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05 gennaio 2020
L'importanza della riflessione critica nel pensare contemporaneo
La nostra epoca
è caratterizzata da un eccesso di stimoli provenienti da ogni dove: gli
smartphone, la televisione, internet... da ogni fonte giunge un costante flusso
di informazioni che circolano e si susseguono ad una velocità senza precedenti.
La sovrabbondanza di cui quotidianamente facciamo esperienza può però portare
ad un senso di angoscia e paralisi: in che modo riusciamo a capire cosa
dovremmo leggere, ascoltare, guardare? In un mondo di costante cambiamento,
come si può capire ciò che è bello? E sulla base di cosa ciò che è bello è
tale?
Ecco che il
ruolo della critica si rivela in tutta la sua importanza e Andrew Scott,
critico cinematografico del New York Times, effettua un'intelligente analisi di
quest'importantissima attività, non solo in veste professionale, ma come
attitudine quotidiana poiché, e come lui stesso afferma, a tutti piace
giudicare e tutti giudichiamo.
Il saggio di
Scott non si propone di fornire quelli che sono i dettami critici che gli
individui dovrebbero operare nelle loro scelte quotidiane, ma evidenzia
l'importanza di formarsi un pensiero critico e di esercitarlo con costanza in
tutte le situazioni, anche quelle di semplice svago, che siamo portati a
pensare non debbano suscitare profonde riflessioni o da intellettualizzare. Al
contrario, Scott evidenzia come proprio in quei momenti sia importante
esercitare un pensiero critico, per non togliere la possibilità a film o libri,
apparentemente di intrattenimento puro e semplice, la possibilità di essere
qualcosa di più, ad esempio un potenziale oggetto di riflessione.
Attraverso
un'attenta analisi, anche storica, del ruolo della critica e del mestiere del
critico, Scott sollecita a non adagiarsi nella comodità del pensiero di gruppo.
Egli invita a superare l'alone di pregiudizi di cui è ammantata la critica,
sorella gemella dell'arte e forma d'arte essa stessa.
È in base a ciò
che ci piace e ciò che non ci piace che formiamo la nostra identità di
individui, siamo tutti accomunati dal desiderio di coltivare il piacere verso
qualcosa e l'attitudine critica è dunque fondamentale.
Questo testo,
che si pone come “manifesto contro la pigrizia e la stupidità”, accompagna il
lettore in uno stimolante viaggio nel mondo della critica per meglio
comprenderla ed esercitarla nella nostra così abbagliante e caotica
contemporaneità.
Selina Grillone
A.O.Scott
Elogio della critica.
Imparare a comprendere l'arte, riconoscere la bellezza
e
sopravvivere al mondo contemporaneo
Milano, il
Saggiatore, 2017, pp. 256.
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07 settembre 2018
A che cosa servono i critici?”
“Qual è lo scopo della critica? A che cosa servono i critici?”
Il lavoro di Anthony O. Scott, giornalista a capo della sezione critica del New York Times, si apre su questi interrogativi. La ricerca della risposta passa tanto dalla rievocazione di episodi vissuti in prima persona dall’autore, quanto dall’analisi di fatti storici o di attualità in qualche modo legati all’ambito dell’arte e, quindi, della critica. Scott ritiene infatti che arte e critica intrattengano tra loro un rapporto tanto complicato quanto inestinguibile: all’apparenza opposte l’una all’altra, vivono in realtà in simbiosi, come due diverse facce di una stessa medaglia.
Il lavoro di Anthony O. Scott, giornalista a capo della sezione critica del New York Times, si apre su questi interrogativi. La ricerca della risposta passa tanto dalla rievocazione di episodi vissuti in prima persona dall’autore, quanto dall’analisi di fatti storici o di attualità in qualche modo legati all’ambito dell’arte e, quindi, della critica. Scott ritiene infatti che arte e critica intrattengano tra loro un rapporto tanto complicato quanto inestinguibile: all’apparenza opposte l’una all’altra, vivono in realtà in simbiosi, come due diverse facce di una stessa medaglia.
