Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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19 giugno 2026

Elogio del Web



"In rete puoi fare una domanda, che se è formulata in maniera opportuna, magari senza cercare una risposta precisa, ti offre una costellazione di risposte, un “rumore” che diventa fonte di altre possibili domande. Certo, alla fine bisogna comunque andare in biblioteca. Carlo Dionisotti, il grande storico della letteratura, parlava del caso come di una “norma che presiede alla ricerca dell’ignoto”. Ecco, il computer moltiplica le possibilità di essere colti di sorpresa da un dato di fatto imprevisto. Sono sempre tentato di citare La lettera rubata, il racconto di Edgar Allan Poe dove si mostra che ciò che cerchi in realtà è sotto gli occhi di tutti, anche se non si vede."
Carlo Ginzburg

+Carlo Ginzburg: «Fa bene alla storia affidarsi al caso», Il Corriere della sera, 17.6.2026 (Intervista di Paolo Di Stefano, ià pubblicato in La Lettura», 21.11.2021).
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03 giugno 2026

In ricordo di Carola Frediani

Carola Frediani insegnò solo un anno nel nostro corso LM di Informazione ed Editoria ma in quel poco tempo riuscì a distinguersi per una innata capacità di consegnare saperi di un ambito sempre in evoluzione con sapienza e umanità. In seguito noi siamo rimaste sempre in contatto su fb e ogni volta i suoi scritti erano il segno di tutta la sua colta curiosità. Conosceva tutto del Web illuminando tutte le positività e indagando sempre gli aspetti più oscuri che pure dovevano essere conosciuti ed affrontati, come ben appare dalla navigazione nel sito di Guerre di rete. Non a caso il suo ultimo lavoro è titolato "Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti" in formato ebook, ed. Guerre di rete, 2025. Soprattutto Carola Frediani era stata allieva e collaboratrice di Franco Carlini, indimenticabile docente e amico prezioso del DUG.
mm

*link a Guerre di rete - Associazione


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16 febbraio 2024

In libreria



Emanuele Bevilacqua
Attenzione e potere. Cultura, media e mercato nell’era della distrazione di massa
Luiss University Press, 2024, 224 pp.
Descrizione
Cinque miliardi di umani connessi alla rete; una Babilonia in cui molti parlano ma pochi colgono il senso dei discorsi. In questo libro Emanuele Bevilacqua esplora il rapporto fra concentrazione umana e media digitali, dimostrando come l'attenzione, sempre più sollecitata e messa a dura prova dai device, sia una merce preziosa nell'era dell'informazione. Attraverso una prospettiva storica, psicologica ed economica, Bevilacqua rivela come questa sia al tempo stesso una risorsa limitata e un campo di battaglia per i media e i grandi player come Google, Amazon e OpenAi. Un'analisi su come l'attenzione influenza il potere, la comunicazione e, in fondo, tutta la nostra vita. Prefazione di Giuseppe Richeri. Postfazione di Emanuele Trevi.
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27 novembre 2021

In libreria


"Detta in parole semplici: non siamo più noi a scegliere da dove attingere alle notizie, ma sono gli algoritmi a decidere al nostro posto. Oggi il 54,5% dell’utenza, secondo il Rapporto sul consumo di informazione di AgCom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), accede all’informazione online prevalentemente attraverso i social network e i motori di ricerca. Ed è qua che si annida una pericolosa insidia. Perche´ nel momento in cui un motore di ricerca o una piattaforma social decidono per noi, l’algoritmo ci proporrà informazioni e opinioni considerate più in linea con i nostri « gusti » e le nostre aspettative. Un processo che finisce per alterare la nostra percezione della realtà, rappresentandola ai nostri occhi in modo parziale e rafforzando i nostri pregiudizi. Disinformazione, bufale, post-verità, clickbait, overloading information, infodemia, fonti algoritmiche: sono queste le ombre che si allungano ogni giorno di più sul nostro diritto a essere informati. A queste si uniscono no il potere discrezionale delle piattaforme, la crisi del giornalismo, la notizia trasformata in prodotto, la manipolazione di regime, la gestione del potere politico attraverso i social network, la propaganda prodotta da una campagna elettorale non-stop, il complottismo. (Matteo Grandi, 2021, pp. 12-13)


Matteo Grandi 
"La verità non ci piace abbastanza. 
Il virus della disinformazione fra bufale, web e giornali
Longanesi, Milano, 2021, pp. 288. 
Descrizione
Oggi la disinformazione è un mostro tentacolare che si allarga a macchia d’olio e che può contare su una rete di fiancheggiatori, più o meno consapevoli, molto nutrita. Dalla politica che ha scelto le fake news come nuova forma di propaganda, al giornalismo tradizionale che, travolto dalle nuove tecnologie e dalla competizione con le dinamiche del web, sta rincorrendo sensazionalismo e clic spesso a scapito della veridicità e della qualità delle notizie, fino all’enorme potere di mediazione delle piattaforme, nuovi arbitri (interessati) della verità. Ne parla nel suo nuovo saggio, edito da Longanesi, Matteo Grandi, giornalista e autore televisivo (e di testi musicali), molto attivo sui social.
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09 febbraio 2020

La rete e il giornalismo

La rete non sta uccidendo il giornalismo?
«Al contrario. La rete è una straordinaria opportunità per arricchire l’informazione, e anche per verificarla. Certo, ci sono pure pericoli. La rete cambia tutto a una velocità fino a ieri impensabile. Anche il nostro modo di pensare».

Sergio Lepri

*Intervista a Sergio Lepri (101 anni) direttore dell' Agenzia Ansa dal 1961 al 1990, (Corriere della sera, 9.2.2020),



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30 gennaio 2020

Evoluzione dell’analogico o rivoluzione del digitale?


