Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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18 marzo 2025

Giornalismo d'assalto

 La vita di un uomo viene sporcata per sempre se finisce su un settimanale” 

Nanni Moretti Palombella rossa  1989.

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01 settembre 2021

In libreria

 Stefania Maurizi 
Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks
Prefazione di Ken Loach
Chiarelettere, Milano, 2021. pp. 388.

Descrizione
Nella cella di una delle più famigerate prigioni di massima sicurezza del Regno Unito, un uomo lotta contro alcune delle più potenti istituzioni della Terra che da oltre un decennio lo vogliono distruggere. Non è un criminale, è un giornalista. Si chiama Julian Assange e ha fondato WikiLeaks, un'organizzazione che ha profondamente cambiato il modo di fare informazione nel XXI secolo, sfruttando le risorse della rete e violando in maniera sistematica il segreto di Stato quando questo viene usato non per proteggere la sicurezza e l'incolumità dei cittadini ma per nascondere crimini e garantire l'impunità ai potenti. Non poteva farla franca, doveva essere punito e soprattutto andava fermato. Infatti da oltre dieci anni vive prigioniero, prima ai domiciliari, poi nella stanza di un'ambasciata, infine in galera. È possibile che a un certo punto venga liberato, oppure rimarrà in prigione in attesa di una sentenza di estradizione negli Stati Uniti e poi finirà sepolto per sempre in un carcere americano. Con lui rischiano tutti i giornalisti della sua organizzazione. L'obiettivo è distruggerli e farlo in modo plateale. Stefania Maurizi è l'unica giornalista che ha lavorato fin dall'inizio, per il suo giornale, su tutti i documenti segreti di WikiLeaks, a stretto contatto con Julian Assange, incontrandolo molte volte. Ha contribuito in maniera decisiva alla ricerca della verità, citando in giudizio quattro governi - gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Svezia e l'Australia - per accedere ai documenti del caso. Gli abusi e le irregolarità emersi da questo lavoro d'inchiesta sono entrati nella battaglia legale tuttora in corso per la liberazione del fondatore di WikiLeaks. In queste pagine ripercorre tutta la vicenda, con documenti inediti. 


09 agosto 2021

Storia migrante

“[...] è stato tutto troppo veloce per capirci qualcosa e noi abbiamo dovuto essere vecchi e nuovi".
Marco Balzano
Quelli di Marco Balzano sono romanzi che sfiorano l'inchiesta giornalistica, utili per comprendere il fenomeno migratorio puntando la lente su storie singole di pochi personaggi, come nel caso de Il figlio del figlio. Il romanzo è una storia migrante tutta italiana, che mette in gioco il nonno (analfabeta, ricco della saggezza dei contadini del meridione), il padre (diplomato e pronto ad appropriarsi dei benefici del boom economico) e il figlio (laureato in Lettere e precario in attesa del posto di ruolo nella scuola pubblica). Ma è proprio il nipote "milanese" che ripercorre la fatica dell'emigrante dal mare della Puglia a Milano nell'intreccio di tre generazioni, la perdita lenta delle radici e la ricerca faticosa di un nuovo radicamento da consegnare ai figli che nasceranno al nord, senza più conoscere il dialetto e i profumi del sud. Non a caso nel suo ultimo romanzo Balzano sposta lo sguardo verso le nuove storie complesse dei migranti, dall'est europeo all'Italia (cfr. Quando tornerò. Einaudi, 2021)
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mmilan

Marco Balzano
Il figlio del figlio
Sellerio, Palermo, 2016, pp. 200.

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17 luglio 2019

Mafia onnipresente



Attilio Bolzoni è un giornalista nato nel settembre del 1955 in una provincia della Lombardia, esattamente a Santo Stefano di Lodigiano. Intraprende la carriera di giornalista dal 1983 e scrive cronaca nera per il quotidiano L’Ora. Trascorre un lungo periodo della propria vita in Sicilia, a Palermo, dal 1979 al 2004, dove viene arrestato insieme al collega Saverio Lodato de L’Unità per aver pubblicato le rivelazioni del pentito Antonio Calderone, violando il segreto istruttorio. Viene assolto nel 1991 dall’accusa di peculato e amnistia per quella di rivelazioni del segreto istruttorio. Non scrive solo articoli di giornali sulla mafia, ma bensì diverse opere tra quali: “La Giustizia è cosa nostra”, “Rostagno: un delitto tra amici”, “Parole d’onore”, che ha ispirato uno spettacolo teatrale.
La sua arte si estende anche alla sceneggiatura e, nel 2004 partecipa alla miniserie televisiva Paolo Borsellino e del docufilm Silencio.
Lascia la Sicilia nel 2004, poiché inviato per il suo giornale in Iraq.
Bolzoni, per la sua carriera come “penna” contro la mafia, riceve nel 2009 il Premio “E’giornalismo”, perché tratta delle vicissitudini siciliane da oltre trent’anni.
Giornalisti in terre di mafia è un grido fatto in coro di diversi giornalisti, che in queste centoquaranta pagine condannano la situazione l’intera situazione Italiana, affermando che la Mafia non è soltanto quell’entità legata al Sud, a Corleone o a “Cosa Nostra, bensì si è costruita il suo nido anche al Nord.
L'opera è scritta da trenta cronisti, oltre ad Attilio Bolzoni, che attraverso brevi racconti, riferiscono quale sia stato il loro “rapporto” con la mafia.
Queste voci raccontano di una mafia travestita in una realtà imprenditoriale e politica. Di quanto oggi il ruolo del cronista faccia paura a queste realtà, ma anche di quanto sia difficile raccontare della mafia. A costo della libertà propria e dei propri famigliari, come scrive Federica Angeli, o addirittura in cambio della vita, come racconta Alessandra Ziniti, le persone che decidono di scrivere di questo tema, sono spinte sì, dal denunciare e migliorare la società, ma soprattutto dalla passione.
Nel testo, ritroviamo un altro tema, quello della solitudine, perché decidere di scrivere di Mafia, ti emargina: colleghi, redazioni e persino gli amici iniziano ad escluderti, come tratta Elisa Marincola.
Ho trovato questa lettura interessante, e molto facile da capire: una lettura d’impatto, mirata a colpire chi non ha remore, chi non ha un’etica, chi scrive tanto per scrivere. Le voci che animano questo libro, sposano il loro mestiere nel bene e nel male, ed è questa la ragione che ti mi ha spinto a leggere pagina dopo pagina. Facendomi un esame di coscienza, non so se potrei fare come questi autori, rischiare la vita, rischiare querele, rischiare la libertà, perché siamo consapevoli tutti in fondo che avere la scorta a vita, è una sorta di ergastolo. Probabilmente io sarei come quei giornalisti che gli autori definiscono inetti e facili, che preferiscono fare una cronaca “comoda”.
Hanaa Sobhi

