Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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09 luglio 2025

Non c'è libertà senza requisiti

 

"La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, passato semplice, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo ad un pensiero al presente, limitato al momento, incapace di proiezioni nel tempo.
La generalizzazione del “tu”, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono altrettanti colpi mortali portati alla sottigliezza dell'espressione.
Cancellare la parola ′′signorina′′ non solo è rinunciare all'estetica di una parola, ma anche promuovere l'idea che tra una bambina e una donna non c'è nulla.
Meno parole e meno verbi coniugati rappresentano inferiori capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero.
Studi hanno dimostrato che parte della violenza nella sfera pubblica e privata deriva direttamente dall'incapacità di mettere parole sulle emozioni.
Senza parole per costruire un ragionamento, il “pensiero complesso”, caro a Edgar Morin, è ostacolato, reso impossibile.
Più povero è il linguaggio, meno esiste il pensiero.
La storia è ricca di esempi e gli scritti sono molti da Georges Orwell in 1984 a Ray Bradbury in Fahrenheit 451 che hanno raccontato come le dittature di ogni obbedienza ostacolassero il pensiero riducendo e torcendo
il numero e il significato delle parole.
Non c'è pensiero critico senza pensiero. E non c'è pensiero senza parole.
Come costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza avere il controllo del condizionale?
Come prendere in considerazione il futuro senza coniugare il futuro?
Come comprendere una contemporaneità o un susseguirsi di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri,
nonché la loro durata relativa, senza una lingua che distingua tra ciò che sarebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, cosa potrebbe accadere, e cosa sarà dopo ciò che potrebbe accadere?
Se un grido dovesse farsi sentire oggi, sarebbe quello rivolto a genitori e insegnanti: fate parlare, leggere e scrivere i vostri figli, i vostri studenti.
Insegna e pratica la lingua nelle sue forme più svariate, anche se sembra complicata, soprattutto se complicata. Perché in questo sforzo c'è la libertà.
Coloro che spiegano a lungo che bisogna semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti", abolire generi, tempi, sfumature, tutto ciò che crea complessità sono i becchini della mente umana.
Non c'è libertà senza requisiti. Non c'è bellezza senza il pensiero della bellezza".
Christophe Clavè

*esperto di Linguaggio e QI
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02 agosto 2021

In libreria

 Rob Brotherton 
Menti sospettose. Perchè siamo tutti complottisti
Bollati Boringhieri, Milano, 2021 pp. 320 (prima edizione italiana 2017).
Descrizione
Loro cercano di controllarci. Ci fanno credere che viviamo in società libere e democratiche e che siamo i padroni del nostro destino, ma non è così, lo sappiamo bene. Ci nascondono la verità. Basta grattare sotto la superficie: l’omicidio di Kennedy, i vaccini, l’11 settembre, gli UFO, le scie chimiche, l’uomo sulla Luna, Bin Laden, i massoni, Lady D, gli Illuminati, Elvis Presley, il Nuovo Ordine Mondiale, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, i rettiliani... Ovunque si guardi è evidente che c’è un piano colossale per manipolarci. Cosa si nasconde dietro le più articolate teorie del complotto e, soprattutto, chi sono i complottisti e come è possibile che così tante persone possano credere anche alle più ardite e immaginarie speculazioni? Rob Brotherton, che da anni studia come funziona la «mentalità complottista», analizza in questo libro, accattivante, ironico, e anche un po’ inquietante, i motivi per cui le nostre menti ci inducono tanto spesso a credere a cose implausibili, non provate e, soprattutto, in nessun modo provabili. Il fatto è che queste storie si adeguano perfettamente a certi circuiti mentali che – volenti o nolenti – tutti noi ci portiamo dentro, confortando le nostre paure più profonde, i nostri desideri più nascosti e il nostro stesso modo di interpretare il mondo. La psicologia del complotto è affascinante e svela molto su noi stessi e su come sono costruite le nostre menti. I complottismi non sono aberrazioni psichiche di pericolosi sociopatici, sono il prodotto del funzionamento del nostro cervello e la radice stessa del verbo «credere». Magari saranno in pochi a credere che il presidente degli Stati Uniti sia un mutaforma rettiliano (ma certamente sono più di quanti vorremmo che fossero!), ma sono ancora milioni (e continuano a crescere) coloro che credono alla correlazione tra autismo e vaccini (è dimostrato chiaramente che non ci sia, tanto per essere chiari). Dopo aver letto Menti sospettose saremo sorpresi nel riconoscere come sia facile cedere alla narrazione complottista ma avremo ben chiaro come sia possibile sfuggirvi. È vero che i complotti nel mondo talvolta esistono, più spesso però è meglio essere prudenti e fare attenzione a cosa scegliamo di credere perché, alla fine, potremmo scoprire che i complottisti siamo noi.


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24 febbraio 2019

In libreria

Claudio Nobili
I gesti dell'italiano
Carocci, Roma, 2019, pp. 128.
Descrizione
Come e perché un linguista si interessa di gesti? Quali sono i principali risultati a oggi prodotti nel campo della teoria e della pratica lessicografica applicata alla gestualità italiana? Che cosa è stato fatto e resta ancora da fare per un’educazione integrale alla lingua e ai gesti in classe? Per rispondere a queste domande, il volume affronta il tema della gestualità italiana da un punto di vista linguistico. Vengono prima presentate le classificazioni adottate per individuare i gesti, dei quali sono poi evidenziate le caratteristiche salienti, anche all’interno di un quadro variazionale. Seguono una rassegna dei dizionari dei gesti italiani finora editi e la proposta di un modello per la costruzione di un nuovo dizionario chiamato Gestibolario. Chiudono il volume alcune indicazioni per una didattica della gestualità nei corsi universitari.
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23 settembre 2018

In libreria

Adriano Fabris
Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione
Carocci, Roma, 2018, pp. 128.

