Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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25 novembre 2017

Ricordi del cronista


"Da cronista ho capito che nel mare di notizie mi interessava afferrare per i capelli uno di questi eventi per impedirne la rapida dissolvenza, scavarlo per fermarlo nella memoria. Questa per me è la funzione dello scrittore. Ma c'è sempre anche un rapporto molto forte con la vita: l'invenzione semmai
arriva in coda alla cronaca".
Ermanno Rea, 2011
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28 marzo 2013

In libreria

Giovanni Tizian
La nostra guerra non è mai finita
Milano, Mondadori, 2013, 227 pp.
Descrizione
"Un corpo irriconoscibile abbandonato come un cane nelle campagne della Locride. L'interminabile, soffocante stagione dei sequestri di persona. E poi, nella nostra carne, le fiamme che divorano il mobilificio di nonno Ciccio, l'omicidio di mio padre. E nessun colpevole. Perché continuare a vivere in una terra che ripagava il nostro amore incondizionato con tanta spietata ferocia? Andarsene via, ovunque, purché lontano da Bovalino, fuori da quei confini diventati così angusti. Approdare in una città accogliente come Modena, nel tentativo di rimuovere, di dimenticare il passato, di trovare una normalità. Nascondendo a tutti, persino a me stesso, la rabbia e la sofferenza. E così ho fatto per tanto tempo, fino a quando, ormai ventenne, ho chiesto in lacrime a mia madre di guidarmi nel doloroso esercizio della memoria. Ho voluto sapere tutto di quella sera del 23 ottobre 1989, di quei colpi di lupara sparati contro la Panda rossa di mio padre. Dopo, per me è stato l'inizio di una nuova vita. Senza più vergogna, senza più sentirmi addosso gli sguardi di commiserazione della gente. Ma ricordare e raccontare sono atti troppo rivoluzionari, troppo scomodi per chi ha costruito il proprio impero sulla menzogna e sull'omertà. Intanto la 'ndrangheta aveva viaggiato più veloce di noi ed era già lì, nell'Emilia terra della Resistenza, a conquistarsi sul campo il predominio della criminalità organizzata e pronta a zittire le mie inchieste giornalistiche."
 Giovanni Tizian
 
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07 gennaio 2012

È necessario riflettere…

Alcuni recenti episodi di cronaca hanno dato modo di meditare su tematiche riguardanti l’intolleranza, il rispetto e la convivenza. Tematiche sulle quali è importante porsi le domande giuste.
Firenze. Un militante di estrema destra uccide due persone, Samb Modou e Diop Mor, e ne ferisce altre tre: Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike; poi si toglie la vita. Lo sparatore era iscritto a CasaPound. Nella piazza del Mercato Centrale esplode la rivolta da parte dei connazionali delle vittime, membri della comunità senegalese.
Torino. In seguito alla denuncia di falso stupro da parte di una sedicenne, il campo nomadi dal quale sarebbero dovuti provenire i due extracomunitari responsabili della supposta violenza è stato dato alle fiamme. La vendetta che ha condotto all’incendio del campo rom ha portato il nome di un abuso che in realtà non c’è mai stato.
Roma. Durante il pomeriggio del 12 dicembre un gruppo di uomini ha aggredito, insultato e infine inseguito alcuni venditori ambulanti stranieri.
Siamo probabilmente dinanzi a casi di esecuzione e violenza a sfondo razziale. Oggi bisognerebbe analizzare la questione non sulla base di una concezione biologica della razza m -, come ci suggerisce il sociologo francese Taguieff - è necessario cercare una descrizione di razzismo che possa essere adatta al presente. Si tratta di analizzare le medesime forme di rifiuto che però si presentano sotto le vesti di nazionalismi, rivendicazioni etniche, integralismi religiosi; insomma, la stessa sostanza sotto una vernice diversa. Il nuovo razzismo è un’enfatizzazione delle differenze culturali ma contiene in ogni caso la paura dell’altro, la paura del diverso.
Mi sembra che in generale si cada sempre nel medesimo errore: viene costruita un’identità unica dell’immigrato, e così il distacco, la diffidenza e il timore nascono nei confronti del mucchio indefinito e omogeneo accomunato da una dissomiglianza assoluta. In questo modo le individualità vengono totalmente appiattite, tanto che troppe volte non vengono riportati nemmeno i nomi di queste persone alle quali dovrebbe essere riconosciuta una dignità e che invece sembrerebbero non esistere come soggetti sociali e giuridici. Quella massa compatta che annulla la dimensione individuale viene costruita spesso dall’informazione, quella stessa informazione che raggruppa migliaia di individui sotto il comun denominatore dell’emigrazione senza mai interrogarsi sulle cause che possono averli condotti verso quest’esperienza.
Conseguente alla mancata attenzione nei confronti dei singoli è la generalizzazione: viene creata così la categoria dello straniero, pericoloso, cattivo e non meritevole di fiducia. La sua malvagità non merita il benché minimo dubbio. Due romeni avrebbero abusato di una ragazza? Bene, la vendetta è semplice: basta dare alle fiamme tutto il campo da cui proverrebbero. Mentre noi tendiamo a immaginarci come una comunità felice e buona, loro sarebbero i cattivi. Basterebbe un po’ di spirito critico di fronte alle notizie di cronaca per capire che in tutte le comunità sono presenti dei delinquenti, e che quello che in realtà è un problema sociale non andrebbe etnicizzato.
Ciò che è certo è che siamo in un momento di crisi radicale che, sempre con maggior durezza, spinge gli individui a stringersi nel cerchio ristretto della difesa, con ogni mezzo, del proprio spazio vitale e dei propri interessi. Ma dove sta il confine tra problema sociale e razzismo? La sedicenne di Torino, in un’intervista comparsa su "Repubblica", dichiara di non essere razzista e giustifica la reazione del paese facendo riferimento all’esasperazione causata dai furti subiti. Ma davvero la sola rabbia può portare a tanto?
La vicenda di Firenze ha incanalato l’attenzione su CasaPound, un centro sociale d’ispirazione fascista nato a Roma nel 2003. Mi sembra interessante citare un punto di vista controcorrente, quello di Emanuele Toscano. Il sociologo di sinistra insieme a Daniele di Nunzio ha scritto un libro intitolato Dentro e Fuori CasaPound. Capire il fascismo del terzo millennio (Armando editore, 2011). Secondo Toscano l’idea di chiudere CasaPound è irragionevole, e questo per diverse ragioni: prima di tutto associare le responsabilità di un singolo a un gruppo è pericoloso e discriminante; in secondo luogo un’ipotetica chiusura potrebbe generare reazioni di ritorsione; inoltre certe idee sbagliate vanno combattute discutendole nel merito per contrastarle socialmente, politicamente e culturalmente. Queste considerazioni non negano che si sia trattato di un gesto di matrice razzista: gli spari non sono stati diretti alla folla, ma contro obiettivi scelti sulla base del colore della pelle. Toscano si è chiesto perché tanti giovani si avvicinano a questo movimento, perché una realtà come questa stia prendendo piede, mentre in genere si dice solo che bisognerebbe vietarla. Ma la storia dimostra che il proibizionismo non è così efficace, e d’altronde la stessa legge Mancino (che condanna gesti, azioni e slogan legati all'ideologia nazifascista e aventi per scopo l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali) non è riuscita a debellare le simpatie per il fascismo.
Della tragedia di Firenze è opportuno analizzare le parole utilizzate per riportarla. Le notizie parlavano spesso di un “folle”. Da un lato c’è chi sostiene che impiegare questo termine sia un modo per giustificare Casseri, il quale invece avrebbe scelto lucidamente le sue vittime; dall’altro c’è chi crede sia importante usare le espressioni giuste perché definire la tragedia di Firenze come razzista significa contribuire in qualche modo all’esistenza del razzismo stesso che invece non sarebbe mai episodico.
Nominare le cose significa dare un senso. A me pare che il paesaggio antropologico nostrano sia sufficientemente preoccupante. Forse allora bisognerebbe stare più attenti al linguaggio, perché la conseguenza (ovviamente su un terreno già predisposto) è quella di condizionare e fomentare sentimenti negativi. Questi sono i frutti che ora raccogliamo.
Francesca Pani