Attilio Bolzoni
Giornalisti in terre di mafia.
Quelli che scrivono e quelli che si voltano dall'altra parte
Melampo, Milano, 2019, pp.176

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28 dicembre 2018

In libreria

Attilio Bolzoni
Giornalisti in terre di mafia.
Quelli che scrivono e quelli che si voltano dall'altra parte
Melampo, Milano, 2018, pp. 176.

Descrizione
Ci sono notizie che fanno male e ci sono notizie che non disturbano mai. Cronache irriverenti e quell'informazione "morbida" che piace a tanti, conformista, remissiva e conciliante. Le due facce del giornalismo in terre di mafia. Quando le grandi organizzazioni criminali si nascondono è più difficile raccontarle, meno sparano e meno finiscono sui giornali. Quando non "parlano" con il linguaggio delle armi - uccidendo, organizzando stragi e attentati - le mafie è come se non ci fossero. Vengono riconosciute solo quando non portano la maschera. In questi anni si è fatto un gran rumore intorno a fenomeni criminali che si sono proposti sulla scena violentemente e si è fatto un gran silenzio su quei sistemi mafiosi o paramafiosi legati ai poteri legali.

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03 dicembre 2018

In libreria

Nicola Attadio
Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly
Bompiani, Milano, 2018, pp. 204.
Descrizione
Settembre 1887: una ragazza bussa alla porta di John Cockerill, direttore del ''New York World'' di Joseph Pulitzer. Chiede di essere assunta come reporter. Nessuna donna aveva mai osato tanto. Il suo nome è Elizabeth Cochran, ha ventitré anni, ma già da tre scrive per un quotidiano di Pittsburgh firmandosi Nellie Bly. Una donna reporter non si è mai vista, ma la sua idea di un'inchiesta sotto copertura a Blackwell Island, manicomio femminile di New York, convince Cockerill e Pulitzer ad accettare la sfida. Ne nasce un reportage che farà la storia del giornalismo. Da qui, in un crescendo di popolarità e sotto mille travestimenti, Nellie racconterà l'America agli americani. Diventerà l'incubo di politici e benpensanti, viaggerà in tutto il mondo, vivrà amori e fallimenti. Mentre i grattacieli, i treni, il telegrafo e poi la guerra trasformano la realtà, Nellie Bly si trova a essere pioniera di una figura mai esistita prima: la donna indipendente, artefice del proprio destino, la giornalista intrepida armata solo del proprio sguardo libero e della propria voce.

28 marzo 2018

In libreria

AA.VV.
Italia sotto inchiesta
Meltemi, Milano, 2018, pp. 182.

Descrizione
Una squadra di giornalisti provenienti dalle principali realtà d’informazione del nostro paese – da “Report” a “Piazzapulita”, da “Presadiretta” a “Nemo”, dal “Corriere della Sera” a “L’Espresso” – racconta in questo volume i casi che hanno segnato l’Italia degli ultimi anni. Gli integralisti di casa nostra, i ciarlatani della salute, le infiltrazioni mafiose e molto altro. Ogni capitolo del libro riapre una pagina di attualità, ricostruita come nella miglior tradizione del giornalismo d’inchiesta. La Prefazione è firmata da Riccardo Jacona.
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13 marzo 2015

Morire d'amianto

Sabato 14 marzo 2015, ore 9, nella Sala Maggiore del Comune di Pistoia, presenterò il mio libro "Morire d'amianto a Pistoia. Il caso Breda e l'informazione", discutendone con il sindaco Samuele Bertinelli. Il lavoro, che ha avuto origine dalla mia tesi di laurea, è stato pubblicato da Settegiorni Editore grazie al contributo della Fondazione Valore Lavoro di Pistoia e della Cgil Toscana. La mattinata proseguirà poi con una tavola rotonda dal titolo "Le parole per dirlo: l'amianto tra cronaca, reportage e romanzo". Al dibattito prenderanno parte Alberto Prunetti (scrittore, autore di Amianto. Una storia operaia), Giampiero Rossi (giornalista de Il Corriere della sera, autore di La lana della salamandra), Silvana Mossano (giornalista de La Stampa, autrice di Malapolvere) e Silvano Balestreri (giornalista, docente di Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico presso l'Università di Genova, nonché relatore della mia tesi). Nella locandina trovate il programma completo della mattinata. Io vi aspetto. Sono sicura che sarà una mattinata intensa e piena di emozioni (per me sicuramente!)
Valentina Vettori


Valentina Vettori
Morire d'amianto a Pistoia. Il caso Breda e l'informazione
Settegiorni editore, Pistoia, 2015.


