Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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08 febbraio 2022

In libreria


Gianluca Borzoni - Barbara Onnis - Christian Rossi
Beyond the Fake News
Governments, Press and Disinformation through International History
FrancoAngeli, Milano, Milano, 2021, pp. 266  
Descrizione
Questo libro rappresenta il principale risultato di un progetto di ricerca multidisciplinare, avviato nel 2018 e finanziato dalla Regione Sardegna, volto a indagare l'impatto delle fake news e della disinformazione sull'opinione pubblica, sui governi e sulle relazioni internazionali in ambito europeo, americano e asiatico contesti. Il fenomeno delle fake news non è nuovo, ma le tecnologie attuali hanno contribuito ad ampliarne sia la portata che la diffusione, influenzando l'opinione pubblica e il funzionamento del processo democratico. In particolare, l'avvento di Internet e l'inizio della nuova era dei social network hanno caricato la diplomazia culturale e la politica dei media dei governi con nuove sfide e con la necessità di adottare quadri giuridici e attuare strategie per affrontare le fake news. L'uso di casi studio aiuterà i lettori a comprendere meglio gli impatti e gli esiti sia sulle politiche interne che sulle relazioni internazionali, nel corso della storia e con riferimento ai diversi contesti politici.

*Link all' Indice del libro.


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30 gennaio 2020

Evoluzione dell’analogico o rivoluzione del digitale?


La storia dell’evoluzione dell’uomo conserva ricordi di momenti storici di grande rilievo, come lotte di classe, guerre ed eventi che hanno segnato la cronaca mondiale. Oggi l’umanità è in una nuova fase di questo processo, ovvero quella del digitale.  In merito a questo contesto si può notare come l’individuo non riesca a fare a meno di porsi delle domande sulla questione, e per tale motivo viene definita come ossessione dello studioso.
I media, così come sono utilizzati ai giorni odierni, non sono nati da un netto passaggio da una fase all’altra della storia, ma da un processo di creazione lento in un alternarsi di progressi e regressi. Grazie alla linea temporale dei due autori del testo, Balbi e Magaudda, si ha una chiara visione di quale sia stata la storia di tutti i media digitali che ora appartengono all’intera popolazione mondiale. Inoltre, è interessante sapere come nascono quelli che oggi sono considerati non più solo degli aiutanti ma elementi indispensabili entrati nelle vite quotidiane di molte persone.
Questo volume, attraverso dei macro-excursus divisi per argomento, disegna una linea del tempo dei mezzi più utilizzati, presentando le menti più brillanti della storia come Joseph – Marie Jacquard, Bill Gates, Steve Jobs e Steve Wozniak, che sono a capo di quelle società che di volta in volta hanno idealizzato il processo di comunicazione degli ultimi anni.
Tra le righe di questo testo c’è una delle domande più frequenti e rilevanti che l’uomo si sia mai posto e che ancora manca di risposta: “Quella dell’epoca digitale è da considerare come una rivoluzione o una semplice continuità dell’era analogica?”.
Non è semplice rispondere ad un quesito di questo tipo, soprattutto, perché questo periodo di passaggio non è ancora terminato, basti pensare alle continue evoluzioni di sistemi tecnologici che sono sul mercato ogni anno, oppure alle questioni irrisolte di alcuni paesi. La Cina, ad esempio, rifiuta un passaggio della radiofonia da analogica a completamente digitale, mentre, altre nazioni utilizzano ancora molti canali televisivi analogici. Guardando indietro alla nascita dei tre pilastri dei media moderni, ovvero, alla storia del computer, di internet e della telefonia mobile, è possibile notare come non si possa parlare di una vera e propria rivoluzione. Il motivo è legato all’aspetto decisionale politico ed economico delle aziende nello scegliere non sempre la strada verso il successo, ma quella della conservazione, come il caso dell’Ibm. Un altro esempio è il ritorno di vecchie apparecchiature come il disco in vinile, il quale procede di pari passo con la musica on-line, senza mai scomparire del tutto. Tutti questi elementi allontanano l’idea della digitalizzazione come un processo che rappresenta un punto di svolta nella storia.
Ciononostante, anche se non è chiaro il risultato finale, molti studiosi e scienziati hanno dedicato – e dedicano – la loro vita, nel creare dei veri e propri contributi storici, si sono lanciati in dei salti nel vuoto.
Inoltre, riflettendo in maniera oggettiva, queste tecnologie dell’attuale millennio, probabilmente, non sarebbero potute nascere in tempi molto più brevi rispetto a quelli che sono stati in realtà. Questo perché pur subendo dei rallentamenti, i processi verso il digitale iniziati all’incirca dai primi decenni del Novecento, hanno avuto una grande svolta in meno di mezzo secolo per molti media, come il caso del telefono cellulare.
Pertanto, non si può parlare di una vera rivoluzione ma nemmeno di una semplice conseguenza dell’analogico.  Non è sufficiente ritrarre in un generico passo in avanti, ciò che è accaduto alla comunicazione in questi anni, ed è riduttivo, infatti, parlare di eventi a catena. Le innovazioni apportate, hanno creato un nuovo mondo e una popolazione diversa: partendo dalla nascita nel 1945 del primo computer Eniac, alla proposta di Apple di un apparecchio da utilizzare in casa, fino alla decisione della Microsoft di far valere i propri diritti di Software – importanti tanto quanto la componente Hardware –, sono parti di un processo che intende comunicare un cambiamento non soltanto nel percorso storico, ma nella mentalità umana.
Non è di certo la prima volta che l’uomo pensa in grande per cercare di raggiungere qualcosa che a prima vista sembra irraggiungibile. Difatti, basti notare che i primi strumenti digitali, ovvero, il computer e internet sono entrambi nati come strumenti prevalentemente militari: una delle maggiori fonti d’investimento per un Paese è la sicurezza della propria terra e del posto che esso presiede all’interno del sistema globale. Pertanto, è “naturale” che molti studiosi si siano spinti ad un immaginario dove vi fossero delle importanti tecnologie.
Tuttavia, qualcosa di rivoluzionario vi deve essere: gli autori, infatti, ritengono che i motivi per considerare quello del digitale, un percorso di rivoluzione, siano vari. A partire dal concetto di impatto globale, a quello di prosumer, parola coniata da A. Toffler nel 1980 per esprimere la nuova visione di informazione. Essa coinvolge attivamente i consumatori che, pertanto, iniziano anche ad essere fonte di messaggi e non solo ricettori. Inoltre, è possibile andare anche oltre la realtà odierna e immaginare una “grande utopia della convergenza”. Quest'ultima, inclusa nella macchina Überbox, racchiuderebbe insieme tutti gli strumenti sul mercato (Ipad, Ipod, mp3, computer e smartphone).
Pertanto, alla domanda posta in precedenza, ovvero, se il digitale sia una rivoluzione o un’evoluzione del digitale, la risposta potrebbe essere trovata attraverso due esempi: il primo riguarda Jacquard che nel 1801 decise di modificare la struttura del telaio, introducendo delle componenti hardware e software per creare un telaio automatico. In proposito, questo tipo di tecnologia non era stata inventata da lui, tuttavia, fu in grado di trovare per questi prodotti un altro utilizzo in un settore completamente diverso.
Il secondo esempio, che probabilmente sarà più chiarificante, è quello che ha dato origine alla casa di produzione Apple. Steve Jobs e Steve Wozniak non crearono il personal computer, anzi, si basarono sulle macchine già create e collaudate da altri prima di loro, ma ebbero l’idea rivoluzionaria, di allargare il consumo di tale apparecchio, e di estenderlo a tutti i consumatori. Questi due uomini, considerati hacker, si resero conto che la macchina (il computer) che era usata da pochi e limitata alle necessità burocratiche e aziendali, poteva essere “alla portata di tutti”, e fu così che nacquero i primi computer.
Naturalmente, una strategia pubblicitaria e capacità di marketing favorirono l’azienda Apple, che per tale ragione oggi è uno dei leader del settore. Tuttavia, questa parte della storia vuole mandare un messaggio chiaro opposto a quello che Clayton Christensen definì “dilemma dell’innovatore”. Ciò che è rivoluzionario nei media digitali, non sono gli strumenti e lo sviluppo delle macchine ma è la “lampadina che si accende” nella mente di qualcuno e nella forza di chi crede in se stesso, perché, in fondo, una delle caratteristiche della parola rivoluzione è anche il coraggio.
Sara Esposito