La storia dell’evoluzione dell’uomo conserva ricordi di momenti storici di grande rilievo, come lotte di classe, guerre ed eventi che hanno segnato la cronaca mondiale. Oggi l’umanità è in una nuova fase di questo processo, ovvero quella del digitale.  In merito a questo contesto si può notare come l’individuo non riesca a fare a meno di porsi delle domande sulla questione, e per tale motivo viene definita come ossessione dello studioso.
I media, così come sono utilizzati ai giorni odierni, non sono nati da un netto passaggio da una fase all’altra della storia, ma da un processo di creazione lento in un alternarsi di progressi e regressi. Grazie alla linea temporale dei due autori del testo, Balbi e Magaudda, si ha una chiara visione di quale sia stata la storia di tutti i media digitali che ora appartengono all’intera popolazione mondiale. Inoltre, è interessante sapere come nascono quelli che oggi sono considerati non più solo degli aiutanti ma elementi indispensabili entrati nelle vite quotidiane di molte persone.
Questo volume, attraverso dei macro-excursus divisi per argomento, disegna una linea del tempo dei mezzi più utilizzati, presentando le menti più brillanti della storia come Joseph – Marie Jacquard, Bill Gates, Steve Jobs e Steve Wozniak, che sono a capo di quelle società che di volta in volta hanno idealizzato il processo di comunicazione degli ultimi anni.
Tra le righe di questo testo c’è una delle domande più frequenti e rilevanti che l’uomo si sia mai posto e che ancora manca di risposta: “Quella dell’epoca digitale è da considerare come una rivoluzione o una semplice continuità dell’era analogica?”.
Non è semplice rispondere ad un quesito di questo tipo, soprattutto, perché questo periodo di passaggio non è ancora terminato, basti pensare alle continue evoluzioni di sistemi tecnologici che sono sul mercato ogni anno, oppure alle questioni irrisolte di alcuni paesi. La Cina, ad esempio, rifiuta un passaggio della radiofonia da analogica a completamente digitale, mentre, altre nazioni utilizzano ancora molti canali televisivi analogici. Guardando indietro alla nascita dei tre pilastri dei media moderni, ovvero, alla storia del computer, di internet e della telefonia mobile, è possibile notare come non si possa parlare di una vera e propria rivoluzione. Il motivo è legato all’aspetto decisionale politico ed economico delle aziende nello scegliere non sempre la strada verso il successo, ma quella della conservazione, come il caso dell’Ibm. Un altro esempio è il ritorno di vecchie apparecchiature come il disco in vinile, il quale procede di pari passo con la musica on-line, senza mai scomparire del tutto. Tutti questi elementi allontanano l’idea della digitalizzazione come un processo che rappresenta un punto di svolta nella storia.
Ciononostante, anche se non è chiaro il risultato finale, molti studiosi e scienziati hanno dedicato – e dedicano – la loro vita, nel creare dei veri e propri contributi storici, si sono lanciati in dei salti nel vuoto.
Inoltre, riflettendo in maniera oggettiva, queste tecnologie dell’attuale millennio, probabilmente, non sarebbero potute nascere in tempi molto più brevi rispetto a quelli che sono stati in realtà. Questo perché pur subendo dei rallentamenti, i processi verso il digitale iniziati all’incirca dai primi decenni del Novecento, hanno avuto una grande svolta in meno di mezzo secolo per molti media, come il caso del telefono cellulare.
Pertanto, non si può parlare di una vera rivoluzione ma nemmeno di una semplice conseguenza dell’analogico.  Non è sufficiente ritrarre in un generico passo in avanti, ciò che è accaduto alla comunicazione in questi anni, ed è riduttivo, infatti, parlare di eventi a catena. Le innovazioni apportate, hanno creato un nuovo mondo e una popolazione diversa: partendo dalla nascita nel 1945 del primo computer Eniac, alla proposta di Apple di un apparecchio da utilizzare in casa, fino alla decisione della Microsoft di far valere i propri diritti di Software – importanti tanto quanto la componente Hardware –, sono parti di un processo che intende comunicare un cambiamento non soltanto nel percorso storico, ma nella mentalità umana.
Non è di certo la prima volta che l’uomo pensa in grande per cercare di raggiungere qualcosa che a prima vista sembra irraggiungibile. Difatti, basti notare che i primi strumenti digitali, ovvero, il computer e internet sono entrambi nati come strumenti prevalentemente militari: una delle maggiori fonti d’investimento per un Paese è la sicurezza della propria terra e del posto che esso presiede all’interno del sistema globale. Pertanto, è “naturale” che molti studiosi si siano spinti ad un immaginario dove vi fossero delle importanti tecnologie.
Tuttavia, qualcosa di rivoluzionario vi deve essere: gli autori, infatti, ritengono che i motivi per considerare quello del digitale, un percorso di rivoluzione, siano vari. A partire dal concetto di impatto globale, a quello di prosumer, parola coniata da A. Toffler nel 1980 per esprimere la nuova visione di informazione. Essa coinvolge attivamente i consumatori che, pertanto, iniziano anche ad essere fonte di messaggi e non solo ricettori. Inoltre, è possibile andare anche oltre la realtà odierna e immaginare una “grande utopia della convergenza”. Quest'ultima, inclusa nella macchina Überbox, racchiuderebbe insieme tutti gli strumenti sul mercato (Ipad, Ipod, mp3, computer e smartphone).
Pertanto, alla domanda posta in precedenza, ovvero, se il digitale sia una rivoluzione o un’evoluzione del digitale, la risposta potrebbe essere trovata attraverso due esempi: il primo riguarda Jacquard che nel 1801 decise di modificare la struttura del telaio, introducendo delle componenti hardware e software per creare un telaio automatico. In proposito, questo tipo di tecnologia non era stata inventata da lui, tuttavia, fu in grado di trovare per questi prodotti un altro utilizzo in un settore completamente diverso.
Il secondo esempio, che probabilmente sarà più chiarificante, è quello che ha dato origine alla casa di produzione Apple. Steve Jobs e Steve Wozniak non crearono il personal computer, anzi, si basarono sulle macchine già create e collaudate da altri prima di loro, ma ebbero l’idea rivoluzionaria, di allargare il consumo di tale apparecchio, e di estenderlo a tutti i consumatori. Questi due uomini, considerati hacker, si resero conto che la macchina (il computer) che era usata da pochi e limitata alle necessità burocratiche e aziendali, poteva essere “alla portata di tutti”, e fu così che nacquero i primi computer.
Naturalmente, una strategia pubblicitaria e capacità di marketing favorirono l’azienda Apple, che per tale ragione oggi è uno dei leader del settore. Tuttavia, questa parte della storia vuole mandare un messaggio chiaro opposto a quello che Clayton Christensen definì “dilemma dell’innovatore”. Ciò che è rivoluzionario nei media digitali, non sono gli strumenti e lo sviluppo delle macchine ma è la “lampadina che si accende” nella mente di qualcuno e nella forza di chi crede in se stesso, perché, in fondo, una delle caratteristiche della parola rivoluzione è anche il coraggio.
Sara Esposito