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16 febbraio 2015

Libbri in scia stradda

Il salotto letterario della Maddalena. Libbri in scia stradda
Martedì 17 febbraio 2015 h. 17, Teatro Altrove - Teatro della Maddalena in piazzetta Cambiaso, incontro con Attilio Bolzoni, Inviato di "Repubblica", e protagonista del giornalismo d'inchiesta.



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03 settembre 2014

Vale ancora la pena di vivere in Italia?


"Il Buon Paese " di Enzo Biagi. Suggestioni e parallelismi 1981-2014
Lo spirito che anima Enzo Biagi nella sua inchiesta Il Buon Paese  del 1981 non è frutto di genuina curiosità, ma di sincera preoccupazione. Nell’Italia del 1981 valeva la pena restare?
Biagi ci offre una carellata di ventinove ritratti umani, testimonianza unica, per la sua sensibilità, dell’Italia di trentatré anni fa. Così simile e tanto diversa da quella che oggi viviamo. La crisi internazionale e quella economica si fanno più pressanti, la politica è già cosa lontana dalla vita di tutti i giorni, il terrorismo si insinua.
Subito si capisce che qualcosa è cambiato: gli anni Ottanta rappresenteranno infatti una fase passaggio. Tutto ciò che aveva rappresentato gli anni Sessanta e Settanta, si perderà: il clima non è più lo stesso: per descrivere l’Italia di Enzo Biagi la politica quasi non serve, ma apre la rassegna di interviste. Il primo è il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, seguito dal parlamentare Giorgio Amendola e dal sindacalista Luciano Lama: è questa la politica che Biagi ha scelto di raccontare per la sua Italia. Se la figura di Pertini non poteva mancare, come idolo degli italiani, l’intervista ad Amendola serve per chiudere un ciclo ed è lo stesso Biagi ad ammettere “Ho capito che non facevo un’intervista, ma raccoglievo un testamento” (p. 1). Luciano Lama è invece il simbolo di un’Italia operaia, che a causa della crisi perde certezze e vede nel sindacato un intermediario per trattare con l’imprenditoria. Sta scemando la passione ideologica dei decenni precedenti, la sostituiscono la scetticismo e la diffidenza. Le altre storie appartengono a uomini e donne di ogni estrazione sociale, provenienti da ogni area geografica del Paese. C’è spazio per tutti nell’Italia di Biagi: per l’industriale e per l’operaio, per il sacro e per il profano, per la nobile imprenditrice e per gli attori della casa di riposo per artisti, per il letterato e l’ex analfabeta autodidatta. Ognuno porta il suo contributo: in qualche modo, tutti fanno l’Italia.
I protagonisti sono scelti con cura e vengono incastonati dentro la “cornice-Italia”. Sono molte le domande ricorrenti, declinate in diverse forme, tra queste troviamo: “Vorresti raccontarmi la tua giornata?”, “Chi sono i nostri compatrioti più infelici?”, “Chi sono gli italiani che se la passano meglio?”, “Ha visto Prova d’orchestra di Fellini? Che ne pensa?”, “Qual è il peccato che consideri più grave?”, “Che possibilità abbiamo, di salvarci?”, “Che cosa sono i soldi?”, “Chi è per lei un comunista?”, “Chi è per lei un imprenditore?”, “A suo figlio che consigli dà?”, “C’è qualcosa che le fa paura?”, “Politicamente che cos’è?”, “Chi sono i suoi amici?”. Il lettore può quindi confrontare le risposte degli intervistati, che sembrano dar voce a quella che potremmo definire l’opinione pubblica italiana. Attraverso un piccolo gruppo di persone, Enzo Biagi riesce a dar voce a tutte le facce del nostro Paese: alle istanze, ai successi e le sconfitte di tutti quanti.
Ogni intervista è preceduta e seguita da un commento del giornalista, che racconta in breve al lettore la storia dell’intervistato e che, a fine capitolo, va a chiosare esprimendo la propria impressione sull’incontro.
Il filo conduttore è un immaginario itinerario attraverso la Penisola: Roma, Milano, Torino, Padova, Vicenza, Scaldaferro di Pozzoleone (VI), Bologna, Imola, Modena, Parma, Montagnano (AR), Pavia, Massa Carrara, Salerno, Palermo, Cagliari, con un salto oltre confine, nella Lugano che Prezzolini aveva scelto come dimora dei suoi ultimi anni.
A ogni tappa un personaggio racconta la propria storia attraverso un’intervista; in alcuni casi manca la voce del protagonista, la cui esperienza rivive attraverso le parole di Biagi. A loro volta queste storie raccontano l’Italia: la sua spiritualità cattolica, il suo spirito imprenditoriale, la sua cultura.
Nulla sembra mancare in questo ritratto, tanto semplice e a volte amaro. Amaro perché restituisce un’immagine chiara: il brillante spirito italiano convive con le miserie che ancora non è riuscito a debellare. C’è la storia di Mimì Aylmer alla Casa di Riposo per artisti di Bologna, che qualcuno avrebbe voluto chiudere. La storia di Rossanna Riccetti, madre di due tossicodipendenti: Massimo e Fausto, morto di overdose. E ancora il racconto di vita di Antonietta Pepe, salernitana, che ha imparato a leggere e scrivere senza essere andata a scuola e che ha undici figli, quattro sordomuti. I ritratti di Pietro Calogero e Giancarlo Stiz, magistrati che hanno combattuto il terrorismo nero. L’intervista alla famiglia di un altro magistrato: Guido Galli, ucciso dalle Brigate Rosse. L’ultimo capitolo è dedicato alla Sardegna: Enzo Biagi sceglie di raccontarla attraverso gli occhi di tre carabinieri: il colonnello Felice Scalzo, il maggiore Franco Murtas e il maresciallo Giorgio Spano. Raccontano dei briganti, di quella realtà rurale e così “isolata”, diversa dal resto della Penisola. Una realtà così lontana, che per essere raccontata serve la testimonianza del presidio dello Stato. Biagi ascolta il loro racconto con l’attenzione di un antropologo che studia un popolo a lui sconosciuto.
C’è spazio per nomi importanti: Gianni Agnelli, simbolo delle dinastie dell’imprenditoria italiana, Padre Martini, che si appresta a diventare vescovo di Milano, Callisto Tanzi, ancora ben lontano dal crack Parmalat, Elvira e Enzo Sellerio, che con l’aiuto di Leonardo Sciascia hanno raggiunto il successo, Giuseppe Prezzolini, sulla soglia dei novantanove anni.
Le interviste non si soffermano solo sulla vita professionale e pubblica degli intervistati, Enzo Biagi vuole arrivare al cuore di quest’Italia ed è per questo che le sue domande sono discrete, ma spesso si fanno personali. Lo scopo è quello di rappresentare il cuore del Paese.
