed è stato trascritto e suddiviso in brani. Stralci di questi sono stati poi inseriti nei sei capitoli, in ordine cronologico e in base alla tematica.
Ogni capitolo è aperto da un saggio introduttivo, per permettere di comprendere il contesto di riferimento relativo all’argomento trattato. Il primo capitolo parla della divisione interna dei media cinesi, esistono infatti testate istituzionali e testate commerciali; il secondo mostra come i giornalisti cinesi stiano fronteggiando la crisi della carta stampata e il conseguente passaggio al digitale. Nel terzo e nel quarto capitolo si analizzano gli aspetti pratici della professione e le idee che guidano chi lavora nell’ambiente. Il quinto fa invece luce sul sistema di propaganda che controlla i media, argomento ripreso anche nel sesto e ultimo capitolo, dove gli intervistati parlano della loro effettiva possibilità di esprimersi liberamente e delle loro ambizioni professionali.
Scorrendo le dichiarazioni rilasciate dai giornalisti cinesi, si ritrovano alcuni Leitmotiv: l’avvento dei social media, la volontà di migliorare il paese, l’importanza di sapersi autocensurare e di esprimersi in modo tale da poter trasmettere le proprie idee senza essere ostacolati dal governo.
L’intero testo si presta inoltre a un livello di lettura più approfondito, adatto a colore che conoscono la lingua cinese. Infatti, ogni intervista è riportata anche nella sua trascrizione in ideogrammi e l’autrice realizza una puntuale analisi linguistica, evidenziando all’inizio di ogni capitolo quali sono le espressioni ricorrenti utilizzate dagli intervistati, non solo quando scrivono i lori pezzi ma anche quando parlano del loro lavoro. 
Senza dubbio la ricerca di Emma Lupano suggerisce implicitamente al lettore numerosi spunti di confronto con la situazione occidentale. I nostri media spesso dimenticano il grande valore della libertà di espressione e arrivano ad abusarne, pubblicando anche articoli e notizie non del tutto veritieri, con l’unico scopo di attirare click, visualizzazioni e guadagni.
Elena Rita Tornabene

Emma Lupano
Zhongguo Jizhe. Giornalisti cinesi: linguaggio e identità professionale
Unicopli, Milano, 2016, pp. 140.

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11 febbraio 2016

Viaggi attraverso l’Oriente



L’India e la Cina sono due colori: il rosso dei sari, delle pitture e il verde delle campagne. Carlo Levi descrive nei suoi reportages un mondo diverso, fatto di luoghi immersi nella magia dell’antico: gli abitanti sono i contadini, i bambini, le donne, i mendicanti. L’India è la terra dei poeti, dove ancora le rappresentazioni a teatro sono cantate e piene di epiteti, la Cina è il paese della forza del cambiamento.
Le città che vengono descritte non sono solo i grandi centri, ma soprattutto i villaggi, dove il tempo scorre lento, seguendo il ritmo delle stagioni. È difficile trovare scuole, si suona buona musica e si accolgono gli ospiti con antichi rituali. L’autore descrive le persone che incontra con minuziosità, coglie ogni particolare, ad esempio il bambino che porta un carico di fieno sulle spalle e che si appoggia a un albero, con uno sguardo “quasi morto in un incanto di solitudine”. Levi presenta queste figure con dei colori che potrebbero essere paragonati a quelli delle fotografie di Steve McCurry.
Nelle grandi città dell'India il tempo scorre frenetico sui marciapiedi affollati da mendicanti, venditori e coolies, molti si propongono come guide turistiche per guadagnare qualche rupia.
La Cina è un paese cresciuto senza religione, seguendo la morale della ragione. Levi è colpito soprattutto dalle persone. Gli uomini sembrano tutti uguali nel loro modo ordinato di comportarsi, al punto che se ci si immerge in questo mondo basato sulla collettività ci si vergogna quasi del principio di personalità occidentale. È un grande corpo dalla bellezza unitaria. Dice che ad un primo sguardo è quasi difficile scorgere la presenza delle donne, che in realtà sono moltissime e hanno compiuto una grande rivoluzione per conquistarsi il loro spazio nella società.
Levi parla delle grandi rivoluzioni di crescita che hanno dovuto affrontare questi paesi, che ancora però sono fortemente influenzati dai governi precedenti. I due paesi sono legati da una immensa grandezza e un difficile equilibrio da mantenere. Esiste una grande disparità tra le risorse del territorio e la popolazione.
Tutto ciò con cui viene a contatto nei suoi viaggi deve essere trasmesso nel modo più dettagliato e fedele possibile al lettore, in qualche modo regala un’avventura. 
I reportages raccolti in questo volume vennero pubblicati a puntante sul quotidiano "La Stampa", tra il 1957 e il 1959. L’autore è ricordato soprattutto per Cristo si è fermato ad Eboli, romanzo autobiografico che racconta il suo periodo di confino in Lucania durante il regime fascista.



Arianna Pronestì



Carlo Levi
Buongiorno, Oriente.
Reportages dall’India e dalla Cina

Donzelli Editore, Roma, 2014, pp. 240.


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10 dicembre 2015

In libreria



Pejman Abdolmohammadi - Giampiero Cama
L'Iran contemporaneo. 

Le sfide interne e internazionali di un paese strategico
Mondadori Università, Milano, 2015, 296 pp.

Descrizione
L'Iran è un paese chiave. La sua posizione, il suo rango e il suo retaggio culturale fanno sì che esso eserciti una notevole influenza sulla stabilità o meno del mondo e dell'area medio-orientale. Paese dall'identità complessa e talora contraddittoria (tra oriente e occidente, tra modernità e tradizione), esso ha esercitato questa funzione in modo ambivalente nel corso della storia. La sua politica estera, infatti, è stata per molti anni anche un riflesso dei cambiamenti avvenuti al suo interno. Attualmente, l'Iran è retto da una Repubblica islamica, un curioso esemplare di "regime ibrido". Le sue dinamiche, tra l'altro, hanno spesso anticipato importantissimi e più ampi sviluppi a livello globale. Così come, ad esempio, la rivoluzione khomeinista del 1979 ha dato il via alla diffusione dell'islamismo politico, l'onda verde del 2009 ha preceduto le "primavere arabe" di due anni dopo. Questo volume intende fornire ai lettori un agile, ma approfondito, strumento di analisi per facilitare la comprensione di questa nazione, enigmatica e non facilmente decifrabile, ma tra le più decisive per il nostro futuro. Con Prefazione di Lucio Caracciolo.

