Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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19 maggio 2022

Arcipelago Russia


Lo spazio russo è enorme, Si finisce per essere sempre soli. In Italia, se si percorrono 50 chilometri, il paesaggio è sempre affollato di città, paesi, capolavori architettonici, tutti con la loro storia. Nell’ex Urss, al contrario, ci sono dimensioni enormi. L’orizzonte è quasi sempre vuoto, le persone provano un fortissimo senso di solitudine. Chi vuole continuare a mantenere la propria personalità deve avere il coraggio di affrontare la solitudine. Proprio come i protagonisti de L’Arcipelago della nuova vita. Che, alla fine, devono per forza incontrarsi, sostenersi, per non naufragare nello spazio immenso e silenzioso”.
Andreï Makine, Arcanestorie.it, 5.5.2018.
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*Andreï Makine, nato nel 1957, vive in Francia dal 1987, ma in ogni suo romanzo racconta in modo straordinario tutta la complessita del popolo russo, sempre alla prova della Storia.
- L’Arcipelago della nuova vita, La Nave di Teseo, Milano, 2017.
- La donna in attesa, Einaudi, Torino, 2014.
- La musica di una vita, Einaudi, Torino, 2003.
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15 marzo 2022

L'inferno terribile di Sebastopoli 1855


"[...] Vedrete spettacoli tremendi, che lacerano l’anima; vedrete la guerra, non nel suo ordinamento regolare, bello, brillante, con la musica e il rullo dei tamburi, con le bandiere spiegate e i generali caracollanti, ma vedrete la guerra nel suo vero aspetto, – nel sangue, nelle sofferenze, nella morte... [...] Procedendo innanzi per la via e scendendo per un lieve pendio, notate che intorno a voi non ci sono più case, ma strani mucchi di rovine, di pietre, di tavole, di travi, di terra; davanti a voi, sull’altura scoscesa, vedete uno spazio nero, fangoso, solcato da fossi [...].

E sempre con la stessa premura dalle varie parti del mondo folle di uomini di diverse nazionalità e ancor più diversi desideri si fissano su questo luogo fatale. Ma la questione che i diplomatici non hanno risolta non si risolve ancora con la polvere e col sangue. (Cap. I)
[...]
Dov’è l’espressione del male che bisogna fuggire? Dove l’espressione del bene che bisogna imitare in questa novella? Qual’è l’assassino, qual’è l’eroe? Tutti son buoni e tutti cattivi".(cap. XVI)
Lev Tolstoj, "I racconti di Sebastopoli" (prima edizione 1855).

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Nei libri di storia è ricordata come la Guerra di Crimea (1853-1856), uno dei tanti conflitti che nella seconda metà del xix secolo segnò la determinazione della Russia zarista di espandersi verso il Mar Nero e oltre. La guerra impegnò Francia ed Inghilterra rimbalzando sulle pagine di tutta la stampa europea; lo stesso Camillo Cavour decise di inviare un piccolo contingente del Regno di Piemonte e Sardegna per inserire la questione italiana nelle future trattative di pace. Inoltre, proprio in quel teatro di guerra per la prima volta entrò in scena l'uso giornalistico della fotografia per iniziativa del quotidiano Times di Londra. Ma quel che colpisce nel racconto di Lev Tolstoj è la precisione con cui riuscì a documentare in ogni pagina, riga dopo riga, tutta la violenza della guerra, allora come oggi. Per questo in giorni mediaticamente così convulsi, questi racconti meriterebbero la nostra attenzione, tanto più che l'edizione integrale è disponibile in formato pdf nella piattaforma LiberLiber.
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09 agosto 2021

Storia migrante

“[...] è stato tutto troppo veloce per capirci qualcosa e noi abbiamo dovuto essere vecchi e nuovi".
Marco Balzano
Quelli di Marco Balzano sono romanzi che sfiorano l'inchiesta giornalistica, utili per comprendere il fenomeno migratorio puntando la lente su storie singole di pochi personaggi, come nel caso de Il figlio del figlio. Il romanzo è una storia migrante tutta italiana, che mette in gioco il nonno (analfabeta, ricco della saggezza dei contadini del meridione), il padre (diplomato e pronto ad appropriarsi dei benefici del boom economico) e il figlio (laureato in Lettere e precario in attesa del posto di ruolo nella scuola pubblica). Ma è proprio il nipote "milanese" che ripercorre la fatica dell'emigrante dal mare della Puglia a Milano nell'intreccio di tre generazioni, la perdita lenta delle radici e la ricerca faticosa di un nuovo radicamento da consegnare ai figli che nasceranno al nord, senza più conoscere il dialetto e i profumi del sud. Non a caso nel suo ultimo romanzo Balzano sposta lo sguardo verso le nuove storie complesse dei migranti, dall'est europeo all'Italia (cfr. Quando tornerò. Einaudi, 2021)
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Marco Balzano
Il figlio del figlio
Sellerio, Palermo, 2016, pp. 200.

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18 marzo 2021

La letteratura

"Naturalmente gli organi di stampa sono quelli che reagiscono con immediatezza alla realtà ma è la letteratura ad averci insegnato, non meno di quanto abbiano fatto i grandi storici, a riconoscere le sottigliezze di processi psicologici, sociali, nazionali e individuali che hanno plasmato il meccanismo di regimi dittatoriali o la personalità di autocrati brutali e talvolta folli.[...].
La letteratura suscita nel lettore l'impulso di osservare un individuo, di cercare di capirlo dentro, di studiare il suo lessico interiore, i suoi valori, i suoi errori, le sue paure, i suoi momenti di grandezza. La letteratura è l'inizio di una coscienza politica senza la quale sarebbe impossibile cambiare in meglio. Tragedie personali o assassinii di massa che si trasformano in statistica possono infatti avvenire solo in un mondo in cui gran parte della vita degli individui è asservita a una dimensione di "massa". Solo " un'esistenza di massa" ci permette di mostrarci indifferenti ai genocidi. E questo potrebbe essere il grande interrogativo dell'uomo
moderno: in quale situazione, in quale momento, divento parte di una massa?
David Grossman

*David Grossman, "Sparare a una colomba. Saggi e discorsi, Mondadori, Milano, 2021, pp. 119-121.