L’Italia del 1981 vive delle grandi contraddizioni, ma attraverso questa inchiesta, Biagi trova la risposta alla sua domanda. Alcuni problemi sociali sembrano insanabili, atavici in Italia, ma vale ancora la pena restare: esiste una forza vitale che ci porta avanti, attraverso i buoni e i cattivi momenti, attraverso la tragedia e il successo. Come lui stesso dice: “Se arriverete all’ultima pagina, forse vi sarà chiaro perché l’Italia sta in piedi, perché ogni mattina, più o meno, escono i tram, i bambini vanno a scuola, e fuori della porta c’è la bottiglia del latte e il giornale. Esiste ancora qualcuno che fa la sua parte: sono quelli che forse ci salveranno(p.8).
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La mia copia de Il Buon Paese è di seconda mano, sulla quarta di copertina qualcuno ha inciso una data, 23/7/82. Il libro era appena stato ristampato in seconda edizione da Mondadori. Il 1981 è appena passato: è stato un anno intenso, un anno di cambiamenti.
C’è un mondo nuovo da affrontare e il giornalismo italiano si confronta con nuovi eventi e nuove evoluzioni: il terrorismo è una realtà sempre più concreta, gli attentati sono sempre più frequenti, nel mese di marzo viene scoperta la loggia massonica P2: è un terremoto, ogni settore dell’industria è colpito, editoria compresa. Il Corriere della Sera perde 100.000 copie di tiratura e buona parte della redazione, compreso lo stesso Biagi. Il 17 maggio, con un referendum, gli elettori respingono l’abrogazione della legge 194. A giugno un dramma scuote la nazione: Alfredo Rampi, 6 anni, muore a 60 metri di profondità, tre giorni dopo la caduta in un pozzo. Nella speranza di poter documentare il momento del salvataggio, il TG1 e subito dopo anche il TG2 e il TG3 aprono una diretta in esterna, che durerà 18 ore e si concluderà tragicamente con la morte del piccolo. In seguito i direttori dei tre telegiornali vennero accusati di scarsa sensibilità, avendo spettacolarizzato un così tragico evento.
E’ in questo scenario che prende il via l’inchiesta de Il Buon Paese. Bisogna fare chiarezza e portare un po’ di luce su questo panorama desolato. E’ questo il compito che si prefigge Enzo Biagi, che, con la pacatezza e la serenità che lo hanno contraddistinto, mette un po’ d’ordine e fa emergere il lato meno triste del nostro Paese. Anche nella tristezza e nella miseria, Biagi ha saputo trovare il lato buono: le interviste non sono mai formali, sono sempre cariche di emotività. Sono ritratti pieni di colore, c’è il dialetto di Antonietta Pepe, il pranzo semplice di Pertini, come quello di “certi professori che insegnano in provincia” (p. 12), la semplicità del piccolo Paolo che cammina con le ciabatte del papà, è figlio di Guido Galli, magistrato ucciso dalle Br.
La lettura è piacevole e veloce, grazie a una scrittura semplice e lineare, ma coinvolgente. Biagi dà molto spazio alle riflessioni del lettore, lascia a lui la possibilità di giudicare i personaggi raccontati e l’epoca in cui vissero.
In poco più di duecento pagine, Enzo Biagi riesce a descrivere l’umanità intera. La mette a nudo in tutte le sue sfaccettature, ma il risultato è sorprendente: sono passati trentatré anni dall’avvio di questa inchiesta, per di più, in un’epoca che ha attraversato velocissimi cambiamenti e che hanno segnato cambiamenti epocali per la storia dell’uomo. Eppure le similitudini con il nostro tempo sorgono spontanee.
Già dai primi capitoli, si notano due temi ricorrenti “sfiducia nella politica” e “crisi internazionale”, gli stessi che ancora oggi ripetiamo come mantra. A un primo sguardo, può sembrare che l’Italia sia rimasta immobile per decenni, ma a ben vedere si può capire che c’è stata una grossa evoluzione, che, sotto alcuni aspetti, è ancora in atto.
Siamo un Paese più laico: benché la maggioranza dei cittadini italiani sia di fede cattolica o si dichiari credente, la religione non occupa più una parte così importante delle nostre vite. Il terrorismo non è più una realtà quotidiana, è diventato una pagina buia nella storia del nostro Paese.  
Con il senno di poi e un po’ di sarcasmo, si può guardare all’intervista “Il mio latte nutre anche i soldati USA”, in cui un quarantenne Callisto Tanzi alla domanda “Che cos’è il denaro?” dichiara “Una cosa che serve rovinarne molte altre” (p. 134). Tra i nostri cittadini è cresciuto ancora il livello di istruzione; c’è anche più consapevolezza dei rischi del mondo: la droga non è una piaga sociale tanto distruttiva quanto lo era nei primi anni Ottanta.
In questi trentatré anni però qualcosa si è perso: i Tullio Campagnoli, i Mario Lodi, i Gian Luigi Morini, i Sellerio, i Panini ma anche i Gianni Agnelli sembrano non esserci più, sembrano non trovare più spazio. Personaggi come questi hanno rappresentato non solo il made in Italy, ma il vero e proprio spirito dell’italianità: creatività, imprenditorialità, sensibilità culturale. Per non parlare dei Prezzolini e dei Bacchelli, che davvero possono essere considerati unici e appartengono a un altro mondo, sia culturale sia storico.
Di Enzo Biagi ricordo Il Fatto in onda su Rai1 nelle sere della mia infanzia, non ho potuto vivere appieno la sua carriera e la sua vita professionale, ma leggendo questa sua raccolta di interviste, qualcosa è scattato. Qualcosa che è più di una suggestione. “Vale ancora la pena di vivere in Italia?” è una domanda che colpisce, soprattutto perché rimane molto attuale: conosco tanti coetanei che sono emigrati e io stessa ogni giorno sembro avere un motivo in meno per restare. Queste riflessioni hanno riportato alla mente un testo molto più recente, un libro che rappresenta una testimonianza sull’Italia degli anni Duemila: è Vieni via con me di Roberto Saviano, che attraverso otto storie di corruzione e di speranza, racconta la realtà italiana. Nato da una trasmissione tv, la pubblicazione del libro si è trasformata in un tour-evento, il cui “tormentone” è stato, non a caso, la “lista delle dieci cose per cui vale la pena vivere”. Nelle ultime pagine, Saviano racconta la storia dei trentasei Giusti, che esistono in ogni generazione e che si oppongono al male quando esso prevale. Per commentare questo racconto sceglie una poesia di Borges, I giusti, che può essere usata anche per raccontare la scoperta fatta da Biagi, attraverso il suo ciclo di interviste:
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva
Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano
in silenzio a scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina
che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono
le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male
che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson. 
 Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano stanno salvando
il mondo.
Dopo aver riletto queste poche righe non posso fa a meno di chiedermi se Saviano avesse mai letto Il Buon Paese prima di pubblicare il suo Vieni via con me.
Marta Fiorellino