 Descrizione
In che modo le tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno cambiando la nostra vita? Come possiamo interagire correttamente con i dispositivi che utilizziamo sempre di più? Come possiamo abitare in modo sano i mondi virtuali a cui tali dispositivi danno accesso? Per rispondere a queste domande, il libro approfondisce anzitutto i concetti di fondo che ci permettono di capire le varie tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Discute poi, in prospettiva deontologica ed etica, i problemi legati all’uso dei dispositivi più diffusi: i computer, gli smartphone, i sistemi automatizzati di comunicazione. Esplora infine gli ambienti virtuali a cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione danno accesso, con particolare riferimento a Internet. In sintesi, offre una bussola etica per navigare nel gran mare delle tecnologie comunicative, e per non annegarvi.

06 gennaio 2018

Rewire: positivo, con un “ma”…


Adattarsi a un mondo in continua trasformazione, tanto più se nell’era della tecnologia, non è un compito semplice. Le trasformazioni sono repentine e radicali, al punto tale che chiunque si trovi a dover lavorare - ma anche solo vivere - in un simile tumulto, spesso non fa in tempo ad adeguarsi che è già tempo di cambiare. Quello che sembra ormai ovvio è che ci troviamo oggi nell’era della globalità, in cui le idee, i processi, le tendenze e anche le problematiche non si trovano circoscritte in un’area definita, ma divengono comuni a realtà geografiche anche molto distanti tra loro.
Di fronte a questo panorama in divenire, Ethan Zuckerman, studioso americano delle nuove forme di comunicazione e di cultura digitale, propone alcuni ragionamenti e considerazioni utili a chi stia cercando di orientarsi nell’oggi; lo fa attraverso Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, edito in Italia da Egea e uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel giugno 2013, pubblicato dalla W. W. Norton & Company.
Questa recensione fa riferimento alla versione epub: E. Zuckerman, Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, Egea editore 2014.
Cosmopoliti…
Il cosmopolitismo sembra essere un argomento che sta molto a cuore all’autore, non solo perché ha così intitolato la sua opera: basandosi sulla definizione proposta dal filosofo Kwame Antony Appiah, l’uomo e la donna cosmopoliti dimostrano un «genuino interesse per le concezioni e le pratiche altrui, impegnandosi a comprendere, se non anche ad accettare o ad adottare, modi di vivere differenti» dal proprio; il cosmopolita, inoltre, «abbraccia seriamente l’idea di avere degli obblighi nei confronti degli altri». In quest’ottica, il divenire un cosmopolita deve essere, secondo Zuckerman, l’obiettivo di chiunque voglia fare comunicazione. Altro consiglio centrale nell’analisi dell’autore riguarda la possibilità di essere xenofili e figure ponte: i primi sono «individui attirati dall’insolito, che traggono ispirazione ed energia creativa nell’ampia diversità del pianeta», mentre i secondi «si muovono a cavallo tra due ambiti culturali; ne fanno parte, ad esempio, quei blogger impegnati a tradurre e contestualizzare i contenuti da una cultura all’altra». Tutti questi elementi sono fondamentali, secondo quanto asserisce Zuckerman, nel mondo globalizzato in cui viviamo: le differenze identitarie - di genere, di etnia, religione, lingua - portano allo sviluppo di differenze cognitive, che sono, a loro volta, il valore aggiunto per eccellenza dell’era della globalità.
 … digitali.
L’elemento digitale è proprio quello entro cui si muove Zuckerman: non solo si trova alla base della semplicità con cui avvengono oggi le comunicazioni e, quindi, dei rapporti contemporanei, ma è anche - e soprattutto - il futuro di imprese, persone e mezzi di informazione.
L’inflazione dell’esempio
Tutti questi elementi sono presentati attraverso l’utilizzo smodato di esempi: sebbene gli stessi rappresentino uno strumento utile per illustrare ragionamenti complessi, specialmente a chi si stia approcciando per la prima volta a simili argomenti, la loro massiccia presenza all’interno di questo volume risulta eccessivamente pesante anche per il lettore più attento. Volendo azzardare una stima, una buona metà dell’intero volume è persa in esempi: esempi sulla diffusione di nozioni e notizie, esempi tratti dall’Antica Grecia sull’approccio cosmopolita, esempi di come lo sviluppo delle connessioni possa costituire anche, a volte, un pericolo; anche gli aneddoti occupano un ruolo importante in Rewire: sulla nascita dei forum, sulle discussioni che hanno portato alla fondazione di Global Voices, sull’esportazione dell’acqua Evian. Una scelta stilistica che ha stravolto il proposito dell’esistenza stessa dell’esempio, appesantendo la lettura e rendendola eccessivamente lenta e difficoltosa.
Il vademecum della globalità digitalizzata
Nota decisamente positiva riguardo l’utilità delle teorie racchiuse nel piccolo volume. Concetti rilevanti come quello di homophily o di serendipità emergono chiari e evidenti, creando un filo conduttore che accompagna il lettore lungo tutto il suo percorso: il processo di notiziabilità internazionale, la gestione dei social network da parte di algoritmi sempre più aggiornati e “invadenti”, il ruolo fondamentale delle traduzioni in un mondo sempre più Eng sub ma con una forte componente idiomatica.
La lettura di Rewire somiglia a una palestra di comunicazione e di vita, che fornisce tutti gli elementi necessari per comprendere, almeno basilarmente, le dinamiche che muovono l’era della globalità e come fare a inserirvisi come professionisti della comunicazione e non solo.
Global Voices
Un intero capitolo del volume è, poi, dedicato a Global Voices, una rete internazionale di bloggers fondata da Zuckerman stesso e da Rebecca MacKinnon, con lo scopo di abbattere le barriere comunicative tra i Paesi “forti” e quelli più “deboli”: partendo dalla constatazione che, sul piano della discussione internazionale, maggiore spazio viene concesso a voci provenienti da contesti elitari e occidentali, Global Voices sfrutta i contributi generati dagli utenti di internet per «offrire a chiunque voglia esprimersi i mezzi per farlo, come anche di offrire gli strumenti adatti a chiunque voglia prestare ascolto a queste voci».
I volontari che collaborano a questo interessante progetto, ricercano e traducono, ogni giorno, i pezzi più interessanti pubblicati sui blog del loro Paese, in modo da renderli disponibili al resto del mondo. Quanti di noi sono adegutamente informati sulle questioni provenienti dalla Nigeria? Dall’Angola, dallo Sri Lanka, dalla Lettonia o dal Paraguai? Quello che fa il progetto Global Voices (all’indirizzo internet https://it.globalvoices.org/ per la versione italiana) è strappare il pesante velo delle barriere linguistiche e mediatiche, per aiutare chi sia interessato a mantenersi aggiornato, andando a pescare le produzioni originali delle voci meno ascoltate online e servendole su un piatto d’argento al pubblico internazionale.
Must-have
Un lavoro certamente accurato, impegnato e impegnativo quello di Ethan Zuckerman, che ha messo a disposizione del pubblico le competenze acquisite in anni di esperienza sul campo e di studi approfonditi. Potessi suggerire una nuova edizione, proporrei all’autore le mie considerazioni sull’impiego dell’esempio come strumento esplicativo; tuttavia ho trovato l’opera interessante e sostanzialmente utile: non è necessario avere interessi professionali negli elementi trattati; l’importanza fondamentale dei concetti “cosmopolita”, “digitale” e “era della globalità” - abilmente condensati nel titolo - rende Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità un testo must-have per ogni appassionato del mondo, della contemporaneità e dell’umanità.
Veronica Rosazza Prin