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07 giugno 2019

In libreria

Italo Svevo
Scritti giornalistici, saggi postumi, appunti sparsi e pagine autobiografiche
Edizioni Storia e Letteratura, Roma, 2019, pp. clxxxiv-628.
Descrizione 
Si pubblica in edizione critica la raccolta più completa degli scritti saggistici, giornalistici, diaristici e occasionali di Italo Svevo. I testi, eterogenei per natura e storia editoriale, attraversano tutto l’arco della carriera letteraria dello scrittore e sono distribuiti in quattro categorie: articoli di giornale e scritti d’occasione; saggi pubblicati postumi; Conferenza su James Joyce (e i relativi frammenti); scritti autobiografici e appunti sparsi. Quest’ultima sezione raccoglie cronache familiari, pagine di diario, frammenti, dediche, massime e aforismi. Segue un’appendice con gli scritti di attribuzione incerta. La genesi dei testi è ricostruita nell'Introduzione, congiuntamente alla formazione culturale dell’autore triestino e alle sue collaborazioni giornalistiche (a cominciare da quella più duratura per «L’Indipendente»). La sezione delle Testimonianze, oltre a presentare specifiche note esegetiche, tenute distinte da quelle dell’apparato tipico dell’edizione critica, costituisce un’ulteriore guida per il lettore, mentre la Nota ai testi fornisce una descrizione dettagliata dei testimoni e chiarisce i criteri di edizione dei testi pubblicati.
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22 febbraio 2019

In libreria

Ferdinando Camon
Il mestiere di scrittore. Conversazioni critiche
 Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2019, pp.190.

Descrizione
Moravia, Pratolini, Bassani, Cassola, Pasolini, Volponi, Ottieri, Roversi, Calvino sono i nomi che troviamo in questa serie di conversazioni critiche condotte tra gli anni Sessanta e Settanta da Ferdinando Camon, scrittore militante della letteratura: non secondo la modalità dell’intervista né quella del ritratto, ma più propriamente di una narrazione a due voci da cui emerga lo scrittore, la sua opera ma anche le sue letture, i suoi ricordi, la politica, le idee. Ne nasce di volta in volta una dichiarazione di poetica indotta, e perciò soppesata, meditata, esatta, che non risente a una lettura attuale del tempo trascorso, ma è anzi ancora verificabile nell’eredità letteraria lasciata da ognuno di questi maestri.
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19 settembre 2018

Giornalisti letterati


Franco Zangrilli
La Favola dei fatti. Il giornalismo nello spazio creativo
Ares - Faretra, Milano, 2010, pp. 312.
Descrizione
Oltre un secolo di letteratura, dalla fine dell’Ottocento agli esordi del 2000, ha dialogato con la realtà dell’informazione giornalistica, sia facendo rivestire i panni del giornalista ai protagonisti di romanzi e racconti, sia vedendo gli autori stessi impegnati contemporaneamente sul fronte della letteratura e su quello giornalistico, come è il caso di Poe, Maupassant, Capuana, D’Annunzio, Matilde Serao, Sibilla Aleramo, Oriana Fallaci, Luce D’Eramo, Buzzati, Landolfi, Moravia, Palumbo, Piovene, Virgili, Doni, Pirandello, Prisco... Tutti autori indagati in queste pagine alla luce del dialogo e della contaminazione tra letteratura e giornalismo. L’afflato delle loro opere, anche quando si muove sulla falsariga di moduli realistici, riveste di surrealismo fatti ed eventi di attualità, di allegorismo la cronaca, di simbolismo la rappresentazione mediatica; opere quasi sempre inclini a tessere la favola della notizia, a discutere del giornalismo in uno spazio che si fa spesso significativamente fantastico

05 febbraio 2018

Calcio e letteratura


Siamo abituati al giorno d’oggi ad associare la parola calcio non solo all’evento sportivo, ma a tutto quello che ruota attorno ad esso: soldi, marketing, visibilità, social network e soprattutto violenza.

Il calcio è visto ormai come uno sport deviante, senza principi etici, solo un’accozzaglia di giocatori che guardano prima al loro portafoglio che all’amore per il gioco.

Sergio Giuntini con questo libro vuole invece raccontare come il calcio sia, volente o nolente, lo Sport in Italia con la “s” maiuscola e quanto la comunicazione sportiva abbia influenzato il modo di vederlo.

Un’analisi profonda, lunga più di un secolo, che si trasforma in un memento per le persone che oggi banalizzano il calcio in una sola manifestazione sportiva.

Sfogliando le pagine di questo libro si ha la percezione di come il calcio si sia amalgamato nelle pieghe della società, come l’abbia accompagnata nel suo sviluppo e di come sia stato veicolo per manifestare una superiorità politica, come accadde durante il regime fascista.

Un libro nuovo quello di Giuntini. Mai nessuno aveva raccolto il meglio e il peggio della letteratura calcistica italiana in un solo libro, riuscendo a raccontare i fatti senza cadere, come spesso succede nella narrazione sportiva, in retorica inutile.

Un viaggio di un secolo che ha raccolto non solo la prorompente analisi di Gianni Brera, ma ha anche fatto scoprire analisi calcistiche di autori particolari che hanno aggiunto una visione diversa del calcio.