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28 agosto 2011

Nel silenzio della campagna

Vorrei approfittare di questo spazio per raccontare una piccola storia, un'esperienza personale, lavorativa di questo agosto ormai agli sgoccioli. Un amico a fine luglio, sapendomi alla continua disperata ricerca di lavoro, mi contatta dicendomi che nell'agriturismo del nonno si è liberata per tutto agosto la figura del pastore - contadino. Senza neppure pensarci accetto il lavoro , del resto risalendo l'albero genealogico di famiglia di tre - quattro generazioni con orgoglio sono certo di poter affermare che i lavori praticati dai miei avi non si discostassero molto da quelle occupazioni. Sveglia alle sei, tragitto obbligato nel bosco di tre chilometri affrontato di corsa per non perdere tempo, lavori faticosi sotto il sole cocente per ore e ore sono stati per me un toccasana, non solo per il fisico ma soprattutto per l'anima. Nel silenzio della campagna, tra pecore, asini e faggi ho potuto scindere dalla fatica fisica manuale e ripetitiva del tagliare legna, innaffiare piante e tagliare erba l'attività intellettuale. Mi sono così tornate in mente con una forza nuova e mai provata prima le parole che Esiodo tuonava al fratello Perse, difendendo la straordinaria virtù celata nel lavoro manuale, fisico; l'esaltazione della natura allo stato primitivo dei carmi bucolici di Teocrito e la lucidità degli insegnamenti di Virgilio sulla vita agreste e pastorale. Il sudore della fatica di tante ore di studio al liceo con la curiosità dell'adolescenza e all'università con più consapevolezza si è mescolato per la prima volta al sudore vero e proprio e il piacere che ho provato nel prendere coscienza del fatto che quei versi sono stati ispirati a quei poeti e sapienti dalle stesse mansioni che ora io, insignificante uomo del duemila, svolgo con le mie braccia restituite all'agricoltura è immenso.
Davide Olivieri