08 luglio 2015

Riscoprire l'Asia. Le voci inascoltate di chi sfida la violenza


Devo ammettere che quando ho iniziato a leggere Asia, la sfida del terzo millennio. I dieci anni di AsiaNews, di Bernardo Cervellera, (Ed. Cantagalli, 2013) ero convinta trattasse argomenti ben diversi da quelli trattati all’interno delle sue pagine.
Mi aspettavo di trovare notizie, informazioni e curiosità sul modo di fare giornalismo in Asia; differenze (e similitudini) con lo “stile occidentale”; aneddoti e storie di come si vive in questi paesi; considerazioni e critiche (ma anche autocritiche) sull’Occidente e il suo lontano (ma oggi sempre più vicino, grazie a un’economia in espansione e allo sviluppo di nuove tecnologie, di Internet e dei social network) stile di vita.
Credevo, visto il titolo, che vi avrei trovato tematiche inerenti a come poter migliorare le forme di giornalismo in Asia; che ci sarebbero stati riferimenti alle principali testate giornalistiche cinesi, giapponesi, indiane, etc, e agli argomenti maggiormente trattati; che avrei letto della sfida che i diversi protagonisti dell’informazione globale in queste zone del mondo hanno dovuto (e dovranno ancora) affrontare per poter contribuire all’affermazione, al consolidamento e alla diffusione del diritto all’informazione e, conseguentemente, dell’ideologia democratica secondo la quale ciascun individuo ha diritto ad essere informato, in modo veritiero e completo.
Le mie aspettative non avrebbero potuto rivelarsi più distanti dalla realtà!
In queste 211 pagine, infatti, ho trovato di tutto, fuorché quello che mi ero immaginata.
Quando ho compreso che il libro trattava ben altre questioni sono diventata scettica nei suoi riguardi e, ammetto, sono rimasta lì per lì delusa del fatto che la mia idea iniziale non corrispondesse alla verità.
Tuttavia, non c’è voluto molto per capire quando fosse sbagliata la “partenza prevenuta” con la quale ho affrontato l’inizio del libro.
Nel giro di poche pagine ho scoperto l’esistenza di AsiaNews, una testata giornalistica online di stampo cattolico che, con grande impegno e professionalità, si prodiga nel far conoscere a sempre più utenti-lettori le condizioni (e molto spesso le sofferenze) dei paesi asiatici, delle loro popolazioni e delle loro Chiese.
Ho appreso delle difficoltà politiche, economiche, religiose e sociali che dilagano in Pakistan, India, Cina, Buthan, Corea, Mongolia, Iraq, Giappone, Indonesia, Thailandia, Egitto, Vietnam e, a volte, anche delle contraddizioni che vi regnano.
Tramite il resoconto di alcune testimonianze dirette, ho “toccato con mano” (ma forse sarebbe meglio dire “sfiorato”) le terribili (ma a volte anche miracolose) esperienze di uomini e donne cattolici, laici e religiosi, che nonostante le violenze atroci e disumane in cui vivono e nelle quali si trovano ad operare non abbandonano la speranza in un futuro migliore per il proprio paese e la propria gente.
Il libro è suddiviso in tre grandi capitoli, ognuno dei quali caratterizzato da un diverso stile.
Comincia con una veloce panoramica sul continente asiatico e introduce la rivista online AsiaNews.
Presenta le riflessioni, scritte da Cardinali, Monsignori e professori, sull’importante lavoro svolto da quest’ultima e mette in evidenza il “significativo contributo” da essa apportato alla Chiesa cattolica, ai paesi asiatici e al mondo tramite la diffusione di informazioni e conoscenze che vengono spesso trascurate dagli altri media poiché provenienti da zone del mondo troppo lontane e, per questo, ritenute forse “degne di poca attenzione”.
Prosegue con la raccolta di auguri, benedizioni e ringraziamenti ad AsiaNews per i suoi primi 10 anni di attività provenienti da diversi paesi dell’Asia.
Ciascuno di essi, attraverso le proprie congratulazioni, le proprie preghiere e i propri incoraggiamenti dimostra affetto e riconoscenza a tutte le persone che vi lavorano con grande dedizione ogni giorno.
Infine, nell’ultimo capitolo (quello a mio avviso più toccante) sono raccolte storie di conversioni, sacrifici, violenze, persecuzioni, barbarie e massacri senza senso perpetrati ai danni di poveri innocenti, cristiani, cattolici, laici e membri della Chiesa da parte di coloro che, aderenti alla fede musulmana, si ritengono gli unici depositari della Verità di Dio.
Queste testimonianze, raccontate proprio da coloro che queste tragedie le hanno vissute sulla propria pelle, hanno fatto accapponare la mia.
Il loro scopo è quello di smuovere le coscienze, attraverso il racconto di quotidianità così diverse dalle nostre, che i media occidentali purtroppo tendono a trascurare.
Ma non AsiaNews. Infatti, la sua missione (perché è di questo che Padre Bernardo Cervellera, responsabile della rivista, sostiene che si tratti) è ascoltare e (soprattutto) far ascoltare a tutto il mondo tutte le voci e gli appelli d’aiuto che costantemente s’innalzano da questi paesi tormentati dell’Asia, che sembrano così lontani da noi ma che, invece, sono (o per lo meno dovrebbero) essere più vicini di quanto non si pensi.
Concludo questa recensione invitando caldamente tutti a leggere questo libro che, ormai risulterà palese , avevo all’inizio sottovalutato e che invece, infine ho apprezzato tantissimo.
“Asia, la sfida del terzo millennio. I dieci anni di AsiaNews” è una lettura che stimola una sana curiosità e una sana (auto)critica, che porta a domandarsi perché nonostante oggi ci siano così tanti mezzi di comunicazione e così tante tecnologie a disposizione, ci siano ancora tante voci e tante anime che restano inascoltate e abbandonate a se stesse.
Perché, con tutta la conoscenza e la cultura che ci vanta di avere nel terzo millennio, si resta ancora indifferenti alle richieste d’aiuto di chi, pur “vivendo dall’altra parte del mondo”, dovrebbe essere nostro fratello?
Cosa si può fare per porre fine a tanta crudeltà? Come si può smuovere l’animo umano da cotanta indifferenza? I media e le nuove forme di comunicazione possono aiutare in questo senso?
Alcune persone, per fortuna, si sono poste queste domande già molto tempo fa e hanno iniziato a cambiare le cose.
Forse col tempo, con tanta volontà e umiltà, si riuscirà a far sì che quelle voci siano ascoltate anche da chi, fino ad oggi, ha sempre fatto “orecchie da mercante”.
Nel frattempo, voglio personalmente ringraziare questo libro per avermi dato nuove conoscenze e consapevolezze, per avermi toccato il cuore e, in poche pagine, regalato una nuova “maturità”, con la quale, d’ora in avanti, mi approccerò agli argomenti qui trattati con maggior sensibilità, serietà e cognizione di causa.
Chiara Biffoni

Bernardo Cervellera 
Asia, la sfida del terzo millennio. I dieci anni di AsiaNews
Edizioni Cantagalli, Siena, 2013, pp. 211

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13 dicembre 2014

In libreria


Carlo Levi
Buongiorno, Oriente. Reportages dall'India e dalla Cina
Roma, Donzelli, 2014, 250 pp.
Descrizione
A distanza di pochi anni, tra il 1957 e il 1959, Carlo Levi compì un viaggio nel subcontinente indiano e uno in Cina, come inviato per il quotidiano «La Stampa». I suoi reportages, usciti a puntate e qui raccolti in volume, appartengono a un giornalismo che non c’è più, un giornalismo non ancora saturato, e in un certo senso usurato, dall’urgenza della notizia e dall’eccesso del culto dell’immagine: un mondo in cui l’informazione viaggiava lenta e aveva il tempo di sedimentare. I resoconti di viaggio di Levi commuovono come poesie: la narrazione è parte integrante di quell’esperienza in una realtà apparentemente «altra» di cui lo scrittore si appropria per ritrovarvisi come in uno specchio. E insieme, per ritrovare in quella civiltà, lontana ed esotica, le radici profonde della nostra civiltà e della nostra storia. Reportages che sono fotografie, affreschi della società indiana e cinese, che lo scrittore torinese sa penetrare con rispetto e riserbo, e al tempo stesso con apertura e disponibilità a un nuovo che gli desta stupore e curiosità inesauribili. Trapela tutta l’esigenza del viaggiatore di divenire faticosamente e lentamente «una spugna asciutta e vuota», che può riempirsi delle acque in cui è immersa e farne poi dono agli altri che lo aspettano e che, in fondo, hanno viaggiato un po’ con lui. Sul continuo alternarsi di quadri d’insieme coerenti e di squarci dalla possente suggestione lirica, aleggia impalpabile una sorta di presagio di ciò che verrà. Ne sortisce un libro che è un’istantanea preziosa per cogliere nel loro farsi due ormai conclamate potenze mondiali, alle prese con il loro primo impatto con la modernità.