È inevitabile, dunque, che nel parlare della critica, un lungo discorso venga fatto anche sull’arte. Arte in tutte le sue forme, ma con una particolare attenzione all’arte visiva contemporanea, alle performance artistiche e al senso di stupore e confusione che sono in grado di suscitare nello spettatore. Basta un breve passo per finire nel vasto e periglioso territorio del gusto, nello scontro-incontro tra le passioni individuali e il “soggettivo universale”, i condizionamenti del contesto. Di nuovo, un passo avanti per inquadrare uno dei compiti della critica, cioè indirizzare gli entusiasmi e stuzzicare l’interesse. Per attendere a questo compito è necessario che il critico svolga il proprio lavoro senza indulgere in immotivate cattiverie o inutili gentilezze, destreggiandosi con i maggiori distacco e obiettivitàpossibili intorno all’opera in esame, senza dimenticare che la base della critica è un genuino interesse per ciò che di questa è oggetto.
La trattazione tocca ancora diversi punti rilevanti, in particolare la percezione pubblica del critico come di qualcuno che svolge un non-lavoro, che vive di una attività che “potrebbe fare chiunque” e perciò inutile – indubbiamente un altro punto in comune con l’arte contemporanea. Non solo, un intero capitolo è dedicato all’errore, alla fallibilità del critico, come chiunque esposto al rischio di sbagliare, di sottovalutare o non cogliere il reale valore di un’opera. Anzi, il critico più di chiunque corre il rischio di essere smentito dal passare del tempo, a causa di punto di vista troppo ravvicinato, che può celare potenzialità o far luccicare cose che oro non sono.
Il saggio richiede una lettura attenta e una grande attenzione per districarsi nella giungla di nomi (artisti, critici, opere) che lo popolano, ma risulta piacevole grazie al sottile umorismo dell’autore, che riesce a snocciolare conoscenze colte e pop in una vertiginosa alternanza, senza mai risultare arrogante o spocchioso. L’importante è non fare l’errore di credere che si arriverà in fondo con delle risposte -alcune di sicuro non mancheranno, ma il lascito più importante di questa lettura sono le domande. Non è infatti casuale la scelta di alternare capitoli argomentativi e capitoli strutturati come un dialogo, con una voce intervistante che diventa sempre più stringente. È a questa sorta di voce narrante che viene affidato il compito di “fare il punto della situazione”, di sottolineare cosa è emerso nel tratteggiare essenza e compiti della critica, ma allo stesso tempo di puntare il dito contro gli aspetti ancora nebulosi e non chiariti. Un esempio lampante di questo doppio ruolo e, allo stesso tempo, dell’approccio dell’autore alla definizione della critica è l’incipit del capitolo conclusivo:
La trattazione tocca ancora diversi punti rilevanti, in particolare la percezione pubblica del critico come di qualcuno che svolge un non-lavoro, che vive di una attività che “potrebbe fare chiunque” e perciò inutile – indubbiamente un altro punto in comune con l’arte contemporanea. Non solo, un intero capitolo è dedicato all’errore, alla fallibilità del critico, come chiunque esposto al rischio di sbagliare, di sottovalutare o non cogliere il reale valore di un’opera. Anzi, il critico più di chiunque corre il rischio di essere smentito dal passare del tempo, a causa di punto di vista troppo ravvicinato, che può celare potenzialità o far luccicare cose che oro non sono.
Il saggio richiede una lettura attenta e una grande attenzione per districarsi nella giungla di nomi (artisti, critici, opere) che lo popolano, ma risulta piacevole grazie al sottile umorismo dell’autore, che riesce a snocciolare conoscenze colte e pop in una vertiginosa alternanza, senza mai risultare arrogante o spocchioso. L’importante è non fare l’errore di credere che si arriverà in fondo con delle risposte -alcune di sicuro non mancheranno, ma il lascito più importante di questa lettura sono le domande. Non è infatti casuale la scelta di alternare capitoli argomentativi e capitoli strutturati come un dialogo, con una voce intervistante che diventa sempre più stringente. È a questa sorta di voce narrante che viene affidato il compito di “fare il punto della situazione”, di sottolineare cosa è emerso nel tratteggiare essenza e compiti della critica, ma allo stesso tempo di puntare il dito contro gli aspetti ancora nebulosi e non chiariti. Un esempio lampante di questo doppio ruolo e, allo stesso tempo, dell’approccio dell’autore alla definizione della critica è l’incipit del capitolo conclusivo:
“D: Hai detto parecchie cose a proposito della critica – che è una forma d’arte a sé stante; che esiste per esaltare le altre forme artistiche; che è un’attività impossibile; che è vitale e necessaria all’umanità per riuscire a comprendersi; che non potrà mai morire; che è in continuo pericolo di estinzione – e, in maniera più diffusa, hai anche parlato di cosa non è la critica.[…] Ma, a essere sinceri, non sono tuttora sicuro di sapere cosa sia la critica, a meno che non la si intenda come qualsiasi cosa faccia un critico. E in tal caso, cos’è un critico?