G. Balbi – P. Magaudda,



16 ottobre 2019

In libreria

Fabio Bolzetta - Angelo Romeo, 
Il giornalismo tra televisione e web 
Franco Angeli, Milano, 2019, pp. 132.
Descrizione
Il volume approfondisce alcuni temi che sono diventati cruciali nel dibattito sul giornalismo contemporaneo con l'avvento del web. L'utilizzo sempre più pervasivo della rete, e soprattutto la diffusione di dispositivi che consentono a tutti di filmare e poi riportare in tempo reale fatti un tempo trattati esclusivamente dai giornalisti, rende necessario riflettere tanto sugli eventi, quanto sui mutamenti mediali che si stanno verificando. Affrontando sia il versante teorico, che si fonda sull'attuale letteratura in sociologia dei media, sia il coté relativo alla realtà della professione e agli strumenti del mestiere, il volume propone l'analisi di chi il giornalismo lo studia teoricamente e lo vive quotidianamente sul campo.

Indice
Pier Cesare Rivoltella, Prefazione
Fabio Bolzetta, Angelo Romeo, Premessa
Parte I - Giornalismo e mutamenti mediali
Sociologia e newsmaking: la notizia e l'avvento delle fake news / Le fonti ai tempi del citizen journalism / L'agenda setting: teorie tradizionali a confronto e il web / L'informazione a portata di smartphone
Parte II - Dalla teoria al campo d'azione: il giornalista fra tradizione e trasformazioni culturali
Giornalismo e nuove tecnologie / Il decalogo della pre-produzione / I telegiornali digitali / Giornalismo digitale e social media policy
Bibliografia

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20 settembre 2019

In libreria

Massimo Di Felice
La cittadinanza digitale. 
La crisi dell'idea occidentale di democrazia e la partecipazione nelle reti digitali
Meltemi, Milano 2019, pp. 228.
Descrizione
L'idea occidentale di democrazia basata sull'opinione degli umani e sulla somma dei voti è divenuta obsoleta. Alla forma deliberativa esclusivamente umana viene a sostituirsi un nuovo tipo di contrattualità che, attraverso le architetture digitali, l'internet delle cose e i sensori, estende la partecipazione a tutte le diverse entità che compongono il nostro habitat. I parlamenti, le assemblee cittadine, i partiti e tutte le architetture di interazione politica, ispirate al modello della polis e portatrici di forme di governance limitate ai soli soggetti umani, stanno lasciando spazio alle piattaforme, alle blockchain e ai diversi ambienti di reti. In questi ecosistemi interattivi gli umani, i dati, il clima, i sensori, le +biodiversità e i territori informatizzati hanno iniziato ad articolare politiche e soluzioni collaborative attraverso il dialogo con i dati e la connessione tra diversi tipi di intelligenze. L'idea occidentale di società, fondata sul contratto tra i cittadini e ristretta al convivio dei soli soggetti umani, così come quella di cittadinanza, basata solo sui diritti fondamentali delle persone, oggi, dinanzi alle sfide dei mutamenti climatici e alle ultime generazioni di reti intelligenti, risultano entrambe inadeguate. La cittadinanza digitale è oggi l'ambito di ricerca che si concentra sul superamento del progetto politico occidentale e sull'inizio di una nuova cultura della governance in reti complesse, caratterizzata dalle interazioni all'interno di architetture non più composte né da soggetti né da oggetti.


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14 giugno 2019

Chips&Salsa 2019

Convegno  
Chips&Salsa: Giornalismi, digitali, interattivi mediterranei

Venerdì 14 giugno 2019 presso l' Auditorium dell'Acquario di Genova.
Il convegno si svolge con il patrocinio del corso di laurea magistrale in Informazione ed Editoria.


Link al Programma e alla registrazione (vivamente consigliata)



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10 giugno 2019

In libreria

Nicolette Mandarano
Musei e media digitali
Carocci, Roma, 2019, pp. 128.

Descrizione
Qual è il rapporto tra musei e media digitali? Quali sono i mezzi più adatti per creare un dialogo fra istituzione museale e visitatore? Il libro offre una risposta concreta a queste e altre domande. Dopo aver ripercorso brevemente la storia della relazione fra musei e comunicazione, indaga il contesto attuale in cui tale rapporto si sviluppa. Analizza gli strumenti che possono essere impiegati nei percorsi museali per coinvolgere il visitatore, agevolando la fruizione e la comprensione delle opere esposte e del loro contesto. Affronta, inoltre, il tema della comunicazione museale online, fra siti web e piattaforme social, per individuare le buone pratiche comunicative, in ambito italiano e internazionale. Chiude il libro una riflessione sulle modalità della fondamentale e irrinunciabile trasformazione digitale dei musei italiani.+++

Indice
Introduzion
1. Tra storia e attualità: il contesto del libro - In principio era il cd-rom/I musei e la comunicazione on site/I musei e la comunicazione online 

2. On site - Totem e tavoli multimediali/App/Realtà aumentata, realtà virtuale e realtà mista/Videomapping/Chatbot/Videogiochi 
3. Online - I siti web museali in Italia e nel mondo/Le piattaforme social/I feedback: in ascolto dei propri visitatori 
4. Nuove aperture - Il museo fra on site e online/La trasformazione del museo: un’ultima riflessione 
Bibliografia