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19 maggio 2014

Media e giornalisti in Cina





L’autrice di questa opera è Emma Lupano: giornalista professionista (ha collaborato con Job 24 - Il Sole 24 ore - Agichina24 e altri); docente di lingua e cultura cinese presso l’Università degli Studi di Milano e sinologa. Nel suo lavoro parla dei media in Cina, dei giornalisti cinesi e della propria esperienza personale tra il 2008 e il 2009 all'interno della redazione del People's Daily Online - il "Quotidiano del popolo". Qui ha lavorato come redattrice per l’edizione web, in lingua inglese, di questo importante giornale che, dal 1948 è il portavoce del Partito Comunista Cinese (PCC). Ho servito il popolo cinese porta alla luce i meccanismi che regolano propaganda e censura, ma anche le storie di chi quotidianamente prova a eludere quel sistema. Il titolo è autoironico in quanto in Cina il ruolo del giornalista è quello di servire il popolo, essere sulla carta la voce del popolo, ma in realtà, visto che il partito comunista si autodefinisce a sua volta come rappresentante del popolo, si diventa i servitori del partito. Con un po’ di autoironia l’autrice si è definita una giornalista "rossa". Dopo essersi occupata, facendo un dottorato di ricerca sui giornalisti cinesi e nello specifico dei giornalisti freelance, l’autrice, lavorando a stretto contatto con loro, si è accorta che l’idea che avevano gli italiani e gli occidentali in generale di come funzionano i media cinesi era ancora molto vaga e scollata dalla realtà. Da questa sensazione è nata la spinta per questo lavoro. L’autrice ci racconta di come l'ingresso in questo mondo, così differente dal nostro, sia stato reso possibile da una Guanxi (un network di conoscenze tipico della cultura cinese) cioè da un rapporto privilegiato che ha avuto con una persona la quale, a sua volta, ne ha avuto un altro con un giornalista del quotidiano cinese. Quest'ultimo si è speso per permetterle l’ingresso in redazione. L’esperienza ha avuto un tempo prestabilito e limitato di tre mesi, quasi come fosse stata una sorta di favore del quotidiano. Infatti il ruolo ricoperto dalla giornalista all’interno della redazione non aveva precedenti e non ha avuto conseguenti; nessuno dopo di lei ha ricoperto il ruolo lasciato libero. Ciononostante è utile sottolineare come Emma Lupano sia stata in assoluto la prima giornalista italiana ad avere l'onore di lavorare per il "Quotidiano del popolo". Durante il lavoro in redazione la giornalista si è in parte autocensurata, almeno sulla scelta degli argomenti, prediligendo quelli innocui a discapito di quelli pericolosi che avrebbero potuto crearle problemi durante la sua permanenza. Questi temi, anche se leggeri, dovevano sempre essere approvati dal caposervizio. Inoltre una volta finiti non uscivano subito (addirittura di 7-8 giorni di "buco" per i primi articoli e di 3-4 giorni di media per la pubblicazione) perché dovevano essere controllati dai "piani alti". L’autrice si è sentita, in parte, un corpo estraneo nella redazione che veniva monitorato. L’obbiettivo principale di questo libro è quello di sfatare alcuni miti: in primo luogo che la stampa in Cina non è solo censura; in secondo che i giornalisti cinesi non solo sono servi del potere e in terzo luogo viene mostrato come i media cinesi si stanno aprendo ormai da anni al sistema di mercato, fatto quest'ultimo, che riguarda l’Occidente da vicino. Non soltanto perché i media occidentali potranno continuare ad investire nel mercato dei media cinesi che è in grande espansione ma anche perché gli stessi media cinesi stanno arrivando in Europa, compresa l’Italia, e hanno già incominciato ad investire nei media italiani. La Lupano ci mette in guardia: se non sappiamo che le testate sono scritte, curate e in qualche modo coordinate anche dai cinesi potremmo non renderci conto che una parte delle informazioni sono mediate dal punto di vista cinese. Per la giornalista dobbiamo cominciare a renderci conto che alcune delle informazioni che circolano sulla Cina, anche in Italia, sono controllate dalla Cina. Quindi se da una parte Ho servito il popolo cinese sfata il mito che la Cina sia tutta censura, dall’altra ci conferma come questa sia ancora una presenza costante. Oggi però sempre più giornalisti tentano con il loro lavoro di sfatare quell’idea, radicata soprattutto in noi occidentali, della persona che si limita passivamente a seguire le regole della censura. Infatti molti giornalisti cinesi, pur consapevoli dei limiti in cui devono lavorare, cercano di spostare poco a poco una linea, spesso difficile da vedere e mutevole, che divide ciò che è consentito dire da ciò che non è consentito. I meccanismi, l’ambiente, l’atmosfera culturale della Cina rendono ovviamente molto diverso il lavoro dei giornalisti e di chi lavora nei media rispetto a i colleghi occidentali. Emma Lupano con questa opera vuole sfatare l’idea che i cinesi siano o dissidenti o servi del potere. Il libro, accessibile a chiunque, scritto in uno stile fluido e di facile lettura, ci racconta che non è così, che ci sono tantissime vie di mezzo e ci sono moltissimi cinesi che lottano dentro il sistema. Il volume descrive il mutamento della dimensione mediatica negli ultimi 30 agitati anni della Cina e ci spiega che nonostante ci sia stato un movimento in avanti contemporaneamente si è verificato un contro-movimento che tende a frenare questo cambiamento. Ciò si vede nei media ma anche nella politica cinese. Inoltre ci svela che i giornalisti in Cina devono sempre sottostare a una tripla interazione: Il pubblico (che deve essere soddisfatto anche nei gusti più volgari), la pubblicità e soprattutto il partito che è sempre in allerta. In conclusione Ho servito il popolo cinese ci permette di andare oltre i luoghi comuni e i pregiudizi che spesso abbiamo noi occidentali della Cina, e di adottare uno sguardo più obiettivo e realistico su una realtà così lontana, complicata, differente della nostra, ma estremamente affasciante.
Domiziano Marsciani



Emma Lupano
Ho servito il popolo cinese.
Media e potere nella Cina di oggi
Milano, Francesco Brioschi Editore, 2012.

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03 marzo 2014

In libreria

Bernardo  Cervellera ( a cura di)
Asia: la sfida del terzo millennio. I dieci anni di AsiaNews
Siena, Cantagalli, 2014, 216 pp.
Descrizione

Oggi l'Asia ci sfida con le sue culture, le sue religioni, le sue sproporzioni, con la sua forte potenza economica in mezzo a molta povertà. Nel tracciare un grande affresco di luci e ombre di quello che è stato definito il "secolo asiatico", il volume pubblicato in occasione dell'anniversario dalla fondazione dell'Agenzia giornalistica AsiaNews ripercorre le tappe attraverso cui le pagine web di AsiaNews sono divenute sempre più una fonte indispensabile di informazione sulla vita sociale, politica, economica e religiosa in Asia. Con il messaggio di Papa Francesco ad AsiaNews.