G. Balbi – P. Magaudda,



16 ottobre 2019

In libreria

Fabio Bolzetta - Angelo Romeo, 
Il giornalismo tra televisione e web 
Franco Angeli, Milano, 2019, pp. 132.
Descrizione
Il volume approfondisce alcuni temi che sono diventati cruciali nel dibattito sul giornalismo contemporaneo con l'avvento del web. L'utilizzo sempre più pervasivo della rete, e soprattutto la diffusione di dispositivi che consentono a tutti di filmare e poi riportare in tempo reale fatti un tempo trattati esclusivamente dai giornalisti, rende necessario riflettere tanto sugli eventi, quanto sui mutamenti mediali che si stanno verificando. Affrontando sia il versante teorico, che si fonda sull'attuale letteratura in sociologia dei media, sia il coté relativo alla realtà della professione e agli strumenti del mestiere, il volume propone l'analisi di chi il giornalismo lo studia teoricamente e lo vive quotidianamente sul campo.

Indice
Pier Cesare Rivoltella, Prefazione
Fabio Bolzetta, Angelo Romeo, Premessa
Parte I - Giornalismo e mutamenti mediali
Sociologia e newsmaking: la notizia e l'avvento delle fake news / Le fonti ai tempi del citizen journalism / L'agenda setting: teorie tradizionali a confronto e il web / L'informazione a portata di smartphone
Parte II - Dalla teoria al campo d'azione: il giornalista fra tradizione e trasformazioni culturali
Giornalismo e nuove tecnologie / Il decalogo della pre-produzione / I telegiornali digitali / Giornalismo digitale e social media policy
Bibliografia

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05 aprile 2019

In libreria

Daniele Nalbone - Alberto Puliafito
Slow journalism. Chi ha ucciso il giornalismo?
Fandango Libri, Roma, 2019, pp. 246.
Descrizione
Uno dei problemi dell’informazione oggi è l’ossessione per la quantità e per la velocità, la convinzione che il giornalismo debba competere con i social. Un altro modello di business: tanta attenzione per gli inserzionisti pubblicitari, poca per i lettori. Il mantra del “fare tanti click sul sito”, la monetizzazione a ogni costo con la pubblicità, la convinzione che nessuno sia disposto a pagare per il giornalismo digitale hanno contribuito a erodere gli spazi di crescita. A partire da queste considerazioni e guardando, fra l’altro, alla lezione del professor Peter Laufer, autore di Slow News. Manifesto per un consumo critico dell’informazione, e a esperienze locali, nazionali e internazionali, questo libro fa un tentativo: quello di andare oltre la semplice critica. Slow Journalism cerca di proporre soluzioni. Daniele Nalbone e Alberto Puliafito hanno una lunga esperienza nel giornalismo tradizionale e soprattutto in quello digitale, condividono una visione del mestiere – e forse anche del modo in cui ci si dovrebbe approcciare al lavoro e alla vita – che li ha portati a indagare su questo tema. Un libro cruciale sia per gli addetti ai lavori sia – soprattutto – per i lettori.
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31 marzo 2019

In libreria

Salvatore Russo - Giulia Bezzi
CEO & journalism. Strategie e tecniche di comunicazione per aumentare la visibilità dei contenuti online
Hoepli, Milano, 2019, pp. 266.

Descrizione
Su Google è il pubblico che cerca la notizia. Capire la SEO e scoprire come gli utenti si informano permette a giornalisti, freelance e blogger, di realizzare contenuti performanti, essere presenti nei risultati del motore di ricerca e acquisire un enorme vantaggio competitivo. Questo libro fornisce una risposta concreta ai professionisti che vogliono comprendere a fondo le strategie e le tecniche di comunicazione per aumentare la visibilità dei contenuti online, ottenere nuove fonti di guadagno e creare una comunità di lettori attiva, interessata e partecipe. Non è solo un manuale, è anche un saggio, una lettura che insegna "come si fa" e costringe a una riflessione profonda sul "perché si debba fare". Uno scenario completo sugli aspetti che possono decretare il successo di un progetto editoriale, con numerosi suggerimenti basati sull'esperienza pratica degli autori, che permettono di costruire una perfetta strategia di contenuti e comunicazione.
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21 giugno 2018

In libreria

Ruben Razzante (a cura di)
L'informazione che vorrei. La Rete, le sfide attuali, le priorità future
Franco Angeli, Milano, 2018, pp. 132.

Descrizione
Conoscenza vuol dire potere. I colossi della Rete l'hanno capito e, con la forza di un algoritmo insondabile, orientano la nostra selezione delle informazioni e indirizzano le nostre scelte in ogni campo. Manipolazioni, distorsioni e prevaricazioni sono dietro l'angolo, se i decisori istituzionali e gli addetti ai lavori non intervengono per disinnescare le insidie del web e assicurare a tutti gli utenti un'efficace tutela dei diritti. Ecco una fotografia dello stato dell'arte e un'agenda delle cose da fare per ripensare e rilanciare l'informazione professionale e per riequilibrare la filiera di internet. Sfuggire all'"algocrazia" e inaugurare un nuovo "umanesimo digitale" fondato su un equilibrio dialettico tra libertà e responsabilità. Col
concorso di tutti, dai legislatori agli operatori del settore (produttori, aggregatori, diffusori e fruitori di informazioni), il traguardo è a portata di mano. L'Italia e l'Europa stanno vivendo cambiamenti epocali per il futuro dell'informazione digitale e della produzione e diffusione dei contenuti in Rete. Occorrono scelte coraggiose e politiche illuminate che possano coinvolgere attivamente tutti gli attori in campo e assicurare la crescita sociale ed economica del mondo dei media e un corretto funzionamento della web democrazia, nell'interesse degli utenti.  I saggi contenuti in questo volume affrontano le criticità attuali, delineano le priorità dei prossimi anni e intendono offrire stimoli e soluzioni ai decisori istituzionali, al management delle imprese editoriali e alle categorie professionali coinvolte, ma anche chiavi di lettura ai cittadini, affinché possano sentirsi parti in causa nei processi di radicale trasformazione che interessano il mondo dell'informazione, soprattutto in Rete.  "L'informazione che vorrei" intende essere una sorta di manifesto programmatico per la prossima legislatura, che spieghi a un pubblico generalista, dal punto di vista degli addetti ai lavori (authority, motori di ricerca, editori, giornalisti, professionisti della comunicazione, manager del settore, esperti), quali saranno gli impegni che Parlamento e Governo dovranno prendere in questi ambiti e quali saranno le sfide più impegnative e avvincenti che attendono l'Europa multimediale e digitalizzata.
Indice
Ruben Razzante, Introduzione. Informazione, democrazia della Rete e ruolo
della politica

 Marcello Cardani, Il futuro dell'informazione digitale e della produzione e
diffusione di contenuti

Elio Catania, Il digitale, una sfida per la leadership, un'opportunità per l'Unione europea
 Maurizio Costa, L'informazione che verrà. Anzi no, è già qui
 Carlo D'Asaro Biondo, Riflessioni sul futuro dell'ecosistema (digitale) dell'informazione
Pasquale D'Innella Capano, Media monitoring, tecnologie e nuovi diritti per
la editoria del nuovo secolo