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24 maggio 2011

Quando la morte fa vendere...gli ideali

L'ultima spiaggia del giornalismo
"Vogliamo fare un giornale per la gente che ha bisogno o desiderio di conoscere i fatti e le notizie senza fronzoli retorici, senza inutili e diluite divagazioni: un giornale il quale risponda al quotidiano e borghese 'che c'è di nuovo' che ogni galantuomo ha l'abitudine di rivolgere ogni mattina al primo amico o conoscente che incontra...". Così veniva presentato, a firma "i redattori", il primo numero del Resto del Carlino. Era il 21 marzo 1885. Un vero e proprio "manifesto" per il nostro mestiere, come amava definirlo Giorgio Mottana, autentico maestro di giornalismo.
Sono trascorsi 125 anni. Molte (troppe) cose sono cambiate. In peggio. Soprattutto negli ultimi 10-15 anni anni. La notizia è ormai un optional, la fonte non è più il mattinale della questura o il brogliaccio del pronto soccorso ma l'utilizzo indiscriminato e scriteriato di facebook, il sensazionalismo una regola, l'approfondimento merce sempre più rara, la grafica un dogma, la foto a tutta pagina un obbligo più che una necessità, meglio se di veline e starlet in cerca di pubblicità e in compagna di calciatori più o meno famosi, la commistione tra cronaca e commento una consuetudine consolidata, inesistente o quasi la verifica delle fonti, l'accertamento "de visu" della notizia, il gossip il pane quotidiano. E una contraddizione con le regole del giornalismo asettico, equilibrato, al servizio del lettore stella polare del nostro mesiere: le redazioni militarizzate.
Che ne è del nostro mestiere? Dove va il giornalismo del Terzo Millennio? Cosa fanno i giornalisti, quelli veri, cresciuti a pane e cronaca, per fare riprendere fiato e credibilità, e di conseguenza lettori, ai loro giornali. Che ne è della grande tradizione dei giornali regionali che ha trovato in Piero Ottone, Michele Tito e Carlo Rognoni, alla guida del Secolo XIX, ancorché con stili e strategie diverse, la massima espressione e il massimo successo? E ancora: ha senso sfornare centinaia e centinaia di futuri disoccupati e coltivare illusioni o creare nuovi sfruttati attraverso presunte scuole di giornalismo, master, sanatorie per abusivi e free lance? Che si fa per porre fine allo sfruttamento degli abusivi, piaga di cui sono complici, al di là delle pesanti responsabilità degli editori-squalo, gli stessi giornalisti scansafatiche?
E' su questi temi, spinosissimi ormai, che i giornalisti dovranno mettersi in discussione, rimettere a punto le regole e i canoni della professione, tornare al rispetto della deontologia professionale, svincolarsi da lacci e lacciuoli, condizionamenti per paura o per comodo. E trovare risposte adeguate per evitare che la crisi della stampa, che è anche di credibilità, a tutti i livelli, diventi irreversibile.
Dalle edicole e dai lettori arrivano già pesanti sentenze: le vendite sono in picchiata, la disaffezione cresce, la credibilità è ai minimi storici al pari della fiducia. Per vendere ogni sistema è buono. A quando, dopo cassette, dvd, carte stradali, libri, carte da gioco, fumetti, penne biro e braccialetti della salute, l'ultima spiaggia dell'abbinamento giornale-kit per aspiranti suicidi?"
Luciano Angelini (Giornalista, già condirettore del "Secolo XIX")

L'articolo qui riprodotto, già pubblicato sul sito Uomini liberi di Savona (rubrica "L'opinione di Luciano Angelini"),  è stato redatto in occasione della polemica lanciata da Marcello Zinola, segretario dell'Associazione ligure dei Giornalisti Fnsi, con l'articolo Come uccidere due volte un sedicenne. Pietà l’è morta: chi la conserva, però, non se ne vergogni consultabile sul blog di Marco Preve "Trenette e mattoni"  http://preve.blogautore.repubblica.it/tag/marcello-zinola/.
Francesca Astengo

26 novembre 2010

In libreria


Un anno in prima pagina
a cura di Nicola Graziani

Roma, Nutrimenti, 2010, pp. 192
Scheda
Il meglio del giornalismo italiano nell’anno appena trascorso, dall’estate del 2009 a quella del 2010. Dal reportage di Ezio Mauro sulla tragedia dei settantatré immigrati morti su una delle tante carrette del mare dirette in Sicilia, a quello di Ettore Mo sul maestro che a dorso d’asino porta la scuola nei villaggi sperduti dell’entroterra colombiano; dalla difesa del crocifisso di Marco Travaglio, al racconto sulla catena di suicidi in France Telecom di Francesco Merlo; dal necrologio di Vittorio Zucconi per Ted Kennedy, a quello per Mike Bongiorno di Gian Antonio Stella e di Michele Serra per Raimondo Vianello; dal viaggio di Maurizio Molinari tra le macerie di Haiti, all’inchiesta di Primo De Nicola per L’espresso a dieci mesi dal terremoto d’Abruzzo. E ancora il caso Elisa Claps, lo scandalo dei preti pedofili, il disastro petrolifero nel golfo del Messico, l’Inter che torna sul tetto d’Europa dopo quarantacinque anni. Una carrellata dei migliori articoli dei nostri giornali per raccontare e rileggere dodici mesi di storia italiana e internazionale. E per dimostrare che, anche nell’epoca del web 2.0, il giornalismo può ancora svolgere la funzione essenziale di narrazione del mondo, suscitare domande, aiutare la comprensione della realtà.
*segnalato da C.S.

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17 dicembre 2009

Genova in libreria

Mario Paternostro
Diaro di un cronista di provincia. Genova 1960-2009
Genova, De Ferrari, 2009, 223 pp.

scheda del libro
La città di Genova raccontata attraverso la cronaca di un reporter sempre sulla notizia, quale è Mario Paternostro, attualmente direttore di Primocanale, ma per anni giornalista de Il Secolo XIX. Le impressioni e i ricordi personali si alternano alle annotazioni del cronista, negli anni fondamentali dello sviluppo “ moderno” della città e ne scaturisce un’ analisi molto dettagliata del territorio cittadino, con un capitolo per ognuna delle zone che maggiormente identificano Genova. Dal racconto di Paternostro si percepisce inoltre il valore del cambiamento sociale e strutturale che la città ha subito in cinquant’ anni di storia recente, in un nostalgico racconto del “ come eravamo”. Nel volume sono citati circa 200 dei personaggi più in vista della città.
L'autore Mario Paternostro, direttore di Primocanale, insegna Teoria e tecnica del linguaggio giornalistico alla Facoltà di Scienze Politiche di Genova. E’ autore di numerosi volumi.

*link alla recensione di Wanda Walli su "Repubblica.Il Lavoro", 3 dicembre 2009.

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14 aprile 2009

L'ultimo saluto

Per ricordare il terremoto che ha distrutto le città abruzzesi. Senza pietismi, né altro. Solo un modo per ricordare le vittime.

