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16 febbraio 2024
In libreria
Emanuele Bevilacqua
Attenzione e potere. Cultura, media e mercato nell’era della distrazione di massa
Luiss University Press, 2024, 224 pp.
Descrizione
Cinque miliardi di umani connessi alla rete; una Babilonia in cui molti parlano ma pochi colgono il senso dei discorsi. In questo libro Emanuele Bevilacqua esplora il rapporto fra concentrazione umana e media digitali, dimostrando come l'attenzione, sempre più sollecitata e messa a dura prova dai device, sia una merce preziosa nell'era dell'informazione. Attraverso una prospettiva storica, psicologica ed economica, Bevilacqua rivela come questa sia al tempo stesso una risorsa limitata e un campo di battaglia per i media e i grandi player come Google, Amazon e OpenAi. Un'analisi su come l'attenzione influenza il potere, la comunicazione e, in fondo, tutta la nostra vita. Prefazione di Giuseppe Richeri. Postfazione di Emanuele Trevi.
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17 dicembre 2022
I Social Media
"Insistere sul pericolo patologico dei social media significa essere moralisti e conservatori, perché presuppone che questi strumenti non servano a niente, se non a “distrarsi”. [...] Ma trovo che libri e articoli che insistono sul potere distrattivo e patologico dei prodotti delle aziende della Silicon Valley costituiscano un’occasione mancata per avanzare una critica affilata e progressista nei confronti di questi giganti. Ci sono molte questioni molto più importanti della dipendenza e della distrazione, per le quali dovremmo preoccuparci della pervasività di questi media. E ci sono molti bellissimi libri, alcuni anche tradotti in italiano, che ne parlano."
Tiziano Bonini
*Social media come imprese coloniali, DoppioZero.com, 14.12.2022
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18 maggio 2022
Informazione ibrida
"[... ] D'altra parte. oggi non esiste un'informazione "esclusiva", attraverso media "esclusivi". Chi vuole "informarsi"e "informare" deve alternare e combinare media diversi. Senza soluzione di continuata Perché siamo in tempi di "com unicazione ibrida". E l'unico modo per ..com unlcare" in modo efficace è ricorrere a "diversi" canali. In base ai "diversi" destinatari dei nostri messaggi. Certo. i messaggi online sono im med iati .Senza mediazioni. Tuttavia. l'informazione sulla carta è diversa. Ti permette di approfondire. Con attenzione. Per questo è utile combinare i diversi media. In modo ibrido."
Ilvo Diamanti
*I.Diamanti, Perché i giornali sono sempre utili e utilizzati, "Il Gazzetino", 18.5.2022.
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27 novembre 2021
In libreria
"Detta in parole semplici: non siamo più noi a scegliere da dove attingere alle notizie, ma sono gli algoritmi a decidere al nostro posto. Oggi il 54,5% dell’utenza, secondo il Rapporto sul consumo di informazione di AgCom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), accede all’informazione online prevalentemente attraverso i social network e i motori di ricerca. Ed è qua che si annida una pericolosa insidia. Perche´ nel momento in cui un motore di ricerca o una piattaforma social decidono per noi, l’algoritmo ci proporrà informazioni e opinioni considerate più in linea con i nostri « gusti » e le nostre aspettative. Un processo che finisce per alterare la nostra percezione della realtà, rappresentandola ai nostri occhi in modo parziale e rafforzando i nostri pregiudizi. Disinformazione, bufale, post-verità, clickbait, overloading information, infodemia, fonti algoritmiche: sono queste le ombre che si allungano ogni giorno di più sul nostro diritto a essere informati. A queste si uniscono no il potere discrezionale delle piattaforme, la crisi del giornalismo, la notizia trasformata in prodotto, la manipolazione di regime, la gestione del potere politico attraverso i social network, la propaganda prodotta da una campagna elettorale non-stop, il complottismo. (Matteo Grandi, 2021, pp. 12-13)
Matteo Grandi
"La verità non ci piace abbastanza.
Il virus della disinformazione fra bufale, web e giornali,
Longanesi, Milano, 2021, pp. 288.
"La verità non ci piace abbastanza.
Il virus della disinformazione fra bufale, web e giornali,
Longanesi, Milano, 2021, pp. 288.
Descrizione
Oggi la disinformazione è un mostro tentacolare che si allarga a macchia d’olio e che può contare su una rete di fiancheggiatori, più o meno consapevoli, molto nutrita. Dalla politica che ha scelto le fake news come nuova forma di propaganda, al giornalismo tradizionale che, travolto dalle nuove tecnologie e dalla competizione con le dinamiche del web, sta rincorrendo sensazionalismo e clic spesso a scapito della veridicità e della qualità delle notizie, fino all’enorme potere di mediazione delle piattaforme, nuovi arbitri (interessati) della verità. Ne parla nel suo nuovo saggio, edito da Longanesi, Matteo Grandi, giornalista e autore televisivo (e di testi musicali), molto attivo sui social.
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08 novembre 2021
Tra pandemia e infomedia
"Nel mondo digitale, non si scrivono più soltanto i messaggi, ma anche i mezzi. L'architettura dei mezzi diventa decisiva per la qualità delle comunicazioni. La responsabilità di chi lavora nei media non è soltanto quella di scrivere e ricevere messaggi socialmente costruttivi, ma anche di scrivere mezzi socialmente costruttivi. Pensando al breve termine. Ma anche pensando al lungo termine.".
Luca De Biase
*L. De Biase, Riflessioni sull'infodemia, 29.7.2021 (testo integrale).
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05 dicembre 2019
L'algoritmo dell'odio
"[...] I social media usano algoritmi per attivare emozioni come la rabbia e la paura. Che portano a restare connessi e attivi. Così molti hanno guadagnato con le fake news, molti estremisti isolati sono diventati influenti sul web".
Maria Laura Rodotà
*L'odio paga, se è nel web, La Repubblica 4.12.2019 (recensione del saggio di Andrew Marantz, Antisocial, New York. 2019).
Maria Laura Rodotà
*L'odio paga, se è nel web, La Repubblica 4.12.2019 (recensione del saggio di Andrew Marantz, Antisocial, New York. 2019).
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03 novembre 2019
Haters involontari
Nel Web esistono persone ancora convinte che un post lanciato nei social resti tra le mura domestiche, quasi stupite poi che in un lampo quel messaggio (ritenuto quasi privato) abbia raggiunto migliaia di lettori, che a loro volta rilanciano producendo talvolta effetti devastanti per il sentire democratico.
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10 agosto 2019
In libreria
Pieremilio Sammarco
Giustizia e social media
Mulino, Bologna, 2019, pp. 312.
Descrizione
*Link all'Indice del libro.
Giustizia e social media
Mulino, Bologna, 2019, pp. 312.
Descrizione
Il rapporto tra l’attività giurisdizionale e la sua conoscenza da parte del pubblico è storicamente complesso: sono note le interazioni tra informazione e processo giudiziario e le influenze reciproche che possono determinare distorsioni sull’accertamento della verità e sul rispetto dei diritti fondamentali dei soggetti coinvolti. Internet e soprattutto i social media alimentano incessanti flussi informativi che coinvolgono anche il processo giudiziario e i suoi protagonisti (giudici, avvocati e parti) provocando effetti che non si erano mai prodotti precedentemente. Dallo streaming del processo, alle sue rappresentazioni mediatiche, passando per le petizioni online, fino al profluvio di commenti presenti sui social media sui casi giudiziari di maggior interesse pubblico, anche in considerazione della natura della rete telematica che rende oltremodo difficoltoso il controllo circa la legittimità delle informazioni, la tutela e la dignità della persona sono fortemente compromesse e il principio di innocenza costantemente disatteso. Questo volume, nel descrivere l’attuale fenomeno della giustizia mediatica, anche esaminando le esperienze straniere, si interroga sui possibili rimedi.