Enzo Biagi 
Il Buon Paese 
Mondadori, Milano, 1982

05 dicembre 2013

In libreria

Leonida Reitano
Esplorare Internet.
Manuale di investigazioni digitali e Open Source Intelligence
Argelato (Bo), Minerva edizioni, 2013, 264 pp.
Descrizione
In Italia il giornalismo investigativo è in piena espansione. Dal lato televisivo, per esempio, ci sono programmi come Report, Inchieste di Rainews24, Presa Diretta. È quindi il momento più adatto per lanciare sul mercato editoriale una collana giovane e agile, con nomi di spicco ma anche con esordienti in grado di realizzare inchieste di qualità: nasce così la nuova collana giornalismo investigativo, frutto dell’incontro tra l’AGI (Associazione di Giornalismo Investigativo) e Minerva Edizioni.
 
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08 maggio 2013

Inchieste nella dorata distopia tedesca

 

Chiunque volesse andare oltre l’ormai stereotipica visione della Germania “locomotiva d’Europa”, dei conti pubblici in regola (3200 miliardi di dollari di PIL che crescono del 3% l’anno), dei redditizi affari con i mercati emergenti, dei rendimenti decennali dei Bund divenuti il terrore per ogni altro titolo di stato europeo e dell’enorme influenza di Berlino sulla BCE e sulle sorti dei governi indebitati e inadempienti, insomma, chiunque sia interessato a sapere cosa ci sia dietro tutta questa magnificenza in salsa teutonica, potrà soddisfacentemente placare la propria curiosità leggendo Notizie dal migliore dei mondi. Una faccia sotto copertura.
Edito in Italia da L’orma (Roma, ottobre 2012) per la tagliente collana Kreuzville, è la raccolta di cinque reportage d’inchiesta di un vero specialista del travestimento, il camaleontico Günter Wallraff, giornalista tedesco già noto dagli anni ’80 al pubblico internazionale per aver raccontato, con il libro Faccia da turco, la sua esperienza da “infiltrato speciale” nell’inferno degli immigrati in Germania durante il boom economico.
Alla soglia dei settant’anni, lo ritroviamo qui dipinto di nero nei panni del tedesco-africano, in fila per un posto letto in un centro di accoglienza nelle consunte vesti di un senzatetto, sbarbato e tirato a lucido a impersonare un dinamico quarantanovenne nell’angusta postazione di un frenetico call-center. Sul volto tante maschere diverse celano gli stessi occhi penetranti, pronti a documentare le condizioni di vita, di lavoro, di degenza e di disperazione di chi, nel grande teatro germanico, già del socialdemocratico Shröder e oggi della cristiano-democratica Angela Merkel, si ritrova, suo malgrado, a recitare la parte dell’ultima ruota di un pur maestoso carro.
Quello che nell’immaginario comune viene rappresentato come “il migliore dei mondi”, visto e vissuto in prima persona da una prospettiva interna, scrutando tra le fronde di una società profondamente stratificata e ricca di contraddizioni, appare, in alcuni dei suoi variegati contesti, ancora intriso di pregiudizi, di intolleranza e di sentimenti razzisti; si rivela indifferente, quando non indolente e cinico, nei confronti degli “ultimi”, come i vagabondi, gli emarginati e i tossicodipendenti; si mostra avido, spietato e meschino nello speculare sul lavoro alienante dei telefonisti dei call-center; infine, si scopre insensibile, disumano e un po’ criminale nel relegare a una follia indotta, magari legato a un letto di una clinica psichiatrica, chi non riesce a reggere psicologicamente a un ritmo di vita forsennato, che trasforma l’uomo in un pescecane sempre alla ricerca di pesci più piccoli da sbranare.
Personaggio tanto amato quanto temuto in patria, Wallraff si cala, con la maestria dell’attore navigato e con il consueto “fegato”, nelle spire meno note della galoppante Federazione, portando l’occhio del lettore là dove l’impietosa realtà è tale solo per chi vi è invischiato quotidianamente, mentre per gli altri esiste solo in quanto “sentito dire” sconveniente, che si preferisce ignorare per mai averci a che fare