Ethan Zuckerman
Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità
Egea, Milano, 2014
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20 febbraio 2016

Umberto Eco

 "[...] la comunicazione pesante era entrata in crisi verso la fine degli anni settanta. Sino ad allora lo strumento principe della comunicazione era il televisore a colori, una scatola enorme che troneggiava in modo ingombrante, emetteva nel buio bagliori sinistri e suoni capaci di disturbare il vicinato. Un primo passo verso la comunicazione leggera era stato fatto con l'invenzione del telecomando: con esso non solo lo spettatore poteva abbassare o addirittura azzerare l'audio ma anche eliminare i colori e lavorare di zapping. Saltellando tra decine e decine di dibattiti, di fronte a uno schermo in bianco e nero senz'audio, lo spettatore era già entrato in una fase di libertà creativa, detta «fase di Blob». Inoltre la vecchia tv, trasmettendo avvenimenti in diretta, ci rendeva dipendenti dalla linearità stessa dell' evento. La liberazione dalla diretta si è avuta col videoregistratore, con cui non solo si è realizzata l' evoluzione dalla Televisione al Cinematografo, ma lo spettatore è stato in grado di mandare le cassette all' indietro, sfuggendo così del tutto al rapporto passivo e repressivo con la vicenda raccontata. A questo punto si sarebbe potuto persino eliminare completamente l' audio e commentare la successione scoordinata delle immagini con colonne musicali di pianola, sintetizzata al computer; e - visto che le stesse emittenti, col pretesto di venire in aiuto ai non udenti, avevano preso l' abitudine di inserire didascalie scritte a commento dell' azione - si sarebbe pervenuti ben presto a programmi in cui, mentre due si baciano in silenzio, si sarebbe visto un riquadro con la scritta «Ti amo». In tal modo la tecnologia leggera avrebbe inventato il film muto dei Lumière. Ma il passo successivo era stato raggiunto con l' eliminazione del movimento dalle immagini. Con Internet il fruitore poteva ricevere, con risparmio neurale, solo immagini immobili a bassa definizione, sovente monocolori, e senza alcun bisogno del suono, dato che le informazioni apparivano in caratteri alfabetici sullo schermo. Uno stadio ulteriore di questo ritorno trionfale alla Galassia Gutenberg sarebbe stato - dicevo allora - l' eliminazione radicale dell'immagine. Si sarebbe inventata una sorta di scatola, pochissimo ingombrante, che emetteva solo suoni, e che non richiedeva neppure il telecomando, dato che si sarebbe potuto eseguire lo zapping direttamente ruotando una manopola. Pensavo di aver inventato la radio e invece stavo vaticinando l' avvento dell' I-Pod [...]".
Umberto Eco
"Repubblica", 31.1.2006.