*Link all'Indice del libro.
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11 aprile 2019
In libreria
Angela Biscaldi - Vincenzo Matera
Antropologia dei social media. Comunicare nel mondo globale
Carocci, Roma, 2019, pp.146.
Descrizione
La posizione dominante che i media digitali hanno acquisito nella nostra vita sociale e, in un futuro ormai vicinissimo, anche cognitiva si spiega se pensiamo alla loro capacità di permettere una personalizzazione dell’esperienza comunicativa, basata su azioni rapide, efficaci e gratificanti. Tuttavia, come una sorta di contrappunto, emerge una domanda: perché le persone, nonostante tutto, pensano che l’uso delle nuove tecnologie comporti un impoverimento della loro umanità? Questo libro presenta un’articolata riflessione su queste e altre questioni cruciali per capire più a fondo i nuovi media, il loro potere di catturarci e la nostra incapacità di accantonarli anche solo per poco.
Antropologia dei social media. Comunicare nel mondo globale
Carocci, Roma, 2019, pp.146.
Descrizione
La posizione dominante che i media digitali hanno acquisito nella nostra vita sociale e, in un futuro ormai vicinissimo, anche cognitiva si spiega se pensiamo alla loro capacità di permettere una personalizzazione dell’esperienza comunicativa, basata su azioni rapide, efficaci e gratificanti. Tuttavia, come una sorta di contrappunto, emerge una domanda: perché le persone, nonostante tutto, pensano che l’uso delle nuove tecnologie comporti un impoverimento della loro umanità? Questo libro presenta un’articolata riflessione su queste e altre questioni cruciali per capire più a fondo i nuovi media, il loro potere di catturarci e la nostra incapacità di accantonarli anche solo per poco.
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19 febbraio 2019
Le (nuove) parole dell’informazione
Se è vero, come diceva Baricco nel 1998, che ciò che rende speciali i grandi scrittori è la loro capacità di «nominare le cose», il libro Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità (Codice edizioni, Torino 2018, 15€) può a buon diritto essere considerato un libro speciale. Il saggio scritto a quattro mani da Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, infatti, è una sorta di odierno dizionario dell’informazione, in grado di battezzare tutti i processi che caratterizzano la comunicazione contemporanea. Vi si ritrovano precise definizioni di termini ormai noti ai più, come fakenews, troll ed echo chamber, ma soprattutto vengono “nominati” e spiegati alcuni meccanismi per i quali fino a pochi mesi fa non esistevano nomi: newsfeed, backfire effect, webete, debunking, mysidebiase così via.
Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini,
Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità
Codice edizioni, Torino 2018.
Muovendo dalla delusione dell’aspettativa che l’avvento di internet potesse garantire «la nascita
di un mondo aperto, che rendesse la conoscenza accessibile a tutti
indiscriminatamente e portasse alla costituzione di una società finalmente
globale e realmente interconnessa» (p. 11), gli autori analizzano le reali
conseguenze che il web ha prodotto sulle tecniche della comunicazione:
l’informazione è sempre più spesso affidata ai social network, dove gli utenti
prendono il posto dei giornalisti, i post sostituiscono i giornali, i tweet si ergono a notizie. Il primo
evidente effetto di questa tendenza è la disintermediazione,
«cioè il venire meno della figura dell’intermediario» (p. 26), dell’esperto
d’informazione, che poteva garantire la verità delle notizie e l’attendibilità
delle fonti. Ne deriva non solo l’imprecisione delle informazioni, con la
conseguente proliferazione di fake news,
ma soprattutto la semplificazione delle notizie che conduce ad un’irrimediabile
polarizzazione delle posizioni: per quanto delicata e complessa sia una
questione, si assiste oggi alla radicalizzazione delle opinioni tipica delle
ideologie forti. Vero o falso, buono o cattivo, bianco o nero, giusto o sbagliato:
non esistono più vie di mezzo e soprattutto non esiste confronto, dialogo fra
le fazioni. I dibattiti sui social media si riducono al muro contro muro, alla
testarda difesa di una posizione estrema che si oppone ad un’altra posizione
estrema, altrettanto difesa e supportata.
Quattrociocchi e Vicini
non si limitano a descrivere questi processi con definizioni ed esempi tratti
dai più recenti avvenimenti socio-politici, ma si impegnano ad elencare tutti i
fattori che stanno alla base della cosiddetta post-truth, definita dall’Oxford Dictionary come «ciò che è
relativo a, o che denota, circostanze nelle quali i fatti obiettivi sono meno
influenti nell’orientare la pubblica opinione rispetto agli appelli
all’emotività e alle convinzioni personali». Tra questi fattori figurano in
particolare alcuni bias cognitivi che svolgono un ruolo determinante «nella
nostra capacità di informarci, nella formazione dell’opinione pubblica e nella
propaganda» (p. 48); ad essi, si aggiunga la naturale tendenza al narcisismo
che viene scatenata dai meccanismi dei social network anche negli individui
meno vanitosi, e si avrà un quadro completo dell’informazione nell’epoca della
post-verità.
Evitando di accanirsi
acriticamente contro le moderne tecniche di comunicazione, ma tentando
piuttosto di ricercarne le cause e di studiarne gli sviluppi, Liberi di crederci non è un banale libro
di denuncia contro i social network, ma un’approfondita analisi delle nuove
frontiere dell’informazionee delle relative problematiche, che arriva addirittura
a fornire una “giustificazione” dell’apparente scomparsa di una verità
oggettiva: «post-truth forse è solo
l’emergere dell’essere umano nella sua più totale e profonda esigenza di
emanciparsi dalla dipendenza dagli altri, dagli intermediari. Adesso che tutta
la conoscenza dell’umanità è a portata di click, vogliamo
esercitare il nostro diritto di scegliere liberamente [a cosa credere]» (p. 130).
Alessandro RioWalter Quattrociocchi e Antonella Vicini,
Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità
Codice edizioni, Torino 2018.
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03 febbraio 2019
Comunicare in un mondo che cambia
Potrebbe sembrare scontato affermare che il mondo, nel corso degli anni, ha subito notevoli cambiamenti, e che con esso è mutato anche il nostro modo di relazionarci e di comunicare. È, però, proprio ciò che è accaduto, ed è da questo assunto di base che prende le mosse il libro Comunicazione sociale e media digitali di Roberto Bernocchi, Alberto Contri e Alessandro Rea edito da Carocci nel 2018.
Dopo aver introdotto i principali mutamenti che hanno investito il mondo della comunicazione e più precisamente della pubblicità, sia prima sia dopo l’avvento della rivoluzione tecnologica e del fenomeno della globalizzazione, gli autori si sono addentrati nel vivo dei requisiti necessari ad una campagna di utilità sociale di successo, elencando i passaggi da seguire per raggiungere gli obiettivi prefissati: dall’individuazione del target alla creazione di contenuti, passando per la scelta del canale più adatto al messaggio che si vuole veicolare e della strategia da adottare. Tutte tappe fondamentali da non sottovalutare anche per quanto riguarda la pubblicità commerciale, che si differenzia da quella sociale solamente per i contenuti, in quanto le tecniche di diffusione rimangono le stesse. Gli autori, però, non hanno nascosto che sussistono dei problemi strutturali legati alla comunicazione sociale che impediscono all’Italia di stare al passo con le altre nazioni, come la mancanza di personale qualificato e di fondi economici.