Fingendosi un “negro”, un “barbone” o un disoccupato di lungo corso, il giornalista tedesco intende abbattere la sorridente barriera di apparenza dietro la quale, chi è dinanzi a un esponente della stampa, inevitabilmente si trincera, per dare di sé agli altri solo l’immagine migliore. Ne risulta una lettura intrigante, in cui le molte scene descritte si susseguono a un ritmo sostenuto, tipico del film-documentario.
Ascoltando le tristi storie delle vittime di una società sempre più sfilacciata perché prona alle impietose esigenze del libero mercato, Wallraff vuole documentare quegli habitat lavorativi che meglio esemplificano il trionfo della competitività, dell’alienazione, della lotta tra poveri, ma soprattutto dell’imbarbarimento etico che una crudele politica aziendale produce nei sottopagati dipendenti. È il caso delle scuole di formazione per l’alta cucina e dei famigerati call-center in cui centinaia di “polli in batteria” cercano, gomito a gomito, di abbindolare il prossimo, in un’ambientazione che non poco ricorda le scene dell’huxleyano Brave New World, dal quale l’autore trae infatti l’ispirazione per il titolo originale del suo libro, Aus der shöenen neuen Welt (letteralmente, “Il bel mondo nuovo”).
Dare voce a chi non ha voce. Sbattere a tutti in faccia una realtà cruda e ostica da digerire. Annullare ogni giorno se stessi e la propria indignazione per continuare a rendere conto, sotto mentite spoglie, di quelle identità silenziose o inascoltate che con le loro umiliazioni sul posto di lavoro, con i loro geloni raggomitolati dentro un sudicio sacco a pelo, con le loro paghe da fame e con le loro sindromi da burnout, compongono ampie fasce del tessuto sociale tedesco: questo è il modo da tempo scelto da Wallraff per contribuire al cambiamento della sua nazione.
Günter Walraff accende la luce su alcune zone d’ombra di una Germania dai mille volti, tante quante sono le maschere del “camaleonte del reportage” che, insieme ai microfoni nascosti, indossa una maschera per smascherare il vero volto di uno stato che, nella corsa al primato economico, al taglio del debito pubblico e alla lotta alla crisi dei mercati internazionali, non si fa scrupoli a sacrificare il welfare state, l’equità sociale e la dignità dei propri cittadini.
Un pugno nello stomaco alla coscienza. Un inno alla solidarietà che fa riflettere tutto l’Occidente.
Alessandro Pucci


Günter Wallraff
Notizie dal migliore dei mondi. Una faccia sotto copertura
Roma, L’orma editore, 2012, 312 pp.


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28 marzo 2013

In libreria

Giovanni Tizian
La nostra guerra non è mai finita
Milano, Mondadori, 2013, 227 pp.
Descrizione
"Un corpo irriconoscibile abbandonato come un cane nelle campagne della Locride. L'interminabile, soffocante stagione dei sequestri di persona. E poi, nella nostra carne, le fiamme che divorano il mobilificio di nonno Ciccio, l'omicidio di mio padre. E nessun colpevole. Perché continuare a vivere in una terra che ripagava il nostro amore incondizionato con tanta spietata ferocia? Andarsene via, ovunque, purché lontano da Bovalino, fuori da quei confini diventati così angusti. Approdare in una città accogliente come Modena, nel tentativo di rimuovere, di dimenticare il passato, di trovare una normalità. Nascondendo a tutti, persino a me stesso, la rabbia e la sofferenza. E così ho fatto per tanto tempo, fino a quando, ormai ventenne, ho chiesto in lacrime a mia madre di guidarmi nel doloroso esercizio della memoria. Ho voluto sapere tutto di quella sera del 23 ottobre 1989, di quei colpi di lupara sparati contro la Panda rossa di mio padre. Dopo, per me è stato l'inizio di una nuova vita. Senza più vergogna, senza più sentirmi addosso gli sguardi di commiserazione della gente. Ma ricordare e raccontare sono atti troppo rivoluzionari, troppo scomodi per chi ha costruito il proprio impero sulla menzogna e sull'omertà. Intanto la 'ndrangheta aveva viaggiato più veloce di noi ed era già lì, nell'Emilia terra della Resistenza, a conquistarsi sul campo il predominio della criminalità organizzata e pronta a zittire le mie inchieste giornalistiche."
 Giovanni Tizian
 
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14 dicembre 2012

In libreria

Gunter Wallraff
Notizie dal migliore dei mondi. Una faccia sotto copertura
Roma, L'Orma editore, 2012, 312 pp.