 Luciano Fontana, Qualità dell'informazione, qualità della democrazia
Giovanni Pitruzzella, Come internet cambia l'assetto dell'informazione
Lorenzo Sassoli de Bianchi, Ripensare la filiera e gestire al meglio le piattaforme digitali
 Franco Siddi, Radio e televisione: un patrimonio per lo sviluppo dell'Agenda digitale
 Antonello Soro, I nuovi orizzonti della protezione dati
 Carlo Verna, Informazione di qualità e deontologia dei giornalisti
Ruben Razzante, Conclusioni. Le cose da fare, le sfide da vincere, le virtù
e le regole.
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01 marzo 2018

In libreria

Maurizio Boldrini
Dalla carta alla rete andata e ritorno.
Giornalismo e nuovi media
La Casa Usher, Firenze, 2017, pp. 344.
Descrizione
I giornali quotidiani non se la passano tanto bene. C’è chi vede la fine di un’epoca e l’annullamento di un modo di concepire e praticare il giornalismo. C’è chi fissa la data della scomparsa dei giornali di carta, soppiantati dai nuovi media. Trasformazioni rapide e violente stanno, in effetti, scombussolando il mondo dei media. Il libro entra nel merito di questa crisi editoriale e sociale, non per rimanere inerti di fronte all’epidemia che ci ha investito, ma per indicare soluzioni e nuove pratiche professionali. Il declino può essere fermato puntando sulla qualità nelle redazioni e nelle università dove si insegnano discipline legate ai media sia tradizionali che digitali. Questo volume intreccia aspetti che riguardano la storia del giornalismo, narrata anche attraverso un breve percorso per immagini, i modi con il quale si selezionano le notizie e lo studio degli effetti che producono sui lettori. Con una forte attenzione ai nuovi media digitali, al nuovo intrecciarsi di tanti diversi media (giornali, radio televisione, mobile) che genera curiose ibridazioni, alle sostanziali novità che hanno introdotto nel modo di fare e anche di leggere i giornali, esaltandone la bellezza e l’utilità ma anche sottoponendo al vaglio della critica usi e abusi (hate speech, fake news, cyber-bullismo). Un manuale per chi studia queste discipline e, al contempo, una lettura per chi voglia capire che cosa sta accadendo nel mondo dei media. In appendice, i dati, i giudizi, le elaborazioni sono arricchite da uno sguardo nuovo e fresco di dieci laureati di Scienze della comunicazione che oggi vivono, in prima persona, esperienze nel mondo degli studi e delle professioni del giornalismo.
Gli autori di questi contributi sono: Tiziano Bonini, Marco Congiu, Massimiliano Coviello, Alessandro Gennari, Dino Giarrusso, Alessandro Lovari, Giuseppe Nigro, Orlando Paris, Chiara Ugolini, Riccarda Zezza.

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23 giugno 2017

Tra rivoluzioni e continuità


Il saggio di Balbi e Magaudda cerca di rispondere a un quesito preciso: “ci troviamo nel pieno della cosiddetta rivoluzione digitale, ma è vero o c’è una continuità fra l’epoca dell’analogico e il digitale?”. In questo testo è possibile trovare la risposta attraverso la storia socio-culturale dei media digitali e dei diversi elementi che hanno portato la nascita di questa rivoluzione digitale. Gli autori descrivono la storia dei media digitali dalla prima metà del Novecento ai giorni nostri, parlando anche di alcuni eventi significativi della fine dell’Ottocento. Sono state analizzate anche le questioni politiche e culturali di diversi Paesi, perché la digitalizzazione non è globale, al contrario di quello che si pensa quotidianamente. I due autori soffermano sulla storia del computer, di internet, del telefono cellulare e sulla digitalizzazione dei settori più importanti dell’industria culturale: la musica, il cinema, la radio, la televisione, la fotografia e la stampa.
Nella storia dei media digitale sono molto importanti le direttive politiche, gli investimenti e le mentalità delle grandi aziende, le idee e le forme tecnologiche nelle loro fasi iniziali, si può affermare che le culture dei diversi popoli e le pratiche d’uso dei dispositivi hanno reso possibile questa rivoluzione digitale.
È possibile individuare tre tematiche centrali all’interno di tutti i capitoli del libro. La prima è capire qual è stato il ruolo dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali nel favorire, limitare o guidare lo sviluppo delle tecnologie e dei media digitali, importante è la descrizione del governo cinese. Le strategie di business e di marketing delle grandi aziende si possono inserire all’interno di questa prima parte, perché hanno cercato di imporre i propri prodotti all’interno della società. Un secondo elemento importante è la questione culturale e gli studi dei media. Attraverso questi è possibile individuare come i media si sono sviluppati e come sono diventati essenziali per la società contemporanea. L’ultimo approccio è quello degli studi scientifici e tecnologici, ossia comprendere come i processi d’innovazione e il ruolo dei diversi gruppi sociali hanno influenzato lo sviluppo della rivoluzione digitale.
Nelle conclusioni vengono sfatati alcuni miti sui media digitali. La digitalizzazione viene considerata come un processo globale e uniforme in tutto il mondo, cosa non vera perché molti paesi in via di sviluppo sono ancora arretrati tecnologicamente. Un altro mito è quello che l’utente dall’essere passivo sia diventato superattivo, ma in realtà chi partecipa attivamente è solo una piccola parte della popolazione di internet.
Un tema molto importante è quello che riguarda la stampa: dall’avvento delle testate online i giornali sono in pericoli. È appurato che in Occidente le vendite dei giornali cartacei sono diminuite e sono aumentate i quotidiani online, ma allo stesso tempo in Cina e in altri paesi sono in crescita. I due tipi di giornali posso convivere e completarsi a vicenda.
È importante capire che il processo di digitalizzazione e i media digitale devono essere considerati come parti di una tessitura organica, in cui le cornici culturali, le tecnologie, i vecchi media analogici e i nuovi dispositivi digitali sono connessi tra di loro e hanno creato la società digitale contemporanea.
Gli autori affermano che ci troviamo in una “rivoluzione conservativa”, una rivoluzione che da un lato è legata agli sviluppi tecnologici e dall’altro mantiene elementi del passato analogico.
Beatrice Frugone
                                                                                                                           

G. Balbi - P. Magaudda
Storia dei media digitali. Rivoluzioni e continuità
Laterza, Roma-Bari, 2014.

29 aprile 2017

In libreria

Diomira Cennamo e Carlo Fornaro
Professione brand reporter
Brand Journalism.e nuovo Storytelling nell'era digitale 

Hoepli, Milano, 2017, pp. 277.

Descrizione


Grazie al Web, la comunicazione d'impresa si arricchisce di nuovi strumenti. Imprese e organizzazioni no profit posso- no comunicare direttamente con il proprio pubblico diventando editori e fare informazione. Un cambiamento epocale che richiede lo sviluppo di nuove competenze, radicate negli ambiti più tradizionali del giornalismo, del marketing e della comunicazione d'impresa. A queste se ne aggiungono altre, più specifiche della comunicazione digitale, nate in parte dalla fusione di tutti questi ambiti e quindi inedite. Professione Brand Reporter è un manuale che guida in questo nuovo ambito professionale del brand journalism, da un punto di vista teorico e strategico. Un vademecum pratico per l'applicazione effi- cace delle tecniche e degli strumenti dell'informazione digitale al marketing e alla comunicazione d'impresa, che propone leve strategiche e pratiche ai nuovi professionisti dell'informazione, suggerendo ai manager approcci e percorsi organizzativi che li aiutino a strutturare la propria azienda come una vera media company.
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15 febbraio 2017