11 novembre 2014

In libreria


Roberto Baldassari
Giornalismo, informazione e comunicazione
Venezia, Marsilio, 2014, 192 pp.
Descrizione
Società frenetiche, dinamiche, assassine del tempo, tecnologicamente avanzate, si presentano al consumatore mediale del XXI secolo. Nuove forme di produzione di informazione originano nuove forme di percezione, accesso e consumo dei testi e delle informazioni. Incastrato in questo scenario in continua mutagenesi il giornalista cerca di riposizionarsi rincorrendo e anticipando il ritmo incessante dei New Media. Giornalista e utente compiono così azioni di produzione e consumo mediale interconnessi al sistema di informazione, al contesto sociale e ai nuovi strumenti tecnologici concorrendo a generare un inedito ciclo della notizia e di contenuti: il Newswebing User Model.
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09 ottobre 2014

In libreria

Roberto Casati
Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere
Roma-Bari, Laterza, 2014, 144 pp.
disponibile anche in ebook
Descrizione
Roberto Casati non è affatto contro le tecnologie digitali. Piuttosto, è per una resistenza della scuola alle nuove tecnologie distraenti: una scuola che
faccia valere l’immenso vantaggio, anche grazie alle sue inerzie, di essere uno spazio protetto in cui lo zapping è vietato per definizione. E che riesca così a incubare il vero cambiamento, cioè lo sviluppo morale e intellettuale delle persone. Paolo Di Stefano, “Corriere della Sera” Più che un attacco al libro elettronico il saggio di Casati è una accorata difesa della scuola e della lettura dei libri, dei tempi lenti, di uno spazio protetto dalla continua distrazione che ci consegna l’incessante innovazione tecnologica. Al contrario del tablet, il libro di carta è insostituibile dal punto di vista cognitivo, perché protegge la nostra risorsa mentale più preziosa: l’attenzione.

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24 settembre 2014

In libreria

Alessandro Papini
Post-comunicazione
Istituzioni, società e immagine pubblica nell’età delle reti

Milano, Guerini e Associati, 2014, 202 pp.

Descrizione
La post-comunicazione è quell’insieme di superfici comunicative e ambienti di interazione generati dalle nuove tecnologie, che sta oggi diventando il moderno paradigma relazionale verso cui individui e società moderne adeguano comportamenti e stili di vita. Tutti siamo digitali e organizziamo la nostra vita permeati dai nuovi media. Così non è per le istituzioni e gli apparati pubblici che, al contrario, per la natura stessa che assume il potere burocratico, tendono a opporre resistenza al cambiamento. Se la crisi che la comunicazione pubblica sta attraversando è così profonda, è perché essa non mette in questione soltanto la legalità della funzione, ossia il campo delle regole che ne definiscono l’esercizio, ma anche la sua legittimità nel rappresentare l’immagine pubblica del Paese. Finito il tempo dello Stato-nazione come unità di misura dei processi comunicativi, un nuovo ruolo attende oggi la comunicazione pubblica. L’approccio post-comunicativo spoglia di responsabilità l’apparato pubblico per orientarsi al raccordo con una società civile mediatizzata, globale e autonoma nelle auto-rappresentazioni.


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04 luglio 2014

In libreria

 Jon Agar
Sempre in contatto
Storia sociale del telefono cellulare

Bari, Dedalo, 2014, 240 pp.

Descrizione
È innegabile: ormai il cellulare rappresenta un’estensione di chi lo possiede. Oltre a garantire un contatto costante con le persone che conosciamo, ci fa sentire partecipi del mondo, soprattutto da quando è diventato smartphone e ha fatto sue le caratteristiche un tempo esclusive dei computer. Grazie a uno stile fresco e scorrevole e a una spiccata capacità di analisi, Jon Agar ci conduce con disinvoltura attraverso le tappe della storia del telefonino, svelandoci i retroscena interessanti e curiosi della tecnologia dei dispositivi mobili. Dal telegrafo senza fili di Marconi alla svolta epocale del­l’iPhone, dal ruolo del telefono cellulare nella storia del cinema agli scandali delle intercettazioni, l’autore offre un’acuta riflessione su un fenomeno tecnologico e sociale che ci riguarda tutti da vicino.

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17 aprile 2014

Giornalismi


"[..] Le definizioni dei generi giornalistici sono approssimative o confuse, ma il fine primordiale di ognuno è che il lettore conosca in profondità persino i più minuti particolari dell'accaduto. Tutti spartiscono la missione di comunicare, e il problema essenziale dei comunicatori non è neppure che il nostro messaggio coincida con la verità, ma che così venga creduto."

Gabriel Garcia Marquez


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01 marzo 2014

La forza delle parole

«Quando io uso una parola - disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante - essa significa esattamente quello che decido io ... né più né meno.» «Bisogna vedere - rispose Alice - se lei può dare tanti significati diversi alle parole.» «Bisogna vedere - replicò Humpty Dumpty, - chi è che comanda... ecco tutto». 
Lewis Carrol1, Alice Attraverso lo specchio

 
«Steinlauf mi vede e mi saluta, e senza ambagi mi domanda severamente perché non mi lavo. Perché dovrei lavarmi? starei forse meglio di quanto sto? [...] Più ci penso, e più mi pare che lavarsi la faccia nelle nostre condizioni sia una faccenda insulsa, addirittura frivola: un’abitudine meccanica, o peggio, una lugubre ripetizione di un rito estinto. Morremo tutti o stiamo per morire: se mi avanzano dieci minuti fra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta; [...] appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso ».
Primo Levi, Se questo è un uomo

 

«Hope -- hope is what led me here today. With a father from Kenya, a mother from Kansas and a story that could only happen in the United States of America. Hope is the bedrock of this nation. The belief that our destiny will not be written for us, but by us, by all those men and women who are not content to settle for the world as it is, who have the courage to remake the world as it should be». - Barack Obama