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21 giugno 2013

Un Paese, tre diverse prospettive

 
Con l’inizio del ventunesimo secolo, il ruolo dei Paesi Arabi nel contesto geopolitico mondiale ha avuto un peso notevole. Numerosi eventi hanno riguardato in modo diretto le nazioni MENA (Middle East North Africa) e quelle dell’Asia Centrale. Dagli attentati dell’undici settembre in poi, l’opinione pubblica occidentale ha osservato in maniera ambivalente questi Paesi: come governi illiberali, i quali offrono rifugio a cellule terroristiche (Afghanistan) e come speranza di cambiamento, dopo rivolte sanguinose (nazioni protagoniste della Primavera Araba).
Lo Yemen si inserisce perfettamente all’interno di questa ambivalenza: il Paese è sì sospettato di collaborazione con alcune cellule di Al – Qaida, ma allo stesso tempo ha lottato contro il governo ultratrentennale del Presidente Saleh, ottenendo timide aperture liberali.
Il volume analizza la "crisi di gennaio 2010", successiva al fallito attentato del volo Amsterdam – Detroit del Natale 2009, tramite i punti di vista di alcuni media europei, italiani e mediorientali. Viene messa a fuoco l’attenzione riservata a ogni singolo tema, quali gli attentati, il traffico d’armi, la crisi politica, la pirateria, la cooperazione con le potenze occidentali. L’utilizzo di giornali, sia cartacei sia on-line e di agenzie di stampa di tre ambiti geografici, vuole sottolineare le differenti sensibilità che i temi sovra citati hanno stimolato, ognuno in maniera diversa.
Con l’ausilio di grafici e tabelle, l’opera descrive come i media guardano allo Yemen, quali parole rimandano all’opinione pubblica europea (e spesso italiana) e quali a quella araba.
L’autrice, insieme al suo team di ricercatori, pone alcune questioni importanti riguardo il Paese asiatico. Può esserci una stretta connessione tra la crisi yemenita e le vicende legate ai conflitti afghano e iracheno? Quanto la vicinanza con il "failed state" somalo può peggiorare la situazione legata alla pirateria? Quale aiuto concreto possono dare le potenze occidentali?
Questione israelo – palestinese, legami con i "giganti" dell’area Iran e Arabia Saudita, rapporti con Al – Qaida, sino alle lotte intestine tra nord e sud del Paese. Ogni tema, ogni parola chiave viene analizzata secondo tre diversi punti di vista, con risultati che ben descrivono la differenza di interesse che alcune problematiche hanno rispetto ad altre.
Il volume, un quaderno di ricerca, è facilmente fruibile da un ampio pubblico, soprattutto da coloro i quali si interessano a problematiche legate alla politica internazionale, in special modo all’ambito che abbraccia l’intera regione mediorientale. Il linguaggio è chiaro e semplice, non banale, più simile a un testo giornalistico che non a un libro. L’uso di tavole grafiche è un segnale di completezza dell’opera e una sintesi degli argomenti trattati. Si segnala il fatto che il manuale è l’inizio di una collaborazione tra un gruppo di ricerca universitario dell’ateneo di Urbino e la Direzione Generale Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Esteri; l’idea sembra essere quella di creare un "pensatoio" di ambito accademico-istituzionale, che cerchi di cogliere e interpretare alcune grandi problematiche internazionali.
Giovanni Guido

Anna Maria Medici
Yemen: la crisi e la sicurezza.
Informazione e opinione pubblica in Europa e nel Golfo
Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2011, 95 pp.
 
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14 giugno 2013

Quarto Mondo e media


Rolando Belvedere è un giornalista e scrittore romano che attualmente ricopre il ruolo di opinionista sulla rete televisiva RTI e scrive sul "Quotidiano della Calabria". Nel 2008 ha ideato e realizzato il periodico culturale "Biblionews". Nel 2011 ha pubblicato Dietro i media del Quarto mondo, un libro che conduce il lettore in un vero e proprio viaggio attraverso i meccanismi della comunicazione radicati nei paesi più poveri del mondo.
Nell’era della globalizzazione ognuno di noi è ormai sommerso da notizie di ogni genere che rimbalzano in tempo reale da una parte all’altra dell’emisfero. Belvedere, grazie a uno stile rapido, asciutto e incisivo, spalanca una finestra su una realtà del tutto differente, descrivendo nei dettagli la situazione di degrado sociale che stanno vivendo, ancora nel XXI secolo, circa 805 mila persone in tutto il mondo. Stati come Haiti, Angola, Burkina Faso, Burundi, Ciad, Afghanistan, Bangladesh, Nepal, Laos, Cambogia, solo per citarne alcuni, vivono tutt’oggi in totale isolamento mediatico, l’unica forma di comunicazione è orale o, nei migliore dei casi, via radio. D’altronde come lo stesso autore afferma, chi di noi dovendo sopravvivere con meno di un dollaro al giorno si occuperebbe di spendere i pochi risparmi per un quotidiano o un libro? L’informazione è tuttavia un elemento necessario per la crescita sociale e culturale di uno Stato, poiché contribuisce a preservarne l’identità nazionale. Purtroppo proprio l’indispensabilità dei media, il fatto che nessuno può vivere senza comunicazione, ha contribuito al peggioramento della sua qualità. Il Primo Mondo, ovvero i paesi industrializzati, ha lentamente trasformato la notizia in pura "merce" di scambio, che rispetta proprie leggi di mercato e che di conseguenza, per essere acquistata, deve apparire il più "attraente" possibile. La cronaca è sostituita dal puro intrattenimento, le notizie pessimistiche sono soppiantate da racconti improntati all’ottimismo.
Uno degli obbiettivi dei governi del Quarto mondo è inoltre manipolare l’opinione pubblica, in alcuni casi reprimerla attraverso l’uso della violenza. Reporters sans Frontières, che monitora la libertà di stampa in tutto il mondo, ha registrato, nel 2009, l’uccisione di 77 giornalisti. Sono numeri inaccettabili, sono donne e uomini morti in nome del coraggio di essere riusciti a infrangere, anche solo per un istante, il silenzio che sta inghiottendo questi paesi.
Uno spiraglio di speranza si scorge tuttavia nel mondo del web, dove l’informazione è ancora molto difficile da controllare. In Myanmar, per esempio, nonostante la legge imponga un autorizzazione per avere il modem, sui 48 milioni di abitanti oltre 50 mila navigano su internet per aggirare la censura.
La lettura di questo saggio è consigliata a tutti coloro che sentono la necessità di allontanarsi dagli schemi mentali e sociali imposti dalla civiltà capitalistica, che desiderano capire la vera importanza della libertà di opinione e della libertà di stampa. I paesi più poveri del mondo stanno tutt’ora lottando per questi diritti fondamentali, mentre gli Stati del primo mondo continuano la propria vita frenetica senza nemmeno curarsene.
Camilla Licalzi


Rolando Belvedere
Dietro i media del Quarto mondo.
Nuova geopolitica della comunicazione 
Roma, Armando editore, 2011