Alla ricerca del ghepardo che corre



Li chiamano “codici a barre bidimensionali”, utilizzati per memorizzare informazioni destinate a essere lette tramite smartphone o tablet. Sono i QR code. Impossibile non trovarli, sui manifesti per le strade, sui depliant, perfino sui libretti delle istruzioni. Sono ovunque. E basta inquadrare il codice con la fotocamera del telefono per accedere in un attimo ai contenuti online. Dalla carta al digitale. Certo, l’ultimo luogo dove ci si aspetterebbe di trovare i codici QR potrebbero essere i libri, dove il piacere di sfogliare le pagine, sentirne profumi e suoni, sembrano mantenere incontaminato un certo modo di vedere le cose. Prima ancora di leggere, è un modo di pensare e di vedere il mondo.
Nel 2015 Michele Mezza lancia la sfida con il libro Giornalismi nella rete, edito da Donzelli Editore.
Giornalismi nella rete non è soltanto un libro. È anche qualcosa di più: un progetto, un sito, un database. Le pagine del libro sono infatti accompagnate da una serie di QR code, attraverso i quali è possibile connettersi al sito giornalisminellarete.donzelli.it e seguire in tempo reale i dati, che continuano ad essere raccolti anche dopo la stesura del libro. Il perché di tutto questo è spiegato chiaramente da Mezza nelle pagine iniziali: “Scrivere un libro sul giornalismo oggi è come fotografare un ghepardo che corre”. La foto risulterà inevitabilmente sfocata, ma è proprio l’imprecisione e l’impalpabilità di quell’immagine a rendere la foto così realistica. E che dire ora che quel ghepardo inafferrabile si sta trasformando in vento?
Un libro che parla di giornalismo, dunque. Effettivamente l’argomento sembra sposarsi a meraviglia con il concetto del QR code: il giornale oggi non può pensare di reggersi soltanto sul supporto cartaceo e la rete amplia il quantitativo di informazioni accessibili. Si moltiplicano le edizioni online e altrettante redazioni native della rete. Ma se pochi anni fa giornalisti ed editori della carta stampata consideravano la “dematerializzazione” del prodotto editoriale come un’involuzione, oggi possiamo verificare come le edizioni online di un giornale diano nuovo respiro alla vendite.
Il titolo stesso del libro, con la sua doppia interpretazione, sottolinea il delicato momento per i giornalisti. Giornalismi nella rete può infatti riferirsi ai nuovi modi di fare giornalismo nati grazie al web, ma può anche riferirsi a quei giornalismi il cui destino prevede un cambiamento: giornalismi presi nella rete, catturati da un futuro ad alta velocità.
Fin dalle prime pagine del libro, l’autore focalizza la sua attenzione sui primi avvenimenti che aprirono le porte del futuro per il giornalismo. Nel 2013 arriva la notizia dell’acquisto del Washington Post da parte di Jeff Bezos, fondatore di Amazon. Il colosso dell’e-commerce ha a che vedere con l’idea di un giornale che persegua l’obiettivo ultimo di un rapporto stretto con il lettore. E ancora, nel 2015, il New York Times e il Guardian hanno annunciato la loro intesa con il colosso di Zuckerberg, Facebook. In sostanza, “si tratta di un accordo per cui i giornali cedono al social network le proprie notizie perché le distribuisca in tutto il mondo, a seconda dei profili personalizzati che ha ricavato dai suoi 1,5 miliardi di utenti”. Ciò che ci si può aspettare è un’unica grande edicola digitale che provvederà a proporci notizie da tutto il mondo in base alle nostre preferenze: succederà così che ognuno leggerà il proprio giornale personalizzato. Ai giornalisti spetta una delle sfide più importanti e complesse degli ultimi anni: capire che oggi più che mai la velocità è notizia e che quel ghepardo che corre, in un modo o nell’altro, va cavalcato. Per fare tutto questo, secondo Mezza, non basta trasportare il giornale cartaceo sul web o modificare l’interfaccia di un quotidiano già presente online. È opportuno, prima di tutto, pensare ad un nuovo modo di fare giornalismo, reimmaginarsi la propria professione. Significa pur sempre mettere in dubbio alcuni concetti fondanti del giornalismo, ma è l’unica via possibile: prima del restyling, è necessario un rethinking.
Un esempio su tutti: un dato essenziale nel procedimento di identificazione e definizione della notizia è la cosiddetta “regola delle 5W”. Qualsiasi notizia sul giornale risponde a precise domande. Sono infatti sempre presenti un who (chi?), un where (dove?), un when (quando?), un what (che cosa?) e un why (perché?). Solo negli ultimi anni i giornalisti vedono la comparsa di una nuova “W” nel processo di notiziabilità: oggi più che mai, la notizia deve rispondere anche all’interrogativa while (nel frattempo?). Siamo nel pieno del giornalismo real-time: il fatto non genera più la notizia, ma avviene in contemporanea con essa.
Se si lascia campo libero a Facebook, Google e altri colossi, permettendogli di assorbire al loro interno i frammenti di un giornalismo in continua detonazione, la rete darà luogo a nuove manipolazioni sociali. Ma proprio la rete deve essere il terreno di un conflitto vitale che riduca la predominanza dei monopoli e dia nuova linfa a uno sviluppo più trasparente. E i giornalisti sono chiamati ad essere i soldati di tale battaglia, in un’epoca in cui le armi si moltiplicano giorno dopo giorno.    
Il sottotitolo scritto sulla copertina del libro di Michele Mezza esprime bene la mission del lavoro. Giornalismi nella rete è un libro per non essere sudditi di Facebook e Google, un “kit di sopravvivenza” per i giornalisti di oggi e uno starter kit per i giornalisti che verranno. L’autore ci indica con un dito quale potrebbe e dovrebbe essere il futuro del giornalismo, tenendo sempre e comunque gli occhi rivolti al nostro passato: nella lettura di una notizia, così come nella lettura di tutto ciò che ci circonda, il “durante” ha acquisito grande importanza, ma il “prima” rimane il requisito fondamentale. Solo così possiamo intuire e capire il futuro.
Fabio Liguori
Michele Mezza
Giornalismi nella rete. Per non essere sudditi di Facebook e Google
Donzelli, Roma, 2015.
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13 febbraio 2017

Giornalismo 3D

Ho scelto di recensire questo libro di Marco Gasperetti dedicato agli scenari del Giornalismo 3D in quanto, già dalla copertina molto esplicativa, mi sembrava interessante il possibile confronto tra l'attività giornalistica “antica”, fatta con le macchine da scrivere e pesanti cineprese, a quella attuale, molto dinamica e quasi “tascabile”, a portata (forse) di tutti.
“La multimedialità e l'interattività hanno rivoluzionato profondamente il giornalismo.
La metamorfosi tecnologica si è manifestata con grande impatto nei giornali italiani alla fine degli anni Settanta e da allora non si è più fermata.
Le principali tecniche di comunicazione sono state assimilate dal nuovo paradigma e, insieme ai linguaggi multimediali, l'hanno arricchito. Oggi possiamo considerare il giornalismo come un qualcosa di tridimensionale dove il vecchio cronista, che utilizzava il linguaggio della scrittura, della fotografia o del video, si è trasformato in un comunicatore che indistintamente utilizza più codici” (Gasperetti, p. 5).
Per una più facile comprensione, potremmo dire che Marco Gasperetti ha suddiviso il suo libro in tre parti.
Nella prima parte l'autore si sofferma a spiegare che cos'è la notizia e cosa la rende tale.
Distingue la buona dalla cattiva notizia inserendo alcuni esempi e fa un rapido riassunto sul come si debba scrivere una notizia partendo dalla regola delle 5W fino ad arrivare a stilare una sorta di “Decalogo della chiarezza”: dieci regole basilari per cercare di scrivere nel modo più comprensibile per farsi capire dal maggior  numero di persone.
Il giornalista deve saper poi che ogni giornale è diverso e tratta argomenti diversi, indi per cui, dovrà adattare un linguaggio più o meno specifico a seconda di chi leggerà il giornale.
Prosegue classificando gli articoli in ben dodici categorie e pone particolare attenzione all'aspetto dell'impaginazione e del lavoro grafico che sta dietro ad una buona riuscita di un giornale.
La seconda parte del libro si concentra sull'importanza che ha la comunicazione giornalistica.
L'insegnamento delle tecniche giornalistiche andrebbero insegnate già a scuola. Si parla di una sostanza che permea le basi della società e dell'educazione.
Imparare a comunicare nel modo corretto, secondo l'autore, può essere un fattore di crescita.
Nell'ultima parte del suo libro l'autore ci ricorda l'importanza per un giornalista della deontologia professionale.
Dall'istituzione dell'Ordine (nei primi anni Settanta), sono state redatte Carte dei doveri del giornalista e decaloghi di alto livello. Per esempio quella sulla tutela dei minori o carte d'informazione a garanzia degli utenti e degli operatori del Servizio pubblico radiotelevisivo.
La seconda parte di questa “rivoluzione tecnologica” in campo giornalistico è avvenuta a partire dagli anni Novanta con l'affermazione dell'età multimediale e con essa l'uso di testi, fotografie e video negli articoli ipermediali.
La possibilità che abbiamo ora di essere interattivi, diventando allo stesso tempo riceventi ed emittenti, sta aprendo nuovi scenari.
Ognuno infatti può realizzare un sito di comunicazione, un blog, o "emanare" notizie sui social network ed essere "seguito" da migliaia di persone (followers).
Tutto ciò impone di ampliare la conoscenza delle principali tecniche di giornalismo ai non addetti ai lavori per trasmettere al meglio l'informazione e la deontologia del buon comunicatore. Marco Gasperetti affronta questi temi e  proietta il lettore verso un futuro prossimo: quello del Giornalismo 4D. Si vedranno allora cittadini in grado di capire le dinamiche delle notizie e loro stessi le racconteranno come cronisti "quasi perfetti".
 Greta Repetti