Ho scelto di fare una tesina sul libro La manomissione delle parole di  Gianrico Carofiglio perché l’ho trovato  pulito, liscio, semplice, diretto e conclusivo. Un libro che ho letto in un periodo della mia vita in cui, credo, ho saputo recepirne pienamente la lezione. Un libro che mi è stato regalato dopo essere stata eletta consigliere comunale nel Comune della mia città: Massa Carrara. Un saggio che è arrivato tra le mie mani dopo "Indignez Vous!" del quasi centenario Stéphane Hessel, e dopo Ribelliamoci, l’alternativa va costruita della meravigliosa Luciana Castellina.
Il libro di Carofiglio si divide in due parti, la prima, che è anche quella che dà il titolo al volume, è lo sviluppo di una conversazione che l’autore ha avuto al Salone del Libro di Torino nel 2009. La seconda (Le parole del Diritto) rappresenta la rielaborazione di un dialogo tra Carofiglio ed un suo amico.
L'autore definisce il libro un saggio, ma lo chiama anche "antologia anarchica", dove si cerca il senso anche e soprattutto grazie alle parole di altri personaggi: Hannah Arendt, don Milani, Bob Dylan, Aristotele, Bob Marley, Primo Levi, Goethe, Gramsci… I capitoli sono uniti tra loro da un itinerario concettuale, ma il testo si può leggere anche senza seguire l’ordine delle pagine. Inoltre, nel finale, ci sono delle utilissime note curate da Margherita Losacco (docente di filosofia all’Università di Padova).
Quindi  è un saggio sul linguaggio e sulle parole e sull’uso che oggi si fa di entrambi.
Le parole ovviamente servono per comunicare, per raccontare e raccontarsi, ma possono servire anche per cambiare il senso delle cose, il senso della realtà.
Quando non si da più importanza alle parole che vengono utilizzate, quando il linguaggio diventa povero nel lessico e nel contenuto, c’è sempre una perdita di senso.
A questo punto è vitale restituire alle parole la loro forza originaria, donargli dignità e prestare attenzione a come si parla e a quel che si dice. Questo non significa soltanto usare correttamente il congiuntivo, significa più profondamente, rendere nuovamente le parole aderenti alle cose : dare al significante il suo migliore significato.
Rosa Luxemburg ci insegna che chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario, e personalmente credo che in questo preciso periodo storico, sociale e culturale, ci sia bisogno di rivoluzione, anche nel senso stretto del termine (rivoluzióne s. f. [dal lat. tardo revolutio-onis «rivolgimento, ritorno», der. di revolvĕre: v. rivolgere].
Gianrico Carofiglio ha scelto di soffermarsi su cinque parole: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza e scelta.
Interessante è anche una sesta parole, quella presente nel titolo: manomissione. Manomissione è una parola che ha due significati. Il primo è quello di alterazione, violazione, danneggiamento. Il secondo, che ignoravo fino alla lettura del libro, deriva dall’antico romano: liberazione, riscatto, emancipazione (con il termine manomissione ci si riferiva alla cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato!).
Riflettere sulla parola vergogna, oggi è necessario. Viviamo in un paese dove è diventato quasi vergognoso vergognarsi. Niente di più sbagliato. Provare vergogna rappresenta è un segnale da ascoltare per non intaccare la nostra etica personale. Al lato opposto della vergogna troviamo l’onore e la dignità, parola quest’ultima che io credo debba essere inserita nell’alfabeto di ogni essere umano. Il sentimento della vergogna può aiutarci a migliorare.
Giustizia è una parola che sinceramente andrebbe rimodellata dal principio. Se ci pensiamo bene, chi non prova vergogna spesso non è nemmeno ben rivolto alla giustizia. La giustizia però va di pari passo con il nomos, con la legge, che è il fondamento stesso della democrazia. In molti si dimenticano purtroppo il principio di eguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge enunciato dall’art.3 della nostra Costituzione. Una giustizia come uguaglianza, come equa ripartizione dei beni, come abolizione di ogni forma di sfruttamento. Zeus, dona agli uomini Dike, la giustizia terrena: principi ordinatori di città e legami produttivi di amicizia senza i quali non esisterebbe la politica.
Ribellione invece è una parola che evoca la violenza fisica, il capovolgimento delle cose. Ma il contrario della parola ribellione qual è? Troviamo repressione, obbedienza, rassegnazione e secondo Carofiglio anche tirannia. Ribellione in opposizione all’obbedienza quindi. Ribellione come responsabilità, autonomia , come rimedio contro la bruttezza, l’umiliazione e la perdita di dignità. Ribellarsi è un diritto, dobbiamo farlo sempre e in qualsiasi settore.
Bellezza ha dentro di se un mondo. Secondo Camus, persino le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza. Una bellezza pura, una bellezza delle cose; non un ornamento, ma una forma di salvezza e insieme una categoria morale. "Il bene assoluto, nelle sue forme più antiche era composto inseparabilmente da giustizia e bellezza" ci dice Luigi Zoja. Bellezza estetica e bellezza etica, contro lo squallore.
Infine la parola scelta. Una parola che a me fa una paura terribile. Curioso notare che la parola scelta ha molti sinonimi ma nessun contrario. Un termine molto simile per etimologia alla parola dire (raccontare). Scelta significa anche fare un progetto, promettere, andare verso il futuro, e per capire ancora con più forza l’ importanza del significato di questa parola, possiamo semplicemente pensare a chi nella vita non ha possibilità di scegliere o ancora soffermarci sulla scelta dei senza scelta. Scelta può inoltre essere termine che lega gli altri analizzati in precedenza: scelta può essere ribellione non violenta, scelta può essere la ricerca della giustizia, scelta può essere la pratica etica della bellezza e ancora la salvezza dalla vergogna. La scelta è fondamentalmente l’unica grande ricchezza che ci rimane quando abbiamo perduto tutto, quindi ogni giorno dovremmo ringraziare per poter, nelle piccole e grandi questioni del mondo, aver a che fare con questo termine.
Questo libro, anche adesso che ne sto scrivendo un semplice riassunto personale, mi da forti emozioni. Ho 31 anni, mi definisco "una diversamente occupata"; sono stata sommersa, come gran parte dei miei coetanei, da quest’ondata di crisi e di precarietà. Una precarietà che ci dona il superfluo ma che ci fa guardare al futuro un mese alla volta, un contratto determinato alla volta. Una situazione che banalmente, mi fa provare vergogna, mi fa venire sete di giustizia, mi fa avere ancora la forza di scendere in piazza a ribellarmi, senza però perdere la bellezza della quotidianità e la consapevolezza che il mio scegliere giorno per giorno la persona che voglio essere non me lo può togliere nessuno.
Per non uscire troppo dal contesto, termino ricordando l’espressione del filosofo francese Brice Parain: torniamo a rendere le parole delle "pistole cariche".
Elena Mosti