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28 maggio 2013

Talking to the trees

Viaggio tra gli orrori e le speranze della Cambogia

Chi non è mai stato in Cambogia non sa, non può immaginare, quel che i bambini di questo paese riescono a raccontare solo con gli occhi, senza parlare. Da qualche giorno tuttavia un'occasione per scoprirlo esiste, e si chiama Talking to the trees (Parlando con gli alberi). L’iniziativa nasce dall'idea di due registi Italiani, Ilaria Borrelli e Guido Freddi, che hanno realizzato un lungometraggio a sostegno dell’ECPAT, una onlus che collabora con le ONG di Phnom Penh con lo scopo di prevenire e contrastare la prostituzione minorile. L'anteprima del film la si è potuta vedere a Roma sabato 26 maggio, mentre le altre città in cui sarà proiettato sono Torino (30 maggio), Genova (31 maggio), Abbiate Grasso (1 giugno) e Milano (2 giugno). In alternativa è possibile accedervi in streaming sul sito www.talkingtothetrees.com.
Grazie a questo progetto ognuno di noi si calerà, per un'ora e mezza, nella tragica realtà cambogiana, poco conosciuta dal mondo occidentale, ma che vale la pena approfondire.
Nel mondo milioni di bambini sono ogni giorno vittime dello sfruttamento sessuale. La Cambogia è uno dei paesi in cui questa brutalità costituisce la fonte di maggior profitto per le organizzazioni criminali e talvolta, anche se è difficile da accettare, per le famiglie disperate da dove provengono i piccoli.
Il film racconta la storia  di Mia, una giovane donna in carriera italiana ma che vive a Parigi, la quale, stanca  della superficialità  dell'ambiente che la circonda, decide di partire per la  Cambogia, dove lavora il marito. Quello che le si prospetta davanti ha dell’incredibile. Mia scopre con sgomento che  il compagno è di fatto un turista sessuale che trascorre intere giornate all’interno di raccapriccianti bordelli. L’obbiettivo di Mia,  sempre più sconvolta e disorientata dalla scoperta, diventa quindi quello di strappare tre bambini dal loro tragico destino.
Talking to the trees non è soltanto un  film di denuncia,   ma un vero e proprio atto di coraggio, non solo di chi lo ha realizzato e prodotto,  ma anche, per certi versi,  dello spettatore. I contenuti sono indubitabilmente forti, le scene crude, laceranti, difficili da sostenere,   e provocano rabbia e impotenza allo stesso tempo. Il tema,  già di per sé molto delicato, è reso ancora più straziante dalle immagini che scorrono inesorabili. Verrebbe da fermarle,  distaccarsene, dimenticarle magari, ma non si può,  non si deve, occorre  prenderne coscienza fino in fondo, senza alibi o difese. Dalla visione di questo lungometraggio se ne esce turbati, se ancora non ce ne fosse bisogno, si acquisisce la consapevolezza che i mostri non esistono soltanto nelle favole e non sono neppure così lontani da noi.  Ho vissuto per un certo periodo di tempo in Cambogia,  ho visto  bambini  che felici si tenevano la mano per andare a scuola, altri costretti dai genitori a lavorare o chiedere l’elemosina.  Sono tanti i lati oscuri e le contraddizioni di questo bellissimo e tragico paese. Perfino il paesaggio rispecchia questa ambivalenza,  ci si imbatte  in cittadine formate solo da lussuosi resort  per turisti, e poi, quasi  di colpo,  ci si addentra in  villaggi di paglia e fango senza acqua ne corrente elettrica. Eppure i cambogiani non hanno dimenticato il sorriso. Nonostante tutte le difficoltà, i soprusi e l’ancora tangibile devastazione portata dalla guerra civile, la voglia di vivere e  ricominciare è enorme; l'accoglienza, la semplicità,  la verità di questo popolo, disarmante.  Ma risollevarsi è difficile, la corruzione del governo logora il paese, la criminalità lo terrorizza, la povertà lo soffoca. Talking to the trees riesce a descriverne, con forza inaudita e realismo, il lato più buio, crudele, inaccettabile. Ma oltre a tutte queste orribili ingiustizie,  l’emozione che questo splendido film lascia nell'animo è la speranza, sì,  un briciolo di speranza, la stessa che i bambini cambogiani raccontano solo con gli occhi, senza parlare.
Camilla Licalzi

 

www.talkingtothetrees.it

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22 maggio 2013

Censura e controllo in Cina, un paese a distanza di… click

Emma Lupano è una giornalista professionista che ha avuto l'onore di ricevere il Premio internazionale "Maria Grazia Cutuli" per la sua tesi di dottorato sui giornalisti freelance cinesi. In questa pubblicazione dimostra tutte le sue abilità, tentando e riuscendo a rappresentare il mondo dell'informazione cinese, arricchendo di dettagli reali una storia che, paradossalmente, sembra appartenere più al genere fantasy per l'incredibile diversità di metodo, contenuti e stile con i mass media presenti sul territorio italiano.
Ho servito il popolo cinese è un vero e proprio viaggio nelle attuali redazioni cinesi, integrato da un riepilogo sulla storia del giornalismo orientale: il fascino dell'argomento, unito allo stile fluido e discorsivo, rendono la lettura piacevole a chiunque sia interessato ad aprire i propri orizzonti verso un mondo tanto lontano quanto sconosciuto ai più. Per apprezzarlo compiutamente non serve una preparazione particolare, né dal punto di vista storico né da quello giornalistico, ed è proprio questa facilità di lettura che colpisce il lettore nel cuore, poiché i temi trattati sono, invece, a dir poco scottanti.
Si spazia, infatti, dalla presunta apertura ideologica risalente al periodo post-Mao al fenomeno Internet, passando per la televisione e il giornalismo investigativo: in questo libro sono confermate in pieno le sensazioni che chiunque, dall'esterno, ha della Cina. Ossia un mondo completamente chiuso in se stesso, a causa di un regime che fa della censura e del controllo dell'opinione pubblica il cardine essenziale della propria politica. Grazie allo sforzo intellettuale e letterario dell'autrice di Ho servito il popolo cinese questa scatola viene leggermente aperta e mostrata ai lettori italiani, permettendo loro di entrare nella redazione del "Quotidiano del popolo" di Pechino, foglio ufficiale del Partito Comunista Cinese (PCC), come nessun nostro connazionale è mai riuscito a fare.
Metodo, stile e rapporti umani: tutto è sviscerato nei limiti del possibile, poiché nemmeno una vera redattrice cinese è a conoscenza di ciò che avviene nelle "riunioni" di redazione, figuriamoci un'italiana. Eppure ne esce comunque una mappa dettagliata delle testate principali presenti sul territorio cinese: da quelle commerciali ai giornali di (anzi, del) partito, passando per le agenzie di stampa o le televisioni. Un viaggio affascinante nei meccanismi di formazione e controllo dei processi di comunicazione della seconda potenza mondiale, in cui i cittadini sono quotidianamente sorvegliati da 40.000 informatici, che ogni giorno controllano la rete internet, filtrando commenti e combattendo possibili dissidenti del regime comunista. La mente umana non sempre è manipolabile, però, e allora ogni giorno nascono artifici per aggirare la censura. Un esempio? Prima di leggere questo libro ignoravo che in Cina esistesse il 35 maggio, un modo come un altro per riferirsi agli avvenimenti del 4 giugno 1989 senza essere oscurati.
Questo mondo così lontano, però, nel XXI secolo è più che mai vicino, anche se ci sono dei limiti da non oltrepassare. "Servire il popolo - cinese, ndr - va bene, ma solo a tempo determinato. Credo però che per un giornalista ci sia anche un altro modo di servire il popolo cinese, facendo allo stesso tempo un piacere a noi: tentare di andare oltre i luoghi comuni e le semplificazioni sulla Cina che spesso riempiono i nostri giornali e i nostri talk show".
Alessandro Lelli


Emma Lupano
Ho servito il popolo cinese. Media e potere nella Cina di oggi
Milano, Brioschi editore, 2012, p. 174.