R: hai messo il dito nella piaga! La critica è al contempo paradossale e tautologica. È qualunque cosa faccia un critico: tenendo presente che un critico è chiunque, in un dato momento, stia esercitando la critica.”
Francesca Bosco
Anthony O. Scott
Elogio della critica. Imparare a comprendere l’arte, riconoscere la bellezza e sopravvivere al mondo contemporaneo
Il Saggiatore, Milano 2017, pp. 255.
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Recensione
01 gennaio 2017
Warhol, serigrafo fuori registro
Tra iperbolici echi mediatici di un mercato a tutto mondo, la mostra su Warhol e la Pop Society, al Palazzo Ducale di Genova sino al 26 febbraio 2017 non possiamo perderla, se vogliamo capire perché il nostro tempo è potentemente amorfo, superbamente potente.
La pop art è stata la pandemia del multiplo stonato che ci ha trascinato nel magma delirante del barocchetto digitale, genialmente compresso nel nostro deambulare quotidiano.
Obesità da pixel puntinato, retinato, bulimia molto americana, troppo.
Andrew Warhola nasce il 6 agosto 1928 a Pittsburgh. Si farà chiamare Andy Warhol: un intellettuale, un artista, uno scrittore, fotografo o cineasta o, soltanto, scaltro businessman o, forse, anche cattivo serigrafo che inciampa su un fuori registro - normali fogli di scarto in ogni stamperia - e sa trovare il pozzo di petrolio?
Su Andy l'artista, una luce l'accende la giovane famiglia Trump, con un Donald così difficile e poco emulsionante verso lui da meritarsi l'aggettivo di persona "ordinaria", e si pensi che soltanto alcuni mesi prima, nell'estate dell'81 in uno dei suoi accerchiamenti allo establishment ricco e famoso verso il quale il suo magazine Interview fungeva da testa di cuoio, Warhol definiva il biondo miliardario un bell'uomo.
Andy aveva lavorato molto producendo diversi "dipinti" nei toni del nero e dell'argento dedicati alla Trump Tower, pensati per il suo ingresso, ma i Trump ne restarono perplessi, la moglie inoltre ne fu contrariata perché i colori non si intonavano alle tappezzerie. Rimedierà, in seguito, ma non sappiamo con quanta efficacia, cercandosi le mazzette dei colori.
Andy era convinto che i Trump avrebbero capito l'importanza della sua opera d'arte dedicata al loro grattacielo-tempio tanto da dedicargli la copertina del catalogo. Sembrava una grande idea, ma solo per Andy.
Questo è il senso che si rileva sfiorando appena quella che a mio avviso è l'opera più originale di Andy, i Diari (Istituto Geografico De Agostini, 1989), purtroppo molto poco celebrati forse perché la parte umanata è la parte vera, quella che si spinge oltre i ricchi e famosi, vip e arrivisti. Ci sono anche "checche, lesbiche e amfetamine", party e vernissage starlet, giovani artisti talentuosi, una cronaca della sua Factory argentata nella 47a e dell'America esaltante e al contempo deprimente sino alla terribilità di un colpo di pistola che quasi lo imbuca per il Creatore, esploso - si racconta - da una "lesbica pazza" che frequentava la Factory per via dei suoi film underground.
E qui, si sente il bisogno di rifugiarsi nella velocità delle arti descritte dal Vasari (inutile scomodare il Bellori, troppo colto) in cui troviamo quella densità oracolare che ci restituisce il sentiero per uscire dal buco nero dell'arte meccanica, impenetrabile e straziata, che a partire dagli anni sessanta ha mutato la società, come si osserva anche nelle intenzioni della mostra, curata da Luca Beatrice.