Gianrico Carofiglio
La manomissione delle parole
Milano, Rizzoli, 2010
Carofiglio, è nato Bari il 30 maggio 1961 ed è magistrato, scrittore e politico.

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18 novembre 2013

In libreria

Gianpiero Gamaleri
La nuova Galassia McLuhan. Vivere l'implosione del pianeta
Roma, Armando editore, 2013, 224 pp.
*disponibile anche in formato e-book.
Descrizione
Nuova edizione di un classico del nostro catalogo che consente di fare il punto sul pensiero di Marshall McLuhan e al suo ampio lavoro, presentando ragionatamente tutte le posizioni emerse in Italia ed alcune principali di quelle maturate all’estero. Oggi il testo si conferma quanto mai attuale, tenuto conto dei profondi cambiamenti socio-culturali in atto, sulla spinta delle nuove tecnologie della comunicazione, come i social network.
 
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02 giugno 2013

In libreria

Stefano Bartezzaghi 
II falò delle novità. La creatività al tempo dei cellulari intelligenti
Torino, Utet, 2013.
*disponibile anche in formato e-book 
Descrizione
Non c’è nulla di meno creativo – fruttifero, produttivo – della creatività a tutti i costi in cui spesso s’incappa nella nostra terra di santi, poeti, navigatori (del web), tutti, per l’appunto, creativi. Creatività made in Italy che è arte sì, ma d’arrangiarsi. Dove stanno allora, in questo profluvio di creativi di ogni sorta, il talento, l’estro, la fantasia, l’immaginazione, l’inventiva, le idee? Nel suo nuovo libro Stefano Bartezzaghi ci insegna che possiamo e forse dobbiamo parlare ancora di creatività, a patto che impariamo a non cadere nella rete di stereotipi, frasi fatte e usurati cliché che a essa si associano. E che possiamo farlo anche grazie alla tanto esaltata e criticata intelligenza collettiva, prendendo spunto dalle battute e dalle arguzie del popolo della Rete, dei perfetti sconosciuti (o soliti noti) che cinguettano e si beccano su Twitter. «È molti anni che cerco di stare alla larga dalla creatività, e non ci riesco» scrive Bartezzaghi. Purtroppo, o per fortuna, neanche noi.
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23 dicembre 2012

In libreria

Giuseppe Bettoni - Isabella Tamponi
Geopolitica e comunicazione
Milano, Franco Angeli, 2012, 240 pp.

Descrizione
La Geopolitica è una disciplina moderna perché prima di tutto basata sulla comunicazione. Sono i Media e l'influenza che hanno sulle popolazioni che rendono la geopolitica "disciplina del XX secolo". Ma chi sono i primi a utilizzare oggi la geopolitica? Come mai si vedono sempre più carte nei giornali, persino in un Paese così a digiuno di Geografia come il nostro? E perché il Paese che diede i natali a Colombo, Vespucci, Cassini è così povero in geografia? Tutte queste domande hanno un legame tra loro e questo testo lo mostra. Partendo dalla cosa che più caratterizza le Geografia da sempre, la carta geografica, questo testo spiega come mai oggi le carte geografiche sono sempre più diffuse, ben fatte (Gran Bretagna, Germania, Francia) e a volte molto malfatte (Italia). Come si inseriscono nei media e nella nostra stessa quotidianità? In questa pagine riuscirete a capire cosa sia veramente una carta geografica e cosa essa rappresenti. I media si sono appropriati di questo strumento (Internet, carta stampata, televisione) ma lo utilizzano a modo loro, un modo spesso sorprendente. Si affronteranno due casi specifici di successi: uno televisivo e uno della carta stampata, proprio per spiegare quale sia il legame tra media e geopolitica
*Link all'Indice del libro.
 
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22 giugno 2012

In libreria

Roberto Race
Napoleone il comunicatore. Passare alla storia e non solo con le armi
Milano, Egea, 2012, 144 pp.
Descrizione
C’è un filo rosso che attraversa tutta l’epopea di Napoleone. Dalla spedizione italiana alla missione in Egitto, fino ai trionfi di Ulm o Austerlitz, alle successive disfatte e al doppio esilio. È la sua straordinaria, modernissima, visionaria, profetica capacità di comunicare. Napoleone ha inventato l’opinione pubblica così come siamo abituati a intenderla oggi. Ha utilizzato per la prima volta il merchandising, ha saputo promuovere la sua immagine mentre guidava la Grande Armée alla conquista di mezza Europa. In questo libro Roberto Race spiega modalità ed eventi che segnano l’ennesimo primato del generale Bonaparte, meno conosciuto dei tanti conquistati nelle battaglie condotte per mezza Europa. Un volume utile sia a chi intenda approfondire le radici delle tecniche moderne di comunicazione, sia a chi voglia entrare in contatto con una dimensione ancora non completamente esplorata di una delle figure più originali della storia moderna.
*link all'Indice e all'Introduzione