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16 settembre 2012

L'Associazione dei giornalisti del Commonwealth

La situazione dell'informazione nei paesi del Commonwealth, le ex colonie dell'impero britannico, è simile a quella riscontrata in India. Anche in questi paesi è stata necessaria la creazione di un'istituzione che controllasse e tutelasse la libertà di stampa e i diritti dei lavoratori dell'informazione.
La Commonwealth journalists association (CJA) nasce nel 1978 per iniziativa di un gruppo di giornalisti dopo una conferenza del Commonwealth alla Dalhousie University in Nuova Scozia. I giornalisti che lavorano nei paesi del Commonwealth hanno molto in comune anche se lavorano in ambienti diversi.
Nonostante ci sia la crescita di giornali indipendenti ancora troppo spesso i media di questi paesi si trovano in situazioni difficili o per mancanza delle risorse necessarie oppure per la pressione esercitata dai governi, per l'intervento di interessi commerciali o di gruppi violenti. Per questi motivi l'accesso a una formazione specialistica è spesso difficile e i giornalisti non hanno i mezzi per fare fronte comune e discutere dei loro problemi, della situazione internazionale e degli affari del Commonwealth. L'Associazione vuole contribuire a porre rimedio a questa situazione, avvicinando i giornalisti dei paesi interessati. Ha sedi in molti paesi del Commonwealth come: Bangladesh, Gran Bretagna, Canada, Fiji, India, Gambia, Ghana, Kenya, Lesotho, Malaysia, Mauritius, Namibia, Nigeria, Pakistan, Sri Lanka, Tanzania, Tonga, Uganda e Zambia. Gli obiettivi dell'Associazione sono: promuovere l'amicizia e la comprensione tra i giornalisti di tutto il Commonwealth, assistere i giornalisti, supportare il processo democratico, difendere i diritti e il lavoro dei giornalisti del Commonwealth e più in generale la libertà di espressione. L'Associazione persegue i suoi scopi attraverso lo scambio di giornalisti tra i paesi membri, organizzando corsi di formazione, seminari e workshop su temi di particolare rilevanza per il lavoro dei giornalisti, il monitoraggio del lavoro giornalistico, la denuncia delle eventuali violazioni e infine tramite la promozione degli ideali del Commonwealth. Regolarmente viene redatta una rivista o newsletter per rendere noto il lavoro dell'Associazione e i temi che possono interessare tutti gli stati membri. Fanno parte dell'associazione i membri a tutti gli effetti, full member, (giornalisti cittadini di un paese del Commonwealth), membri associati (giornalisti part-time e persone che lavorano in settori strettamente connessi al giornalismo, cittadini di un paese del Commonwealth) e le imprese (organizzazioni all'interno del Commonwealth con scopi e finalità simili a quelle dell'Associazione).
Per capire più da vicino di cosa si occupa l'associazione basta osservare gli argomenti trattati nello spazio news del sito internet. Ad Agosto è stato affrontato il caso della TV censurata alle Maldive. L'episodio riguarda la censura del canale televisivo Raajje, che si è vista letteralmente tagliare i cavi con la conseguente interruzione della copertura nazionale della stazione. In precedenza la TV era stata accusata di rivolgere false accuse contro le forze di sicurezza.
Andando a ritroso nel tempo troviamo l'interessante dichiarazione lasciata dal Presidente della CJA in occasione della giornata mondiale della libertà di stampa, 3 Maggio, in cui si ricorda che la violenza e la censura sono ancora delle minacce per il lavoro dei giornalisti di alcuni paesi come il Pakistan, lo Sri Lanka e alcuni Stati africani membri del Commonwealth. In paesi come: India e Pakistan (valutato tra i paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti) è la democrazia stessa a essere in pericolo a causa dei limiti imposti all'operato dei giornalisti. Le armi con cui il CJA compie le sue battaglie sono le parole, accuratamente scelte in difesa del lavoro dei giornalisti di tutto il mondo.
Un momento importante per il CJA è la riunione generale che si svolge a rotazione nei diversi paesi membri. Durante l'ultima conferenza, tenutasi a Malta dal 29 gennaio al 1 febbraio 2012, si è discusso di nuove tecnologie e di come queste influenzano il lavoro del giornalista. Si è parlato di: social media, dei nuovi strumenti del giornalista dal telefono cellulare al tablet, le nuove connessioni esaminando le modalità di interconnessione in grado di far lavorare tutti i giornalisti del Commonwealth.
La conferenza di Malta ha trovato la risposta ai rischi del citizen journalism nella figura del giornalista professionista eticamente addestrato; a ribadire ancora una volta l'importanza di una buona formazione per lo sviluppo di un giornalismo di qualità. Durante la conferenza di Malta non è mancato il riferimento all'attualità politica con le elezioni in India, Bangladesh e Malaysia, discutendo del ruolo che i giornalisti del Commonwealth avrebbero potuto giocare. Altro argomento di stretta attualità in quei giorni era il caso della proposta di secrecy bill del Sud Africa.
In Sud Africa, infatti, il 22 novembre 2011 è stato approvato in parlamento con 229 voti a favore contro 107 il tanto criticato secrecy bill. Chiunque sia trovato in possesso di documenti considerati segreti dallo stato rischia fino a 25 anni di reclusione. La votazione è stata accompagnata da una grande protesta dei giornalisti sudafricani che hanno sfilato vestiti di nero davanti alla sede del governo dell'African National Congress durante quello che è già stato chiamato il "Martedì nero". La legislazione vieta la pubblicazione di qualsiasi documento, anche se di interesse generale, che il governo dichiara segreto.
A Malta si è parlato anche di cambiamento climatico, argomento apparentemente poco calzante con le tematiche della comunicazione, ma che invece è stato trattato in relazione al modo in cui i media possono educare la gente con un'attenta segnalazione dei rischi. Infine si è parlato del caso Murdoch e di cultura dello scandalo nel giornalismo sportivo. Non è mancata poi una riflessione sul futuro del Commonwealth e di un possibile raggruppamento commerciale per i paesi membri.
Scorrendo a ritroso gli indici delle varie news letter possiamo farci un'idea degli argomenti trattati dalla CJA. Dai numeri di Dicembre 2011 a Giugno2012 si parla dei casi di violazione dei diritti nei confronti di giornalisti: dai rapimenti in Sri Lanka, alla preoccupazione per la situazione alle Maldive, l'aggiornamento sulla proposta di legge in Sud Africa, sulla libertà in Bangladesh, della richiesta Leveson in Gran Bretagna, degli attacchi contro i giornalisti in Malesia, alla libera espressione in Uganda e in Gambia.
Sarah Esposito