Nonostante il calcio sia lo sport predominante nella penisola italiana, Giuntini inizia l’excursus sulla comunicazione sportiva ovviamente dall’estero, citando giornali illustri come il Times che sempre più inseriva contenuti sportivi nelle sue pagine.

In Italia alla fine dell’800 il calcio era considerato uno sport di nicchia, come si legge nelle pagine del libro di Giuntini, dato che sulle pagine dei quotidiani sportivi il ciclismo era quello che dominava la scena.

Quello che rende unico questo libro è il modo minuzioso di far entrare il calcio all’interno della narrazione, anche analizzando il cambiamento del lessico che negli anni ha avuto un distacco importante dal mondo anglofono, precursore tra tutti Luigi Bosisio che modificò il titolo della rubrica sulla Gazzetta dello Sport da “Foot-Ball” a “Calcio”.

Non solo giornalismo sportivo, ma anche ogni singolo aspetto che ha riguardato la comunicazione sportiva italiana, come la nascita delle riviste e il ruolo istituzionale che si voleva ritagliare a questo sport. I “comunicati ufficiali” e i “regolamenti e gli statuti” Giuntini li inserisce nella letteratura del calcio proprio perché verranno inseriti nelle riviste quali il "Guerin Sportivo" per esempio, proprio per sottolineare come la comunicazione sportiva non si limitasse al mero racconto, ma anche ad un ruolo istituzionale ed educativo che si voleva ritagliare in modo sempre più importante.

Una caratteristica di questo libro è l’inserimento all’inizio di ogni “capitolo” di frasi di personaggi illustri. Ce n’è una su tutte che risalta a mio parere e che descrive in modo perfetto quanto la politica abbia influenzato il racconto del calcio e il modo di insegnare a guardarlo e forse lo sport in generale. La frase emblematica è stata pronunciata da Jorge Valdano, ripresa da un concetto del suo mister Menotti, c.t dell’Argentina di Maradona, che rimarca il dualismo tra sinistra e destra: un calcio ricreativo e d’avanguardia il primo, un calcio conservatore e duro il secondo; una frase che non descrive direttamente quello che avverrà durante il regime fascista, anche perché fu pronunciata quasi 50 anni dopo, ma aiuta a identificare quanto la destra e il suo pragmatismo abbiano aiutato in un certo modo allo sviluppo della letteratura calcistica.

Sezione importante infatti del libro è quella dedicata al modo in cui è stato usato il calcio per strumentalizzare anche la sfera politica. L’immagine è stata la grande rivoluzione: nascono infatti i primi settimanali illustrati come La Domenica Sportiva.

Una cosa che Giuntini è riuscito a fare per rendere questo libro un gioiello è la continua contrapposizione tra i vari autori citati: la sezione dedicata alla vera e propria letteratura calcistica di regime mette a confronto per esempio autori antitetici l’uno all’altro come Gabriele D’Annunzio, il primo a raccontare lo sport in modo differente e in poesia e Filippo Tommaso Marinetti anch’esso narratore di uno sport visto come culto e azione per il progresso della società.

La narrativa fascista è sconfinata e nel libro la parte dedicate a questa è davvero consistente, anche se la principale attività della comunicazione fascista fu utilizzata a fini propagandistici.

La narrazione sportiva ha coinvolto anche giornalisti che non propriamente nascevano in quell’ambito e il ricordo del Grande Torino in questo libro avviene tramite le penne di Dino Buzzati e Indro Montanelli per il Corriere della Sera con due articoli-gioiello, due affreschi per celebrare la squadra italiana più forte di sempre.

La Storia della narrazione sportiva però solo ad uno può essere attribuita, di certo il più grande di sempre: Gianni Brera. La grandezza del personaggio, quello che ha dato allo sport, la sua critica graffiante, il suo linguaggio e i suoi neologismi che accompagnano ancora oggi tutti noi traspaiono perfettamente in questo libro. Un’istantanea perfetta per godere di quello che è stato il modello per chiunque voglia fare il giornalista sportivo.

La cosa che mi ha colpito in modo positivo di questo libro è la sorpresa che mi ha suscitato nel vedere citati autori che ignoravo fossero compatibili con il mondo calcistico. Uno di questi è Pasolini, che grazie alla penna di Giuntini ho scoperto essere un amante viscerale del calcio. Non solo poesia per lui, ma un vero e proprio coinvolgimento personale, giocatore prima, tifosissimo del Bologna e successivamente poeta del calcio. Considerava il calcio un “fenomeno di costume importante” e il capocannoniere di un campionato di calcio come “il miglior poeta dell’anno”. Spunti interessantissimi, che hanno fatto crescere in me la voglia di scoprire questo lato di Pasolini a me oscuro.

Dalla letteratura alta di Brera e Pasolini, nella parte finale del libro Giuntini si concentra sul cambiamento. Non per forza un cambiamento deve essere proiettato in positivo ed è quello che si percepisce nelle pagine che si occupano del fenomeno Biscardi: la voglia di calcio negli anni ’80 era ormai spropositata, lontana anni luce dall’inizio del secolo e l’autore racconta della involuzione della narrazione calcistica.

Il “salotto” di Biscardi con Il processo del lunedì aveva portato ad una comunicazione bassa, sgrammaticata, spesso scimmiottata da ospiti che con il mondo dello sport non avevano propriamente a che fare. È diventato un simbolo, ha segnato una linea di demarcazione netta e precisa tra quello che è stata prima e quello che è venuto dopo.

La goliardia e il chiasso sono l’emblema di quel tipo di comunicazione sportiva che ancora oggi aleggia sopra di noi, anche se come sottolinea Giuntini, la letteratura del calcio deve marginare questa situazione che in un certo senso ha portato alla rappresentazione della  goliardia del calcio anche nel cinema con i celeberrimi Lino Banfi e Diego Abatantuono nei loro film più celebri.