  
Marco Gasperetti,
Giornalismo 3D. La metamorfosi di una professione
 ETS, Pisa, 2015.


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31 ottobre 2016

Inviati 2.0


“Il corrispondente di guerra tipo è di solito una persona modesta, cordiale, disposta a collaborare, adatta per viverci assieme”. 

Con questa definizione di Ryszard Kapuscinski si apre il libro “Inviato di guerra 2.0: dal calamaio allo smartphone”I casi delle “social netwar” in Egitto e Libia, pubblicato nel 2014 dalla casa editrice Prospettiva Editrice, e scritto dall’autore Emanuele Ballacci, nato a Roma nel 1984, appassionato di lettere e curioso del mondo. Egli s’interessa alla scrittura del giornalismo sin da bambino. Dopo uno stage presso l’agenzia giornalistica 9Colonne, nel 2012 consegue la laurea magistrale in Editoria multimediale e nuove professioni dell’informazione presso l’Università La Sapienza di Roma.
Il tema centrale sul quale egli sviluppa il libro è il giornalismo di guerra: partendo dai cambiamenti che lo hanno caratterizzato nel corso del ‘900, egli prende in esame tutte le sue sfaccettature cominciando dalla figura dell’inviato di guerra della quale parlerà per buona parte del libro. Il suo lavoro, infatti, ha l’intento di chiarire e identificare questa figura, ripercorrendone la storia, passata e presente, fino ai giorni nostri. Le fasi storiche vanno a braccetto con i vari modelli del reporter, che si sono succeduti nel corso del tempo, il quale, inizialmente, non era ritenuto un vero e proprio lavoro ma uno stile di vita. La paternità del mestiere viene assegnata a William Howard Russell, giovane giornalista irlandese che seguì la guerra di Crimea.
Furono le grandi guerre a ridimensionare la figura dell’inviato in particolare con la guerra del Vietnam che diede vita alla cosiddetta sindrome del Vietnam, ossia la convinzione che le sorti del conflitto fossero state decise dall’impatto delle immagini televisive sull’opinione pubblica (condizionandole negativamente).
Proprio per questo motivo la guerra del Golfo ha visto un rigido controllo dell’informazione (news management) da una parte, mentre dall’altra i giornalisti embedded, giornalisti al seguito delle truppe.  Questi radicali cambiamenti rappresentarono le novità che decretarono un sostanziale mutamento nel modo di intendere e raccontare i conflitti.
In seguito, con l’avvento dei blog e dei social media, la professione di inviato di guerra si trasformò ulteriormente. La prima guerra definita come “la prima di Internet” è stato il conflitto in Kosovo. Essa, infatti, ha sancito la distinzione tra vecchie e nuove guerre: il reporter si è lentamente trasformato da narratore di eventi lontani a selezionatore del flusso virtuale di notizie in Rete. Significativa è stata la svolta apportata successivamente dall’introduzione del web 2.0: da quel momento blog e social media hanno lanciato una nuova rivoluzione tecnologica senza precedenti. Il blog si è imposto rapidamente nel panorama giornalistico grazie alla facilità di utilizzo, trovando la sua consacrazione nella guerra di Afghanistan e Iraq. L’avvento di social media come Facebook, Twitter e Youtube, segnerà infine la strada verso nuovi orizzonti: inediti strumenti sia per cercare e diffondere notizie sia per stabilire nuove relazioni con pubblico e fonti. L’esempio lampante di questo nuovo modo di fare giornalismo di guerra, nel nostro presente, risponde al nome di primavera araba. In particolare, i casi presi in esame da Emanuele Ballacci sono quelli dell’Egitto e della Libia. L’elemento principale che viene sottolineato dall’autore è la pervasività e l’ubiquità dei social network nella nascita e nello svolgimento dei moti rivoluzionari. Facebook nel caso egiziano e Twitter in quello libico sono stati i principali artefici dell’esplosione delle rivolte, poiché hanno permesso alle persone (in particolare ai giovani), di unirsi intorno ad un unico obiettivo, dando vita a una sorta di alleanza panarabistica moderna.
Quale sarà, quindi, la prossima fermata del giornalismo di guerra? Quali saranno i suoi sviluppi? Secondo l’autore la risposta è ignota. Come scrive anche Tiziano Terzani “Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare”. Dal calamaio al telegrafo, dal telegrafo alle nuove tecnologie fino ad arrivare all’avvento di Internet: il mestiere del reporter è sempre stato un’eterna sfida in continua evoluzione ma sempre viva.
Il messaggio dell’autore è chiaro e conciso: le nuove tecnologie non stanno distruggendo il mondo della comunicazione (come molti pensano) ma lo stanno semplicemente “aggiornando”. Ormai tutti tramite un computer e una connessione a Internet possono essere giornalisti grazie ai nuovi mezzi multimediali ma i veri giornalisti sono quelli che, nel mondo odierno, fanno ancora la differenza. La comunicazione va sempre di pari passo con i cambiamenti che popolano il nostro mondo e la società, ma non bisogna vederlo come un fattore negativo: anzi, al contrario, bisogna accettarlo perché, come tutte le cose, ha sia elementi positivi, sia negativi. Le nuove tecnologie hanno cambiato molto questo mestiere, lo hanno al contempo facilitato e complicato perché permettono di essere molto più veloci nei contatti, nell’acquisire notizie, nel trasmetterle, permettono anche di produrre molto di più ed è questo in parte il neo: al giornale si tende a pretendere questa eccessiva produzione in poco tempo che troppo spesso sconfina nella superficialità. I vantaggi però sono enormi a partire dai collegamenti come telefoni cellulari o satellitari, Internet e l’invio di servizi in FTP. Il Citizen Journalism non viene più vistocome una minaccia ma come un cambiamento positivo che creerà in futuro nuove professioni perché, nonostante tutto ciò, le regole di un giornalismo corretto rimangono le stesse: la ricerca, la verifica, l’inquadramento del problema, la correttezza del racconto. I citizen journalist possono, perciò, diventare una fonte ma solo chi sa fare il mestiere e ne conosce e rispetta le regole potrà spiegare cosa succede. Il mestiere, così, si va riconfigurando. Sta a noi scegliere come vedere il bicchiere. Sta a noi essere ottimisti. In un mondo senza confini come questo dove tutti vengono investiti da una massa di informazione indistinta c’è bisogno di un giornalismo puntuale e serio.
A mio parere l’opera presenta una visuale molto ampia e accurata della figura del giornalista di guerra e, più in generale, del giornalismo estero. La professione ci viene presentata nelle sue molteplici “facce”grazie, anche, alle interviste finali di alcuni giornalisti che hanno esposto la propria opinione in merito a questo tema così delicato ma, al tempo stesso, così importante.
Micaela Zitti

Emanuele Ballacci
Inviato di guerra 2.0: dal calamaio allo smartphone
Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2014, 250 pp.