"Ma se la scrittura per essere in-colta e così naturale com'io favello, non è degna de lo orecchio di Vostra Eccellenzia, scusimi, che la penna d'un disegnatore non ha forza di linearli e d'ombreggiarli; si degni di gradire la mia semplice fatica, considerando che la necessità di procacciarmi i bisogni della vita non mi ha concesso che io mi eserciti con altro mai che col pennello."
Teste, ritratti, mezze figure, accondiscendenti oppure su commissione, grandi sarti, industriali, cantanti pronti ad autoacquistarsi, superstar e miti capaci di sedurre il mercato, Greta, Mao, la Gioconda, Nicholson, Liz, Fiorucci, Armani, Versace, Travolta, Dylan, Elvis e, naturalmente, il nostro Agnelli.
Poi simboli di ogni genere, commerciali, sociali, politici, pubblicitarie, sedie elettriche, falci e martelli, Coca Cola, dollari. Una produzione industriale di serigrafie in cui l'artista lasciava intendere troppe cose, persino un senso politico, impegnato, ma che è palesemente assente.
Di certo sappiamo che la sua firma apposta su un lavoro a stampa serigrafica, generata dalla fotomeccanica, supera strepitosamente, spudoratamente, di molto, di moltissimo il mercato di un Durer, di un Rembrandt o di un Goya che sublimemente disegnavano e incidevano direttamente sulla lastra di metallo la loro unica e fragile matrice.
E qui ricordiamo Benjamin secondo cui la riproducibilità deve fare i conti con ciò che si definisce l'aura dell'opera d'arte. Qualcosa di irreperibile, presente nelle opere del passato, un valore che ne garantiva l'autenticità, proveniente da interventi tecnici non imitabili. L'opera limitata a pochi, che manteneva integro il suo valore per tutta la comunità e mai percepita come facsimile da ognuno.
Fenomeno elettronico di massa, invece, che zampilla dai nostri pori.
Non che il nostro biondo scapigliato fosse privo di competenze artistiche, si deduce anche dalle sue illustrazioni nei libri in mostra.
Le sue polaroid - notevoli, in mostra - venivano riprodotte su acetato e per essere compiacente con la committenza lavorava di fotoritocco, aggraziava nasi, occhi, bocca, collo, l'immagine veniva poi ingrandita a 40 x 40 cm e quindi si procedeva alla serigrafia, si creava la mascheratura per la selezione dei colori: bocca, occhi, cravatte, giacche, contorni. Tutto veniva serigrafato in sovrapposizione alla foto oppure in fuori registro.
Questo era il tocco stregato che dava ai multipli di Andy specificità e folgorazione. In arte, tutto può accadere: se osserviamo gli artisti contemporanei più celebrati e le loro trovate, allora sì che Andy è un gigante. Gauguin sosteneva che le idee superano la tecnica e Warhol le idee le aveva, soprattutto su come gestire la sua rete di relazioni che arrivava molto in alto, su, su, sino ai Kennedy e al presidente degli States, Carter.
Pat Hackett, studentessa universitaria, cronista della Factory, avrebbe meritato il Pulitzer Prize for Fiction per aver reso possibile i Diari, tratti da ventimila pagine di appunti. Tutte le mattine ascoltava per ore il resoconto del giorno prima, incontri, amici, feste, spese, incassi. Andy teneva conto persino delle telefonate ed era felice quando poteva usare il telefono degli altri. Pat non riceveva paga, forse il rimborso del bus, ma non è certo. Trascriveva, correggeva, migliorava il discorso. Andy detta i suoi Diari dalla fine del settantasei sino alla sua morte, il 22 febbraio 1987, per problemi alla cistifellea.
"Ora che la fortuna mi promette pur tanto di favore, che con più commodità e con più lode mia e con più satisfazione altrui potrò forse così col pennello come anco con la penna spiegare al mondo i concetti miei qualunque si siano."
Francesco Pirella
*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova.
05 maggio 2015
Fotografia: ieri e oggi
Mostra "August Sander. Ritratto del XX secolo"
11 aprile – 23 agosto 2015
Genova - Sottoporticato, Palazzo Ducale
La fotografia, ieri quanto oggi, è la nostra finestra sul mondo, costituita da modi, tempi ed utilizzi molto diversi tra loro.