Un libro che mi ha stupito in tutto, sia nel modo di raccontare snello e veloce nonostante sia pieno di nozioni e di cenni storici, sia nell’efficacia nel mandare messaggi importanti alla società odierna raccontando quanto sia stata importante la cultura sportiva nello sviluppo del nostro paese. 

Simone Massari

 

Sergio Giuntini
Calcio e letteratura in Italia (1892-2015)
Biblion, Milano, 2017.
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07 settembre 2015

Oltre le barriere della censura

C'è un'alta letteratura che nasce e si sviluppa accanto a quella ufficiale: è quella del sottosuolo, cladestina, sotterranea, che per vedere la luce deve passare tra le mani di autori dissidenti, poeti maledetti e perseguitati dalle autorità. Questo fenomeno, diffuso in tutto il mondo, ma ancor più fortemente in Unione Sovietica, è noto con il nome di "samizdat". Questa tecnica, che vide la luce dopo la rivoluzione del 1917, si sviluppa soprattutto dopo la morte di Stalin, quando il popolo sovietico si risveglia dal lungo sonno della dittatura e pretende risposte e verità.
Proprio sulla questione delle pubblicazioni clandestine si basa il libro del russo Jurij Mal'cev, pubblicato nel 1976, anno in cui il samizdat era ancora largamente diffuso in Unione Sovietica. Il suo lavoro costituisce il primo studio sistematico della letteratura non ufficiale, che, dal Dottor Živago in poi, decide di manifestarsi oltre i canali ufficiali e libera dalle lame taglienti della censura sovietica. Mal'cev segue tutti gli sviluppi di quella che lui definisce "l'altra letteratura"; dal capolavoro di Boris Pasternak - che più che un libro rappresentò un "evento storico", un segno di vita dopo anni di silenzio della letteratura russa - a scrittori a lui contemporanei, come Georgij Vladimov, autore de Il fedele Ruslan.
La sua analisi è volta, soprattutto, a individuare le componenti estetiche e ideali di questa letteratura: l'influsso che ebbe il romanzo occidentale contemporaneo (Orwell, Sartre, Proust, Joyce, Kafka), il sentimento comune di indignazione e la ricerca della verità, causa principale della maggior parte delle pubblicazioni, prime tra tutte quelle di Solzenicyn. Capitolo dopo capitolo, Mal'cev si sofferma sulle opere dei singoli autori, alcuni dei quali conobbe di persona; accanto a nomi famosi in Occidente, come Solženicyn, Sinjavskij e Maksimov, l'autore accosta le storie di personaggi meno noti, come Grossman, Maramzin e moltissimi altri.
Artisti e personalità diverse unite dallo stesso desiderio di spezzare le catene, di liberarsi da un regime che logora nel profondo, che costringe a chiudere in un cassetto i manoscritti, così come gli ideali. Uomini arrestati, uccisi o creduti pazzi, uomini imprigionati in manicomi o in campi di concentramento. Uomini con la sola colpa di aver manifestato il proprio ideale. Ma non è forse questo il crimine più grande? Togliere a un uomo il proprio pensiero?
Chiara Tasso


Jurij Mal'cev
L'altra letteratura (1957-1976). 

La letteratura del samizdat da Pasternak a Solženicyn
Cooperativa editoriale "La Casa di Matriona", Milano, 1976, pp. 436.


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27 marzo 2015

In libreria

Alejandro Zambra
I miei documenti 
Sellerio, Palermo, 2015, 120 pp.
disponibile anche in formato e-book
Descrizione
 Una delle nuove grandi voci della letteratura latinoamericana. Il primo sudamericano a essere pubblicato in anteprima sul New Yorker, segnalato dalla rivista «Granta» tra i maggiori narratori di lingua spagnola. Undici brevi romanzi, un mondo di personaggi e di oggetti, smarriti e ritrovati. «Mio padre era un computer e mia madre una macchina da scrivere» si legge nelle prime pagine di questo libro, ed è proprio nell’incrocio e nella sovrapposizione tra la vita degli oggetti e quella degli esseri umani che prende forma l’epica quotidiana, intima e minuta, ma non per questo meno potente, di Alejandro Zambra. Lo scrittore cileno mette in rassegna bugiardi impenitenti e fantasmi in carne e ossa, banditi armati e giovani amanti, uomini ossessionati da un’idea superata della mascolinità o che si giocano l’ultima carta scommettendo sull’amore. Altri personaggi scoprono l’obsolescenza, come di merce, di sentimenti che sembravano eterni, o inseguono invano un padre che esiste solo nella memoria dell’infanzia. Il loro mondo è al tempo stesso modernissimo e antico, la cultura digitale del nostro secolo permea i dialoghi intensi e brillanti, ma nel cuore dei personaggi si insinua spesso una malinconia senza tempo, una passione romantica, un dubbio amletico. Le storie di Zambra scrutano vite che ci sembrano tanto più riconoscibili quanto più sono diverse dalle nostre, e risvegliano un desiderio di conoscenza, un sentimento della curiosità, quello in cui risiede la vera natura dell’arte narrativa quando prova a essere chiave di lettura del mondo, della sua crisi, del suo enigmatico ritrarsi. Queste vicende, questi documenti, vivono di suspense e fine ironia, humour e passione, spirito parodico e a tratti rabbioso. Sullo sfondo c’è il Cile con le sue recenti trasformazioni politiche e sociali («L’adolescenza era vera. La democrazia no» sostiene uno dei personaggi), e poi il mondo intero, da Oriente a Occidente, da Sud a Nord. Perché Zambra e le sue pagine plasmano e raccontano senza timore una sensibilità nuova e contemporanea, quel senso di apparente connessione che sembra unirci tutti nelle reti della comunicazione globale e che alla fine, paradossalmente, nasconde a noi stessi quanto siamo davvero vicini.
Alejandro Zambra è nato nel 1975 a Santiago del Cile. Poeta, narratore e critico, insegna letteratura all’Università Diego Portales e scrive per alcune riviste. Il suo primo romanzo, Bonsai (Neri Pozza 2007), ha vinto il premio cileno della critica. Ha poi pubblicato La vida privada de los árboles (2007) e Modi di tornare a casa (Mondadori 2013). È tradotto in oltre dieci paesi e ha vinto l’English Pen Award e il Premio Príncipe Claus in Olanda per l’insieme della sua opera.