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05 giugno 2019

In libreria



Andrea Fontana
Regimi di verità. Convivere con leggende e fatti alternativi
Codice edizioni, Torino, 2019, pp. 144. 
Descrizione
C’era una volta la verità dei fatti. Siamo nati e cresciuti in un mondo in cui l’appello ai fatti era imperativo, il ricorso alla scienze un obbligo, la ragione delle competenze un vincolo del comportamento professionale, la vita privata un sacro segreto. Poi ci siamo ritrovati in un ambiente sociale, economico e politico completamente diverso, in cui leggende e credenze valgono come notizie e conoscenze reali e accertate; quello che conta non è il contenuto, ma come viene raccontato. Siamo capaci di usare questa nuova forma di intelligenza narrativa, gestendo contenuti testuali e visivi di tutti i tipi, tra parole, link, hashtag, video, foto e meme? Nella fiction economy e nel mondo della post-verità, infatti, siamo noi il bottino da conquistare. Come sopravvivere quindi in questo nuovo regime di verità in cui siamo entrati? Questo libro propone alcune soluzioni.
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26 maggio 2019

“L'ho letto su internet”. L'informazione ai tempi del web


Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, nel saggio Liberi di crederci. Informazione internet e post-verità, ci spiegano che verità e internet non spesso vanno d'accordo.
L'avvento di internet, ma soprattutto dei social network, da un lato ha facilitato l'accesso a una grande massa di informazione senza mediazioni, con l'illusione che questo portasse a una maggiore conoscenza e al trionfo dell'uomo comune, che erode spazio all'élite tradizionale.
L'altra faccia della medaglia però è molto più oscura di quanto ci si aspettasse quando, all'inizio degli anni Novanta, si pensava all'internet come potente mezzo per la diffusione dell'informazione.
Come spiegano gli autori, il problema non sta tanto nel mezzo adoperato (internet e i social network), quanto nell'uso che se ne fa: tanti sono i riferimenti all'interno del testo a meccanismi psicologici e comportamentali con cui l'uomo regola l’assimilazione e la gestione delle informazioni, da sempre.
Si parla di bias (definizione di Martic Haselton, Daniel Nettle e Damian Murray) che guidano l'interpretazione di quello che circonda l'uomo in base alle informazioni che si possiedono.
Si parla di post-truth o pensiero illusorio, entrato nell'Oxford Dictonary nel 2016 e indicato come meccanismo mentale che è parte della natura dell'uomo.
Ma soprattutto si parla di disinformazione: un problema tanto grave al punto che già nel 2013 il World Economic Forum inserisce questo termine (e le sue conseguenze) tra le principali minacce globali.
In questo saggio non vengono raccontate cose nuove, bensì si trattano tematiche ancora oggi molto attuali, sebbene la pubblicazione sia del 2018 (a distanza di un anno la situazione pare essere sempre la stessa). Fake news, fact checking, cyber terrorismo, debunking, citizen journalism sono solo alcuni dei termini che si sentono citare ogni giorno, su tutti i media.
Interessante però come venga sottolineato un punto molto importante: quello che accade su internet è solo un riflesso, amplificato fino a distorcerlo, di ciò che in realtà avveniva già prima della nascita della rete.
I cosiddetti “bias cognitivi”, i pregiudizi che condizionano la nostra vita, accompagnano da sempre l'uomo, tutti i giorni, anche nelle scelte più banali.
Il nostro mondo attuale, fortemente iperconnesso, non fa altro che mettere in luce le debolezze e le potenzialità di un nuovo modo di accedere alle informazioni, un ambiente ricco di incendi digitali alimentati da un altro grave problema: l'analfabetismo funzionale.
Anche questo termine non è nuovo all'interno del “mondo web”: L'Espresso a tal proposito ha dedicato un articolo a questo dramma (non solo italiano) spiegando che “Gli analfabeti funzionali sono sì capaci di leggere e scrivere, ma hanno difficoltà a comprendere testi semplici e sono privi di molte competenze utili nella vita quotidiana. (...) Sono gli analfabeti funzionali, quegli italiani che non sono in grado di capire il libretto di istruzioni di un cellulare o che non sanno risalire a un numero di telefono contenuto in una pagina web se esso si trova in corrispondenza del link “Contattaci”
Molto interessante anche un altro tema che si collega ai bias, una naturale tendenza dell'uomo all'apparire e dare senso alle cose in base a come ci vedono gli altri.
I social network non solo danno spazio alla disinformazione, ma anche a derive narcisistiche e a una continua promozione personale, in cui la celebrità è alla portata di tutti e si ha l'illusione di una democrazia.
Un documento del 2013 della University of Michigan evidenzia che gli utenti sceglierebbero i media in base alle proprie esigenze narcisistiche: piacere, autopromozione, escamotage gratificanti sembrano guidare le stesse dinamiche della produzione e condivisione di informazioni attraverso i social network, spesso a scapito dei contenuti e dei fatti.
La smania di prendere posizione e commentare sul web non risparmia nemmeno i politici, che strumentalizzano i fatti per un ritorno personale, per avere sempre maggior consenso, disinteressati dalle implicazioni etiche e scientifiche che comportano, argomenti che inoltre con la politica c'entrano ben poco.
In un contesto come questo, in cui chiunque può veicolare informazioni, corrette o non corrette (non necessariamente in malafede), in cui tutti possono affermarsi e sfiduciare la figura dell'esperto: con l'avvento dei social la figura del giornalista entra in competizione con i blogger, gli opinion leader, gli youtuber, contendendosi l'attenzione degli utenti.
Il 51° rapporto CENSIS, sulla situazione sociale del paese nel 2017, rivela che gli italiani che leggono quotidianamente giornali cartacei per informarsi durante la settimana sono il 14,7%, mentre si informano su Facebook il 35%.
Non si può fare finta di niente, il mondo dell'informazione è cambiato. Nelle testate giornalistiche online funzionano i titoli “acchiappa click”. I profili ufficiali su Facebook e Twitter competono con alcune fanpage per avere l'interesse degli utenti, inseguendo i loro gusti.
Note testate di moda, benessere, cucina, nei loro spazi web lasciano ampio spazio a prodotti amatoriali o di citizen journalism, accanto al lavoro degli stessi giornalisti.
Questo modello di marketing ormai è parte dell'informazione, con notizie rapide, immediate e facilmente comprensibili. Catturata l'attenzione dell'utente, si passa alla condivisione e la diffusione dei contenuti in maniera quasi automatica, con la conseguenza di rendere virale un argomento, vero o falso che sia.
La lettura di questo saggio può darci un'idea abbastanza pessimistica dell'uso di internet e della dilagante disinformazione. Sembra di essere arrivati a un punto di non ritorno nella gestione delle fake news.
Al di là delle decisioni prese da Emmanuel Macron nel 2018 per creare una nuova legge per ostacolare la diffusione di false notizie su internet, o ancora una soluzione offerta da Mark Zuckerberg per arginare la questione e combattere una battaglia contro “forze oscure che si muovono attraverso la rete”, il lavoro di debunking, di ricerca, di studio, andrebbe attuato anche dal basso.
Sicuramente sarebbe utile per molti affrontare letture come questo saggio per chiarirsi le idee, e ognuno nel suo piccolo cercare di gestire al meglio la marea di informazioni che si incontra ogni giorno sui social.
In questo mondo di ignoranza, bisognerebbe portare avanti a testa alta la conoscenza e la “buona informazione”, anche se con un linguaggio diverso e più adatto al mezzo a cui ci appoggiamo.
Francesca Guglielmero



Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini
Liberi di crederci. Informazione, Internet e postverità

Codice Edizioni, Torino, 2018, 142 pp. 
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22 maggio 2019

L'informazione tra reale e percepito


Nell'era digitale e dell'esplosione delle telecomunicazioni, anche le informazioni sbagliate o false viaggiano alla stessa velocità delle notizie vere e verificate. Questo è uno dei problemi principali che sta alla base della disinformazione contemporanea, e col termine “disinformazione” ci si riferisce alla “falsificazione intenzionale di dati e notizie al fine di manipolare le percezioni di un bersaglio, influenzarne le decisioni”. In questa definizione emerge subito la caratteristica che rende l'attività manipolatoria negativa e pericolosa: l'intenzione dietro all'azione. Dietro ad ogni azione che ha lo scopo di disinformare si nasconde la volontà di qualcuno (industriali, politici, poteri occulti come quello mafioso), che è la volontà di disinformare per i propri scopi personali. In quest'ottica la consapevolezza della presenza di campagne di disinformazione è fondamentale per distinguere fonti, giornali e notizie autorevoli da emittenti che trasmettono notizie false o fallaci. 
Le notizie, per disinformare, non devono essere necessariamente false. Anche notizie vere possono essere deformate o amplificate per modificare la percezione della realtà delle cose; e l'accumulo di notizie simili, non false ma neanche del tutto veritiere, può aggravare la percezione dei lettori creando un clima di sfiducia e di paura. Per evitare questo è importante la conoscenza di certi meccanismi mistificatori; solo con la comprensione di quanto sia facile fare disinformazione è possibile armarsi per contrastarla. 
Cosimo Angelini

Disinformazione e manipolazione delle percezioni. 
Una nuova minaccia al Sistema-paese 
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.


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31 marzo 2019

In libreria

Salvatore Russo - Giulia Bezzi
CEO & journalism. Strategie e tecniche di comunicazione per aumentare la visibilità dei contenuti online
Hoepli, Milano, 2019, pp. 266.

Descrizione
Su Google è il pubblico che cerca la notizia. Capire la SEO e scoprire come gli utenti si informano permette a giornalisti, freelance e blogger, di realizzare contenuti performanti, essere presenti nei risultati del motore di ricerca e acquisire un enorme vantaggio competitivo. Questo libro fornisce una risposta concreta ai professionisti che vogliono comprendere a fondo le strategie e le tecniche di comunicazione per aumentare la visibilità dei contenuti online, ottenere nuove fonti di guadagno e creare una comunità di lettori attiva, interessata e partecipe. Non è solo un manuale, è anche un saggio, una lettura che insegna "come si fa" e costringe a una riflessione profonda sul "perché si debba fare". Uno scenario completo sugli aspetti che possono decretare il successo di un progetto editoriale, con numerosi suggerimenti basati sull'esperienza pratica degli autori, che permettono di costruire una perfetta strategia di contenuti e comunicazione.
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19 febbraio 2019

