Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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08 marzo 2022

Letture per l'8 Marzo

 


"Gli uomini trattano le donne in conseguenza di come le vedono".


C. MacKinnon, Le donne sono umane?, Laterza, 2012,  p. 46.

28 ottobre 2019

In libreria

Paola Setti
Non è un paese per mamme. Appunti per una rivoluzione possibile
All Around Edizioni, Roma, 2019, pp. 224.
Descrizione
Sarà un Paese di mammoni, ma l’Italia non è un Paese per mamme. Non lo è prima di tutto per il lavoro, sempre più difficile da conciliare con la famiglia a meno di non esser ricchi o dotati di nonni da schiavizzare. Non lo è, inoltre, per i partner che le donne hanno al fianco, ancora così restii a condividere la fatica del lavoro di cura da sfigurare malamente nel confronto con i maschi nord europei. Non lo è nemmeno per i servizi che mancano, né per l’idea stessa di città né, in ultimo, per un problema culturale. A dispetto di tante, troppe parole sulla maternità, alle donne che fanno figli viene in sostanza detto: hai voluto la bicicletta? Adesso pedala. Da sola e in salita. Un viaggio nella vita delle lavoratrici, mamme e non, attraverso i loro racconti, le difficoltà incontrate, qualche buona idea da replicare e dati e interviste a esperti e studiosi su lavoro e diritti. Spunti per fare una necessaria rivoluzione nel paese mammone che non ama le mamme
Paola Setti, giornalista, è nata a Genova. Ha lavorato per vent’anni in agenzie di stampa e quotidiani. Poi ha fatto il Cammino di Santiago. Oggi ha due figli, un marito e un cane. Questo è il suo primo libro.

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09 giugno 2019

In libreria


Bracke Maud Anne
La nuova politica delle donne  Il femminismo in Italia, 1968-1983, 
Edizioni, Storia e Letteratura, Roma, 2019, pp. xxii-354. 
Descrizione
Il femminismo, più di ogni altro movimento degli anni Settanta, colse le preoccupazioni immediate dei cittadini ordinari, delle donne, ma non solo di esse. Fu in grado di trasformarne la vita, di indurre cambiamenti nelle identità e nei ruoli di genere, nella politica, nella legislazione. Attraversando le esperienze di tre città fondamentali – Roma, Torino, Napoli –La Nuova politica delle donne propone la prima sintesi complessiva del movimento femminista, senza perderne di vista la differenziazione interna né la prospettiva transnazionale. Uno studio approfondito, che incrocia documenti d’archivio con testimonianze orali, di un fenomeno tra i più importanti della nostra storia recente, visto nella sua carica rivoluzionaria, ma anche nelle sue incertezze e aporie. Una foto di gruppo in cui riconoscere i singoli volti, le diverse passioni, le molte traiettorie che hanno condotto al nostro presente.
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03 aprile 2019

In libreria

Erica Morini
Maria Pezzi, giornalista di moda. L'Europeo (1947-1958)
Enciclopedia delle donne, Roma, 2019, pp. 168.
Descrizione
Maria Pezzi è stata una delle più importanti e famose giornaliste e disegnatrici di moda italiane del Novecento. Nata a Milano nel 1908 studia pittura e disegno. A partire dal 1937 pubblica disegni e didascalie per la prestigiosa rivista della Snia Viscosa, e successivamente per «Grazia», «Fili moda», «Bellezza», «La Donna». La lunga collaborazione con «L'Europeo» dà una svolta alla sua carriera, perché Maria Pezzi si trasforma in giornalista e osservatrice di un settore produttivo in rapida trasformazione; la sua carriera proseguirà sul «Corriere d'informazione», «Il Giorno», e infine divertendosi a mescolare ricordi e notizie dell'ultima ora per «donna».

08 marzo 2019

In libreria

Tiziana Plebani
Le scritture delle donne in Europa
Pratiche quotidiane e ambizioni letterarie (secoli XIII-XX)

Carocci, Roma, 2019, pp. 368
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Descrizione
Fu la possibilità di scrivere nella propria lingua madre ad aprire la strada alle scritture femminili. Da quel momento, le donne iniziarono ad appuntare
note, inviare lettere, consegnare volontà ai testamenti e più vivo si fece in alcune il desiderio di sperimentare registri letterari ed esprimere le proprie propensioni spirituali e politiche. Quante più donne accedevano all'istruzione, per lo più ostacolata ma sempre da loro rivendicata e ricercata anche attraverso percorsi di autoapprendimento, tanto più numerose diventavano quelle che ambivano a utilizzare la scrittura anche al di fuori delle pratiche quotidiane. Una scarsa padronanza della penna e della grammatica non fu di eccessivo ingombro e la confidenza maturò nel tempo
un'originale relazione con la propria intimità. Ma le donne scrissero di tutto, dai pamphlet ai romanzi, dalle petizioni ai trattati, dalle poesie ai libri di cucina; scegliendo il mezzo di comunicazione più efficace e più in voga, intervenendo in ogni momento di rinnovamento sociale e partecipando al confronto tra i sessi attorno all'eterna interrogazione sulla differenza dei generi: una delle grandi narrazioni dell'umanità.
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03 dicembre 2018

In libreria

Nicola Attadio
Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly
Bompiani, Milano, 2018, pp. 204.
Descrizione
Settembre 1887: una ragazza bussa alla porta di John Cockerill, direttore del ''New York World'' di Joseph Pulitzer. Chiede di essere assunta come reporter. Nessuna donna aveva mai osato tanto. Il suo nome è Elizabeth Cochran, ha ventitré anni, ma già da tre scrive per un quotidiano di Pittsburgh firmandosi Nellie Bly. Una donna reporter non si è mai vista, ma la sua idea di un'inchiesta sotto copertura a Blackwell Island, manicomio femminile di New York, convince Cockerill e Pulitzer ad accettare la sfida. Ne nasce un reportage che farà la storia del giornalismo. Da qui, in un crescendo di popolarità e sotto mille travestimenti, Nellie racconterà l'America agli americani. Diventerà l'incubo di politici e benpensanti, viaggerà in tutto il mondo, vivrà amori e fallimenti. Mentre i grattacieli, i treni, il telegrafo e poi la guerra trasformano la realtà, Nellie Bly si trova a essere pioniera di una figura mai esistita prima: la donna indipendente, artefice del proprio destino, la giornalista intrepida armata solo del proprio sguardo libero e della propria voce.