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19 giugno 2012

La comunicazione come veicolo di convivenza pacifica

Dopo Penser la communication e Il faut sauver la communication, Dominique Wolton torna a riflettere sul tema a lui caro della comunicazione con un libro, ancora inedito in Italia, dal titolo “Informare non è comunicare”. Per l’Autore l’informazione equivale al messaggio e la comunicazione alla relazione. Da qui parte l’elaborazione della sua teoria, che approda al concetto di cohabitation, la convivenza.  Non è sufficiente interagire o trasmettere messaggi affinché gli uomini si comprendano meglio fra loro, visto che più circolano informazioni e più ci sarà “Incommunication”, termine coniato precedentemente dallo stesso Wolton, che si può provare a tradurre con incomunicabilità. E’ quando ci si scontra con una sana incomunicabilità che si deve cercare l’accordo, negoziare e, idealmente, giungere all’auspicata convivenza fra esseri umani tanto differenti fra loro.
Per molto tempo informazione e comunicazione sono stati considerati quasi come sinonimi, se non altro alleati nella difesa della libertà di espressione. Da quando però, soprattutto grazie a Internet, l’accesso all’informazione è diventato più rapido e la scelta più vasta, hanno cominciato a evidenziarsi le differenze fra i due termini. La possibilità per gli utenti di accedere facilmente a un bacino di informazioni sempre crescente non facilita allo stesso tempo la comunicazione, come si sarebbe portati a pensare in un primo momento. Questo perché oggi una delle caratteristiche principali dell’informazione è la velocità, spesso applicata senza riflettere anche alla comunicazione. Comunicare, però, richiede tempo, il tempo dell’essere umano, che non è quello della tecnologia e non potrà mai esserlo. Wolton ricorda che, come già prima di lui aveva sostenuto Paul Watzlazick, “Non è possibile non comunicare” e che gli individui comunicano per un bisogno di condivisione, di seduzione e per convincere gli altri delle proprie idee. Tuttavia, se prima l’obiettivo era quello di stabilire una comunicazione fra le persone, ora è piuttosto quello di gestire l’incomunicabilità, che per forza di cose nasce quando culture diverse si mettono in relazione.
In opposizione con la teoria predominante secondo la quale il progresso della tecnica determina un avanzamento della comunicazione, il saggio di Wolton è una dichiarazione di appartenenza ad un’altra teoria, meno diffusa, che, partendo dalla dimensione antropologica della comunicazione, si concentra sulle politiche necessarie a evitare che l’incomunicabilità diventi causa di conflitti. Il pensiero che l’Autore fa proprio è inscindibile dall’uguaglianza fra gli individui e dalla democrazia, senza le quali non ci potrebbe essere negoziazione. E’ questa la base teorica di cui egli si serve per condurre le numerose ricerche di cui si occupa, non ultima quella sulla francophonie. La mappa della francofonia, che si estende ben oltre il territorio metropolitano, toccando tutti i Paesi che un tempo furono colonie, nonché i départements d’Outre mer, anch’essi ex colonie ma oggi veri e propri distaccamenti territoriali francesi, ha stimolato grandi flussi migratori che hanno finito per trasformare la Francia in un importante laboratorio europeo di convivenza tra culture differenti.
Si potrebbe definire umanista la visione che l’Autore esprime in Informer n’est pas communiquer, quando ribadisce l’impossibilità di ridurre la comunicazione alla tecnica e sceglie lo scambio come orizzonte di ogni esperienza umana e sociale. Wolton si inserisce, così, in un campo già noto agli studiosi della comunicazione, riuscendo però a fare chiarezza su concetti che, sebbene ampiamente discussi, rimanevano alquanto nebulosi.
Camilla Trombi
Dominique Wolton
Informer n’est pas communiquer
Paris, CNRS Editions, 2010, pp. 147.









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29 maggio 2012

In libreria

Ignazio Sanna
L'etica della comunicazione nell'era digitale
Milano, Studium, 2012, 260 pp.
Descrizione
Tradizionalmente, per “comunicazione” intendiamo lo scambio di informazioni tra diversi soggetti. Tuttavia, essa include l’idea di comunità, di partecipazione, e risponde a quel bisogno di comunione che ispira il nostro sporgerci verso l’altro. In questa era digitale si moltiplicano i mezzi che consentono agli utenti del web di interagire, ma spesso nella fretta di predisporre nuove tecnologie sempre più avanzate non si dà ai loro fruitori il tempo di sviluppare un minimo abbozzo di dialogo. Occorre perciò uno sforzo prima di tutto concettuale per ricomporre le parole, restituendo loro tutto il significato che hanno sempre avuto, controllare attentamente la complessa semantica che origina e si sviluppa su internet per non doversi trovare un giorno a parlare in uno stesso luogo, o forse in uno stesso non-luogo, in mille lingue diverse senza riuscire a comunicare. Il volume in una prima serie di saggi tratta la problematica della comunicazione nell’era digitale per poi occuparsi delle implicanze sociali e morali per l’uomo in una vita dominata dalle innovazioni tecnologiche.
*segnalato da C.S.

13 febbraio 2012

Propaganda in democrazia: nuova frontiera del marketing?