Le (nuove) parole dell’informazione

Se è vero, come diceva Baricco nel 1998, che ciò che rende speciali i grandi scrittori è la loro capacità di «nominare le cose», il libro Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità (Codice edizioni, Torino 2018, 15€) può a buon diritto essere considerato un libro speciale. Il saggio scritto a quattro mani da Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, infatti, è una sorta di odierno dizionario dell’informazione, in grado di battezzare tutti i processi che caratterizzano la comunicazione contemporanea. Vi si ritrovano precise definizioni di termini ormai noti ai più, come fakenews, troll ed echo chamber, ma soprattutto vengono “nominati” e spiegati alcuni meccanismi per i quali fino a pochi mesi fa non esistevano nomi: newsfeed, backfire effect, webete, debunking, mysidebiase così via. 
Muovendo dalla delusione dell’aspettativa che l’avvento di internet potesse garantire «la nascita di un mondo aperto, che rendesse la conoscenza accessibile a tutti indiscriminatamente e portasse alla costituzione di una società finalmente globale e realmente interconnessa» (p. 11), gli autori analizzano le reali conseguenze che il web ha prodotto sulle tecniche della comunicazione: l’informazione è sempre più spesso affidata ai social network, dove gli utenti prendono il posto dei giornalisti, i post sostituiscono i giornali, i tweet si ergono a notizie. Il primo evidente effetto di questa tendenza è la disintermediazione, «cioè il venire meno della figura dell’intermediario» (p. 26), dell’esperto d’informazione, che poteva garantire la verità delle notizie e l’attendibilità delle fonti. Ne deriva non solo l’imprecisione delle informazioni, con la conseguente proliferazione di fake news, ma soprattutto la semplificazione delle notizie che conduce ad un’irrimediabile polarizzazione delle posizioni: per quanto delicata e complessa sia una questione, si assiste oggi alla radicalizzazione delle opinioni tipica delle ideologie forti. Vero o falso, buono o cattivo, bianco o nero, giusto o sbagliato: non esistono più vie di mezzo e soprattutto non esiste confronto, dialogo fra le fazioni. I dibattiti sui social media si riducono al muro contro muro, alla testarda difesa di una posizione estrema che si oppone ad un’altra posizione estrema, altrettanto difesa e supportata.
Quattrociocchi e Vicini non si limitano a descrivere questi processi con definizioni ed esempi tratti dai più recenti avvenimenti socio-politici, ma si impegnano ad elencare tutti i fattori che stanno alla base della cosiddetta post-truth, definita dall’Oxford Dictionary come «ciò che è relativo a, o che denota, circostanze nelle quali i fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione rispetto agli appelli all’emotività e alle convinzioni personali». Tra questi fattori figurano in particolare alcuni bias cognitivi che svolgono un ruolo determinante «nella nostra capacità di informarci, nella formazione dell’opinione pubblica e nella propaganda» (p. 48); ad essi, si aggiunga la naturale tendenza al narcisismo che viene scatenata dai meccanismi dei social network anche negli individui meno vanitosi, e si avrà un quadro completo dell’informazione nell’epoca della post-verità.
Evitando di accanirsi acriticamente contro le moderne tecniche di comunicazione, ma tentando piuttosto di ricercarne le cause e di studiarne gli sviluppi, Liberi di crederci non è un banale libro di denuncia contro i social network, ma un’approfondita analisi delle nuove frontiere dell’informazionee delle relative problematiche, che arriva addirittura a fornire una “giustificazione” dell’apparente scomparsa di una verità oggettiva: «post-truth forse è solo l’emergere dell’essere umano nella sua più totale e profonda esigenza di emanciparsi dalla dipendenza dagli altri, dagli intermediari. Adesso che tutta la conoscenza dell’umanità è a portata di click, vogliamo esercitare il nostro diritto di scegliere liberamente [a cosa credere]» (p. 130).
Alessandro Rio


Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini,
Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità
Codice edizioni, Torino 2018. 
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03 febbraio 2019

Comunicare in un mondo che cambia


Potrebbe sembrare scontato affermare che il mondo, nel corso degli anni, ha subito notevoli cambiamenti, e che con esso è mutato anche il nostro modo di relazionarci e di comunicare. È, però, proprio ciò che è accaduto, ed è da questo assunto di base che prende le mosse il libro Comunicazione sociale e media digitali di Roberto Bernocchi, Alberto Contri e Alessandro Rea edito da Carocci nel 2018.
Dopo aver introdotto i principali mutamenti che hanno investito il mondo della comunicazione e più precisamente della pubblicità, sia prima sia dopo l’avvento della rivoluzione tecnologica e del fenomeno della globalizzazione, gli autori si sono addentrati nel vivo dei requisiti necessari ad una campagna di utilità sociale di successo, elencando i passaggi da seguire per raggiungere gli obiettivi prefissati: dall’individuazione del target alla creazione di contenuti, passando per la scelta del canale più adatto al messaggio che si vuole veicolare e della strategia da adottare. Tutte tappe fondamentali da non sottovalutare anche per quanto riguarda la pubblicità commerciale, che si differenzia da quella sociale solamente per i contenuti, in quanto le tecniche di diffusione rimangono le stesse. Gli autori, però, non hanno nascosto che sussistono dei problemi strutturali legati alla comunicazione sociale che impediscono all’Italia di stare al passo con le altre nazioni, come la mancanza di personale qualificato e di fondi economici.
A dimostrare che i siti web e i social media sono diventati i luoghi privilegiati della comunicazione di massa concorre un paragrafo, molto interessante, dove gli autori hanno presentato un’accurata descrizione dei social network attualmente più diffusi in Italia, nel quale sono state elencate le loro numerose funzionalità e i metodi per sfruttarli al meglio da parte di un’associazione non profit ma anche da utenti singoli. Segnale, appunto, di come una comunicazione efficace debba necessariamente spostarsi su nuove piattaforme, consapevoli che in futuro queste ultime cambieranno nuovamente, senza però dimenticare che il digitale non è un mondo a sé, ma che per essere maggiormente funzionale necessita del supporto degli strumenti comunicativi tradizionali. Diretta conseguenza di tutto ciò è stata la nascita di nuove figure professionali.
Descrivendo in maniera dettagliata lo scenario comunicativo contemporaneo si è rivelato un testo decisamente utile ed interessante per chiunque abbia intenzione di approfondire le proprie conoscenze in questo ambito. Attraverso l’utilizzo di un linguaggio nel complesso scorrevole, nonostante sia ricco di numerosi termini tecnici assolutamente necessari in un libro di questo tipo, il volume appare pienamente fruibile anche da un lettore che non possiede alcuna conoscenza base in materia.
Alessia Ciardullo

 R. Bernocchi, A. Contri, A. Rea
Comunicazione sociale e media digitali
Carocci, Roma, 2018.
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11 gennaio 2019