10 ottobre 2018

In libreria

Anna Maria Mozzoni 

La liberazione della donna
Introduzione di Donatella Alfonso – Prefazione di Fiorenza Taricone
Edizioni All Around, Roma, 2018, pp. 240. 
Descrizione

Giornalista, scrittrice, attivista dei diritti civili, Anna Maria Mozzoni fu la voce più forte nel chiedere, tra Otto e Novecento, pari diritti politici e sociali per le donne italiane, e quindi precorritrice dei movimenti femministi.: "Il mio lavoro, siccome diretto all’utile vostro materiale e morale, e tendendo ad affermare il vostro individualismo, era d’uopo cominciasse per mostrarvi quali siete e non attraverso le lenti della opinione”. Anna Maria Mozzoni ha 27 anni quando, nel 1864, pubblica La donna e i suoi rapporti sociali: per lei, ardente mazziniana, la speranza è che il Risorgimento politico sia anche – e finalmente – una rinascita delle donne in Italia. Una donna all’avanguardia, Anna Maria: tiene conferenze, traduce, scrive (“Che fa la penna in mano ad una donna se non serve alla sua causa come a quella di tutti gli oppressi?”), si impegna con i socialisti sulle tutele del lavoro, specialmente femminile; la sua battaglia, combattuta per tutta la vita, è per il diritto al voto delle donne; conquistato solo 26 anni dopo la sua scomparsa.
Anna Maria Mozzoni nasce a Rescaldina, alle porte di Milano nel 1837. Dai genitori, un padre fisico e matematico e una madre dell’alta borghesia milanese, che la alleva nel libero pensiero, ottiene le basi di un’educazione aperta. Giornalista e scrittrice, autrice di saggi, conferenze e traduzioni, impegnata politicamente, muore a Roma nel 1920.
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16 luglio 2018

Storie di genere e media arabi


 Analizzando il mondo arabo attraverso i media e la prospettiva di genere, i saggi raccolti mostrano le aspettative tradite dall'esito delle rivolte relativamente alle aspirazioni di uguaglianza e di diritti, ma anche il manifestarsi di una libertà di espressione inedita grazie alla quale si fanno largo nuove rappresentazioni delle donne e dei rapporti tra i generi.
Quando in Occidente i mass media discutono di mondo arabo spesso usano l'immagine della donna arabo-musulmana per rappresentare la regione nel suo insieme, facendola quindi diventare la rappresentazione stessa della sua essenza immutabile, della sua cultura e del suo sistema valoriale.
Come vengono rappresentate le donne nei media arabi? Come si auto-rappresentano? Qual'è l'immagine delle donne arabe che appare dai media arabi dopo le rivoluzioni?
È a queste domande che i saggi pubblicati in questo libro provano a rispondere. Attraverso l'analisi di programmi televisivi, siti internet, blog, pellicole cinematografiche, vignette, graffiti, i diversi contributi del libro mostrano la condizione femminile in particolare in Egitto, Tunisia e Marocco.
A due anni dallo scoppio delle rivolte, ciò che appare è una pluralità di modelli femminili. Accanto a programmi con telepredicatrici velate che educano alla devozione familiare, alla modestia del corpo e all'empowerment femminile, ci si può imbattere grazie a TV private in programmi che propongono modelli femminili opposti. Ci sono numerosi canali arabi dedicati all'intrattenimento musicale, dove diversi videoclip mostrano corpi ammiccanti, altri dedicati al cambiamento del look ricorrendo anche alla chirurgia estetica, si pensi per esempio a Joelle. A diversificare ancora i modelli femminili proposti dagli schermi televisivi contribuiscono anche i personaggi delle soap opera (musalsalat) provenienti per lo più dalla Turchia.
La pluralità dei modelli femminili veicolata dai media arabi aumenta ancora se prendiamo in considerazione i nuovi media che si sono affermati in maniera decisiva nel periodo delle rivolte tra il 2011 e il 2012. In questi anni si assiste a uno spiccato protagonismo femminile nel costruire la notizia. I nuovi media permettono alle donne, che di solito non hanno facile accesso al dibattito pubblico, di esprimersi e condividere opinioni ed esperienze in maniera libera, finendo per operare un cambiamento di rilievo nella rappresentazione delle relazioni di genere. In particolare Sara Borrillo prende in esame la differenza di modelli femminili proposti dai media di Stato e da alcuni media digitali animati dalla società civile progressista. Alcuni media digitali, come la rivista Qandisha, diffondono un'immagine femminile indipendente e non dogmatica.
Sebbene a due anni di distanza dalle rivolte le donne continuino a soffrire, si registra una sempre crescente pluralità di modelli femminili e una maggiore libertà di espressione delle donne, come testimoniamo le esperienze di tantissime blogger tra cui Lina Ben Mhenni candidata al Nobel per la pace nel 2011, o l'affermazione di donne in altri ambiti quali la vignettistica grazie a pioniere del genere come l'egiziana Doaa el-Adl.
La maggiore libertà di espressione guadagnata dalle donne è però controbilanciata dalla difficoltà di poter agire liberamente nello spazio pubblico e di vedersi riconosciuti pieni diritti di cittadinanza nei paesi che hanno contribuito a trasformare. Siamo di fronte a quello che viene chiamato paradosso di genere: anche se l'immagine della donna sta cambiando, seppur tra molte difficoltà, le donne non sono ancora riuscite a trasformare le dinamiche sociopolitiche dei nuovi Stati nella direzione dell'uguaglianza di genere auspicata al momento dello scoppio delle rivolte. In particolare Azzurra Meringolo mette a nudo il paradosso di genere che attraversa l'Egitto, vale a dire l'esclusione delle donne dalle istituzioni e dal discorso politico a confronto con il loro protagonismo nella complessa trasformazione del paese.
Carolina Popolani ricostruisce l'immagine femminile che emerge dall'analisi di oltre trenta pellicole incentrate sul rapporto uomo/donna prodotte negli anni precedenti e in quelli immediatamente successivi alla caduta di Hosni Mubarak. La violenza di genere, la libertà sessuale e l'attivismo delle donne sono alcuni dei temi maggiormente affrontati dalla cinematografia impegnata egiziana dell'ultimo decennio.
In conclusione, molte delle premesse e promesse di uguaglianza di genere, pari cittadinanza tra uomini e donne sono state tradite, ma tuttavia nuove possibilità si sono aperte per le donne di far sentire la propria voce e trasformare gli immaginari sociali dominanti sulle relazioni di genere.
Francesca Concaro