Se August Sander ci ha fatto esplorare le bellezze dei nostri dettagli meramente fisici, come le mani, gli occhi, la barba, il volto e le orecchie, passando poi all'aspetto esclusivamente emozionale raffigurato dai soggetti delle sue foto (Il soldato tedesco delle SS, L'architetto, Lo studente liceale, Il facchino, La donna delle pulizie, Gli artisti di circo, Il Farmacista, il Cuoco e così di seguito), noi vediamo che cosa? Innanzitutto che la "Bellezza" così come oggi siamo abituati a pensarla in realtà non è altro che un prodotto commerciale che ci è stato proposto e somministrato in toto. Pertanto definiremo il concetto di bellezza in base a dei parametri ben precisi, sebbene cambino nel corso dei decenni, e sottolineino, ognuno a proprio modo, che se non si hanno specifiche "caratteristiche" non si può definire un oggetto o una persona come belli.
La singolarità delle opere di Sander vuole gridare agli arbori del '900 che le cose non sono belle o brutte in senso oggettivo, ma semplicemente sono; al contrario invece di una possibile preferenza o gradevolezza soggettiva.
La galleria delle sue esposizioni sintetizza due ventenni, attraverso cui sono rivelate con fredda lucidità le pieghe sotterranee e rivelatrici del suo tempo. E ciò che sbalordisce in modo assoluto è la lucida percezione personale che aveva del presente. Essa è la naturalezza dei corpi che emerge dal quadro "I pugili" (oggi li definiremmo poco atletici e affatto attraenti, come se per un pugile fosse rilevante esserlo, dato il mestiere) e segnatamente la stanchezza nei volti dei lavoratori e delle lavoratrici. Non ci si vergognava quando il viso era cavo per l'estremo lavoro; se ne prendeva atto, si era stanchi; ovunque affiora la spontaneità della maggior parte dei soggetti da lui ripresi.
Questa parentesi circa il fotografo tedesco ci rimanda ad una peculiarità che potremmo definire “dimensione yo-yo“, replicando proprio l'effetto di qualcosa che sale e scende oppure che parte e poi torna indietro.
Se in origine la fotografia serviva a "fare vedere" a "mettere in mostra" a "tirar fuori dall'oscuro", oggi, attraverso ritocchi, ridimensionamenti, fotomontaggi ed altre correzioni, siamo passati a fare l'esatto contrario: coprire.
La domanda da porsi è: cos'è accaduto a quell'ardore avanguardisco e lungimirante di Giacomo Balla che, tramite il famoso dipinto Dinamismo di un cane al guinzaglio, ci rimanda agli arbori del 1900? Fotografia in stato emergente e pittura dalle movenze olistiche segnano la storia della bellezza, di una bellezza mai vista prima. Affascinante, curiosa, precisa, dettagliata.
La risposta potremmo individuarla così: in un mondo dove ogni cosa è invilita perché passibile della critica “dell'esperto dell'anno”, allora forse non occorre fotografare per mettere in luce, ma servirsi di questo mezzo per giungere ad uno scopo, di qualsivoglia natura. E lasciare alla mercede altrui il potere di negoziare.
Astrid Amodeo
*link al sito dedicato alla Mostra:
http://www.palazzoducale.genova.it/august-sander/
11 aprile – 23 agosto 2015
Genova - Sottoporticato, Palazzo Ducale
La fotografia, ieri quanto oggi, è la nostra finestra sul mondo, costituita da modi, tempi ed utilizzi molto diversi tra loro.
Se August Sander ci ha fatto esplorare le bellezze dei nostri dettagli meramente fisici, come le mani, gli occhi, la barba, il volto e le orecchie, passando poi all'aspetto esclusivamente emozionale raffigurato dai soggetti delle sue foto (Il soldato tedesco delle SS, L'architetto, Lo studente liceale, Il facchino, La donna delle pulizie, Gli artisti di circo, Il Farmacista, il Cuoco e così di seguito), noi vediamo che cosa? Innanzitutto che la "Bellezza" così come oggi siamo abituati a pensarla in realtà non è altro che un prodotto commerciale che ci è stato proposto e somministrato in toto. Pertanto definiremo il concetto di bellezza in base a dei parametri ben precisi, sebbene cambino nel corso dei decenni, e sottolineino, ognuno a proprio modo, che se non si hanno specifiche "caratteristiche" non si può definire un oggetto o una persona come belli.