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24 novembre 2013

In libreria

Joseph Roth
Autodafé dello spirito
Roma, Castelvecchi editore, 2013, 128 pp.
Descrizione
Autodafé dello spirito è la testimonianza dell’impegno civile e politico di Joseph Roth durante gli anni dell’esilio, dal 1933 al 1939. È il grido d’allarme di un’intellettuale che non vuole cedere alla follia criminale che lo circonda, ma vede chiaramente il baratro verso il quale la Germani nazista sta trascinando l’Europa. Attraverso questi articoli, alcuni dei quali tradotti per la prima volta in italiano, possiamo ricostruire le urgenze e gli sviluppi del pensiero dello scrittore: il suo scivolare dall’iniziale socialismo verso posizioni monarchiche (ma sempre in chiave antifascista), la rivendicazione dell’erranza ebraica (contrapposta al sionismo e alla ricerca di una patria geografica), la difesa dei valori umanistici della cultura europea. Mentre descrive i roghi di libri, l’abbrutimento della propaganda e le colpevoli esitazioni delle democrazie, la scrittura di Roth oscilla tra il sarcasmo, la disperazione e improvvisi slanci di speranza, ma la sua visione rimane lucida fino alla fine. Fino all’ultimo articolo, pubblicato il giorno prima del ricovero in ospedale, dove l’ombra dei campi di concentramento invade il simulacro svuotato di senso della cultura tedesca: «La quercia di Goethe a Buchenwald». Joseph Roth (1894 - 1939) Scrittore e giornalista, è stato il testimone e il cantore della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. Nato in Galizia, alla periferia dell’Impero, cresce in un ambiente ebraico ortodosso, studia letteratura tedesca a Vienna e si arruola come volontario nella Grande Guerra. Giornalista e narratore di successo, nel 1920 si trasferisce a Berlino, compiendo frequenti reportage all’estero per il «Frankfurter Zeitung». In seguito all’ascesa al potere di Hitler è costretto a lasciare la Germania, continuando a pubblicare i suoi libri in Francia e nei Paesi Bassi. Muore di polmonite all’ospizio dei poveri di Parigi nel 1939. Tra i suoi romanzi Fuga senza fine (1927), La Cripta dei Cappuccini (1938), La leggenda del santo bevitore (1939). Per Castelvecchi è in preparazione una raccolta degli articoli scritti in esilio dal 1933 al 1939.
* Link alla scheda sul sito dell'editore.
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16 luglio 2013

In libreria

Fuori campo. Letteratura e giornalismo nell'Italia coloniale 1920-1940
a cura di Monica Venturini
Perugia, Morlacchi, 2013

Descrizione
«L’antologia che qui si presenta, dal quanto mai emblematico titolo di Fuori campo, indaga i modi e le forme della ricezione e dell’interpretazione del colonialismo italiano nel periodo che va dall’ascesa di Mussolini alla guerra d’Etiopia, agli anni immediatamente successivi. Alla base di questo lavoro c’è un complesso e articolato lavoro di reperimento, di catalogazione e di approfondimento storico-letterario di libri e scritti giornalistici dedicati alle vicende della politica coloniale italiana. Tra biblioteche pubbliche, collezioni private e mercato antiquario, è venuta alla luce una sorprendente e variegata quantità di materiale, finora rimosso e accantonato, di grande interesse e valore documentario sia per ricostruire le modalità della propaganda fascista nella costituzione di un impero coloniale e del relativo immaginario collettivo, sia per seguire la rielaborazione di precisi generi letterari, come il romanzo, il racconto, la memorialistica, il diario di viaggio, il reportage, la cronaca giornalistica, le corrispondenze di giornalisti-scrittori. […]. Questo volume antologico […] si presenta dunque come importante tappa di una maggiore conoscenza e comprensione e di una rinnovata diffusione della costruzione di un immaginario che è stato a lungo misconosciuto e rimosso, ma che ha continuato certamente ad agire, anche se in modo latente, nell’inconscio collettivo del nostro paese».

*link all'Indice e alla Prefazione

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20 settembre 2012

In libreria

Laura Pisano
Scrittori e giornalisti. Istantanee tra letteratura cronaca e storia
Cagliari, Cuec, 2012, 240 pp.
Descrizione
In qual misura scrittori e giornalisti sono riusciti ad affrontare le problematiche del loro e del nostro tempo, i grandi temi universali della cultura e dell’umanità, attraverso la narrazione storica, l’invenzione letteraria, l’informazione giornalistica? È il quesito al quale cerca di trovare risposte l’autrice di questo libro, che parla del racconto dei grandi eventi del Novecento quale si ritrova in Andrea Camilleri, Antonio Gramsci, Irène Némirovsky, Emilio Lussu, Giuseppe Dessì, Joyce Lussu, Albert Camus ed altri ancora: autori che hanno alimentato la loro opera rielaborando eventi vissuti, spunti autobiografici, fatti di cronaca, avvenimenti dell’età contemporanea e raggiunto traguardi esemplari di impegno intellettuale e civile.
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17 maggio 2012