A dimostrare che i siti web e i social media sono diventati i luoghi privilegiati della comunicazione di massa concorre un paragrafo, molto interessante, dove gli autori hanno presentato un’accurata descrizione dei social network attualmente più diffusi in Italia, nel quale sono state elencate le loro numerose funzionalità e i metodi per sfruttarli al meglio da parte di un’associazione non profit ma anche da utenti singoli. Segnale, appunto, di come una comunicazione efficace debba necessariamente spostarsi su nuove piattaforme, consapevoli che in futuro queste ultime cambieranno nuovamente, senza però dimenticare che il digitale non è un mondo a sé, ma che per essere maggiormente funzionale necessita del supporto degli strumenti comunicativi tradizionali. Diretta conseguenza di tutto ciò è stata la nascita di nuove figure professionali.
Descrivendo in maniera dettagliata lo scenario comunicativo contemporaneo si è rivelato un testo decisamente utile ed interessante per chiunque abbia intenzione di approfondire le proprie conoscenze in questo ambito. Attraverso l’utilizzo di un linguaggio nel complesso scorrevole, nonostante sia ricco di numerosi termini tecnici assolutamente necessari in un libro di questo tipo, il volume appare pienamente fruibile anche da un lettore che non possiede alcuna conoscenza base in materia.
Alessia Ciardullo
R. Bernocchi, A. Contri, A. Rea
Comunicazione sociale e media digitali
Carocci, Roma, 2018.
Dopo aver introdotto i principali mutamenti che hanno investito il mondo della comunicazione e più precisamente della pubblicità, sia prima sia dopo l’avvento della rivoluzione tecnologica e del fenomeno della globalizzazione, gli autori si sono addentrati nel vivo dei requisiti necessari ad una campagna di utilità sociale di successo, elencando i passaggi da seguire per raggiungere gli obiettivi prefissati: dall’individuazione del target alla creazione di contenuti, passando per la scelta del canale più adatto al messaggio che si vuole veicolare e della strategia da adottare. Tutte tappe fondamentali da non sottovalutare anche per quanto riguarda la pubblicità commerciale, che si differenzia da quella sociale solamente per i contenuti, in quanto le tecniche di diffusione rimangono le stesse. Gli autori, però, non hanno nascosto che sussistono dei problemi strutturali legati alla comunicazione sociale che impediscono all’Italia di stare al passo con le altre nazioni, come la mancanza di personale qualificato e di fondi economici.
A dimostrare che i siti web e i social media sono diventati i luoghi privilegiati della comunicazione di massa concorre un paragrafo, molto interessante, dove gli autori hanno presentato un’accurata descrizione dei social network attualmente più diffusi in Italia, nel quale sono state elencate le loro numerose funzionalità e i metodi per sfruttarli al meglio da parte di un’associazione non profit ma anche da utenti singoli. Segnale, appunto, di come una comunicazione efficace debba necessariamente spostarsi su nuove piattaforme, consapevoli che in futuro queste ultime cambieranno nuovamente, senza però dimenticare che il digitale non è un mondo a sé, ma che per essere maggiormente funzionale necessita del supporto degli strumenti comunicativi tradizionali. Diretta conseguenza di tutto ciò è stata la nascita di nuove figure professionali.
Descrivendo in maniera dettagliata lo scenario comunicativo contemporaneo si è rivelato un testo decisamente utile ed interessante per chiunque abbia intenzione di approfondire le proprie conoscenze in questo ambito. Attraverso l’utilizzo di un linguaggio nel complesso scorrevole, nonostante sia ricco di numerosi termini tecnici assolutamente necessari in un libro di questo tipo, il volume appare pienamente fruibile anche da un lettore che non possiede alcuna conoscenza base in materia.
Alessia Ciardullo
R. Bernocchi, A. Contri, A. Rea
Comunicazione sociale e media digitali
Carocci, Roma, 2018.
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08 gennaio 2019
Dark Web e Hacker
Quando la realtà si avvicina alla
fantasia. Tra storie che mescolano la suspense dei film di spionaggio
all’atmosfera angosciante stile Matrix, il libro di Carola Frediani (Guerre di Rete) ci fa percorrere
un viaggio lungo nove capitoli tra sigle, termini tecnici e nomi di attori,
privati e aziendali, che abitano il regno oscuro di Internet. “Guerre di Rete”
infatti riesce, con una scrittura fluida e ben calibrata tra descrizione e
tecnicismi, ad appassionare il lettore via via che si prosegue nel libro;
ovviamente la lettura risulterà ancora più fluida per coloro che ne masticano
gli argomenti, ma il libro è rivolto a tutti. Non è infatti solo l’interesse a
crescere pagina dopo pagina, ma si sviluppa un senso di paranoia crescente
verso quel mondo online nel quale pubblichiamo quotidianamente pensieri e foto
di gatti.
Nonostante una parte di queste
storie riguardi gli utenti comuni di internet, utilizzatori di Social Network
e di servizi di messaggistica, una buona parte dell’analisi di Frediani
riguarda il processo democratico che vede coinvolti governi, enti parastatali,
ricercatori e dissidenti nella lotta intestina tra intercettazioni e diritto
alla privacy. Il primo capitolo tratta proprio di questo, del legame che
coinvolse Costin Raiu e Stuxnet, rispettivamente ricercatore di sicurezza
informatica e virus che mandò in tilt le centrifughe di un impianto nucleare in
Iran, sotto la guida dello Zio Sam. Oltre alle situazioni alla James Bond
vissute da Raiu, il libro ci fa immergere in ciò che accade nel cosiddetto Dark
Web, dove le vendite di exploit (tecniche di hacking), vulnerabilità zero-day
(fragilità dei vari sistemi conosciute solo dagli attaccanti) e spyware,
ransomware, virus di ogni genere sono all’ordine del giorno.
Frediani, però, non dà il tempo
di abbandonarci a facili retoriche da improvvisati censori di ferro; ci mostra
infatti come l’anonimato sul web dia sì riparo a gruppi criminali, ma
soprattutto rappresenti l’unica ala protettrice degli attivisti nei governi
autoritari. Più avanti nel libro ci farà esplorare il mondo e le persone che
ruotano attorno a TOR, il browser crittografato che riesce a celare la nostra
identità online. La crittografia è un altro punto centrale, nel testo e nel
mondo odierno. Con l’avvento delle nuove app di messaggistica ed il loro
utilizzo della crittografia end-to-end, vari governi hanno tentato di fare
pressioni sulle case produttrici o di attuare leggi che ne impediscano
l’utilizzo, al fine di rendere nuovamente possibili le intercettazioni. Questo
non è nemmeno l’unico caso in cui il governo fa braccio di ferro sul tema della
sicurezza con attori privati; Frediani ricorda infatti lo scontro tra FBI e
Apple, in cui il primo tentò di guadagnarsi l’accesso ad un dispositivo di un
attentatore. Cambiano le tecnologie, ma i problemi restano gli stessi: chi
controlla i controllori, dotati di un magico passpartout per un accesso
universale? Ben più inquietante è il caso riportato sugli Emirati Arabi, in cui
il progetto di creare delle “sonde” da installare pubblicamente in ogni dove
per poter spiare ogni dispositivo elettronico ricorda neanche troppo da lontano
il Grande Fratello di orwelliana memoria.
Tuttavia, precisa l’autrice, se
tutto questo parlare di spie, Dark Web e hacker sembra essere qualcosa di
lontano dall’utilizzatore comune, ciò non è così. Oltre al caso citato della
pubblicazione di nomi e cognomi di migliaia di utenti iscritti ad un portale di
incontri extraconiugali, e di come questo abbia portato al suicidio di un padre
di famiglia, quotidianamente chiunque è soggetto alla profilazione. Pertanto,
non si può ignorare la domanda se ciò influisca sul processo decisionale
individuale, e di conseguenza sulla democrazia stessa. In senso lato, ciò che
accade online ha necessariamente delle conseguenze offline.