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14 settembre 2016

Tra Social e All-News

Si può dire che l'evoluzione del mestiere del giornalista e dell'organizzazione editoriale e redazionale sia stata sempre in qualche modo al centro dell'attenzione e degli interessi di Michele Mezza. Giornalista Rai fra i più noti e popolari, inviato in URSS e in Cina negli anni 70 e 80, poi nelle guerre dei Balcani fino agli anni 90, già in quella veste - che può essere considerata iconica del grande giornalismo della tradizione: essere presente in prima linea laddove avvengono i fatti che fanno la Storia  - si pone il problema di individuare nuove forme di narrazione giornalistica, quali il documentario radiofonico,  per le quali ottiene anche importanti premi e  riconoscimenti. Negli anni 90 collabora al piano di unificazione dei GR, nel 98 progetta Rai News 24, primo canale all-news della televisione italiana, del quale diventa vice direttore. Insomma un giornalista che, interpretando e vivendo  con passione i fondamentali della propria professione, si interroga sulla sua evoluzione.  Prima dal "di dentro" - sul campo - poi, allargando i propri orizzonti professionali come docente di culture digitali all'Università Federico II di Napoli, studiandone i sempre più rapidi cambiamenti nel grande e tumultuoso oceano della rivoluzione digitale, che sta travolgendo il mondo dell'informazione. 
Il giornalismo  nel nostro tempo dominato dalla Rete, dai social, dalle grandi potenze del mondo digitale: cosa è, cosa sta diventando,  dove sta andando, quale è il suo ruolo, e prima di tutto: ha ancora un ruolo il mestiere del giornalista? Queste sono le domande epocali alle quali cerca di dare una risposta "Giornalismi nella rete - per non essere sudditi di Facebook e Google", il più recente libro di Michele Mezza,  pubblicato da Donzelli.
Impostato esso stesso in modo innovativo, con la parola scritta accompagnata in parallelo dal costante uso di QR code che rimandano ad approfondimenti, video, dati aggiornati in tempo reale, il libro è avvincente, scorre rapido e chiaro nella narrazione,  una pagina tira l'altra come in una storia di cui si vuole vedere il finale.  Ma - nella sua briosa effervescenza - è in realtà un'opera complessa, che affronta temi di portata globale e in continuo divenire, quindi difficilmente afferrabili e sistematizzabili. 
Lo strapotere delle grandi centrali di servizi, come Google, Amazon; la "dittatura" dell'algoritmo che si assume il compito di decifrare cosa vuole il pubblico; gli accordi editoriali e i passaggi di proprietà di testate mitiche come New York Times e Washington Post, che vanno verso una dimensione in  cui il giornale non è più erogatore di informazioni ma di servizi; l'informazione non più come fine ma come mezzo per stringere legami di affidabilità con il lettore; la rete come "listening system" che veicola e incrocia le informazioni e opinioni degli utenti con quelle delle redazioni; la struttura della versione web del giornale che, nella difficile lotta di sopravvivenza delle testate anche più prestigiose, abbandona ogni similitudine con quella del cartaceo, fino al New York Times e al Guardian che affidano direttamente a Facebook la diffusione delle proprie notizie; il ruolo importante delle amministrazioni locali per creare infrastrutture della comunicazione in grado di dare voce e quindi potere alle proprie comunità, in un contesto dell'informazione polarizzato fra "global" e "hyperlocal"...
Dalle molte e complesse suggestioni offerte dal libro esce il quadro di un mondo della comunicazione tumultuoso e per alcuni aspetti contraddittorio, dove le tradizionali coordinate di tempo e spazio - basi del concetto stesso di notizia  -  perdono di significato, al punto che le tradizionali 5 w diventano 6, dove la sesta sta per "while". 
Un mondo in cui la storica distinzione di ruolo fra produttore della notizia - il giornalista  - e fruitore - il lettore - è annullata da un'informazione che nasce dall' interazione e abbattimento della distanza spaziale e temporale fra produttore e utilizzatore: il divorzio fra testimone e giornalista, il matrimonio fra redattore e lettore. 
Determinando  una rottura netta rispetto alla tradizione, e un'evidente discontinuità nel prestigioso ruolo sociale che la cultura degli ultimi due secoli ha riservato al giornalista, i social network e l'accelerazione della trasmissione dell'informazione impongono il passaggio,  come acutamente sintetizza Mezza, dal broadcasting, tipico del mezzo  televisivo e dei media di massa (che tende ad omogeneizzare e unificare - processo da uno a tanti) al networking dell'universo digitale  (distinzione e diversificazione - da tanti a ciascuno).  
Citando spesso Benjamin e Mc Luhan, Mezza dimostra d'altra parte che il processo per cui i mezzi e le modalità del comunicare condizionano i linguaggi e determinano i contenuti parte da lontano. L'attuale rivoluzione non è determinata dalla tecnologia, ma da un'esigenza della società a cui la tecnologia, come sempre nella storia,  ha dato una risposta. 
Dove sta allora il futuro della professione giornalistica?  E soprattutto, ha un futuro il giornalismo?La risposta è sì, a patto che il giornalista viva la propria professione e professionalità in modo totalmente diverso dal passato, non proponendosi come portatore della verità, ma come regista di processi sociali nuovi, in cui la notizia nasce dalla e nella condivisione della rete, aiutando gli utenti a non soggiacere al nuovo e insidioso volto del potere: l'algoritmo semantico, che pretende di interpretare volontà e bisogni della rete. Volontà e bisogni che invece devono rimanere ben saldi nelle mani di quegli esseri umani che in definitiva "sono" la rete.
Così, dice Mezza, qui sta il nuovo ruolo del giornalista: da "cane da guardia" delle istituzioni, a " cane da guardia" dell'algoritmo.
Marisa Gardella

Michele Mezza.
Giornalismi nella rete. Per non essere sudditi di  Facebook e Google
Donzelli, Roma, 2015, 268 pp.





29 aprile 2016

1986: L'Italia entra in Internet

"Fra non molto tempo saremo invasi da una massa enorme di messaggi. Già oggi non li si chiama più ‘informazione’. Più semplicemente, si dice ‘comunicazione’. Sarà dunque un’immersione totale, nella comunicazione. Via etere, via satellite artificiale, via filo del telefono: voce, suono, immagine, interi testi di parole. In casa: cassette, video-disco, apparecchi di ogni genere per registrare, filmare, riprodurre, televisori per comunicare direttamente con centri di informazione, banche di dati, colossali archivi per farsi un giornale secondo le proprie esigenze di tempo ed argomento, e per interagire. Interagire vorrà dire anche scegliere, prenotare, ordinare. Ma anche essere controllati. Chi è in contatto con cosa? Di che cosa saremo effettivamente ‘domanda’, committenti, consumatori?"
Enrica Basevi




*E. Basevi, "Gutenberg e il calcolatore. Quale futuro per i giornali?", De Donato, Bari 1982, p. 5. 