Le donne nei media arabi. Tra aspettative tradite e nuove opportunità 
A cura di Renata Pepicelli
Carocci, Roma, 2014, pp. 128.
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04 settembre 2017

Se una donna racconta la guerra in Siria

«Il solo modo per non avere paura, qui, è non pensare. Che è però anche il modo migliore perché questa guerra non finisca più. E quindi il vero coraggio, ad Aleppo, è non abituarsi: avere paura, pensare ». Bahia, ventiquattro anni, ha le idee chiare e la giornalista se ne è accorta.
È decisamente un ambiente allucinato e allucinante quello che circonda i giornalisti che osservano e vivono e scrivono le guerre. Francesca Borri propone un resoconto senza compromessi di una terra dilaniata dalla guerra dal 2011, la Siria. Registra e racconta, in qualità di giornalista freelance, cinque stagioni (Autunno, Inverno, Primavera, Estate e di nuovo Autunno) tra il 2012 e il 2013, ad Aleppo. Vive da vicino questo conflitto, e rimane anche ferita durante uno scontro tra cecchini che
segue in diretta e che riporta, con grande lucidità, nel suo resoconto.
Una guerra “per procura”, come la definisce l’autrice, in cui sono in gioco gli interessi di un intero popolo contro gli interessi di pochi, di una Coalizione Nazionale che vuole tenere le fila dell’opposizione non in Siria bensì dalla Turchia, e con un Esercito Libero nato da formazioni di ribelli anti-Assad, verso cui la stessa popolazione civile nutre diffidenza. I ribelli, racconta la giornalista, sono spesso ventenni in t-shirt e ciabatte che imbracciano un Kalashnikov, e che si aggirano per Aleppo sulle loro jeep per torturare e a volte giustiziare chiunque sia sospettato di collusione con il regime. Soprattutto, sono accusati da una parte della popolazione di aver consegnato il regime agli uomini di Al-Qaeda. Quello che descrive è quindi un paese diviso: una metà, quella sotto il controllo del regime, dalla apparente superficie liscia; l’altra metà, ruvida e opaca, dominata dai ribelli. E i confini tra queste due metà sono terribilmente sfumati.
Francesca Borri tenta di far emergere i vari strati della complessa situazione non solo siriana, ma Mediorientale: una terra, si sa, dove sembra praticamente impossibile sbrogliare la matassa di culture, religioni e correnti religiose, mani occidentali che agiscono da lontano e interessi particolari.
È davvero una «guerra dentro»: non solo quella che penetra l’animo, che fa sgranare gli occhi e mozza il fiato davanti ai morti, alle atrocità di ospedali bombardati e ai civili inermi che aspirano alla sopravvivenza, ma anche quella di chi, decidendo di raccontare un conflitto complesso e polveroso, di difficile interpretazione, si scontra con le vite di persone comuni coinvolte in una guerra che sembra non avere un inizio e nemmeno una fine. L’autrice si confronta con due realtà: quella dei civili, dei militari più o meno improvvisati, e quella di altri giornalisti, stranieri anche loro, che arrivano talvolta impreparati a raccontare ai loro lettori un conflitto dai confini incerti, che qualche volta stentano a capire gli stessi siriani. Reporter che preferiscono i morti alle analisi, per darli in pasto a telespettatori impressionati, scorci di “vita vera”, insomma, “un po’ di colore”.
Nel libro viene messa in risalto la deleteria tendenza dei media alla semplificazione, la mancanza di approfondimenti che permettano ai lettori di farsi un’idea di cosa stia succedendo in questa parte di
mondo, la nettezza dei giudizi sulla guerra che scaturiscono durante i talk-show e altre “arene” mediatiche.
La seconda parte del libro è caratterizzata da toni più appassionati, quasi intimistici, frutto della riflessione seguita alle terribili vicende vissute durante i mesi ad Aleppo. L’autrice lamenta, soprattutto, una scarsa collaborazione con gli altri colleghi, il cinismo che come un veleno inodore penetra nei comportamenti dei giornalisti, e anche lei sente di esserne coinvolta, suo malgrado.
Ma ci sono anche fotogiornalisti che svelano con coraggio l’orrore, come il fotoreporter Alessio Romenzi, il cui reportage dalla Siria pubblicato su Time, racconta l’autrice, è stato determinante nella sua scelta di conoscere più a fondo cosa stesse accadendo in questa zona del Vicino Oriente. L’autrice si trova quindi spalla a spalla con bambini costretti a diventare adulti troppo presto, studenti che tra un turno al Kalashnikov e l’altro leggono Habermas, con famiglie che trovano rifugio tra le tombe e insegnanti di inglese che diventano cecchini per vendicare la propria famiglia. Ognuno di loro ha la propria storia da raccontare, ma nonostante le condizioni in cui vivono, i siriani non cedono all’indifferenza nei confronti della realtà politica, si costruiscono una propria opinione.
E dal racconto, un po’ si ha l’impressione di sentire i proiettili che si conficcano sui muri, gli spari, i colpi di mortai, i raid degli aerei che sfiorano i tetti delle case e liberano il loro terribile ventre... Per viaggiare fino alla frontiera con la Turchia, che dista meno di cento chilometri da Aleppo, ci vogliono circa 300 dollari. Eppure, anche solo attraversare una strada, ad Aleppo, può rivelarsi fatale.
Ci si può domandare se il fatto che l’autrice sia donna possa averle fatto scrivere in modo diverso, in modo forse troppo appassionato, coinvolto. Se anche fosse così, va bene lo stesso. La sua è una voce, un punto di vista che permette di costruirsi un mosaico della situazione, di quella guerra vicina e lontana al tempo stesso, una guerra che quasi ci ha stancato, tanto ne sentiamo parlare. Infatti se ne parla sempre meno, i nuovi protagonisti sono ragazzi che uccidono innocenti in nome di Allah nelle pulite città europee.
La voce delle donne gioca un ruolo non marginale, anche se non vengono prese sempre sul serio, nemmeno quando condividono le trincee con gli uomini. Però le donne ci sono eccome nel reportage: Mona e Ghofran, che si avventurano fuori dalla loro casa in cerca di cibo; Zara, infermiera; Bahia, che, come abbiamo detto all’inizio, ha le idee chiare; il cecchino “Guevara”, professoressa di inglese entrata nell’Esercito Libero per vendicare i figlioletti morti in un bombardamento aereo; o, ancora, Loubna Mrie, attivista alawita (come la famiglia Assad) ma schieratasi contro il governo.
Il libro riesce a coniugare bene il racconto dei primi mesi della lunga battaglia di Aleppo, terminata solo nel dicembre del 2016 con la riconquista della città da parte delle forze governative, con le riflessioni maturate dall’autrice sul mestiere del giornalista, un mestiere che per molti è diventato quasi “da mercenari dello scoop”, l’importante diventa tagliare per primi il traguardo per avere un posto in prima pagina. Il libro nasce dalle domande che si pone l’autrice, come cittadina e come giornalista, e che essa pone a chi le sta davanti, anche ai suoi lettori: «Perché è questa l’unica cosa da raccontare, di una guerra, il solo pezzo che davvero avrei voluto scrivere (...): voi che potete, voi
che domani siete vivi, ma che aspettate? Perché non amate abbastanza?»
Arianna Barone