Il libro di Carola Frediani è
l’evidente risultato di un approfondito lavoro di ricerca, grazie al suo lavoro
di giornalista specializzata in questo settore. Le esaurienti note e le attente
descrizioni dei concetti più difficili riveleranno all’utente medio di internet
la propria essenza: un’inconsapevole Cappuccetto Rosso in un bosco digitale
abitato da lupi.
Carola Frediani
Guerre di
Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018 (II edizione).
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07 gennaio 2019
Il mondo dei "mi piace"
Valentina
Croce (1994) è dottore di ricerca in sociologia e ricerca sociale e assegnista
di ricerca presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’uomo. Lo stile del suo libro+ è principalmente descrittivo e il
testo potrebbe essere definito come un saggio, ove l’autrice tratta in maniera
particolarmente accademica il tema dell’identità digitale della nostra epoca.
Il saggio si articola sulla base di un sondaggio: numerosi
utenti di Facebook sono stati interrogati sulla tipologia di rapporto che hanno
instaurato con i social, i loro comportamenti verso il social in sé e verso gli
altri utenti e come tutto ciò si riversi poi nella loro vita quotidiana.
Attraverso la percentuale di risposte ottenute, Valentina Croce ha cercato di
spiegare a fondo come il fenomeno Facebook abbia rivoluzionato completamente la
percezione di Sé di ciascun individuo e i rapporti interpersonali tra individui
all’interno di una comunità. L’autrice ha appunto definito in primis il
concetto di individuo e di comunità, spiegando come essi si sono andati a
formare nel tempo lungo le diverse epoche che si sono avvicendate. In seguito
ha accompagnato il lettore attraverso un percorso ragionato che si è concluso
affermando che l’individuo, alla continua ricerca del consenso, con l’avvento
di Facebook ha dato vita ad un processo di vetrinizzazione virtuale della
propria vita: tale processo, secondo la Croce, non dà segni di arresto e presto
invaderà tutti gli spazi dell’esistenza umana.
Il
messaggio che l’autrice vuole che i lettori percepiscano è il seguente: ciascun
individuo nella sua vita cerca di risaltare in qualche modo, di essere
originale e non banale. Facebook ha dato, in un certo senso, la possibilità (o
meglio la percezione) di farsi conoscere anche a coloro che diversamente sarebbero
rimasti nell’ombra.
Lo
stile del saggio non è del tutto scorrevole, poiché, come già detto in
precedenza, l’autrice si sofferma di frequente sulle descrizioni dei
partecipanti al sondaggio, specificando le esatte percentuali che hanno diviso
questi ultimi in differenti tipologie di utenti. Si tratta di un percorso
introspettivo che spinge il lettore a riflettere a sua volta su quale sia
l’atteggiamento da egli adottato nei confronti di questa nuova realtà virtuale.
Uno
dei punti di forza di questo testo è proprio quello di accompagnare il lettore
attraverso il ragionamento: in particolare la volontà di fargli capire quanto
sia diventata importante nella vita di tutti i giorni la possibilità di
appoggiarsi a Facebook, che si presta a diversi ruoli: passatempo, luogo dove
organizzare consensi o creare discordie, palcoscenico su cui vestire i panni di
un personaggio diverso da quello della vita quotidiana.
Ciò
che mi ha colpito del testo è stato con quanta precisione Valentina Croce sia
riuscita ad analizzare il processo di digitalizzazione della nostra epoca. È
interessante capire come le persone abbiano interagito con l’avvento di
internet, una novità che è diventata parte delle nostre vite in maniera così
semplice e ormai così fondamentale. Lo consiglio ai lettori che siano
incuriositi da tematiche di attualità e a lettori molto giovani, i quali,
essendo nati nel pieno delle innovazioni tecnologiche, non possono sapere come
fosse la vita sociale prima di Facebook.
Valeria Venturini
Mi piace! La ricerca del consenso ai tempi di Facebook
Meltemi, Milano, 2018.
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21 dicembre 2018
In libreria
Gabriele Giacomini
Potere Digitale.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia
Meltemi, Milano, 2018, pp. 352.
Potere Digitale.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia
Meltemi, Milano, 2018, pp. 352.
Descrizione
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia? Per rispondere abbiamo intervistato autorevoli esperti dalle cui parole emergono posizioni ricche e plurali. Attraverso un’analisi dei recenti cambiamenti sociali, questo volume intende affrontare problemi come la crisi dei partiti e dei media tradizionali, l’affacciarsi di nuovi intermediari (come le piattaforme social), la frammentazione e la polarizzazione della sfera pubblica, la sfida della partecipazione online fra limiti e opportunità, l’ipotesi della democrazia digitale. Il web è il luogo dell’informazione libera e autonoma o le informazioni si stanno organizzando attorno a inediti centri di potere? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire una crescente polarizzazione? La democrazia rappresentativa è da superare oppure rimane la soluzione migliore per governare? La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia? Per rispondere abbiamo intervistato autorevoli esperti dalle cui parole emergono posizioni ricche e plurali. Attraverso un’analisi dei recenti cambiamenti sociali, questo volume intende affrontare problemi come la crisi dei partiti e dei media tradizionali, l’affacciarsi di nuovi intermediari (come le piattaforme social), la frammentazione e la polarizzazione della sfera pubblica, la sfida della partecipazione online fra limiti e opportunità, l’ipotesi della democrazia digitale. Il web è il luogo dell’informazione libera e autonoma o le informazioni si stanno organizzando attorno a inediti centri di potere? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire una crescente polarizzazione? La democrazia rappresentativa è da superare oppure rimane la soluzione migliore per governare? La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica.
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21 ottobre 2018
In libreria
Valentina Croce
Mi piace! La ricerca del consenso ai tempi di Facebook
Meltemi, Milano, 2018, pp. 254.
Mi piace! La ricerca del consenso ai tempi di Facebook
Meltemi, Milano, 2018, pp. 254.
Descrizione
Ha avuto ragione Warhol: abbiamo avuto tutti i nostri quindici minuti di celebrità. Facebook è divenuto il terreno su cui giocare la partita della nostra credibilità sociale, della fondatezza delle nostre opinioni, dei
nostri gusti, della nostra esistenza. Su quel palcoscenico ognuno è disposto
a cedere qualcosa di sé, della propria intimità o del proprio estro creativo
o intellettuale, affinché l'applauso del pubblico risuoni fragoroso. La ricerca del consenso è parte costitutiva di quell'Io social che è la derivazione virtuale dell'Io sacro moderno, che da Durkheim a Goffman è servito a spiegare l'ordine sociale e l'intersoggettività. La sacralità dell'Io resta l'unico collante rituale, il residuo liturgico di un lungo processo di laicizzazione delle nostre visioni del mondo. Ma il culto dell'individuo su Facebook si esaurisce nella spettacolarizzazione oppure la non compresenza fisica introduce nuovi rituali interazionali? Il volume, attraverso la microsociologia di Erving Goffman, analizza proprio le strategie di rappresentazione che ogni utente deve effettuare per tenere alte le luci della ribalta e per essere credibile nei panni di se stesso.