L’ULTIMO SALUTO
Un boato lungo venti secondi e poi il silenzio. Un cratere che inghiotte tutto ciò che poteva, lasciando morte e disperazione. Erano le 3:32 del 6 aprile.
Le lancette dell’orologio in piazza ancora ferme al momento della tragedia. Testimoniano quella notte. Macerie. Case che si sbriciolano ancora davanti agli occhi dei superstiti. Voragini che si aprono sotto ai piedi. La terra trema e non accenna a smettere. Le scosse di assestamento non rendono pace agli abitanti. Terrore. Ancora.
Duecentonovantaquattro i morti. Un’intera regione spazzata via. Solo cumuli di terriccio e pietre. Non ci sono neanche le bare nel piazzale della scuola “Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza” di Coppito (Aq). Non c’è più nessuno.
Solo le pale meccaniche danno vita alle città. Ogni tanto qualche abruzzese ritorna lì. Forse per recuperare qualcosa. Forse per cercare qualcuno. Forse, solo per credere di aver sognato tutto quanto. Shock.
Giornali, radio, tv ci hanno bombardato in questi giorni di immagini di orfani. Di madri e padri sopravvissuti ai propri figli. Di genitori che si sono sacrificati, a volte invano, per ridare la vita al proprio bambino. Di studenti che sono morti solo perché volevano costruirsi un futuro dignitoso. Perché credevano ad un futuro migliore: il proprio. Un futuro passato. Immagini strazianti. Così come quelle di chi ce l’ha fatta. Di chi ha voluto vivere. Di chi non si è fidato delle scosse che si rincorrevano da mesi. E da giorni insistentemente.
Di chi è vivo e non capisce perchè. Di gente che vaga senza sapere dove si trovi.
Sono trascorsi otto giorni dalla sciagura e le immagini si rincorrono ancora per i notiziari. Le donazioni fioccano da tutta Italia e anche dall’estero. Anche dalla Germania, da Rottweil, gemellata proprio con il capoluogo.
Ricominciare. Ricostruire. Rinascere.
Queste le prerogative imposte dal governo e dagli stessi abitanti. Tutti si stanno mobilitando per non lasciare nell’oblio questa gente, queste persone che non hanno più nulla. Solo la loro dignità. Anche nel momento dell’ultimo saluto alle vittime. Compostezza. Fierezza mista a dolore, si leggeva nei loro occhi non bagnati dalle lacrime. Occhi che raccontavano, tuttavia, di aver ancora paura. Di non risollevarsi dal fumo che ancora circonda le loro case. Quel fumo che avvolgeva anche le duecentocinque bare. E i giocattoli appoggiati a quelle bianche. Quelle dei venti bambini.
Ed è proprio per queste persone, per quel silenzio che riecheggia nell’aria che bisogna ricordare. E non nuovamente accantonare. Non dovranno esserci solo parole dette per placare gli animi. Non dovrà essere una nuova “Irpinia”. Non dovranno essere abbandonati e costretti nei prefabbricati. Non dovrà essere solo una promessa “Ricominciare, ricostruire e rinascere”. Dovrà essere la realtà.
E adesso che anche le ruspe scaveranno negli ultimi edifici e profaneranno ciò che di più intimo si celava in quelle mura, in quelle case, saremo noi a ricordare. Per quegli occhi e quei lamenti mai urlati.
Cinzia Forcellino
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02 dicembre 2008

Quando la cronaca era cantata

dal portale della RTSI
50 anni di canzone ribelle
Il Piemonte ricorda i "Cantacronache"

Nell'inverno a cavallo fra il 1957 e il 1958, su iniziativa di Michele Luciano Straniero, Sergio Liberovici, Fausto Amodei e Gianni Bosio , nacque a Torino il gruppo-movimento dei Cantacronache.
L’intento era quello di rompere il fronte delle canzonette di consumo in stile festival di San Remo, creando una nuova forma di canzone, una canzone che traesse spunto direttamente dalla cronaca per dedicarsi a tematiche - il lavoro in fabbrica, la guerra partigiana, il presunto miracolo economico - da cui la canzone, fino ad allora, s’era quasi sempre tenuta lontana. I riferimenti formali erano gli chansonnier francesi (Brassens, Brel, Ferré), ma anche le canzoni composte per il teatro brechtiano o la grande tradizione di certa canzone popolare italiana (su tutti il recupero della figura del cantastorie, del raccontatore orale, letteralmente annichilito dall'avvento prodigioso dei mass media). Al gruppo aderirono molti musicisti e intellettuali dell'epoca, da Italo Calvino a Franco Fortini, da Giacomo Manzoni a Umberto Eco, passando per Giorgio De Maria, Emilio Jona, o la cantante Margot.
A cinquant'anni dalla nascita dei "padri dei cantautori" si terrà una serata-evento in quel di Rivoli, in provincia di Torino, mercoledì 3 dicembre, a partire dalle 21.00, presso la Maison Musique, in via Rosta 23. La serata prevede dei momenti prettamente musicali che saranno affidati ai vari Fausto Amodei, Gualtiero Bertelli, Cantosociale, Frankie Hi NRG MC, Isa, Alessio Lega, Giovanna Marini, i Mau Mau, Carlo Pestelli, e i Tête de Bois, e dei momenti di riflessione, con interventi di Emilio Jona, Enrico de Angelis e di Giovanni Straniero - figlio di Michele e autore del libro Cantacronache, i 50 anni della canzone ribelle, edito da Zona 2008. [CA]
* segnalato da Daniele Martina