Fake news e post-verità


Quanto sono affidabili le notizie che leggiamo sui social network e sulle pagine online? Su quali criteri ci basiamo per stabilire se una notizia è vera o frutto di una mente pronta a sviarci pur di ottenere consenso e affondare un nemico? Quali fonti possono essere ancora ritenute autorevoli?
In un mondo tecnologico sempre più soggetto alle fake news, in un continuo oscillare tra vita online e vita offline, Giuseppe Riva tenta di analizzare il fenomeno spiegando le origini, i processi di creazione e gli strumenti di difesa da queste notizie ingannevoli ma create ad opera d'arte.
Fake news, vivere e sopravvivere in un mondo post-verità, è infatti l’ultimo libro di Riva, pubblicato nel 2018 ed edito dal Mulino, Bologna; Riva, professore di Psicologia della Comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano, è presidente dell’Associazione Internazionale di CiberPsicologia e autore di altri libri a tema social network e news online tra cui I social network (2016) e Nativi digitali (2014).
In Fake news l’autore, come dichiarato fin dalla premessa, si pone l’obiettivo di rispondere a tre domande: se il termine “fake news” sia solo un modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti in ambito politico; quali sono i meccanismi tecnologici e psicosociali che consentono la creazione e la diffusione delle fake news; come si ci può difendere al giorno d’oggi dalle notizie false che ci sommergono quotidianamente al punto da non saper più distinguere cosa sia vero e cosa sia falso. Nel corso della riflessione per rispondere a tali quesiti, in un viaggio lungo cinque capitoli attraverso quello che l'autore definisce un “mondo di post-verità”, Riva utilizza ed incrocia nozioni di diverse discipline quali filosofia, scienze della comunicazione, psicologia, informatica, sociologia, ciberpsicologia e la scienza delle reti.
L'autore riesce a delineare un quadro generale del fenomeno delle moderne fake news attraverso l'utilizzo di termini semplici e esempi storici che facilitano la comprensibilità; dopo l'analisi dell'influenza che queste notizie hanno sulla comunità e sulle scelte dei singoli individui, passa quindi a spiegarne i metodi di diffusione tramite la persuasiva metafora delle cybertruppe, costituite da bot e troll che contribuiscono quotidianamente a farle penetrare nelle case degli italiani in una non convenzionale guerra alla disinformazione.
Seppur alcuni riferimenti possano sembrare datati (si fa riferimento ad esempio al dipartimento D del KGB russo del 1954), Riva riesce ad attualizzare l'argomento tramite l'analisi delle smart mobs, della nuova sharing economy (con riferimento a Uber e Airbnb) e del ruolo incisivo dei social network; se non avete mai sentito nessuno di questi termini tecnici non fatevi tuttavia spaventare, il libro spiega chiaramente ogni concetto rendendo la lettura accessibile a tutti, anche a coloro che non “masticano” questi concetti.
L'autore utilizza uno stile chiaro, conciso e lineare, con periodi semplici e lessico accessibile a tutti; è chiaro l'intento di rendere la lettura facilmente fruibile e di “alleggerire” concetti tecnici che potrebbero risultare complicati e talvolta incomprensibili. Il tipo di scrittura evita perifrasi, è scorrevole e adatta ad ogni tipo di lettore: anche chi non ha alcuna conoscenza sull’argomento infatti, può facilmente comprendere tutti i concetti trattati, dal momento che l’autore esplica tutto ciò di cui parla anche attraverso esempi facili ed intuitivi.
Camilla Conti


Giuseppe Riva
Fake news, vivere e sopravvivere in un mondo post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018.
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08 gennaio 2019

Dark Web e Hacker


Quando la realtà si avvicina alla fantasia. Tra storie che mescolano la suspense dei film di spionaggio all’atmosfera angosciante stile Matrix, il libro di Carola Frediani  (Guerre di Rete) ci fa percorrere un viaggio lungo nove capitoli tra sigle, termini tecnici e nomi di attori, privati e aziendali, che abitano il regno oscuro di Internet. “Guerre di Rete” infatti riesce, con una scrittura fluida e ben calibrata tra descrizione e tecnicismi, ad appassionare il lettore via via che si prosegue nel libro; ovviamente la lettura risulterà ancora più fluida per coloro che ne masticano gli argomenti, ma il libro è rivolto a tutti. Non è infatti solo l’interesse a crescere pagina dopo pagina, ma si sviluppa un senso di paranoia crescente verso quel mondo online nel quale pubblichiamo quotidianamente pensieri e foto di gatti.
Nonostante una parte di queste storie riguardi gli utenti comuni di internet, utilizzatori di Social Network e di servizi di messaggistica, una buona parte dell’analisi di Frediani riguarda il processo democratico che vede coinvolti governi, enti parastatali, ricercatori e dissidenti nella lotta intestina tra intercettazioni e diritto alla privacy. Il primo capitolo tratta proprio di questo, del legame che coinvolse Costin Raiu e Stuxnet, rispettivamente ricercatore di sicurezza informatica e virus che mandò in tilt le centrifughe di un impianto nucleare in Iran, sotto la guida dello Zio Sam. Oltre alle situazioni alla James Bond vissute da Raiu, il libro ci fa immergere in ciò che accade nel cosiddetto Dark Web, dove le vendite di exploit (tecniche di hacking), vulnerabilità zero-day (fragilità dei vari sistemi conosciute solo dagli attaccanti) e spyware, ransomware, virus di ogni genere sono all’ordine del giorno.
Frediani, però, non dà il tempo di abbandonarci a facili retoriche da improvvisati censori di ferro; ci mostra infatti come l’anonimato sul web dia sì riparo a gruppi criminali, ma soprattutto rappresenti l’unica ala protettrice degli attivisti nei governi autoritari. Più avanti nel libro ci farà esplorare il mondo e le persone che ruotano attorno a TOR, il browser crittografato che riesce a celare la nostra identità online. La crittografia è un altro punto centrale, nel testo e nel mondo odierno. Con l’avvento delle nuove app di messaggistica ed il loro utilizzo della crittografia end-to-end, vari governi hanno tentato di fare pressioni sulle case produttrici o di attuare leggi che ne impediscano l’utilizzo, al fine di rendere nuovamente possibili le intercettazioni. Questo non è nemmeno l’unico caso in cui il governo fa braccio di ferro sul tema della sicurezza con attori privati; Frediani ricorda infatti lo scontro tra FBI e Apple, in cui il primo tentò di guadagnarsi l’accesso ad un dispositivo di un attentatore. Cambiano le tecnologie, ma i problemi restano gli stessi: chi controlla i controllori, dotati di un magico passpartout per un accesso universale? Ben più inquietante è il caso riportato sugli Emirati Arabi, in cui il progetto di creare delle “sonde” da installare pubblicamente in ogni dove per poter spiare ogni dispositivo elettronico ricorda neanche troppo da lontano il Grande Fratello di orwelliana memoria.
Tuttavia, precisa l’autrice, se tutto questo parlare di spie, Dark Web e hacker sembra essere qualcosa di lontano dall’utilizzatore comune, ciò non è così. Oltre al caso citato della pubblicazione di nomi e cognomi di migliaia di utenti iscritti ad un portale di incontri extraconiugali, e di come questo abbia portato al suicidio di un padre di famiglia, quotidianamente chiunque è soggetto alla profilazione. Pertanto, non si può ignorare la domanda se ciò influisca sul processo decisionale individuale, e di conseguenza sulla democrazia stessa. In senso lato, ciò che accade online ha necessariamente delle conseguenze offline.
Il libro di Carola Frediani è l’evidente risultato di un approfondito lavoro di ricerca, grazie al suo lavoro di giornalista specializzata in questo settore. Le esaurienti note e le attente descrizioni dei concetti più difficili riveleranno all’utente medio di internet la propria essenza: un’inconsapevole Cappuccetto Rosso in un bosco digitale abitato da lupi.
Matteo Miccichè