Ha avuto ragione Warhol: abbiamo avuto tutti i nostri quindici minuti di celebrità. Facebook è divenuto il terreno su cui giocare la partita della nostra credibilità sociale, della fondatezza delle nostre opinioni, dei
nostri gusti, della nostra esistenza. Su quel palcoscenico ognuno è disposto
a cedere qualcosa di sé, della propria intimità o del proprio estro creativo
o intellettuale, affinché l'applauso del pubblico risuoni fragoroso. La ricerca del consenso è parte costitutiva di quell'Io social che è la derivazione virtuale dell'Io sacro moderno, che da Durkheim a Goffman è servito a spiegare l'ordine sociale e l'intersoggettività. La sacralità dell'Io resta l'unico collante rituale, il residuo liturgico di un lungo processo di laicizzazione delle nostre visioni del mondo. Ma il culto dell'individuo su Facebook si esaurisce nella spettacolarizzazione oppure la non compresenza fisica introduce nuovi rituali interazionali? Il volume, attraverso la microsociologia di Erving Goffman, analizza proprio le strategie di rappresentazione che ogni utente deve effettuare per tenere alte le luci della ribalta e per essere credibile nei panni di se stesso.
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04 ottobre 2018
In libreria
Giuseppe Riva
Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018, pp. 200.
Il Mulino, Bologna, 2018, pp. 200.
Descrizione
Con l’avvento dei social media è scomparso il solco che divideva mondo reale e mondo virtuale, consentendoci di identificarli abbastanza nettamente. Oggi quello che troviamo on line è un mondo post-verità, al cui interno le notizie deliberatamente false o distorte sono usate per orientare anche in maniera significativa le decisioni individuali, soprattutto in relazione allo scontro politico e alle scelte elettorali. Fake news è solo un nuovo modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti nella sfera pubblica? Diversamente, quali sono i meccanismi tecnologici e psicosociali che hanno permesso la nascita e la diffusione di questo fenomeno? Dove nascono le fake news? E come possiamo difenderci?
*Link all' Indice del libro
Con l’avvento dei social media è scomparso il solco che divideva mondo reale e mondo virtuale, consentendoci di identificarli abbastanza nettamente. Oggi quello che troviamo on line è un mondo post-verità, al cui interno le notizie deliberatamente false o distorte sono usate per orientare anche in maniera significativa le decisioni individuali, soprattutto in relazione allo scontro politico e alle scelte elettorali. Fake news è solo un nuovo modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti nella sfera pubblica? Diversamente, quali sono i meccanismi tecnologici e psicosociali che hanno permesso la nascita e la diffusione di questo fenomeno? Dove nascono le fake news? E come possiamo difenderci?
*Link all' Indice del libro
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24 settembre 2018
In libreria
Vanni Codeluppi
Il tramonto della realtà
Come i media stanno trasformando le nostre vite
Carocci, Roma, 2018, pp. 124.
Il tramonto della realtà
Come i media stanno trasformando le nostre vite
Carocci, Roma, 2018, pp. 124.
Descrizione
Se ci guardiamo intorno, in qualsiasi città del mondo, ovunque vediamo persone con la testa bassa rivolta allo schermo di uno smartphone. Tuttavia abbiamo una scarsa consapevolezza dei cambiamenti che i media possono indurre nei nostri modi di pensare e di vivere la realtà. I media contemporanei, in particolare, devono gran parte del loro successo alla capacità di confezionare un mondo più piacevole e attraente di quello reale, privo di difetti e problemi. Per quanto tempo la realtà avrà ancora un senso per noi? Avremo ancora la necessità di vivere direttamente le nostre esperienze? Il libro descrive il ruolo sempre più invasivo dei media nella società contemporanea e il processo di progressiva fusione tra media e corpo umano, per farci riflettere sulle conseguenze di tali fenomeni per la nostra vita quotidiana.
Se ci guardiamo intorno, in qualsiasi città del mondo, ovunque vediamo persone con la testa bassa rivolta allo schermo di uno smartphone. Tuttavia abbiamo una scarsa consapevolezza dei cambiamenti che i media possono indurre nei nostri modi di pensare e di vivere la realtà. I media contemporanei, in particolare, devono gran parte del loro successo alla capacità di confezionare un mondo più piacevole e attraente di quello reale, privo di difetti e problemi. Per quanto tempo la realtà avrà ancora un senso per noi? Avremo ancora la necessità di vivere direttamente le nostre esperienze? Il libro descrive il ruolo sempre più invasivo dei media nella società contemporanea e il processo di progressiva fusione tra media e corpo umano, per farci riflettere sulle conseguenze di tali fenomeni per la nostra vita quotidiana.
Indice
Prologo
1. I media e il “tramonto della realtà”
2. Entrare nello spettacolo
3. Dai marziani di Orson Welles alla postverità
4. Transtelevisione: lo spettatore va in scena
5. Lo schermo e il tatto: fusione con i media
6. Verso media biologici
7. Vedersi nello schermo: fotografie liquide e selfie
8. Dominare lo spazio: il mito della realtà aumentata
9. Il tempo sospeso dei media
10. Verso l’oblio digitale
11. Vita da social
12. Un capitale sociale virtuale
13. Il potere della pubblicità sui media
14. I media-zombi: fusione con il soprannaturale
Epilogo
Opere di riferimento
Prologo
1. I media e il “tramonto della realtà”
2. Entrare nello spettacolo
3. Dai marziani di Orson Welles alla postverità
4. Transtelevisione: lo spettatore va in scena
5. Lo schermo e il tatto: fusione con i media
6. Verso media biologici
7. Vedersi nello schermo: fotografie liquide e selfie
8. Dominare lo spazio: il mito della realtà aumentata
9. Il tempo sospeso dei media
10. Verso l’oblio digitale
11. Vita da social
12. Un capitale sociale virtuale
13. Il potere della pubblicità sui media
14. I media-zombi: fusione con il soprannaturale
Epilogo
Opere di riferimento
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01 settembre 2018
Affrontare l'odio della rete
“Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti” affermò Einstein.
Una profezia ieri, un dato di fatto di oggi.
Viviamo nell’epoca delle chat, delle applicazioni di ogni tipo e per ogni necessità ma soprattutto dei social network, potentissimi mezzi i quali, si potrebbe azzardare, sono diventati essenziali per ognuno di noi, poiché consentono di mantenere contatti e amicizie anche dall’altra parte del globo – anche se incidono molto su quelli vicini: non “essere” su Facebook o Whatsapp significa spesso essere esclusi dal giro quotidiano degli amici.
Ma l’uomo è davvero capace di gestire questa overdose di tecnologia?
Ecco dunque il fulcro dell’analisi di Giovanni Ziccardi nel suo libro L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete; l’analisi dell’altro “lato della medaglia” della potenza digitale, ovvero di come l’avvento di internet abbia modificato la manifestazione dell’odio.
La diffusione della rete, ha reso possibile un dialogo globale e continuativo grazie alle chat, ai blog, ai forum ai quali si può sempre e ovunque accedere tramite gli smartphone. Le persone apprezzano appieno la natura smisurata della rete, poiché si sentono libere di esprimere opinioni e pensieri con una quantità smisurata di interlocutori. Tuttavia questa libertà di comunicazione ha comportato che la rete si costellasse di espressioni di odio, offese di ogni genere, comportamenti ossessivi nei confronti di altri, molestie, bullismo e altre forme di violenza.
Nella sua analisi, l’autore inizia distinguendo in modo netto l’odio online dall’odio tradizionale, facendo riferimento a quattro sostanziali differenze: l’amplificazione, la persistenza, la percezione dell’anonimato di chi odia e l’assuefazione nei confronti dell’odio.
L'amplificazione è l'aspetto più evidente. Usufruendo della rete, il più potente mezzo comunicativo che l’umanità abbia mai avuto, si dilata la diffusione di odio senza averne sempre la consapevolezza. Tantissimi casi riportati dai media riguardanti attacchi “social” sono sfociati, con l’esasperazione delle azioni, nell’ossessività e in vere e proprie persecuzioni anche da parte di gruppi di utenti contro un solo individuo.