Descrizione
Il più importante giornalista d'inchiesta tedesco, autore dello shoccante Faccia da turco, autentico pugno nello stomaco della Germania degli anni Ottanta, torna a travestirsi e infiltrarsi con consumata abilità d'attore per mostrare il mondo dell'emarginazione sociale in tutta la sua cruda realtà, dandone testimonianza in prima persona. Vivendo da extracomunitario di colore, impiegandosi in un call center o dormendo all'addiaccio con i senzatetto nel giorno più freddo dell'anno, Wallraff svela l'inferno del precariato e il terzo mondo della porta accanto. Cinque reportage per raccontare dall'interno lo sfruttamento e la miseria nella ricca Germania, solo in apparenza immune da ogni crisi. Il volume è arricchito da una nuova e rivelatrice indagine sugli errori e gli abusi della psichiatria contemporanea.
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21 ottobre 2012

In libreria

Günter Wallraff
 Notizie dal migliore dei mondi. Una faccia sotto copertura
Roma, L'Orma editore, 2012, 312 pp.

Descrizione
Il più importante giornalista d’inchiesta tedesco, autore dello shoccante Faccia da turco, autentico pugno nello stomaco della Germania degli anni Ottanta, torna a travestirsi e infiltrarsi con consumata abilità d’attore per mostrare il mondo dell’emarginazione sociale in tutta la sua cruda realtà, dandone testimonianza in prima persona. Vivendo da extracomunitario di colore, impiegandosi in un call center o dormendo all’addiaccio con i senzatetto nel giorno più freddo dell’anno, Wallraff svela l’inferno del precariato e il terzo mondo della porta accanto. Cinque reportage per raccontare dall’interno lo sfruttamento e la miseria nella ricca Germania, solo in apparenza immune da ogni crisi. Il volume è arricchito da una nuova e rivelatrice indagine sugli errori e gli abusi della psichiatria contemporanea.
*link alla presentazione sul sito de L'Orma editore.

16 giugno 2012

Inchiesta a sud di Lampedusa

Tempi duri per il giornalismo di qualità. Tempi duri, quindi, anche per il reportage e l'inchiesta che difficilmente trovano spazio, causa elevati costi economici, nell'informazione nostrana. Ma c'è sempre l'eccezione che conferma la regola. A sud di Lampedusa di Stefano Liberti ne è un esempio. L'autore, vincitore con questo libro del Premio Indro Montanelli, è uno dei pochi giornalisti italiani che seguono gli aspetti piò oscuri (e più facilmente soggetti a luoghi comuni) dei movimenti migratori dall'Africa verso l'Europa. Questo libro, frutto di cinque anni sulle rotte dei migranti, ci restituisce il quadro vivo e sfacettato di un fenomeno che l'appiattimento mediatico riduce a generalizzata, ingestibile "emergenza".
Andrea Ghiazza

Stefano Liberti
A sud di Lampedusa
Roma, Minimum fax, 2011, 210 pp.
*link alla scheda di presentazone e ad un estratto del libro sul sito di Minimum fax.

10 maggio 2012

In libreria

Alessia Affinito
Origini e modelli del giornalismo investigativo. Ida M. Tarbell e i Muckrakers

Arezzo, Zona, 2011, 214 pp. (Collanoa Zona per l'Università)
DescrizioneIl presidente Theodore Roosevelt utilizzò nel 1906 il termine muckrakers per definire un gruppo di scrittori e giornalisti autori di inchieste su scandali urbani e corruzione in politica. Il loro impegno aprì la strada ad un ventennio di audaci riforme negli Stati Uniti. Ida Minerva Tarbell, storica e giornalista, dedica dal 1902 al 1904 un’inchiesta al trust petrolifero fondato da John D. Rockefeller nella seconda meta dell’Ottocento: la Standard Oil Company. L’accuratezza dell’indagine e il successo di pubblico lo hanno reso un modello ancora oggi insuperato del genere, decisivo per l’adozione di una legislazione antitrust. Il saggio ricostruisce le origini del giornalismo investigativo a partire dai suoi caratteri costitutivi e da alcune inchieste divenute celebri per gli effetti prodotti in ambito civile e legislativo. Attività per sua natura rischiosa e dal profilo pragmatico, l’investigazione vanta una tradizione bicentenaria non casualmente in ambito anglosassone. Un’autentica democrazia non può fare a meno del ruolo watchdog dell’informazione.