Francesca Borri 
La guerra dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 238.
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12 gennaio 2017

Violenza di genere

Un tema tristemente attuale quello della violenza sulle donne, una riflessione doverosa proprio in questi giorni che hanno visto realizzarsi due terribili fatti simili, uno un giorno dopo l’altro.
Martedì  10 gennaio 2017, Messina, una giovane ragazze di ventidue anni  viene sfregiata nel corpo dal suo ex fidanzato che dopo averla cosparsa di benzine la dà alle fiamme.
Mercoledì  11 gennaio 2017,oggi,Rimini,una giovane ragazza di ventotto anni viene sfregiata nella faccia dal suo ex compagno che le ha tirato nel volto dell’acido rischiando di farle perdere la vista.
Due ragazze, due vittime della gratuità crudeltà maschile, per fortuna ancora vive, ma segnate per sempre da una ferita indelebile.
Due reazioni diverse: la prima ragazza difende il suo carnefice e nega l’accaduto gridando a gran voce: ’Non è stato lui! ’,mentre la seconda lo denuncia.
La violenza sulle donne è un problema reale ,attuale, è un problema criminale tanto quanto culturale dovuto forse alla diseguaglianza del rapporto tra uomo e donna nella costruzione dell’identità maschile.
E’ un problema enorme e dilagante dovuto probabilmente anche al ritardo che il diritto italiano ha impiegato a ritenerlo tale, a considerarlo reato; basti pensare che il femminicidio è stato per molto tempo considerato delitto d’onore per punire le condotte disonorevoli delle donne e poteva godere delle attenuanti del Codice Rocco.
Nel 1981 si è passati a considerarlo come delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, ma bisogna aspettare il 1996 perché la violenza sessuale sia riconosciuta come reato contro la persona, il 2009 perché siano puniti atti persecutori come lo stalking.
In Italia la violenza di genere è la principale causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni e proprio per questo bisogna parlarne, trovare soluzioni, promuovere le associazioni che aiutano le donne vittime di violenza , denunciare e non avere paura, stilare leggi severe per punire questi reati in modo che passi la voglia alla razza maschile di dimostrare la loro superiorità utilizzando la forza.
Forse nell’ambito giornalistico e dell’informazione si potrebbero raccontare le notizie in modo corretto e non distorcere le notizie usando termini inappropriati come ‘raptus di gelosia’ o l’ha uccisa perché l’amava troppo’, facendo trasparire una sorta di giustificazione o un’attenuante per quanto riguarda gli assassini o gli aggressori, e una colpa implicita nelle vittime, ma chiamando le cose con il proprio nome.
Le vittime vanno difese e non accusate.
Elena Sacchelli

27 agosto 2016

Giornaliste di guerra


Appassionata di comunicazione per nascita, giornalista per vocazione, social media expert per passione. Così si autodefinisce l’autrice di questa interessante opera, Luisa Casanova Stua, che in questo saggio si propone di discutere della disparità dei generi nel contesto giornalistico, attraverso una breve ma intensa storia della professione, che è altresì un parallelo tra il giornalismo americano e quello nostrano, per poi approdare al giornalismo di guerra e alle sue paladine.


 

Per comprendere il giornalismo come lo conosciamo oggi e le discriminazioni di genere che ci sono, non ci sono, ci sono state, ci saranno, è molto importante comprendere come la professione si sia sviluppata ed evoluta nel tempo: dalle prime gazzette al web 2.0. L’autrice di questo libro, ciò, lo ha compreso a pieno.
Luisa Casanova Stua è riuscita a ripercorrere la storia del giornalismo in maniera chiara e concisa, semplice ed efficace, ma soprattutto spiegando in modo esauriente le differenze che sono sempre esistite, e permangono tutt’oggi, tra il giornalismo americano, improntato alla notizia e all’oggettività, e il giornalismo italiano, dalla vocazione letteraria.
Il giornalismo americano ha una storia che parte nel 1690 da Boston, ed ha un intento pratico con valori di indipendenza ed imparzialità. La regola aurea delle 5W (Who?, What?, Where?, When?, Why?) è nata insieme al telegrafo di Samuel Morse. Per quanto riguarda il nostro paese, lo stile italiano è improntato alla letteratura e vagamente romanzato, la sopravvivenza degli stampati dipende dall’appoggio politico. Il rapporto tra politica e giornalismo è sempre stato, in entrambi i paesi ma soprattutto negli USA, altalenante: basti pensare alle conseguenze dello scandalo Watergate.
Per i nativi digitali sarà sicuramente molto interessante il capitolo riguardante il web 2.0 e i risvolti che sta dando alla professione giornalistica. Ormai, anche e soprattutto attraverso i social, chi prima era spettatore della notizia, diventa egli stesso un autore con un solo click. Il problema che si prospetta è l’impossibilità di verificare le fonti di questi neoreporter muniti di computer.
Punto saliente del libro è quello che riguarda il giornalismo di guerra e il ruolo che molte donne hanno avuto nel far sapere al mondo intero cosa stava accadendo in scenari apocalittici, il quale si interseca inevitabilmente con la questione, sempre attuale, della discriminazione di genere all’interno delle redazioni.
I primi periodici femminili risalgono al Settecento, quindi sono sorti contemporaneamente ai giornali maschili. Già alla fine dell’Ottocento possiamo trovare donne nelle redazioni e, alcune, anche alla direzione, come Matilde Serao che nel 1892 fondò Il Mattino di Napoli con E. Scarfoglio. Dopo un lungo periodo di discriminazione e separazione dei ruoli, oggi l’accesso alla professione è paritario, nonostante sia raro vedere donne al comando. Alcuni sondaggi hanno rilevato che il pubblico preferisce le conduttrici ai conduttori dei telegiornali, quasi sicuramente per una questione estetica.
Personalità come M. Higgins, C. Amanpour, O. Fallaci, L. Grüber, sono passate alla storia per il coraggio e la determinazione che hanno avuto nello sfidare i pregiudizi e i poteri forti per far conoscere al mondo intero cosa stava accadendo sui fronti e per far si che il pubblico potesse sviluppare un’opinione autonoma e informata. Molte sono state accusate di aver ricevuto le notizie in cambio di favori sessuali e altrettante sono state cacciate più volte dai campi di battaglia con la scusa che fossero troppo pericolosi. Loro, però, non si sono mai date per vinte e hanno sempre lottato contro tutto e tutti per poter svolgere il proprio mestiere.
Questo scritto, oltre ad essere assolutamente interessante, offre un quadro conciso ed esauriente su un argomento mai scontato e riguardo al quale non si finisce mai di imparare. Luisa Casanova Stua tocca temi importanti ed attuali con oggettività e chiarezza, fornendo altresì un importante spunto di riflessione per chi è interessato al mondo del giornalismo.
Alice Vittoria Mucci