L'incontro tra Letteratura e Arte

Professione: giornalista di cronaca nera.
Stato d’animo: dello stesso colore della cronaca.
Una carta d’identità inusuale ma che descrive in modo netto i tratti principali della personalità di Mara, la protagonista del libro La distanza necessaria scritto da Emilia Marasco, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e di Scrittura Creativa all’Accademia Ligustica di Belle Arti.
A dispetto di quanto è stato detto, il vero protagonista della storia non è un personaggio, e dunque non è propriamente Mara.
Vero centro del libro è un quadro. Christina’s world è forse il dipinto più famoso del celebre pittore americano Andrew Wyeth.
Quante volte un quadro rapisce la nostra attenzione più di altri, magari molto più belli ma che non hanno quella strana magia capace di catturare l’attenzione? Mara subisce il fascino di quella tela, vista per caso ad una mostra alla quale sino all’ultimo aveva avuto poca voglia di andare. Sarà l’amico pittore a convincerla e a donarle senza volere (o forse sì) il regalo più bello che Mara potesse ricevere: il tempo per trovare sé stessa.
Completamente rapita da quell’immagine che non vuole svanire davanti ai suoi occhi, Mara decide di approfondire la storia di quella giovane ragazza dipinta mentre, seduta su un prato, sembra tendere con tutte le forze verso la casa di fronte. Inizia, così, un duplice viaggio fisico e mentale. Mara si dirige nel Maine dove decide di restare per una anno intero, per rivivere la storia di Christina, soggetto del quadro, e capire cosa rappresentassero in realtà quel luogo e quella casa, riprodotti dal pittore.
Cosa si cela dietro quell’immagine? Mara riuscirà a trovare il pittore? Ma soprattutto, Mara, troverà sé stessa? Tanti interrogativi a cui l’autrice risponde, in un susseguirsi di capitoli strutturati, a loro volta, come piccoli quadri.
Emilia Marasco riesce a mostrarci il Maine, le persone del posto e le sensazioni con gli occhi della protagonista. Come se anche noi potessimo immergerci nelle pagine del libro, quasi come Mara è “entrata” nel quadro. La distanza necessaria a Mara per guardare il quadro sarà la stessa che le servirà a guardare la vita. Una distanza che per noi lettori nei confronti della storia, si riduce pagina dopo pagina.
Sara Azza

Emilia Marasco
La distanza necessaria
Genova, Il Canneto, 2012, 142 p.

05 giugno 2011

In libreria

Vittorio Coletti
Romanzo mondo. La letteratura nel villaggio globale
Bologna Il Mulino, 2011, 144 pp.
Descrizione
Nella sua lunga storia il romanzo ha avuto grande circolazione internazionale sempre portando in sé ben radicati i segni delle sue patrie linguistiche e culturali (Francia, Inghilterra, Russia, Germania, Italia). Ma che succede dei luoghi quando le differenze linguistiche e culturali si attenuano e ogni specificità nazionale si riduce? Se si allentano i rapporti tra lingua e patria, in che terra affonda le sue radici lo scrittore? Il libro segue la progressiva de-nazionalizzazione del romanzo, in un percorso che vede i tratti locali prima sconvolti poi sopraffatti da quelli planetari, fino all'epoca attuale in cui il mondo è insieme paese d'origine e di destinazione del più occidentale fra i generi letterari. Nella narrativa contemporanea emerge così una inedita inessenzialità dei luoghi, letterariamente divenuti interscambiabili.
Vittorio Coletti insegna Storia della lingua italiana nell'Università di Genova. Tra i suoi libri: "Da Monteverdi a Puccini" (2003) e "Storia dell'italiano letterario" (1993) pubblicati da Einaudi. E' inoltre autore del "Dizionario della lingua italiana" (con F. Sabatini, Sansoni, 2008).
*segnalato da C. S.
 
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03 marzo 2011

In libreria

Parola di scrittore. Letteratura e giornalismo nel Novecento

a cura di Carlo Serafini 
Roma, Bulzoni, 2010, 704 p.
Scheda
Cosa avvicina uno scrittore al giornalismo? È solo una questione economica? Cosa porta sul giornale lo scrittore in più (o in meno) rispetto al giornalista? Come riesce a conciliare a livello di scrittura la libertà della creazione con la misura del pezzo? Che differenza di lettura di un luogo, di un viaggio, di un avvenimento può esistere tra un giornalista e un letterato? Che tipo di rapporto intrattiene un letterato con il potere? Con i vertici di un giornale? Con la velocità della comunicazione? Con il pubblico non avvezzo ai linguaggi della cultura cosiddetta “alta”? E questi rapporti come sono cambiati nel corso del secolo? E gli articoli degli scrittori... sono letteratura? O sono solamente una produzione di serie minore? O addirittura il giornalismo può essere a sua volta considerato un genere letterario? Attraverso lo studio delle collaborazioni giornalistiche di trentasette tra i maggiori scrittori del Novecento, il volume intende fornire uno strumento di studio storico-critico su quello che è stato nel XX secolo il rapporto tra scrittore e giornalismo realizzato direttamente sul campo, ossia sugli articoli, secondo un disegno che mira ad evidenziare come il giornalismo culturale si sia trasformato nell'arco del secolo dal famoso “bello scrivere” a luogo di lettura e comprensione della società in cui viviamo.
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15 settembre 2010