07 maggio 2012

Dalla carta al Web documentario

“Il web documentario è un linguaggio altro”. Con queste parole Maso Notarianni -  condirettore di E-Il mensile- introduce questo panel al Festival Internazionale del Giornalismo  di Perugia. Ma cosa si intende con “linguaggio altro”? Quel linguaggio che usa e potenzia tutti gli altri linguaggi. Il web documentario non è, infatti, un semplice documentario appoggiato sulla rete, ma è un prodotto pensato per il web che si avvale (e per contro ha i limiti) del web. Non ha un tipo di fruizione lineare, ma è un tipo di narrazione che cerca di utilizzare tutti i tipi di touche e di linguaggi presenti online: il filmato, la fotografia, i collegamenti ipertestuali, la geo-localizzazione delle cartine, i testi, l'accesso ad archivi, etc... I web documentari raccontano delle storie che comunicano attraverso i meccanismi che sono anche quelli della cinematografia. Solo che, diversamente da un film, nel web documentario il fruitore è libero di muoversi da una parte all'altra della narrazione, è libero di creare una narrazione propria.
La grammatica del web documentario non è stata ancora definita. E' un linguaggio ancora da esplorare, da creare. Infatti, la sua storia è abbastanza recente. Il primo web documentario è stato realizzato da Mediastorm nel 1998: Marlboro marine. E' un tipo abbastanza “rudimentale”. Si tratta di una serie di fotografie unite ad un audio composto da musiche e interviste. Fu proposto al Post che lo pubblicò nella sua pagina online e fu interessante notare come ciò aumentò il tempo di permanenza dei visitatori sulla pagina. Ciò è importante se si pensa agli introiti pubblicitari che ciò comporta.
Il primo vero web documentario per tutte le caratteristiche elencate precedentemente nasce sempre nel 1998 in Francia e si chiama Prison Valley. Narra del sistema carcerario degli Stati Uniti attraverso la storia degli abitanti di una cittadina dove sono presenti ben sette carceri di massima sicurezza.
Dopo questi primi web documentari, segue una fase di grandi sperimentazioni e grandi realizzazioni dal punto di vista qualitativo. Gli Stati Uniti, la Francia e l'Olanda sono in prima linea in questa fase. L'Italia ci arriverà dopo e con molte difficoltà. Questo perché nel nostro Paese il web documentario non è ancora commerciabile poiché internet non è particolarmente sviluppato anche a causa del forte predominio (sociale e politico) della televisione. Peace Reporter ed E-Il Magazine pur disponendo di badget limitati ne hanno realizzati tre di ottima qualità: The Iron Curtain diaries, The Empty House e Multikulti Factory.I temi trattati hanno un forte impatto sociale in linea con la politica del giornale. “Per fare il nostro mestiere,-spiega ancora Maso Notarianni -prima ancora di essere bravi a scrivere, a fotografare, a creare siti web, serve una grande componente di etica. Abbiamo la responsabilità di essere il tramite tra ciò che accade nel mondo e le persone.”
Anna Lucia Dimasi

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03 settembre 2011

In libreria


Viaggio in Italia. Un ritratto del paese nei racconti del «Gatto selvatico» (1955-1964) 
Prefazione di Paolo Di Stefano
Milano, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2011, 224 pp.
         

Descrizione
Nel Iuglio 1955 esce il primo numero del "Gatto Selvatico", rivista dell'Eni fortemente voluta da Enrico Mattei, che ha condiviso e discusso con il direttore Attilio Bertolucci il progetto di una pubblicazione interna, che si rivolge ai dipendenti Eni attraverso pagine a colori, vignette, resoconti di vita aziendale. Ma, grazie anche alla libertà che Mattei lascia a Bertolucci, la testata non si limita a essere uno strumento aziendale: per i nove anni della sua pubblicazione sarà infatti un piccolo laboratorio culturale in cui troveranno spazio testi inediti di scrittori italiani dell'epoca. Questo volume raccoglie i migliori racconti e saggi brevi firmati da mostri sacri, come Carlo Emilio Gadda, ma anche da giovani promesse poi diventate grandi nomi della nostra letteratura, come Goffredo Parise e Natalia Ginzburg. Una carrellata imperdibile sull'Italia degli anni Cinquanta: dal risotto alla milanese di Gadda alla Sardegna di Giuseppe Dessi, dal racconto di una truffa subita da Giuseppe Berto alla fenomenologia della donna al volante a firma di Anna Banti.

*link Archivio storico dell'ENI.- selezione articoli pubblicati su "Il Gatto Selvativo".
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10 luglio 2011

In libreria

Stefano Nazzi
Kronaka. Viaggio nel cuore oscuro del Nord
Roma-Bari, Laterza, 2011, 176 pp.
Descrizione

Una inchiesta giornalistica rigorosa, una scrittura narrativa serrata, otto storie di cronaca nera che lasciano increduli. «Le statistiche raccontano che il Nord Italia è la zona più ricca d'Europa. Ma sono anche altri i primati. Nella classifica della crescita dei delitti, tante province settentrionali occupano i primi posti. Il 45 per cento delle violenze in famiglia avviene proprio qui, dietro le finestre illuminate del Nord Italia. Bisogna tornare a conoscerla questa parte di paese. Non solo attraverso i primati delle fabbriche, dell'urbanizzazione e delle dichiarazioni dei redditi. C'è altro, molto altro, lungo le strade che percorrono la pianura e le zone pedemontane da ovest a est. I fiumi, che innervano il Nord, trasportano vicende a volte dimenticate. C'è un viaggio da fare, attraverso la ricca Lombardia e nel Veneto del miracolo. Un viaggio che inizia in un paese di nemmeno 10mila abitanti in provincia di Pavia, sulle sponde del Ticino»: si parte da Garlasco e si arriva a Gorgo (Treviso), passando per Somma Lombardo (Varese), Como, Chiavenna (Sondrio), Milano, Leno (Brescia) e Verona. Un giornalista decide di entrare nelle case di questo Nord, di chi uccide e di chi è stato ucciso, di scoprire le emozioni, i sentimenti, le passioni che stanno dietro i delitti più efferati, di indagare sui rituali più crudeli degli ultimi anni. Queste pagine sono il suo racconto.
*link all'Indice del libro.
*segnalato da C.S.

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