24 aprile 2016

In libreria

L'Italia e l'Europa negli anni Ottanta.Storia, politica, cultura
a cura di Lara Piccardo,
FrancoAngeli, Milano, 2015, pp. 176.
Descrizione
Perché studiare gli intrecci tra Italia ed Europa negli anni Ottanta? A livello europeo essi fecero da sfondo al percorso di "riunificazione" del Vecchio Continente, diviso per oltre quarant'anni dalla pesante cortina di ferro. La caduta del Muro di Berlino rappresentò un fattore di accelerazione del processo d'integrazione comunitaria, ma ne avrebbe modificato alcuni caratteri e in parte la direzione. La stretta interconnessione tra le riforme interne promosse da Gorbacëv e la sua politica estera si tradusse anche nel disegno della "casa comune europea"; con il Piano Genscher-Colombo la dimensione politica dell'integrazione pose l'accento sull'europeismo del governo italiano in quegli anni; il Parlamento europeo, eletto per la prima volta a suffragio universale nel 1979, appariva come il luogo della costruzione democratica dell'edificio comunitario; la Commissione europea s'impegnò più attivamente anche attraverso azioni e programmi nel contesto ampio dell'educazione e della cultura, per incidere nei vari settori dell'opinione pubblica e accelerare la creazione di una identità europea diffusa. Per questo il volume racchiude i risultati di una ricerca interdisciplinare in cui storici, scienziati della politica e geografi, coniugando differenti metodologie d'indagine, hanno contribuito a indagare temi e momenti diversi, ma peculiari, di un decennio particolarmente significativo nella storia dell'Europa e dell'Italia.
Indice del volume:
-Introduzione di Lara Piccardo pp. 7-12
-La perestrojka in politica estera. Gorbačëv e l’integrazione europea, di Lara Piccardo, pp. 13-32
-Il Piano Genscher-Colombo, di Maria Eleonora Guasconi pp. 33-46
Rappresentanti di chi? Un’indagine empirica della rappresentanza nel Parlamento europeo, di Fabio Sozzi, pp. 47-70
-Giornali e giornalisti verso la sfida dell’informazione digitale. Un dibattito tra Italia ed Europa, di Marina Milan, pp. 71-92.
-Cambiare per non cambiare: l’università italiana dagli anni Ottanta ad oggi, di Monica Penco, pp. 93-116
-Beni culturali in Italia: quali, dove, per chi, di Stefania Mangano e Gian Marco Ugolini, pp. 117-162
-Indice

*Il volume è disponibile anche in formato ebook.

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08 aprile 2016

In libreria

Saggi di giornalismo transmediale,
a cura di S. Dini,
Universitalia, Roma, 2016, 430 pp.

Descrizione
"L'evoluzione tecnologica ci ha obbligati in tempi brevissimi a confrontarci con un 'nuovo mondo' il cui avvento ha il potere di spazzarci via ma può anche consentirci di cogliere nuove opportunità, a patto di essere disposti a cambiare il proprio habitus mentale, a modificare le abitudini, a non camminare guardando all'indietro. [...] Il fatto che in questo libro ci siano nove giovani, guidati da un valente professore, che applicano le loro energie a studiare il rapporto tra giornalismo e social network, la questione delle fonti, lo storytelling, o le prospettive di business, e altro ancora è di per sé da salutare con ottimismo e compiacimento. [...] A suo modo ci fornisce un buon motivo per non essere pessimisti sul futuro che ci aspetta" (dalla Prefazione di Marco Frittella).
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28 ottobre 2015

In libreria

S. Bolzoni
Giornalismo digitale
Utet, Torino, 2015, 400 pp.
Descrizione
Questo manuale si propone di raccontare come esercitare una professione alla luce del fatto che oggi, in primo luogo, è il pubblico a essere cambiato e di conseguenza è cambiato il modo in cui le persone si informano. Una volta gli appuntamenti fissi erano il telegiornale della sera e l’edicola per il quotidiano cartaceo la mattina. Ora non è più così. O lo è sempre meno. Grazie a internet le notizie sono disponibili in ogni momento, sempre aggiornate. Grazie alle app degli smartphone, basta disporre di una connessione dati col cellulare ed essere informati ovunque. Anzi, addirittura il traffico «mobile» sta superando inesorabilmente quello da pc, segno che oggi non basta più confrontarsi con lo schermo del computer, ma occorre anche capire come veicolare l’informazione attraverso il «telefono intelligente». D’altro canto un giornalista è un giornalista e una notizia è una notizia. Ciò vale anche per il giornalismo digitale, come in questo libro si è cercato di spiegare. Per questo motivo si è scelto un approccio pratico e snello, improntato al «come» fare, cercando di spiegare sempre il «perché». Il tutto rapportato alle piattaforme più interessanti del momento: il web e i blog certamente, ma anche i social network e le app. Poiché il mondo digitale corre veloce a differenza della carta, è stato creato un blog – Giornalismodigitale.net – dove pubblicare eventuali aggiornamenti a quanto contenuto in questo volume.
*link al blog Giornalismodigitale.net
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18 ottobre 2015

In libreria

Charles Seife 
Le menzogne del web. Internet e il lato sbagliato dell'informazione
Bollati Boringhieri, Torino,  2015, 239 p.
Descrizione
La tanto decantata "democrazia digitale" si situa appena un passo prima della dittatura degli stupidi e dei creduloni. Serve un antidoto, ed è con questo libro che Charles Seife ci viene in soccorso. Non è che prima di internet gli uomini non mentissero, anzi, però internet ha dato ai mentitori uno strumento fantastico e potente per esercitare liberamente la loro paziente opera distruttiva. Sia chiaro: internet è uno strumento straordinario. Grazie al Web oggi siamo in grado di fare cose che fino a pochi anni fa sembravano semplicemente impensabili. Ma, nel bene e nel male, internet è anche una gigantesca cassa di risonanza, nuova di zecca e potenzialmente devastante, che può essere facilmente usata dai malintenzionati. E loro la usano, eccome! Oggi è più che mai necessario capire come può essere usata l'informazione digitale: riconoscendo i segni delle manipolazioni della Rete si può capire come (e perché) la gente sfrutti le proprietà di questo strumento per cercare di alterare la nostra percezione della realtà. Ben venga allora questa guida per gli scettici, un manuale per chi desidera comprendere con chiarezza in che modo la sfera digitale stia influenzando tutti noi. Viviamo in un mondo dove il reale e il virtuale non possono più essere del tutto separati, tanto che a volte c'è ben poca differenza tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Ma non è un gioco indolore: questa "irrealtà virtuale" ha conseguenze che possono essere alquanto spiacevoli.
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12 giugno 2015