Il fenomeno poliedrico della propaganda, da sempre oggetto di studio delle più varie discipline, può essere analizzato da diverse prospettive, da quella storica politica a quella antropologica. L’obiettivo di questo volume è quello di analizzare il fenomeno da un punto di vista sociologico e comunicativo, soprattutto in relazione alla formazione dell’opinione pubblica. In Comunicazione e Propaganda Massimo Ragnedda si preoccupa di fissare, per quanto possibile, il fenomeno non tanto nelle sue definizioni, quanto nelle sue funzioni e caratteristiche, in riferimento al target e ai differenti obiettivi che si vogliono perseguire.
L’autore dunque comincia la sua analisi individuando le diverse tecniche di produzione e di trasmissione della propaganda: dalla censura all’uso di slogan e frasi allusive, dal ruolo dei mass media e dell’arte alle svariate strategie di semplificazione. A queste tecniche, valide sempre, se ne aggiungono altre, più specifiche, in tempo di guerra: l’indispensabile identificazione di un “buon” nemico che deve rispettare determinate caratteristiche, l’enfatizzazione della paura, l’individuazione di un capro espiatorio e via dicendo. Nel complesso il libro di Ragnedda riesce a classificare in modo chiaro i metodi usati dai propagandisti e i diversi obiettivi che possono essere perseguiti. Talvolta però questi processi vengono catalogati e separati in modo eccessivamente netto e scientifico, lasciando nel lettore l’idea che i diversi tipi di propaganda siano più formule matematiche, etichette da applicare di volta in volta, che fenomeni inevitabilmente più sfumati, dai contorni foschi e ambigui. D’altra parte è lo stesso autore, denunciando la sua opinabile e personale catalogazione dei vari tipi di propaganda, a lasciare spazio a nuove e diverse nomenclature ed interpretazioni del fenomeno. Quella di Ragnedda infatti non vuole essere un’analisi definitiva e completa, quanto invece una chiave di lettura tra le tante disponibili.
La scelta interessante del volume è quella di presentarci con maggiore attenzione la propaganda dell’oggi nelle società moderne, lasciando in secondo piano la propaganda delle grandi dittature del passato. Diversamente da ciò che si è comunemente portati a pensare, infatti, le democratiche e libere società contemporanee sono continuamente sottoposte ad operazioni di propaganda politica, culturale, pubblicitaria, in modo paradossalmente più capillare rispetto a quanto succede in dittatura. La dittatura non è mai riuscita a imbrigliare il pensiero, interessata piuttosto all’omologazione della sua manifestazione. In democrazia invece la propaganda cerca di agire alla base, cioè di influenzare il pensiero. Ecco il paradosso a cui ci conduce l’autore: esiste una maggiore libertà di pensiero critico in dittatura che non in democrazia. In democrazia ogni gruppo di potere tende a far uso di tecniche di propaganda, spesso inconsapevolmente, al fine di estendere la proprio influenza o semplicemente legittimare la propria posizione. Se il discorso vale in tempo di pace, è evidente quanto sia ancora più determinante in tempo di guerra, dal momento che, nelle società democratiche, ogni tipo di iniziativa bellica deve necessariamente trovare l’appoggio dell’opinione pubblica. La propaganda nelle libere democrazie è dunque onnipresente, ma spesso invisibile e dunque inevitabilmente più insidiosa. Questo è uno dei punti focali analizzati da Ragnedda dopo una breve introduzione storica: con occhio critico il lettore è portato a discernere i contemporanei metodi di propaganda in tempo di pace ed in tempo di guerra, con riferimenti alle guerre degli ultimi decenni: dalla Guerra del Golfo ai conflitti balcanici, fino ad arrivare ultime avventure belliche degli Stati Uniti in Afganistan ed in Iraq. Quali strategie sono state messe in atto dalla Casa Bianca nelle diverse occasioni? Quali sono state le reazioni della Comunità Internazionale? Quale il ruolo della propaganda commerciale, che per sua natura reclamizza i valori della società da cui è prodotta? Quale il peso dei mass media, dei giornalisti, talvolta inconsapevolmente schierati a servizio di un determinato orientamento? Ma soprattutto, quale compito svolgono le agenzie di Public Relations? Ecco un altro punto essenziale del volume: la “privatizzazione della propaganda”, ossia il sempre maggior peso avuto in questo senso dalle agenzie di Public Relations, vere agenzie di influenza sociale. Ai nostri giorni infatti non necessariamente chi promuove, organizza e coordina una campagna di propaganda deve anche “condividerne la causa”. I professionisti della comunicazione offrono i proprio servizi a chiunque sia in grado di pagare a prescindere dal messaggio che si vuole veicolare. In modo disincantato scopriamo che oggi la propaganda non è più legata ad un’ideologia, a specifici ideali: scalzato il problema etico, rimane il puro prodotto commerciale.
Veronica Marzolla

Massimo Ragnedda
Comunicazione e propaganda.
Il ruolo dei media nella formazione dell’opinione pubblica
Roma, Aracne, 2011, 224 pp.

19 novembre 2011

In libreria

Gabriele Balbi

Le origini del telefono in Italia.
Politica, economia, tecnologia, società
Milano, Bruno Mondadori, 2011, 240 pp.
Descrizione
Il volume, grazie a un apparato documentario finora inedito, analizza le prime fasi di sviluppo del telefono in Italia tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e la prima guerra mondiale. Come venne accolto, interpretato e “metabolizzato” il nuovo mezzo di comunicazione nella società dell’epoca? Quali gruppi sociali compresero le sue potenzialità e quali, invece, lo trascurarono o addirittura ne ostacolarono la diffusione? Chi furono i primi abbonati al telefono, come lo utilizzarono e cosa significò per loro? Si possono individuare delle caratteristiche peculiari nello sviluppo del telefono nel nostro paese tali da delineare una sorta di “via italiana alle telecomunicazioni”? Le origini del telefono in Italia mira a rispondere a queste e ad altre domande, analizzando una fase della storia della comunicazione italiana fino a oggi poco considerata ma fondamentale per comprendere appieno l’evoluzione delle telecomunicazioni, un settore sempre più al centro della vita politica, economica e culturale della società contemporanea.
*link all'Indice del libro.
*segnalato da C.S.
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