Luisa Casanova Stua
Giornalismo di genere e conflitti armati
Prospettiva editrice, Civitavecchia, 2014, 114 pp.
 


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24 maggio 2016

In libreria

Interventi di contrasto alla discriminazione e alla violenza sulle donne nella vita pubblica e privata. Un'analisi multidisciplinare 
a cura di Arianna Pitino
Giappichelli, Torino, 2015, pp. XII+244.
Descrizione
I contributi raccolti in questo volume offrono una riflessione di taglio multidisciplinare – giuspubblicistico, storico e politico-sociale – sul tema delle discriminazioni e della violenza sulle donne nella vita pubblica e privata (lavoro, rappresentanza politica, relazioni familiari e affettive), con una particolare attenzione alle problematiche più rilevanti emerse di recente non solo nell’ordinamento italiano, ma anche in quello internazionale (CEDU) e dell’Unione europea. La ricerca è stata svolta grazie al finanziamento, da parte del Dipartimento di Scienze politiche (DI.S.PO.) dell’Università degli Studi di Genova, dell’omonimo Progetto di ricerca di Ateneo 2013-2015.
Indice
Il diritto e il genere della violenza (dal codice Rocco alla Convenzione di Istanbul (B. Pezzini). – I. L’ordinamento italiano. – I percorsi della parità di genere in Italia: voto, lavoro e protezione dalla violenza tra Costituzione, leggi ordinarie, giurisprudenza costituzionale e Unione europea (A. Pitino). – Una norma da leggere al femminile. L’art. 612 bis c.p. (Stalking) nell’evoluzione della giurisprudenza di legittimità (L. Carli). – Uguaglianza coniugale e unità familiare: (alcune) declinazioni di una “disparità giuridica”(P. Palermo). – Il principio di non discriminazione riguardo al cognome del coniuge e dei figli (P. Vipiana). – Il lavoro femminile tra regole di parità, discriminazione e mobbing (V. Cavanna). – Due di diritto. Differenza sessuale e cittadinanza (C. Giorgi, G. Bonacchi). – II. L’ordinamento internazionale e dell’Unione europea. – La donna nel diritto internazionale e dell’Unione europea: verso il superamento o la riaffermazione dei “tradizionali ruoli femminili”? (C. Danisi). – Il contributo dell’Unione europea alla tutela del “ruolo riproduttivo” della donna in ambito lavorativo (M. Parodi). – III. Donne, potere e rappresentanza politica. – Il progetto politico nella Lisistrata e nell’Ecclesiazuse di Aristofane: tra forma femminile e sostanza maschile (A. Catanzaro). – Parità di genere e legislazione elettorale (M. Cosulich). – La rappresentanza femminile nelle istituzioni politiche elettive (A. Massa). – La leadership femminile: una comparazione (M. Morini). – Postfazione (V. Maione). – Notizie sugli Autori.


28 aprile 2016

Donne e informazione


Corso di Laurea magistrale in Informazione ed Editoria
DAFIST – DIRAAS - DISPO
Giovedì 28 aprile 2016, ore 10 - Aula Mazzini , Via Balbi 5, Genova - III piano

Il Global Media Monitoring Project.
Report 2015: Donne e informazione

Con la partecipazione di Monia Azzalini (Osservatorio di Pavia) e di Filippo Paganini (Presidente dell’Ordine regionale dei Giornalisti).

L’incontro si svolge nell’ambito delle attività seminariali per la formazione continua dei giornalisti.
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10 agosto 2014

In libreria


Le donne nei media arabi.
Tra aspettative tradite e nuove opportunità
a cura di Renata Pepicelli
Roma, Carocci, 2014, 128 pp.
Descrizione
Questo volume racconta – attraverso l’analisi di vecchi e nuovi media – la condizione delle donne in Egitto, Tunisia e Marocco dopo le rivolte che hanno scosso la regione araba tra il 2011 e il 2012. Le autrici dei saggi qui raccolti parlano di promesse tradite ma anche di una nuova libertà di espressione e di inedite opportunità. Mostrano donne in prima fila nell’informazione e le difficoltà che incontrano sia nel fare le giornaliste sia nell’essere oggetto di notizia. Descrivono l’affermarsi di presentatrici velate e di predicatrici religiose sugli schermi televisivi, analizzano i modelli di femminilità e mascolinità veicolati da film e soap opera. Danno voce alle campagne contro la violenza di genere portate avanti tramite vignette, blog e graffiti. Narrano delle tensioni tra visioni islamiste e visioni laiche della società, studiano le politiche mediatiche di vecchi e nuovi governi, scandagliano l’attivismo femminile per l’uguaglianza dei diritti. Grazie a questo studio dei media da una prospettiva di genere emerge quindi una pluralità di immagini di donne che mette in guardia da qualsiasi tentazione riduzionistica, e suggerisce invece di prendere in considerazione la diversità delle esperienze femminili nel mondo arabo.
*link all'Indice del libro.