La singolarità delle opere di Sander vuole gridare agli arbori del '900 che le cose non sono belle o brutte in senso oggettivo, ma semplicemente sono; al contrario invece di una possibile preferenza o gradevolezza soggettiva.
La galleria delle sue esposizioni sintetizza due ventenni, attraverso cui sono rivelate con fredda lucidità le pieghe sotterranee e rivelatrici del suo tempo. E ciò che sbalordisce in modo assoluto è la lucida percezione personale che aveva del presente. Essa è la naturalezza dei corpi che emerge dal quadro "I pugili" (oggi li definiremmo poco atletici e affatto attraenti, come se per un pugile fosse rilevante esserlo, dato il mestiere) e segnatamente la stanchezza nei volti dei lavoratori e delle lavoratrici. Non ci si vergognava quando il viso era cavo per l'estremo lavoro; se ne prendeva atto, si era stanchi; ovunque affiora la spontaneità della maggior parte dei soggetti da lui ripresi.
Questa parentesi circa il fotografo tedesco ci rimanda ad una peculiarità che potremmo definire “dimensione yo-yo“, replicando proprio l'effetto di qualcosa che sale e scende oppure che parte e poi torna indietro.
Se in origine la fotografia serviva a "fare vedere" a "mettere in mostra" a "tirar fuori dall'oscuro", oggi, attraverso ritocchi, ridimensionamenti, fotomontaggi ed altre correzioni, siamo passati a fare l'esatto contrario: coprire.
La domanda da porsi è: cos'è accaduto a quell'ardore avanguardisco e lungimirante di Giacomo Balla che, tramite il famoso dipinto Dinamismo di un cane al guinzaglio, ci rimanda agli arbori del 1900? Fotografia in stato emergente e pittura dalle movenze olistiche segnano la storia della bellezza, di una bellezza mai vista prima. Affascinante, curiosa, precisa, dettagliata.
La risposta potremmo individuarla così: in un mondo dove ogni cosa è invilita perché passibile della critica “dell'esperto dell'anno”, allora forse non occorre fotografare per mettere in luce, ma servirsi di questo mezzo per giungere ad uno scopo, di qualsivoglia natura. E lasciare alla mercede altrui il potere di negoziare.
Astrid Amodeo
*link al sito dedicato alla Mostra:
http://www.palazzoducale.genova.it/august-sander/
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04 ottobre 2014
Frida Khalo e Diego Rivera: una mostra bella e rivoluzionaria
![]() |
| Diego e Frida 1934 (Martin Munkacsi) |
Un braccio teso muove il pennello, posa il colore sulla tela bianca, gli occhi guardano lo specchio: ecco il volto, lo sguardo, ricambiato, restituito, faccia a faccia, è qui, adesso, speculare, nella stanza, insieme con il suo reale impalpabile. Tutto il resto del mondo è svanito.
I colori esistono nella loro purità, con essi il ritratto danza, grida, cerca. Deve pur esserci un'altra esistenza. La fatica che pare spingersi sull'orlo di un precipizio non è per riprodurre l'originale ma atomi, atomi con i colori dell'iride. Il mondo è fatto di atomi per la sfera dell'esistere, e questo Frida lo sapeva.
![]() |
| Frida Khalo |
Ospedali, il tormento del dolore. La colonna legata da una placca di metallo lunga 15 cm. La gamba le si accorcia e si rende necessario livellare la scarpa. Anche il busto sarà in acciaio e senza quel sostegno, non sopportabile, non si regge in piedi.
Frida Khalo sapeva dipingere e sapeva pensare. Può essere che Diego non resistette alla pennellata correttiva sul lavoro di Frida, ma furono gesti di tenerezza e come tali la sposa li accettò, ancora per amore. Ne poteva fare a meno, non aggiungeranno null'altro che amore sulle tele di Frida.
Il suo curriculum artistico è la sua cartella clinica. Qui si capisce che il confronto con certi celebrati colleghi del tempo, Diego incluso, non regge. Non fosse altro, con rispetto parlando, perché posare il loro deretano davanti al cavalletto e produrre, produrre, come il mercato impone, era del tutto naturale. Per Frida no. Ogni atto era accompagnato da una disperata speranza di farcela. Trascorrere lunghe e lunghe ore ad aggiustare nasi e bocche, ad avvicinare occhi, ad alzare orecchie, accademicamente, si intende, era come vincere i 100 metri a ostacoli.