Cosmopoliti digitali



L’immenso potere di internet e delle nuove tecnologie, in grado di far nascere nella mente delle persone l’idea di vivere, di addentrarsi, in un mondo sempre più connesso, o meglio interconnesso, al punto da farlo apparire fin troppo piccolo. Questa l’idea che l’autore, Ethan Zuckerman, direttore del “Center for Civic Media” al MIT nonché uno tra i maggiori studiosi della cultura digitale, nel suo libo Rewire, Cosmopoliti digitali nell’era della globalità, cerca di eliminare dal pensiero della gente. Un’idea infondata quella di un mondo che si sta dirigendo verso una dimensione sempre più cosmopolita perché, come spiega Zuckerman, la tendenza umana porta gli individui ad interessarsi di ciò che li circonda e di conseguenza, come le relazioni offline, anche quelle online, si realizzeranno con quelle realtà con le quali si hanno più cose in comune. Otto capitoli, 256 pagine, divise in tre sezioni dai titolo “sconnetiti”, “ricollegati” e “aperti al mondo”, che bene distinguono, e fanno comprendere, il pensiero dell’autore sulla possibilità e sull’effettivo grado di interconnessione con gli altri. E’ sulla seconda parte, su “ricollegati”, che si sofferma l’attenzione di Zuckerman e in cui inserisce quella che può essere definita la parola chiave di tutta la sua analisi: la serendipità. Ma andiamo con ordine: in un mondo a “portata di tastiera”, tutti i nuovi elementi social ma non solo, proposti dai network non possono che portare gli utenti, come minimo, a sentirsi interconnessi.
Un’interconnessione capace di far sentire voci, di dare voce, ad ogni angolo della terra: con internet chiunque e ovunque si trovi infatti, con l’ausilio di una connessione, potrà conoscere quello che sta accadendo dall’altra parte del mondo, rispetto alla sua posizione, quasi in real time. Una possibilità che ha del meraviglioso, un’informazione costante proveniente da tutto il mondo, che però si scontra con un grosso problema: quello della traducibilità. Un problema che lo stesso autore ha potuto riscontrare ed analizzare in prima persona nel progetto di Global Voice, un blog realizzato da cittadini- reporter volontari che segue, riassume e riporta i più importanti avvenimenti di cui si discute nella blogosfera, di cui Ethan Zuckerman è cofondatore. Se è vero che per superare questo ostacolo sono nati software come Google Translate, forse il più famoso ed utilizzato nel mondo del web, è pur vero che questi programmi, questi insieme di codici pronti a generare frasi non tengono conto del contesto del discorso e a volte, forse, stravolgendo completamente il senso del messaggio invece che essere un aiuto creano un danno. Sono proprio i cittadini-reporter, che nel libro vengono definiti e visti come “figure-ponte” quelle su cui fare riferimento, quelle alle quali affidarsi per sentirsi davvero interconnessi. Ma ecco che in un mondo online, connesso, entra in gioco il concetto della serendipità quello che letteralmente potrebbe essere definito come un’inattesa, una piacevole scoperta venuta per caso. Ma è davvero così? Quello che è certo è che oggi, l’utilizzo di questo termine, è spesso abusato e frainteso: casualità e sagacia arrivate per caso, dopo una serie di collegamenti che però, non erano ne pensati ne tantomeno ricercati. Quindi nel mondo di oggi, nel mondo che piace definire interconnesso il concetto di serendipità è davvero importante e non si può non tenere in considerazione ma ancora più fondamentale risulta essere la sua programmazione, la sua ricerca.
Ma nonostante la disillusione sulla possibilità, almeno per ora, di ritrovarsi a vivere in un mondo più cosmopolita perché interconnesso, il futuro appartiene davvero a chi è connesso. I media tradizionali, che ormai hanno alle spalle circa una decina d’anni, si trovano adesso al centro di grandi cambiamenti e profonde trasformazioni, spetta a loro la scelta di adeguarsi o meno a questo cambiamento.
Un cambiamento che per tutti coloro che si auspicano un tipo di informazione più rappresentativa, più globale e stupefacente è visto come una grande opportunità. Anche i moderni social network, sono in continua evoluzione, si adattano a continui cambiamenti con aggiornamenti quasi giornalieri o comunque al massimo settimanali. E’ quindi errata la convinzione per la quale internet consentirà “l’apertura delle porte” verso un mondo interconnesso ma, d’altro canto non ha senso, sulla base di questo concetto, liquidare tutte le aspettative, le prospettive, le ambizioni positive proposte da tecnologici ottimisti per il semplice fatto che il futuro ancora non si è concretizzato. Se si vuole davvero raggiungere l’obiettivo di di un mondo in cui punti di vista differenti possono portare a soluzioni innovative, non resta che costruirlo, gli strumenti che si hanno disposizione oggi, le società con le quali si ci confronta, offrono questa opportunità e questa, non può andare sprecata
Diletta Barilla

 

Ethan Zuckerman
REWIRE
Cosmopoliti digitali nell’era della globalità
Egea, Milano, 2014





18 maggio 2014

Tutta un'altra notizia


Il saggio che mi accingo a recensire è un unicum da tutti i punti di vista: scritto da un giornalista freelance italiano emigrato a Berlino - dove ha fondato "Il Mitte", il primo quotidiano online per gli italiani all'estero - e proiettato verso un futuro pieno di dubbi ma anche di prospettive, Tutta un'altra notizia è permeato da un ottimismo di fondo, che si riscontra raramente in questi tempi di crisi del giornalismo tradizionale, e specialmente della carta stampata.
La sua prima particolarità è proprio il formato: l'ebook, come dichiara nel suo manifesto la startup goWire che ne ha curato la pubblicazione, «ha bisogno di link per farci spaziare da un contesto all'altro nell'ecosistema digitale [...]: la narrazione visuale e quella musicale sono parte integrante della progettazione». A questo proposito le classiche note integrative a piè di pagina sono sostituite da collegamenti immediati che rimandano ad articoli di approfondimento, video-interviste su YouTube in lingua originale e infografiche esplicative, che rendono la lettura un'esperienza realmente completa e stimolante, abbattendo le barriere della pagina.
Il manifesto di goWire è perfettamente conforme allo spirito del saggio di Bassan, che con un linguaggio tecnico ma chiaro, un gran numero di esempi reali e proposte concrete suggerisce nuovi approcci e modelli di business per il mondo del giornalismo.
Come garantire la sopravvivenza e la rinascita del mestiere di giornalista? Come ritrovare la bussola in un mondo dove anche la differenza tra giornalista e blogger si fa sempre più confusa e difficile da chiarire? Queste sono solo alcune delle domande a cui l'autore cerca di rispondere, prefigurando scenari di un futuro non troppo lontano e proponendo nuovi metodi e soluzioni.
Il vero turning point per il giornalismo è stato il boom di internet, che ha cambiato totalmente le carte in tavola lasciando indietro il mondo delle news, incapace di tenere il passo e di destreggiarsi nell'ecosistema digitale.
Bassan muove dalla definizione di "giornalismo post-industriale", concetto chiave di un saggio (consultabile online) scritto a sei mani da C.W. Anderson, E. Bell e C. Shirky, tre celebri ricercatori americani: il cambiamento causato dall'introduzione del web e di tutti quei media tecnologici che rendono ormai quasi nulla l'intermediazione tra lettore e giornalista è sia culturale che economico, non è una semplice transizione ma un vero e proprio salto nel buio.
Tra le proposte per superare questo momento di crisi che ho trovato particolarmente degne di nota vorrei segnalare il cosiddetto "giornalismo alla carta" e il "metered paywall", due diverse sfide - la prima lanciata dalla versione americana di Wired, la seconda dal New York Times - per rivoluzionare l'aspetto economico del giornalismo online, a fronte di una perdita sempre crescente legata al formato cartaceo.
Per "giornalismo alla carta" si intende un esperimento di vendita degli articoli "al pezzo": questo sistema permetterebbe alle testate online di rimanere gratuitamente fruibili, eccetto alcuni articoli di particolare pregio per l'esclusiva o la ricchezza dei contenuti, da acquistare attraverso Amazon, il sito della testata o l'eventuale applicazione via tablet o smartphone; questo sistema viene già utilizzato da molti freelance, che attraverso alcune piattaforme online pubblicano e vendono articoli senza la mediazione di una testata, o si fanno direttamente finanziare dai lettori un prodotto giornalistico d'inchiesta ancora da realizzare, attraverso il cosiddetto crowdfunding.
Il metered paywall è invece un sistema di abbonamento al sito di un quotidiano, che però consente di accedere gratuitamente a 20 articoli mensili (25 se si accede tramite un link su un social network), pagando solo per leggere gli articoli in sovrannumero: questo esperimento è stato un successo, grazie al quale il numero degli abbonati alla versione online del New York Times ha quasi raggiunto quello del quotidiano cartaceo, e molti altri quotidiani ne hanno seguito l'esempio.
Queste e molte altre idee di rinnovamento che il saggio porta all'attenzione del lettore sono ovviamente tutte in divenire, non si sa se troveranno un'affermazione stabile e se il successo sarà duraturo. Tuttavia, come conclude l'autore prendendo le mosse da un famoso discorso di John Fitzgerald Kennedy, «se nell'about: blank dell'ecosistema giornalistico sapremo cogliere le opportunità che ogni crisi porta con sé e trasformare questi input in strumenti di crescita concreta [...], allora potremmo davvero pensare di costruire un futuro partendo da fondamenta solide».
Cristina Puppo


Valerio Bassan 
Tutta un'altra notizia. 
Spunti e strumenti per il giornalismo del domani.
Firenze, edizioni goWare, 2013 (e-book)

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