All’amplificazione si collega la persistenza. Un’espressione di odio online permane e arreca danni enormi al diretto interessato poiché è molto difficile, una volta pubblicata in rete, cancellarla. Il punto è che prima quando il bullo prendeva di mira il compagno di scuola, tutto cessava nel momento in cui il bambino usciva dalla classe. Al giorno d’oggi invece, con la potenza dei social media, si è perennemente online e alla mercé di un numero potenzialmente infinito di utenti.
La maschera dell'anonimato peggiora la situazione . Nascoste dietro il monitor del computer o lo schermo del telefonino, le persone più insospettabili – civili, educate, rispettose – si sentono “libere” di manifestare un odio che difficilmente esprimerebbero se la propria identità fosse pubblica.
Infine l'assuefazione, ossia il cambiamento che è avvenuto nella concezione di questo sentimento. Prima dell'avvento di internet l'odio, e la sua manifestazione, erano riservati a temi e questioni importanti; oggi invece, perfino gli argomenti più banali riescono a sollevarlo.
La rete quindi risulta essere un mezzo ambiguo, perché permette il contatto tra gli utenti che la utilizzano ma basta poco a farla divenire ambiente di scontro e di inimicizia o, cosa ancora più grave, un contesto per scopi peggiori.
Come comportarsi dunque, di fronte a questo quadro di odio?
L’autore risponde al quesito facendo riferimento principalmente a strumenti extra giuridici, perché non è facile parlare dal punto di vista legislativo su un aspetto preciso ma volatile come l’odio; bisogna inoltre tenere conto che non esiste un ente supervisore incaricato di gestire internet, e quindi non è possibile identificare un’istanza suprema di controllo sull’enorme flusso di dati che lo attraversano. Ne consegue che ogni utente finisce per essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità.
La soluzione dunque sarebbe la conciliazione di tre aspetti fondamentali: l’educazione, la tecnologia e il diritto.
Prima di tutto occorre iniziare ad istruire le nuove generazioni a contrastare le espressioni offensive con il dialogo e la ‘controparola’, abbassando la tolleranza nei confronti di determinati termini.
La tecnologia può poi venire in aiuto: già molto viene fatto per mitigare la violenza online, ma non basta. Non bisogna tuttavia criminalizzare internet, ma perfezionare algoritmi semantici capaci di individuare e trattare le espressioni d’odio, perché non solo questi strumenti automatizzati non sono ancora così sofisticati da poter essere implementati a largo spettro, ma risentono anche della difficoltà di analizzare quelle espressioni di odio non facilmente riconoscibili poiché sottintese o veicolate tramite termini apparentemente non aggressivi.
Infine, il diritto dovrebbe cercare di adeguarsi equilibratamente all’evoluzione tecnologica, senza essere né liberticida, e quindi soffocare la possibilità degli utenti di esprimere le proprie opinioni, né troppo permissivo. A tal proposito è rilevante la differenza, trattata dal Prof. Ziccardi, tra la normativa Europea e la normativa Americana, che permane tutt’oggi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale incominciarono le procedure di ricostruzione del tessuto normativo europeo: in Europa ogni Stato si interrogò sulla possibilità di emanare una legislazione che potesse proibire le espressioni di odio politico, religioso e razziale. Paesi come Stati Uniti e Francia si opposero, perché normalizzare l’ambito dello hate speech avrebbe potuto creare leggi a scapito della libertà di espressione.
L’analisi di Ziccardi tocca uno degli aspetti più importanti della vita quotidiana dell’uomo: la comunicazione. Questa è stata indubbiamente potenziata e facilitata da internet, influendo significativamente nella gestione dei rapporti umani. La società è profondamente ma soprattutto velocemente cambiata, poiché l’avvento dei social media è stato repentino e non ha dato il tempo di sviluppare dovuti strumenti culturali per usufruirne con responsabilità e cognizione di causa. Purtroppo il binomio irresponsabilità-vigliaccheria caratterizza una grossa percentuale degli utenti, convinti di non essere facilmente tracciabili e individuabili.
Internet si potrebbe definire un mondo a sé che non può essere controllato esclusivamente con la legge. È chiaro come sia necessario qualcosa di più, qualcosa di etico che parta dal profondo di ognuno di noi. Ogni qualvolta ci si immette nella rete si ha la possibilità di usufruire di un potente strumento che può ferire più di una lama, se usato in malo modo; per questo Internet, a parere di chi scrive, è il mezzo che più di tutti mette alla prova il senso di rispetto e responsabilità dell’uomo.
Eugenia Greco
Giovanni Ziccardi
L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016.
Una profezia ieri, un dato di fatto di oggi.
Viviamo nell’epoca delle chat, delle applicazioni di ogni tipo e per ogni necessità ma soprattutto dei social network, potentissimi mezzi i quali, si potrebbe azzardare, sono diventati essenziali per ognuno di noi, poiché consentono di mantenere contatti e amicizie anche dall’altra parte del globo – anche se incidono molto su quelli vicini: non “essere” su Facebook o Whatsapp significa spesso essere esclusi dal giro quotidiano degli amici.
Ma l’uomo è davvero capace di gestire questa overdose di tecnologia?
Ecco dunque il fulcro dell’analisi di Giovanni Ziccardi nel suo libro L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete; l’analisi dell’altro “lato della medaglia” della potenza digitale, ovvero di come l’avvento di internet abbia modificato la manifestazione dell’odio.
La diffusione della rete, ha reso possibile un dialogo globale e continuativo grazie alle chat, ai blog, ai forum ai quali si può sempre e ovunque accedere tramite gli smartphone. Le persone apprezzano appieno la natura smisurata della rete, poiché si sentono libere di esprimere opinioni e pensieri con una quantità smisurata di interlocutori. Tuttavia questa libertà di comunicazione ha comportato che la rete si costellasse di espressioni di odio, offese di ogni genere, comportamenti ossessivi nei confronti di altri, molestie, bullismo e altre forme di violenza.
Nella sua analisi, l’autore inizia distinguendo in modo netto l’odio online dall’odio tradizionale, facendo riferimento a quattro sostanziali differenze: l’amplificazione, la persistenza, la percezione dell’anonimato di chi odia e l’assuefazione nei confronti dell’odio.
L'amplificazione è l'aspetto più evidente. Usufruendo della rete, il più potente mezzo comunicativo che l’umanità abbia mai avuto, si dilata la diffusione di odio senza averne sempre la consapevolezza. Tantissimi casi riportati dai media riguardanti attacchi “social” sono sfociati, con l’esasperazione delle azioni, nell’ossessività e in vere e proprie persecuzioni anche da parte di gruppi di utenti contro un solo individuo.
All’amplificazione si collega la persistenza. Un’espressione di odio online permane e arreca danni enormi al diretto interessato poiché è molto difficile, una volta pubblicata in rete, cancellarla. Il punto è che prima quando il bullo prendeva di mira il compagno di scuola, tutto cessava nel momento in cui il bambino usciva dalla classe. Al giorno d’oggi invece, con la potenza dei social media, si è perennemente online e alla mercé di un numero potenzialmente infinito di utenti.
La maschera dell'anonimato peggiora la situazione . Nascoste dietro il monitor del computer o lo schermo del telefonino, le persone più insospettabili – civili, educate, rispettose – si sentono “libere” di manifestare un odio che difficilmente esprimerebbero se la propria identità fosse pubblica.
Infine l'assuefazione, ossia il cambiamento che è avvenuto nella concezione di questo sentimento. Prima dell'avvento di internet l'odio, e la sua manifestazione, erano riservati a temi e questioni importanti; oggi invece, perfino gli argomenti più banali riescono a sollevarlo.
La rete quindi risulta essere un mezzo ambiguo, perché permette il contatto tra gli utenti che la utilizzano ma basta poco a farla divenire ambiente di scontro e di inimicizia o, cosa ancora più grave, un contesto per scopi peggiori.