Nel carrozzone dell'arte e delle mostre acclamate per la pubblica
visione, quella dedicata a Frida Khalo e a Diego Rivera, risulta
rivoluzionaria: è seria, è bella.Ideata da MondoMostre Skira insieme a Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, per il Comune di Genova. La curatrice Helga Prignitz-Poda, la pronipote di Frida, Cristina Khalo, la figlia di Diego, Guadalupe Riverae il nipote Juan Coronel Rivera, autorità messicane hanno voluto accompagnare Frida e Diego, artisti, immensi, sino a Genova, portarci i loro atomi con i colori dell'iride, esposti sino all'otto febbraio 2015. Sono innumerevoli i capolavori, i dipinti e i disegni, le fotografie. Tutto in mostra a Genova, nel medioevale Palazzo Ducale.
Francesco Pirella
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26 febbraio 2013
Se l'arte è provocazione
“Sono convinto che la realtà sia più provocatoria della mia arte. Se pensate che la mia opera sia molto provocatoria, allora significa che la realtà è estremamente provocatoria” - Maurizio Cattelan
Nell'arte contemporanea uno dei personaggi
che si è contraddistinto per la sua emblematica personalità e irriverenza
artistica è Maurizio Cattelan, padovano, classe 1960, uno dei pochi artisti italiani
che è riuscito a raggiungere la notorietà a livello internazionale. Tutti i
suoi lavori ruotano intorno al potere delle immagini, dell’informazione e alla
loro ambiguità; egli decontestualizza situazioni ed oggetti, trasmettendo
semplicemente la tragicomica complessità della banalità odierna, trasformando
le proprie debolezze e quelle dell'essere umano in arte, deridendo e insultando
tutto ciò che ci circonda. Attraverso le sue opere siamo portati a riflettere.
Nel 1992 si trasferisce a New York e per 20
anni, farà la spola tra Milano e New York partecipando con i propri lavori alle
Biennali, alle mostre, legandosi ai galleristi e ai critici più in voga,
attraverso le proprie opere artistiche è riuscito a esprimere il mondo reale e
i paradossi della società contemporanea che condividiamo quotidianamente
suscitando ogni volta scandalo, irritazione, simpatia, sgomento.
Ricordiamo come per il suo debutto a New York
con “Warning! Enter at your own risk. Do not touch, do not feed, no smoking, no photographs, no dogs, thank
you”, installa un lampadario con al di sotto un asino vivo, emblema
riconosciuto di ottusità per rappresentare al meglio la sua posizione nel mondo
dell’arte.
L’artista padovano si prende gioco di tutti,
addirittura dei principali personaggi che hanno segnato, la storia di questo
secolo costruendo delle opere sui limiti e sugli abusi di potere: John
Fitzgerald Kennedy, Papa Giovanni Paolo II, Adolph Hitler. I suoi messaggi non
devono essere univoci ma ambigui e confusionari. Il Potere mediatico,
culturale, sociale si intersecano: rendere pieno il vuoto e sacro il nulla, la
visibilità nell'arte contraddistingue il nostro tempo.
Jenniffer Flores Guevara
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12 ottobre 2011
In libreria
Critica e recensioni sui quotidiani in Italia e in Europa
a cura di Paolo Serafini
Torino, Allemandi, 2011, 128 pp.
Descrizione
a cura di Paolo Serafini
Torino, Allemandi, 2011, 128 pp.
Descrizione
Il volume raccoglie i contributi dei relatori intervenuti agli incontri su Lo stato della critica d’arte sui quotidiani in Italia e in Europa, tenuti all’Università La Sapienza di Roma, ed esamina, proponendo un confronto europeo, l’importanza e il significato del ruolo acquisito dalle pagine di cultura dei quotidiani nel campo storico-artistico, con particolare attenzione al valore culturale, di indirizzo e divulgativo delle recensioni delle mostre, ai rapporti tra la critica d’arte e la recensione, alla continua corsa a vantaggio dell’informazione e a scapito della riflessione.