La storia del mondo guardata dal buco della serratura


“Il più grande atto rivoluzionario è dire ciò che si pensa” amava ripetere la rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg. E ricordando questo motto in uno dei racconti di Espejos, Galeano lo fa suo, creando un libro che è un inno alla potenza della parola. Era dai tempi di Memorie del fuoco, trilogia nata in Spagna durante il primo esilio dall’Uruguay, che Galeano non generava una tale unione di rabbia e speranza. Oltre 600 racconti, tasselli di un mosaico di storia raccontata non dai vincitori, ma dalle voci degli invisibili. Ogni pagina è uno specchio. Ogni specchio, una sfumatura della storia capace di dar voce ai nessuno che gli specchi della cultura occidentale non riflettono. Galeano ci restituisce la vera faccia della realtà, e come spesso sappiamo e ancor più spesso dimentichiamo, questo volto non è mai quello dei vincenti. La penna del giornalista sudamericano si fa ogni libro più asciutta, semplice e diretta, e nella selezione accurata di ogni parola incastonata in frasi ridotte all’essenziale, ritroviamo il senso ultimo del linguaggio, la sua capacità evocativa. “Bisogna lavorare più con la gomma che con il lapis” e il silenzio è alla fine la migliore comunicazione. Un’ironia spietata emerge nei microracconti di poche pagine, o anche poche parole. Perché la verità non ha bisogno di tanto clamore. Non ha bisogno di fronzoli. Spesso, fa male già così com’è. Galeano narra, e come rivolgendosi a bambini inconsapevoli, spiega la reale natura degli eventi storici, dalla nascita dell’Inquisizione ai primi attacchi Usa in Iraq, passando senza soluzione di continuità alla biografia di Zapata e Giovanna d’Arco. Una lettura ribaltata della storia, rendendo un disincantato omaggio alla diversità umana. Si parla del Diavolo, che oggi è musulmano, ebreo, nero, donna, povero, straniero, omosessuale, gitano, indio. Tramite aneddoti scolpiti in personaggi noti o immagini sottratte ai libri di storia, Galeano mostra la brutalità di un presente che supera il passato senza dargli nemmeno uno sguardo, mentre la verità vive nelle pieghe dei giorni passati. Ma tra gli infiniti specchi che intessono il romanzo, s’instilla il dubbio di un domani in cui una nuova rivoluzione francese nominerà anche le donne nella Dichiarazione dei Diritti e nessuno sarà più schiavo di quanto Bolivar chiamò “il colonialismo mentale”. In cui i libri di scuola racconteranno che Colombo non scoprì l’America, perché l’America già stava li. E che il 12 ottobre 1492 in molti paesi della Bolivia è giorno di lutto. Un domani in cui si moltiplicheranno i presidenti indios fratelli di Evo Morales, e le giovani Michelle Bachelet alla guida del Cile e delle cilene. Ma perché questo avvenga, la storia deve venire a galla, una storia fatta innanzitutto di persone e di tanti piccoli eventi che Galeano rilegge con gli occhi rispettosi delle differenze di cui da sempre si nutre il mondo. Si parla di noi oggi, del Nord del mondo imprigionato nelle sue certezze alimentate dai media; il Nord allenato a disprezzare il Sud e che risolve i suoi dubbi stabilendo che è la realtà che si sta sbagliando, perché i media non sbagliano mai. E ad ogni racconto, è affiancata una domanda, per non dimenticare che sono gli uomini artefici del loro futuro: come sarebbe andata se al posto dei conquistadores avesse avuto esito la flotta cinese, che negli stessi anni scopriva il mondo senza pretendere in cambio schiavi, ma solo informazioni per ampliare una biblioteca di oltre 4mila libri? Senza l’oro del Brasile, sarebbe stata possibile la rivoluzione industriale in Inghilterra? E Liverpool sarebbe diventato il porto più importante del mondo senza la compravendita degli schiavi? La vergogna di essere figli d’Europa in una narrazione che non cerca colpevoli né vuole raccontare tutto, solo ad ogni pagina sceglie di ricordare. E il risultato sorprende, fotografia di un mondo mandato avanti dalle sue contraddizioni e, forse per questo, dove i silenzi dicono più di ciò che i vincitori chiamano verità. Una capacità di lettura del reale in cui emerge il carattere critico del giornalista che in quest’ultimo lavoro ci fa assaporare la lezione di storia cui assistiamo ogni mattina chiudendo il giornale. Perché i giornali ci insegnano con ciò che dicono, e soprattutto con ciò che non dicono.
Elisa Murgese

Eduardo Galeano
Specchi.  Una storia quasi universale
Milano, Sperling & Kupfer. 2008, 384 pp.

12 settembre 2010

Le cose che non ho detto

Nell'ultimo libro Azar Nafisi, ospite illustre del Festival della letteratura che si tiene fino ad oggi a Mantova, racconta la propria famiglia ai tempi dello Scià.
Tredici anni fa ha lasciato l'Iran dove insegnava letteratura per trasferirsi definitivamente a Washington. Il pregio di questo rmanzo e' quello di far conoscere dall'interno, e a un ampio pubblico, una nazione controversa dove, dall'inizio del XX secolo, le donne iraniane lottano per la libertà e, sottolinea la Nafisi,la repressione ha l'effetto di unirle a prescindere da età e ceto sociale. Un tema più che mai attuale dopo la mobilitazione internazionale per Sakineh Ashtiani, condannata per lapidazione.
Solo da adulta Azar riuscirà a guardare i genitori con il necessario distacco, impossibile in età infantile e nell'adolescenza. E proprio i genitori sono i primi ad essere presentati al lettore dalla scrittrice.