22 novembre 2008

Recensione

Leonidas Donskis
Amore per l'odio. La produzione del male nelle società moderne
Erickson , 2008, p. 344
Recensione di Marco Parodi
La presunta insicurezza del vivere quotidiano nelle città italiane è argomento ormai corrente. È stato il tema cruciale su cui si è giocata l’ultima campagna elettorale; di fronte ai fatti di cronaca chi ha saputo cavalcare la paura collettiva è stato premiato dal voto, a dispetto del fatto che lo stato emergenziale che si proclamava non fosse giustificato da dati sostanziali, ma si reggesse sulla percezione diffusa di un’inaspettata perdita di sicurezza del proprio territorio.
La paura, alimentata o innata, cresce esponenzialmente al sentimento dell’odio che essa comporta e da cui a sua volta nasce: si odia quel che può suscitare in noi il sentimento di paura, e conseguentemente si ha paura a causa del sentimento di odio atavico che regola la nostra coabitazione con altri esseri umani. L’odio, come sentimento socialmente condiviso, ha necessità di cristallizzarsi contro un bersaglio fisico verso cui scaricare ansie, incertezze e debolezze proprie. I meccanismi logici attraverso cui questo sentimento si radica non sono del tutto irrazionali: hanno cioè una loro perturbante ragionevolezza, la stessa che permette di legare fenomeni del tutto distinti come l’aumento del numero degli immigrati regolari e la difficile sfida del sistema del welfare nelle ricche società occidentali. L’insicurezza trasmessa dallo sfilacciamento delle reti sociali, l’impossibilità di offrire stabilità e prosperità da parte dello Stato vengono perciò rilette alla luce del mutamento più evidente, quello della composizione demografica, secondo cui - anche in ambiti progressisti, dove non manca il razzismo “di sinistra” - l’immigrato diviene ragionevolmente colpevole per traumi di cui è indubbio che la causa sia da ricercare altrove, nelle forze extraterritoriali dell’economia mondiale.
Questa è in breve la tesi contenuta nella prefazione di Zygmunt Bauman che apre il saggio di Leonidas Donskis, filosofo e studioso di scienza politica d‘origine lituana, dal titolo Amore per l’odio. La produzione del male nelle società moderne (Erickson edizioni, il titolo originale è Forms of hatred. The troubled imagination in modern philosophy and literature). Si tratta di un saggio corposo che tra le righe offre però un’interessante riflessione sui processi di costruzione dell’odio collettivo (quello che si adegua alla logica delle masse, all’anonimato che garantisce il gruppo coeso) nella nostra società attuale.
L’odio scaturisce da un’incapacità di categorizzare qualcosa o qualcuno: non si riesce ad assumere entro i propri schemi mentali motivazioni e comportamenti che ci paiono inusitati, diversi e perciò pericolosi. È una reazione di improvvisa chiusura di fronte all’ambiguità di qualcosa o qualcuno che non si comprende appieno, che mina le nostre certezze e ci obbliga rinegoziare la nostra classificazione della realtà.
Per altro verso l’odio scaturisce come forma turbata di amore, dalla frustrazione che nasce per aver perduto l’oggetto del desiderio. Con pari forza si individuano quelle che si considerano minacce per un nuovo oggetto di amore e devozione che tuttavia non si è ancora in grado di definire.
Entrambe le letture paiono adattarsi perfettamente alle vicende italiane recenti, dalle grida razziste dei politici leghisti alle ben più lugubri spedizioni contro i campi nomadi: non soltanto l’odio diffuso come pratica sociale si è concretizzato verso il diverso, lo straniero, ma a questo si sono accompagnati una serie di proclami (dall’esame di italiano per avere la cittadinanza, alla rievocazione templaresca della difesa del cattolicesimo) volti a difendere una presunta identità italiana che pare ben difficile delineare in modo univoco.
Questa lettura in chiave di sfida moderna/antimoderna è elemento ricorrente nei processi di produzione dell’odio condiviso e su di essa Donskis concentra la seconda parte del suo lavoro: è più facile richiamarsi ai valori perduti della conservazione, odiare con forza lo stato attuale delle cose (e quanti in carne e ossa si considerano causa di tutto ciò) per rievocare un passato dai toni idilliaci, a fronte dei quali opporre la degradazione della vita moderna. “Se dunque si stava meglio prima, di tutto ciò deve esserci per forza un colpevole ora”, potrebbe essere la sintesi dello status attuale della modernità e del suo bisogno di definizione: così lo sguardo verso il passato in funzione antimoderna diventa il nucleo attorno a cui convogliare i sentimenti del moderno odio collettivo.
Alla descrizione degli schemi simbolici attraverso cui questo odio collettivo è rintracciabile nelle vicende culturali delle società Donskis si dedica invece nella prima parte del saggio, dove affronta, prima fra tutte, la cosiddetta teoria della cospirazione.
Si tratta della “forma più arcaica e durevole di odio collettivo” che scaturisce direttamente dall’immaginazione umana, o meglio dall’immaginazione turbata politica, letteraria e morale, dove con turbata s’intendono quelle sofisticate forme di interpretazione del mondo contemporaneo come la filosofia storica, gli studi culturali comparativi, gli studi letterari, dietro cui la ragione si maschera per individuare e accettare un qualche Male radicale coagulatosi in un gruppo avversario. Se l’analisi si concentra sulla teoria cospirativa per eccellenza – quella del complotto ebraico, per cui vengono citati come esempio di demonologia i Protocolli dei Savi di Sion – è pur vero che il concetto di immaginazione turbata (e conseguentemente di identità turbata) si può applicare anche all’odierna minaccia di de-cristianizzazione dell’Europa in funzione di una nuova teoria del complotto musulmano.
Ampio spazio è poi dedicato alle più importanti distopie del Novecento; Donskis, come il titolo originale precisa, si occupa principalmente di filosofia della cultura: procede dunque a considerare quelle forme letterarie che meglio si coordinano con la parallela critica novecentesca ai totalitarismi. Da 1984 di Orwell, a Noi di Zamjatin queste utopie al negativo vengono analizzate considerando la formula intrinseca di quelli che sono stati “sistemi di odio organizzato” - ossia la promessa di una salvezza collettiva minata da agenti della sovversione, contro cui occorre organizzare la repressione e soprattutto il consenso a quest’ultima.
Anche in ciò, la natura stessa del sentimento dell’odio collettivo si orienta in due differenti direzioni: da un lato sancisce la perdita della dimensione individuale di ciascun essere umano, la sua sfera intima, associa e categorizza per quanto può, subordina l’individualità alla logica dei gruppi, alla contrapposizione bene-male, in ogni caso alla sfera delle idee, attraverso cui l’atto violento, terrorizzante appare come la logica prosecuzione. Basti pensare all’odierna violenza delle tifoserie calcistiche che si articola entro termini analoghi.
D’altra parte il sentimento dell’odio tende a rifiutare ogni spirito ecumenico, a non cercare nell’altro la comune umanità, la solidarietà e compassione per le vittime di maltrattamenti e torture: scatta cioè un meccanismo di indifferenza morale per cui si assiste compiaciuti alle esecuzioni capitali (o ai linciaggi di piazza) perché almeno per questa volta, noi non siamo nei panni del condannato.
*Marco Parodi