*segnalato da C.S.
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30 settembre 2011
"Metà tà physikà..."
...ovvero, oltre la natura percepibile dai sensi.
"...si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l'altro lo spettrale o il metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certoi corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possono apparire che sotto la potenza di luci artificiali..." (Giorgio De Chirico).
Una definizione, ma soprattutto un'idea che accomuna artisti come Carrà (di ritorno da una breve ma intensa parentesi futurista), De Pisis, Soffici Morandi, ma specialmente Giorgio De Chirico, e che deriva dal filosofo Aristotele, che con questo termine indicava una realtà che trascende quella conoscibile attraverso i sensi, qualcosa di più immateriale e spirituale.
In un periodo storico pieno d'incertezze quale fu quello della Prima Guerra Mondiale, le persone comuni, coloro che detenevano il potere, coloro che si ribellarono e coloro che acconsentirono senza opposizioni, ma soprattutto coloro che cercarono di dare espressione alle loro emozioni ed ideologie tramite l'arte, ebbero reazioni e menifestazioni contrastanti.
Due esempi su tutti: l'entusiastica adesione del Futurismo, con la sua esaltazione della forza della guerra, della macchina, della velocità e della modernità, contrapposta all'analisi più introspettiva della "Metafisica" di cui De Chirico fu il maggiore esponente.
L'uomo che si prepara a combattere, o a subire, la guerra, è spersonalizzato, non esiste più una figura umana vitale, dinamica, ma solo una pallida ombra, una statua, un inquietanta manichino nelle mani di un destino più grande di loro.
Le radici di questa nuova arte, a tratti pessimistica, si possono individuare nella filosofia storica di Nietzsche e nella solennità della mitologia greca, trasposta in una dimensione angosciosa e ambigua.
Così nascono le "Opere dell'Enigma", dove figure mitologiche come Ulisse scrutano un orizzonte statico, all'ombra di divinità classiche sotto forma di statue, o la serie delle "Piazze d'Italia", caratterizzate da un'architettura classica che tuttavia non permette di comprendere nè il luogo nè il momento in cui ci si trova, e che spesso si mescola ad elementi di modernità come le fabbriche, di cui si scorgono le ciminiere, in um continuo richiamo tra passato e presente.
A livello stilistico, questi concetti vengono resi da De Chirico tramite una costruzione prospettica secondo molteplici punti di fuga incongruenti tra loro, campiture di colore piatte, uniformi, prive di sfumature e chiaroscuri, figure statiche, immobili, fuori dal tempo e dallo spazio.
Analogo discorso vale per le nature morte, dove ai consueti soggetti si aggiungono elementi della classicità greca, come maschere o parti di statue.
L'arte diventa lo spazio di una rappresentazione mentale, di una dimensione interiore pervasa dall'angoscia dell'indefinito, dal dubbio che dilania l'uomo di fronte alla prospettiva della guerra.
A livello emotivo, analoghe sensazioni vengono suscitate in me dall'arte di un altro pittore del '900, Francis Bacon. Artista non riconducibile a nessuna corrente artistica, espresse anch'egli l'angoscia dell'uomo, ma questa volta dopo la sconvolgente esperienza della Seconda Guerra Mondiale.
Il suo mezzo espressivo è nel contrasto tra sfondi dal colore piatto, ordinato, e soggetti, principalmente figure umane, trasfigurati, resi attraverso grumi di colore denso steso in maniera brutale.
I suoi soggetti vengono rappresentati in momenti quotidiani, spesso intimi, come l'uomo in bagno mentre vomita, segnali di un disagio fisico e psicologico. La brutalità delle cose, dela vita, è resa anche nella dimensione religiosa: l'iconografia sacra è deformata da figure mostruose e starvolte dal dolore, addirittura i suoi ritratti di Pontefici hanno un aspetto disperato e straziato, talvolta ispirati da fotogrammi della "Corazzata Potemkin" di Eizenstein (1926).
Questi pittori credo siano un ottimo paradigma per comprendere come l'arte sia una delle forme più efficaci per comprendere ed esprimere i cambiamenti di un secolo intenso come il '900, e come questi abbiano influito in maniera spesso negativa e sconvolgente sulla psiche e sull'animo umano.
Arianna Borgoglio
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