Carola Frediani 
Guerre di Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018 (II edizione).
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07 gennaio 2019

Il mondo dei "mi piace"

Valentina Croce (1994) è dottore di ricerca in sociologia e ricerca sociale e assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’uomo. Lo stile del suo libro+ è principalmente descrittivo e il testo potrebbe essere definito come un saggio, ove l’autrice tratta in maniera particolarmente accademica il tema dell’identità digitale della nostra epoca.
Il saggio si articola sulla base di un sondaggio: numerosi utenti di Facebook sono stati interrogati sulla tipologia di rapporto che hanno instaurato con i social, i loro comportamenti verso il social in sé e verso gli altri utenti e come tutto ciò si riversi poi nella loro vita quotidiana. Attraverso la percentuale di risposte ottenute, Valentina Croce ha cercato di spiegare a fondo come il fenomeno Facebook abbia rivoluzionato completamente la percezione di Sé di ciascun individuo e i rapporti interpersonali tra individui all’interno di una comunità. L’autrice ha appunto definito in primis il concetto di individuo e di comunità, spiegando come essi si sono andati a formare nel tempo lungo le diverse epoche che si sono avvicendate. In seguito ha accompagnato il lettore attraverso un percorso ragionato che si è concluso affermando che l’individuo, alla continua ricerca del consenso, con l’avvento di Facebook ha dato vita ad un processo di vetrinizzazione virtuale della propria vita: tale processo, secondo la Croce, non dà segni di arresto e presto invaderà tutti gli spazi dell’esistenza umana.
Il messaggio che l’autrice vuole che i lettori percepiscano è il seguente: ciascun individuo nella sua vita cerca di risaltare in qualche modo, di essere originale e non banale. Facebook ha dato, in un certo senso, la possibilità (o meglio la percezione) di farsi conoscere anche a coloro che diversamente sarebbero rimasti nell’ombra.
Lo stile del saggio non è del tutto scorrevole, poiché, come già detto in precedenza, l’autrice si sofferma di frequente sulle descrizioni dei partecipanti al sondaggio, specificando le esatte percentuali che hanno diviso questi ultimi in differenti tipologie di utenti. Si tratta di un percorso introspettivo che spinge il lettore a riflettere a sua volta su quale sia l’atteggiamento da egli adottato nei confronti di questa nuova realtà virtuale.
Uno dei punti di forza di questo testo è proprio quello di accompagnare il lettore attraverso il ragionamento: in particolare la volontà di fargli capire quanto sia diventata importante nella vita di tutti i giorni la possibilità di appoggiarsi a Facebook, che si presta a diversi ruoli: passatempo, luogo dove organizzare consensi o creare discordie, palcoscenico su cui vestire i panni di un personaggio diverso da quello della vita quotidiana.
Ciò che mi ha colpito del testo è stato con quanta precisione Valentina Croce sia riuscita ad analizzare il processo di digitalizzazione della nostra epoca. È interessante capire come le persone abbiano interagito con l’avvento di internet, una novità che è diventata parte delle nostre vite in maniera così semplice e ormai così fondamentale. Lo consiglio ai lettori che siano incuriositi da tematiche di attualità e a lettori molto giovani, i quali, essendo nati nel pieno delle innovazioni tecnologiche, non possono sapere come fosse la vita sociale prima di Facebook.
 Valeria Venturini


Valentina Croce, 
Mi piace! La ricerca del consenso ai tempi di Facebook
Meltemi, Milano,  2018.


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21 dicembre 2018

In libreria

Gabriele Giacomini
Potere Digitale.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia
Meltemi, Milano, 2018, pp. 352.
Descrizione
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia? Per rispondere abbiamo intervistato autorevoli esperti dalle cui parole emergono posizioni ricche e plurali. Attraverso un’analisi dei recenti cambiamenti sociali, questo volume intende affrontare problemi come la crisi dei partiti e dei media tradizionali, l’affacciarsi di nuovi intermediari (come le piattaforme social), la frammentazione e la polarizzazione della sfera pubblica, la sfida della partecipazione online fra limiti e opportunità, l’ipotesi della democrazia digitale. Il web è il luogo dell’informazione libera e autonoma o le informazioni si stanno organizzando attorno a inediti centri di potere? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire una crescente polarizzazione? La democrazia rappresentativa è da superare oppure rimane la soluzione migliore per governare? La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica.
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