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15 settembre 2012

Media e giornalismo in India

Soutik Biswas, corrispondente da Delhi della CNN, descrive molto bene la situazione dei mezzi di comunicazione in India. In un articolo pubblicato il 12 Gennaio 2012 sul sito della CNN news spiega che nonostante l'India sia il più grande mercato di quotidiani del mondo, con oltre 100 milioni di copie vendute al giorno, 70.000 giornali e 500 canali satellitari, non c'è, in realtà, una grande libertà di scelta nel campo dell'informazione. Molti, infatti, accusano l'informazione indiana di essere cresciuta a scapito di professionalità, etica e onestà. Secondo Biswas i problemi più grandi che i media indiani devono affrontare sono: la mancanza di una formazione adeguata per i giornalisti e la bassa partecipazione alla costruzione delle notizie delle minoranze etniche. Secondo uno studio del 2006 svolto dal Delhi-based Centre for the Study of Developing Societies non ci sarebbe alcuna rappresentanza dei Dalits, gli appartenenti alla classe più bassa, circa quel 20% della popolazione che vive ai margini della società. Un altro grande problema è la banalizzazione dei contenuti e la concentrazione dei media nelle mani di grandi gruppi societari. Per ovviare a tutto questo ci sarebbe bisogno di maggiore trasparenza, autoregolamentazione e regolamentazione della concorrenza.
La crescita deve confrontarsi continuamente con la libertà di stampa e il diritto all'informazione; ecco perché in India esistono organizzazioni come l' Indian Journalists Union e la Journalists Federation of India.
L'Indian Journalists Union (IJU) è il naturale successore del movimento dei giornalisti professionisti nato a metà Novecento, si è riunito per la sua prima volta a Ranchi dal 27 al 29 dicembre del 1991, anno in cui viene approvata la costituzione dell’organizzazione ed eletti i suoi rappresentanti. IJU è presente in gran parte degli stati dell’unione territoriale dell’India, è composta da più di 1500 membri ed è un'organizzazione democratica con un’unica e ben documentata costituzione. Gli obiettivi principali dell'organizzazione sono la battaglia per la libertà di stampa, la tutela dei giornalisti e la libertà di parola. La speranza è riposta tutta nelle nuove generazioni che dovranno continuare le battaglie della IJU con le stesse ragioni e gli stessi valori. Nella costituzione si fa riferimento sia a obiettivi etici come: lo spirito di cooperazione e comprensione tra i giornalisti, raggiungere e mantenere un elevato standard nella condotta morale e nell'integrità professionale, la lotta continua alla libertà di stampa; senza tralasciare però gli aspetti più materiali della professione come: il miglioramento delle condizioni di lavoro, assistenza legale e sussidi per i membri, la promozione di un accordo salariale su base provinciale o di tutta l'India da parte dell'unione tra i datori di lavoro e i dipendenti. La sede principale si trova a Nuova Delhi è presente in 26 stati e unioni territoriali dell'India ed è affiliata a livello internazionale con la International Federation of Journalists (IFJ) di Bruxelles e con l'International Organisation of Journalists di Praga. La IJU riunisce al suo interno: i giornalisti professionisti i corrispondenti part-time e i freelance, ma sono esclusi i proprietari direttori. Per capire come opera l'Indian Journalists Union possiamo prendere in esame il più recente documento di risoluzione che si trova sul sito internet dell'Unione. Durante la riunione del Comitato esecutivo nazionale dei giornalisti dell'unione indiana, tenutosi ad Ambaji (Gujarat) il 6 e 7 Dicembre del 2007 si parla ancora una volta di diritti fondamentali dei giornalisti. Il Comitato prende posizione contro la lentezza con cui il governo tratta la questione relativa alle commissioni-salario che si dovevano occupare della revisione dello stipendio dei giornalisti professionisti, dei dipendenti dei giornali e delle agenzie d'informazione. Questa lentezza d'azione dimostrerebbe, secondo il comitato, un accordo tra i datori di lavoro e i funzionari del Ministero per vanificare il funzionamento delle commissioni-salario. La risoluzione si conclude con la minaccia di estenuanti battaglie legali nel caso il cui il Ministero non collabori.
Dai contenuti della risoluzione è evidente che l'Unione si batte per contrastare ogni tentativo di violazione dei diritti fondamentali della professione giornalistica. In questo caso, come molto spesso accade nelle risoluzioni presenti sul sito internet, la questione riguarda il salario. Da un giornalista non pagato o sottopagato non si può pretendere che abbia un atteggiamento professionale poiché risulta essere facilmente corruttibile e non sufficientemente libero. Durante la stessa riunione il Comitato si esprime anche sulla situazione in Pakistan condannando fermamente la repressione dei media da parte del regime di Musharraf e esprimendo la piena solidarietà con i giornalisti pakistani che lottano contro tutto e tutti per sostenere la causa della democrazia nel loro paese. L' IJU appoggia il ritiro dell'ordinanza recentemente modificata dal governo pakistano in materia di regolamentazione dei media e il codice di condotta imposto ai mezzi di comunicazione; auspica il ripristino di tutti i canali di comunicazione senza restrizioni in diretta o il divieto di messa in onda di particolari programmi, la fine delle molestie e la vittimizzazione dei singoli media e giornalisti, la revoca del divieto di importare l'antenna parabolica.
La Journalists Federation of India è una federazione di sindacati dei giornalisti fondata nel 2002 per affrontare questioni riguardanti la professione del giornalismo e i problemi della società più in generale. L'organizzazione non ha scopo di lucro, si batte per la libertà di espressione e di parola e per la diplomazia culturale. È indipendente da tutti gli organi politici, ideologici, governativi e religiosi. Si occupa dei diritti dei lavoratori dei media in tutto il mondo: dagli scrittori, editori, giornalisti, corrispondenti, giornalisti, freelance, professionisti delle relazioni pubbliche, fotografi senza tralasciare i lavoratori di: TV, film, stampa digitale e radio. Risponde in maniera concreta ai problemi dei media indiani. Offre la possibilità di approfondimenti grazie all'organizzazione di seminari, ovviando così alla carenza di formazione. Si batte, inoltre, contro la sempre maggiore concentrazione dei media favorendo lo sviluppo di un giornalismo indipendente, di qualità e che serva di sostegno allo sviluppo democratico, sociale ed economico. Per questo ha istituito un fondo internazionale di sicurezza per fornire aiuti umanitari ai giornalisti che ne hanno bisogno. Il suo scopo è quello di promuovere i diritti umani, la democrazia e il pluralismo tramite sindacati liberi e indipendenti di giornalisti. L'JFI si oppone a ogni forma di discriminazione e condanna l'uso dei mezzi di comunicazione come propaganda per diffondere l'intolleranza e il conflitto. Il JFI promuove azioni concrete a livello mondiale per aumentare la sicurezza e la protezione dei giornalisti e dei lavoratori dei media contro qualsiasi violazione. Queste ultime variano dall'assassinio di un giornalista all'intimidazione, dal ridurre al silenzio, alla richiesta di svelare le fonti, dall'incarcerazione, con o senza un regolare processo, alla legge restrittiva che mette il potere di controllare il contenuto editoriale da parte dei censori e dei tribunali della stampa. La Journalists Federation of India  monitora le violazioni della libertà di stampa e sostiene campagne a favore dei giornalisti a maggior rischio, come coloro che lavorano in condizioni di corruzione, povertà o paura. Tutto ciò viene svolto in collaborazione con i sindacati membri di tutto il mondo, e con altre organizzazioni come la IFEX, the International Freedom of Exchange Expression.
Sarah Esposito
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13 settembre 2012

I cavalli dell'erba e del fango

L'8 Ottobre 2010 è una data che non può sfuggire ai più attenti osservatori occidentali. E' il giorno dell'assegnazione del Premio Nobel della pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, da quel momento simbolo mondiale della lotta per i diritti umani e la libertà di stampa nella Repubblica popolare. Questo evento ci ricorda infatti che nel Paese più popoloso del mondo vige una afissiante cappa repressiva che ostacola ogni libera espressione del pensiero impedendo in particolar modo un giornalismo dinamico e obiettivo. Ma è davvero così? Riesce veramente il Partito Comunista Cinese a tenere in pugno con censura e propaganda tutto il sistema dei mass media? Che ruolo hanno invece i new media, con in testa i social network, in questa realtà? E ancora, davvero non esiste un altro mondo possibile per i giornalisti cinesi che non sia quello di abbandonare il proprio o di restarci nella vesti di notaio del Principe? Sono solo alcune delle domande a cui cerca di rispondere la brillante Emma Lupano, prima giornalista italiana a essere approdata nella redazione di un quotidiano cinese, il Quotidiano del Popolo di Pechino, organo del PCC. Attraverso un percorso ben documentato e una scrittura semplice e colloquiale l'autrice ci racconta, a partire dalla sua strettissima esperienza personale e senza tener conto di stereotipi e pregiudizi occidentali, le dinamiche che con la fine della Rivoluzione culturale maoista e l'inizio del percorso riformista di Deng Xiaoping hanno portato la stampa e le TV da grigie e monolitiche “bocche e lingue” del Partito a strumenti più dinamici e flessibili dove è possibile mettere in atto una vera partita a scacchi con il governo sul campo dell'informazione. Ciò ci spiega Emma Lupano è il frutto della commercializzazione e delle nuove sfide aperte dalla globalizzazione. Il governo sa infatti che per attirare inserzionisti pubblicitari il sistema massmediatico deve de-ideologizzarsi, passare dal dominio delle hard news a quello delle soft news per accattivarsi il più grande bacino di audience che esiste al mondo e poter sfidare i competitors internazionali. Ciò ha permesso la nascita di giornali commerciali come The Beijing News o Southern Weekly che hanno approfittato del venir meno della morsa del partito per mettere in atto un giornalismo coraggioso fatto di inchieste e commenti che nel limite del possibile hanno portato alla luce casi di corruzione, scandali e denunce di malgoverno. Anche l'apertura al mercato della rete televisiva di stato CCTV e il moltiplicarsi di canali locali e digitali hanno permesso un flusso di notizie che solo trentanni fa nella Cina maoista era impensabile. Poi c'è il mondo del web con i blog e i microblog, i gionalisti free lance come Lian Yue e Han Han, che grazie alla maggiore libertà che può godere la rete hanno saputo aprire notevoli margini di partecipazione e impegno per la società cinese. Le armi utilizzate per espugnare la Grande Muraglia dei poliziotti del web sono per la Lupano la creatività, che permette per esempio anche con una semplice filastrocca giocata con le assonanze a costruire delle dure critiche dell'establishment e la tempestività nel far circolare le notizie prima del Dipartimento di propaganda, che rende possibile a molta gente di venire a conoscenza dei fatti prima che siano insabbiati. Dunque un panorama molto più vivo, complesso e multiforme di quello che ci raccontano i nostri media fatto di contrapposizione tra dissidenti all'estero e giornalisti asserviti all'interno. In realtà c'è tutto un mondo di coraggiosi giornalisti che ogni giorno resiste a apre squarci di verità restando con grande responsabilità al proprio posto. La prefazione di Marco Del Corona e il saggio finale di Alessandra C. Lavagnino rafforzano l'interrogativo finale dell'autrice: prima di giudicare altre diverse e complesse realtà non è meglio prima esaminare la propria? Insomma chi non ha peccato scagli la prima pietra. E' la prima cosa che viene in mente sfogliando le pagine di questo ottimo libro. Assolutamente da leggere.
Salvatore Gaglio