26 ottobre 2008

Flugschrift - La scritta sul muro

Slogan calcistici, apprezzamenti politici più o meno forbiti, addirittura dichiarazioni d’amore. Parlo naturalmente delle scritte che siamo ormai abituati a vedere, con sempre più noncuranza, sui muri delle nostre città. Sono talmente tante che difficilmente ne notiamo qualcuna, ma quella su cui mi è caduto l’occhio giovedì mattina, venendo in facoltà, è riuscita quantomeno a strapparmi un sorriso. Avrete sicuramente presente quegli scherzi di dubbio gusto, in cui si lascia su una parete il numero di telefono di un ignaro malcapitato, per fargli ricevere qualche telefonata non troppo piacevole, facendolo passare magari per una bella ragazza alla ricerca di avventure. Ecco, mi sono imbattuto in qualcosa di simile, ma decisamente inusuale. Invece del solito recapito telefonico, in pasto ai passanti era dato il contatto web-messenger del bersaglio della burla. Non che sia propriamente una notizia, ma credo che possa farci capire in modo molto “popolare”, quanto si sia ormai radicato nella gente comune, l’uso delle nuove forma di comunicazione legate ad internet. “C'è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”, affermava Henry Ford, altrettanto io ritengo che solo quando le novità subentrano nella vita di tutti i giorni, è possibile rendersi conto delle nuove possibilità a nostra disposizione anche dalle piccole cose, piccole come una delle tante scritte sui muri. Forum, blog, siti e quant’altro, sono ormai alla portata di chiunque voglia darsi la pena di premere un pulsante. E allora, quando davvero vogliamo ribadire le nostre libertà, usiamo queste recenti opzioni che la rete ci offre. La libertà di parola e pensiero è come un muscolo: non basta sapere di averla, va usata, allenata, sviluppata, pena l’atrofia. Tra i miei conoscenti sento molta delusione, ma a che pro chiosare “piove, governo ladro!” quando finalmente tutti abbiamo tra le mani il mezzo per dire la nostra? Certo, con fatica. Certo, inizialmente con minime prospettive di essere letti, se non da pochi amici. Ma sono questi ostacoli che nella storia del mondo hanno saputo fermare le grandi idee?
Vorrete scusarmi se non parlo di fatti d’attualità o simili, ma vivo da molti anni la fantastica avventura che, non senza difficoltà e brusche frenate, sta donando all’uomo una nuova dimensione colma di opzioni, forse non abbastanza recepite. Mi rendo conto che tutto questo possa sembrare ingenuo, acquisito, scontato. Ma io credo che sia solo un punto di partenza. Un promettentissimo punto di partenza. Quantomeno per me che, almeno in questo campo, trovo motivi per essere ottimista. Un ottimista del web 2.0.
Fabio Fundoni

01 ottobre 2008

Nuove frontiere del giornalismo

Glauco Maggi
Se i lettori pagano le inchieste
Nuova frontiera del giornalismo: negli Usa il pubblico commissiona articoli ai cronisti
“La Stampa”, 10 settembre 2008