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12 luglio 2013

Una donna alla Ville de Paris


 
Si profila una bella battaglia per la prossima corsa a Sindaco di Parigi, dove la "gauche" governa da 12 anni. Una campagna elettorale tutta "rosa" vedrà fronteggiarsi per la prima volta due donne particolarmente brillanti: Anne Hidalgo, candidata socialista, di origini spagnole (nata a Barcellona) e Nathalie Kosciusko-Morizet, quarantenne di origini polacche, ex ministra del governo Sarkozy. Una bella lezione anche per l’Italia.
La Hidalgo, delfina dell’attuale sindaco parigino Bertrand Delanoe, che è in carica da 14 anni ed ha rinunciato a presentarsi alle prossime elezioni amministrative del 2014, è iscritta al Partito Socialista dal 1994 ed è leggermente favorita nei sondaggi. Ha un carattere determinato e incuriosisce non solo i francesi. "El Pais" (Miguel Mora) ha fatto un bel ritratto di quella che ha definito la "orgullosa espanola". La Morizet viene da una famiglia borghese, cerca di presentarsi come rappresentante di una destra moderna e cosmopolita a caccia dei voti dei cosiddetti "bobos" (che sta per "bourgeois bohémien") di Parigi, è molto sensibile alle tematiche ambientali. Certo non le sarà facile l’impresa, ma potrebbe essere avvantaggiata dal quadro politico nazionale che in questa fase vede il premier Hollande in calo di consensi. Ma da qui al prossimo anno il barometro dei consensi per Hollande, soprattutto se la situazione economica migliorerà, potrebbe cambiare, tanto più che, a destra, l’UMP appare gravemente in crisi, lacerato dagli scandali, confuso e diviso dopo le ultime batoste elettorali. I duri dell’UMP, il movimento di estrema destra nazionalista "Bloc identitaire" non vedono di buon occhio la Morizet, infatti, durante le primarie per la candidatura alla Maire de Paris, hanno cercato di ostacolarla per il fatto che, alle recenti votazioni sulla legge sul matrimonio omossessuale, si è astenuta anziché votare contro. Chirac, che l’ha scoperta, la chiamava la "rompiscatole".
Anche la Hidalgo è una donna molto carismatica, che, non caso, il quotidiano di sinistra israeliano Haaretz ha definito "Una parigina per le masse". È figlia di immigrati sfuggiti al franchismo che si sono trasferiti a Lione nel 1961, quando lei aveva due anni. È femminista da sempre, ma contraria alle strumentalizzazioni della condizione femminile, tanto che a suo tempo non ha appoggiato la candidatura di Segolène Royal alle presidenziali. Poi per lei è arrivato l’importante appoggio ufficiale dell’attuale Sindaco Delanoë che la descrive come una "donna competente, autentica e determinata che sarà totalmente dedita a Parigi e ai Parigini e che possiede tutte le qualità per dirigere la Ville de Paris". Anne, alle prossime municipali, non potrà contare sull’appoggio del Partito comunista, che correrà stavolta da solo.
Insomma, quello tra Anne Hidalgo e Nathalie Morizet sarà un bel duello. C’è una cosa che francamente ti spiazza sentendole parlare: in Italia magari le troveremmo nello stesso partito, il PD! Eppure non è che la società civile francese sia, tutto sommato, tanto diversa da quella Italia o di altri paesi dell’Europa occidentale. Evidentemente, c’è una storia diversa, ma anche una società politica che funziona in modo molto differente.
Alessandra Panetta
 
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18 maggio 2012

In libreria

Alice De Toni
Dolentissime donne. La rappresentazione giornalistica delle donne di mafia
Bologna, Clueb, 2012, 149 pp.
Descrizione
Questo saggio analizza la rappresentazione della donna mafiosa siciliana sulla stampa italiana negli anni 1963-1982, ventennio rilevante dal punto di vista della cronologia di mafia e da quello delle trasformazioni sociali cui l'Italia va incontro. In questo libro si intrecciano due diversi approcci. Da una parte la schedatura quantitativa degli articoli sulle donne mafiose recuperati dai quotidiani, che dimostrano un costante interesse per l'argomento fin dagli anni Sessanta; dall'altra parte l'interpretazione qualitativa di questi articoli e delle modalità di rappresentazione delle figure femminili, alla luce della storia culturale dell'epoca. Seguendo le vicende processuali e personali di molte donne protagoniste di quegli anni, il saggio indaga in particolare le analogie e le differenze tra la percezione della donna in genere e quella mafiosa, mettendo in luce l'esistenza di prototipi raffigurativi linguistici e fotografici da cui sia il mondo giudiziario che quello investigativo sono stati influenzati e che a loro volta hanno contribuito ad alimentare.
*segnalato da C.S.
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28 aprile 2012