Emma Lupano, Marco Del Corona, Alessandra C. Lavagnino
Ho servito il popolo cinese. Media e potere nella Cina di oggi
Milano, Brioschi, 2012, 174 pp.
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16 maggio 2012

In libreria

Emma Lupano, Marco Del Corona, Alessandra C. Lavagnino
Ho servito il popolo cinese. Media e potere nella Cina di oggi
Milano, Brioschi, 2012, 192 pp.
Descrizione
"Per un giornalista europeo o americano non è una buona idea legare il proprio nome a una testata governativa cinese. Servire il popolo va bene, ma solo a tempo determinato. Credo però che per un giornalista ci sia anche un altro modo di 'servire il popolo cinese', facendo allo stesso tempo un piacere a noi: tentare di andare oltre i luoghi comuni e le semplificazioni che spesso riempiono i nostri giornali e i nostri talk show. Provando a descrivere una realtà che è più multiforme e complessa di quella che ci fa comodo vedere." Emma Lupano, prima giornalista italiana al Quotidiano del popolo di Pechino, ci offre una mappa aggiornata e senza filtri dei media cinesi; ci parla di reporter e commentatori, non sempre conosciuti in occidente, ma attivissimi in Cina; ci introduce in un modo di informare che ha criteri, paradigmi e generi che bisogna capire prima di giudicare. Perché la partita tra il potere politico e finanziario e i giornalisti che aspirano a fare bene il loro mestiere è solo all'inizio: anche in quel paese la battaglia per dire quel che avviene resta decisiva. Emma Lupano lo sa, da buona giornalista prima ancora che da osservatrice curiosa e interessata: per questo vuole raccontarlo con il gusto di chi, quella partita, la vuole giocare in prima persona.

26 aprile 2012

Scuole di giornalismo in India

L'Indian institute of journalism and new media è stato fondato nel 2001 dalla BS&G Foundation, un'organizzazione non-profit che si impegna per promuovere i valori e le istituzioni democratiche in India. La BS&G foundation si basa sulla partnership tra l’organizzazione Adi Chunchanagiri Maha Samsthana e la The George Foundation.
In India, grazie allo sviluppo economico e tecnologico, le opportunità di impiego nel mondo dei media stanno crescendo, e il giornalismo sta diventando una scelta preferibile di carriera. L’IIJNM, essendo un ente indipendente e quindi non affiliato a nessuna testata giornalistica o organizzazione mediatica, è in grado di mantenere larghi contatti con vari e diversi editori. Gli studenti laureati in questo istituto hanno perciò la possibilità di accedere a quasi tutte le organizzazioni mediatiche per cercare un impiego.
IIJNM offre un curriculum associato con la Columbia University Graduate School of Journalism, New York. I corsi sono vari e diversificati: stampa, televisione, radio e giornalismo online o multimediale. L’istituto è considerato dalla maggior parte della comunità mediatiche come uno dei migliori corsi di giornalismo in tutta l’Asia del Sud.
La missione dell’IIJNM è di dotare i propri studenti di un’ampia gamma di capacità e concetti, come per esempio la raccolta delle fonti, l’editing e la presentazione della notizia, e di prepararli alla carriera giornalistica. Oltre a un’educazione prettamente “giornalistica” gli studenti ricevono una formazione di base, o più che altro ne ricevono un ampliamento e un rafforzamento, che li renda capaci di affrontare in modo intelligente gli argomenti fondamentali del giorno.
La speranza è che i giornalisti dell’IIJNM non solo saranno in grado di raggiungere gli standard giornalistici attuali, ma anzi saranno abili nel superarli e nel migliorare potenzialmente la qualità del giornalismo nel subcontinente indiano.
L’IIJNM possiede inoltre una specie di testata online, dove gli studenti pubblicano articoli parlando dei temi centrali nel mondo dell’informazione. Questo strumento credo ci possa essere molto utile per capire quali sono i temi più discussi in un paese dallo sviluppo giornalistico piuttosto recente come appunto è l’India.
Gli studenti pubblicano infatti le notizie secondo loro più interessanti su tre portali: The Softcopy, The Observer e The Beat.
Giulia Torreggiani

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India 2.0

IndiaUnheard è la prima comunità di news lanciata dalla piattaforma VideoVolunteers, nata nel 2010. L'iniziativa consiste nel dare ai corrispondenti di comunità la possibilità di raccontare storie che altrimenti rimarrebbero inascoltate. Mettendo in comunicazione questa comunità con i principali canali televisivi internazionali e con vari network online IndiaUnheard dà alle comunità globali la possibilità di ottenere un audience globale.
 IndiaUnheard  è composto da un network di 45 corrispondenti di comunità, sparsi sul suolo di 27 stati indiani e in grado di far luce sulle prospettive più marginali e marginalizzate, come i Dalit, le popolazion tribali, le minoranze linguistiche religiose e sessuali. Ai corrispondenti vengono insegnate le basi del giornalismo, di un buon documentario, e l'uso dei social media come strumento per diffondere le notizie. L'uso dei social media, del video giornalismo e degli sms permette ai corrispondenti di mettersi in contatto con il pubblico nazionale e internazionale in modo del tutto innovativo.
Grazie ad IU possiamo avere una visione dell'India reale,non quella mostrata sulla cartoline del Taj Mahal e degli imperatori moghul. L'India infatti è la più grande democrazia del mondo, ma la maggior parte dei suo abitanti non è ancora consapevole dei propri diritti: questo poichè è esclua dai media (a causa dell'analfabetismo o della scarsa istruzione) e poichè il governo non riesce facilmente a immedesimarsi nella condizione dei poveri e della comunità rurali.
IU sta cominciando ad avere un impatto sulle comunità in cui opera; i visitatori del sito infatti cominciano a rendersi conto della reale situazione dell'India rurale e si muovono per dare una mano concreta nelle problematiche più comuni come la scarsità dell'assistenza sanitaria o la corruzione dei governi locali.
Un esempio di campagna, andata a buon fine, portata avanti da IU è questo video reportage. I reportage video sono disponibili online e nel Gennaio del 2011 VV ha lanciato un programma settimanale di notizie della durata di 30 minuti sul canale indiano in lingua inglese News X.
Giulia Torreggiani

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