La madre, insoddisfatta e dispotica, vive nel ricordo del primo marito, morto dopo solo due anni di matrimonio. Il secondo marito, il padre di Azar, e' sempre criticato e mal giudicato dalla moglie. Tra madre e figlia,inizialmente, non vi è complicità e sono sempre in contrapposizione. Il rapporto con il padre invece e' buono e le ha trasmesso l'amore per la letteratura e per la tradizione culturale persiana.
La figura del fratello è solo accennata. L'evento centrale del romanzo è la crisi tra i genitori, i loro litigi, i tradimenti del padre.
Azar ha molti problemi derivati in parte dal
le molestie subite e mai raccontate per il senso di vergogna e di colpa provato. Si reca a studiare all'estero, in Inghilterra. Dopo le difficoltà iniziali, arriva il sostegno della madre, conosce nuove amiche e il suo inserimento e' cosa fatta. Quando torna a Teheran, il padre è sindaco della città e l' Iran sta vivendo forti cambiamenti:un processo di modernizzazione, l'avvicinarsi a grandi passi del concetto di laicità dello Stato. Cambiamenti non accolti bene dagli ambienti religiosi con cui però il padre continua a mantenere cordiali rapporti, cosa che gli costerà il carcere, ma che in seguito lo salverà da una sorte peggiore.

La madre è eletta al parlamento pochi mesi prima dell'arresto del marito e quello sarà per lei il periodo migliore.
Un primo matrimonio con la persona sbagliata che si concluderà con un divorzio. Dopo lunghi mesi di carcere, subito per false accuse, il padre, a cui Azar è sempre stata vicina, viene scarcerato e assolto. Siamo arrivati ai primi anni Settanta, il malcontento nei confronti dello scià aumenta, in patria e all'estero e gli studenti iraniani che studiano fuori dell'Iran si organizzano per operare forme di contestazione incisive. Nasce un amore vero che sfocia in un secondo matrimonio basato sulle affinità e sul sentimento. La contestazione allo scià, da sinistra, viene però pian piano sostituita da quella religiosa:un piano di Khomeini per realizzare lo stato islamico a cui aveva sempre teso. Inizialmente anche la famiglia di Azar appoggia Khomeini, ma per poco.
La guerra contro l'Iraq è un diversivo utile al nuovo regime. E' l'insegnamento universitario che tiene la scrittrice al di fuori di tutto ciò che la circonda. Nel 1981 le università però vengono chiuse e il regime si fa più durissimo. La nascita di due figli, il divorzio dei genitori. Nell'87 riprende a insegnare e quel momento rappresenta un avvicinamento alla madre. Tra Stati Uniti e Iran passano così molti anni.Pian piano l'idea di trasferirsi definitivamente negli Usa prende sempre più piede,anche se tra i molti ripensamenti e sensi di colpa per lasciare da sola la madre e per abbandonare il proprio Paese in un momento particolare.
La morte della madre è vissuta con grandissima sofferenza, con la sensazione di non averla mai né capita né aiutata a vivere. Il libro si chiude con la morte del padre molto amato, affrontata però con quella serenità che attenua il dolore.
La scrittrice si sente parte della rivolta simbolica che le donne iraniane hanno sui media internazionali e dice:"La forza spropositata usata contro di loro mostra che non sono semplici vittime ,ma avversari temibili". Per la Nafisi tenere viva l'attenzione sulle violazioni dei diritti umani e ' fondamentale " Il Sudafrica dell'Apartheid non sarebbe mai crollato se il mondo si fosse girato dall'altra parte".
Laura Tosetti


Azar Nafisi
Le cose che non ho detto
Milano, Adelphi, 2010, 342 pp.

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10 settembre 2010

Paura & Delirio a Genova


I nuovi cinque talenti HabanerO, Stefano Bacchi, Massimo Di Perna, Dania Piras, Dario Ponefast, Luigi Tasso, talenti underground, emergenti, ma scandalosamente efficaci, forti, ficcanti, si cimentano con cinque trasposizioni letterarie di cinque capolavori pulp, noir, thriller (da C’era una volta in America di Sergio Leone a Bugsy di Levinson, da Eyes Wide Shut di Kubrick a Il Terzo Uomo di Carol Reed, passando per Pulp Fiction” di Tarantino) rivisitati con ambientazioni ed atmosfere della città più pulp d’Italia: Genova Crimine, sesso, violenza, ma anche amori, avventura, rischio e speranze nel nuovo collettivo che HabanerO, realtà giovane dell’editoria nazionale, propone dopo il grande successo di Guida alle più bastarde vie del Mondo.

S. Bacchi, M. Di Perna, D. Piras, D. Ponefast, L. Tasso
Paura & Delirio a Genova
Curatrice: Francesca Sophie Giona
Erga Edizioni per HabanerO, Genova, 2010.
Euro: 10.00
*Emanuele Podestà

25 febbraio 2010

Letteratura araba

H. Toelle - K. Zakharia
Alla scoperta della letteratura araba (dal VI secolo ai nostri giorni)
Lecce, Argo editrice, 2010, pp. 456.

Scheda del libro
È raro che la stampa e i canali televisivi del nostro Paese, in genere così attenti ai fenomeni del terrorismo e dell’estremismo di matrice islamica, si occupino non superficialmente della vita culturale del mondo islamico, la cui storia straordinaria è di fatto ignorata in Occidente. Eppure la letteratura espressa dai Paesi di cultura araba ha donato al mondo i capolavori delle Mille e Una Notte, la raffinatezza delle maqâmât, l’avvincente narrativa di Naguib Mahfûz, premio Nobel per la letteratura nel 1988… L’invito alla scoperta della letteratura araba, che Argo rivolge con il presente saggio al pubblico italiano, non colma solo un vuoto editoriale, recupera importanti frammenti di storia, non solo letteraria, che ci sono assai meno estranei di quanto si creda. Attraverso le fresche pagine di Heidi Toelle e Katia Zakharia sfilano dinanzi ai nostri occhi poeti preislamici che cantavano gli avventurosi percorsi delle carovane, immaginifici poeti andalusi, audaci geografi, generosi cantori di storie che hanno incantato per secoli ascoltatori e lettori, infine gli scrittori contemporanei che nel loro impatto con la ‘modernità’ hanno re-incontrato l’Occidente.

* link al sito della casa editrice Argo  di Lecce.
 
*segnalato da C.S.
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