Il giornalismo cambia pelle, anche se l’ultima foggia sembra la scoperta dell’acqua calda: fornire ai lettori ciò che interessa davvero e, per non sbagliare, chiedere loro l’argomento prima di fare le inchieste. Benvenuti nella generazione del reporter a gettone, che si scatena dove lo indirizza il pubblico pagante. L’assedio soffocante dell’Internet gratuito sta circondando la cittadella del quarto potere, ma dall’interno della vecchia professione le prime squadre di coraggiosi resistenti e guastatori si organizzano, e preparano sortite di rilancio. E’ una risposta che viene, curiosamente, sia dall’ultima generazione dei genietti del web, sia da testimonial storici del giornalismo investigativo, che insieme condividono la fede nel ruolo non sostituibile dell’informazione. Per provarlo, gettano il ponte diretto tra se stessi e l’unico alleato che può davvero ribaltare le sorti della battaglia per la sopravvivenza della stampa: i lettori con le loro curiosità.
Le difficoltà degli editori dei giornali cartacei non sono un mistero: dal New York Times in giù, le ristrutturazioni con taglio degli staff si susseguono bilancio dopo bilancio. Con tanti giornalisti free lance per necessità più che per scelta, la ricerca di nuovi modelli operativi nell’era della grande rete è diventata un obbligo. La sfida consiste nel trasformare la crisi in occasione, accettando il declassamento del businnes dell’informazione, o se si preferisce il suo innalzamento, dal lucro al no-profit, dal mestiere alla missione.
Due primi esempi si confrontano dalle due sponde dell’America. Spot Us, un website californiano nato nell’area di San Francisco, sta sperimentando l’idea del «giornalismo finanziato dalla comunità»: sollecita suggerimenti di inchieste, seleziona quelle meritevoli di essere seguite, e invita il pubblico a finanziare in pool i costi vivi per la produzione dell’articolo. «Vogliamo dare un nuovo senso di potere editoriale ai lettori», ha detto al New York Times David Cohn, 26 anni, che ha avuto dalla Knight Foundation, un ente di beneficenza, un finanziamento di 340mila dollari per testare in due anni il suo progetto. «La nostra formula del finanziamento diffuso è quella di Obama e di Howard Dean», i due democratici che nelle elezioni del 2004 e in quella attuale hanno sfruttato magistralmente Internet per collegarsi ai fans e finanziarsi la campagna. Anche se non sei Bill Gates puoi dare 10 dollari per una buona causa, è la filosofia di Cohn.
Ma è proprio vero che il potere alla folla, nel raccogliere prima i temi da trattare, e poi la colletta per pagare la nota spese (e lo stipendio) è una rivoluzione? I critici osservano che, se ci sono gruppi di pressione con un proprio interesse dietro le sollecitazioni e il sostegno materiale, il quadro non è poi così diverso dalla vecchia formula dell’editore-padrone, e sicuramente peggiore dei giornali nei quali i direttori sono in grado di difendere un’effettiva indipendenza. Un esempio di inchiesta proposta, per esempio, è a cavallo tra i timori del global warming e della disoccupazione: come conciliare l’impegno della California a ridurre le emissioni di carbonio con il mantenimento di tutte le aziende che producono il cemento nello Stato, senza perdere posti e affari? L’inviato del popolo, raggiunto il budget di spesa prevista con i contributi della gente, si lancerà nella raccolta di dati, interviste e commenti, ed il risultato sarà messo sul website. Se sarà ben giudicato dai giornali «veri», questi ultimi lo potranno anche riprendere, che è lo scopo di Spot Us. E’ prevista anche l’esclusiva della pubblicazione ad un solo committente, ma a quel punto l’idea si riduce alla formula del service, cioè dell’acquisto da parte di un editore commerciale di un articolo prodotto da una società no-profit.
Da Manhattan, sull’altra costa, l’«interesse pubblico» nel tenere vivo il giornalismo investigativo è la ragione sociale di ProPublica, una società editrice indipendente, bipartisan, no-profit, finanziata con un piano pluriennale dalla Sandler Foundation e altri filantropi, e guidata da una coppia di navigati professionisti: Paul Steiger, ex direttore del Wall Street Journal, è il direttore responsabile e Stephen Engelberg, ex giornalista investigativo del New York Times, il direttore esecutivo. L’enfasi è sul recupero delle inchieste a servizio del pubblico, in un contesto di costante impoverimento dei giornalisti di questo genere nelle redazioni americane: «Molte aziende editrici vedono il giornalismo investigativo come un lusso che può essere accantonato nei tempi duri», sostiene Steiger. E cita un’indagine dell’Università di Stato dell’Arizona tra i 100 più diffusi quotidiani americani: il 37% non ha reporter investigativi a tempo pieno, la maggioranza ne ha uno o due, e solo il 10% ne ha 4 o più. Con i suoi 27 giornalisti d’altri tempi, sguinzagliati a scoprire per tempo i nuovi Watergate, ProPublica punta a produrre indagini di grande impatto, mettendo al centro solo i fatti e non sposando alcuna ideologia. Se avrà successo nel lanciare un marchio credibile, e le sue inchieste saranno riprese dai media tradizionali, il pubblico e i filantropi avranno di che essere soddisfatti.
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*estratto dal sito de "La Stampa", 10 settembre 2008.

04 settembre 2008

In libreria

Felice BorsatoIl cronista
Roma, RAI-ERI, 2008

Descrizione
"Il Cronista, Felice Borsato, fa della sua esperienza del mestiere un vademecum per chi si vuole dedicare alla difficile e impegnativa professione. Dalle regole di base all'evoluzione dell'attività di cronista negli ultimi quarant'anni, questo volume è un vero e proprio manuale, ma non solo. Infatti, i preziosi consigli sono avvalorati da una accurato studio sul cambiamento del mondo della carta stampata e della sua percezione da parte dei lettori. Tutto questo viene poi corredato da aneddoti e ricordi dell'autore, che ricostruisce, ovviamente da perfetto cronista, una serie di vicende che hanno segnato la nostra storia e la nostra società degli ultimi trent'anni: dal sequestro di Aldo Moro alla tragedia di Vermicino, dall'attentato a Giovanni Paolo II allo scudetto vinto dalla Roma nel 1983".
* scheda estratta dal portale WUZ
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28 agosto 2008

L'era della cronaca

Antonio Scurati
Un uomo senza storia
Col nuovo secolo siamo entrati nell’era della cronaca conosciamo soltanto la dimensione del momento
“La Stampa”, 26 agosto 2008