Net feminism. Donne, rete e informazione

Net feminism è un movimento che promuove, attraverso le tecnologie, campagne e idee per "femminizzare la Rete". La rete è donna e permette alle donne di uscire dal posto minoritario che occupano nei media tradizionali e far sentire la propria voce, diffondere un nuovo modo di far informazione, un interpretazione diversa dei fatti. Ancora oggi, purtroppo, l'ottica maschilista porta a vedere l'uomo come eroe e la donna come oggetto. Bisogna sovvertire quest'ottica e il web permette di fare ciò. Apre un mondo di possibilità al giornalismo femminile. Con questo termine non si intende quel tipo di giornalismo velleitario,forse un po' futile come le riviste di moda o di costume. Si intende il giornalismo fatto dalle donne che si occupano di tutti le tematiche dell'informazione (dalla politica allo sport) proprio come fanno gli uomini.
Il tema trattato nell'ambito del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia è, dunque, quello dell'informazione al femminile con uno sguardo ottimista verso le nuove possibilità che la rete offre. La giornalista Barbara Sgarzi sostiene che il web si basa sulla logica dello sharing, della condivisione, del dono. Ma non è un dono gratuito, è qualcosa che torna indietro in termini di visibilità e riconoscimento. Questo ben lo sanno le giornaliste sedute al tavolo che hanno ottenuto grandi successi in rete. Raffaella Menichini lavora da quattro anni nella piattaforma online del quotidiano "La Repubblica". Lei ha vissuto sulla propria pelle il passaggio dalla carta stampata al web e, per forza di cose, si è dovuta convertire a questa nuova tecnologia. Ha dovuto cambiare il suo modo di scrivere e soprattutto ha dovuto abituarsi all'idea di non avere più a che fare con un fruitore passivo dell'informazione, ma con lettore partecipe del processo, che commenta, critica e dialoga con il giornalista. Il web crea nuove possibilità, apre nuove finestre sul mondo, offre la possibilità di creare più facilmente una rete di contatti. La giornalista afferma che sono soprattutto le donne ad usufruire di queste nuove possibilità, forse proprio perché sono consapevoli dell'enorme forza che ha il mondo online. Una forza ancora tutta da sfruttare. Ricollegandosi a quest'ultimo pensiero, la giornalista di Radio Popolare nonché nota blogger (il suo blog è uno dei più seguiti in Italia), Marina Petrillo sostiene come gli uomini che riescono a sfruttare i social media lo fanno grazie a una sensibilità femminile. Infatti, è inutile negarlo, le differenze di genere esistono ma non sono da intendere in ottica negativa. La donna ha generalmente una sensibilità maggiore degli uomini ed è proprio questa sua sensibilità che le permette di interpretare i fatti in maniera differente, di "legare i fili" delle narrazioni, di vedere particolari che potrebbero sfuggire ad un occhio maschile.
Serena Danna, giornalista del "Corriere della sera" e curatrice del blog femminista 27sima Ora, nel suo intervento focalizza l'attenzione sull'uso sbagliato del termine ragazza. Potrebbe apparire un problema linguistico di forma, ma non è così. Il termine "girl" implica la giovane età, l'inesperienza e mette in posizione di inferiorità rispetto agli uomini (che non vengono chiamati ragazzi). Dobbiamo imparare a chiamarci donne e a non sentirci inappropriate quando entriamo nella "stanza dei bottoni".
Il panel si conclude con una nota critica. Nonostante tutto l'ottimismo verso quelli che vengono definiti nuovi media e che ormai non sono più tanto nuovi, nel mondo online purtroppo si stanno riproponendo le stesse dinamiche del mondo offline. Siamo lontani dalla realizzazione dei sogni delle cyberfemministe degli anni Novanta. Ma in fondo il web è una strada che si sta iniziando ora a percorrere e non sappiamo ancora bene dove ci porterà. C'è ancora posto per la speranza.
Anna Lucia Dimasi

03 gennaio 2012

La rivincita del sesso debole in TV



Il nuovo libro di Daniela Brancati Occhi di maschio racconta la storia della televisione italiana dal punto di vista dei vinti, cioè delle donne. Fin dai primi anni questa categoria è stata presente nel mondo televisivo, prima dietro le quinte e poi pian piano riuscendo anche ad arrivare direttamente sulla scena, ma il suo ruolo non ha mai avuto una parità con quello assunto dagli uomini. L’autrice non vuole fare una crociata sul femminismo, ma semplicemente prendere atto di quello che è stato e per certi versi continua ad essere la televisione, con i suoi pregi e i suoi difetti.
La Brancati fa notare come l’evoluzione della televisione possa essere suddivisa in decenni, ognuno dei quali rappresenta un inevitabile specchio della nostra società e degli uomini che in quel preciso momento erano alla direzione della rete. Non a caso l’autrice parla di “male gaze”, lo sguardo maschile che, come una patina, ricopre tutti i programmi e le trasmissioni, facendo trasparire una certa idea di donna, in linea ovviamente con i principi di quell’epoca. Proprio attraverso il male gaze è possibile notare i cambiamenti e come l’idea stessa dell’immagine femminile sia lentamente cambiata nel corso degli anni, assumendo sempre più tratti marcati e visibili. La storia è comunque costellata anche da episodi vittoriosi: donne che non sono state schiacciate dal peso di questo sguardo, ma che al contrario sono riuscite a sostenerlo e ad affermarsi in un universo decisamente maschile.
La Rai nasce nel 1954 e porta con sé degli obblighi da rispettare: creare una televisione di Stato, cattolica, con principi educativi in linea con quelli espressi dal partito al governo, la Democrazia Cristiana. Cosa ha comportato questa linea? L’abolizione totale di tutto ciò che poteva esser un contatto fisico: censurati quindi baci, abbracci, tutto ciò che potesse insomma turbare gli animi. E le donne? Sono presenti fin dall’inizio, come ballerine e vallette ma sono solo personaggi secondari, rigidamente inseriti in una direttiva puritana: banditi movimenti provocanti, posizioni osè e costumi che lascino poco spazio all’immaginazione! D’altronde la televisione rimanda ad un mondo idilliaco, dove in apparenza è tutto perfetto; per questo la donna viene descritta solo come madre e lavoratrice, come se nella vita non potesse ambire ad altro.
Nel decennio successivo si vuole fare una televisione per gli italiani e viene introdotto un nuovo canale, Rai 2, così da poter offrire una maggiore programmazione culturale e lasciare Rai 1 nella mani della DC. Nonostante gli sforzi per un’offerta migliore e gli sviluppi tecnologici, il ruolo della donna è sempre lo stesso: madre, moglie o fidanzata petulante, vuota e stupidella. Ma qualcosa si sta iniziando a muovere e le prime eccezioni iniziano a sfondare il muro d’ipocrisia creato dagli uomini: Rita Pavone, che propone un modello di donna completamente diverso (è decisamente un maschiaccio), e Bianca Maria Piccinino, l’unica conduttrice donna di un notiziario!
Gli anni Settanta sono un duro colpo per la televisione di Stato italiana: nascono le prime televisioni private, alcune delle quali faranno davvero la storia delle televisione italiana. Il fenomeno assume delle proporzioni assurde e la Rai opta per la nascita di una nuova rete, Rai 3 per poter offrire una scelta più varia.
Ma in questo mondo ricco di novità, qual è il posto delle donne? Esse sono sempre presenti nel mondo televisivo, ma sembra che non possano andare oltre al semplice ruolo di segretarie; per non parlare della vita politica, già solo il pensiero di una donna in politica scatena forti reazioni. Purtroppo l’immaginario comune vede sempre la donna come moglie.
Gli anni '80 vedono il definitivo trionfo della tv private, in modo particolare la visione concepita da Silvio Berlusconi, che possiede ben tre canali (Rete 4, Canale 5 e Italia 1): si afferma la donna oggetto espressa dalle ragazze “fast food” di Drive In, anticipatrici delle future veline. Purtroppo questi sono anche i cosiddetti “anni della giraffa” per la Rai, che deve cercare di stare al passo dei tempi, ma soprattutto dei nuovi ritmi imposti dalle tv commerciali; così anche nella televisione di Stato approdano le “ragazze coccodè”.
Infine gli anni Novanta vedono l’affermazione di talk show e grandi programmi di intrattenimento, dai quali emerge sempre una donna volgare, vociante, disposta a “mettere in piazza” i suoi sentimenti e le sue emozioni in una visione sempre più stereotipata.
Tuttavia uno spiraglio di luce c’è ed è rappresentato dalla stessa autrice, una delle tante donne che è riuscita a farcela. Conduttrice del primo telegiornale del canale Videomusic, dedicato ai giovani e alla musica, introduce un nuovo tipo di notiziario, dove la notizia assume dei tratti ironici pur rimanendo al tempo stesso seria, diretta, in modo che sia di facile ascolto e comprensione. Il suo impegno la porterà a diventare direttrice del telegiornale di Rai 3, dove si scontrerà con i soliti pregiudizi sessisti: i media cercheranno di ridicolizzare il suo ruolo, ma alla fine ne uscirà vincente.La sua esperienza dovrebbe essere un ottimo esempio per tutte noi: con la giusta tenacia è possibile superare la barriera di ostacoli che ci circonda, dimostrando che non siamo il “sesso debole”.
Cinzia Delprete