Come comportarsi dunque, di fronte a questo quadro di odio?
L’autore risponde al quesito facendo riferimento principalmente a strumenti extra giuridici, perché non è facile parlare dal punto di vista legislativo su un aspetto preciso ma volatile come l’odio; bisogna inoltre tenere conto che non esiste un ente supervisore incaricato di gestire internet, e quindi non è possibile identificare un’istanza suprema di controllo sull’enorme flusso di dati che lo attraversano. Ne consegue che ogni utente finisce per essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità.
La soluzione dunque sarebbe la conciliazione di tre aspetti fondamentali: l’educazione, la tecnologia e il diritto.
Prima di tutto occorre iniziare ad istruire le nuove generazioni a contrastare le espressioni offensive con il dialogo e la ‘controparola’, abbassando la tolleranza nei confronti di determinati termini.
La tecnologia può poi venire in aiuto: già molto viene fatto per mitigare la violenza online, ma non basta. Non bisogna tuttavia criminalizzare internet, ma perfezionare algoritmi semantici capaci di individuare e trattare le espressioni d’odio, perché non solo questi strumenti automatizzati non sono ancora così sofisticati da poter essere implementati a largo spettro, ma risentono anche della difficoltà di analizzare quelle espressioni di odio non facilmente riconoscibili poiché sottintese o veicolate tramite termini apparentemente non aggressivi.
Infine, il diritto dovrebbe cercare di adeguarsi equilibratamente all’evoluzione tecnologica, senza essere né liberticida, e quindi soffocare la possibilità degli utenti di esprimere le proprie opinioni, né troppo permissivo. A tal proposito è rilevante la differenza, trattata dal Prof. Ziccardi, tra la normativa Europea e la normativa Americana, che permane tutt’oggi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale incominciarono le procedure di ricostruzione del tessuto normativo europeo: in Europa ogni Stato si interrogò sulla possibilità di emanare una legislazione che potesse proibire le espressioni di odio politico, religioso e razziale. Paesi come Stati Uniti e Francia si opposero, perché normalizzare l’ambito dello hate speech avrebbe potuto creare leggi a scapito della libertà di espressione.
L’analisi di Ziccardi tocca uno degli aspetti più importanti della vita quotidiana dell’uomo: la comunicazione. Questa è stata indubbiamente potenziata e facilitata da internet, influendo significativamente nella gestione dei rapporti umani. La società è profondamente ma soprattutto velocemente cambiata, poiché l’avvento dei social media è stato repentino e non ha dato il tempo di sviluppare dovuti strumenti culturali per usufruirne con responsabilità e cognizione di causa. Purtroppo il binomio irresponsabilità-vigliaccheria caratterizza una grossa percentuale degli utenti, convinti di non essere facilmente tracciabili e individuabili.
Internet si potrebbe definire un mondo a sé che non può essere controllato esclusivamente con la legge. È chiaro come sia necessario qualcosa di più, qualcosa di etico che parta dal profondo di ognuno di noi. Ogni qualvolta ci si immette nella rete si ha la possibilità di usufruire di un potente strumento che può ferire più di una lama, se usato in malo modo; per questo Internet, a parere di chi scrive, è il mezzo che più di tutti mette alla prova il senso di rispetto e responsabilità dell’uomo.
Eugenia Greco
Giovanni Ziccardi
L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016.
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02 dicembre 2017
Salsa & Chips 2017: così si è evoluto il giornalismo
“La recente esplosione del fenomeno Internet offre al giornalismo possibilità straordinarie per rinnovarsi”.
È questa frase di Franco Carlini, a cui è stato dedicato il convegno, il punto fermo attorno al quale si è svolto l’evento Chips&Salsa che ha avuto luogo a Palazzo Ducale nella mattinata del 1 Dicembre 2017.
Franco Carlini lo aveva intuito già a partire dagli anni ’90: la rete impegnerà tutti i settori. E così all’evento hanno partecipato non solo giornalisti, ma anche professionisti in altri ambiti interessati al mondo del giornalismo.
Ai professionisti ospiti di questo convegno non piace parlare di crisi del giornalismo, quanto piuttosto di un forte cambiamento, di nuovi modi di lavorare e di sperimentare. Già nel 1997 Franco Carlini affermava “Come la radio non è stata spiazzata dalla televisione, ma vive perfino un nuovo momento felice, così anche i giornali di carta possono riscoprire il motivo più profondo, quello più utile per cui il lettore li va cercando”, a sostegno del fatto che internet e la rete e, più in generale, la trasformazione digitale, non sono un ostacolo per il giornalismo, ma uno strumento di sostegno e di rinnovo. Il mondo del web ha, per esempio, permesso ai giornali di sottrarsi dal tipico ”impoverimento” della notizia dettato dal poco spazio disponibile sulla carta stampata, permettendo di acquisire più spazio e maggiore libertà di scrittura.
Rispetto al modo di fare giornalismo di qualche decennio fa, e agli strumenti allora disponibili, oggi lo scenario è completamente rinnovato. La rete, e in particolare i social network, hanno offerto al mondo del giornalismo e della comunicazione nuove possibilità di cambiamento: cambiamento nel metodo di produzione delle notizie, cambiamento del pubblico, sempre più ampio e variegato, e cambiamento del prodotto. Ciò che non è cambiato sono i valori professionali.
Il profondo cambiamento avvenuto, soprattutto nell’ultimo ventennio, nella professione del giornalista, ha permesso ai professionisti di diventare inventori del proprio lavoro, osando e sperimentando.
Soprattutto nell’ultimo decennio, anche professionisti di altri settori hanno studiato il giornalismo e hanno, con esso, lavorato, sfruttando tutte le possibilità di conoscenza date dal web. Ne sono un esempio Matteo Moretti, il quale si occupa di visual journalism facendo un ampio uso di metafore visive, e Federico Mazzoleni, ideatore del progetto Graphic News, che ha scelto di fare informazione attraverso il fumetto, e permettendo di raccontare con maggiore facilità temi complessi come quelli di carattere scientifico.
Il mondo del giornalismo è senza dubbio cambiato, e con esso i metodi di lavoro dei singoli giornalisti, ma non per questo è giunto al capolinea: imparando a governare correttamente gli strumenti a nostra disposizione e accettando il progresso, possiamo dare vita a una nuova era del giornalismo.
Franco Carlini lo aveva intuito già a partire dagli anni ’90: la rete impegnerà tutti i settori. E così all’evento hanno partecipato non solo giornalisti, ma anche professionisti in altri ambiti interessati al mondo del giornalismo.
Ai professionisti ospiti di questo convegno non piace parlare di crisi del giornalismo, quanto piuttosto di un forte cambiamento, di nuovi modi di lavorare e di sperimentare. Già nel 1997 Franco Carlini affermava “Come la radio non è stata spiazzata dalla televisione, ma vive perfino un nuovo momento felice, così anche i giornali di carta possono riscoprire il motivo più profondo, quello più utile per cui il lettore li va cercando”, a sostegno del fatto che internet e la rete e, più in generale, la trasformazione digitale, non sono un ostacolo per il giornalismo, ma uno strumento di sostegno e di rinnovo. Il mondo del web ha, per esempio, permesso ai giornali di sottrarsi dal tipico ”impoverimento” della notizia dettato dal poco spazio disponibile sulla carta stampata, permettendo di acquisire più spazio e maggiore libertà di scrittura.