Non cercate un collegamento tra quest’articolo e un fatto di cronaca: non lo ha. Non lo ha per coerenza con la sua tesi di fondo. Il suo tema è, infatti, quella sensazione di vivere in un Paese sfinito che si è impossessata di molti italiani (soprattutto a sinistra) e la sua tesi è la seguente: quando l’orizzonte della storia si riduce a quello della cronaca, allora la vita pubblica si riduce a una patologia inguaribile di lungo decorso. Questa la sindrome da sfinimento civile che ci affligge: alla cronacalizzazione della pubblica opinione corrisponde la cronicizzazione della vita sociale.
Di recente Veltroni ha lamentato la «frenetica bulimia del presente» che cancellerebbe il passato e con esso lo spirito pubblico. Rimpiangendo la «grande storia», ha denunciato la perdita di memoria storica come «grande epidemia del nostro tempo». Ma lo ha fatto con un articolo di giornale impaginato nella cronaca politica. Come dire: roba che dura un giorno (massimo una settimana). La sua eco muore in questo istante, fucilata al muro di un tempo senza tempo (nel senso che ne ha poco, non che ne è fuori). Le sue parole, al pari delle mie (o di quelle di chiunque altro si aggiri da queste parti), rimarranno senza storia. Non sono prognosi, e nemmeno diagnosi. Sono parte del problema, non la sua soluzione.
Il problema è che la cronaca non passa alla storia. Cronaca e storia non sono lo stesso fatto osservato con due ottiche diverse, in campo lungo o in campo corto. Storia e cronaca sono, invece, due diverse direttrici del tempo. La sensazione è che al giro del secolo scorso si sia entrati in una nuova era: l’era della cronaca. Quest’era non coincide con una nuova partizione del tempo ma con una sua nuova forma, non con una diversa porzione di storia ma con un nuovo modo di battere il tempo, diverso dal tempo della storia. Chiunque non segua questo nuovo ritmo, si sentirà un uomo sfinito. Dopo l’11 settembre si è rigettata la profezia della «fine della storia»: gli eventi luttuosi della guerra al terrorismo avevano rimesso in moto quella storia che si credeva finita. Ma forse non erano i contenuti fatidici, gli accadimenti epocali a mancare, forse erano le forme del nostro racconto a mutare. Il modo in cui raccontiamo la realtà sociale tende, infatti, a modificarla: da sempre gli uomini agiscono in forme consone al modo in cui immaginano che la loro storia verrà poi narrata. Gli eroi entrano nella leggenda molto prima di compiere le gesta che li eterneranno. Vivono in vista del memorabile fin dalla nascita. Il tempo del mito è il loro amnio. Ma anche il tempo della storia portava sempre con sé un’aspirazione al compimento, a superare il momento presente verso una fine che ne fosse anche il fine, verso il momento conclusivo e riepilogativo nel quale il protagonista del romanzo, voltandosi indietro, potesse dire: «Dunque è andata così, proprio così. Ecco la mia vita, la mia storia. La storia di tutti».
Una fine che completasse, un fine che compisse, questo è stato il segreto tormento, l’aspirazione violenta, la paura e il desiderio degli uomini al tempo della storia. Con il tempo della cronaca, però, le cose vanno diversamente. La cronaca non conosce compimento, non ne sente la mancanza, la cronaca insiste nel momento. Non ha problemi di consecutio temporum la cronaca. L’unico modo che conosce per umanizzare il tempo facendolo entrare in un racconto è di declinarlo a presente. Quel presente che è nuovissimo con l’ultimo delitto fresco di stampa sul giornale del mattino e già vecchissimo all’ora del crepuscolo mediatico con i programmi delle undici di sera. Per questo la cronaca, gira e rigira, è sempre cronaca nera: un delitto al giorno e ogni giorno un delitto. Cronaca nera o cronaca rosa. Orrore senza fine o banalità ininterrotta. Questa l’alternativa secca.
La cronaca, nera o rosa che sia, non fa romanzo, sebbene il romanzo sempre più si faccia con la materia della cronaca. Mentre la storia colloca ogni singolo accadimento, per quanto apparentemente insignificante, dentro il quadro di un processo più ampio che lo accoglie, lo spiega e lo giustifica, la cronaca lo abbandona a se stesso proibendo che la sua insulsa particolarità venga riscattata da un racconto più grande e, magari, anche da un futuro migliore. I rapporti tra la cronaca e quella forma riparatrice della narrazione umana che è il romanzo sono gli stessi che si potrebbero stabilire tra lo sciocco e l’uomo di genio: il secondo può comprendere il primo ma non vale l’inverso. Proprio per questo, però, il tempo della cronaca prevale su quello della storia. È più elementare, più diretto, più disperato. In una parola, più forte. Mentre il romanziere, il prete, lo statista si affannano a raccattare i frantumi della cronaca per incollarli in un mosaico d’impossibile redenzione, questa non si dà pensiero di essi. Non attende nessuna rivelazione in fondo alla calla nera della ferocia - o al pisciatoio della futilità - l’uomo della cronaca, non alza lo sguardo all’orizzonte. Non gli importa del mondo che verrà. E non si attende nessuna maturità dei tempi.
Il paesaggio che, al tempo della cronaca, si apre dinnanzi all’uomo vissuto nella storia e per la storia è un paesaggio di rovine. Di rovine e di abusi edilizi (che sono poi le rovine del presente). Pensiamo a uno di quei tanti meravigliosi paesaggi storici di cui era fatta l’Italia, quei paesaggi viventi, scolpiti nei secoli dal lavoro dell’uomo. Prima li abbiamo sottoposti a rigidi vincoli conservativi, dichiarati patrimonio dell’umanità e poi abbandonati alla quotidiana erosione dall’assenza di un piano regolatore, di un progetto di sviluppo, di un’idea di futuro e di mondo. Ecco allora che, giorno dopo giorno, scandito dal tempo della cronaca, si svolge il lavoro della decomposizione: qualcuno dipinge di rosso acrilico la sua casetta accanto all’antico campanile, qualcun altro estirpa la vite per piantare una chicas, i più audaci impiegano i teli neri che in inverno proteggevano i limoneti per occultare un bilocale costruito nottetempo. Di questo passo, presto o tardi, tutti ci risvegliamo in una qualunque periferia fatta di squallide scatolette di cemento.
Oppure, non se ne esce. Al tempo della cronaca l’opinione pubblica c’è ma vive di emergenze: il suo è, dunque, un parere del tutto incidentale. In questo tempo d’epocale sconfitta la sinistra dovrebbe intraprendere una «lunga marcia», ma le lunghe marce hanno di necessità il passo della storia. E nessuno riesce più a sostenerlo. In questi tempi di silenziosa erosione non si ode nemmeno più il «lamento della scavatrice» che afflisse l’orecchio di Pasolini nell’Italia del boom economico e della prima, massiccia speculazione edilizia. Non sono più tempi questi di lamentazioni tragiche. La cronaca le ha sostituite con il ronzio di un termitaio in espansione. Un rumore sordo di basso continuo. Questa la colonna sonora delle vite di quelli che, come noi, vivono abusivi nel presente.
*estratto dal sito del quotidiano "La Stampa" di Torino.
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26 luglio 2008

In libreria

Enrico Morresi
L'onore della cronaca. Diritto all'informazione e rispetto delle persone,
Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2008___
*Dello stesso autore:
- L’etica della notizia. Fondazione e critica della morale giornalistica, Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2003. Link alla scheda del libro
- Etica del giornalismo economico. Fenomenologia di un oggetto sconosciuto, in "Problemi dell'informazione", 2004, 3, pp. pp. 301-320.
- La crisi di "Le Monde" in "Problemi dell'informazione", 2004, 4, pp. 523-538.

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