Daniela Brancati
 Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia. Una storia dal 1954 a oggi
Roma, Donzelli editore, 2011, pp. 291.

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21 settembre 2011

In libreria

Daniela Brancati
Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia.
Una storia dal 1954 a oggi
Roma, Donzelli, 2011, pp. X +230.
Descrizione
Occhi di maschio è il primo tentativo di storia della televisione dal punto di vista dei vinti, cioè delle persone di buon gusto e di buon senso e delle donne. La tv, dominata dallo sguardo maschile, è stata ed è lo specchio dei desideri prevalenti dei maschi italiani. Desideri in principio palesi e dichiarabili, poi sempre più aggressivi e sfacciati. L’autrice è stata fra i protagonisti di questo mondo e ne scrive con aperta soggettività, con aneddoti e ricordi arricchiti dalle testimonianze di alcune persone che hanno contato nella tv italiana, delle quali a volte non si conserva neanche più il ricordo. A completare il volume un vasto dizionario biografico delle oltre ottocento donne che hanno fatto la nostra televisione e una cronologia comparata che mette a fronte l’Italia come era, le conquiste delle donne e l’evoluzione del mezzo televisivo. Infine, un’intervista esclusiva a Lorenza Lei, prima donna a ricoprire l’incarico di direttore generale della Rai. Come scrive Franco Cardini nella sua introduzione, «questo libro diverte, informa, chiarisce, qua e là stupisce. Daniela Brancati ci ha offerto una vera e propria storia della società italiana attraverso la Rai…».

*segnalato da C.S.

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18 marzo 2011

Tutti i particolari in cronaca? Una piccola riflessione

In questi giorni dominati dalla catastrofe giapponese, e dalla minaccia nucleare che ci tiene col fiato sospeso, vorrei condividere con voi una piccola riflessione di tutt'altro tenore, su un fatto che mi ha colpito.
Due giorni fa, mentre monitoravo il Correio da Manhã per la nostra rassegna stampa, all'interno della sezione Mundo mi sono imbattuta in un tipo di notizia che mi ha lasciato molto turbata, non per il fatto raccontato, purtroppo piuttosto comune in ogni parte del mondo (una ragazza violentata e uccisa in Brasile) ma per il taglio che si è scelto di dare alla notizia, una breve di 4 capoversi. 
 La cosa che inizialmente ha attratto la mia attenzione è stata l'immagine: un disegno che raffigurava in modo piuttosto realistico un'aggressione sessuale. Un tipo di immagine che sui nostri quotidiani è difficile trovare. Questo mi ha spinto a leggere, con l'aiuto del traduttore di Google, che uso abitualmente per fare la rassegna. Il breve articolo non lesina particolari crudi e usa un linguaggio estremamente diretto, per descrivere sevizie su cui, solitamente, almeno da noi, si usa sorvolare, anche perché nulla aggiungono al resoconto.
Ma l'immagine resta la cosa che mi ha colpito di più. E' di regola corredare un pezzo, qualsiasi pezzo, con una immagine. Accade per esempio che a commento di un articolo su uno stupro, si veda a volte una foto d'archivo che raffigura una giovane seduta con le braccia intorno alle ginocchia, i capelli a coprirle il volto, a rappresentare in modo astratto la violazione della femminilità di tutte le donne  che ogni giorno sono vittime della violenza. Non credevo invece possibile che un disegnatore arrivasse a ricostruire per un quotidiano la scena dell'aggressione, con tanto di particolari realistici: le mani dell'aggressore intorno al collo della vittima, la donna che urla, la camicetta aperta.
Mi sono chiesta il perché di una scelta di questo tipo, e il perché di questa diversa sensibilità tra i media portoghesi e i nostri. In fondo, si tratta di due realtà che dovrebbero avere diversi punti di contatto. Non sono riuscita per il momento a trovare una risposta. Voi che cosa ne pensate? Una ipotesi potrebbe essere che la contaminazione del mezzo televisivo rende assuefatti a questo tipo di immagini; il suo linguaggio, pervasivo, penetra anche nella carta stampata. E' questo che dobbiamo dare al telespettatore tipo, se vogliamo farlo diventare/rimanere lettore di quotidiani. 
Ma allora mi sono resa conto che viene a cadere un presupposto:  noi non siamo diversi dai portoghesi, a ben guardare. Che senso ha ritenerci superiori, con  i nostri plastici delle villette e le ricostruzioni sceneggiate degli interrogatori degli indagati per omicidio? Forse l’unica differenza è che – per il momento – da noi il peggio resta confinato nel teleschermo, ma è proprio così? 
Elisabetta Ferrando

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