Rispetto al modo di fare giornalismo di qualche decennio fa, e agli strumenti allora disponibili, oggi lo scenario è completamente rinnovato. La rete, e in particolare i social network, hanno offerto al mondo del giornalismo e della comunicazione nuove possibilità di cambiamento: cambiamento nel metodo di produzione delle notizie, cambiamento del pubblico, sempre più ampio e variegato, e cambiamento del prodotto. Ciò che non è cambiato sono i valori professionali.
Il profondo cambiamento avvenuto, soprattutto nell’ultimo ventennio, nella professione del giornalista, ha permesso ai professionisti di diventare inventori del proprio lavoro, osando e sperimentando.
Soprattutto nell’ultimo decennio, anche professionisti di altri settori hanno studiato il giornalismo e hanno, con esso, lavorato, sfruttando tutte le possibilità di conoscenza date dal web. Ne sono un esempio Matteo Moretti, il quale si occupa di visual journalism facendo un ampio uso di metafore visive, e Federico Mazzoleni, ideatore del progetto Graphic News, che ha scelto di fare informazione attraverso il fumetto, e permettendo di raccontare con maggiore facilità temi complessi come quelli di carattere scientifico.
Il mondo del giornalismo è senza dubbio cambiato, e con esso i metodi di lavoro dei singoli giornalisti, ma non per questo è giunto al capolinea: imparando a governare correttamente gli strumenti a nostra disposizione e accettando il progresso, possiamo dare vita a una nuova era del giornalismo.
Roberta Condò
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30 novembre 2017
Facebook: vetrina, media o curriculum vitae?
Tutti pazzi per Facebook: i numeri del social network ideato nel 2004 da Mark Zuckerberg sono da capogiro. Con i suoi 30 milioni di utenti attivi al mese (24 milioni al giorno), è il social più usato degli ultimi anni, subito seguito dall’altrettanto popolare Youtube.
Trenta milioni: ovvero il 50% della popolazione fisica e il 97% di quella connessa, secondo i dati raccolti da Wired.it.
Ma cosa è cambiato negli ultimi anni grazie all’utilizzo massiccio di questo social network? E’ quanto si è dibattuto nella sede di Confindustria di Genova oggi, 30 novembre 2017, con la dottoressa Daniela Boccadoro Ameri e alcuni professionisti che hanno fatto del mondo social un trampolino di lancio e uno strumento di sviluppo per il proprio mestiere. Facebook ha rivoluzionato il mondo del mercato: lo ha privato dei confini fisici cui era legato e ha fatto nascere nuove esigenze tanto in ambito commerciale quanto in ambito di comunicazione. Un canale così utilizzato può essere una vetrina insostituibile, oppure una spada di Damocle oscillante sulla testa: la reputazione online diventa vincolante, nonostante sia intangibile, e saper sfruttare questo mezzo è necessario per non diventare vittime di quegli algoritmi che lo regolano e che mostrano all’utenza solo il 16% degli aggiornamenti che vengono postati.
Usato come alleato e non come nemico, Facebook può essere una macchina comunicativa senza pari: tanto per la pubblicità quanto per la politica, per il raggiungimento di fini commerciali oppure per l’acquisizione di voti elettorali, come ben si è visto con le ultime presidenziali USA (ma anche con il referendum costituzionale dello scorso dicembre in Italia).
Saper mettere in atto una strategia su Facebook apre le porte in qualunque campo: grazie a quei numeri già citati, il fenomeno-social non può più essere privato di attenzione. E così, Facebook diventa una vetrina per il commercio, ma anche un media, per il dilagare sempre più rapido di notizie postate non da giornalisti, ma da persone comuni, che tramite foto, video, storytelling (le “dirette” di cui si fa un uso forse spropositato oggi) condividono ciò che accade intorno a loro, arrivando inevitabilmente prima di qualunque giornalista professionista.
D’altra parte, come sostiene Antonio Savà, esperto di social management, “il passaparola è uno strumento millenario: funziona dall’eternità”. Non è cambiato il concetto, insomma, ma il mezzo che si utilizza: le persone fanno ancora quello che facevano prima di internet, solo che adesso hanno strumenti nuovi per farlo, e spesso sono i “grandi”, quelli legati alla “old economy” se vogliamo usare un termine colto, che rimangono indietro mostrando una reticenza a tratti ottusa ad accettare i nuovi mezzi.
Facebook è, insomma, una vetrina, ma anche un mezzo di comunicazione e una sorta di diario personale: spesso così aggiornato da essere molto più attendibile di un banale curriculum vitae cartaceo consegnato durante la ricerca di lavoro. Per questo, i datori stessi, sempre più smart, non si astengono dal cercare coloro che sottopongono a colloquio conoscitivo sulla rete del social network. Perciò attenzione: Facebook è un mezzo eccezionale, ma bisogna imparare a utilizzarlo e a prendersene cura, perché altrimenti potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio piuttosto affilata.
Micaela FerraroTrenta milioni: ovvero il 50% della popolazione fisica e il 97% di quella connessa, secondo i dati raccolti da Wired.it.
Ma cosa è cambiato negli ultimi anni grazie all’utilizzo massiccio di questo social network? E’ quanto si è dibattuto nella sede di Confindustria di Genova oggi, 30 novembre 2017, con la dottoressa Daniela Boccadoro Ameri e alcuni professionisti che hanno fatto del mondo social un trampolino di lancio e uno strumento di sviluppo per il proprio mestiere. Facebook ha rivoluzionato il mondo del mercato: lo ha privato dei confini fisici cui era legato e ha fatto nascere nuove esigenze tanto in ambito commerciale quanto in ambito di comunicazione. Un canale così utilizzato può essere una vetrina insostituibile, oppure una spada di Damocle oscillante sulla testa: la reputazione online diventa vincolante, nonostante sia intangibile, e saper sfruttare questo mezzo è necessario per non diventare vittime di quegli algoritmi che lo regolano e che mostrano all’utenza solo il 16% degli aggiornamenti che vengono postati.
Usato come alleato e non come nemico, Facebook può essere una macchina comunicativa senza pari: tanto per la pubblicità quanto per la politica, per il raggiungimento di fini commerciali oppure per l’acquisizione di voti elettorali, come ben si è visto con le ultime presidenziali USA (ma anche con il referendum costituzionale dello scorso dicembre in Italia).
Saper mettere in atto una strategia su Facebook apre le porte in qualunque campo: grazie a quei numeri già citati, il fenomeno-social non può più essere privato di attenzione. E così, Facebook diventa una vetrina per il commercio, ma anche un media, per il dilagare sempre più rapido di notizie postate non da giornalisti, ma da persone comuni, che tramite foto, video, storytelling (le “dirette” di cui si fa un uso forse spropositato oggi) condividono ciò che accade intorno a loro, arrivando inevitabilmente prima di qualunque giornalista professionista.
D’altra parte, come sostiene Antonio Savà, esperto di social management, “il passaparola è uno strumento millenario: funziona dall’eternità”. Non è cambiato il concetto, insomma, ma il mezzo che si utilizza: le persone fanno ancora quello che facevano prima di internet, solo che adesso hanno strumenti nuovi per farlo, e spesso sono i “grandi”, quelli legati alla “old economy” se vogliamo usare un termine colto, che rimangono indietro mostrando una reticenza a tratti ottusa ad accettare i nuovi mezzi.
Facebook è, insomma, una vetrina, ma anche un mezzo di comunicazione e una sorta di diario personale: spesso così aggiornato da essere molto più attendibile di un banale curriculum vitae cartaceo consegnato durante la ricerca di lavoro. Per questo, i datori stessi, sempre più smart, non si astengono dal cercare coloro che sottopongono a colloquio conoscitivo sulla rete del social network. Perciò attenzione: Facebook è un mezzo eccezionale, ma bisogna imparare a utilizzarlo e a prendersene cura, perché altrimenti potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio piuttosto affilata.
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